E’ arrivata la punizione

Giu 08 2019
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La decisione presa dalla Commissione europea di chiedere per l’Italia l’avvio della procedura d’infrazione per debito eccessivo è un vero macigno.

Per la prima volta nella storia, non solo affronta i numeri del debito e della crescita, ma mette esplicitamente sotto accusa le politiche economiche del governo che sono parte integrante e responsabili delle difficoltà.

E’ un’ingerenza? Nient’affatto!

Infatti, purtroppo per noi, l’azione della Commissione altro non è che l’attuazione delle regole europee concordate da tutti, Italia compresa ed in particolare del Trattato sul funzionamento dell’Unione europea nel quale viene stabilita la ratio della procedura d’infrazione, ovvero quello di uno strumento per ammonire quei paesi dove vengono insistentemente sforati i parametri di deficit e debito.

Il problema è che la Commissione ha calcolato per il 2020 un debito pari al 135% in rapporto al Pil, una cifra che comincia ad allarmare tutti.

Inoltre, l’aumento del debito è accompagnato dal calo della crescita, dal forte incremento degli interessi sul debito stesso, dall’assenza degli introiti dalle privatizzazioni promesse e non più realizzate e dalla crescita della spesa pubblica legata a politiche inefficaci, anzi, “dannose” (è questo il termine che è stato usato).

Finora la procedura di infrazione per disavanzo eccessivo causato dalla violazione del criterio del debito non è mai stata applicata per nessun paese europeo. Questa sarebbe la prima volta.

Scatterebbe, in pratica, una sorveglianza rafforzata, ovvero il monitoraggio ogni tre/sei mesi per verificare se le azioni correttive richieste per rientrare dalla “deviazione significativa” evidenziata siano effettivamente poste in essere.

Siamo ad un passo da Manovre correttive che rischiano di essere anche molto pesanti con un controllo che riguarda sia i tempi di attuazione degli interventi che la qualità delle misure correttive.

Se i piani di rientro predisposti non fossero ritenuti sufficienti, arriverebbe un secondo invito ad adottare un nuovo piano di rientro. Se anche quest’ultimo fosse valutato negativamente, allora potrebbe essere imposto l’obbligo di un deposito infruttifero pari allo 0,2% del Pil (3,6 miliardi), con possibilità che possa essere ridotto o incrementato, e che comunque verrebbe convertito in ammenda nel caso in cui la raccomandazione di correggere il disavanzo eccessivo non fosse rispettata. E potrebbe scattare in questo caso anche un’ulteriore e più pesante sospensione dei fondi di coesione europei. La sanzione sarebbe poi ulteriormente incrementata in caso di persistente inosservanza della raccomandazione.

I tempi. La relazione della Commissione UE dovrà passare il vaglio del comitato economico finanziario, composto da tecnici dei governi Ue. Sarà poi l’Ecofin il 9 luglio a dare eventualmente il via libera finale.

Intanto lo spread sale.

Peggio di così.

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