I “riflessi” della didattica a distanza

In tempi di pandemia abbiamo conosciuto questo nuovo modo di frequentare la scuola, a distanza.

Questo sistema ha certamente difeso i ragazzi e le relative famiglie dai contagi, ma gli studi fatti a posteriori ci hanno consegnato un quadro allarmante.

Le cose subito note sono state le difficoltà di tante famiglie che non avevano i mezzi necessari per frequentare da casa, poi che in tante zone la connessione internet non era all’altezza, poi che il rendimento scolastico, come l’attenzione, calavano, sono cresciuti enormemente i casi di miopia, ma quanto emerso dalle indagini sulle reazioni psico-emotive è ben più grave.

In pratica, stress, nervosismo, irritabilità e depressione sono le reazioni psico-emotive rilevate nei ragazzi, oltre alla minore concentrazione e capacità di apprendimento, alla perdita motivazionale e alla maggiore affaticabilità.

Questi problemi dipenderebbero dalla noia, dalla solitudine, dall’abbandono di abitudini consolidate che avevano rappresentato parti integranti della vita quotidiana della scuola, quali l’incontro e lo scambio con i compagni.

Senza la socialità si sono acutizzati nei bambini e nei ragazzi il senso di solitudine, il nervosismo ed il clima ambientale è stato percepito come pesante se non addirittura, avverso.

Ovviamente, le ripercussioni sono state differenziate, certamente più rilevanti nelle famiglie più fragili.

Nel complesso, per il 38% dei ragazzi, la Dad è una esperienza negativa e faticosa anche per problemi di ordine logistico e tecnico: troppe ore da restare ‘connessi’ a internet e lezioni online. In pratica, non l’hanno avvertita come positiva e la avversano come modalità di istruzione, con i danni che questo comporta,

Si conferma, quindi, che la formazione scolastica non è solo un processo di crescita cognitiva ma anche emotiva, relazionale e comportamentale che per crescere bene devono essere inserite in un clima favorevole che, purtroppo, la pandemia ha duramente colpito.

La didattica a distanza, inoltre, soprattutto per i bimbi della scuola dell’infanzia e primaria, ha limitato l’apprendimento, ha abbassato la capacità di concentrazione ed ha diminuito la curiosità, invece fervida nelle fasce infantili.

Queste sono le ragioni principali per le quali, nonostante le proteste di tanti, abbiamo deciso di tenere aperte le scuole.

Garantendo la sicurezza di tutti dai contagi, il ritorno alla scuola in presenza è l’unico modo per impedire ai nostri figli di cadere in quel circuito pericoloso che potrebbe avere ripercussioni anche in futuro.

 

 

Come si elegge il Presidente della Repubblica

Convocazione

Le norme e le procedure per la convocazione del Parlamento in seduta comune per l’elezione del Presidente della Repubblica sono contenute negli articoli 85 e 86 della Costituzione e prevedono tre situazioni:

  1. convocazione alla scadenza del settennato;
  2. convocazione a Camere sciolte;
  3. convocazione in caso di dimissioni, impedimento permanente o morte del Presidente della Repubblica.
  1. a) Convocazione alla scadenza del settennato. La convocazione del Parlamento in seduta comune – è effettuata trenta giorni prima che si concluda il settennato (articolo 85, comma secondo, della Costituzione). La dottrina prevalente e la prassi costante computano l’inizio del settennato dal giorno del giuramento e non da quello dell’elezione.
  1. b) Convocazione a Camere sciolte. In caso di Camere sciolte non si applica il secondo comma dell’articolo 85, bensì il terzo, che recita: “se le Camere sono sciolte, o manca meno di tre mesi alla loro cessazione, la elezione ha luogo entro quindici giorni dalla riunione delle Camere nuove. Nel frattempo sono prorogati i poteri del Presidente in carica”.
  1. c) Convocazione in caso di dimissioni, impedimento permanente o morte del Presidente della Repubblica. In caso di dimissioni, si applica il secondo comma dell’articolo 86 il quale prevede che “in caso di impedimento permanente o di morte o di dimissioni del Presidente della Repubblica, il Presidente della Camera dei deputati indice l’elezione del nuovo Presidente della Repubblica entro 15 giorni ……..”

In questa situazione, il termine dei 15 giorni, decorre dalla data dell’atto di dimissioni, ed è stato sempre interpretato come quello entro il quale devono avere luogo l’effettiva riunione del Parlamento e l’inizio delle votazioni.

La convocazione in seduta comune delle due Camere è fissata per lunedì 24 gennaio 2022 alle ore 15 con il seguente ordine del giorno: “Elezione del Presidente della Repubblica”.

Primo adempimento per il Parlamento in seduta comune

Sulla base della consolidata prassi costituzionale, all’inizio della riunione del Parlamento in seduta comune, il Presidente si pronuncia, sulla validità delle elezioni dei delegati effettuate dai Consigli e dalle Assemblee regionali, dopo aver consultato gli Uffici di Presidenza di Camera e Senato. 

Composizione del seggio

Il Parlamento in seduta comune allargato ai delegati regionali risulta così composto: 629 deputati (la 630esima è Cecilia D’Elia che ha sostituito Roberto Gualtieri a seguito delle elezioni suppletive del 16 gennaio 2021), 321 senatori (315 eletti più 6 senatori a vita o di diritto), 58 delegati regionali (tre per ogni regione, due per la maggioranza e uno per l’opposizione, ad eccezione della Valle d’Aosta che ne ha solo uno) per un totale di 1008 grandi elettori (articolo 83, commi primo e secondo della Costituzione).

Quorum

L’elezione del Presidente della Repubblica ha luogo per scrutinio segreto a maggioranza di due terzi dell’assemblea. Nei primi tre scrutini è richiesta la maggioranza dei due terzi dei componenti l’Assemblea. Dal quarto scrutinio è sufficiente la maggioranza assoluta. (Articolo 83, comma terzo della Costituzione).

ll quorum dei due terzi è pari a 673 voti e la maggioranza assoluta a 505 voti. 

Sistema di votazione 

Conformemente alla prassi relativa alle votazioni per schede la chiama è effettuata secondo l’ordine alfabetico. Si procede prima alla chiama dei senatori, iniziando dai senatori a vita, quindi alla chiama dei deputati e infine, alla chiama dei delegati regionali. Possono essere ammesse variazioni, dell’ordine alfabetico previsto per la chiama, esclusivamente in casi di forza maggiore e formalizzate per il tramite dei Presidenti dei gruppi. La chiama avviene, come di consueto, con il supporto del sistema elettronico. Sul tabellone alla sinistra del Presidente compariranno progressivamente i nomi degli elettori in procinto di essere chiamati. Ciascun elettore, dopo essere stato chiamato, all’atto di accedere alla cabina riceve una scheda, nella quale può` indicare un solo nominativo. Le schede recanti più di un nome sono considerate nulle. La conferenza dei capigruppo della Camera ha previsto che l‘accesso all’Aula di Montecitorio verrà consentito solo se in possesso di Green pass “base” e avverrà dal lato sinistro dell’emiciclo con un massimo di 50 grandi elettori alla volta. Si voterà per fasce orarie, in ordine alfabetico, a partire da: senatori a vita, senatori, deputati e delegati regionali. (Nella seduta di lunedì 24 gennaio i senatori voteranno dalle ore 15 alle ore 16.40, i deputati dalle ore 16.41 fino alle ore 19.23 e i delegati regionali dalle ore 19.24). Le operazioni di voto e la fase di spoglio dureranno complessivamente 4 ore e mezza e durante lo scrutinio in aula non potranno esserci più di 200 persone mentre nelle tribune potranno accedere 106 parlamentari e delegati regionali senza contingentamento per gruppo. Saranno a disposizione quattro nuove cabine elettorali con l’urna per depositare la scheda di votazione dotate di un sistema di aerazione che garantirà sicurezza e riservatezza del voto. Lunedì 24 gennaio è prevista una assemblea congiunta del Consiglio di Presidenza del Senato con quello della Camera e le conferenze dei capigruppo sulle modalità per le votazioni. 

Cadenza delle votazioni

Per quanto riguarda la cadenza delle votazioni, manca una prassi certa. Nel corso delle varie sedute comuni (la seduta comune è considerata come un’unica seduta, anche se si sviluppa in più giorni) si sono svolti in alcune giornate un solo scrutinio, in altre perfino tre. Non esistono precedenti di interi giorni di interruzione tra una votazione e l’altra. La conferenza dei capigruppo della Camera ha previsto le modalità di voto in presenza con una sola votazione al giorno nel rispetto delle misure di sicurezza anti-Covid (sanificazione, aereazione).” 

Voti dispersi

Dalla seduta comune del 29 giugno/8 luglio 1978, presieduta dall’on Ingrao è invalsa la prassi di non considerare dispersi i voti attribuiti a persone estranee al mondo parlamentare e politico, ma conosciuti in modo tale da essere identificabili (cioè di cui si possa verificare l’esistenza dei requisiti necessari per essere eletti).

Per essere messe a verbale, le preferenze ai candidati devono essere almeno due. Chi riceve un solo voto viene conteggiato genericamente tra i voti dispersi. 

Giuramento e messaggio del Presidente della Repubblica

Nella seduta successiva alla sua elezione, il Presidente della Repubblica, a norma dell’articolo 91 della Costituzione presta il giuramento di essere fedele alla Repubblica e di osservarne lealmente la Costituzione e rivolge il suo messaggio al Parlamento.

Quirinale, i giochi sono iniziati (in malo modo)

E così, in modo molto prevedibile, il centrodestra ha proposto Silvio Berlusconi alla carica di Presidente della Repubblica.

Sinceramente, lo ritengo un passo falso, probabilmente l’ennesimo. Il centrodestra è forte nel Paese, ma le ultime candidature a sindaco per le grandi città hanno già evidenziato le debolezze di una coalizione ostaggio di un modello che guarda all’indietro e che si unisce solo di fronte a certi appuntamenti per dividersi le sedie da occupare.

Il risultato, quindi, è che ogni volta prevale il bilancino dei singoli partiti e non il quadro di interesse generale. Quella proposta è la riprova.

Non credo che servano tante parole per dire che la proposta è assolutamente inutile.

Berlusconi non ha le caratteristiche per ricoprire una carica di garanzia e di rappresentanza alta delle Istituzioni, in Italia e verso l’estero, che è possibile esercitare soltanto se l’interessato è al di sopra delle parti, gode di ampia simpatia e fiducia ed ha una dirittura morale ed una convinzione istituzionale profonde.

Ma tant’è, il centrodestra lo propone comunque sapendo che sarà difficile eleggerlo per il Quirinale ed esponendosi, così, all’implosione della proposta, della loro alleanza e – ma speriamo di no – anche a rendere difficile il percorso politico da fare adesso.

Quella proposta, inoltre, affossa il clima di unità nazionale per affrontare la pandemia e altro e fa prevalere un interesse di parte. Di fatto, è anche una sfiducia chiara verso Draghi che, ovviamente, dovrà lasciare un attimo dopo la possibile elezione di Berlusconi a Capo dello Stato perché, a quel punto, non resterebbe altro che il voto anticipato.

Altrettanto è stucchevole perché mai prima d’ora il candidato di bandiera di uno dei due schieramenti era stato il leader di uno dei due e questo lascia perplessi anche sulla capacità di condurre una fase così delicata della Repubblica.

Infine, quella proposta riflette un diritto di prelazione che il centrodestra assolutamente non ha, perché se è vero che noi non abbiamo la maggioranza, questa non ce l’hanno neanche loro.

Ed è proprio questa particolare condizione che dovrebbe motivare un percorso diverso, di condivisione su ipotesi di incontro che mai Berlusconi potrà favorire.

Quale?

E’ necessario individuare una figura di alto profilo istituzionale, che rappresenti indiscutibilmente i valori dell’unità della Nazione, e quindi non di parte.

Occorre giungere rapidamente a una scelta condivisa dall’arco di forze parlamentari più ampio possibile, a partire da quelle dell’attuale maggioranza.

Al contempo, la perdurante emergenza pandemica e la necessità di attuare con puntualità il PNRR richiedono che siano comunque garantite stabilità nell’azione di governo e una conclusione ordinata, e nei tempi ordinari, della legislatura prodromica anche alla revisione della legge elettorale.

Bonus edilizi, a che punto siamo

Con la Legge di Bilancio 2022, il Governo ha affrontato compiutamente il tema delle diverse tipologie di detrazioni fiscali previste per la realizzazione di interventi di efficientamento e recupero del patrimonio immobiliare.
La scelta è coerente con la rivoluzione verde e la transizione ecologica che va avanti da qualche anno. Per questa ragione l’estensione temporale dei bonus non è legata al tema della ripresa economica post Covid-19, ma è il frutto di una strategia tendente a perseguire mirabili obiettivi di medio-lungo periodo che generano effetti espansivi in termini di produzione e reddito.

Superbonus

Vengono prorogati i termini per il riconoscimento della detrazione maggiorata del 110%, in misura variabile e con effetto decrescente.
Nello specifico, per le persone fisiche che realizzano interventi su edifici composti da due a quattro unità immobiliari, anche se posseduti da un unico proprietario o in comproprietà da più persone fisiche, e per i condòmini, l’agevolazione spetta nella misura del 110% per le spese sostenute entro il 31 dicembre 2023, del 70% per quelle sostenute nel 2024 e del 65% per quelle sostenute nel 2025.
Per le persone fisiche che realizzano interventi su singole unità immobiliari adibite ad uso abitativo, la detrazione spetta nella misura del 110% per le spese sostenute entro il 30 giugno 2022, ovvero il 31 dicembre 2022 laddove alla data del 30 settembre 2021 sia stata effettuata la Comunicazione di Inizio Lavori Asseverata (Cila) o, in alternativa, qualora gli interventi agevolabili siano realizzati su unità immobiliari adibite ad abitazione principale da parte di soggetti persone fisiche con ISEE non superiore a 25.000,00 euro annui.
Per gli Istituti autonomi case popolari IACP e gli enti assimilati, nonché per le Cooperative di abitazione a proprietà indivisa, invece, il Superbonus 110% spetta fino al 31 dicembre 2023, a condizione che alla data del 30 giugno 2023 siano stati già ultimati lavori per una percentuale di completamento dell’intervento complessivo pari almeno al 60%.

Ecobonus e Sismabonus

E’ stata stabilita la proroga triennale delle detrazioni ordinarie afferenti ad interventi edilizi di riqualificazione energetica (c.d. Ecobonus) e riduzione delle classi di rischio sismico (c.d. Sismabonus).
In particolare, viene estesa al 31 dicembre 2024 la misura agevolativa in scadenza al 31 dicembre 2021.
Vale la pena rilevare, tra l’altro, come la proroga, insistendo sull’art. 16 Dl 63/2013, riguardi non solo gli interventi strettamente inerenti al c.d. Sismabonus, ma, più in generale, tutti gli interventi edilizi disciplinati dall’art. 16-bis, comma 1, D.P.R. 916/1986 (c.d. TUIR), richiamati in seno al citato art. 16.
In forza del citato rinvio normativo, dunque, saranno inclusi nella proroga triennale anche quegli interventi edilizi che rientrano nell’ambito del c.d. Bonus Casa, anche noto come Bonus Ristrutturazioni.
Sul punto, inoltre, ci sono novità anche in tema di Bonus mobili. In relazione alle spese documentate e sostenute negli anni 2022, 2023 e 2024 per l’acquisto di mobili e di grandi elettrodomestici, finalizzati all’arredo dell’immobile oggetto di ristrutturazione, viene riconosciuta una detrazione dall’imposta lorda, da ripartire tra gli aventi diritto in dieci quote annuali di pari importo, nella misura del 50 per cento delle spese. Muta l’ammontare massimo sul quale calcolare la detrazione, che, dagli attuali 16.000 euro, viene limitato a 5.000 euro.

Bonus Facciate sino al 2022

La legge di Bilancio 2022 proroga, in ordine alle spese a tal fine sostenute nel corso dell’anno 2022, l’agevolazione cd “bonus facciate”.
Per i contribuenti che sostengono spese nell’anno 2022, relative ad interventi di recupero o restauro della facciata esterna degli edifici esistenti, la detrazione d’imposta IRPEF o IRES, originariamente prevista nella misura del 90% è riconosciuta nella misura ridotta del 60%.

Sconto in fattura e cessione del credito

Viene prorogato il meccanismo che regola l’esercizio delle opzioni alternative alla fruizione diretta della detrazione dall’imposta lorda, ossia la cessione del credito d’imposta e il contributo sotto forma di sconto in fattura, sia con riguardo ai bonus edilizi ordinari non 110% che al Superbonus 110%.
In merito ai bonus soggetti ad aliquota ordinaria (non 110%), è stata prevista la possibilità, per i soggetti che sostengono spese “negli anni 2020, 2021, 2022, 2023 e 2024”, di optare per le c.d. opzioni alternative alle detrazioni d’imposta ordinarie non 110%.
Con specifico riguardo al c.d. Superbonus 110%, è stata prevista l’estensione della possibilità di esercitare le dette opzioni alternative relativamente alle spese sostenute fino al 31 dicembre 2025.

Le opere pubbliche incompiute

I finanziamenti del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza saranno gestiti dal sistema degli Enti locali.

Non nascondo una certa preoccupazione su questo punto, non per pregiudizio, ma per l’esperienza che sto vivendo e per il privilegiato punto di osservazione che mi garantisce.

Come è noto le regioni, insieme ai comuni e alle città metropolitane, svolgeranno un ruolo importante nel gestire le risorse del PNRR e, pertanto, la loro capacità di pianificare, realizzare e portare a termine gli investimenti in opere pubbliche, è determinante per il nostro Paese.

Ebbene, in merito, per capirne di più, basta leggere l’elenco delle opere pubbliche incompiute che il Ministero delle Infrastrutture e della Mobilità Sostenibili (MIMS) pubblica annualmente. Si tratta di opere che non sono state completate per: a) mancanza di fondi; b) cause tecniche; c) sopravvenute nuove norme tecniche o disposizioni di legge; d) fallimento dell’impresa appaltatrice; e) mancato interesse al completamento da parte del gestore, oltre a quelle opere che non risultano fruibili dalla collettività.

Al 2020 l’elenco è composto da 393 opere pubbliche incompiute (e mancano i dati della Puglia).

Nel dettaglio, si passa dal dato positivo per le provincie autonome di Trento e Bolzano e per le regioni del Nord Italia, con eccezione della Lombardia, fino a quello negativo nelle province del Sud Italia, in particolare per l’Italia insulare.

Mentre la principale causa del mancato completamento di un’opera deriva dalla mancanza di fondi (189 casi), frutto dell’incapacità di programmare bene i lavori, la seconda sono i problemi tecnici (138 casi). Checchè se ne dica, i fallimenti sono solo la quarta causa (36 casi).

Ad onor del vero, va detto che nel periodo tra il 2016 e il 2020, il numero delle incompiute è calato di parecchio: si è passati infatti da 698 a 393 opere non ultimate ed il dato è omogeneo in tutte le regioni con la sola eccezione di Calabria e Marche.

I miglioramenti nel periodo 2016-2020 fanno ben sperare, tuttavia, esiste una certa disomogeneità tra aree geografiche e considerato che non tutte le regioni sono in grado di contribuire allo stesso modo all’attuazione del PNRR, oltre al fatto che alle regioni del Sud è destinata una quota di investimenti (rispetto alla popolazione) più alta rispetto alle altre, sarà meglio affrontare subito il tema per evitare che i soldi europei non vengano spesi in tempo.

Piano nazionale sicurezza stradale 2030

In Commissione Trasporti del Senato sono il relatore del Piano nazionale per la sicurezza stradale, ovvero un sistema articolato di indirizzi, di misure per la promozione e l’incentivazione di piani e strumenti per migliorare i livelli di sicurezza da parte degli enti proprietari e gestori, di interventi infrastrutturali, di misure di prevenzione e controllo, di dispositivi normativi e organizzativi, finalizzati al miglioramento della sicurezza secondo gli obiettivi europei.

Il Piano dovrà integrarsi con gli altri strumenti programmatici nazionali e locali le cui azioni possono avere effetti positivi sulla sicurezza stradale: il Piano generale della mobilità ciclistica, il Piano strategico nazionale della mobilità sostenibile, i Piani urbani di mobilità sostenibile, il Piano di azione nazionale sui sistemi intelligenti di trasporto e le Modalità attuative e gli strumenti operativi della sperimentazione su strada delle soluzioni di Smart Road e di guida connessa e automatica.

Il Piano accoglierà il principio Safe System, che si basa a sua volta su quattro princìpi guida: 1) i guidatori commettono errori che possono portare a incidenti; 2) il corpo umano ha una capacità fisica limitata per tollerare le azioni di impatto senza subire danni; 3) esiste una responsabilità condivisa tra coloro che progettano, costruiscono, gestiscono e utilizzano il sistema stradale nelle sue componenti (uomo, infrastruttura, veicolo), nel prevenire incidenti che provocano lesioni gravi o morte; 4) tutte le parti del sistema devono essere rafforzate per moltiplicare i loro effetti (strade e margini più sicuri; veicoli più sicuri; uso della strada più sicuro da parte degli utenti; velocità adatte alla funzione e al livello di sicurezza della strada; assistenza post-incidente).

Il Piano dovrà, inoltre, essere redatto tenendo conto delle tendenze attuali, quali: l’introduzione progressiva della guida automatica, l’invecchiamento della popolazione, l’aumento del traffico merci nelle città legato al commercio elettronico, la diffusione di modelli basati sulla condivisione (sharing economy) e la diffusione di nuovi modi di trasporto (ad esempio, la micromobilità). Il documento evidenzia che le infrastrutture stradali nel sistema extraurbano e nell’ambiente urbano dovranno essere verificate ed eventualmente riconsiderate in funzione dei rischi che emergeranno a seguito della graduale diffusione di nuove tecnologie e nuovi modi di trasporto e delle altre tendenze citate.

In concreto, l’Italia si pone l’obiettivo generale di dimezzare il numero di vittime della strada entro il 2030 rispetto ai valori del 2020. L’intento è dunque quello di passare dalle 3.029 vittime della strada del 2020 (dato tendenziale, poiché quando è stato redatto il documento in esame il dato definitivo per il 2020 non era ancora disponibile) a meno di 1.515 nel 2030. A ciò si aggiunge l’obiettivo generale di dimezzare entro il 2030 anche il numero dei feriti gravi.

La stima preliminare del fabbisogno minimo è quantificata in circa 1,4 miliardi di euro. Considerando una quota di cofinanziamento statale media del 70 per cento, si stima un contributo statale pari a 980 milioni, mentre i restanti 480 milioni saranno a carico degli enti locali.

Carenza di medici di base. Perché?

Con 1.408 abitanti per medico di base, l’Italia rientra nella media europea (1.430), però il valore è in discesa perché negli ultimi anni il numero di medici di base è passato da circa 45.500 nel 2012 a 42.420 nel 2019 (ultimo dato disponibile).

L’accordo collettivo nazionale prevede che un medico di base può assistere fino a 1.500 pazienti. Alcune regioni hanno aumentato notevolmente questo limite e la media nazionale è di 1.224 con un valore più alto al Nord (1.326), rispetto al Centro (1.159) e al Sud (1.102).

Il Veneto con 1.365 assistiti per medico di base è la terza regione in Italia.

Il deficit di medici di base è stato affrontato con l’aumento dei finanziamenti per borse di studio per completare il loro percorso formativo e di anticipare la fine del corso di formazione per la specializzazione in medicina generale.

Infatti, un insufficiente numero di borse di formazione in medicina generale acuisce il problema della mancanza dei medici di base. Tra il 2022 e il 2028 si stima che la differenza tra medici di base in uscita e in entrata sia tra 15.500 e 18.700 unità. Gran parte dello squilibrio emergerebbe nei prossimi 3 anni con un saldo tra 10.400 e 16.300 unità.

Purtroppo, sebbene nel Piano nazionale ripresa e resilienza siano stati stanziati fondi per 900 borse per la formazione dei medici di medicina generale da quest’anno fino al 2024, oltre ai finanziamenti ordinari, il divario resterà comunque tra medici di base in uscita e in entrata: la differenza sarebbe tra 7.700 e 13.600 unità dal 2022 al 2024 e tra 9.200 e 12.400 dal 2022 al 2028.

In Veneto la differenza nel periodo 2022/2028 sarebbe di 1878 medici in uscita e 595 in entrata. Una situazione molto preoccupante.

Gli esperti ci dicono che la carenza di medici di base è frutto del crollo demografico che l’Italia sta vivendo da anni e che, purtroppo, rende problematico la sostituzione di tutti i lavoratori, non solo dei medici, quindi, che vanno in pensione.

Per fare un esempio, fino alla fine degli anni ’80, ogni anno raggiungevano l’età lavorativa quasi un milione di persone l’anno. L’anno prossimo, invece, raggiungeranno i 20 anni i nati nel 2002 che erano soltanto 520 mila, ovvero circa mezzo milione di persone in meno.

Questo comporta una difficoltà di rimpiazzare non solo i medici, ma ogni altra categoria professionale.

Sull’insufficiente ricambio generazionale nella popolazione lavorativa, ritorna il dibattito sulla necessità di aprire le porte all’immigrazione per compensare questa evidente deficienza demografica che in futuro potrebbe incidere sul livello di benessere che abbiamo raggiunto.

Fase delicata e ruolo del PD

Con la sessione di bilancio siamo entrati nella fase più delicata della legislatura e dell’azione di governo.

Sebbene il contesto sia lo stesso di ieri, ovvero permangono cogenti le necessità di adottare azioni necessarie per ottenere i fondi europei del Next Generation EU e per contrastare la diffusione dei contagi dal virus, nell’eterogenea maggioranza che regge il governo Draghi, gli interessi sono molto diversi e divergenti.

Da un lato il Partito Democratico e la sinistra radicale che mantengono un profilo di responsabilità istituzionale e dall’altro una miriade di stati confusionari tra il M5S che non completa la transizione “contiana” e Forza Italia che non ha il coraggio di staccarsi dalla Lega che prosegue ad interdire il lavoro del governo che sostiene. Sullo sfondo, Italia Viva che balza di qua e di là inseguendo una centralità politica che i sondaggi non le conferiscono, ma i numeri parlamentari si.

Normalmente una cosa del genere non sarebbe sostenibile se non nelle condizioni che ho detto: pandemia e fondi europei da ricevere.

Ma questa sensibilità pare essere solo del PD.

Questo non  mi meraviglia, perché da anni il Paese si regge sul senso di responsabilità e sulla nostra fermezza istituzionale. Anzi, proprio per questo tratto culturale che abbiamo, penso che in questa fase dobbiamo assumere un ruolo di guida e propulsione per portare l’Italia oltre la “tempesta perfetta” caratterizzata dalla legge di bilancio e dal successivo e immediato voto per il nuovo Capo dello Stato.

E’ il momento di mettere chiaramente in campo la nostra visione. In una situazione molto confusa ed eterogenea dobbiamo individuare i nostri due/tre pilastri strategici che secondo me sono due: Draghi in Europa e legge elettorale proporzionale.

Sulla prima ho già detto in passato (qui l’articolo https://www.vincenzodarienzo.it/draghi-si-draghi-no/), sulla seconda credo sia a tutti chiaro che l’attuale sistema maggioritario sia completamente inadeguato perché costringerebbe a stare insieme nei collegi elettorali coloro che sono divisi per natura e spirito (politici, ovviamente). Unire artificiosamente partiti che sebbene siano nella medesima coalizione sono diversissimi tra di loro, sarebbe un bluff verso gli elettori.

Ovviamente, la nostra convinta adesione su questi due impegni consentirebbe all’Italia sia un finale ordinato della legislatura sia un anno ancora di azione da parte di Mario Draghi in un ambito che lo vede come il miglior interlocutore possibile, oltre che come riferimento europeista contro i sovranismi.

Anzi, proprio perché Draghi rappresenta una minaccia per quelli come Salvini e Meloni (ed i loro pessimi amici europei), quei due vorrebbero confinarlo al Quirinale. Ma questo non è il nostro interesse. Neanche dell’Europa.

Le differenti differenze di genere

Si parla tanto di uguaglianza di genere, tanto che penso sia opportuno approfondire come mai, sebbene il livello di istruzione femminile sia sensibilmente più elevato di quello maschile, nel mondo del lavoro l’Italia ha un tasso di occupazione femminile di 18,5 per cento (48,9 contro 67,4 per cento) rispetto alla media europea nella fascia 15-64 anni.

Partiamo dall’istruzione. Al termine della scuola media, le studentesse hanno voti migliori: il 43,1 per cento delle ragazze consegue un risultato finale di 9 o 10, mentre solo il 31,6 per cento dei ragazzi raggiunge questa votazione. Al termine della scuola secondaria di secondo grado le ragazze conseguono il diploma in proporzione maggiore rispetto ai ragazzi (53 per cento contro 47). Il voto medio delle ragazze è di 84 su 100, cinque punti in più dei loro compagni. Le ragazze hanno una maggiore propensione a proseguire gli studi: l’80 per cento intende seguire corsi universitari contro i 65 per cento dei maschi.

All’Università il numero di laureate è superiore rispetto a quello dei laureati e si laureano con voti più alti (104 su 110 contro 102 su 110 per i maschi).

Studi migliori, ma nel mondo del lavoro?

Il salario medio per una laureata a 5 anni dalla laurea è di 1.403 euro netti mensili, mentre un laureato maschio guadagna in media 1.696 euro.

Come mai?

Molto dipende dai diversi settori di impiego. Infatti, nei cinque settori maggiormente remunerativi la proporzione di laureati maschi è maggiore. Le laureate sono, invece, maggiormente presenti nelle discipline meno remunerative.

Sono diversi i fattori che incidono su questo dato: il primo è che in assenza di adeguate strutture per la cura dei figli (come asili nido), le donne tendono ad avere carriere più discontinue, ovvero scelgono impieghi che garantiscano una maggiore flessibilità con effetti negativi sulla retribuzione.

Il secondo è che per lo stesso motivo i lavoratori maschi sono preferiti, in termini di opportunità di lavoro alle lavoratrici.

In pratica, i datori di lavoro preferirebbero lavoratori uomini alle lavoratrici nei settori più remunerativi, a causa di condizionamenti sociali legati al ruolo “familiare” delle donne.

A ciò ci aggiunge il dato degli studi universitari nelle discipline scientifiche, ingegneristiche e matematiche: la quota degli uomini laureati sfiora il 37 per cento, contro il 17 per cento per le donne.

Le materie in questione garantiscono percorsi futuri, e remunerazioni, molto differenti.

Verso il Quirinale, in che modo?

Non si può far finta di niente: dopo il voto sulla proposta di legge Zan è chiaro a tutti che la scelta del prossimo Capo dello Stato inciderà sulle azioni politiche almeno fino a febbraio.

In questa nota (https://www.vincenzodarienzo.it/lesito-del-voto-fa-ben-sperare-pero/) ho già detto che non ero convinto sulla proposta di Letta quando dice che vorrebbe occuparsene da gennaio, e il voto segreto sui crimini d’odio è la conferma di quanto pensavo.

Visto che per quell’appuntamento servono alleanze, la domanda è: con chi costruiamo la proposta per il Quirinale?

Il primo errore da evitare è che ci si rinchiuda nel recinto di coloro che insieme a noi hanno sostenuto la proposta Zan. Quei numeri non basterebbero e per giunta regalerebbero alle destre donne e uomini che potrebbero stare al nostro fianco.

Il rischio di essere posti ai margini è concreto.

Il secondo errore è subire i giochi altrui, a partire dalle destre che stanno già calcolando i numeri a supporto, niente poco di meno, di Berlusconi.

Ebbene, per non stare a guardare o, peggio ancora, aspettare gennaio, è necessario evitare la faccia truce e coinvolgere immediatamente tutti, palesi e mascherati. Questi ultimi, peraltro, non sono solo nel campo di Italia Viva, ma si annidano in giro tra le file della nostra area di riferimento.

Chiudersi in un perimetro ristretto farebbe solo un favore agli altri, compresa la spregiudicatezza di Renzi che sta agendo in un campo dove ci sono solo minoranze che non hanno i numeri sufficienti per eleggere il Presidente della Repubblica.

Se qualcuno pensa di toglierlo dai piedi, di evitare le sue manovre e di “cacciarlo via” (non ho capito bene da dove), ci chiuderebbe in un fortino senza la forza dei numeri.

Ovviamente, è sempre possibile giocare una partita di questa natura, ma allora a quel punto si fa questo SOLO se c’è un nome incontestabile che metterebbe le destre all’angolo, soprattutto nell’opinione pubblica, come è stato ai tempi di Mattarella.

Non mi pare che ce ne siano tanti in giro, quindi, quel nome incontestabile potrebbe essere quello di Draghi, sul quale ho già espresso le mie forti perplessità (https://www.vincenzodarienzo.it/draghi-si-draghi-no/). Se così fosse devo pensare che Letta pensa alle elezioni anticipate?

Sarebbe l’ulteriore e doppio errore mortale. Spostare Draghi al Quirinale impedirebbe a lui di agire per l’Italia, di assumere ruoli rilevanti in Europa e costringerebbe noi ad affrontare in queste condizioni un voto politico con una legge elettorale che consegnerebbe alle destre una facile vittoria.