La riforma dell’ordinamento penitenziario

Mar 18 2018
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Non sarà uno svuotacarceri, ma una misura attesa da anni, un modo per offrire delle alternative al carcere per i detenuti.

L’hanno richiesta a gran voce e da anni giuristi, magistrati, avvocati e società civile. I penalisti avevano anche indetto uno sciopero, astenendosi dalle udienze per due giorni.

La riforma dell’ordinamento penitenziario approvata dal Governo riporta l’esecuzione della pena in assetto con i principi della Costituzione.

La riduzione degli automatismi che limitano o impediscono l’accesso ai benefici penitenziari e alle misure alternative alla detenzione in carcere, con la conseguente restituzione al giudice del diritto-dovere di valutarne caso per caso l’applicabilità, l’ampliamento delle possibilità di ammissione a un’esecuzione penale che non sia esclusivamente di natura carceraria, la revisione del modello di vita penitenziaria in attuazione dei precetti costituzionali e delle indicazioni degli organi sovranazionali, sono gli elementi cardine della trasformazione dell’esecuzione penale e della cultura della pena.

I contrari, ovviamente, gridano all’ennesimo salvaladri. Al contrario, poiché il decreto prevede misure alternative che consentano al detenuto di restituire qualcosa di quello che ha tolto alla società, non è un provvedimento salva-ladri, uno svuota-carceri. Infatti, da domani non ci sarà nessun ladro in più in giro e nessuno uscirà dal carcere.

Cosa prevede il decreto

La riforma è nata dai lavori degli Stati generali per l’esecuzione penale voluti dal Ministro Andrea Orlando.

Dal provvedimento – che punta a rafforzare le misure alternative al carcere e ad abbattere il tasso di recidiva – sono esclusi tutti coloro che si sono macchiati di delitti di mafia e terrorismo.

I condannati all’ergastolo (esclusi i reati di mafia e terrorismo) potranno accedere al regime di semilibertà, dopo che abbiano correttamente fruito di permessi premio per almeno cinque anni consecutivi, nuovo presupposto alternativo a quello dell’espiazione di almeno 20 anni di pena. Possibile sospensione della pena, anche residua, fino a 4 anni, per accedere all’affidamento in prova.

Nella riforma viene posta particolare attenzione alla socialità del detenuto, le attività come studio, lavoro e svago. Vengono introdotte anche delle modifiche riguardo all’alimentazione, estendendo i requisiti del vitto anche per andare incontro a diverse abitudini alimentari nel rispetto delle culture “altre”.

Particolare importanza ha anche l’introduzione della tutela dei detenuti dalle discriminazioni legate all’identità di genere e all’orientamento sessuale. Tra gli altri diritti introdotti anche quello di essere assegnato a un istituto prossimo alla residenza della famiglia e l’uso di tecnologie informatiche come la posta elettronica e Skype per permettere ai carcerati di mantenere i contatti con le loro famiglie.

 

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