Perché perdiamo così sonoramente?

Le elezioni regionali, nel loro complesso, hanno nuovamente confermato che il Partito Democratico è indispensabile per qualsiasi formazione alternativa alla destra e che i risultati positivi sono frutto di un progetto politico riconoscibile, oltre alle definite caratteristiche della leadership.

E’ stato, altresì, confermato, dopo l’Umbria stavolta in Liguria, che affidarsi solo alle alchimie politiche delle alleanze, non è un progetto alternativo.

Ma il risultato del Veneto, drammatico nelle proporzioni, è molto altro. E’ il “reato spia” di un percorso (del PD Veneto) che ha negato non solo la proposta politica offerta agli elettori, ma spesso financo i valori di riferimento, nei fatti subordinandoli al pensiero dominante imposto dall’agenda politica di Zaia rispetto al quale non c’è stata alcuna visione diversa, come era normale che fosse considerati i cardini valoriali ai quali fa riferimento il leghista.

Un’assenza di progetto, di iniziativa politica e di leadership, la cui sommatoria è la crisi profonda di identità del nostro partito in questa Regione.

Non è vero che non può esistere un “altro pensiero” in un territorio in cui c’è opulenza, dinamismo imprenditoriale, diffuso benessere. Non è vero perché è proprio lo sviluppo deregolato propugnato dalla destra da oltre venti anni che ha determinato disuguaglianze, egoismi sociali, la quasi assente mobilità sociale, la ricercata prevalenza (costosa e diseguale) del sistema sanitario privato su quello pubblico e la scarsa coincidenza tra i livelli di studio raggiunti dai giovani e le corrispondenti occasioni di impiego, ragione per la quale ogni anno migliaia di ragazzi emigrano altrove.

La prolungata assenza di una “visione progettuale diversa” ha costretto il PD ad agire di rimessa e sempre a rimorchio dei temi dettati dagli avversari politici. Anche di quelli eminentemente propagandistici, come il falso referendum sull’autonomia del 2017. Quell’atto è uno spartiacque.

Aver accettato il campo di gioco imposto da Zaia, senza denunciarne l’assoluta falsità di quelle proposte e senza contrastarne l’indizione e il risultato – anzi, addirittura aderendovi – ha concretamente sdoganato un falso tema (basta vedere oggi di quale autonomia si sta parlando) che ha favorito il giudizio positivo dei veneti sull’azione di governo di Zaia (di cui, però, nessuno è in grado di indicare un fatto significativo). Un giudizio del tutto trasversale, visto che il 56% degli elettori del Pd lo ha condiviso, che certamente si è tradotto in sostegno elettorale alla lista nominativa del candidato Zaia e che ha determinato, tra gli altri, la drammatica conseguenza che sia Belluno che Rovigo non avranno rappresentanza in Consiglio regionale.

Un percorso di offuscamento identitario, quindi, che viene da lontano e che oggi, con il voto, si è solo concluso. Ma se ne aprirà un altro.

La prossima legislatura regionale, stante alle prime dichiarazioni, parte allo stesso modo: alimentare e sfruttare il risentimento veneto verso le politiche fiscali e centralistiche e le “ricadute” dell’autonomia che mai potrà essere come quella che il leghista Zaia chiede propagandisticamente.

Il progetto alternativo parte da qui, innanzitutto dalla non adesione (ideale) ai temi che Zaia vorrà imporre, per giungere alla piena e completa rappresentazione “dell’altro pensiero” e della proposta diversa passando dalla definizione di un convinto percorso di costruzione di una leadership credibile che sappia incarnare sin da subito l’alternativa.

Serve un radicale cambiamento di approccio per superare (debellare) la “visione a rimorchio” che ha contraddistinto il PD Veneto in questi anni, necessario per garantire la sopravvivenza della prospettiva di quella cultura politica e sociale che esiste in natura ed è originata dalle diverse opportunità che le scelte economiche e sociali della destra hanno generato e continueranno a generare.

Serve, inoltre, un radicale cambiamento della classe dirigente attraverso la promozione del dinamismo giovanile in modo da determinare le condizioni più favorevoli per il ricambio generazionale che, a questo stadio delle cose, è questione vitale a supporto della sopravvivenza della nostra appartenenza politica.

Tutto ciò è imprescindibile, anche per evitare (impedire) un altro dei problemi del PD Veneto che si manifesta puntualmente nel momento dell’individuazione del candidato presidente.

Perché voterò NO al referendum

Come tantissimi elettori del Partito Democratico, anche io voterò NO al referendum costituzionale.

È una scelta a difesa della dignità della politica e delle istituzioni. È arcinota la mia avversione al populismo demagogico che coinvolge le Istituzioni repubblicane, spesso con informazioni false. Lucrare il consenso sparando su tutto e tutti non fa bene al paese e mina la coesione sociale e la solidarietà nazionale di cui abbiamo bisogno.

Il referendum, però, mette in gioco anche altri principi.

Ridurre i parlamentari era anche una nostra proposta (e lo sarebbe ancora), ma nell’ambito del superamento del bicameralismo e nel quadro di una riforma del Paese che non ci sono state.

Con il taglio dei parlamentari le aree interne, le province più piccole e marginali rischiano di non avere più rappresentanti.

La riduzione, nell’attuale e persistente bicameralismo paritario, non velocizzerà il processo legislativo. La vigenza della Costituzione impostata sulle due Camere e quella dei Regolamenti di Camera e Senato non consentiranno la corrispondenza tra la riduzione e l’efficienza che serve.

Ancora più paradossale sarà la conseguenza relativa al rapporto diretto con i cittadini. Ampliare quel rapporto rende quasi impossibile per il parlamentare in carica di riuscire a mantenere le giuste relazioni con gli elettori. I Senatori e i Deputati del futuro li conosceremo sostanzialmente attraverso la televisione.

La riduzione, senza alcun contrappeso, acuirà le diseguaglianze sociali, perchè le fasce sociali deboli avranno meno rappresentanti.

La democrazia è fatta di rappresentanza che si alimenta se questa viene garantita e alimentata, non ridotta.

Per queste ragioni dirò NO.

Una scelta di giustizia sociale

Dal 1° settembre abbiamo eliminato il superticket sanitario in tutta Italia, ovvero la quota variabile che pagavamo sulle prestazioni mediche.

Abbiamo cancellato un doloroso balzello per le tasche degli italiani che accentuava le differenze regionali.

Come tutti sanno, per ogni ricetta medica, i cittadini, tranne gli esenti, pagano un  ticket che varia a seconda del valore della prestazione (quasi ovunque è pari a 36.15€, al massimo è di 45 euro) ed è diverso da regione a regione.

A questa quota si applicava il superticket sanitario, introdotto nel 2011, ovvero un’aggiunta di  10 euro (definito a livello forfettario).

Ogni regione poi ha avuto la facoltà di applicarlo in modo differente.

Eliminare il superticket sarà un vantaggio per tutti.

L’introduzione del superticket ha portato nel 2012 a un calo del 17,2% delle prestazioni erogate dal Sistema Sanitario Nazionale. Una parte di queste prestazioni è stata assorbita dal settore privato (che negli anni è diventato sempre più competitivo), ma una parte, purtroppo, corrisponde alla rinuncia dei cittadini.

Già nel 2018 avevamo stanziato un fondo pari a 60 miliardi che insieme agli sforzi delle singole regioni ha permesso via via di ridurre l’importo. Dal primo settembre, decisione assunta dal Governo, è stato eliminato completamente e per tutti, appianando così anche le forti disparità regionali.

Prima la salute.

I negazionisti del nulla

Anche in Italia, seppure in misura minore, sta prendendo piede il movimento dei negazionisti, persone che negano l’evidenza scientifica della presenza del Covid-19 e delle sue conseguenze.

Io penso che non siano normali, ma guardando i dati emerge che sono completamente fuori dalla realtà.

Lasciamoci alle spalle quanto è già avvenuto ed i tanti decessi che abbiamo visto e guardiamo a quanto sta avvenendo in questi giorni. Solo nell’ultima settimana c’è stato un ulteriore aumento di pazienti ricoverati (+30%) e in terapia intensiva (+62%).

Rispetto alla precedente, i nuovi casi sono stati più 2.477), i pazienti ospedalizzati con sintomi sono più 322 e quelli in terapia intensiva più 41. Salgono a 26.754 i casi attualmente positivi.

Davanti a questi numeri non possono più essere tollerati comportamenti irresponsabili, cattivi maestri, né correnti antiscientiste e manifestazioni di piazza che, sotto il falso scudo della libertà, mettono a repentaglio la salute della popolazione.

Purtroppo, continua l’ascesa di nuovi casi nonché l’incremento dei casi testati e, quindi, aumenta il rapporto positivi/casi testati.

Gli esperti dicono che si tratta di segnali che vanno nella direzione di una ripresa dell’epidemia nel nostro Paese, sia in termini epidemiologici che di manifestazioni cliniche, proprio alla vigilia del momento cruciale della riapertura delle scuole.

In base all’esperienza recentemente vissuta, l’impennata della curva dei contagi si riflette sull’aumento dei pazienti ospedalizzati. Non vi sono al momento segnali di sovraccarico degli ospedali, ma il trend in costante aumento insieme all’incremento dei contagi sono un brutto presagio.

Con questi numeri, ogni falso maestro che si fa scudo della libertà per mettere a repentaglio la salute degli altri va sanzionato duramente quando esprime in manifestazioni/assembramenti teorie assurde e contravviene alle regole che l’Italia si è data per impedire la diffusione dei contagi.

Non sono più tollerabili comportamenti simili.

Ma è vero che abbiamo troppi parlamentari?

Tra pochi giorni si voterà per il referendum costituzionale per approvare o meno la legge che riduce il numero dei parlamentari italiani.

Una delle ragioni che vengono addotte dai favorevoli è che l’Italia ha troppi parlamentari.

E’ davvero così?

Va detto subito che il confronto tra paesi europei mostra che al crescere della popolazione il numero dei parlamentari tende a crescere. La differenza, però è tra paesi caratterizzati da sostanziale bicameralismo e quelli senza.

I primi tendono ad avere più parlamentari e tra questi l’Italia appare in linea con i numeri degli altri paesi.

Ciò significa che restando il vincolo del bicameralismo paritario, il taglio dei parlamentari risulterà anomalo.

Quindi, è sbagliato il confronto per numero assoluto di parlamentari perché mette insieme paesi con sistemi diversi tra loro.

In Europa, l’Italia è il paese col più alto numero di parlamentari e dopo il taglio si collocherà al quinto posto dopo Francia, Germania, Regno Unito e Spagna.

Il confronto diretto sul numero dei parlamentari non è, però, utile perché va fatto tra paesi omogenei come sistema e, soprattutto con un rapporto tra parlamentari e popolazione di uno a 100.000 abitanti

Con questo confronto l’Italia ha circa 1,6 parlamentari ogni 100.000 abitanti, numero abbastanza contenuto se si pensa che in media nei paesi Europei ve ne sono circa 3,9. Ma non è che gli altri paesi ci superano nel confronto per caso. Infatti, va tenuto conto della dimensione del paese e del fatto vi sono dimensioni minime al di sotto delle quale non si può scendere per l’esercizio delle stesse funzioni.

Un altro tema di confronto è il bicameralismo paritario.

Oltre a noi altri 11 paesi hanno un sistema bicamerale: Austria, Belgio, Repubblica Ceca, Francia, Germania, Irlanda, Paesi Bassi, Polonia, Romania, Slovenia e Spagna. Tuttavia, solo in Francia, Polonia e Romania, le due camere hanno entrambe poteri rilevanti nella approvazione delle leggi: in Francia il senato, pur non votando la fiducia, ha sostanzialmente le medesime funzioni legislative della Camera bassa; in Romania il processo di formazione delle leggi prevede che, in caso di mancata approvazione da parte di una delle due camere, si avvii un processo di mediazione per giungere all’accordo; in Polonia il Senato  può emendare o rigettare le leggi approvate dalla Camera, anche se la Camera può, con maggioranza assoluta, non accettare gli emendamenti del Senato.

Facendo il confronto con questi paesi, emerge che l’Italia dovrebbe avere circa 830 parlamentari. Con il taglio proposto di 345 parlamentari il Parlamento italiano, con 600 membri, avrebbe un numero di parlamentari di 229 unità al di sotto di quello che sarebbe appropriato sulla base di questo confronto internazionale che tiene conto della sua natura bicamerale.

Se si passasse, invece, a un parlamento monocamerale, la riduzione proposta del numero dei parlamentari sarebbe in gran parte giustificata.

Autostrade per l’Italia, la soluzione c’è.

Il Governo ha approvato una proposta di soluzione per la vicenda concernente le concessioni autostradali attualmente gestite da Autostrada per l’Italia, in particolare a seguito del crollo del Ponte Morandi di Genova.

Nel corso del Consiglio dei Ministri del 14 luglio scorso ASPI ha fatto pervenire due proposte transattive, riguardanti, rispettivamente, un nuovo assetto societario e nuovi contenuti per la definizione transattiva della controversia.

In merito, il Consiglio dei ministri ha ritenuto di avviare l’iter previsto dalla legge per la formale definizione della transazione.

Nel dettaglio, la proposta prevede specifici punti qualificanti riguardo alla transazione e al futuro assetto societario del concessionario, ovvero:

  • misure compensative ad esclusivo carico di ASPI per il complessivo importo di 3,4 miliardi di euro;
  • riscrittura delle clausole della convenzione al fine di adeguarle all’articolo 35 del decreto-legge 30 dicembre 2019, n. 162 (decreto “Milleproroghe”), convertito con modificazioni dalla legge 28 febbraio 2020, n. 8;
  • rafforzamento del sistema dei controlli a carico del concessionario;
  • aumento delle sanzioni anche in caso di lievi violazioni da parte del concessionario;
  • rinuncia a tutti i giudizi promossi in relazione alle attività di ricostruzione del ponte Morandi, al sistema tariffario, compresi i giudizi promossi avverso le delibere dell’Autorità di regolazione dei trasporti (ART) e i ricorsi per contestare la legittimità dell’articolo 35 del decreto-legge 30 dicembre 2019, n. 162;
  • accettazione della disciplina tariffaria introdotta dall’ART con una significativa moderazione della dinamica tariffaria.

Inoltre, in vista della realizzazione di un rilevantissimo piano di manutenzione e investimenti, contenuto nella stessa proposta transattiva, Atlantia (proprietaria dell’88% di ASPI) e Autostrade per l’Italia si sono impegnate a garantire:

  • l’immediato passaggio del controllo di Aspi a un soggetto a partecipazione statale (Cassa depositi e prestiti – CDP), attraverso:
  1. a) la sottoscrizione di un aumento di capitale riservato da parte di CDP;
  2. b) l’acquisto di quote partecipative da parte di investitori istituzionali;
  • la cessione diretta di azioni Aspi a investitori istituzionali di gradimento di CDP, con l’impegno da parte di Atlantia a non destinare in alcun modo tali risorse alla distribuzione di dividendi;
  • la scissione proporzionale di Atlantia, con l’uscita di Aspi dal perimetro di Atlantia e la contestuale quotazione di Aspi in Borsa. Gli azionisti di Atlantia valuteranno la smobilizzazione delle quote di Aspi, con conseguente aumento del flottante. In alternativa, Atlantia ha offerto la disponibilità a cedere direttamente l’intera partecipazione in Aspi, pari all’88%, a Cdp e a investitori istituzionali di suo gradimento.

Adesso, deve essere definito con esattezza il valore di ASPI ed a questo proposito dovrà essere valutato il nuovo Piano economico finanziario che ASPI fornirà al Ministero dei trasporti.

Per il prossimo 27 luglio dovranno essere definiti i termini del Memorandum of understanding che costituirà l’avvio ufficiale dell’operazione. L’accordo dovrà essere condiviso da Cdp, Atlantia  Sintonia e dovrà tracciare il percorso dei prossimi mesi.

A conclusione dei previsti passaggi tecnici e formali nel mercato delle concessioni autostradali sarà presente un nuovo soggetto giuridico quotato in borsa, con una presenza pubblica pari a circa un terzo del capitale, partecipato da qualificati investitori finanziari e con un elevato flottante in grado di attrarre investimenti di lungo periodo.

Misure in materia di lavoro

Le misure a sostegno del lavoro contenute nel decreto Rilancio riguardano, principalmente, la proroga degli ammortizzatori sociali e delle indennità spettanti ad alcune categorie di lavoratori, introdotti a seguito della sospensione o riduzione dell’attività lavorativa in conseguenza dell’emergenza epidemiologica; l’incremento di specifiche misure a sostegno della genitorialità; la semplificazione del contratto a termine; l’estensione del divieto di licenziamento collettivo e individuale per giustificato motivo oggettivo; la promozione del lavoro agile.

Per quanto concerne gli ammortizzatori sociali, il Decreto dispone:

l’aumento della durata massima della cassa integrazione ordinaria e in deroga e dell’assegno ordinario (da nove) a diciotto settimane – di cui quattordici fruibili, ricorrendo determinate condizioni, per periodi decorrenti dal 23 febbraio al 31 agosto 2020 e quattro dal 1° settembre al 31 ottobre 2020 – estendendola anche ai lavoratori che risultano alle dipendenze dei datori di lavoro richiedenti la prestazione alla data del 25 marzo 2020;
il riconoscimento della cassa integrazione in favore degli operai agricoli;
ad eccezione di determinate fattispecie relative alle aziende multilocalizzate, l’attribuzione della concessione della CIG in deroga viene trasferita dalle regioni all’INPS;
la previsione, per i lavoratori dipendenti iscritti al Fondo Pensione Sportivi Professionisti con retribuzione annua lorda non superiore a 50.000 euro, di accedere alla CIG in deroga per un periodo massimo di nove settimane;
la proroga di due mesi della fruizione delle indennità di disoccupazione NASpI e DIS-COLL che terminano nel periodo compreso tra il 1° marzo 2020 e il 30 aprile 2020 (art. 92);
la proroga a tutto il 2020 della mobilità in deroga per i lavoratori che abbiano cessato il trattamento di integrazione salariale in deroga per il periodo 1° dicembre 2017 – 31 dicembre 2018 e che non hanno diritto alla fruizione della NASpI (art. 87);
la proroga per i mesi di aprile e maggio le indennità già riconosciute per il mese di marzo in favore di determinate categorie di lavoratori dal decreto cura Italia e ne introduce di nuove. Le suddette indennità sono riconosciute:
ai liberi professionisti titolari di partita IVA iscritti alla Gestione separata INPS e di titolari di rapporti di collaborazione coordinata e continuativa, iscritti alla medesima Gestione (600 euro per aprile e – se vi è una riduzione di almeno il 33% del reddito del secondo bimestre 2020 rispetto al reddito del secondo bimestre 2019 – 1.000 euro per maggio;
ai titolari di rapporti di collaborazione coordinata e continuativa, iscritti alla Gestione (600 euro per aprile e 1.000 per maggio);
ai lavoratori autonomi iscritti alle gestioni speciali dell’INPS (relative agli artigiani, agli esercenti attività commerciali ed ai coltivatori diretti, mezzadri, coloni e imprenditori agricoli professionali) (600 euro per aprile);
ai lavoratori dipendenti stagionali del settore turismo e degli stabilimenti termali, nonché ai lavoratori in somministrazione impiegati presso imprese utilizzatrici operanti nel settore del turismo e degli stabilimenti termali, che abbiano cessato involontariamente il rapporto di lavoro nel periodo compreso tra il 1° gennaio 2019 e il 17 marzo 2020 (600 euro per aprile e 1.000 per maggio);
agli operai agricoli a tempo determinato che nel 2019 hanno svolto almeno 50 giornate effettive di attività di lavoro agricolo (500 euro per aprile);
ai professionisti iscritti agli enti di diritto privato di previdenza obbligatoria (600 euro per ciascuno dei mesi di aprile e maggio);
ai lavoratori iscritti al Fondo pensione lavoratori dello spettacolo che abbiano almeno 30 contributi giornalieri versati nel 2019 da cui derivi un reddito non superiore a 50.000 euro, o almeno 7 contributi giornalieri versati nel 2019 da cui deriva un reddito non superiore ai 35.000 (600 euro per ciascuno dei mesi di aprile e maggio). Come disposto nel corso dell’esame in V Commissione, per i lavoratori intermittenti è corrisposta la sola indennità prevista dall’art. 84, co. 8, lett. b)) per tale categoria di lavoratori;
ai lavoratori dipendenti stagionali appartenenti a settori diversi da quelli del turismo e degli stabilimenti termali che hanno cessato involontariamente il rapporto di lavoro nel periodo compreso tra il 1° gennaio 2019 e il 31 gennaio 2020 e che abbiano svolto la prestazione lavorativa per almeno trenta giornate nel medesimo periodo (600 euro per ciascuno dei mesi di aprile e maggio);
ai lavoratori intermittenti che abbiano svolto la prestazione lavorativa per almeno trenta giornate nel periodo compreso tra il 1° gennaio 2019 e il 31 gennaio 2020 (600 euro per ciascuno dei mesi di aprile e maggio);
ai lavoratori autonomi, privi di partita IVA, iscritti alla Gestione separata al 23 febbraio 2020 (600 euro per ciascuno dei mesi di aprile e maggio);
agli incaricati alle vendite a domicilio, titolari di partita iva e iscritti alla Gestione separata al 23 febbraio 2020 (600 euro per ciascuno dei mesi di aprile e maggio);
ai lavoratori domestici che abbiano in essere, alla data del 23 febbraio 2020, uno o più contratti di lavoro per una durata complessiva superiore a 10 ore settimanali (500 euro per ciascuno dei mesi di aprile e maggio);
ai titolari di rapporti di collaborazione presso federazioni sportive nazionali, enti di promozione sportiva, società e associazioni sportive dilettantistiche, erogata dalla società Sport e salute S.p.A. (600 euro per ciascuno dei mesi di aprile e maggio);
ai lavoratori frontalieri residenti in Italia, a determinate condizioni e nel limite di spesa autorizzato di 6 mln di euro per il 2020 (art. 103-bis, introdotto nel corso dell’esame in V Commissione).

In merito ai congedi parentali e a quelli retribuiti per assistenza a familiari disabili:

viene aumentata (da 15) a 30 giorni la durata massima del congedo parentale introdotto in favore dei genitori lavoratori a causa della sospensione delle attività scolastiche, fruibile per figli fino a 12 anni e fino al 31 agosto 2020 (come disposto nel corso dell’esame in V Commissione, in luogo del 31 luglio 2020 attualmente previsto);
si prevede che del congedo non retribuito riconosciuto ai genitori dipendenti privati per la chiusura delle scuole si possa fruire in presenza di figli minori di 16 anni;
viene incremento da 600 a 1.200 euro l’importo massimo complessivo del voucherbabysitting riconosciuto in alternativa al suddetto congedo (per i dipendenti del settore sanitario l’aumento è da 1.000 a 2.000 euro), prevedendo che lo stesso voucher possa essere utilizzato anche per l’iscrizione ai centri estivi e ai servizi educativi all’infanzia;
si incrementa di ulteriori complessivi dodici giorni, usufruibili nei mesi di maggio e giugno 2020, il numero di giorni di permesso retribuito riconosciuto per l’assistenza di familiari disabili.

Alcune disposizioni disciplinano l’organizzazione del lavoro agile, in particolare:

per il settore privato, si dispone che, fino al 31 dicembre 2020, la suddetta modalità di svolgimento dell’attività lavorativa possa essere applicata dai datori di lavoro privati ad ogni rapporto di lavoro subordinato anche in assenza degli accordi individuali previsti dalla normativa vigente e si introduce un diritto allo svolgimento del lavoro in modalità agile in favore dei genitori di figli minori di anni 14, nonché, come precisato nel corso dell’esame in V commissione, dei lavoratori maggiormente esposti al rischio di contagio Covid-19;
per il settore pubblico, in seguito a modifiche introdotte nel corso dell’esame in V Commissione, si dispone che fino al 31 dicembre 2020, in deroga alla disposizione secondo cui la presenza del personale nella PA è limitata agli atti indifferibili e non altrimenti eseguibili, le pubbliche amministrazioni organizzano il lavoro dei propri dipendenti e l’erogazione dei servizi attraverso la flessibilità dell’orario di lavoro, applicando il lavoro agile al 50% del personale impiegato nelle attività che possono essere svolte in tale modalità.

La cefalea primaria cronica è malattia sociale

In Senato abbiamo approvato definitivamente il riconoscimento della cefalea primaria cronica come malattia sociale.
Ne soffrono in migliaia ed è, concretamente, una malattia invalidante.
Il riconoscimento avverrà per la cefalea primaria cronica accertata nel paziente da almeno un anno, mediante diagnosi effettuata da uno specialista del settore presso un centro accreditato per la diagnosi e la cura delle cefalee che ne attesti l’effetto invalidante, nelle seguenti forme:
a) emicrania cronica e ad alta frequenza;
b) cefalea cronica quotidiana con o senza uso eccessivo di farmaci analgesici;
c) cefalea a grappolo cronica;
d) emicrania parossistica cronica;
e) cefalea nevralgiforme unilaterale di breve durata con arrossamento oculare e lacrimazione; f) emicrania continua.

Adesso,  entro i prossimi sei mesi il Ministro della salute dovrà individuare progetti volti a sperimentare metodi innovativi di presa in carico delle persone affette da cefalea, nonché i criteri e le modalità per l’attuazione, da parte delle regioni, dei medesimi progetti.

La Legge alza l’attenzione su questo grave problema sanitario e sociale già seguito dal Sistema sanitario nazionale.

In concreto, rispetto alla normativa esistente che era datata al 1961, si da avvio all’individuazione e all’attuazione di progetti relativi alla sperimentazione di metodi innovativi di presa in carico dei soggetti interessati seguendo le migliori pratiche e sperimentazioni mediche esistenti nel mondo scientifico.

Accelerare e semplificare l’Italia

Il Governo ha approvato il Decreto cd. Semplificazioni.

Lo scopo è quello di accelerare quanto più possibile le procedure per la realizzazione delle opere pubbliche e riuscire ad investire i circa 120 miliardi di euro che sono stati impegnati nel tempo e ancora non sono stati spesi.

Il Decreto si occupa anche di velocizzare procedure burocratiche all’interno della Pubblica Amministrazione per rendere l’Italia più semplice e veloce nel risolvere le problematiche.

Uno sforzo titanico, di carattere culturale, ma necessario per affrontare la ripresa.

In questa slide la presentazione dei principi generali del provvedimento.

decreto semplificazioni-

L’incompletezza dei dati sulle opere pubbliche in corso

Spesso sentiamo parlare degli effetti benefici delle opere pubbliche in termini di ricchezza nazionale e della volontà diffusa di semplificare le norme per velocizzare gli appalti.

Ma è solo quello il tema da risolvere? Purtroppo, no.

I dati ufficiali sulle opere pubbliche in corso non consentono una chiara definizione di quanto si è stanziato e speso per queste opere pubbliche e di quanto resterebbe da spendere o da stanziare per portarle a termine.

In un momento in cui riavviare le opere pubbliche è di fondamentale importanza sarebbe utile se migliori informazioni fossero disponibili e pubblicate.

La cosa che mi ha colpito, comunque, è che i dati disponibili suggeriscono che sarebbe possibile imprimere un forte impulso all’economia nazionale anche soltanto completando le opere in corso.

Ogni anno il Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti (MIT) pubblica l’Anagrafe delle opere incompiute, incluso quelle di interesse nazionale. Da Essa risultano 32 opere di interesse nazionale incompiute nel 2018, oltre a 517 di interesse regionale. Queste informazioni, però, sono molto parziali. Basta considerare gli importi di spesa per queste opere: la spesa già sostenuta sarebbe di soli 1,2 miliardi nel 2018 per le opere pubbliche incompiute di interesse nazionale e di 1,6 miliardi per quelle regionali.

Il motivo di questa incompletezza è che il MIT considera incompiute solo le opere i cui lavori risultano interrotti per motivi specifici, quali l’assenza di collaudo, il mancato rispetto dei termini contrattuali o perché ci si è resi conto che i lavori non sono stati eseguiti a regola d’arte.

Di contro, l’ANCE (Associazione Nazionali Costruttori Edili) afferma invece che al 2018 le opere incompiute erano 574, per un totale già investito di 39 miliardi. Sempre secondo l’ANCE nel 2019 c’erano 749 opere incompiute per un totale investito di 62 miliardi.

C’è una terza fonte: il Ministero dell’Economia e delle Finanze, Questi mette a disposizione un sistema di monitoraggio delle opere pubbliche tramite la Banca dati delle Amministrazioni Pubbliche, da cui è possibile analizzare le opere pubbliche in corso. Questa banca dati è molto ampia ed è probabilmente la migliore a disposizione. Ciononostante, presenta diversi problemi:

  • i dati provengono da varie fonti ministeriali e istituzionali diverse e non sono quindi sempre raccolti con criteri omogenei, né con verifiche sistematiche;
  • non è individuabile chiaramente quali opere siano effettivamente in corso. Ad esempio, è possibile che alcune opere pubbliche mostrino un codice unico di progetto (CUP) attivo anche se si tratta di opere già completate;
  • non è possibile comprendere quali opere siano bloccate per problemi burocratici, in quale fase di completamento si trovino e se ci siano stati ritardi nei pagamenti. Infatti, per molte opere non sono presenti informazioni fondamentali come lo stato di avanzamento dell’opera, la data di inizio lavori, la data di conclusione prevista e così via. In effetti, le principali informazioni riguardano quanto è stato stanziato per le opere e quanto dovrebbe essere stanziato per il loro completamento, non la spesa effettivamente effettuata.

Sebbene i dati forniti dal MEF siano incompleti, il loro ordine di grandezza suggerisce che una spinta notevole all’economia potrebbe derivare dal completamento di queste opere.

Al primo gennaio 2020, le opere in corso erano 11.569, localizzate per il 32 per cento al Nord, per il 31 per cento sulle Isole, per il 28 per cento al Sud e per il 9 per cento al Centro . Chiaramente, il numero elevatissimo rispetto a quello considerato dalle altre banche dati suggerisce che la banca dati del MEF includa anche opere di piccola dimensione.

Il valore totale di queste opere è pari a 200,8 miliardi di euro, di cui 103,8 sono finanziamenti già stanziati. Le regioni per le quali è stato stanziato di più sono quelle del Nord (49 miliardi), seguite da quelle del Sud (25 miliardi), delle Isole (16,9 miliardi) e del Centro (12,9 miliardi).