I primi passi di Enrico Letta

Sono passati pochi giorni dall’elezione di Enrico Letta quale nuovo segretario del Partito Democratico, ma sono già ben chiari alcuni segnali di novità, di discontinuità e, soprattutto,  di ripresa delle attività ideali del partito.

La prima, che ha fatto molto riflettere, peraltro, è stata quella di correggere il posizionamento identitario del PD sulla parità di genere.

Con la forte richiesta di sostituire i due capigruppo di Camera e Senato con due Presidenti donne è apparsa netta l’affermazione che il PD ricerca convintamente l’equilibrio tra i generi nei ruoli apicali del Paese a testimonianza del ruolo e dell’impegno che prescinde dai sessi.

In questo modo ha senza dubbio corretto la sottovalutazione che c’era stata nella recente indicazione di soli maschi agli incarichi di membri del Governo Draghi. Un errore che era stato molto criticato anche dalle organizzazioni femminili statutariamente riconosciute nel partito.

Il secondo fatto, rilevante anch’esso, è la legittimazione di coloro che nel recente passato avevano sostenuto il segretario Matteo Renzi.

Un partito grande non può che essere plurale. A meno che non si è a destra, ove esistono partiti dei soli leader, noi abbiamo sempre avuto l’ambizione di unire i progressisti ed i riformismi in un unico contenitore, da L’Ulivo in poi. Con tutti i limiti del caso, il PD è quella cosa lì. Difficile immaginare che la compresenza di tante diversità possa essere tacitata senza una sintesi che le rappresenti tutte.

Io non sono stato “renziano”, ma sono convinto che coloro che lo erano e che non hanno seguito Renzi nel grave errore della scissione, non solo hanno scelto la coerenza verso il percorso che avevano avviato dalla nascita del PD, ma sono stati anche argine verso l’abbandono da parte di coloro che Renzi avrebbe potuto persuadere sulla bontà della sua scelta di andare via.

Questo doppio fatto politico è stato riconosciuto da Letta (che pure avrebbe potuto fare altro, visto come era stato trattato), che ha sepolto quella diffidenza in precedenza alimentata e che ha creato tante inutili differenze.

Chi pensa che il Pd non debba essere un partito plurale, vuole tornare al passato. Letta ha fatto uno scatto deciso in avanti.

La terza rilevante novità è il convinto coinvolgimento degli iscritti. Da tempo – almeno sette anni – la militanza non era più partecipata nelle scelte.

Con i 20 temi che Letta ha lanciato e la richiesta di dire la propria in merito, chiunque di noi parteciperà al rinnovamento che ci serve, in previsione del voto alle prossime politiche per impedire che le destre prendano l’Italia.

Infine, la chiarezza nelle alleanze. Siamo passati dal rapporto privilegiato con il M5S, che ha creato situazioni di subalternità, alla scelta di Enrico Letta di un PD perno del centrosinistra che dialoga con il M5S. Un’inversione non da poco, perché unire il centrosinistra è la condizione per poter essere forti nel dialogo con tutti coloro che vogliono collaborare con noi e, soprattutto, per aspirare ad essere noi i capofila del riformismo, con un candidato del PD alla Presidenza del Consiglio (altro che Conte “leader dei progressisti”).

I primi passi, quindi, vanno nella giusta direzione, ideale ed organizzativa, corrispondente ad un partito, grande, che aspira a governare il Paese.

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