Ridurre il consumo di plastica

In Parlamento stiamo recependo una direttiva dell’Unione Europea sulla riduzione dell’incidenza di determinati prodotti di plastica sull’ambiente.

Gli obiettivi principali sono prevenire e ridurre l’incidenza di determinati prodotti di plastica sull’ambiente, in particolare l’ambiente acquatico, e sulla salute umana, nonché promuovere la transizione verso un’economia circolare con modelli imprenditoriali, prodotti e materiali innovativi e sostenibili, contribuendo in tal modo al corretto funzionamento del mercato interno.

Le materie plastiche sono tra le componenti principali dei rifiuti marini, stimate a rappresentare fino all’85% dei rifiuti marini trovati lungo le coste, sulla superficie del mare e sul fondo dell’oceano e si stima che vengano prodotte annualmente, a livello mondiale, 300 milioni di tonnellate di materie plastiche, di cui almeno 8 milioni di tonnellate si perdono in mare ogni anno.

L’importantissimo provvedimento prevede specifici principi e criteri direttivi, quali:

  1. garantire una riduzione duratura del consumo dei prodotti monouso e promuovere la transizione verso un’economia circolare con modelli imprenditoriali, prodotti e materiali innovativi e sostenibili;
  2. incoraggiare l’uso di prodotti sostenibili e riutilizzabili, alternativi a quelli monouso;
  3. ove non sia possibile l’uso di alternative riutilizzabili ai prodotti di plastica monouso destinati ad entrare in contatto con alimenti, prevedere la graduale restrizione all’immissione nel mercato dei medesimi consentendone l’immissione nel mercato qualora realizzati in plastica biodegradabile e compostabile;
  4. adottare misure volte a informare e sensibilizzare i consumatori e a incentivarli ad assumere un comportamento responsabile al fine di ridurre la dispersione dei rifiuti;
  5. includere i bicchieri di plastica tra i prodotti monouso;
  6. introdurre una disciplina sanzionatoria effettiva, proporzionata e dissuasiva per le violazioni dei divieti e delle altre disposizioni di attuazione della medesima direttiva, devolvendo i proventi delle sanzioni agli enti di appartenenza dei soggetti che procedono all’accertamento e alla contestazione delle violazioni e destinando detti proventi, all’interno del bilancio di tali enti, al potenziamento delle attività di controllo e di accertamento delle violazioni di cui alla presente lettera.

Per promuovere l’acquisto e l’utilizzo di materiali e prodotti alternativi a quelli in plastica monouso, è riconosciuto un contributo, sotto forma di credito d’imposta a tutte le imprese che provvedono all’acquisto e all’utilizzo di prodotti che sono riutilizzabili o realizzati in materiale biodegradabile o compostabile.

Una decisione importante che inciderà sulle nostre abitudini, nella consapevolezza che non ci sono alternative possibili, visti i danni che la plastica sta producendo all’ambiente e alla nostra qualità della vita.

La tassazione sulle multinazionali

Finalmente, è stato siglato da 132 paesi un accordo preliminare per una tassa minima globale sulle multinazionali

La tassa minima globale (global minimum tax, GMT) dovrà essere almeno del 15 per cento e si applicherà a tutte le imprese multinazionali con almeno 750 milioni di euro di ricavi che sarà una base imponibile omogenea tra i vari paesi.

Mi spiego meglio: poniamo che Apple paghi in Irlanda invece che negli Stati Uniti (che è il paese della casa madre) le imposte su profitti per 10 miliardi a un’aliquota del 12,5 per cento, il fisco americano preleverebbe da Apple 250 milioni (ovvero il 2,5 per cento di 10 miliardi) in aggiunta alla normale imposizione domestica, portando l’imposizione totale sui profitti di Apple almeno al 15 per cento, come prevede l’accordo sottoscritto.

In questo modo, la tassazione raggiunge le multinazionali ovunque siano, anche nei paesi che non hanno sottoscritto l’accordo e che hanno aliquote inferiori al 15 per cento.

L’accordo prevede anche che se la casa madre di una multinazionale si trovasse in un paese che applica un’aliquota inferiore al 15%, gli Stati che hanno sottoscritto l’intesa potranno tassare le sedi locali della multinazionale fino al raggiungimento di quella percentuale.

In questo modo, grazie al meccanismo che è stato individuato, l’imposizione sarebbe sempre del 15% ed in più eliminerebbe la competizione fiscale sleale tra paesi.

Considerato che la maggior parte delle case madri delle multinazionali sono negli Stati Uniti, sarà questo il Paese che dovrà recuperare le imposte non pagate grazie ad aliquote basse e poi ripartirle geograficamente ad altri paesi.

Per fare un esempio, una multinazionale americana che genera più profitti in Europa che negli USA, dove dovrebbe pagare le tasse? L’accordo prevede i profitti saranno ripartiti tra paesi sulla base della geografia delle vendite e dell’utilizzo dei prodotti (ad es. per i servizi digitali venduti online) di ciascuna multinazionale.

All’accordo mancano ancora importanti dettagli, ma l’idea di fondo è apprezzabile.

La lezione afgana

Quanto avvenuto in Afghanistan fa riflettere.

Capisco il desiderio di affrontare gli errori commessi, il quesito se la democrazia è esportabile, cosa non ha funzionato in questi ultimi 20 anni.

Tutte domande che, seppur importanti, guardano al passato.

Con questa nota mi concentro sul futuro, sperando che i diritti che sono stati inoculati negli anni nella società possano far germogliare qualcosa di buono nelle giovani generazioni di quel paese.

Da quanto accaduto, traggo tre considerazioni.

La prima. Gli Stati Uniti d’America non sono né saranno più quell’alleato che abbiamo conosciuto dalla seconda guerra mondiale.

Da anni gli americani si stanno ritirando dagli scenari più turbolenti del mondo. L’abbiamo già visto nel mediterraneo, in particolare con la Libia.

Gli USA hanno deciso di concentrarsi su altri versanti, soprattutto interni ed il loro essere sempre pronti a garantire un certo ordine mondiale, è venuto sostanzialmente meno, lasciando spazi importanti a Russia e Cina.

Questa constatazione mi porta alla seconda considerazione.

L’Europa, pur essendo una potenza economica mondiale, non ha come prospettiva strategica quella di influenzare le dinamiche mondiali, se non con la propria moneta, l’Euro.

Non possiamo più essere solo gli alleati degli USA, quelli che coprono le parti mancanti delle missioni di pace. È necessario che cresciamo come potenza influente, con una politica estera e di sicurezza comune.

In accordo con la NATO, che va ridisegnata con nuove prospettive, l’Europa (anche solo chi ci sta) non ha altra scelta che quella di creare un dispositivo militare e di cooperazione per porsi come partner nei contesti del mondo che la coinvolgono direttamente.

E su questo passo alla terza convinzione, che riguarda l’Italia.

Quali sono i nostri interessi geopolitici? Cosa si ripercuote su di noi?

Certamente tutto quello che accade nel nord Africa e nel mediterraneo.

L’Afghanistan è lontano, dobbiamo impegnarci per i diritti di tutti, in primis donne e bambini, ma quello che accade vicino casa nostra, in particolare l’instabilità politica dei vicini, per noi è motivo di insicurezza, oltre che di flussi migratori.

Ebbene, è in quest’area che dobbiamo costruire la nostra influenza.

Insieme con l’Europa è il momento di ripensare il futuro strategico e agire per garantire la stabilità che fa bene alla nostra qualità della vita.

Il bivio elettorale del Nord

Per vincere le elezioni politiche del 2023 è necessario pianificare una azione politica che miri ad allargare il consenso in Lombardia e Veneto.

Non lo dico solo perché in queste due regioni si concentrano le più rilevanti iniziative imprenditoriali – fatto di per sè già importante – ma anche in ragione della densità demografica.

In Italia il 70% dei comuni ha meno di 5.000 abitanti, che rappresentano il 17% della popolazione nazionale; di tutti questi il 45% si trova dislocata tra Piemonte, Lombardia e Veneto.

Una quota rilevante di elettorato che può modificare le sorti di quel voto.

A ciò si unisce il fatto che per un partito nazionale “vivere” in ogni parte d’Italia, è esiziale, a maggior ragione laddove si concentra la guida economica del Paese.

Ma queste due regioni sono di destra, a prescindere?

Assolutamente, no è sbaglia chi nel PD pensa che sia così. Come pure deve smettere la favoletta del buongoverno lombardo-veneto.

In Lombardia con la pandemia abbiamo scoperto i danni prodotti dalle scellerate scelte di affidare al privato la vita dei cittadini. Le destre lombarde hanno portato a termine un disegno che alla prova del fuoco si è dimostrato per quello che è.

In Veneto, il mito di Zaia è solo artificiosamente costruito.

Egli non è il moderato di cui si parla, è un leghista mascherato da buonista ed è un pessimo amministratore. L’indice di produttività sui grandi progetti di sviluppo è poco sopra l’1%.

In entrambe le Regioni, i diritti sociali e quelli civili sono sempre stati posti in secondo piano rispetto al perseguimento esclusivo della difesa degli interessi imprenditoriali, in nome di una visione sviluppista che ha negato una corretta gestione del territorio e dell’ambiente.

I temi negati dalle destre lombardo-venete sono il naturale riferimento per un partito progressista. E se a ciò uniamo il fatto che nelle regioni settentrionali vivono e lavorano la maggior parte degli operai e dei lavoratori dipendenti, ovvero un elettorato storicamente “tipico” per le sinistre, il cerchio si chiude.

Peraltro, Lombardia e Veneto, in ragione della loro popolosità, hanno una quantità di seggi pari a quasi un sesto del totale del Parlamento.

Per noi, quindi, la sfida del nord è l’unico obiettivo da porci verso le elezioni politiche del 2023.

Serve un impegno dedicato, senza timori.

In passato in questi luoghi il PD ha ottenuto ottimi risultati, oltre a governare una buona parte delle città.

Serve anche che qualcuno, a partire da noi stessi sul territorio, la smettesse di dire che i lombardi ed i veneti sono ontologicamente di “destra”, perché questa giustificazione comporta che di fronte al bivio su cosa fare, l’alternativa credibile non viene costruita e proposta perché tanto non servirebbe.

È l’ora delle Agorà democratiche

Tra pochi giorni saranno avviate le Agorà democratiche proposte dal segretario Enrico Letta.

Dureranno fino al prossimo mese di dicembre e, di fatto, rappresentano la più ampia consultazione collettiva ed il più grande coinvolgimento che io ricordi.

Avranno una formula snella, essendo composte da poche decine di persone e tratteranno tantissimi temi, spesso proposti dai partecipanti medesimi.

Si conclude, così, la prima fase della nuova segreteria cominciata con il coinvolgimento dei circoli su 20 ipotesi politiche di progetto.

Questa volta saranno coinvolte le persone, senza sovrastrutture di partito. La partecipazione sarà simile alle primarie, con la sottoscrizione della carta dei valori e il versamento di almeno un euro e chiunque, quindi, potrà dire e proporre la propria.

Lo strumento scelto è certamente inserito nel solco delle modalità conosciute, ma la sua forza è proporzionale alla cornice nella quale si inserisce e al progetto in cui vivrà.

Questo è un punto nodale per la buona riuscita dell’impegno, a fronte del più importante progetto oggi conosciuto: il Piano Nazionale Ripresa e Resilienza.

Faccio un parallelo ideale: un tempo i partiti si alimentavano di tante persone che volevano partecipare alla costruzione dell’Italia ed erano porta di ingresso di intelligenze e capacità. Oggi, le persone potranno avere l’opportunità di partecipare alla definizione della nuova Italia post pandemia, attraverso il partito che offre loro l’opportunità.

Quindi, le Agorà ed il Piano possono far rivivere quel sentiment che sembra essere stato perduto.

In questo quadro l’obiettivo è quello di creare un forte legame tra i progetti da scrivere con le Agorà e la cornice economica e giuridica del Piano e Nazionale Ripresa e Resilienza.

Faccio un esempio per spiegarmi meglio: nelle Agorà si possono presentare e decidere idee e proposte che il partito può formulare nelle Amministrazioni civiche che, oltre a farle proprie, con queste proposte possono partecipare ai bandi che saranno predisposti con i fondi del Recovery Fund (che finanzia il PNRR).

In questo modo si favorisce quel legame tra coloro che partecipano alle Agorà ed il risultato finale determinando, così, un fattore incentivante alla partecipazione collettiva.

Le scommesse fallite di Renzi

Ad oltre un anno dalla scissione che Renzi ha voluto per far nascere il suo partito, possiamo dire che quella scommessa non è andata in porto.

Anzi, si è confermato un errore politico rilevante.

Renzi aveva scommesso che in tanti sarebbero stati i parlamentari del PD che lo avrebbero seguito nel nuovo percorso. Al contrario, ciò non è avvenuto, non c’è stato un esodo ed il PD ha retto l’urto che di solito si determina in una scissione.

L’iniziativa di Renzi poteva anche produrre un effetto di lunga durata nel PD. Mi spiego: i parlamentari ed i militanti che lo avevano sostenuto nei vari congressi e che avevano costituito un’area politica – Base Riformista – avrebbero potuto sempre seguirlo, in particolare se le condizioni all’interno del PD non fossero state di accoglienza, ma di contrapposizione.

In realtà, in una determinata fase la contrapposizione c’è stata ed il tentativo di avversare la permanenza stessa di Base Riformista nel PD si è ripetuto più volte, ma non ha sortito l’effetto di costringerli ad uscire. Con l’arrivo di Enrico Letta questa fase si è chiusa definitivamente, in particolare nel momento in cui Letta ha riconosciuto la valenza della scelta di coloro che sono rimasti nel PD fungendo da argine verso l’abbandono da parte di un elettorato che fa comunque riferimento ai valori espressi da quell’area politica.

In quel momento, sono falliti i disegni di Renzi sul PD: quello di indebolire il PD e di favorire ulteriori adesioni di parlamentari e militanti in Italia Viva.

Come è noto, Renzi ha provocato la crisi di Governo per favorire la nascita del governo istituzionale. Checchè ne dica, era nelle cose che aveva immaginato un governo senza la Lega perché senza questa avrebbe potuto agire con Forza Italia in maniera più libera. Al contrario, la presenza della Lega nella maggioranza a sostegno del Governo Draghi sta tenendo ancorato quel partito alla strutturata alleanza di centrodestra ed in questa dimensione puntualmente si rapporta con il Governo stesso.

Certamente Renzi aveva scommesso sulle difficoltà del M5S, in particolare per il sostegno a questo tipo di Governo. Le difficoltà non sono mancate, ovviamente, ma la leadership consegnata a Giuseppe Conte ha collocato quel movimento, oltre che saldamente nel solco del governo Conte II, non solo in un alveo istituzionale ed europeo, ma anche in una direzione politica favorevole al centrosinistra con il risultato di ridurre ancor più il potere di interdizione nell’area, il cui contrario era un altro obiettivo di Renzi.

Insomma, la scissione di Renzi e, conseguentemente, il cambio di governo da lui provocato, sembrano aver favorito progettualità politiche che certamente egli non avrebbe voluto come conseguenze dei propri atti.

Le conseguenze della crisi sulle economie

Sulla base di dati certi, possiamo dire che l’intensità delle ricadute economiche conseguenti alla pandemia Covid è stata molto diversa tra paesi e altrettanto diverse sono state le risposte.

In Europa, i paesi più colpiti, come la Spagna e l’Italia sono stati costretti ad incrementare il deficit di più rispetto agli altri, come la Germania e i paesi nordici.

Inoltre, dato che la crisi è stata più grave, anche il debito pubblico è aumentato di più rispetto a quello dei paesi del Nord Europa.

Quindi, la stretta relazione tra crisi sanitaria covid e ripercussioni economiche è più che evidente.

Poichè la crisi economica causata dalla pandemia ha provocato cadute del Pil senza precedenti, per reperire i fondi necessari per fornire sostegno alle attività più colpite e sostenere la ripresa, i governi hanno dovuto incrementare i deficit pubblici.

È altamente probabile che anche nel 2021 saranno mantenuti deficit elevati, sia per sostenere attività e famiglie colpite dalla crisi, sia per sostenere la ripresa.

Il problema è che le differenze nei deficit pubblici e nelle cadute del Pil significano anche  differenze molto marcate nella dinamica del rapporto debito-Pil e, per l’Italia, penalizzata dalla recessione più grave e dal maggior livello del debito pubblico prima della crisi, questo sara ancora più una zavorra per la ripresa.

Inoltre, la divergenza con gli altri paesi è cresciuta.

Per capire meglio questo fenomeno basta far riferimento alla serie storica della differenza tra il rapporto debito-Pil italiano e quello tedesco. Questo dato, già in rapida crescita dal 2011, cioè dalla crisi dei debiti sovrani, con la crisi attuale ha raggiunto il massimo storico di quasi 90 punti.

Inoltre, secondo le stime degli analisti, non diminuirebbe nemmeno nei prossimi anni.

Preoccupa il fatto che queste divergenze possano creare nuove tensioni all’interno dell’Unione Europea. Infatti, l’anno prossimo dovrebbero tornare in vigore le regole sui bilanci pubblici e se non si trovano formule adeguate che possano contemperare situazioni tanto diverse, sarà un problema.

Un altro problema potrebbe rappresentarlo il possibile aumento dell’inflazione, per esempio a causa di una ripresa sostenuta a pandemia finita. In questo caso, la Banca centrale europea non potrebbe continuare l’attuale politica monetaria espansiva e, di conseguenza, potrebbero nascere nuove tensioni sia sul fronte politico che su quello finanziario.

I risultati della partecipazione alla riflessione sul PD

Il Segretario del PD, Enrico Letta, ha lanciato un’importante iniziativa di ascolto, chiedendo di riflettere sui 20 punti principali del suo discorso all’Assemblea Nazionale del 14 marzo 2021.

Avevo diffuso anche io i 20 punti e lo schema per rispondere (https://www.vincenzodarienzo.it/partecipa-alla-riflessione-sul-pd/).

Delle tante risposte che mi sono pervenute ne ho fatto sintesi quando è toccato a me dire la mia in merito.

L’esito di questa ampia consultazione dei circoli e degli iscritti è riepilogata in queste semplici slide.

I risultati della partecipazione alla riflessione sul PD

La novità dell’assegno unico universale

L’assegno unico universale, che sostituirà i vari benefici economici (bonus e detrazioni varie) già esistenti dedicati al sostegno delle famiglie con figli under 21, potrà avere un valore fino a 250 euro e sarà erogato dal 1° luglio 2021.

Chi ne ha diritto

L’assegno è a favore di tutte le famiglie con figli a carico, partendo dal settimo mese di gravidanza fino al 21esimo anno di età. Non è riservato a specifiche categorie o fasce di reddito, ma viene progressivamente attribuito a tutti i nuclei familiari con figli a carico ed è riconosciuto a entrambi i genitori (se sono separati o divorziati l’assegno andrà a chi detiene l’affidamento dei figli). Deve essere ripartito in egual misura tra questi e ha lo scopo di favorire la natalità e promuovere anche l’occupazione, specialmente quella femminile.

Per i figli successivi al secondo, l’importo dell’assegno è maggiorato del 20 per cento.

La somma cambia in presenza di figli con disabilità e verrà maggiorata secondo una quota di circa il 30% o il 50%, a seconda della disabilità presente. In questo caso l’assegno viene riconosciuto anche oltre i 21 anni.

Limiti per l’erogazione

Al compimento del 18esimo compleanno l’importo viene ridotto, ma sarà comunque erogato fino ai 21 anni con possibilità di corresponsione dell’importo direttamente al figlio, su sua richiesta, al fine di favorirne l’autonomia. L’assegno è concesso solo nel caso in cui il figlio maggiorenne frequenti un percorso di formazione scolastica o professionale, un corso di laurea, svolga un tirocinio ovvero un’attività lavorativa limitata con reddito complessivo inferiore a un determinato importo annuale, sia registrato come disoccupato e in cerca di lavoro presso un centro per l’impiego o un’agenzia per il lavoro o svolga il servizio civile universale.

Per quanto riguarda i figli a carico con più di 21 anni il Governo si è impegnato per una norma transitoria in attesa dell’approvazione di un provvedimento che comprenderà gli assegni anche in questi casi.

Come viene erogato l’assegno unico universale

Il beneficio è riconosciuto a tutti, indipendentemente dal reddito familiare, ma l’importo cambia non solo dopo il compimento del 18esimo compleanno del figlio a carico, ma anche a seconda del’Isee o delle sue componenti.

L’assegno unico può  avere la forma di credito di imposta o di erogazione mensile. Questo non è incompatibile con altri benefici come il reddito di cittadinanza.

Vaccini: gli errori dell’Europa (?) e le esportazioni.

Due cose sono emerse di recente nel dibattito pubblico: le accuse all’Europa sia sulla questione dei vaccini che non arrivano sia sul blocco delle esportazioni dei vaccini medesimi.

Gli errori (?)

Il primo presunto errore: i contratti conclusi dalla Commissione non prevedevano adeguate protezioni in caso di ritardi e non includevano quel principio di “primi gli europei” adottato da Stati Uniti e Gran Bretagna per i loro cittadini.

Ma è così? Non proprio. Stati Uniti e Regno Unito, avendo un bilancio ampio e flessibile (cosa che l’Unione Europea, per scelta dei paesi membri, non ha), hanno finanziato a suon di miliardi la ricerca delle case farmaceutiche. Questo ha comportato vantaggi nella distribuzione successiva.

Il secondo: i contratti non ci tutelano sui ritardi. Sarà anche vero che i contratti fatti dalla Commissione forniscono meno protezione in caso di ritardi, ma sono certamente più solidi in termini di responsabilità delle case farmaceutiche in caso qualcosa andasse storto dal punto di vista sanitario.

Il terzo: si è voluto risparmiare. Per fronteggiare le richieste di numerosissimi parlamentari europei (soprattutto i fronti populisti) di non favorire le case farmaceutiche, alcuni dei contratti sono stati stipulati per ottenere prezzi più bassi.

Sul fronte delle polemiche, poi, non ha aiutato lo stop del vaccino AstraZeneca. In realtà, l’Europa c’entra poco. Infatti, ha cominciato la Danimarca, ma il punto di svolta è stato la scelta di sospendere la somministrazione del farmaco da parte della Germania, seguita a ruota da Francia, Italia e Spagna. Decisioni tutte prese da istituzioni nazionali. “Ma che fanno a Bruxelles?” ha urlato Salvini. Come è noto è stata l’EMA a dire che era tutto a posto.

Polemiche ci sono state anche sul fatto che si è puntato troppo sulle forniture di AstraZeneca rispetto agli altri vaccini. Su Astrazeneca ha puntato anche il Regno Unito, da molti citato ora come esempio di gestione efficace della campagna vaccinale, dimenticando che è il paese al quarto posto nel mondo nella classifica dei decessi per abitanti, e di gran lunga il primo tra i 20 più industrializzati.

Le esportazioni

Con un Regolamento di esecuzione –  obbligo di autorizzazione all’esportazione per i vaccini legati al COVID-19 – l’Europa ha dettato le regole, subordinando, fino al 31 marzo, l’esportazione dei vaccini contro il COVID-19 al rilascio di un’autorizzazione.

Come noto, infatti, alcuni produttori di vaccini hanno già annunciato che non saranno in grado di fornire i quantitativi destinati all’Unione che avevano garantito.

Dato che questo comporta ritardi nel piano di vaccinazione della popolazione, l’UE ha adottato una misura immediata di durata limitata in modo da garantire che le forniture di vaccini nell’Unione siano adeguate a soddisfare la domanda.

Sulla base del principio di solidarietà, non sono soggette ad autorizzazione le esportazioni verso specifici Paesi che hanno economie fortemente integrate con quella dell’Unione europea e le esportazioni, tra le altre, verso Paesi a basso e medio reddito o legate a una risposta umanitaria di emergenza.

Sulla base di questo Regolamento, l’Italia non ha autorizzato l’esportazione di 250.700 dosi di vaccino verso l’Australia, per varie ragioni:

  • quel Paese è considerato “non vulnerabile”;
  • la penuria di vaccini nella UE e in Italia a causa dei ritardi nelle forniture dei vaccini da parte di AstraZeneca;
  • l’elevato numero di dosi di vaccino oggetto della richiesta di autorizzazione all’esportazione rispetto alla quantità di dosi finora fornite all’Italia e, più in generale, ai Paesi dell’UE.

Provvedimenti simili possono sempre essere attuati se permangono le medesime ragioni.