Il congresso necessario non è quello proposto.

Il segretario Zingaretti ha avviato il congresso straordinario, sui temi e non sui nomi. Ergo, un congresso a tesi.

Non sono d’accordo, perché sono convinto che serva un congresso vero che metta in discussione molto di più.

Per affrontare compiutamente la riflessione che intendo porre sul (immediato) futuro del Partito Democratico, occorre fare una breve digressione, partendo dal 2014.

Le riforme mancate

Ovviamente, per motivi di sintesi, alcuni passaggi saranno necessariamente abbreviati e non del tutto approfonditi. Lo scopo è più che altro quello di ricordare i contesti storici più che analizzarli nei dettagli.

Prima di quell’anno, da l’Ulivo e passando dalla nascita del PD, il contesto politico era caratterizzato da un sistema di confronto elettorale di tipo maggioritario (Mattarellum e Porcellum) che stimolava l’idealità della vocazione maggioritaria in un quadro bipolare della competizione elettorale.

Dal 2014 l’evoluzione di quel pensiero ha condotto ad una proposta di riforma costituzionale, abbinata da una legge elettorale fortemente maggioritaria (Italicum), che completava la transizione post prima Repubblica.

La sconfitta referendaria – e, quindi, di tutte le prospettive strategiche fin lì perseguite dal Partito Democratico, nato per conseguire quegli obiettivi e conferire alla democrazia italiana la stabilità più elevata possibile – nonché l’avanzata del Movimento 5Stelle nel voto del 2018, hanno determinato un quadro diverso, nel quale il confronto è diventato di natura tripolare e la sfida- di governo e strategica – è stata spostata su altri obiettivi.

Questo il primo dato da considerare con attenzione, il mutamento delle condizioni generali del confronto.

Il Governo

Dal 2018 si è, inoltre sviluppato, in una cornice di forte incertezza politica e istituzionale, una compagine di governo che ha posto al centro la rimozione di alcuni cardini, quali, tra gli altri, addirittura la collocazione strategica dell’Italia ed ha favorito il pericoloso virus del nazionalismo e del sovranismo, antitetici al pilastro repubblicano della solidarietà sul quale si è costruito il Paese.

Da ricordare ancora, le condizioni del Partito Democratico in quei mesi, con un segretario dimissionario, con l’incertezza sulle cose da fare e con il forte disorientamento dell’elettorato di riferimento, già in parte rivoltosi verso altri partiti nel mese di marzo.

Alla luce di quelle condizioni, a fronte di quanto era accaduto e stava accadendo, sin dall’autunno del 2018 avevo accennato in qualche occasione che ritenevo opportuna una rivisitazione di fondo della mission del PD perché di fatto erano mutati – alcuni scomparsi – i riferimenti e gli obiettivi fino al quel momento perseguiti. Ero persuaso sull’opportunità di rifondare il Partito attraverso un congresso vero, funzionale alla ridefinizione complessiva del progetto strategico.

Agli inizi del 2019 si è svolto il congresso ed anche in quella occasione ho ritenuto la proposta Zingaretti non sufficiente in quello scenario descritto, in quanto il progetto non avrebbe affrontato i nodi presenti nella società, ma solo quelli interni all’organizzazione.

Quel congresso, inoltre, era sostanzialmente basato sul ruolo dell’opposizione al Governo e venne affrontato in un contesto interno in cui, in ragione del fatto che comunque si misuravano le diverse sensibilità presenti, riformiste e meno riformiste, era possibile far credere che in ogni caso il Partito fosse vissuto dalle pluralità ideali che ci hanno motivato nel tempo.

Quello che è successo dopo è conosciuto e codificabile: siamo al Governo e c’è stata una scissione, due elementi rispetto ai quali avevo nuovamente accennato all’opportunità di un ripensamento della natura del PD, unendomi a coloro che chiedevano lo svolgimento di un nuovo congresso, anche se a pochi mesi da quello già svolto.

D’altronde, la nascita di un nuovo Governo (come quello Lega/M5S, d’altronde) aveva chiuso il cerchio, sancendo definitivamente la crisi del sistema bipolare (e delle nostre prospettive di sistema). Vieppiù. Anche nel caso che il Governo facesse bene, pensare che si possa semplificare il quadro partitico restituendo al sistema un rinnovato assetto bipolare è un’utopia.

Inoltre, con la scissione è vivo il rischio che si radichi la convinzione che il riformismo non sia di casa nel Pd e che il nostro partito sia oggettivamente spostato più a sinistra e, pertanto, non del tutto in grado di produrre politiche di riforma del sistema in senso moderno.

Il rapporto con M5S

Per le medesime convinzioni, maturate su questi dati di fatto, ho ritenuto allora e lo ripeto adesso, che non penso sia assolutamente possibile l’alleanza con il M5S un’occasione strategica. Noi ed il M5s siamo forze alternative. L’alleanza finirà quando finirà questa fase emergenziale. Quel giorno torneremo a confrontarci ed è stato un errore far credere che quella prospettiva fosse possibile mentre crollava il sistema maggioritario bipolare e cresceva il sentiment verso un sistema elettorale proporzionale.

Ad avvalorare (e a conferma di) questi timori, infine, ha contribuito il fenomeno sociale delle “sardine”. Una moltitudine di donne e uomini della nostra area politica e culturale che manifesta in piazza, sì contro il sovranismo leghista ed i pericoli che questo comporta, ma che – per il fatto stesso che manifestano – chiede ai propri partiti maggiore vitalità quasi avvertendone gli affanni e comunque segnalando palesemente che il modello Partito che abbiamo scelto al congresso non corrisponde ai diffusi desiderata dell’elettorato di riferimento nella condizione politica attuale.

Mi permetto di aggiungere, inoltre, che ragionevolmente temo che anche la leadership non venga avvertita essere corrispondente alla sfida che altri rappresentanti interpretano in un quadro politico in cui la personalizzazione della politica ha giocoforza preso piede.

In poche parole, il nostro popolo che chiede un’alternativa radicale alla destra, a Salvini e al sovranismo, chiede anche a noi di fare di più e meglio.

Un congresso diverso

Coerentemente con quanto è mia convinzione da tempo, credo sia necessaria un’operazione ambiziosa: per rappresentare i nuovi bisogni e per affrontare le nuove sfide  il campo progressista, a partire dal nostro Partito, deve rifondarsi creando le medesime condizioni a suo tempo determinate per il soggetto riformista che abbiamo conosciuto sotto la spinta di Romano Prodi funzionale al contesto politico che si determinerà per i prossimi anni.

Occorre navigare in un contesto politico, sociale ed istituzionale nuovo e diverso, animato da una legge elettorale proporzionale che favorisce la definizione delle proposte identitarie in un quadro evoluto. Non possono valere le ricette di ieri.

Per questo, penso che il congresso basato sulle tesi non sia quello che serve per davvero e spero che il Pd mantenga la direttrice riformista e plurale che lo contraddistingue.

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