Quirinale, i giochi sono iniziati (in malo modo)

E così, in modo molto prevedibile, il centrodestra ha proposto Silvio Berlusconi alla carica di Presidente della Repubblica.

Sinceramente, lo ritengo un passo falso, probabilmente l’ennesimo. Il centrodestra è forte nel Paese, ma le ultime candidature a sindaco per le grandi città hanno già evidenziato le debolezze di una coalizione ostaggio di un modello che guarda all’indietro e che si unisce solo di fronte a certi appuntamenti per dividersi le sedie da occupare.

Il risultato, quindi, è che ogni volta prevale il bilancino dei singoli partiti e non il quadro di interesse generale. Quella proposta è la riprova.

Non credo che servano tante parole per dire che la proposta è assolutamente inutile.

Berlusconi non ha le caratteristiche per ricoprire una carica di garanzia e di rappresentanza alta delle Istituzioni, in Italia e verso l’estero, che è possibile esercitare soltanto se l’interessato è al di sopra delle parti, gode di ampia simpatia e fiducia ed ha una dirittura morale ed una convinzione istituzionale profonde.

Ma tant’è, il centrodestra lo propone comunque sapendo che sarà difficile eleggerlo per il Quirinale ed esponendosi, così, all’implosione della proposta, della loro alleanza e – ma speriamo di no – anche a rendere difficile il percorso politico da fare adesso.

Quella proposta, inoltre, affossa il clima di unità nazionale per affrontare la pandemia e altro e fa prevalere un interesse di parte. Di fatto, è anche una sfiducia chiara verso Draghi che, ovviamente, dovrà lasciare un attimo dopo la possibile elezione di Berlusconi a Capo dello Stato perché, a quel punto, non resterebbe altro che il voto anticipato.

Altrettanto è stucchevole perché mai prima d’ora il candidato di bandiera di uno dei due schieramenti era stato il leader di uno dei due e questo lascia perplessi anche sulla capacità di condurre una fase così delicata della Repubblica.

Infine, quella proposta riflette un diritto di prelazione che il centrodestra assolutamente non ha, perché se è vero che noi non abbiamo la maggioranza, questa non ce l’hanno neanche loro.

Ed è proprio questa particolare condizione che dovrebbe motivare un percorso diverso, di condivisione su ipotesi di incontro che mai Berlusconi potrà favorire.

Quale?

E’ necessario individuare una figura di alto profilo istituzionale, che rappresenti indiscutibilmente i valori dell’unità della Nazione, e quindi non di parte.

Occorre giungere rapidamente a una scelta condivisa dall’arco di forze parlamentari più ampio possibile, a partire da quelle dell’attuale maggioranza.

Al contempo, la perdurante emergenza pandemica e la necessità di attuare con puntualità il PNRR richiedono che siano comunque garantite stabilità nell’azione di governo e una conclusione ordinata, e nei tempi ordinari, della legislatura prodromica anche alla revisione della legge elettorale.

La Lega resta di estrema destra.

Resto stupito di fronte al dibattito che circonda la Lega, in particolare sulle presunte figure “moderate” di Giorgetti e Zaia in contrapposizione a Salvini, definito più radicale.

Un dibattito astruso, perché la Lega è e resterà un partito di estrema destra e la svolta europeista è stato un inganno per partecipare al governo.

Certo, il dibattito ha origine dal fatto che parrebbe che Salvini sia tra l’incudine di parte che vuole rimanere al governo e il martello della perdita di consensi a favore di FdI, ma la sua risposta è sempre quella di alimentare il clima da campagna elettorale con temi da destra estrema.

La cosa che mi colpisce è che si faccia finta di non vederlo. Mentre in Europa la tengono a distanza perché la considerano il peggio della destra e lui non vuole entrare nel PPE, qui in Italia alcuni commentatori – purtroppo anche all’interno del PD – ragionano su improbabili conversioni.

Come non vedere con chi si allea? I suoi amici sono Orban, Le Pen e il destrorso polacco che sta negando diritti che sono patrimonio comune dell’Europa e con i quali vuole creare un gruppo alternativo al PPE.

Lo scontro tra Salvini e Giorgetti, tra partito di lotta e di governo, è fumo negli occhi, soprattutto perché Giorgetti non rappresenta il partito e al proprio interno non raccoglie neanche un voto.

Peraltro, Giorgetti e Zaia hanno sempre votato tutto e mai hanno messo in discussione la linea politica imposta da Salvini.

Il fatto è che se davvero ci fosse una proposta “moderata” e questa prevalesse, la Lega diventerebbe un altro partito perché ad oggi è saldamente su una linea politica antieuropeista e di lotta, pur facendo parte del governo.

La Lega non potrà cambiare pelle perché il suo elettorato è quello. Noi che li conosciamo tutti, quell’elettorato cosa pensa dei diritti? Dell’immigrazione? Dell’Europa? Della tassazione e dei servizi pubblici? Ebbene, come possiamo pensare che quella cosa si  possa trasformare in altro?

Poi c’è la competizione con FdI. Se Salvini si modera perde consenso, se invece resta a destra tiene, ma non può fare quello che è per davvero, il peggior destrorso, perché se lo sognerebbe di fare il Presidente del Consiglio.

Questo mix di condizioni viene annegato con i continui slogan da campagna elettorale che ogni giorno ci propina.

Poiché tra non molto si voterà, io penso che se continua a restare nella coalizione di maggioranza dovrà poi assumersi la responsabilità anche delle scelte del Governo contrarie a quello che ha sempre detto. E’ sempre più evidente che Draghi non gli sta concedendo nulla e questo si vedrà sempre di più.

Ergo, vedo più che possibile la sua uscita dalla maggioranza – che auspico vivamente – dopo il voto per il Capo dello Stato.

Checchè ne dicano Giorgetti e Zaia!

Verso il Quirinale, in che modo?

Non si può far finta di niente: dopo il voto sulla proposta di legge Zan è chiaro a tutti che la scelta del prossimo Capo dello Stato inciderà sulle azioni politiche almeno fino a febbraio.

In questa nota (https://www.vincenzodarienzo.it/lesito-del-voto-fa-ben-sperare-pero/) ho già detto che non ero convinto sulla proposta di Letta quando dice che vorrebbe occuparsene da gennaio, e il voto segreto sui crimini d’odio è la conferma di quanto pensavo.

Visto che per quell’appuntamento servono alleanze, la domanda è: con chi costruiamo la proposta per il Quirinale?

Il primo errore da evitare è che ci si rinchiuda nel recinto di coloro che insieme a noi hanno sostenuto la proposta Zan. Quei numeri non basterebbero e per giunta regalerebbero alle destre donne e uomini che potrebbero stare al nostro fianco.

Il rischio di essere posti ai margini è concreto.

Il secondo errore è subire i giochi altrui, a partire dalle destre che stanno già calcolando i numeri a supporto, niente poco di meno, di Berlusconi.

Ebbene, per non stare a guardare o, peggio ancora, aspettare gennaio, è necessario evitare la faccia truce e coinvolgere immediatamente tutti, palesi e mascherati. Questi ultimi, peraltro, non sono solo nel campo di Italia Viva, ma si annidano in giro tra le file della nostra area di riferimento.

Chiudersi in un perimetro ristretto farebbe solo un favore agli altri, compresa la spregiudicatezza di Renzi che sta agendo in un campo dove ci sono solo minoranze che non hanno i numeri sufficienti per eleggere il Presidente della Repubblica.

Se qualcuno pensa di toglierlo dai piedi, di evitare le sue manovre e di “cacciarlo via” (non ho capito bene da dove), ci chiuderebbe in un fortino senza la forza dei numeri.

Ovviamente, è sempre possibile giocare una partita di questa natura, ma allora a quel punto si fa questo SOLO se c’è un nome incontestabile che metterebbe le destre all’angolo, soprattutto nell’opinione pubblica, come è stato ai tempi di Mattarella.

Non mi pare che ce ne siano tanti in giro, quindi, quel nome incontestabile potrebbe essere quello di Draghi, sul quale ho già espresso le mie forti perplessità (https://www.vincenzodarienzo.it/draghi-si-draghi-no/). Se così fosse devo pensare che Letta pensa alle elezioni anticipate?

Sarebbe l’ulteriore e doppio errore mortale. Spostare Draghi al Quirinale impedirebbe a lui di agire per l’Italia, di assumere ruoli rilevanti in Europa e costringerebbe noi ad affrontare in queste condizioni un voto politico con una legge elettorale che consegnerebbe alle destre una facile vittoria.

Per ri-costruire la nostra comunità

Tra pochi giorni partono i congressi di Circolo per rinnovare il Segretario Regionale del Partito.

Un momento importante e coinvolgente di discussione e di scelta che dovrà impostare l’impegno da sostenere fino alle prossime elezioni regionali.

Il recente voto amministrativo ha determinato condizioni nuove e positive per il Partito Democratico che ha visto premiato il proprio profilo responsabile ed istituzionale.

Pur tuttavia, per quanto concerne il Veneto, il ridimensionamento in termini numerici del consenso e degli eletti alle cariche istituzionali ripropongono la consueta riflessione franca finalizzata al rilancio della funzione del Partito, alla sua centralità nell’area del centrosinistra e della sua iniziativa politica sul territorio.

Va in ogni caso valorizzato l’impegno profuso da tutti i candidati veneti che hanno affrontato la campagna elettorale con dedizione e non senza difficoltà e che sono parte integrante del risultato conseguito.

Il voto ha anche evidenziato difficoltà di carattere “strutturali”, in particolare in diverse realtà in cui non è stato possibile neanche partecipare con una propria lista.

Come temuto, per il PD Veneto si acuiscono le difficoltà storiche ed alcune criticità osservate in questi ultimi anni – e mai risolte – che hanno reso il confronto con gli avversari politici quasi impossibile.

Rispetto alla necessità che in questo dinamico territorio dimostrassimo la capacità attrattiva di una forza di governo, è stata, invece, ulteriormente confermata la faticosa rappresentazione del pensiero diverso e chiaramente distante da quello imposto dal centrodestra veneto.

Da troppi anni, ormai, il PD regionale ha annullato l’iniziativa politica specifica per il nostro territorio, ovviamente sensibile ai tempi ed ai temi che solo in Veneto sono presenti. I risultati conseguiti nelle due ultime elezioni regionali e le azioni delle segreterie regionali coinvolte ne testimoniano con evidenza le criticità.

Il congresso regionale è, di fatto, politicamente l’occasione – ormai storica – per invertire questa tendenza e segnare visibilmente la discontinuità necessaria.

Per la parte programmatica, io penso che in questa fase delicata serva:

  • definire un nuovo modello economico per il Veneto che punti su qualità ed innovazione e che si fondi su una reale svolta ecologica. Un Veneto sostenibile, con una qualità della vita compatibile con l’ambiente che ci circonda è l’orizzonte verso cui tendere;
  • affrontare definitivamente la carenza di personale sanitario nelle strutture pubbliche nonché contrastare la volontà di superare la rete ospedaliera a favore del privato e gestire realmente il problema delle liste di attesa;
  • sostenere i giovani e i loro progetti di vita considerandoli un interesse comune. Servono azioni concrete per facilitare l’accesso all’abitazione per le giovani coppie, abbattendo i costi di locazione, incrementare i servizi della prima infanzia a costi accessibili, ampliare gli strumenti di conciliazione tra lavoro e famiglia
  • porre in essere una regia effettiva che metta insieme il meglio della ricerca, dell’impresa e del mondo del lavoro in modo da favorire i servizi di avanguardia per l’impresa – favorendo la crescita di un sistema produttivo che oggi è un mero subfornitore e contoterzista povero nella filiera mitteleuropea – e produrre lavoro di qualità e in sicurezza;
  • superare i gravi ritardi nella conversione ecologica dei trasporti, nella digitalizzazione e nelle infrastrutture per supportare il sottodimensionato e arretrato sistema economico rispetto alle potenzialità;
  • per il futuro dei nostri giovani, definire un piano industriale regionale che valorizzi le eccellenze, crei spazi per l’intrapresa innovativa e sostenibile e che contenga elementi attrattivi per poter supportare un marketing territoriale di qualità.

E’ per noi decisivo ri-costruire concretamente una comunità politica – di fatto non alimentata in questi anni – come fattore imprescindibile e motore per la realizzazione delle condizioni e delle politiche per il prossimo voto per la presidenza del Veneto.

Ridurre il consumo di plastica

In Parlamento stiamo recependo una direttiva dell’Unione Europea sulla riduzione dell’incidenza di determinati prodotti di plastica sull’ambiente.

Gli obiettivi principali sono prevenire e ridurre l’incidenza di determinati prodotti di plastica sull’ambiente, in particolare l’ambiente acquatico, e sulla salute umana, nonché promuovere la transizione verso un’economia circolare con modelli imprenditoriali, prodotti e materiali innovativi e sostenibili, contribuendo in tal modo al corretto funzionamento del mercato interno.

Le materie plastiche sono tra le componenti principali dei rifiuti marini, stimate a rappresentare fino all’85% dei rifiuti marini trovati lungo le coste, sulla superficie del mare e sul fondo dell’oceano e si stima che vengano prodotte annualmente, a livello mondiale, 300 milioni di tonnellate di materie plastiche, di cui almeno 8 milioni di tonnellate si perdono in mare ogni anno.

L’importantissimo provvedimento prevede specifici principi e criteri direttivi, quali:

  1. garantire una riduzione duratura del consumo dei prodotti monouso e promuovere la transizione verso un’economia circolare con modelli imprenditoriali, prodotti e materiali innovativi e sostenibili;
  2. incoraggiare l’uso di prodotti sostenibili e riutilizzabili, alternativi a quelli monouso;
  3. ove non sia possibile l’uso di alternative riutilizzabili ai prodotti di plastica monouso destinati ad entrare in contatto con alimenti, prevedere la graduale restrizione all’immissione nel mercato dei medesimi consentendone l’immissione nel mercato qualora realizzati in plastica biodegradabile e compostabile;
  4. adottare misure volte a informare e sensibilizzare i consumatori e a incentivarli ad assumere un comportamento responsabile al fine di ridurre la dispersione dei rifiuti;
  5. includere i bicchieri di plastica tra i prodotti monouso;
  6. introdurre una disciplina sanzionatoria effettiva, proporzionata e dissuasiva per le violazioni dei divieti e delle altre disposizioni di attuazione della medesima direttiva, devolvendo i proventi delle sanzioni agli enti di appartenenza dei soggetti che procedono all’accertamento e alla contestazione delle violazioni e destinando detti proventi, all’interno del bilancio di tali enti, al potenziamento delle attività di controllo e di accertamento delle violazioni di cui alla presente lettera.

Per promuovere l’acquisto e l’utilizzo di materiali e prodotti alternativi a quelli in plastica monouso, è riconosciuto un contributo, sotto forma di credito d’imposta a tutte le imprese che provvedono all’acquisto e all’utilizzo di prodotti che sono riutilizzabili o realizzati in materiale biodegradabile o compostabile.

Una decisione importante che inciderà sulle nostre abitudini, nella consapevolezza che non ci sono alternative possibili, visti i danni che la plastica sta producendo all’ambiente e alla nostra qualità della vita.

La tassazione sulle multinazionali

Finalmente, è stato siglato da 132 paesi un accordo preliminare per una tassa minima globale sulle multinazionali

La tassa minima globale (global minimum tax, GMT) dovrà essere almeno del 15 per cento e si applicherà a tutte le imprese multinazionali con almeno 750 milioni di euro di ricavi che sarà una base imponibile omogenea tra i vari paesi.

Mi spiego meglio: poniamo che Apple paghi in Irlanda invece che negli Stati Uniti (che è il paese della casa madre) le imposte su profitti per 10 miliardi a un’aliquota del 12,5 per cento, il fisco americano preleverebbe da Apple 250 milioni (ovvero il 2,5 per cento di 10 miliardi) in aggiunta alla normale imposizione domestica, portando l’imposizione totale sui profitti di Apple almeno al 15 per cento, come prevede l’accordo sottoscritto.

In questo modo, la tassazione raggiunge le multinazionali ovunque siano, anche nei paesi che non hanno sottoscritto l’accordo e che hanno aliquote inferiori al 15 per cento.

L’accordo prevede anche che se la casa madre di una multinazionale si trovasse in un paese che applica un’aliquota inferiore al 15%, gli Stati che hanno sottoscritto l’intesa potranno tassare le sedi locali della multinazionale fino al raggiungimento di quella percentuale.

In questo modo, grazie al meccanismo che è stato individuato, l’imposizione sarebbe sempre del 15% ed in più eliminerebbe la competizione fiscale sleale tra paesi.

Considerato che la maggior parte delle case madri delle multinazionali sono negli Stati Uniti, sarà questo il Paese che dovrà recuperare le imposte non pagate grazie ad aliquote basse e poi ripartirle geograficamente ad altri paesi.

Per fare un esempio, una multinazionale americana che genera più profitti in Europa che negli USA, dove dovrebbe pagare le tasse? L’accordo prevede i profitti saranno ripartiti tra paesi sulla base della geografia delle vendite e dell’utilizzo dei prodotti (ad es. per i servizi digitali venduti online) di ciascuna multinazionale.

All’accordo mancano ancora importanti dettagli, ma l’idea di fondo è apprezzabile.

La lezione afgana

Quanto avvenuto in Afghanistan fa riflettere.

Capisco il desiderio di affrontare gli errori commessi, il quesito se la democrazia è esportabile, cosa non ha funzionato in questi ultimi 20 anni.

Tutte domande che, seppur importanti, guardano al passato.

Con questa nota mi concentro sul futuro, sperando che i diritti che sono stati inoculati negli anni nella società possano far germogliare qualcosa di buono nelle giovani generazioni di quel paese.

Da quanto accaduto, traggo tre considerazioni.

La prima. Gli Stati Uniti d’America non sono né saranno più quell’alleato che abbiamo conosciuto dalla seconda guerra mondiale.

Da anni gli americani si stanno ritirando dagli scenari più turbolenti del mondo. L’abbiamo già visto nel mediterraneo, in particolare con la Libia.

Gli USA hanno deciso di concentrarsi su altri versanti, soprattutto interni ed il loro essere sempre pronti a garantire un certo ordine mondiale, è venuto sostanzialmente meno, lasciando spazi importanti a Russia e Cina.

Questa constatazione mi porta alla seconda considerazione.

L’Europa, pur essendo una potenza economica mondiale, non ha come prospettiva strategica quella di influenzare le dinamiche mondiali, se non con la propria moneta, l’Euro.

Non possiamo più essere solo gli alleati degli USA, quelli che coprono le parti mancanti delle missioni di pace. È necessario che cresciamo come potenza influente, con una politica estera e di sicurezza comune.

In accordo con la NATO, che va ridisegnata con nuove prospettive, l’Europa (anche solo chi ci sta) non ha altra scelta che quella di creare un dispositivo militare e di cooperazione per porsi come partner nei contesti del mondo che la coinvolgono direttamente.

E su questo passo alla terza convinzione, che riguarda l’Italia.

Quali sono i nostri interessi geopolitici? Cosa si ripercuote su di noi?

Certamente tutto quello che accade nel nord Africa e nel mediterraneo.

L’Afghanistan è lontano, dobbiamo impegnarci per i diritti di tutti, in primis donne e bambini, ma quello che accade vicino casa nostra, in particolare l’instabilità politica dei vicini, per noi è motivo di insicurezza, oltre che di flussi migratori.

Ebbene, è in quest’area che dobbiamo costruire la nostra influenza.

Insieme con l’Europa è il momento di ripensare il futuro strategico e agire per garantire la stabilità che fa bene alla nostra qualità della vita.

Il bivio elettorale del Nord

Per vincere le elezioni politiche del 2023 è necessario pianificare una azione politica che miri ad allargare il consenso in Lombardia e Veneto.

Non lo dico solo perché in queste due regioni si concentrano le più rilevanti iniziative imprenditoriali – fatto di per sè già importante – ma anche in ragione della densità demografica.

In Italia il 70% dei comuni ha meno di 5.000 abitanti, che rappresentano il 17% della popolazione nazionale; di tutti questi il 45% si trova dislocata tra Piemonte, Lombardia e Veneto.

Una quota rilevante di elettorato che può modificare le sorti di quel voto.

A ciò si unisce il fatto che per un partito nazionale “vivere” in ogni parte d’Italia, è esiziale, a maggior ragione laddove si concentra la guida economica del Paese.

Ma queste due regioni sono di destra, a prescindere?

Assolutamente, no è sbaglia chi nel PD pensa che sia così. Come pure deve smettere la favoletta del buongoverno lombardo-veneto.

In Lombardia con la pandemia abbiamo scoperto i danni prodotti dalle scellerate scelte di affidare al privato la vita dei cittadini. Le destre lombarde hanno portato a termine un disegno che alla prova del fuoco si è dimostrato per quello che è.

In Veneto, il mito di Zaia è solo artificiosamente costruito.

Egli non è il moderato di cui si parla, è un leghista mascherato da buonista ed è un pessimo amministratore. L’indice di produttività sui grandi progetti di sviluppo è poco sopra l’1%.

In entrambe le Regioni, i diritti sociali e quelli civili sono sempre stati posti in secondo piano rispetto al perseguimento esclusivo della difesa degli interessi imprenditoriali, in nome di una visione sviluppista che ha negato una corretta gestione del territorio e dell’ambiente.

I temi negati dalle destre lombardo-venete sono il naturale riferimento per un partito progressista. E se a ciò uniamo il fatto che nelle regioni settentrionali vivono e lavorano la maggior parte degli operai e dei lavoratori dipendenti, ovvero un elettorato storicamente “tipico” per le sinistre, il cerchio si chiude.

Peraltro, Lombardia e Veneto, in ragione della loro popolosità, hanno una quantità di seggi pari a quasi un sesto del totale del Parlamento.

Per noi, quindi, la sfida del nord è l’unico obiettivo da porci verso le elezioni politiche del 2023.

Serve un impegno dedicato, senza timori.

In passato in questi luoghi il PD ha ottenuto ottimi risultati, oltre a governare una buona parte delle città.

Serve anche che qualcuno, a partire da noi stessi sul territorio, la smettesse di dire che i lombardi ed i veneti sono ontologicamente di “destra”, perché questa giustificazione comporta che di fronte al bivio su cosa fare, l’alternativa credibile non viene costruita e proposta perché tanto non servirebbe.

È l’ora delle Agorà democratiche

Tra pochi giorni saranno avviate le Agorà democratiche proposte dal segretario Enrico Letta.

Dureranno fino al prossimo mese di dicembre e, di fatto, rappresentano la più ampia consultazione collettiva ed il più grande coinvolgimento che io ricordi.

Avranno una formula snella, essendo composte da poche decine di persone e tratteranno tantissimi temi, spesso proposti dai partecipanti medesimi.

Si conclude, così, la prima fase della nuova segreteria cominciata con il coinvolgimento dei circoli su 20 ipotesi politiche di progetto.

Questa volta saranno coinvolte le persone, senza sovrastrutture di partito. La partecipazione sarà simile alle primarie, con la sottoscrizione della carta dei valori e il versamento di almeno un euro e chiunque, quindi, potrà dire e proporre la propria.

Lo strumento scelto è certamente inserito nel solco delle modalità conosciute, ma la sua forza è proporzionale alla cornice nella quale si inserisce e al progetto in cui vivrà.

Questo è un punto nodale per la buona riuscita dell’impegno, a fronte del più importante progetto oggi conosciuto: il Piano Nazionale Ripresa e Resilienza.

Faccio un parallelo ideale: un tempo i partiti si alimentavano di tante persone che volevano partecipare alla costruzione dell’Italia ed erano porta di ingresso di intelligenze e capacità. Oggi, le persone potranno avere l’opportunità di partecipare alla definizione della nuova Italia post pandemia, attraverso il partito che offre loro l’opportunità.

Quindi, le Agorà ed il Piano possono far rivivere quel sentiment che sembra essere stato perduto.

In questo quadro l’obiettivo è quello di creare un forte legame tra i progetti da scrivere con le Agorà e la cornice economica e giuridica del Piano e Nazionale Ripresa e Resilienza.

Faccio un esempio per spiegarmi meglio: nelle Agorà si possono presentare e decidere idee e proposte che il partito può formulare nelle Amministrazioni civiche che, oltre a farle proprie, con queste proposte possono partecipare ai bandi che saranno predisposti con i fondi del Recovery Fund (che finanzia il PNRR).

In questo modo si favorisce quel legame tra coloro che partecipano alle Agorà ed il risultato finale determinando, così, un fattore incentivante alla partecipazione collettiva.

Le scommesse fallite di Renzi

Ad oltre un anno dalla scissione che Renzi ha voluto per far nascere il suo partito, possiamo dire che quella scommessa non è andata in porto.

Anzi, si è confermato un errore politico rilevante.

Renzi aveva scommesso che in tanti sarebbero stati i parlamentari del PD che lo avrebbero seguito nel nuovo percorso. Al contrario, ciò non è avvenuto, non c’è stato un esodo ed il PD ha retto l’urto che di solito si determina in una scissione.

L’iniziativa di Renzi poteva anche produrre un effetto di lunga durata nel PD. Mi spiego: i parlamentari ed i militanti che lo avevano sostenuto nei vari congressi e che avevano costituito un’area politica – Base Riformista – avrebbero potuto sempre seguirlo, in particolare se le condizioni all’interno del PD non fossero state di accoglienza, ma di contrapposizione.

In realtà, in una determinata fase la contrapposizione c’è stata ed il tentativo di avversare la permanenza stessa di Base Riformista nel PD si è ripetuto più volte, ma non ha sortito l’effetto di costringerli ad uscire. Con l’arrivo di Enrico Letta questa fase si è chiusa definitivamente, in particolare nel momento in cui Letta ha riconosciuto la valenza della scelta di coloro che sono rimasti nel PD fungendo da argine verso l’abbandono da parte di un elettorato che fa comunque riferimento ai valori espressi da quell’area politica.

In quel momento, sono falliti i disegni di Renzi sul PD: quello di indebolire il PD e di favorire ulteriori adesioni di parlamentari e militanti in Italia Viva.

Come è noto, Renzi ha provocato la crisi di Governo per favorire la nascita del governo istituzionale. Checchè ne dica, era nelle cose che aveva immaginato un governo senza la Lega perché senza questa avrebbe potuto agire con Forza Italia in maniera più libera. Al contrario, la presenza della Lega nella maggioranza a sostegno del Governo Draghi sta tenendo ancorato quel partito alla strutturata alleanza di centrodestra ed in questa dimensione puntualmente si rapporta con il Governo stesso.

Certamente Renzi aveva scommesso sulle difficoltà del M5S, in particolare per il sostegno a questo tipo di Governo. Le difficoltà non sono mancate, ovviamente, ma la leadership consegnata a Giuseppe Conte ha collocato quel movimento, oltre che saldamente nel solco del governo Conte II, non solo in un alveo istituzionale ed europeo, ma anche in una direzione politica favorevole al centrosinistra con il risultato di ridurre ancor più il potere di interdizione nell’area, il cui contrario era un altro obiettivo di Renzi.

Insomma, la scissione di Renzi e, conseguentemente, il cambio di governo da lui provocato, sembrano aver favorito progettualità politiche che certamente egli non avrebbe voluto come conseguenze dei propri atti.