Vaccinazione: competenze, destinatari e modalità.

La vaccinazione contro il COVID-19 è stata disciplinata con la Legge di Bilancio 2021 che ha previsto l’adozione, con un decreto del Ministro della salute, del piano strategico nazionale dei vaccini.

Il piano è stato adottato il 2 gennaio 2021, poi cambiato l’8 febbraio ed è stato integrato il 9 febbraio 2021 dalle Regioni.

Innanzitutto, al momento non esiste un obbligo specifico di adesione alla campagna di vaccinazione.

L’attività di vaccinazione è iniziata alla fine del dicembre 2020.

La prima fase di vaccinazione

Nella prima fase è stata prevista la somministrazione del vaccino in favore degli operatori sanitari e socio-sanitari delle strutture pubbliche e di quelle private accreditate, nonché in favore del personale e degli utenti delle residenze sanitarie assistenziali (RSA) per anziani.

Oltre a questi, è stata individuata come prioritaria anche la categoria dei soggetti di età pari o superiore a 80 anni per la quale la vaccinazione è iniziata, nelle varie regioni, nel corso del mese di febbraio (mentre nel periodo precedente la somministrazione ha riguardato solo gli anziani presenti nelle residenze sanitarie assistenziali).

La seconda fase di vaccinazione

Nella seconda fase si tiene conto del fatto che il vaccino di AstraZeneca dovrebbe essere destinato in via preferenziale ai soggetti di età inferiore a 55 anni e che non rientrino in specifiche categorie di rischio.

Pertanto, in questa seconda fase sono state previste due modalità di vaccinazioni in parallelo:

  1. un primo ambito, con vaccino Pfizer secondo il progressivo ordine di priorità e dopo il completamento della vaccinazione in favore delle persone rientranti nelle fasce della prima fase, che concerne le persone:

a. estremamente vulnerabili,

b. tra i 75 e i 79 anni di età;

c. tra i 70 e i 74 anni di età;

d. affetti da specifiche patologie (sono esclusi i soggetti di età pari o superiore a 70 anni);

e. tra i 55 e i 69 anni di età.

  1. il secondo ambito, a cui viene riservato il vaccino di AstraZeneca, prevede la vaccinazione delle persone tra i 18 e i 54 anni di età e privi di specifici fattori di rischio facenti parte del personale scolastico e universitario (docente e non docente), del personale dei corpi militari e dei corpi di polizia ad ordinamento civile o che operino o vivano in ambienti a rischio di contagio (quali gli istituti penitenziari e i luoghi di comunità, civili o religiosi) e del personale di “altri servizi essenziali”.

Successivamente al completamento della vaccinazione di AstraZeneca ai soggetti “del secondo ambito”, sarà avviata la vaccinazione alla restante popolazione (avente tra i 18 e i 54 anni di età e priva di specifici fattori di rischio).

Competenze per la somministrazione dei vaccini

Il piano nazionale di vaccinazione deve essere attuato dalle regioni, sulla base dei criteri fissati.

La somministrazione dei vaccini è effettuata presso le strutture individuate- sentite le regioni e le province autonome – dal Commissario straordinario (ieri Arcuri, oggi Figliuolo)

Le regioni provvedono alle somministrazioni dei vaccini tramite medici specializzandi;  medici, infermieri ed assistenti sanitari (ivi compresi quelli già in quiescenza).

Al momento, quindi, non è prevista la somministrazione dei vaccini da parte di personale convenzionato con il Servizio sanitario nazionale, quali i medici di medicina generale. In merito, però, alcune regioni stanno adottando modalità organizzative che comprendono la somministrazione da parte dei medici di medicina generale

Il piano nazionale prevede anche, nella fase avanzata di attuazione, l’utilizzo di unità mobili, il coinvolgimento degli ambulatori vaccinali territoriali, dei medici di medicina generale e dei pediatri di libera scelta, della sanità militare e dei medici competenti delle aziende.

Superare la disparità tra i papà dipendenti privati e pubblici.

Sia corretta la disparità esistente tra i papà dipendenti pubblici rispetto a quelli dipendenti privati sul congedo parentale.

In merito, ho presentato un’interrogazione al Ministro Brunetta sottoscritta da altri 17 senatori.

E’ dal 2012 che il congedo obbligatorio per il padre lavoratore dipendente vale solo per quelli del settore privato.

Il provvedimento autorizzativo, legge 28 giugno 2012, n. 92, è stato sempre prorogato con successivi provvedimenti, anche elevandone da sette a dieci giorni la durata.

Tale congedo, però, attualmente si applica solo ai papà dipendenti privati, mancando per quelli dipendenti pubblici il relativo provvedimento attuativo previsto dalla norma medesima.

Il Ministro per la pubblica amministrazione e la semplificazione, era stato autorizzato, sentite le organizzazioni sindacali maggiormente rappresentative dei dipendenti delle amministrazioni pubbliche, di individuare e definire, anche mediante iniziative normative, gli ambiti, le modalità e i tempi di armonizzazione della disciplina relativa ai dipendenti delle amministrazioni pubbliche.

Da allora, più nulla, nonostante il legislatore sia intervenuto aumentando, di volta in volta, il numero di giorni destinati al congedo obbligatorio di paternità – previsto inizialmente, in via sperimentale, per gli anni 2013, 2014 e 2015 – e mai estendendo la fruizione di tale misura ai papà lavoratori del pubblico impiego.

E’ un’ingiustificata disparità di trattamento poiché le tutele connesse alla genitorialità non possono essere subordinate alla natura, pubblica o privata, del datore di lavoro.

Eppure, la direttiva europea 2019/1158 relativa all’equilibrio tra attività professionale e vita familiare per i genitori e i prestatori di assistenza si pone l’obiettivo di conseguire la parità tra uomini e donne per quanto riguarda le opportunità sul mercato del lavoro e il trattamento sul lavoro, per agevolare la conciliazione tra lavoro e vita familiare per i lavoratori che sono genitori o i prestatori di assistenza.

A tal proposito, quindi, obbliga gli Stati membri ad adottare misure necessarie per garantire al padre il diritto a un congedo di paternità di dieci giorni lavorativi, senza distinzioni tra i lavoratori.

Al Ministro ho chiesto di intervenire, seppur tardivamente, al fine di estendere il congedo di paternità ai dipendenti pubblici, eliminando così una palese disparità di trattamento tra padri dipendenti privati e padri dipendenti pubblici.

Il blocco dei licenziamenti è stato utile?

Con lo scoppio della pandemia, a marzo, tra i vari provvedimenti, il Governo ha adottato il divieto dei licenziamenti individuali per giustificato motivo oggettivo e sono state sospese tutte le procedure di licenziamento collettivo.

La decisione è stata più volte reiterata, con lievi modifiche successive e scade il 31 marzo prossimo.

Intanto, i dati INPS ci dicono che il blocco dei licenziamenti ha comportato il calo drastico delle cessazioni (licenziamenti e dismissioni) mensili dei rapporti di lavoro rispetto al 2019.

Ovviamente, il blocco dei licenziamenti ha protetto maggiormente i lavoratori a tempo indeterminato e meno i lavoratori a termine, autonomi o stagionali. A chi aveva il contratto in scadenza, spesso non è stato rinnovato.

Ma, quindi, il divieto di licenziare è una misura utile a sostenere l’occupazione?

Per capirlo, facciamo un confronto con altri in Europa.

Solo Spagna e Grecia hanno adottato la sospensione dei licenziamenti economici, ma non di carattere generale come è stato fatto in Italia

Alcuni paesi (Regno Unito, Grecia, Lettonia, Slovenia e Lituania) hanno attivato per la prima volta azioni dio sostegno paragonabili alla nostra cassa integrazione.

In altri non sono stati introdotti espliciti blocchi sui licenziamenti, anche se alcuni paesi hanno adottato misure specifiche per aumentare la protezione dei lavoratori contro i licenziamenti in determinati casi.

Ebbene, guardando ai paesi che hanno avuto un calo del PIL vicino a quello dell’Italia, che per il 2020 è stato di meno 9,05% (Francia, Austria, Portogallo, Grecia), a fronte di una caduta dell’occupazione italiana pari a 1,65%, hanno avuto cali analoghi o maggiori.

Alcuni paesi, invece, a fronte di un calo del PIL minore di quello italiano, hanno avuto una caduta dell’occupazione pari al doppio della nostra.

Il dato italiano del calo dell’occupazione (-1,65%) è poco sopra la media europea (-1,53%).

I dati dimostrano che il blocco, pur non avendo tutelato tutti e non avendo incrementato l’occupazione, ha fermato una possibile emorragia.

C’è un però: più circola il virus, più a lungo sarà mantenuto il blocco, più forti potranno essere gli effetti negativi che si possono avere nel momento in cui si tornerà alla situazione pre covid.

Come affrontare l’enorme debito pubblico?

Uno dei tanti problemi che ha portato con sé la pandemia è il debito pubblico elevatissimo, con un peso sul Pil certamente mai raggiunto prima – neanche dopo le due guerre mondiali – e difficile da digerire.

Ovviamente il debito maturato con la Banca Centrale Europea che ha comprato ingenti partite di titoli di stato italiani non può essere cancellato perché i Trattati non lo consentono e non c’è il consenso necessario in Europa per cambiarli.

Sul futuro, quindi, peserà questo enorme macigno.

Il piano presentato dal governo, con un deficit previsto al 3% dal 2023 e con tassi di crescita pari al 2% in media è fortemente ancorato all’accelerazione della ripartenza post-Covid che si otterrebbe soprattutto con un utilizzo efficiente dei fondi europei del NextGenerationEu.

Attraverso questi ingenti investimenti – ricordo che l’Italia è beneficiaria di 209 miliardi di euro – il governo punta a ricondurre il debito al livello pre-Covid (134,6%) nell’arco di un decennio. L’Italia non è la sola. Infatti, piani analoghi sono stati presentati da molti altri paesi, considerato che l’aumento del debito a causa della pandemia ha toccato tutti.

In merito al piano di rientro, peraltro formulato dal Governo Conte II, la reazione dei mercati finanziari è stata positiva. Se lo avessero giudicato male non avrebbero titoli pubblici o quantomeno avrebbero chiesto un rendimento più alto. Ciò non è avvenuto.

È evidente però che il piano di rientro delineato dal governo precedente richiederà uno sforzo straordinario e prolungato di almeno 10 anni. Sempre che non accada nulla di grave e che permangano a lungo alcuni dati di favore.

Tra questi, certamente la permanenza dei tassi di interesse sugli attuali bassissimi livelli. Infatti, il mix tra bassi tassi d’interesse, ripresa della crescita e inflazione al 2% consente il mantenimento del tasso d’interesse a lungo termine al di sotto del tasso di crescita, Questa condizione è cruciale per la sostenibilità del debito pubblico.

Se qualcosa dovesse cambiare nei mercati sarebbe un guaio e, purtroppo, nulla garantisce la lunga sequenza di politiche monetarie iper espansive con i fondi europei e tassi di interessi bassi.

Ecco perché è fondamentale che gli investimenti dei fondi anti covid abbiano una visione lunga e siano accompagnati dalle riforme che sono indispensabili per rimettere l’Italia su un percorso lungo di crescita.

Su questi investimenti certamente vigilerà l’Europa, ma la cosa più delicata è che vigileranno soprattutto i mercati, da convincere costantemente a darci fiducia.

Acquistare la licenza per produrre i vaccini in Italia.

Il Governo Draghi si attivi per consentire l’acquisto della licenza per la produzione dei vaccini anti-Covid affinchè le aziende farmaceutiche italiane possano produrre autonomamente il vaccino in Italia.

Il 17 giugno 2020 la Commissione europea ha presentato una strategia europea sui vaccini per accelerare lo sviluppo, la produzione e la distribuzione di vaccini anti COVID-19 basata su alcuni obiettivi:

  • garantire vaccini sicuri, efficaci e di qualità;
  • assicurare agli Stati membri e ai loro cittadini un accesso rapido al vaccino, guidando al contempo lo sforzo di solidarietà a livello globale;
  • garantire il prima possibile a tutti i cittadini dell’UE un accesso equo a un vaccino dal costo abbordabile;
  • garantire che i paesi dell’UE si preparino all’introduzione di vaccini sicuri ed efficaci, predisponendo quanto necessario in materia di trasporto e mobilitazione e individuando i gruppi prioritari che dovrebbero avere accesso ai vaccini per primi.

A seguito delle raccomandazioni scientifiche positive dell’Agenzia europea per i medicinali, nell’UE è stato autorizzato l’uso di 3 vaccini anti COVID-19 sicuri ed efficaci: BioNTech-Pfizer, Moderna, Astrazeneca.

La Commissione Europea ha positivamente finanziato la Ricerca e stipulato Accordi di Acquisto Comune, ed ora deve correttamente condurre le verifiche tecniche e giuridiche affinché i contratti siano rispettati.

Oggi però in Europa si evidenzia una drammatica carenza di dosi di vaccino anti Covid-19, rispetto alla quantità necessaria per una campagna di immunizzazione della popolazione europea e questo sta generando ritardi sui programmi vaccinali nazionali e molta preoccupazione nell’opinione pubblica;

Carenza che è imputabile a limitate capacità produttive delle case farmaceutiche titolari del brevetto, evidentemente non attrezzate per far fronte a richieste in periodi di emergenza e di pandemia;

Sarebbe auspicabile moltiplicare la produzione di vaccini, per garantire la distribuzione e l’accesso, per la popolazione europea e, in prospettiva, per quella mondiale, agendo anche in termini di moral suasion, verso le multinazionali produttrici affinchè rendano di pubblico dominio le informazioni industriali che possano consentire anche ad altre case farmaceutiche di avviare la produzione.

In Italia esiste un comparto imprenditoriale farmaceutico che ha già dichiarato di poter far fronte ad eventuali produzioni di Vaccino Anti-Covid, con il necessario supporto istituzionale. Ottenere la licenza del vaccino ci consentirebbe infatti di produrlo in house e di velocizzare i tempi per poter vaccinare almeno il 70% della popolazione entro fine anno.

Per questa ragione, insieme ad altri colleghi Senatori, abbiamo chiesto al Ministro Speranza di attivarsi per consentire l’acquisto della licenza per la produzione dei vaccini anti-Covid affinchè le aziende farmaceutiche italiane possano produrre autonomamente il vaccino in Italia.

Abbiamo anche chiesto se è stata già fatta una ricognizione per sapere, eventualmente, quali aziende italiane sarebbero in grado di produrre i vaccini.

I ristori economici in Europa

Spesso si ripete che i ristori non siano arrivati alle attività economiche colpite dai provvedimenti restrittivi del Governo.

La cosa non è vera, tanto che i dati forniti dall’Agenzia delle Entrate dimostrano che ne hanno beneficiato tutte le attività economiche che ne avevano diritto.

Ma vediamo cosa è accaduto altrove.

I paesi considerati, Francia, Germania e Inghilterra, hanno fatto come l’Italia: hanno erogato contributi a fondo perduto a favore di imprese e lavoratori autonomi basandosi sulla perdita di fatturato. Solo per il quantum del contributo hanno utilizzato parametri diversi.

Mentre in Italia è stato scelto il criterio della perdita di fatturato risultante dal confronto tra aprile 2019 e aprile 2020, i paesi considerati, pur prendendo a base la perdita di fatturato, hanno seguito altri criteri di riferimento.

La cosa che emerge, quindi, è che tutti i contributi sono stati basati sulla perdita di fatturato. Questa scelta ha avuto la pregevole caratteristica di penalizzare chi aveva sotto-dichiarato negli anni precedenti. Questo ha un evidente vantaggio in termini di penalizzazione dell’evasione.

Devo dire che da alcune interviste di singoli o proteste di zone, nel corso delle quali si lamentavano l’esiguità dei contributi ricevuti, era più che comprensibile che il nodo era questo: essendo il contributo legato al fatturato, se il ristoro era basso…

Per quanto riguarda il modello tedesco, le differenze più importanti rispetto a quello italiano sono:

  • hanno diritto al ristoro le imprese indipendentemente dal settore di operatività, bensì al solo verificarsi di una perdita di fatturato. Questa facoltà è stata prevista in Italia solo per il contributo previsto dal Decreto Rilancio, ma poi è stata sostituita dall’identificazione delle imprese beneficiarie sulla base dei codici ATECO. Il riferimento ai codici ATECO ha avuto vantaggio di minimizzare il rischio di dare contributi a imprese in perdita per motivi diversi dalla pandemia;
  • gli aventi diritto vengono ristorati sulla base della perdita di fatturato di ogni mese in cui si fa richiesta rispetto a quello corrispondente del 2019, il che ha reso il sistema tedesco più elastico rispetto alla scelta italiana di basarsi solo sul mese di aprile, ovvero la perdita di fatturato di aprile 2020 rispetto ad aprile 2019 che è stata mantenuta nel corso dell’intero 2020 per calcolare i ristori.
  • per quanto riguarda l’ammontare dei ristori, per gli aventi diritto viene fissata una proporzionalità rispetto ai costi fissi sostenuti. In questo modo, però, non si è evitato di ristorare le imprese inefficienti (ovvero quelle con costi fissi più alti).

Il sistema francese garantisce una copertura universale a prescindere dal settore di operatività per le piccole e medie imprese. Per le imprese più grandi invece anche in Francia si utilizzano liste di settori specificati nel dettaglio, come in Italia. Anche in Francia per calcolare il valore della perdita viene preso in considerazione il mese del 2019 corrispondente a quello in cui viene fatta la richiesta di contributo.

Il modello inglese – pur prendendo spunto dalla perdita di fatturato – sembra essere in assoluto quello meno in grado di rappresentare la situazione economica dell’impresa. Infatti, per gli aventi diritto viene utilizzata la variabile dell’affitto figurativo come base di determinazione del contributo. Questa non è stata del tutto in grado di garantire l’individuazione delle imprese che hanno subito danni economici per via della pandemia.

La nuova compagni aerea “Alitalia”

La compagnia aerea nazionale Alitalia, che versa in una situazione di costante difficoltà, è attualmente in amministrazione straordinaria. E’ tuttora operativa, ma agisce a ranghi ridotti e con tagli pesantissimi a personale e mezzi.

Il Governo Conte II aveva deciso di costituire una nuova società, ITA Spa con un capitale sociale di tre miliardi di euro, sostanzialmente per sostituirla attraverso la partecipazione di questa alla gara che Alitalia dovrà bandire per vendere i propri asset ed il personale necessario per gestirli.

ITA Spa ha presentato il piano industriale. I dati salienti

  1. La nuova azienda “pubblica” sarà composta da circa 5mila dipendenti e 52 aeroplani (tutti in affitto). Alitalia impiegava 104 aerei e 11.500 persone, per la maggior parte ora in cassa integrazione.
  2. La nuova compagnia ha manifestato l’interesse ad acquistare alcuni asset da Alitalia, ora in amministrazione straordinaria, ma su queste transazioni occorre attendere la valutazione dell’Antitrust della Commissione europea. Questa, sebbene l’acquisto dovrebbe avvenire mediante una gara pubblica europea, richiede che le due società siano indipendenti e non ci sia continuità aziendale ed economica tra loro.
  3. Sono stati individuati l’hub di Fiumicino e l’aeroporto di Linate come sedi di riferimento operativo e gestionale. La nuova compagnia sarà una holding che gestirà il settore volo e dalla quale dipenderanno due società controllate, con propri bilanci autonomi, con competenze nei settori della manutenzione e dell’handling, inizialmente controllate interamente da ITA SpA.
  4. Sono previsti un totale di 2,9 miliardi di euro di investimenti.Di essi, 2,6 miliardi sono relativi alla flotta e 300 milioni alla digitalizzazione ed altro. Il pareggio a livello di margine operativo prima dei costi relativi alla flotta si prevede nel 2022. Una redditività del 7% (Ebit) è ipotizzata nel 2025, a fronte di un fatturato pari a 3,4 miliardi di euro.
  5. Inizialmente la nuova compagnia avrà pochi collegamenti intercontinentali: solo nove aeroplani saranno per le tratte a lungo raggio (Stati Uniti e Sud America). Per i collegamenti europei saranno cancellate le tratte non profittevoli e saranno privilegiati i collegamenti con le grandi città (Parigi, Amsterdam, Madrid, Barcellona e Tel Aviv).
  6. Gli obiettivi – entro il 2025 – sono quelli di impiegare 9.500 dipendenti; 110 aeromobili; quadruplicare i ricavi rispetto a quelli stimati per il 2021; nel giro di due anni, avviare partnership industriali con altre compagnie aeree.

In merito, la Commissione di cui faccio parte in Senato dovrà esprimere il parere e sono state svolte numerose audizioni.

Per il parere ho proposto le seguenti integrazioni:

  1. Innanzitutto, occorre valutare ogni scenario in un contesto ancora incerto, in cui resta oggettivamente difficile prevedere con precisione l’evoluzione della domanda e il conseguente ritorno degli investimenti. In particolare, si osserva che le previsioni del piano per il biennio 2022/ 2023 (aumento della flotta – +85% – e dei lavoratori – +58%), siano particolarmente impegnative a fronte dello scenario pandemico conosciuto e difficilmente risolvibile entro l’annualità in corso (vds situazione mondiale dei vaccini e riflessioni conseguenti della comunità scientifica). A questo proposito, quindi, appare necessario predisporre una previsione, anche di massima, intermedia o comunque alternativa a quella prospettata, ancorata con gradualità e prudenza a contesti di eventuale perdurante diffusione della pandemia e/o soluzione dilatata nel tempo.
  2. Con riguardo allo sviluppo di una rete di alleanze, al fine di aumentarne le prospettive di crescita, redditività e occupazione nonché di ottimizzarne gli investimenti in flotta e sistemi, appare necessaria un’azione che abbia come obiettivi l’autonomia ed il mantenimento dell’asset nazionale, la crescita dell’efficacia e dell’efficienza della nuova compagnia, la prospettiva di allargamento dei mercati di riferimento, l’individuazione dei collegamenti altamente remunerativi,  l’implementazione di nuove rotte a servizio di collegamenti nell’area ampia del Mediterraneo, storicamente di influenza per il nostro paese ed il possibile sviluppo del settore cargo. Inoltre, si ritiene utile valutare la prospettiva di possibili alleanze differenziate mirate ad ampliare il raggio di azione di ITA SpA verso obiettivi ulteriori rispetto a quelli indicati nel piano industriale ed in particolare verso Paesi dell’est del mondo.
  1. Considerato che gli investimenti saranno focalizzati su rotte profittevoli, normalmente caratterizzate da una forte competitività, appaiono necessari l’individuazione di vettori qualitativamente adeguati, la fornitura di servizi innovativi, un adeguato marketing, un elevato standard di sicurezza e investimenti per il miglioramento dei processi operazionali, a partire dal potenziamento e dalla semplificazione del servizio di prenotazione (digitalizzazione procedure, app, fatturazione elettronica, ecc..).
  2. Al fine di favorire e sviluppare le prospettive di crescita e di maggiori ricavi nelle fasi successive all’avvio, a consolidamento strutturale delle azioni previste dal piano industriale nel periodo temporale previsto, appare utile prospettare iniziative in grado di accrescere l’autonomia e di allargare la sfera di influenza della nuova compagnia verso ulteriori approdi.
  3. Con riguardo alla delicatezza del tema “personale” da impiegare/esuberi futuri, appare necessario istituire un tavolo di confronto permanente con le Organizzazioni sindacali al fine di favorire il confronto e le soluzioni compatibili con gli scenari individuati dal piano industriale.

La compagnia ITA SpA si pone l’obiettivo di diventare la prima scelta sulle destinazioni internazionali da e per Fiumicino e di essere la compagnia di riferimento per il traffico business e leisure da e per Milano Linate. Di conseguenza, per favorire gli scali interessati e, quindi, il conseguente sviluppo e crescita di ITA SpA, occorrono azioni “altre” per incrementare la qualità dei siti aeroportuali interessati.

A tal proposito, considerato che lo sviluppo della compagnia è fortemente legato anche alla presenza delle infrastrutture per l’agevole frequentazione degli scali aerei individuati come hub, appare necessario che il Governo favorisca l’intermodalità ed in particolare i collegamenti dell’alta velocità ferroviaria con gli aeroporti internazionali.

Le linee programmatiche del Governo Draghi

Il Presidente del Consiglio, Mario Draghi, ha presentato il programma del proprio impegno.

Ambizioso e complesso, ma molto chiaro negli obiettivi e negli impegni che si è assunto.

L’Italia ha la straordinaria opportunità di crescere in maniera equilibrata e sostenibile.

 

Le linee programmatiche del Governo Draghi.

Cose da fare, adesso.

Sono sempre più convinto che il Partito Democratico avrebbe dovuto porre il tema del rinnovo dell’assetto del governo subito dopo l’estate.

Non averlo proposto ci ha costretto ad inseguire altre prospettive, a non avere un ruolo da protagonisti e ad accettare prima l’inusuale e improduttiva ricerca dei “responsabili” e poi aderire alla velleitaria alternativa tra Conte e il voto (il risultato è la prova degli errori commessi).

Ancora una volta ha prevalso la ricerca della stabilità, che è un valore, ma non può essere l’unico profilo identitario del PD.

La gestione della crisi, per fortuna, ha offerto una soluzione utile al Paese.

Pur tuttavia, con la nuova formazione dell’esecutivo e con le presenze variegate che lo compongono c’è il rischio di essere “relegati” alla sola funzione di responsabilità.

È molto probabile, infatti, che, nonostante il prestigio del Presidente Draghi, alcune forze politiche puntino ad enfatizzare gli argomenti divisivi per meglio rappresentare la propria parte di società di riferimento.

I primi segnali sono già in essere da parte della Lega con la manifesta contrarietà ai provvedimenti assunti dal Ministro Speranza e addirittura con la “convocazione” di Zingaretti voluta da Salvini per esporre la necessità di prorogare il blocco dei licenziamenti in scadenza a breve.

Due atti che ben chiariscono i rapporti presenti nello stesso Governo e che consentono di prefigurare possibili scenari di contrapposizione.

Il rischio, considerando la formazione culturale del PD, è che le decisioni buone saranno figlie di Draghi e quelle problematiche saranno da addebitare alle forze responsabili.

Oltre a questo e di fronte alla concreta saldatura tra Forza Italia e Lega (favorita dalla scelta “europeista”), con un occhio a chi sta fuori (Fratelli d’Italia), la risposta del PD non può circoscriversi unicamente alla ricerca di un’alleanza stabile con M5S e LeU.

L’assetto di ieri non corrisponderebbe alla ratio (anche temporale) del nuovo Governo e tantomeno alle prospettive che abbiamo di fronte.

Infatti, costruire una maggioranza relativa all’interno della maggioranza di governo, funzionale alla prevalenza sui temi, non solo non condizionerebbe l’azione di governo (i compiti più rilevanti sono ascrivibili a Draghi), ma ci esporrebbe alla tattica leghista (dualismo maggioranza/opposizione) e, rispetto al quadro futuro, ci distrarrebbe dalla prospettiva strategica che non favorisce le alleanze pre-voto.

La nostra unica strategia è ricostruire l’alleanza di ieri?

Lo scenario molto probabile è che la destra tenterà di eleggere Draghi al Quirinale.

Subito dopo chiederanno le elezioni politiche.

Poiché il dato è molto più che concreto, occorre sin da subito intraprendere la strada della modifica della legge elettorale e, contemporaneamente, l’attuazione di politiche identitarie che interpretino il nostro tempo.

Le due cose devono viaggiare di pari passo.

A fronte del quadro che è totalmente mutato, il nostro orizzonte elettorale deve essere la nostra priorità. A maggior ragione in presenza di un governo istituzionale che non può anestetizzare la politica.

È condizione imprescindibile proporci come riferimento per progressisti e riformisti e ciò è possibile solo puntando sull’identità tematica e valoriale ponendo al centro dell’agenda i temi da sempre cari alla nostra cultura politica.

Fermo restando il rispetto istituzionale, dovuto in sincerità e lealtà rispetto alla nostra presenza nel Governo, va sempre tenuto conto – nell’ottica identitaria di ciascuno – che la Lega seguirà il percorso della “conversione politica”, Forza Italia si proporrà come cerniera del centrodestra, Italia Viva creerà occasioni funzionali ad una formazione politica centrista e i 5S punteranno anche sui temi “antisistema”.

A fronte di ciò, sarebbe un errore “zavorrarci” ai vecchi schemi in un quadro proporzionalistico (peraltro, proposto dal PD) e con un “governo di nessuno”.

Auspico, quindi, che la nostra azione sia strettamente condizionata dallo scenario prospettato e, di conseguenza, fortemente orientata al quadro/sistema proporzionale.

Un imput culturale imprescindibile che deve guidare la nostra proposta politica in Parlamento.

Stiamo spendendo i Fondi europei?

Si dice spesso che l’Italia non è in grado di utilizzare le risorse dei fondi strutturali e d’investimento europei.

In realtà, dalla lettura delle programmazioni 2007/2013 e 20014/2020, emerge un quadro diverso.

La programmazione 2007-2013 è stata chiusa con l’impiego della quasi totalità dei 27,9 miliardi di risorse stanziate a favore dell’Italia. Solo 193 milioni non sono stati utilizzati, ovvero lo 0,70% (pur importante, ovviamente).

Ciò non significa che tutti i soldi sono stati spesi entro il 2013. Infatti, è stato ampio il ricorso agli strumenti di flessibilità consentiti dalla Commissione Europea per evitare di perdere risorse. In pratica, diversi pagamenti per alcune tipologie di progetti sono avvenuti oltre il 2013.

La normativa europea all’epoca consentiva, infatti, di spendere le risorse entro il 31 dicembre 2015, ma per alcuni progetti è stato possibile spendere le risorse fino al 2019 e in alcuni casi la spesa sarà possibile addirittura fino al 2023.

Nel Quadro finanziario pluriennale 2014-2020 – peraltro iniziato in ritardo – per l’Italia sono stati stanziati 44,6 miliardi nei cinque Fondi strutturali e d’investimento europei previsti (fondi SIE) e sono state fissate regole diverse da quelle del settennato precedente.

Innanzitutto, quella che i finanziamenti dovevano essere impegnati entro la fine del terzo anno successivo a quello della previsione nel bilancio europeo. Quindi, per esempio, gli importi assegnati nel 2015 dovevano essere spesi entro il 31 dicembre del 2018 altrimenti si perdevano.

Poi, altra nuova regola importante, i contributi erogati dovevano aggiungersi agli investimenti strutturali o alla spesa pubblica degli Stati membri e non sostituirsi ad essi.

Per questo i progetti finanziati con risorse europee sono stati cofinanziati con risorse nazionali. L’Italia ha previsto un cofinanziamento nazionale di 30,5 miliardi. In complesso, quindi, le risorse disponibili nel periodo 2014/2020 ammontavano 75,1 miliardi di euro (44,6 + 30,5 miliardi).

Ebbene, a giugno 2020 – ultimo dato disponibile – dei circa 36 miliardi (su 44,6) che fino a quel momento l’Europa ha destinato all’Italia, solo il 39% (circa 15 miliardi) è stato effettivamente speso.

Dal confronto in Europa emerge che in media gli Stati europei a giugno avevano già ricevuto il 96 per cento delle risorse a loro destinate e di quelle ne avevano già spese il 51 per cento.

Ma, allora, rischiamo di perdere i finanziamenti? Va fatta una specifica.

La somma di tre (su cinque) fondi SIE, cioè il Fondo sociale europeo (FSE), il Fondo europeo di sviluppo regionale (FESR) e l’Iniziativa Occupazione Giovani (IOG), è pari a 50,5 miliardi (33,6 miliardi di risorse comunitarie e 16,9 di risorse nazionali) sul totale dei 75,1 miliardi complessivamente stanziati.

A fine 2020, di questi tre fondi sono stati spesi 21,3 miliardi (ovvero il 42,1% dei 50,5 miliardi stanziati) e, soprattutto, l’Italia ha speso tutta la sua parte di cofinanziamento, quota necessaria per non perdere quei finanziamenti europei.

Quindi, se per i tre fondi in questione non si sono (per ora) perse risorse, tuttavia perdite sono ancora possibili per i due fondi rimanenti per i quali i dati non sono ancora disponibili.