Il Partito che vogliamo

Dic 07 2015
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Il Partito sta rinnovando se stesso attraverso la riforma del proprio Statuto. Ne abbiamo bisogno. C’è un’aspettativa molto forte nei confronti di un Partito vivo, che discute. Un’aspettativa non ricambiata, anzi spesso tradita dallo stato di abbandono in cui versano, tra una campagna elettorale e l’altra, i Circoli. Siamo di fronte ad un bivio:  essere un partito del leader e degli eletti, organizzato per filiere elettoralistiche e personali; oppure tentare la sfida di un soggetto che viva di partecipazione, capace di mobilitare ed aggregare energie in cerca di protagonismo.

Scelgo la seconda, perchè credo nel lavoro di radicamento sociale e territoriale, quotidiano, faticoso, ma l’unico in grado di comprendere i bisogni del territorio e scelgo l’esigenza di dare più potere agli iscritti e valore all’albo degli elettori.

Il partito meramente elettorale produce conservazione ed esclusione.

Basta guardare a casa nostra, a Verona. La segreteria provinciale assembla malamente una forte eterogeneità, che produce logoramento ed impedisce e scoraggia aperture e coinvolgimento di forze nuove. Questo ci rende incapaci di relazioni indispensabili alla strutturazione di un retroterra sociale che per il Pd è, invece, vitale.

E’ urgente rimettere in moto la comunità del Pd, innanzitutto nei suoi organismi costitutivi e vitali: i circoli.

Ridare ai circoli funzione e missione può evitare che il Pd sia la succursale dei suoi amministratori locali. Senza questo ossigeno, non riusciremo ad aggredire il sintomo maggiore del nostro malessere: il vuoto di classe dirigente. Per evitare che le primarie sostituiscano il partito e la progettualità politica venga rimpiazzata dalla competizione tra leader, serve una riforma che “costruisca” un partito diverso dalla struttura attuale.

Il nuovo Statuto può darci una mano.

 

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