Governo Conte II. E adesso?

Set 12 2019
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Pur non nascondendo le difficoltà, è nelle cose che è stato formato un Governo ancorato all’Europa, all’alleanza con i Paesi storicamente vicini, che ha individuato nelle Istituzioni europee un interlocutore per la soluzione di tanti nodi e non un nemico da abbattere per tentare di spostare l’asse in altre direzioni (Russia), se non addirittura favorire l’uscita dell’Italia dalla moneta unica.

La minaccia sovranista, già numericamente sconfitta alle elezioni europee di giugno, resta confinata in alcuni Stati, compreso l’Italia.

La crisi del sistema bipolare

Il Governo Conte II, come quello precedente Conte I, probabilmente non sarebbe stato possibile se il sistema istituzionale avesse avuto una stabilità dettata da regole in grado di disciplinare le contese politiche e, quindi, il consenso elettorale.

In realtà, siamo nel pieno di una crisi cronica di questo sistema imperniato su base bipolare. Negli anni recenti la nostra democrazia è stata impostata per favorire un confronto tra due coalizioni/schieramenti ma, in realtà, oggi vi sono tre poli attrattivi: gli storici centrodestra e centrosinistra ed il M5S.

Ciò ha causato, non solo nel 2018, ma a partire dal 2013, alleanze di governo spurie e comunque non omogenee programmaticamente. Ricordo che i governi del centrosinistra fino al 2018 erano sostenuti in maniera determinante da gruppi parlamentari i cui membri erano stati candidati in coalizioni avversarie.

Inoltre, ad aggravare il quadro, va detto che la recente esperienza, con le modalità che abbiamo visto, è stata un vero e proprio allarme sulle criticità che il sistema ha mostrato e sui possibili esiti infausti di queste debolezze.

Le prospettive

Archiviati i fallimenti del governo che nasce per contratto e che si fonda sul populismo demagogico, portato a casa il rientro in un alveo istituzionalmente corretto delle azioni e delle relazioni, abbiamo di fronte alcune sfide che vanno oltre gli impegni da sostenere per governare bene e dare stabilità all’Italia.

Tre questioni.

Il nazionalismo sovranista. Il fatto che Salvini sia stato ridimensionato non elimina quel virus che ha iniettato nella nostra società. Sull’idea che da soli stiamo bene, che bisogna chiudere le frontiere, evitare alcune relazioni internazionali, imporre dazi – elementi favoriti dalla crisi economica e dalla paura di perdere qualche conquista ottenuta – è stata sollecitata la nostalgia di una parte rilevante degli italiani.

Noi dobbiamo dimostrare che le soluzioni delle destre estreme (Salvini/Meloni) ci hanno isolato in Europa, hanno messo in crisi i conti pubblici, ci hanno fatto pagare interessi enormi sul debito pubblico e non hanno raggiunto il miglior risultato.  Dobbiamo dimostrarlo con le nostre azioni (e con l’aiuto dell’Europa). Invertire la convinzione degli italiani che quelle ricette fossero giuste è uno dei nostri primi doveri.

L’Europa. Siamo tornati interlocutori affidabili dell’Europa e questo ha avuto un primo effetto rilevantissimo: Paolo Gentiloni Commissario agli Affari Economici, una delle deleghe più importanti.

Posso ragionevolmente pensare che a Bruxelles abbiano capito il pericolo che abbiamo corso e che con noi correvano anche gli altri.

Arginare i nazionalismi è possibile solo con politiche condivise che trovano soluzioni sovranazionali, come ad esempio quelle sull’immigrazione. Inoltre, favorire la crescita con la revisione del patto di stabilità e mettere in campo investimenti che producono PIL e lavoro significa affrontare di petto le criticità di cui si alimentano quelli come Salvini e Meloni.

La legge elettorale. Mi viene difficile – anche nel caso che il Governo facesse bene e magari venisse confermato in qualche elezione intermedia –pensare che si possa semplificare il quadro restituendo al sistema un rinnovato assetto bipolare.

E’ molto probabile, invece, che potrebbero permanere i tre schieramenti di oggi. Se questo sarà, è verosimile che la soluzione possa essere un sistema elettorale che obblighi i partiti, successivamente al voto, a coalizzarsi per formare un Governo.

E’ una scelta che comporta dei rischi, ovviamente, ma potrebbero essere inferiori rispetto a quelli che abbiamo corso.

Naturalmente, il prossimo Capo dello Stato rifletterà questi percorsi nonché le scelte conseguenti. Anzi, considerato che il mandato del Presidente Mattarella scadrà nel 2022, del nuovo assetto istituzionale che la maggioranza che sostiene il Governo Conte II dovrà dare all’Italia, ne sarà garante per almeno due elezioni politiche.

 

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