Libia, gli interessi italiani e la soluzione (italiana)

Gen 19 2020
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L’Italia non può che avere un ruolo nella vicenda libica. Sul piano strategico, è fuori dubbio che per noi è essenziale in termini di sicurezza, flussi migratori ed energetici.

La maggior parte dei nostri interessi sono in Tripolitania, governata da Al Serraj con un governo riconosciuto dalle Nazioni Unite.

Le cose si sono complicate recentemente. A fronte della guerra tra i due regnanti, dall’altra parte della barricata, in Cirenaica, c’è Haftar, sono entrati in gioco paesi prima non coinvolti: Russia e Turchia.

L’8 gennaio scorso, i Presidenti Erdogan e Putin si sono incontrati in Turchia. Di fronte agli Stati Uniti in ritirata, all’Europa che non trovava una posizione unitaria ed alle (mal celate) richieste dei due contendenti, hanno stipulato un patto tra potenze per allargare la loro sfera di influenza sul paese a pochi chilometri dalle nostre coste.

Per impedire una soluzione simile, approfittando dell’immobilismo europeo, l’unica era agire da soli, anche militarmente. Ovviamente, non era pensabile che l’Italia decidesse una iniziativa in armi e neppure attività simili a quelle poste in essere da altri attori internazionali. Da qui, il vuoto che ha provocato l’azione russo/turca e l’attivismo diplomatico di Italia e Germania per salvare il salvabile.

La crisi libica, quindi, ha reso evidente la crisi del metodo multilaterale per la soluzione delle controversie e, soprattutto, ha reso palese come l’Unione Europea è incapace di un’iniziativa coerente.

Presi in contropiede dai quei due paesi, Russia e Turchia, poco inclini a ragionamenti di sistema e, soprattutto, governati con metodi più sbrigativi, l’Europa adesso può solo contrastare la logica di potenza con la promozione degli interessi nazionali in termini di collaborazione con tutte le parti in causa. Un’azione, quindi, di risulta.

Serve, pertanto, un accordo tra Potenze, insomma, senza investire speranze nelle Nazioni Unite e nei loro metodi rivelatisi, alla prova dei fatti, sterili e inconcludenti, nella consapevolezza, però, che non possiamo fidarci neanche di chi – paesi europei e non – soffiavano sul fuoco da fuori dei confini libici e poi si sono nascosti al momento giusto.

Primo, perché non hanno agito per fermare quanto è accaduto; secondo, perché hanno dimostrato palese inaffidabilità.

Ovviamente, le cose si devono fare per gradi. Il primo è senz’altro quello emerso dalla Conferenza di Berlino: immediato cessate fuoco permanente, embargo sulle armi ed avvio di un processo politico per arrivare a un governo unico.

Serve poi, per garantire un cessate il fuoco duraturo, una forza internazionale (a guida italiana?) che assicuri le operazioni di pace ed il monitoraggio sulle armi in entrata in Libia.

Queste erano le proposte dell’Italia e questo è stato deciso.

Primi passi per creare una cornice legale nella quale la diplomazia italiana può fare la sua parte senza alcuna prova di forza e difendere gli interessi nazionali.

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