Carcere di Montorio, è bene sapere la verità

Lug 22 2017
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Numerosi agenti della polizia penitenziaria del carcere di Montorio hanno denunciato un grave episodio: un detenuto ha tentato di ucciderli con una lama costruita in carcere in maniera rudimentale, inneggiando Allah.

Il fatto ripropone il tema della sicurezza dei poliziotti penitenziari e la tenuta dell’istituto penitenziario rispetto a questo tipo di detenuti radicalizzati e integralisti.
Una situazione inaccettabile che mette in pericolo, ancora una volta, gli agenti della politica penitenziaria che espletano il loro dovere.
La vicenda dimostra che il carcere di Montorio non è la sede per detenuti simili e, pertanto, ho detto che era opportuno che l’interessato venisse trasferito in un carcere idoneo ad affrontare detenuti radicalizzati all’Islam in maniera tale da tentare di uccidere in nome della propria religione.

Il detenuto è stato trasferito altrove.
Ma…il fatto è avvenuto o no?

Infatti, attorno alla vicenda si è aperto un singolare confronto: gli agenti dicono che il fatto è avvenuto e la direttrice sminuisce tutto.

Non nascondo il mio stupore, le affermazioni della direttrice rischiano di delegittimare agli occhi dei detenuti tutti la credibilità e la professionalità degli agenti interessati e di tutta la categoria.

Ritengo doveroso fare chiarezza, non fosse altro perché certe situazioni mettono in pericolo, anche di vita, gli agenti della polizia penitenziaria che espletano il loro dovere.

Per questo, presenterò un’interrogazione al Ministro della Giustizia per chiarire l’accadimento.

Risulterebbe, infatti, che il detenuto in questione sia stato oggetto nel tempo di alcune verbalizzazioni per le sue espressioni verbali tipiche del radicalismo di stampo islamico.

Su carta sono stati verbalizzati anche i fatti dell’altro giorno ed in particolare l’aggressione al grido di “Allah akbar”. Possibile che questo non abbia significato, come dice la direttrice?

Va verificato se è vero che il medesimo era monitorato costantemente proprio per i suoi comportamenti radicali. Anzi, pare che la radicalizzazione sia avvenuta proprio in carcere, fenomeno tipico osservato anche in altre carceri italiane e sulle quali il Ministero della Giustizia è intervento più volte.

Insomma, non possiamo restare in questo limbo che inficia l’effettività del dispositivo carcerario. Sapere la verità dei fatti è un obbligo che mi pongo affinché episodi simili non si verifichino più, ed intendo anche le divisioni tra personale e dirigenza.

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