Medio oriente, Libia e superpotenze

Come membro della Commissione Difesa, ho partecipato ad alcuni incontri con Ambasciatori e autorevoli esponenti della diplomazia internazionale per valutare gli attuali scenari nel mondo arabo e medio orientale.
Non ci sono dubbi che l’ascesa di Trump alla Casa Bianca ha determinato un certo grado di imprevedibilità.
Non solo a parole, ma anche nell’ultimo libro del neoeletto Presidente emergono le critiche sia all’Iran sia alle politiche dal suo predecessore. Esse si inseriscono nel teatro mediorientale
soggetto a rapidi mutamenti che spingono a un riadattamento costante della strategia dei vari attori coinvolti.
Quindi, se alle parole seguiranno i fatti – va considerato che oltre al neoeletto Presidente, anche la nuova squadra di governo e la maggioranza repubblicana al congresso la pensano così – nei prossimi quattro anni il ruolo degli Stati Uniti può compromettere le azioni di conciliazione che sia Obama che l’Unione Europea hanno condotto in questi anni.
Da tenere presente, inoltre, che l’ingresso forte nello scenario della Russia e la simpatia di questa verso l’asse sciita che oggi governa la Siria, l’Iraq e l’Iran, crea, nei fatti, un dualismo come negli anni della guerra fredda: da una parte gli USA più vicini ai sunniti (più per risulta che per scelta) e ad Israele e dall’altra la Russia ed i suoi rapporti con il mondo sciita.
In questo reticolato la fossilizzazione di centri di potere antagonisti rendono complesso l’isolamento di qualche Paese in particolare, ma, soprattutto, una possibile soluzione di carattere generale.
Va considerato, inoltre, che l’Iran, vistosi isolato, si è sempre più spostata verso
la morsa cinese sia a livello economico che strategico, offrendo a Pechino una sponda per iniziare l’insediamento nell’area.
Insomma, gli attori nell’area mediorientale non sono più solo i Paesi che vi appartengono, bensì grandi superpotenze che hanno interessi contrastanti tra loro.
In tutto questo gioco geopolitico non vi sono notizie di azioni verso la Libia, che resta il nostro problema numero uno, a causa della vicinanza geografica e dei flussi immigratori che provengono da lì.
Qui ci sarebbe lo spazio per l’Unione Europea che, in realtà, purtroppo non riesce a svolgere con forza il proprio ruolo. Oltre le missioni in corso nel Mediterraneo, sul terreno libico non vi sono segnali di impegno tale da far sperare in una soluzione stabile e duratura per quel Paese.
L’Italia, invece, è fortemente impegnata per la stabilizzazione e, per questa ragione, da un mese abbiamo riaperto l’Ambasciata italiana a Tripoli dopo tre anni di assenza.

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