Il valore della vita e della scelta di rinunciarvi

Ott 05 2019
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Non è punibile ai sensi dell’art. 580 c.p., a determinate condizioni, chi agevola l’esecuzione del proposito di suicidio, autonomamente e liberamente formatosi, di un paziente tenuto in vita da trattamenti di sostegno vitale e affetto da una patologia irreversibile, fonte di sofferenze fisiche e psicologiche che egli reputa intollerabili ma pienamente capace di prendere decisioni libere e consapevoli.

 E’ questa la decisione della Corte Costituzionale sulla questione di costituzionalità dell’art. 580 del Codice Penale (“Istigazione o aiuto al suicidio” – punisce con la reclusione da cinque a dodici anni “chiunque determina altri al suicidio o rafforza l’altrui proposito di suicidio, ovvero ne agevola in qualsiasi modo l’esecuzione, … se il suicidio avviene), sollevata dalla Corte di assise di Milano.

In attesa di un indispensabile intervento del Parlamento, la Corte ha subordinato la non punibilità al rispetto delle modalità previste dalla normativa sul consenso informato, sulle cure palliative e sulla sedazione profonda continua e alla verifica sia delle condizioni richieste che delle modalità di esecuzione da parte di una struttura pubblica del SSN, sentito il parere del comitato etico territorialmente competente.

L’origine della decisione è la vicenda relativa al suicidio assistito di DJ Fabo (Fabiano Antoniani), rimasto tetraplegico e non vedente in seguito a incidente stradale. Per quel suicidio è imputato Marco Cappato per aver rafforzato il proposito dell’interessato, sia prospettandogli la possibilità di ottenere assistenza al suicidio presso un’associazione in Svizzera, sia attivandosi per mettere in contatto i suoi familiari con l’associazione stessa e fornendo loro materiale informativo.

Già nel 2018 la Corte Costituzionale aveva dato mandato al Parlamento di modificare l’attuale quadro normativo, ma nulla è avvenuto.

Cosa ne penso, senza nascondermi dietro la decisione della Corte Costituzionale.

Sono per il diritto alla vita e sono convinto che va posta in essere ogni azione per preservare l’integrità fisica e psicologica della persona. E’ su questo diritto fondamentale che si costruiscono le comunità e le relazioni interpersonali.

Il diritto alla morte

Non credo che possa esistere, in uno Stato di diritto, il diritto alla morte in virtù del quale ciascuno possa vantare una pretesa di questa natura, come non credo che il diritto all’autodeterminazione delle persone – diritto da difendere – possa contenere in sé anche quello di poter determinare la morte, né propria (il suicidio) né altrui (aiutando il suicida).

Condivido, pertanto, la ratio dell’articolo 580 del Codice Penale che punisce chiunque favorisca o istighi al suicidio, ovunque esso si trovi.

Detto questo, cosa occorre fare se “il paziente è tenuto in vita da trattamenti di sostegno vitale e affetto da una patologia irreversibile, fonte di sofferenze fisiche e psicologiche che egli reputa intollerabili”?

Di fronte a queste specifiche condizioni, come si declina il diritto alla vita? E’ solo la vita sana e buona quella tutelata o lo è anche quella aggredita e quasi sopraffatta da malattie o altre cause oggettive?

Ovviamente, parliamo di condizioni che la scienza giudica irreversibili.

Sono persuaso del fatto che in questo contesto abbiano fortemente inciso alcuni consolidati parametri ideali e culturali legati alla nostra legittima pretesa di vivere bene e al meglio delle possibilità fisiche, canoni sui quali impostiamo il nostro agire.

La società in cui viviamo – con tutte le difficoltà che ci pone davanti – ha ulteriormente rafforzato queste ambizioni (se non stai bene, sei fuori) che, di fatto, sono diventati cardini imprescindibili del nostro vivere.

Da questo punto di vista il dolore e la sofferenza sono un fastidio insopportabile.

Se diamo ragione a questi assiomi, per paradosso, rischiamo di trasformarli in pericolosi incipit culturale che implicitamente possono indurre i soggetti irreversibilmente malati a ritenere di porre fine alla propria esistenza come scelta di dignità. Quasi un diritto, appunto il diritto alla morte.

La vita va tutelata, certamente vanno respinte le tentazioni peggiori e anche quella di assecondare una possibile volontà di morte, ma il soggetto centrale della vicenda è chi decide enon chi aiuta a fare qualcosa.

E’ sulla persona malata che occorre puntare ogni sforzo affinché non cada in un vuoto dal quale può ritenere di uscirne solo attraverso la morte.

E’ facile parlare, lo capisco, ma penso che occorra ragionare su tutte le possibilità di azione nei casi in cui la scienza non può più nulla affinché la qualità e la dignità di quella vita possa comunque trovare spazi.

Siamo sicuri che oggi le strutture esistenti e le competenze degli operatori (aggiungerei anche le disponibilità familiari) siano corrispondenti ai bisogni nei casi specifici?

In casi del genere, ogni tentativo deve essere portato avanti, sostegno medico e psicologico, affetto e accompagnamento, cure palliative e del dolore e chi più ne ha più ne metta, perché occorre fare di tutto per evitare l’assoggettamento della vita al volere umano, ma, alla fine, se a fronte di tutto quanto può e deve essere fatto, l’interessato coscientemente assume quella decisione, faccio fatica a dire che “non possumus”.

In sostanza, una volta affrontata e superata la pretesa di “abbandonare”, che ha a che fare con una certa visione utilitaristica della vita e solo dopo una moltitudine di azioni utili a scongiurare/dissuadere dall’intento, di fronte alla scelta di morire consapevole e cosciente, credo che sia difficile dire di no e la legge deve tutelare i percorsi possibili.

Resta fermo, ovviamente, garantire l’obiezione di coscienza del personale medico che potrebbe essere investito del delicatissimo compito.

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