Proposta di soluzione per la concessione di A/22

Con il Decreto Agosto il Governo ha prorogato di altri due mesi (dal 30 settembre al 30 novembre 2020) il termine per la sottoscrizione degli atti convenzionali di concessione relativi all’infrastruttura autostradale A22 Brennero-Modena.

È la quarta proroga che dal temine iniziale del 30 settembre 2018 sta dilatando i tempi per il rinnovo della concessione in house a causa dell’irrisolta vicenda della liquidazione dei privati presenti nel capitale sociale[1].

La proroga – su richiesta del Partito Democratico – si è resa necessaria perchè l’Autorità garante della concorrenza e del mercato ha ufficialmente chiesto, come aveva già fatto la Corte dei Conti a dicembre 2019, di avviare le procedure di gara per l’individuazione di una nuova concessionaria.

In pratica, poiché non risulta ancora perfezionata la liquidazione dei soci privati dell’attuale compagine della società Autostrada del Brennero S.p.A., la cui presenza, per l’eventuale affidamento della concessione in modalità in house, è in contrasto con il parere rilasciato dalla Commissione europea il 20 novembre 2018, non si può sottoscrivere l’accordo.

Su questo punto, l’AGCM, non solo ha chiesto di fare la gara, ma ha aggiunto che l’assenza dei requisiti per un legittimo affidamento in house non costituisca la ragione per ulteriori proroghe e ritardi nel ricorso a procedure competitive.

Una situazione paradossale che sta danneggiando gli interessi di Verona. Per fortuna che il Governo ha deciso di prorogare ancora.

Per risolvere definitivamente la questione, ho depositato un emendamento al DL Agosto (art. 94 – Concessione Autobrennero). La mia proposta prevede:

  1. l’ulteriore differimento al 31 dicembre 2020 del termine del 30 novembre 2020, per la sottoscrizione degli atti convenzionali di concessione;
  2. di consentire alla Regione Trentino A.A. e agli enti locali della tratta A/22 – ai sensi e per gli effetti dell’articolo 2437 sexies del codice civile ed anche in deroga allo statuto – di procedere al riscatto delle azioni possedute dai privati, previa delibera dell’assemblea dei soci, adottata con la maggioranza prevista per le assemblee straordinarie.

Ho proposto, altresì, di ridurre i tempi previsti dal Codice Civile per questo tipo di procedure nonché di non tenere conto della consistenza del fondo “ferrovia”[2] ai fini della determinazione del valore di liquidazione delle azioni private, anche in considerazione del fatto che entro trenta giorni dalla data dell’affidamento della concessione, la Società Autobrennero Spa deve provvedere a versare quel fondo al bilancio dello Stato[3].

La mia proposta consentirà di sbloccare l’empasse e riverberare a Verona i benefici connessi al rinnovo della concessione.

Per noi ci sono due 2 miliardi di euro per interventi infrastrutturali: la terza corsia tra Verona e Modena e la terza corsia dinamica Bolzano Sud-Verona, le barriere antirumore, le aree di servizio (Affi e Povegliano) e contributi alle Province per opere esterne all’asse autostradale, ad esempio il finanziamento per la mediana provinciale da Nogarole Rocca a Isola della Scala e io dico di pretendere anche oltre Isola d/S, almeno fino ad Oppeano sulla SS 434.

La concessione prevede anche attività concrete per favorire il trasporto merci su modalità alternative a quella stradale e, quindi, la promozione del trasporto ferroviario. A questo proposito, Autobrennero seguirà la creazione del Polo logistico intermodale Isola della Scala in sinergia con il Quadrante Europa.

La concessione all’Autobrennero, quindi, ai nostri Comuni e non con gara, così come avevamo chiesto e poi accettato dal Governo Renzi nel 2016, è un’occasione importante per perderla.

[1] L’articolo 13-bis del decreto – legge 16 ottobre 2017, n. 148, convertito, con modificazioni, dalla legge n. 172 del 2017 prevede, al comma 1, che per il perseguimento delle finalità di cui ai protocolli di intesa stipulati in data 14 gennaio 2016, che le convenzioni di concessione per la realizzazione delle opere e la gestione delle tratte autostradali hanno durata trentennale e sono stipulate dal Ministero delle infrastrutture e dei trasporti con le regioni e gli enti locali che hanno sottoscritto gli appositi protocolli di intesa in data 14 gennaio 2016, che potranno anche avvalersi nel ruolo di concessionario di società in house, esistenti o appositamente costituite, nel cui capitale non figurino privati.

[2] Articolo 55, comma 13, della legge n. 449 del 1997, “destinato al rinnovo dell’infrastruttura ferroviaria attraverso il Brennero ed alla realizzazione delle relative gallerie nonché dei collegamenti ferroviari e delle infrastrutture connesse fino al nodo stazione di Verona nonché delle iniziative relative all’interporto di Trento, all’interporto ferroviario di Isola della Scala (Verona) ed al porto fluviale di Valdaro (Mantova)”)

[3] Comma 2 del citato articolo 13- bis del decreto – legge n. 148 del 2017

Fondazione Arena, serve un nuovo protocollo

Fondazione Arena, serve un nuovo protocollo

Pur avendo rinviato la stagione lirica di quest’anno al 2021, causa virus, la Fondazione Arena intende svolgere alcuni spettacoli nel mese di agosto.

Credo sia una buona cosa. Tempo prima che venisse assunta questa decisione, avevo proposto proprio questo (https://www.vincenzodarienzo.it/fondazione-arena-un-tavolo-locale-e-le-risorse-per-evitarne-la-chiusura/).

A fronte di questa prospettiva, però, osservo una strana narrazione che collega la miniattività da fare all’ampliamento dei posti disponibili in Arena da 1.000 spettatori, come prevede l’attuale disposizione per gli spettacoli all’aperto, a 3.000.

Non capisco questa ansia, nel senso che il Decreto vigente riflette la situazione epidemiologica che abbiamo finora conosciuto. Nulla toglie che in presenza di condizioni migliori, ovvero se si consolida la curva positiva di questi giorni, le cose possano essere riviste in tempo per il periodo in cui vorrebbero fare gli spettacoli.

Ma tant’è.

Non credo sia una questione economica. Cambia poco da mille a tremila spettatori. Non solo. Tra i soldi che la Fondazione riceverà dal Fondo Unico dello Spettacolo ed i “risparmi” sopraggiunti a seguito della sospensione della stagione e la messa in cassa integrazione del personale (almeno fino al 13 giugno), le risorse (20 milioni di euro?) ci sarebbero per sostenere i pochi spettacoli previsti.

Ma visto che la Fondazione punta molto sul protocollo che ha redatto per proporre al Ministero di ampliare il numero degli spettatori, allora va anche detto che quel documento è insufficiente.

Lo è perché tratta solo quello che serve da fare all’interno dell’Anfiteatro. Da questo punto di vista è buono, ma per essere completo dovrebbe anche fissare le azioni da fare “oltre” l’Arena. La gestione degli spettatori per lo spettacolo dal vivo inizia dai percorsi di affluenza in città e finisce al deflusso. In mezzo ci sono i tratti dedicati anti assembramento, i punti di raccolta, il sostegno medico, il supporto fisiologico, insomma serve un protocollo che metta insieme più cose e più competenze.

Da questo punto di vista, quindi, il protocollo dovrebbe farlo il Comune di Verona che dovrà mettere al tavolo sia la Fondazione Arena sia l’Autorità sanitaria locale in modo che tutte le azioni necessarie siano affrontate compiutamente.

Sono convinto che un documento simile darebbe a tutti noi uno strumento maggiore per portare avanti la richiesta di ampliare i posti a disposizione, pur riconfermando che non mi pare che sia un nodo imprescindibile per lo svolgimento degli spettacoli programmati ad agosto.

 

Recovery fund, belle notizie e cose da fare

La Commissione Europea ha proposto un Recovery fund da 750 miliardi che si aggiungono agli altri fondi già decisi nelle settimane scorse. In particolare, al Recovery fund vanno sommate le risorse già decise dall’UE: gli acquisti straordinari della Bce dei titoli di stato, i crediti senza condizioni del fondo salva Stati, lo Sure sull’occupazione ai prestiti alle imprese della Banca Europea degli Investimenti.

All’Italia andrebbero circa 172 miliardi, di cui oltre 81 miliardi di contributi a fondo perduto e circa 91 di prestiti. Una cifra impressionante.

L’Europa c’è!

Sono stati sconfitti tutti coloro (Lega e Fratelli d’Italia) che in Europa hanno sempre votato insieme agli avversari dell’Italia affinché questo non avvenisse.

La proposta fatta dalla Commissione Europea rappresenta il punto fermo attorno al quale si avvieranno le negoziazioni.

Quanti soldi mette sul piatto l’Ue? Dove troverà questi soldi l’UE? A chi verranno dati e a quali condizioni?

Quanti soldi?

Il Recovery Fund potrà contare su una potenza di fuoco di 750 miliardi di euro da distribuire ai paesi membri (cui si aggiungeranno i fondi del bilancio Ue 2021-2027 pari a circa 1.100 miliardi di euro). Una cifra che semplicemente non ha precedenti nella storia dell’Ue. Tanto più che per reperire i 750 miliardi verrà fatta una emissione comune di bond. Il bilancio Ue viene usato a garanzia dell’emissione.

Alla scadenza dei titoli emessi, il ripagamento spetterà alla Commissione europea e, significativamente, non ai singoli paesi membri. Si tratterà peraltro di titoli a lunga scadenza. La Commissione prevede infatti che il ripagamento non avverrà prima del 2028 e dopo il 2058. In poche parole, si tratta a tutti gli effetti di un indebitamento comune.

A chi andranno?

I soldi diretti ai paesi membri saranno in larga parte contributi (fino a 500 miliardi) e nella rimanente parte (250 miliardi) prestiti (che in quanto tali dovranno poi essere restituiti dai singoli paesi membri all’Ue). In merito a quanto verrà dato a ciascun paese membro, si prevede un meccanismo di allocazione che riconosce che la crisi da coronavirus ha colpito simmetricamente tutti i paesi membri ma sta producendo effetti diversi.

L’Italia dovrebbe essere il primo paese membro in termini di risorse allocate: oltre 81 miliardi di contributi a fondo perduto e circa 91 di prestiti. Se non ci fosse questo fondo, l’Italia dovrebbe reperire sui mercati aumentando ulteriormente il proprio (elevatissimo) debito pubblico.

Come verranno spesi i soldi?

I finanziamenti dovranno supportare gli investimenti e le riforme realizzate per rilanciare la crescita. Si tratta di circa 560 miliardi da distribuire sia attraverso contributi sia attraverso prestiti.

Le verifiche riguarderanno l’attuazione delle riforme da fare e finanziate con il fondo, quindi, la riforma del sistema fiscale, del mercato del lavoro, della maggiore efficienza della pubblica amministrazione e della riduzione dei tempi della giustizia. L’attenzione, quindi, sarà rivolta non tanto ai temuti ‘tagli’ quanto piuttosto al controllo della qualità della spesa.

Altro obiettivo del fondo è l’incentivo degli investimenti privati con 31 miliardi e altri 15 miliardi, invece, saranno utilizzati per mobilizzare investimenti privati finalizzati ad accrescere l’autonomia strategica dell’Ue nel campo delle nuove tecnologie e delle catene del valore.

Infine, 9,4 miliardi di questo fondo serviranno per la prevenzione delle epidemie e per l’acquisto di medicine e strumenti medicali.

Cosa manca ancora?

Adesso comincia il confronto tra gli Stati fino alla decisione definitiva del Consiglio Europeo.

L’auspicio è che la presidenza di turno tedesca del Consiglio dell’Unione possa avere la forza di trovare la quadra nel prossimo semestre.

A quel punto, è importante che quei fondi siano disponibili da subito e non dal primo gennaio, come è stato paventato.

Appena dopo l’estate, inoltre, l’Italia deve presentare il “Recovery plan” con le indicazioni sulle linee strategiche per utilizzare i fondi.

Fondazione Arena, un tavolo locale e le risorse per evitarne la chiusura

Da oggi riaprono alcune attività dello spettacolo, quelle cinematografiche. Mi pare chiaro, nonostante i tentennamenti locali, che per la stagione areniana sarà difficile trovare una soluzione.

Ma se per l’estate è concreta la possibilità che i dati epidemiologici siano postivi, perché non pensare a qualcosa affinché non chiuda del tutto ed essere pronti con produzioni e organizzazioni adeguate alla logica del distanziamento sociale?

Visto che è in corso il confronto tra esperti per la stesura di un protocollo di sicurezza, propongo un tavolo in città per affrontare questo grande tema.

A parte il lustro e la promozione di Verona nel mondo, l’Arena garantisce un indotto insostituibile. Con la stagione che salta, la Fondazione avrebbe la forza per ripartire? E se e quando ripartirà, con la ridefinizione degli spazi che ridurrà le sedute e, quindi, gli spettatori e le conseguenti entrate, riuscirà a reggere anche in futuro?

Per un po di tempo dovremmo dimenticarci l’Arena piena come un uovo e allora studiamo le cose da fare sin da questa estate per essere pronti appena sarà deciso con quali condizioni sarà possibile ripartire.

E’ chiaro che oltre a garantire gli standard di tutela per i lavoratori e per il pubblico, servono anche le risorse, nazionali e territoriali.

Il settore dello spettacolo dal vivo in questa fase non può vivere solo con l’assegnazione del FUS o altri interventi della Legge Bray. Non sono per nulla sufficienti. Non si riesce a ripartire in tempo e recuperare il perduto se non arriveranno altri, ingenti, finanziamenti che dovranno servire per più tempo. Oltre quest’anno, insomma.

D’altronde, la biglietteria non garantirà le stesse entrate degli anni scorsi e aumenteranno i costi, quelli per riorganizzare l’accoglienza e la regolamentazione del pubblico, per l’adeguamento tecnico e logistico degli spazi teatrali, per gli interventi straordinari e ordinari di igienizzazione nonché per sostenere gli investimenti in promozione e comunicazione.

Difficile reggere in queste condizioni e visto che si prospetta il rischio anche in prospettiva, mica possiamo permetterci la chiusura dell’Arena?

Fermo restando che i finanziamenti previsti per quest’anno sono comunque da erogare, a prescindere dai requisiti normalmente previsti, il Governo deve decidere importanti investimenti che, a questo punto, serviranno per salvare un prodotto culturale di cui l’Italia non può fare a meno. Anche la Regione ed il territorio devono fare la propria parte.

Ecco, quel tavolo locale che auspico, cominci a produrre idee e progetti e ad impegnarsi, tutti uniti, verso i soggetti che possono dare una mano.

Le “mascherine” propaganda di Zaia.

Il 23 Marzo scorso denunciavo che le mascherine di Zaia “meglio piuttosto che niente” non ci difendevano dal virus. Infatti, la comunicazione ai veneti era stata fuorviante, ingenerando la convinzione che le “mascherine” in distribuzione servivano a proteggerci dal virus (https://www.vincenzodarienzo.it/zaia-e-la-mascherina-meglio-piuttosto-che-niente/)

In questo video, quelle “mascherine” sono state testate e la menzogna di Zaia è stata scoperta. Infatti, era stato lui a definirle “mascherine”..”per la protezione individuale”.

Spero che nessuno si sia ammalato usandole.

Presenze mafiose, occhi aperti.

La Direzione centrale anticrimine  della Polizia di stato ed il Ministero degli Interni hanno suonato il campanello d’allarme: l’emergenza economica causata dal coronavirus sta apparecchiando la tavola per la mafia.

I settori più fragili e più colpiti dalle misure di contenimento del contagio possono essere facili prede per il malaffare che dispone di ingenti ed immediate risorse economiche.

Il tema centrale è la liquidità, fattore indispensabile per le imprese per riuscire ad affrontare le difficoltà. Garantire la liquidità, e tanta, è anche l’oggetto del decreto legge del Governo che ha messo sul piatto garanzie pubbliche per 400 miliardi di euro alle imprese.

Una cifra enorme, ma che potrebbe non bastare.

Giocano, adesso, due fattori: riuscire a soddisfare tutte le richieste e riuscirci nel minor tempo possibile.

In pratica, il sistema delle garanzie offerte dallo Stato per tutti i prestiti richiesti in proporzione al volume dei ricavi che ogni impresa ha raggiunto nel 2019, fa sì che il prestito sia garantito. Ma i tempi di verifica e di elargizione potrebbero incidere non poco sulle prospettive delle imprese nel mercato di riferimento.

In questo spazio temporale di incertezza, le mafie possono arrivare prima dello Stato, perché hanno soldi, liquidi, pronti all’uso. In una situazione di emergenza la mafia può sfoderare un’economia parallela e sommersa, prestando soldi per conquistare aziende pulite con cui lavare denaro sporco e arricchirsi, nonché fare concorrenza sleale al mercato regolare.

Verona rischia molto, da questo punto di vista. Molto di più rispetto ad altre realtà. Sì, perché qui la presenza della criminalità organizzata è stabile da tempo, ormai, e già in passato ha tentato più volte di inserirsi nell’economia legale.

A Verona, ha dimostrato conoscenza del territorio, ha messo le mani in vari settori economici. Le decine di interdittive antimafia emesse dai Prefetti dimostrano la molteplicità degli interessi imprenditoriali.

Questa sgradevole presenza approfitterà senz’altro di questo scenario di difficoltà Chi avrà problemi di liquidità può trovare nella mafia un’opportunità immediata con prestiti a tassi bassi e la compartecipazione all’attività stessa.

Per questo, tutti abbiamo il dovere di tenere gli occhi aperti e chiedere che le Istituzioni, innanzitutto quelle pubbliche, facciano la propria parte nello stimolare e supportare le Forze di Polizia nel mirabile lavoro a difesa e tutela della nostra sicurezza.

400 milioni per generi alimentari e di prima necessità

Il Governo ha destinato 400 milioni di euro per l’acquisto di generi alimentari e beni di prima necessità per le famiglie in difficoltà a causa delle decisioni per contrastare la diffusione del virus.

I soldi sono stati assegnati ai Comuni.

Se la cifra non sarà sufficiente, ne saranno destinati alti. Nessuno dovrà restare indietro o senza aiuti.

 

Ordinanza Protezione Civile 658

Università di Verona, come superare i problemi?

Fino al 15 marzo prossimo sono sospese le lezioni di tutti i livelli di istruzione. Una scelta doverosa perché la diffusione del contagio è il nemico da battere.

Il sacrificio che si sta chiedendo alle famiglie italiane è notevole, ma è l’unico modo per cercare di arginare il virus.

Per ovviare al blocco delle lezioni, a livello universitario era stato pensato di effettuarle comunque attraverso video appositamente registrati in modo che gli studenti potessero proseguire nel piano di studi.

Una decisione intelligente che, peraltro, apre scenari anche per il futuro, approfittando dell’intelligenza artificiale e dell’innovazione tecnologica.

Personalmente, quindi, ho esultato quando è stato detto che le lezioni sarebbero state svolte con modalità telematiche. Certo, ciò non favorisce il confronto tra studenti e insegnanti, ma almeno consente di proseguire il programma.

Nella difficoltà del momento, però, purtroppo sta emergendo anche una certa fragilità del sistema universitario.

Infatti, con stupore apprendo che non è proprio come dicono, ovvero che a fronte dell’apprezzato intento non stia corrispondendo la piena fattibilità. Ho raccolto diversi spunti critici da numerose famiglie veronesi.

E’ il momento di correre tutti nella medesima direzione. Quindi, quali sono gli ostacoli che stanno condizionando le lezioni in via telematica? In che modo possiamo dare una mano?  Capisco che non è facile organizzare un dispositivo simile che coinvolge migliaia di universitari, ma avendo a cuore il sistema dobbiamo concorrere alla piena e concreta efficienza del medesimo.

Questa occasione di proseguire nel verso della versatilità dell’insegnamento, a maggior ragione con le tecnologie a disposizione, non può cogliere impreparato un luogo della scienza, qual è il sistema universitario.

Si faccia ogni sforzo organizzativo, anche in ragione del prolungamento temporale della sospensione delle lezioni, per garantire la continuità dell’insegnamento a beneficio di chi studia e dell’organizzazione che può rischiare un ingolfamento con le problematiche che questo comporterebbe.

Auspico, quindi, che Verona metta a disposizione le proprie capacità per superare ogni difficoltà e favorire l’esercizio dell’insegnamento.

La Lega ammazza il Parco della Lessinia

Il Parco Regionale della Lessinia, istituito nel 1990, si estende per oltre 10.000 ettari ed è vissuto da una varietà di presenze  naturalistiche, storiche e archeologiche di inestimabile valore.

L’istituzione del parco è servita per tutelare un territorio unico per il suo genere nel quale trovano rifugio cervi, caprioli, camosci alpini, marmotte, volpi, donnole, faine, lepri, scoiattoli e ghiri oltre a numerosi specie di avifauna selvatica come l’aquila reale, il falco pellegrino, il gallo cedrone, il fagiano di monte, la civetta capogrosso, il picchio nero e il merlo acquaiolo. Sono presenti, inoltre, anche l’istrice e il lupo.

Insomma, un’opportunità naturalistica di valore a pochi passi da casa nostra che riesce a coniugare la salvaguardia dei luoghi con la curiosità dei visitatori.

Ebbene, la notizia è che la Lega di Salvini vuole ridurre i confini del Parco portandolo da 10.333 a 8.211 ettari.

La rilevante parte tagliata sarebbe declassata ad area contigua e, pertanto, sarebbe possibile la caccia.

L’eliminazione delle tutele e dei vincoli previsti attualmente sarebbe funzionale ai cacciatori, ragione per la quale si vuole ridurre il parco.

Io aggiungerei anche la possibilità di insediare nuovo cemento, coltivazioni intensive ed ogni altro sfruttamento del territorio per fini di lucro.

Dopo 30 anni dalla sua istituzione, il parco vive il momento più delicato a causa di una certa mentalità sviluppista che assoggetta alla bramosia umana – quella di cacciare, pensate – ogni cosa.

Esattamente il contrario di quanto nel mondo sta avanzando, ovvero una nuova visione della natura da affrontare con rispetto per contrastare i cambiamenti climatici che tanti danni e sofferenze stanno portando con loro.

A cosa potremmo attribuire la proposta leghista? Alla prossima campagna elettorale per le elezioni regionali. Fare un favore ad una categoria, nel caso i cacciatori, porterebbe consenso.

La proposta danneggia in primis proprio i cacciatori e poi anche i Comuni che insistono nel Parco. Entrambi rischiano di osteggiare un sentire comune che sta avanzando e che viene stimolato soprattutto dai giovani.

Per avere un voto in più massacrano un Parco che è un gioiello dimostrando un cinismo tipico di politiche che non dovrebbero esistere.

Ma questa è la Lega.

Libia, gli interessi italiani e la soluzione (italiana)

L’Italia non può che avere un ruolo nella vicenda libica. Sul piano strategico, è fuori dubbio che per noi è essenziale in termini di sicurezza, flussi migratori ed energetici.

La maggior parte dei nostri interessi sono in Tripolitania, governata da Al Serraj con un governo riconosciuto dalle Nazioni Unite.

Le cose si sono complicate recentemente. A fronte della guerra tra i due regnanti, dall’altra parte della barricata, in Cirenaica, c’è Haftar, sono entrati in gioco paesi prima non coinvolti: Russia e Turchia.

L’8 gennaio scorso, i Presidenti Erdogan e Putin si sono incontrati in Turchia. Di fronte agli Stati Uniti in ritirata, all’Europa che non trovava una posizione unitaria ed alle (mal celate) richieste dei due contendenti, hanno stipulato un patto tra potenze per allargare la loro sfera di influenza sul paese a pochi chilometri dalle nostre coste.

Per impedire una soluzione simile, approfittando dell’immobilismo europeo, l’unica era agire da soli, anche militarmente. Ovviamente, non era pensabile che l’Italia decidesse una iniziativa in armi e neppure attività simili a quelle poste in essere da altri attori internazionali. Da qui, il vuoto che ha provocato l’azione russo/turca e l’attivismo diplomatico di Italia e Germania per salvare il salvabile.

La crisi libica, quindi, ha reso evidente la crisi del metodo multilaterale per la soluzione delle controversie e, soprattutto, ha reso palese come l’Unione Europea è incapace di un’iniziativa coerente.

Presi in contropiede dai quei due paesi, Russia e Turchia, poco inclini a ragionamenti di sistema e, soprattutto, governati con metodi più sbrigativi, l’Europa adesso può solo contrastare la logica di potenza con la promozione degli interessi nazionali in termini di collaborazione con tutte le parti in causa. Un’azione, quindi, di risulta.

Serve, pertanto, un accordo tra Potenze, insomma, senza investire speranze nelle Nazioni Unite e nei loro metodi rivelatisi, alla prova dei fatti, sterili e inconcludenti, nella consapevolezza, però, che non possiamo fidarci neanche di chi – paesi europei e non – soffiavano sul fuoco da fuori dei confini libici e poi si sono nascosti al momento giusto.

Primo, perché non hanno agito per fermare quanto è accaduto; secondo, perché hanno dimostrato palese inaffidabilità.

Ovviamente, le cose si devono fare per gradi. Il primo è senz’altro quello emerso dalla Conferenza di Berlino: immediato cessate fuoco permanente, embargo sulle armi ed avvio di un processo politico per arrivare a un governo unico.

Serve poi, per garantire un cessate il fuoco duraturo, una forza internazionale (a guida italiana?) che assicuri le operazioni di pace ed il monitoraggio sulle armi in entrata in Libia.

Queste erano le proposte dell’Italia e questo è stato deciso.

Primi passi per creare una cornice legale nella quale la diplomazia italiana può fare la sua parte senza alcuna prova di forza e difendere gli interessi nazionali.