Perché il candidato sindaco non è del PD?

In tanti mi stanno chiedendo le ragioni per le quali il Partito Democratico non abbia avanzato una propria candidatura alla carica di sindaco di Verona.

Ne parlo perché la cosa sta assumendo una certa consistenza numerica.

Me lo chiedono anche elettori di destra, ma soprattutto nostri elettori, quindi, non militanti e le domande hanno sempre lo stesso denominatore: “è normale che il partito più grande guidi la coalizione”.

Ho specificato che non sono tanto i militanti, ma gli elettori, perché questa differenza è rilevante nella mia riflessione.

Penso, infatti, che la differente sensibilità tra gli “interni” e gli “esterni” sia solo in parte dovuta alle differenti possibilità di conoscenza dei fatti e degli avvenimenti, ovviamente più completa tra i militanti.

Solo in parte, perché mentre negli Organismi dirigenti interni la proposta di un candidato non PD abbia ricevuto l’unanimità dei consensi, all’esterno, anche dopo la risposta che segue la domanda, non tutti cambiano idea. Anzi, qualcuno manifesta una certa delusione e considera questo un passo falso.

Quindi, ritengo opportuno rifletterci sopra.

Partiamo dall’inizio: il PD avrebbe proposto al tavolo della coalizione i suoi candidati a sindaco nelle persone dei quattro parlamentari, della consigliera regionale e dei tre consiglieri comunali di Verona.

Essendo questi i ruoli maggiori, era normale che il partito li proponesse a coloro che volevano condividere con noi un percorso.

Qui si inserisce il primo aspetto rilevante: il PD non aveva solo il compito di proporre nomi, ma anche (e soprattutto) favorire la costruzione e l’unità dell’area del centrosinistra. Perché? Perché essendo i più grandi, la nostra capillarità territoriale, le esperienza maturate e le relazioni che abbiamo costruito nel tempo possono essere utili.

Ci siamo messi a disposizione, quindi, garantendo la pari opportunità tra forze che sono elettoralmente (e visibilmente) diseguali, ma egualmente necessarie per la costruzione di un progetto alternativo alle destre.

Questo fa conseguire il secondo aspetto della questione, perché è ovvio che quell’unità si raggiunge anche attraverso il nome del candidato che, a quel punto, chiude il cerchio sulla meta da raggiungere.

Ebbene, sulla proposta della candidatura di Damiano Tommasi si sono concentrati alcuni elementi potenziali che corrispondevano  ai requisiti ideali che ci eravamo posti all’inizio. Questa è la ragione per la quale il PD non ha avanzato sue candidature ed ha sostenuto quella di Tommasi.

In merito, permettetemi di dire che su quella candidatura si è ulteriormente rafforzato il profilo responsabile ed istituzionale del PD veronese nel momento in cui gli otto possibili candidati PD hanno ritenuto che il maggior grado di unitarietà del centrosinistra – stella polare dei nostri ragionamenti – sarebbe stato raggiunto da un altro nominativo.

Pensate a cosa sarebbe accaduto se solo uno degli interessati avesse voluto comunque proporsi.

Io, per quanto mi riguarda, rivendico questo profilo culturale che abbiamo e che rafforza il PD come pilastro centrale e motore della coalizione di centrosinistra a sostegno della sua unità che è il valore aggiunto dell’operazione politica che stiamo portando avanti.

Non c’è ne arroganza ne pusillanimità in quello che dico, ma un posizionamento politico del PD che è la migliore soluzione per competere in questo difficile territorio,

Le divisioni del passato devono essere sempre da monito.

E lo dico io che non mi assumo alcuna responsabilità politica considerato che ero contrario alla candidatura divisiva di Orietta Salemi, purtroppo confermata addirittura dall’esclusione dal ballottaggio.

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