Scuola pubblica e scuola paritaria. IMU e dintorni.

Il caso:

la Corte di Cassazione ha stabilito che due immobili adibiti a scuole paritarie, gestite da due congregazioni religiose, devono pagare l’IMU perché esercitano attività di tipo commerciale in quanto gli utenti pagano le rette per parteciparvi.


Le norme:

  • l’articolo 33 della Costituzione stabilisce che Enti e privati hanno il diritto di istituire scuole ed istituti di educazione ma senza oneri a carico dello Stato;
  • la Riforma della scuola a firma Luigi Berlinguer, anno 2000, stabilisce l’esistenza di un sistema nazionale pubblico, statale e non statale, e un sistema integrato dell’istruzione che lo Stato si impegna, con differenti modalità, a far sviluppare;
  • nel 2012, il Governo Monti rende l’interpretazione autentica della norma fiscale, ovvero che l’imposizione sugli immobili è da applicare anche agli istituti religiosi solo in presenza di finalità commerciali;
  • con un Decreto, nel 2014 il Ministro dell’Economia stabilisce la soglia del corrispettivo medio, ovvero la media degli importi annui che vengono corrisposti alla scuola dalle famiglie: se il corrispettivo medio è inferiore o uguale al costo medio per studente, ciò significa che l’attività didattica è svolta con modalità non commerciali e, quindi, non è assoggettabile a imposizione.

I numeri:

  • le scuole paritarie – non sempre gestite da Organizzazioni religiose o solo cattoliche – sono frequentate da circa un milione di ragazzi, ovvero dal 10% circa dell’intera popolazione scolastica;
  • vi lavorano circa 90mila persone tra insegnanti e altro;
  • la differenza con la scuola pubblica e’ che non ci sono vincoli concorsuali per l’assorbimento degli insegnanti che tra l’altro, in parte rilevante – si parla di circa 30mila – sono inseriti nelle graduatorie utili per il passaggio nella scuola pubblica stabilito dal pacchetto assunzioni della Riforma della scuola appena approvata;
  • il contributo pubblico che le scuole paritarie ricevono è di circa 500milioni l’anno, ovvero 500euro circa a studente;
  • alcune Regioni, il Veneto tra le prime – 117mila ragazzi veneti frequentano le paritarie- garantiscono ulteriori contributi alle famiglie sotto forma di buono scuola. Lo stesso fa ogni anno il Comune di Verona e qualche altro Comune veronese;
  • secondo dati OCSE, lo Stato spende circa 7.000 euro per ciascuno studente della scuola pubblica.

È verosimile affermare che se la scuola pubblica dovesse assorbire il milione di ragazzi che frequentano le scuole paritarie, solo per gli studenti servirebbero almeno 7 miliardi di euro, esclusi gli immobili da reperire.
Altrettanto verosimile, quindi, l’affermazione che lo Stato risparmia 6,5 miliardi all’anno, esclusi gli immobili (i Comuni dovrebbero trovare da subito immobili per le tantissime scuole dell’infanzia che rappresentano la maggior parte delle paritarie). Oltre al fatto che resterebbero senza lavoro migliaia di addetti.

Domande:

  1. il contributo pubblico può essere definito “un onere per lo Stato” in senso stretto inteso?
  2. Le scuole paritarie – peraltro autorizzate dallo Stato – svolgono un servizio differente da quello privatistico, considerate le finalità dell’istruzione?
  3. Le rette sono il corrispettivo per la prestazione o la compartecipazione, così come avviene per gli esami di tipo sanitario?
  4. La decisione della Cassazione inficia la libertà di educazione?


Considerazioni:

Penso che le scuole paritarie, tutte, svolgano un servizio di pubblica utilità che non può essere valutato solo per la retta, ma per la valenza che ha per lo Stato la formazione, l’aspetto sociale e il no-profit.

La Costituzione stabilisce che l’istruzione – la cui libertà non è stata messa in discussione da nessuno, nemmeno dalla Cassazione – è obbligatoria e gratuita e quindi, se all’obbligatorietà possono concorrere tutti, alla gratuità si potrebbe applicare lo stesso principio delle cure sanitarie, anch’esse gratuite, prestate con la compartecipazione da parte dei pazienti in base al reddito.

Capisco il confronto, anche aspro, e sono sicuro che si risolverebbe se la scuola pubblica funzionasse meglio e avesse anche più fondi a disposizione. Cosa che auspico fortemente. Ma le lacune dello Stato non possono deprimere un servizio offerto da altri. Un esempio? La Caritas dà assistenza a tante famiglie che lo Stato non riesce ad integrare. È un servizio privato o di pubblica utilità?

Sono per il principio della sussidiarietà, ovvero per tutte quelle forme che integrano i servizi che lo Stato dovrebbe offrire. La mutualità e la solidarietà reciproca sono sempre stati tra i nostri valori. Devono pagare i giovani il prezzo della carenza di un servizio statale?

Nel contempo, è chiaro che ogni altra forma non statale che tratta i diritti delle persone deve essere assoggettata alla programmazione e al controllo pubblico dei criteri di qualità. Mi spiego: i controlli del numero degli studenti, dell’offerta formativa, della qualità degli insegnanti sono doverosi. Per tutti.

Chiusure degli uffici postali

Il contratto di programma tra Poste italiane spa e il Ministero dello Sviluppo economico 2009-2011, vigente a seguito di successive proroghe fino all’entrata in vigore del nuovo contratto di programma 2015-2019, prevede che la società Poste italiane trasmetta entro l’inizio di ogni anno all’Autorità per le garanzie nelle comunicazioni, un elenco degli uffici postali e delle strutture di recapito che non garantiscono condizioni di equilibrio economico e il relativo piano di intervento.

Si prevede un obbligo di informazione agli enti locali interessati e al Ministero che può promuovere prima dell’attuazione degli interventi previsti un confronto tra enti locali e società.
Il decreto ministeriale 7 ottobre 2008 contiene alcuni vincoli relativi alla sussistenza di un adeguato numero di punti di accesso per il servizio universale. Per punti di accesso al servizio universale si intendono: 1) gli uffici postali. 2) le cassette postali.

Con riferimento agli uffici postali Poste italiane è tenuta al rispetto dei seguenti parametri:

  • Un punto di accesso a max 3 km dal luogo di residenza per il 75% popolazione
  • Un punto di accesso a max 5 km luogo di resid. per il 92,5% popolazione
  • Un punto di accesso a max 6 km luogo di resid. per il 97,5% popolazione
  • Almeno 1 ufficio postale per il 96% comuni

A novembre 2013 la situazione era la seguente:

  • Un punto di accesso a max 3 km dal luogo di residenza per il 92,7% popolazione (+17,97% rispetto ai vincoli)
  • Un punto di accesso a max 5 km luogo di resid. per il 97,8% popolazione (+5,34% rispetto ai vincoli)
  • Un punto di accesso a max 6 km luogo di resid. per il 98,6% popolazione (+ 1,19% rispetto ai vincoli)
  • Almeno 1 ufficio postale per il 97,4% comuni (+1,4% rispetto ai vincoli)

Quindi, vi sono ampi margini per ulteriori chiusure rientrando nei vincoli previsti per l’erogazione del servizio universale. Inoltre, nei comuni nei quali vi è un solo ufficio postale è vietata le soppressione dello stesso. Tuttavia ciò non significa che in ogni comune debba necessariamente esservi un ufficio postale. Infatti secondo i parametri indicati, essendovi in Italia, ad oggi 8047 comuni, Poste italiane deve dimostrare di avere un ufficio postale in almeno 7726 comuni. I comuni privi di uffici postali sono, ad aprile 2014, 288.
Il numero minimo di uffici postali necessari ad assicurare il rispetto dei vigenti criteri di distribuzione è pari a circa 11.800 uffici, per cui, mantenendo inalterato il regime normativo attuale, il numero di uffici postali che Poste Italiane potrebbe decidere di chiudere è pari a poco più di 1.100 uffici (il numero degli uffici postali ad aprile 2014, senza considerare gli uffici chiusi solo temporaneamente, è passato da 13.016 a 12.924).

Il 5 agosto 2015, la Commissione trasporti della Camera dei deputati si è pronunciata sullo Schema di Contratto di programma 2015-2019 tra Poste italiane e il Ministero dello sviluppo economico. Nel parere sono state formulate le seguenti osservazioni:

  • assicurare che gli obiettivi di contenimento degli oneri siano perseguiti in modo da garantire comunque il servizio postale universale e, di conseguenza, un’adeguata presenza della rete postale sul territorio, in particolare nelle zone disagiate e a scarsa densità abitativa, anche a fronte di volumi di traffico bassi;
  • prevedere, con riferimento alle clausole richiamate, piuttosto che l’obbligo per Poste di adeguata informazione, l’obbligo di un preventivo e effettivo confronto con i rappresentanti degli enti territoriali interessati;
  • nel caso in cui all’esito di tale confronto non si pervenga a decisioni condivise, si preveda che Poste italiane sia tenuta a non procedere all’attuazione delle misure prospettate per un periodo non inferiore a tre mesi, nel quale dovranno essere individuate soluzioni idonee a garantire comunque l’adeguatezza del servizio;
  • qualora Poste italiane intenda porre in atto misure di razionalizzazione, rimodulazione e riduzione del servizio si individuino in modo puntuale gli interventi che, anche avvalendosi delle possibilità offerte dalle tecnologie informatiche, come è il caso del «postino telematico», Poste italiane è tenuta ad attuare per garantire in ogni caso livelli adeguati di servizio, prevedendo che tali interventi siano preventivamente oggetto di confronto con gli enti locali, laddove si prospetta una valutazione con le Autorità locali di «una eventuale presenza più efficace rispetto all’evoluzione della domanda di servizi nelle singole aree territoriali».

Il fenomeno immigratorio

ci coinvolge: lo affrontiamo, anche con severità o lo subiamo solo per fare propaganda?  

L’afflusso eccezionale dei profughi deve essere gestito con trasparenza e in sicurezza. Io la penso così:

  1. sarebbe utile evitare concentrazioni elevate in un posto solo. Un elevato numero di profughi in un solo contesto potrebbe alimentare più problemi di quanto se ne vogliano risolvere;
  2. affinché non vi siano fattori di preoccupazione per nessuno, in primis per gli abitanti della zona circostante a quella ove sono destinati i profughi, i residenti siano costantemente informati e coinvolti in modo da favorire la consapevolezza sul tema e, soprattutto, per confutare voci di fatti che potrebbero creare inutili allarmismi. Quei residenti hanno diritto di sapere;
  3. siano offerte ai Comuni che si rendono disponibili ad ospitarne tutte le garanzie possibili, le informazioni e i controlli necessari in modo da favorire la distribuzione sul territorio ed evitare concentrazioni in un sol posto;
  4. i profughi che non si comportano bene siano immediatamente allontanati;
  5. la stragrande maggioranza dei profughi risiede temporaneamente in Italia e poi riparte per il nord Europa. Siano favorite e accelerate tutte le procedure amministrative per consentire loro di partire presto per la destinazione desiderata.

Altre idee?

Nessuna tortura resterà impunita

Torturatori in carcere. 

Sono pesanti le pene contro chi tortura. il nuovo reato introdotto nel codice penale punisce infatti con la reclusione da 4 a 10 anni chiunque, con violenza o minaccia o violando i propri obblighi di protezione cura o assistenza, intenzionalmente cagiona a una persona a lui affidata o sottoposta alla sua autorità sofferenze fisiche o psichiche al fine di ottenere dichiarazioni o informazioni o infliggere una punizione o vincere una resistenza o ancora in ragione dell’appartenenza etnica, dell’orientamento sessuale o delle opinioni politiche o religiose. La sofferenza dovrà però essere acuta e comunque ulteriore rispetto a quella che deriva dalla semplice detenzione o altre legittime misure limitative dei diritti. specifiche aggravanti, peraltro, scattano in caso di lesioni o morte.

Aggravante per agenti. 

Se a torturare è un pubblico ufficiale o un incaricato di pubblico servizio, con abuso dei poteri o in violazione dei suoi doveri, la pena è aggravata da 5 a 15 anni.

Istigazione alla tortura. 

E’ istigazione specifica che vale solo per pubblici ufficiali e incaricati di pubblico servizio. il nuovo reato prevede il carcere fino a 6 anni se l’istigazione non è accolta o comunque non c’è stata tortura.

Prescrizione lunga.

I termini di prescrizione raddoppiano, dunque il reato di tortura se prima non interviene il processo si estinguerà in 20 anni.

Stop espulsioni.

Divieto assoluto di espulsione o respingimento verso paesi che praticano la tortura o dove la violazione dei diritti umani sia grave e sistematica.

Dichiarazioni estorte nulle.

Qualsiasi dichiarazione o informazione estorta sotto tortura non è utilizzabile in un processo. valgono però come prova contro gli imputati di tortura.

Niente immunità. 

I cittadini stranieri imputati o condannati per tortura in altro stato o da un tribunale internazionale non possono godere di immunità dalla giurisdizione. se richiesto, saranno estradati.