I nuovi diritti e le parole avverse

In  Senato deve essere calendarizzato il disegno di legge a prima firma ZAN, deputato PD, che è già stato approvato dalla Camera dei Deputati.

La proposta di legge estende la disciplina attualmente prevista dagli articoli 604-bis e 604-ter del Codice Penale, che puniscono l’istigazione a delinquere per motivi di discriminazione razziale etnica e religiosa, anche agli atti di discriminazione fondati sul sesso, sul genere, sull’orientamento sessuale, sull’identità di genere o sulla disabilità.

Le contrarietà sono molteplici.

Tralascio il “benaltrismo”, ovvero il fatto che “c’è sempre un’altra cosa che viene prima”, per concentrarmi sulle affermazioni che i contrari a questo sacrosanto diritto oppongono pur di impedirne addirittura la discussione.

Di seguito, ne evidenzio alcune alle quali cerco di rispondere sulla base di quanto finora stabilito da diverse fonti di diritto, a partire dalla Costituzione, per passare alla Convenzione di Istambul e alla numerosa giurisprudenza italiana.

Cos’è l’identità di genere?

Come specificato all’articolo 1 della proposta di legge, per identità di genere si intende l’identificazione percepita e manifestata di sé anche se non corrispondente al sesso, indipendentemente dall’aver concluso un percorso di transizione (il cambio del sesso).

La giurisprudenza italiana consolidata ha già chiarito che l’identità di genere (e il diritto alla sua autodeterminazione), non è un atto meramente volontaristico, ma, anzi, è strettamente legato ad un percorso medico effettuato, ancorché non concluso con l’intervento chirurgico finale.

Ergo: l’identità di genere non è dichiarabile da un giorno all’altro, ma deve essere provata.

L’identità di genere è un termine mai usato prima dal legislatore.

Non è vero.

Il termine identità di genere ricorre più volte nella legge sull’ordinamento giudiziario, in quella sullo status di rifugiato e in numerose sentenze dei tribunali di merito, della Cassazione e della Corte Costituzionale che ha riconosciuto ‘il diritto all’identità di genere, quale elemento costitutivo del diritto all’identità personale, rientrante a pieno titolo nell’ambito dei diritti fondamentali della persona”.

Con questa legge i transessuali sono uguali alle donne.

 Ovviamente, no.

Sesso e identità di genere sono due cose differenti. Il sesso è legato alla nascita o al sesso che si assume a seguito di rettificazione anagrafica che può avvenire solo a seguito di un intervento chirurgico, mentre l’identità di genere si assume nel tempo quando la propria identità sessuale non corrisponde al sesso biologico e si sta seguendo un percorso medico coerente.

La Legge Zan punisce le opinioni in merito.

Assolutamente no.

L’articolo 4 della proposta di legge chiarisce che sono fatte salve la libera espressione di convincimenti od opinioni nonché le condotte legittime riconducibili al pluralismo delle idee o alla libertà delle scelte, purché non idonee a determinare il concreto pericolo del compimento di atti discriminatori o violenti.

Dopo questa legge si insegna il famigerato “gender” a scuola.

 Non è vero.

L’articolo 7 della proposta di legge riconosce il giorno 17 maggio quale Giornata nazionale contro l’omofobia, al fine di promuovere nelle scuole la cultura del rispetto e dell’inclusione nonché al fine di contrastare i pregiudizi, le discriminazioni.

La conoscenza della proposta, delle norme in vigore e della giurisprudenza fa strame delle tante falsità che i contrari stanno diffondendo per fare presa subdolamente sull’opinione pubblica alla quale non si può imputare di non sapere.

Ma io sono convinto che neanche coloro – i politici delle destre – che ripetono certe affermazioni conoscono esattamente come stanno le cose. Lo fanno per ideologia.

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