Coronavirus, le criticità verificatesi in Veneto

In questo periodo ci hanno abituato alle conferenze stampa di Zaia che ci spiega quanto è stato bravo ad affrontare l’emergenza.

In realtà, non essendoci domande o dibattito, è difficile capire cosa per davvero è stato fatto o non è stato affrontato compiutamente.

Eppure, bastava poco. Bastava chiedere ai sanitari, alle case di riposo e ai tanti che stanno lavorando in questo momento, soprattutto nel campo sanitario.

Qui ho riepilogato le criticità che sono avvenute. Questo non vuol dire che sia stato tutto sbagliato, intendiamoci, ma che non tutto è bello come ci viene raccontato.

Il fatto è che si è preferito raccontare quanto detto da Zaia e non approfondire quanto stava accadendo per davvero sul territorio.

Ecco, invece, quello che ho raccolto e che, se leggete bene, molti di voi potranno valutare se è vero o meno:

  • mancanza di dati sull’esatta diffusione dell’epidemia, legata all’ esecuzione di tamponi solo ai pazienti ricoverati e alla diagnosi di morte attribuita solo ai deceduti in ospedale.
  • Errata impostazione della raccolta dati, che ha sottostimato il numero dei malati e discretamente il numero dei deceduti.
  • Gestione confusa della realtà delle RSA e dei centri diurni per anziani, che ha prodotto diffusione del contagio e un triste bilancio in termini di vite umane ovvero la mancanza di una strategia preventiva ed operativa di valutazione delle situazioni più critiche nelle case di riposo.
  • Mancata fornitura di protezioni individuali ai medici del territorio (compresi i medici delle RSA) e al restante personale sanitario operante nelle strutture ospedaliere pubbliche e private. Questo ha determinato la malattia di numerosi di essi e la probabile e involontaria diffusione del contagio, specie nelle prime fasi dell’epidemia.
  • La pressoché totale assenza delle attività di igiene pubblica (isolamenti dei contatti, tamponi sul territorio a malati e contatti, ecc…) a causa della quale non è stato possibile intercettare immediatamente sul territorio i sintomatici, i positivi e far seguire a questo il tracciamento rigoroso dei contatti, la quarantena dei conviventi o dei sospetti a rischio.
  • Mancata esecuzione dei tamponi agli operatori sanitari del territorio e in alcune realtà delle strutture ospedaliere pubbliche e private, con ulteriore rischio di diffusione del contagio.
  • L’attribuzione della diagnosi di morte per Covid solo ai deceduti in ospedale, mancando al conteggio delle morti quelle avvenute a domicilio o in residenza, dove i tamponi non sono stati eseguiti.
  • Mancata dotazione ai medici del territorio di strumenti di diagnosi, controllo e di percorsi preferenziali per una diagnosi rapida e tempestiva.

 

Veneto batte Lombardia. Ma è vero?

Qualche giorno fa la rivista Harvard Business Review ha pubblicao un’analisi sulla rilevante discrepanza tra i dati del contagio rilevati nelle tre regioni (Lombardia, Veneto, Emilia Romagna) tra le più duramente colpite dal virus.

In particolare, l’analisi si è focalizzata sulll’approccio lombardo incentrato sull’ospedalizzazione massificata, a differenza di uno basato su assistenza domiciliare (Emilia-Romagna) o sui tamponi a tappeto (Veneto).

L’articolo di Harward, per la parte del confronto tra Lombardia e Veneto dice testualmente questo:

“Il diverso sviluppo del contagio in queste due regioni è stato segnato da una combinazione di fattori che, in alcuni casi, nulla hanno a che vedere con le capacità di chi le governa. La Lombardia ha una maggiore densità di popolazione e aveva un numero di casi superiore quando la crisi è scoppiata. Ma è ormai chiaro che ci sono state scelte di politica sanitaria nelle fasi iniziali che hanno influenzato i risultati che vediamo oggi.

In particolare, mentre la Lombardia e il Veneto hanno applicato approcci simili sul social distancing e la chiusura dei negozi, il Veneto ha affrontato il Covid-19 con diverse misure di politica sanitaria come:

– l’uso dei tamponi da subito sia su casi sintomatici che asintomatici;

– il tracing di potenziali contagiati. Se una persona risultava positiva al tampone, tutte le persone che vivevano con lei, così come i vicini di casa, venivano testati e in caso di mancanza di tamponi, venivano messi in quarantena;

– enfasi sulla diagnosi e sulla cura domestica. Dove possibile, i campioni venivano raccolti direttamente nelle abitazioni e analizzati da laboratori locali o regionali;

– monitoraggio e protezione del personale sanitario e di altri lavoratori essenziali. Questo ha incluso medici e infermieri, personale in contatto con popolazioni a rischio (assistenti in case di riposo per anziani), e lavoratori esposti al pubblico (cassieri di supermercato, farmacisti e operatori di servizi di pubblica assistenza come vigili del fuoco e poliziotti).”

Senza fare polemica, ho chiesto in giro a sanitari, a chiunque ho sentito e, sinceramente, nessuno è stato in grado di confermarmi quanto scritto nell’articolo.

Anzi, posso ragionevolmente dire che non mi pare proprio che in giro siano state fatte le cose che questa rivista cita.

O mi sbaglio? Scrivimi se hai informazioni che confermano le azioni che sono state scritte: info@vincenzodarienzo.it

 

Come finanziare le politiche di bilancio (e rilancio).

La Banca Centrale Europea varerà un piano d’emergenza contro i rischi del coronavirus attraverso un programma di acquisto di titoli e di obbligazioni pubbliche e private dei paesi membri dell’eurozona da 750 miliardi di euro.

750 miliardi di euro sono tanta liquidità. Il piano serve a contrastare gli effetti del coronavirus che in pochi giorni ha affondato i listini internazionali e ad evitare il peggio all’economia europea.

Sommando il cosiddetto Quantitative Easing (QE) da 20 miliardi al mese, i 120 miliardi di euro già promessi in precedenza ed i 750 annunciati dopo si ottiene un totale di oltre mille miliardi per il 2020.

La promessa di 750 miliardi ha avuto subito un effetto salvifico sullo spread italiano che dai massimi – oltre i 300 punti base – è precipitato a quota 190 in poche ore.

Il problema non è solo nostro. Il differenziale si è allargato anche per paesi come Francia e Olanda. Segno che il Coronavirus rischia di rimettere in discussione la tenuta dell’Eurozona.

Il nuovo programma si chiamerà “Pandemic Emergency Purchase Program” (Pepp), e proseguirà fino alla fine del 2020 e sarà accompagnato anche dal rinnovo dei 2.800 miliardi di euro di titoli già acquistati durante le precedenti iniziative portate avanti durante il mandato di Draghi.

Col Pepp, la Bce comprerà titoli pubblici e privati, inclusi i titoli greci e i commercial paper, di fatto le cambiali che tengono in vita molte piccole e medie aziende e che l’effetto dirompente del coronavirus sta mandando in tilt. La Bce, quindi, inietta molta liquidità e crea un paracadute per l’economia europea, sull’orlo della recessione.

Non si esclude la possibilità di superare i limiti che la Bce si è autoimposta pur di proteggere l’economia dell’eurozona, quindi, la regola che obbliga la Banca Centrale ad acquistare titoli in proporzione al capitale detenuto dalla banca centrale di ogni paese (a sua volta grossomodo proporzionale al Pil).

Un fatto molto rilevante, perché significa che, potenzialmente, la Bce potrà concentrare i suoi acquisti sui titoli di paesi in particolare difficoltà (leggi Italia, ma non solo).

Sono convinto che le misure messe in campo per inondare di liquidità il mercato, fornendo prestiti a tasso zero alle banche e alle imprese, non basteranno.

Si tratta comunque di prestiti di fronte ad una doppia crisi, di domanda e di offerta.

Per evitare che le aziende falliscano, il nostro Governo dovrà fare la sua parte con ambiziose politiche di bilancio e di rilancio, politiche che dovranno essere sostenute finanziariamente dalla Bce chiamata ad acquistare parte dei titoli emessi proprio per finanziare queste politiche.

Il candidato Sanders ed il ghigno di Trump

Alle primarie americane del Partito Democratico è in vantaggio Bernie Sanders, un autorevole personaggio che rivendica una concreta vicinanza al pensiero socialista e le sue proposte ne sono una chiara espressione.

Intendiamoci, definire un americano “socialista” è oggettivamente difficile, ma lì basta poco per essere tacciato come tale, ad esempio anche solo proponendo il concetto di sanità pubblica.

Se le primarie le vincerà lui, penso che Trump accoglierà la notizia con un ghigno, a suggello della sua sicura rielezione.

Non che io sia per lui, ovviamente, ma è evidente che la sfida a Trump non potrà mai vincerla un candidato che parla solo ad un pezzo della società, quella già posizionata con i democratici (e forse neanche tutti).

Un Presidente uscente non si affronta solo ponendosi alla testa di quelli che già votano per i Dem, bensì dialogando con tutti e, quindi, in particolare con gli altri. E’ così che si riesce a vincere le elezioni.

Ebbene, di fronte ad un Trump che è un pessimo Presidente per tutto il mondo, tranne che per gli americani, che ha privilegiato in ogni modo e usa la propaganda continuamente per accarezzarli, appare difficile che possa competere un candidato che non va oltre il proprio recinto.

Su temi cruciali come la crescita, ad esempio, se Sanders propone di favorirla con strumenti sostenibili è una cosa, ma se – come sta facendo – individua nello sviluppo una delle cause che determinano problemi e squilibri sociali, allora oltre il proprio elettorato non andrà.

Con questo non voglio dire che la sinistra deve fare le cose della destra, anzi, ma voglio ribadire che le proposte devono essere razionali e che il candidato deve essere una persona in grado di raccogliere anche le simpatie degli elettori avversi, condizione imprescindibile affinché ti ascoltino, quantomeno.

Sono anche convinto che la piena conoscenza del candidato avversario, Trump, deve incidere sulla scelta del candidato Dem, ovvero che bisogna tenere conto del profilo altrui per capire quale soggetto mettere in campo.

Anche per questa ragione ho il timore che Bernie Sanders, ottimo politico, non sia quello che consentirebbe al Partito Democratico di rendere contendibile la sfida.

Un chiosa finale: rapportare quanto ho scritto a situazioni diverse sarebbe solo il frutto delle libere interpretazioni (o insinuazioni) di chi legge.

Regionali 2020, non credo all’alleanza con il M5S

In merito alle elezioni regionali Veneto della primavera 2020, ritengo che il paventato accordo elettorale con il M5S sia una prospettiva sbagliata e subalterna. Che peraltro avrebbe bisogno di una ampia riflessione nel Partito per essere legittimata, dato che nulla di questa ipotesi è stata discussa alle recenti primarie.

Una riflessione che non può essere il referendum tra gli iscritti di cui si vocifera, bensì il pieno coinvolgimento degli iscritti in ragione della portata strategica di una scelta simile.

Sono convinto che il collante per un’alleanza strategica di questa natura sia solo quella di non perdere le elezioni regionali. Fatto pur importante, ovviamente, ma non sufficiente per supportare una prospettiva di quella natura a fronte degli impegni da sostenere in caso di vittoria.

PD e M5S hanno deciso un governo insieme per fronteggiare una vera emergenza di natura democratica, ma questo non può tradursi tout court in patto di prospettiva strategica ovunque sul territorio nazionale, in ragione delle differenziazioni che esistono sui temi strategici.

Nel Veneto sarà difficile comprendere come sia possibile un’alleanza con un gruppo politico che mantiene ferme le proprie posizioni su infrastrutture economiche e sociali che garantiranno al territorio sviluppo e crescita.

Per quanto concerne il M5S, se a livello nazionale nulla pare cambiato sulla concezione della democrazia rappresentativa, del garantismo, dell’immigrazione e della sicurezza, a livello regionale è di tutta evidenza l’alternatività progettuale su tutti i temi che la Regione ha dovuto affrontare e che si troverà ad affrontare ancora.

Cosa può giustificare un’alleanza stabile se sul riformismo radicale che servirebbe al Veneto, le strategie sono alternative? Si può immaginare un’alleanza che subito dopo le elezioni viene sotterrata con la formazione di due gruppi in antitesi tra loro?

Un accordo con il M5S in Veneto testimonierebbe una certa remissività che indebolirebbe la nostra vocazione ad essere partito di governo di una Regione in cui si manifestano i principali indicatori della dinamicità economica del Paese.

Da questo punto di vista, quindi, un accordo strategico con il M5S apparirebbe semplicemente frutto di una operazione di potere fine a sè stessa. Il danno peggiore che potremmo arrecare al Partito Democratico.

Habemus Governo!

La crisi di Governo si sta concludendo con la definizione di un nuovo Governo imperniato sull’alleanza tra il Partito Democratico ed il M5S.

E’ una soluzione difficile, non è stata presa a cuor leggero e ha davanti a sé molte insidie.

Ma, allora, perché è stato importante per il PD assumere un ruolo di responsabilità e condividere questo percorso addirittura con un avversario così ostico nei nostri confronti?

Cosa ha convinto quelli come me, con una certa cultura politica di rispetto, istituzionale e personale, delle regole costituzionali e delle persone?

Alcune semplici ragioni.

La crisi del sistema bipolare

Siamo nel pieno di una crisi cronica del sistema istituzionale su base bipolare. La nostra democrazia è stata impostata per favorire un confronto tra coalizioni/schieramenti ma, in realtà, oggi vi sono tre poli attrattivi: gli storici centrodestra e centrosinistra ed il M5S.

Ciò ha causato, non solo nel 2018, ma a partire dal 2013, alleanze di governo spurie e comunque non omogenee programmaticamente. Ricordo che i governi del centrosinistra fino al 2018 erano sostenuti in maniera determinante da gruppi parlamentari i cui membri erano stati candidati in coalizioni avversarie.

Inoltre, ad aggravare il quadro, va detto che l’esperienza e le modalità che abbiamo vissuto sono state un allarme sulle criticità che il sistema ha mostrato e sui possibili esiti infausti di queste criticità.

Il fallimento del “contratto”

Questa crisi di governo ha confermato tante cose.

La prima: per affrontare la complessità dell’azione di governo, non serve un contratto in cui si spartiscono i campi di interesse reciproco e si pongono due mastini a guardia del totem.

Questo schema ha mostrato tante crepe, su tanti temi, disciplinati e non in quel coso che avevano stipulato Lega e M5S, perché chi governa si trova di fronte a scelte inedite che comunque vanno risolte.

La seconda: in un Governo, già complicato da un inedito supporto, nel caso specifico Lega e M5S,  non serve il notaio che applica il contratto e arbitra due contendenti perché l’esperienza ha dimostrato che quell’arbitro (Conte) deve decidere, non può ratificare le scelte altrui.

In uno dei passaggi del discorso che Conte ha fatto al Senato, l’ha chiaramente detto in riferimento alle scorrettezza di Salvini.

Il terzo: lo schema che un Governo si regga sulla propaganda e che contrasti tutto e tutti produce effetti distorsivi che i cittadini pagano con l’isolamento internazionale, con lo scollamento con la società e con la sfiducia dei mercati internazionali.

Nello schema che è fallito, emerge anche un altro un dato: le tante debolezze dimostrate in questi ultimi 14 mesi – e mi riferisco sia alla divisione dei settori di interesse tra M5S e Lega, sia alla scarsa convinzione del M5S nei confronti dell’alleato –  è stato favorito uno come Salvini che non solo ha assunto una forza spropositata, ma, unendo simboli religiosi a slogan propagandistici, ha addirittura chiesto pieni poteri.

Un pericolo!

Poteva il PD disimpegnarsi in questo frangente?

Il fallimento populista

Entrambi i cardini del populismo, il leaderismo accentuato e l’attivismo nella comunicazione diretta con il popolo, attraverso i social, si sono rivelati inconcludenti di fronte alla gestione delle situazioni complesse, tipiche della politica e, soprattutto, dell’azione di governo.

L’assunzione di responsabilità mal si concilia con le campagne elettorali permanenti, con le tensioni continue tra partner. Inoltre, questa strana crisi dimostra anche la vulnerabilità dell’assetto che era stato creato da Lega e M5S che è stato messo in ginocchio al primo volere diverso di uno dei due contraenti.

Per nostra fortuna questo schema poco istituzionale ha fallito.

Ed ha fallito anche l’ideologia della “rete” e la centralità di coloro che la manovravano ai quali erano state attribuite capacita strategiche che sono evaporate nel duro confronto dialettico che esiste quando si è chiamati a governare.

Chi agita le piazze si è dimostrato incapace di produrre risultati, non raggiungendoli neanche in presenza di un contratto, come se la politica fosse uno schema preordinato, una semplice comunicazione social.

Abbiamo corso un serio pericolo.

Le prospettive ed il ruolo del PD. Il Governo ed il nuovo bipolarismo?

A fronte delle criticità del sistema, degli esiti imprevedibili e pericolosi e dei fallimenti di quel modo di praticare la politica, il Partito Democratico, pertanto, si assume la responsabilità di governo, anche con il M5S, per cambiare il quadro, istituzionale e politico finora vissuto.

Innanzitutto, non è possibile ripetere lo schema di prima. Due partiti con due vicepremier e un notaio in mezzo sono l’espressione deleteria che abbiano rigettato.

Ha colpito il fatto che Di Maio l’abbia riproposto. Un modello perdente che serviva solo a lui per continuare quanto fatto finora, come se nulla fosse accaduto. Accettarlo da parte nostra avrebbe significato una mera sostituzione dei settori lasciati dalla Lega.

Paradossale.

Ma, Di Maio non lo sapeva? Certo che sì, ma era l’unico modo per poter restare in sella con forza e costringere Conte a trattare anche con lui (in quel rapporto, non si esclude un dualismo sulle prospettive future dei due interessati).

In realtà, Conte è indicato dal M5S e, quindi, ne è parte integrante e nel momento in cui assumerà il compito, spetterà a lui ogni mediazione. In questo modo si restituisce al Presidente del Consiglio il suo compito naturale, ivi compresa la sintesi tra le forze che lo sostengono.

Di conseguenza, deve essere chiara l’attribuzione delle responsabilità, il cui coordinamento razionalmente non può che essere affidato ad un appartenente al partito più forte della nascente coalizione. Conte, appunto.
Il primo risultato, quindi, deve essere il rientro in un alveo istituzionalmente corretto delle azioni del governo che dovrà seppellire l’ubriacatura avvenuta con modelli contrattuali e due cani da guardia a supporto.

C’è un altro percorso che va esplorato.

Prima ho scritto delle criticità del sistema bipolare in una realtà che è costituita da tre poli. L’esperienza di governo può favorire una possibile soluzione?

Può darsi, soprattutto se – sgombrato il campo dal fallimentare modello “contratto” – il governo si muoverà sulla condivisione degli intenti programmatici. È nelle cose che tra le parti debba esserci una sintesi tra le varie proposizioni. Solo in quel modo due soggetti dissimili potranno reggere la sfida comune. Non già la divisione dei compiti, ma la condivisione delle scelte verso una visione chiara di dove si vuole portare il Paese.

Se questo orizzonte viene perseguito insieme e magari viene confermato in qualche elezione intermedia, può essere che si semplifichi il quadro restituendo al sistema un rinnovato assetto bipolare?
Intanto, si parte e la cosa che va rilevata è che il Partito Democratico ha dimostrato una coesione unitaria che è stata una forza nel corso di questi giorni.

È probabile che pagheremo un prezzo, ma credo che non ci fossero tante altre alternative per evitare il peggio, ovvero Salvini premier e un assetto istituzionale gravemente squilibrato con tanto di ciliegina sulla torta di un Presidente della Repubblica nominato da chi avrebbe avuto pieni poteri.

Cosa ne pensi?

Europa, cosa succede dopo il voto?

Dopo il voto del 26 maggio scorso, quali sono gli adempimenti da svolgere per le nomine delle principali cariche dell’UE relative al prossimo ciclo istituzionale?

La nuova legislatura europea inizierà formalmente il 2 luglio 2019 e le cariche in gioco sono il Presidente del Parlamento europeo, la Commissione europea, il Presidente del Consiglio europeo e il Presidente della Banca centrale europea.

In proposito, il Consiglio europeo è formalmente coinvolto nella nomina di tutte le cariche citate ad eccezione di quella di Presidente del Parlamento europeo. Il Consiglio europeo delibera a maggioranza qualificata “rafforzata” (almeno il 72% dei membri del Consiglio europeo che rappresentino almeno il 65% della popolazione dell’UE).

Qui torna il tema di quanto valgono i sovranisti. Per fortuna, poco e prevalgono le forze europeiste che, quindi, continueranno ad orientare le azioni sul sentiment unitario che abbiamo da sempre conosciuto.

Il Presidente del Parlamento europeo.

Il Presidente è eletto a scrutinio segreto, a maggioranza assoluta dei voti espressi nei primi tre scrutini. A partire dal quarto scrutinio, si procede al ballottaggio tra i due deputati che, al terzo scrutinio, abbiano ottenuto il maggior numero di voti; in caso di parità di voti, è proclamato eletto il candidato più anziano. Il mandato del Presidente del Parlamento europeo ha una durata di due anni e mezzo.

La Commissione europea.

Il mandato scade il 31 ottobre 2019 ed è costituito, oltre che dal Presidente, da sei vicepresidenti, inclusi il primo vicepresidente e l’Alto rappresentante dell’Unione per gli affari esteri e la politica di sicurezza, e 21 commissari incaricati dei diversi portafogli.

La Commissione europea è composta da un commissario per ciascuno Stato membro, compreso il Presidente e l’Alto Rappresentante dell’Unione per gli affari esteri e la politica di sicurezza che è, di diritto, uno dei vicepresidenti. Presidente della Commissione europea.

Il Presidente della Commissione europea, è eletto dal Parlamento europeo a maggioranza dei membri che lo compongono, sulla base della proposta del Consiglio europeo avanzata a maggioranza qualificata “rafforzata”, tenuto conto delle elezioni del Parlamento europeo e dopo aver effettuato le consultazioni appropriate.

L’Alto rappresentante dell’Unione per gli affari esteri e la politica di sicurezza è nominato dal Consiglio europeo, a maggioranza qualificata “rafforzata” con l’accordo del Presidente della Commissione.

Il Presidente del Consiglio europeo

Scade il 30 novembre 2019 ed è eletto dal Consiglio europeo a maggioranza qualificata rafforzata. Il mandato del Presidente del Consiglio europeo ha una durata di due anni e mezzo rinnovabile una volta. Il Presidente del Consiglio europeo non può esercitare un mandato nazionale.

Il Presidente della Banca Centrale europea

La carica è attualmente ricoperta da Mario Draghi fino al 31 ottobre 2019. Il Presidente della Banca centrale europea è nominato dal Consiglio europeo a maggioranza qualificata rafforzata, su raccomandazione del Consiglio e previa consultazione del Parlamento europeo e del Consiglio direttivo della BCE.

I ciarlatani sulla pelle delle persone

Alla fine avevamo ragione: moltissime delle dichiarazioni propagandistiche sul reddito di cittadinanza erano false perché inducevano a ritenere che il sussidio fosse di 780 euro.

Una balla che è stata ampiamente raccontata e che, invece, ha creato solo pericolose disillusioni.

L’INPS ha divulgato i primi dati. Emerge che non c’è stata una vera e propria corsa ad ottenerlo.

Ma come, urlavano di 5 milioni di poveri ed alla fine hanno chiesto il reddito solo 480mila famiglie?

Come mai?

Perché è sempre così, la propaganda è una cosa e la realtà è un’altra.

Quasi il 60% di coloro che hanno chiesto il sussidio riceveranno meno di 500 euro, ovvero poco di più di quanto avrebbero ricevuto con il Reddito di Inclusione, ovvero il beneficio che esisteva prima e che premiava soprattutto i nuclei familiari più deboli.

Da notare che il Re.I. è stato inglobato nel Reddito di Cittadinanza e che questi, ovviamente, ne contempla anche le risorse economiche che erano state stanziate prima e dopo proprio per finanziarlo.

Al netto, quindi, il RdC è nient’altro che qualcosa in più per chi già aveva diritto al Re.I..

Come sottolineato dai giornali economici, una parte corposa, circa 62mila famiglie, di richiedenti ha ricevuto o riceverà la Card Rdc con caricati meno di 100 euro al mese.

Perché? Perché molti, come sta emergendo in queste ore, ignoravano che il Rdc si compone di un sussidio di integrazione al reddito e di un sostegno per chi non è proprietario di casa. I 780 euro di cui si è tanto parlato tanto, rappresentano una soglia massima riconosciuta ad un single con Isee pari a zero, non proprietario di abitazione, mentre l’importo scende se questa persona possiede una casa oppure ogni altra misura di welfare di cui già gode o di altre forme di assistenza pubblica.

Ad ottenere una cifra più consistente, oltre mille euro, sono i nuclei più numerosi, pari a solo il 5% delle domande accolte.

Com’è possibile? La platea dei poveri sbandierata ai quattro venti, sembra aver preferito girare alla larga quando si è resa conto che in palio c’erano le briciole.

Ciò ha prodotto un significativo risparmio rispetto alla spesa prevista che il Governo vorrebbe reimpiegare su altre misure, a prova del fallimento della loro proposta.

Le aspettative elevate che sono state generate diventeranno un boomerang. Ricordate tutti le dichiarazioni degli esponenti del M5S che preannunciavano il superamento della condizione di povertà per milioni di italiani?

In realtà, e in molti l’hanno capito, si trattava di un bluff in cui prevaleva il non detto.

I nazional-sovranisti…con i soldi degli altri.

Da sempre, attraverso i Fondi strutturali, l’Unione Europea favorisce la crescita, l’occupazione e la riduzione delle disparità economiche tra i vari paesi aderenti.

Anche l’Italia ne ha beneficiato, ma con l’allargamento ad est i fondi si sono soprattutto spostati in questi paesi per sorreggere quelle economie disastrate.

Fa specie, però, vedere come certi paesi che avversano l’Europa unita e che non partecipano alle politiche solidali, sono tra quelli che ricevono più soldi di tutti.

I Fondi strutturali, però, dai quali traggono le risorse, sono alimentati da tutti, compresi quelli che l’Unione l’hanno creata e che, al contrario, vorrebbero maggiore unità, ovvero le democrazie certamente più radicate ed evolute.

Guardiamo il dettaglio 2017, ultimo anno disponibile e lo facciamo per la Polonia e l’Ungheria, due partner che si sono particolarmente distinti per l’euroscetticismo viscerale che esprimono. La prima è nella Ue dal 2004 e il suo contributo complessivo al bilancio comunitario è stato di 3,048 miliardi di euro a fronte di finanziamenti Ue per 11,9 miliardi. L’Ungheria è entrata nel 2004, ha contribuito al bilancio Ue con 821 milioni di euro, ma ha incassato fondi per 4,049 miliardi di euro.

Grazie a questi cospicui finanziamenti il PIL di questi paesi è cresciuto con una media del 4%, diversamente non sarebbe stato mai possibile.

Ebbene, chi succhia di più, come si sta comportando?

In Polonia, governata dai nazional-conservatori, oltre alla totale assenza di condivisione su temi cruciali per l’Unione, le violazioni alle libertà fondamentali non si contano più. In Ungheria, quella di Orbán, stesso copione.

Entrambi, inoltre, sono tra quelli che sulle politiche comuni hanno sempre da dire o si sfilano da tutti gli impegni.

Capito? Avversano in maniera rilevante l’Unione, non si assumono concreti impegni solidaristici, ma quando si tratta di ricevere soldi sono tra i primi.

E’ chiaro che questo schema non può funzionare a lungo e non capisco come si possa ancora sopportare che gran parte dei paesi UE paghino per chi, invece, non crede nel progetto europeo.

Io non lo sopporto più.

 

Gli scanzonati pifferai antieuropeisti

In base ai sondaggi, l’Italia sarà il paese in cui le posizioni “sovraniste” e populiste saranno più marcate rispetto ad altri paesi. Il riferimento, ovviamente, è ai risultati della Lega, dei 5S e di Fratelli d’Italia. Un pattuglione antieuropeo.

Come sempre in queste occasioni, anche questa campagna elettorale per il rinnovo del Parlamento europeo è tutta chiusa dentro il nostro recinto nazionale.

I partiti si confrontano su proposte e tematiche di rilievo nazionale e gli elettori si avvicinano al voto europeo come a una sorta di elezione di metà mandato per verificare lo stato di salute dei loro governanti.

Il problema è che l’opinione pubblica europea è ancora la somma di tante (diverse) aspettative nazionali e fa fatica a confrontarsi attorno al futuro dell’Europa. Nulla di nuovo.

La differenza, però, la fanno i sovranisti – quelli che una volta chiamavamo nazionalisti – connotati di euroscetticismo.

La crescita delle forze politiche che si oppongono al processo di integrazione europea non va sottovalutata. E non va sottovalutata la possibilità che i paesi in cui vi sono forze simili, esempio Salvini e Orban, possano allearsi. Almeno sulla carta.

Come sconfiggere posizioni che minano l’integrazione europea e, quindi, la soluzione dei problemi che hanno caratteristiche sovranazionali? Come far comprendere che gente come Salvini porteranno l’Italia all’isolamento internazionale? E come spiegare che gli egoismi nazionalisti non hanno mai prodotto buoni risultati?

Europa

Ecco il tema della campagna elettorale. Europa Si ed Europa No.

Restare in Europa significa anche cambiarla, ma non avversarla, non pregiudicarne la forza dell’unità che è in grado di esprimere. In un mondo cambiato, quanto vale la forza di un solo Paese?

Per noi italiani vi è anche un altro tema: è più che probabile che l’Italia avrà la più ampia pattuglia di parlamentari euroscettici a Strasburgo all’interno di un parlamento in cui l’unica maggioranza possibile sarà ancora quella formata dalle forze europeiste dei popolari (Ppe), socialdemocratici (S&D) e liberali (Alde).

A cosa serve dare fiducia a gente che – per fortuna – non riuscirà mai a far passare le proprie posizioni?

Tre problemi

Anzi, se questo dovesse accadere, si produrrebbero almeno tre effetti nei rapporti tra il governo italiano e le istituzioni europee.

Primo: i conflitti e le tensioni tra Roma e Bruxelles tenderanno sicuramente ad aumentare rispetto a quanto abbiamo visto finora.

Secondo: nelle prossime nomine europee, sia politiche (Commissione, Parlamento, Bce, Consiglio) che burocratiche, l’Italia potrebbe risultare fortemente isolata e penalizzata, con incarichi di secondo piano.

Terzo: con le previsioni fosche sullo stato dei nostri conti, il governo dovrà contrattare ulteriori margini di flessibilità con una nuova Commissione non certo amica verso le misure economiche attualmente in discussione in Italia.

Dunque, vedo all’orizzonte una escalation di frizioni sempre più nette. Uno scenario assolutamente deleterio per l’Italia e gli italiani.

Non serve correre dietro questi scanzonati pifferai, ci portano nel burrone.