L’economia di guerra

Dall’inizio del conflitto tra Russia e Ucraina, l’economia Ue ha già perso lo 0,5% di crescita economica (dal 4,2% previsto a inizio anno a un 3,7% oggi). Inoltre, se gli scontri dovessero proseguire e le sanzioni ulteriormente inasprirsi, il prezzo in termini di crescita mancata potrebbe essere ben più salato, arrivando a un rallentamento superiore (fino al 2% del PIL). Sempre molto meno rispetto a ciò che potrebbe accadere in Russia (-10%), ma pur sempre un rallentamento significativo.

Rispetto a inizio marzo lo shock sulle materie prime sembra rientrare, ma i prezzi rimangono molto più elevati rispetto a inizio crisi, e si inseriscono in un contesto di aumenti già molto netti da almeno un anno.

Gli effetti più forti del conflitto saranno quelli indiretti: i costi dell’energia, in particolare, stanno mettendo e continueranno a mettere in seria difficoltà le industrie europee. Soprattutto quelle più energivore, ma non solo.

Lo spettro della stagflazione (bassa crescita e alta inflazione) è una minaccia sempre più concreta. A determinare le sorti dell’economia europea sarà tuttavia soprattutto la durata del periodo di stagflazione (“solo” un anno o di più?). Da questa dipende la probabilità che il rallentamento economico e il rialzo dei prezzi, insieme, abbiano o meno un forte impatto sulla tenuta complessiva dei sistemi economici europei.
In questo quadro, può esserci un “shock dell’offerta” per i mercati energetici?

Lo shock sul mercato petrolifero, ovvero nel caso le sanzioni o le rinunce all’acquisto da parte dei consumatori escludessero dal mercato l’intera quota di esportazioni russe, le perdite ammonterebbero al 7,5% della domanda mondiale.
Si tratterebbe di uno shock di offerta più grande persino delle due crisi petrolifere degli anni Settanta, la prima delle quali costrinse l’Occidente a un periodo di austerity e rischiò di spingere il mondo verso la stagflazione.

Cosa accade dal punto di vista commerciale e finanziario?

Le esportazioni di beni alla Russia rappresentano solo lo 0,6% del PIL dell’Unione europea.

La Russia non costituisce una meta particolarmente ambita per gli investitori comunitari: le sanzioni che hanno seguito l’annessione russa della Crimea, il rischio politico e la bassa diversificazione dell’economia non rendono la Russia – al netto degli idrocarburi – un partner economico ideale. L’esposizione totale risulta quindi piuttosto limitata per l’Unione europea e ancor più ridotta per le grandi economie dell’Eurozona.

L’esposizione dell’Italia è inferiore all’1%.

Insomma, anche nello scenario peggiore di una cessazione delle esportazioni e di perdita delle risorse investite in Russia, l’effetto sul PIL dei principali Paesi europei sarebbe piuttosto contenuto

E gli impatti economici indiretti del conflitto?

L’aumento dei prezzi delle materie prime, soprattutto quelle energetiche, mette decisamente in difficoltà i sistemi economici di molti paesi del mondo.

Nel caso dei paesi europei, una conseguenza indiretta del conflitto che pesa molto è quella dell’aumento dei prezzi dell’energia, sia a livello mondiale (quello del petrolio e, in parte, del carbone), sia regionale (il gas naturale, in cui la Russia occupa una posizione di mercato dominante).

In particolare, i prezzi del gas naturale spot in Europa gravitano oggi a livelli di oltre cinque volte superiori rispetto a quelli di inizio 2021.

Nel comparto industriale e manifatturiero, a soffrire saranno soprattutto quelle aziende ad alta intensità energetica, ovvero quelle che utilizzano maggiore energia per produrre la stessa quantità di valore aggiunto. Tra loro troviamo i settori chimico e petrolchimico, quello della lavorazione dei minerali non metalliferi (come la ceramica, il vetro, il cemento, ecc.) o quelli per la produzione di legno e carta. Si tratta di settori che, insieme, costituiscono circa il 5% del PIL europeo.

Non è tuttavia detto che ci si fermi qui. Settori a bassa intensità energetica ma che contribuiscono molto al PIL europeo, come i mezzi di trasporto e l’edilizia (insieme, il 10% del PIL dell’UE a 27), potrebbero risultare comunque colpiti dall’aumento dei prezzi dei loro input, che siano a loro volta prodotti in Ue o in paesi terzi.

Cos’è la “stagflazione”?

E’ una delle situazioni economiche peggiori che un paese possa trovarsi ad affrontare. Si tratta di uno scenario in cui, a fronte di una crescita del Pil bassa o addirittura negativa, l’inflazione rimane su livelli piuttosto elevati e comunque decisamente più alti dell’aumento del Pil. Il risultato è quello di un’economia sostanzialmente ferma o in recessione, che deve però far fronte ad un aumento generalizzato dei prezzi che erode il potere di acquisto delle famiglie.

Se la situazione attuale dovesse protrarsi a lungo, con i prezzi di energia e generi alimentari alle stelle e l’inflazione complessiva che potrebbe superare il 7%, sarebbero i nuclei a reddito medio-basso (e dunque più vulnerabili dal punto di vista finanziario) ad essere maggiormente colpiti.

Ciò inciderebbe sul reddito disponibile di individui e famiglie aggravando ulteriormente disoccupazione, povertà e disuguaglianze economiche e sociali, che erano già state amplificate dalla pandemia.

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