Ddl Zan, le principali obiezioni

Sul tema ho già scritto qualcosa, in particolare sulle parole avverse che vengono dette contro l’approvazione del testo.

Con questa nota, invece, approfondirò le questioni che vengono spesso ripetute: la maternità surrogata, l’identità di genere, la libertà delle opinioni e la scuola.

Già il titolo del provvedimento dovrebbe convincere – “Misure di prevenzione e contrasto della discriminazione e della violenza per motivi fondati sul sesso, sul genere, sull’orientamento sessuale, sull’identità di genere e sulla disabilità – ma tant’è.

Maternità surrogata

E’ completamente falso che la proposta di legge contenga o favorisca la maternità surrogata.

La legge (19 febbraio 2004, n. 40), dispone che: “Chiunque, in qualsiasi forma, realizza, organizza o pubblicizza la commercializzazione di gameti o di embrioni o la surrogazione di maternità è punito con la reclusione da tre mesi a due anni e con la multa da 600.000 a un milione di euro”.

La Corte Costituzionale con sentenza n. 272 del 2017 ha chiarito come “la maternità surrogata, offende in modo intollerabile la dignità della donna e mina nel profondo le relazioni umane”.

Infine, la Consulta, con la recente sentenza n. 33 del 2021 ha ribadito prioritariamente la posizione già assunta nella precedente pronuncia del 2017 per la quale il divieto penalmente sanzionato di surrogazione di maternità è un principio di ordine pubblico posto a tutela di valori fondamentali. Nella sentenza si legge, inoltre, che: “A tale prospettiva si affianca l’ulteriore considerazione che gli accordi di maternità surrogata comportano un rischio di sfruttamento della vulnerabilità di donne che versino in situazioni sociali ed economiche disagiate; situazioni che, ove sussistenti, condizionerebbero pesantemente la loro decisione di affrontare il percorso di una gravidanza nell’esclusivo interesse dei terzi, ai quali il bambino dovrà essere consegnato subito dopo la nascita.”.

Non credo ci sia altro da aggiungere in merito. In pratica, il divieto di surrogazione di maternità quale principio inderogabile di ordine pubblico posto a tutela della dignità della donna è inderogabile.

L’identità di genere

 L’identità di genere ed il sesso sono due cose differenti.

Il procedimento di rettificazione di attribuzione di sesso in Italia è disciplinato dalla legge 14 aprile 1982, n. 164 e si svolge in via giudiziale con rito ordinario di cognizione. Il procedimento di rettificazione come chiarito da costante giurisprudenza di merito e di legittimità richiede che “la serietà ed univocità del percorso scelto e la compiutezza dell’approdo finale sia accertata, ove necessario, mediante rigorosi accertamenti tecnici in sede giudiziale” – Corte di Cassazione sezione I, 20 luglio 2015, n.15138;

La Corte Costituzionale chiamata a pronunciarsi sulla legittimità costituzionale dell’articolo1, comma 1, della citata legge 164 del 1982 ha, con sentenza interpretativa di rigetto n. 221 del 21 ottobre 2015, dichiarato la questione di illegittimità non fondata. Quanto al merito, la Corte ha riconosciuto “il riconoscimento del diritto all’identità di genere quale elemento costitutivo del diritto all’identità personale, rientrante a pieno titolo nell’ambito dei diritti fondamentali della persona (art. 2 Cost. e art. 8 CEDU)”, ma chiarito come “La rettificazione si fa in forza di sentenza passata in giudicato che attribuisca ad una persona sesso diverso da quello enunciato nell’atto di nascita a seguito di intervenute modificazioni dei suoi caratteri sessuali”, dunque a seguito di un rigoroso accertamento giudiziale delle modalità attraverso le quali il cambiamento è avvenuto.

Chiamata nuovamente a pronunciarsi nel 2017, con l’ordinanza n. 187 e la sentenza n. 180, la Corte ha respinto nuovamente la questione di legittimità costituzionale sollevata in merito alla legittimità del citato articolo 1, della legge 164 del 1982 e nel ribadire “il diritto   al   riconoscimento dell’identità di genere” ha, inoltre “escluso che il solo elemento volontaristico possa rivestire prioritario o esclusivo rilievo ai fini dell’accertamento della transizione.”;

Da ciò discende che non potrà mai essere il semplice elemento volontaristico a determinare la rettificazione di attribuzione di sesso di sesso, ma un percorso di accertamento rigoroso svolto in sede giudiziale nel quale sia accertato il percorso medico e il vissuto consolidato nel tempo dalla persona richiedente.

La libertà di espressione

Il disegno di legge Zan dispone che sono fatte salve la libera espressione di convincimenti od opinioni nonché le condotte legittime riconducibili al pluralismo delle idee o alla libertà delle scelte, purché non idonee a determinare il concreto pericolo del compimento di atti discriminatori o violenti.

Si introduce, così, il reato di opinione che impedirebbe la libera manifestazione del pensiero a quanti si facciano portatori di una cultura o opinioni differenti?

Assolutamente, no. Infatti, già in sede applicativa della legge Mancino-Reale riguardo i crimini di odio fondati su motivi razziali, etnici, nazionali o religiosi, la giurisprudenza di merito e di legittimità ha costantemente limitato la rilevanza penale alle sole condotte che costituiscano incitazioni all’odio. È sempre stata esclusa, invece, la sanzionabilità di generiche espressioni di antipatia, insofferenza o rifiuto che, quantunque in contrasto con i valori di tolleranza, non sono sufficientemente gravi da far presumere successive condotte discriminatorie o violente.

Inoltre, la  Corte costituzionale, con la sentenza del 23 aprile 1970, n. 65, ha sancito che è rilevante penalmente non “la manifestazione di pensiero pura e semplice, bensì quella che per le sue modalità integri comportamento concretamente idoneo a provocare la commissione di delitti”.

Quindi. È fuorviante l’accusa del reato di opinione.

La scuola

Il disegno di legge prevede che, in occasione della Giornata nazionale contro l’omofobia, la lesbofobia, la bifobia e la transfobia, le scuole, nel rispetto del piano triennale dell’offerta formativa e del patto educativo di corresponsabilità, provvedono all’organizzazione di cerimonie, incontri e ogni altra iniziativa utile al fine di promuovere la cultura del rispetto e dell’inclusione, nonché di contrastare i pregiudizi, le discriminazioni e le violenze motivati dall’orientamento sessuale e dall’identità di genere, in attuazione dei princìpi di eguaglianza e di pari dignità sociale sanciti dalla Costituzione.

L’accusa è che si vogliono indottrinare i bambini sulle teorie gender.

Il piano triennale dell’offerta formativa assicura l’attuazione dei principi di pari opportunità, mentre il patto di corresponsabilità prevede che le famiglie hanno il diritto, ma anche il dovere, di conoscere i contenuti del piano dell’offerta formativa per condividere in maniera dettagliata diritti e doveri nel rapporto con l’istituzione scolastica, rendendo così i genitori parte integrante e importante del processo educativo.

Già oggi ci sono le linee guida del Ministero dell’istruzione che indicano le modalità cui le scuole si devono attenere nella lotta contro tutte le discriminazioni e le forme d’odio e il disegno di legge in esame non si pone in contrasto con esse né rappresenta un loro “superamento”, ma è in linea con quanto già previsto.

L’intento è quello di trasmettere la conoscenza e la consapevolezza riguardo i diritti e i doveri della persona costituzionalmente garantiti e che riguardando la prevenzione della violenza di genere e di tutte le discriminazioni.

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