Il lucido disegno di Renzi e le contromosse

Perché Renzi vuole far cadere il Governo Conte?

Le ragioni sono personali (antipatie reciproche) o di strategia politica?

Renzi deve “dimissionare” Conte perché è l’unico modo per lui di avere una prospettiva politica.

Partiamo dagli elementi di fatto che esulano dal fattore “pandemia”: l’ipotesi, soprattutto al Senato e senza un Governo Conte, di allargare la maggioranza attraverso l’ingresso di parlamentari provenienti da altri schieramenti; la contrarietà dell’Europa di trovarsi Salvini al tavolo, fatto che ha già inciso nel 2019.

In base a queste premesse, sono convinto che non ci saranno le elezioni anticipate.

Per fare cosa?

L’obiettivo prioritario è quello di disarcionare Conte per il peso che potrebbe avere alle prossime elezioni politiche.

Infatti, se l’assetto attuale proseguisse fino alle elezioni 2023, con una legge elettorale prevalentemente proporzionale (obiettivo imprescindibile nel quadro partitico attuale), lo schema è già scritto: lista PD, lista M5S, lista Conte, IV e LeU.

La lista Conte pescherebbe nell’area centrale dell’elettorato (modello lista Monti 2013) e, di fatto, sarebbe certamente antagonista di IV (e anche una parte del PD, a dire il vero).

Non solo. Questa “coalizione”, in caso di vittoria elettorale, potrebbe favorire la costituzione di un Governo di continuità con Conte premier nell’ambito del quale Italia Viva sarebbe marginale.

Diversamente, un assetto senza lista Conte, garantirebbe maggiori margini di consenso a Renzi in prospettiva, oltre che una centralità condizionante per la futura, possibile coalizione.

Se questa riflessione è giusta, sarà molto difficile che possa nascere un Governo Conte-ter.

Quindi, in questa situazione cosa è opportuno fare?

 

Premesse

Innanzitutto, evitare come la peste il voto anticipato. Anzi, è irritante che anche il PD ne faccia riferimento.

Infatti, la legge elettorale in vigore e le conseguenze di questa crisi irresponsabile che ricadrebbero su tutti, consegnerebbero la maggioranza alle destre.

Con i seggi parlamentari che conquisterebbero, i sovranisti:

  • avvierebbero un percorso duraturo nel tempo;
  • cambierebbero la legge elettorale a proprio favore;
  • eleggerebbero il Capo dello Stato;
  • governerebbero il processo del Recovery pla;
  • avrebbero i numeri sufficienti per cambiare la Costituzione.

Peraltro, l’avversione dei sovrasti per l’Europa si trasformerebbe in patente di “inaffidabilità”. Per noi europeisti, sarebbe l’isolamento.

Ma davvero c’è qualcuno che intende favorire – a partire da Renzi, responsabile di questo passaggio delicato – questa gravissima sconfitta della sinistra italiana e regalare alle destre il futuro? Sarebbe da sconsiderati e incoscienti assumersi questa grave colpa.

Ribadito l’obbiettivo di evitare il voto anticipato, e dato per assodato che Renzi miri a sostituire Conte, gli elementi da considerare sono:

  • la più volte ribadita volontà di Renzi di far parte di una maggioranza che parte dall’attuale;
  • la concreta previsione che l’obbiettivo sia la nomina di un premier tecnico;
  • la presenza di parlamentari disponibili a sostenere il Governo Conte;
  • la possibilità di allargare la maggioranza.

Chiarisco subito che a mio avviso escludere a priori Italia Viva dal nuovo ciclo politico, sarebbe un errore. Per ragioni più che oggettive e credo che una posizione del genere sia frutto di una vendetta che in politica non porta mai bene.

 Credo piuttosto si debbano sfruttare le condizioni nuove per conferire rinnovata centralità al PD e diluire il peso di Italia Viva nella coalizione.

 Valutiamo i due scenari.

 

I responsabili ed il rischio connesso

Partiamo dai “responsabili” di cui si parla. Premesso che non dovrebbero garantire il superamento della quota 161 al Senato (non per la fiducia, perché non servono, ma per alcuni provvedimenti) – va detto che per un Governo di legislatura il sostegno di gruppi non omogenei, frutto di operazioni di “responsabilità” e senza una coesione ideale, sarebbe un progetto debole, assolutamente non sufficiente (difficile anche la gestione delle Commissioni) che ci espone a fibrillazioni e contraddizioni che risulterebbero più che evidenti a tutti.

Quindi, se è vero che per evitare la crisi basta avere qualche voto in più degli altri, è altrettanto vero che non si riesce a governare con questo schema.

Qualcuno propone di “partire“ comunque con il sostegno dei “responsabili” perché durante il percorso le condizioni potrebbero mutare. perché un conto è favorirle con un governo che continua a lavorare puntando a rafforzarsi, un conto è farlo senza un governo.

Onestamente, credo sia difficile immaginare una simile prospettiva e poco mi convince il fatto che comunque “la partenza” del Governo sostenuto con questi numeri, possa essere attrattivo verso altri (Renzi compreso), semplicemente perché sarebbe debole e contrario ai propri desiderata strategici.

Un disegno simile, peraltro, si presterebbe ad un’unica (ri)soluzione: se fallisse sin dall’inizio o durante il percorso, sempre per evitare il voto, ci consegneremmo nelle mani di Renzi e Conte sarà messo da parte.

Per sincerità, se vi fosse in alcuni il retropensiero del voto subito o del superamento di Conte, questo scenario sarebbe ottimale.

 

Supporto più ampio

La già avvenuta emersione di parlamentari cd. “responsabili” è un fatto politico del quale non si può più fare a meno. Pare addirittura che si costituiscano in un nuovo gruppo parlamentare.

In questo scenario, infatti, oltre a PD, M5S e LeU, Renzi non sarebbe più l’unico interlocutore determinante numericamente e, pertanto, subirebbe un oggettivo indebolimento della propria presenza.

La “partenza” di una maggioranza del genere diventerebbe attrattiva verso “altri”.

 

Riflessioni concludenti

Personalmente, quindi, sono convinto che occorra (da subito) sia favorire operazioni politiche “responsabili” sia non escludere a priori Italia Viva, come sta avvenendo.

Ma Renzi, ci starebbe comunque in un assetto simile con Conte premier?

Non dovrebbe, considerato il percorso che ha generato, ma di fatto verrebbe compreso in un percorso e non allontanato attraverso il rifiuto o la sostituzione del suo gruppo nella maggioranza futura. La sua estromissione sarebbe per lui un alibi che può tornargli comodo sempre.

Se coinvolto sin dall’inizio, invece, sulla base di cosa potrà dire no a soggetti aggiuntivi alla maggioranza, peraltro già manifestatisi apertamente? E potrà avere ancora forza il suo no a Conte come unica pregiudiziale?

 

Attualità

Se venisse scelto un percorso diverso da quello che propongo, che porterebbe ad avere la fiducia da parte di una maggioranza (PD, M5S, LeU, i Responsabili), ma con numeri non sufficienti (non superiori a 161 al Senato), Renzi tornerebbe in gioco prepotentemente.

Intanto, per favorire questo scenario a lui favorevole, ha già dichiarato che Italia Viva si asterrà sul voto di fiducia, ergo, sarebbe disponibile a far parte di una maggioranza su basi diverse.

Se non mi sbaglio, se entro martedì prossimo Renzi non sarà coinvolto come partner,   attenderà il fallimento dell’operazione che si sta portando avanti senza di lui e chiederà di rientrare con le sue condizioni.

A quel punto, nonostante una maggioranza ampia, un governo Conte ter sarà molto, ma molto difficile, ragione per la quale, non escluderei neanche le dimissioni prima del voto di fiducia.

 

Zaia chiarisca su Crisanti

Il giorno 8 gennaio scorso è stata pubblicata un’inchiesta dal settimanale l’Espresso secondo la quale “vertici della regione Veneto” avrebbero indebitamente “fatto pressione” su due primari dell’ospedale di Padova per far loro firmare una lettera relativa a uno studio sui tamponi rapidi. Tale lettera, indirizzata al direttore dell’ospedale, e poi pubblicata a mezzo stampa, sarebbe servita a prendere le distanze da uno studio sui limiti dei tamponi rapidi curato dal professor Andrea Crisanti, membro del Comitato scientifico COVID-19 della regione.

Lo studio, secondo l’inchiesta, avrebbe “violato la privacy dei pazienti o le formalità procedurali di autorizzazione dei test clinici”.

Secondo la citata inchiesta, i due primari avrebbero indirizzato una seconda lettera al direttore dell’ospedale in cui si precisava che tale studio sarebbe stato condotto rispettando le procedure. Tale lettera, tuttavia, – secondo quanto riportato dall’Espresso – non è stata pubblicata a mezzo stampa.

Secondo Espresso, lo studio aveva dimostrato l’alto margine di errore dei tamponi rapidi, con sensibilità attestata intorno a un valore del 70 per cento, risultando quindi molto meno affidabili dei tamponi molecolari nell’individuare persone positive al COVID-19, anche in casi di alta carica virale.

Il 21 ottobre, giorno in cui secondo l’inchiesta tale studio è stato divulgato, Azienza Zero, l’ente incaricato di garantire la razionalizzazione, l’integrazione e l’efficientamento dei servizi sanitari, sociosanitari e tecnico amministrativi delle strutture regionali del Veneto, aveva in corso una procedura di appalto per la fornitura di tamponi rapidi per un totale di 148 milioni di euro.

Sempre secondo quanto riportato dall’Espresso, il professor Crisanti sarebbe stato “emarginato dalla giunta” regionale, la quale ha trasferito da Padova a Treviso e Venezia il coordinamento dei test sul virus.

Su questi gravi fatti, ho presentato un’interrogazione parlamentare per sapere quali iniziative intenda adottare il Ministroal fine di verificare la veridicità dei fatti esposti in premessa e di fare chiarezza su ruolo svolto dalla regione Veneto in merito alla procedura di appalto per la fornitura di tamponi rapidi e alla estromissione del professor Crisanti.

In pratica, il Presidente Zaia deve dire se è vero quanto pubblicato da L’Espresso circa le pressioni e le minacce da parte delle ‘alte sfere’ della regione Veneto.

Se fosse vero, sarebbe una cosa inaudita.

Pressare, anche con minacce, la scienza medica per far valere proprie ragioni ‘politiche’ e, soprattutto, non consentire il libero confronto su soluzioni che potrebbero evitare tante sofferenze e lutti è la più grave delle responsabilità che qualcuno può commettere.

Va diradata questa nebbia che incide sulla credibilità e moralità, sua e della regione Veneto.

Zaia ha fallito. Miseramente!

La diffusione del virus in Veneto è praticamente fuori controllo, tanto che è stata decretata la “zona arancione”.

Come è noto dal 4 maggio le decisioni sono ripartite tra lo Stato e le Regioni. Sulla base di 21 parametri decisi insieme, lo Stato attua i provvedimenti meglio conosciuti come “zone, gialle, arancioni e rosse” nell’ambito delle quali sono stabilite misure automatiche e generali e le Regioni possono attuare restrizioni ulteriori, sulla base dei dati epidemiologici.

Fino ad ora il Veneto è stata “zona gialla”, la più leggera delle restrizioni.

In questo contesto, Zaia ha scommesso sui tamponi a tappeto, sui posti letto in terapia intensiva quasi raddoppiati, sulle strutture dedicate al covid e sull’alta spesa per la sanità (ergo: tenuta del sistema sanitario e capacità di tracciamento territoriale).

Intanto, però, il virus ha continuato a circolare con tante persone in giro che si sono incontrate e assembramenti vari. Prima del periodo di Natale il Veneto non ha mai attuato provvedimenti restrittivi – pur avendone la piena facoltà – ma si è solo adeguato alle restrizioni decise per il resto d’Italia con l’alternanza di zone rosse nei giorni festivi e arancioni.

Zaia non ha cambiato le proprie decisioni anche quando era più che evidente che i contagiati crescevano in maniera esponenziale e si capiva bene che si stava andando incontro al peggio. Forse l’aveva capito anche lui quando a fine novembre scorso ha chiesto – con un voltafaccia incredibile – al Governo la zona rossa per il Veneto fino all’Epifania (chiedendo la responsabilità di altri).

In Veneto, Zaia ha puntato molto sui tamponi rapidi invece che su quelli molecolari. I tamponi rapidi antigenici sono meno accurati, espongono a un maggior rischio di falsi negativi come hanno denunciato gli stessi medici.

Aver utilizzato in modo pressoché unico i tamponi rapidi antigenici (anziché dei molecolari) per lo screening periodico del personale sanitario, per ammettere pazienti non-COVID in ospedale e per testare personale e ospiti delle RSA è stato un gravissimo errore perché se un operatore falso negativo mette piede in ospedale è piuttosto facile che possa svilupparsi un focolaio, come del resto è accaduto.

Per questa ragione i tamponi rapidi si sono dimostrati non adeguati al livello di confronto, tant’è che il Dipartimento della Prevenzione del Ministero della Salute tende a non conteggiarli ed in ogni caso, sugli strumenti di diagnosi è utile anche il seguente documento dell’Istituto Superiore di Sanità del 4 novembre.( https://www.iss.it/primo-piano/-/asset_publisher/o4oGR9qmvUz9/content/diagnosticare-covid-19-gli-strumenti-a-disposizione.-il-punto-dell-iss)

Sono convinto che in Veneto Zaia avrebbe dovuto agire più restrittivamente perché prima o poi, come è stato, si sarebbe arrivati al momento in cui la crescita dei casi non si riusciva più a contenere nonostante gli sforzi.

Purtroppo, se il virus circola troppo, ogni sistema, anche il più virtuoso, salta. Al momento, ahinoi, conta solo la tempistica delle chiusure per ridurre il contagio.

Pensate, secondo un calcolo fatto dalla Columbia University di New York sulla prima ondata ha dimostrato come lo stesso intervento applicato solo 1-2 settimane prima, sarebbe bastato a evitare a livello nazionale il 61,6% delle infezioni e il 55,0% dei decessi segnalati al 3 maggio negli Usa.

Per capire meglio gli errori di Zaia, può servire anche il confronto con un’altra Regione da sempre zona gialla, il Lazio. In Veneto ha subito un balzo di contagi molto elevato mentre il Lazio non ha subito un’escalation di contagi e decessi ma è sempre riuscito a contenere la diffusione del coronavirus?

La risposta è semplice: conta il livello di diffusione dell’epidemia da cui partivano entrambe le Regioni e in Veneto il virus è entrato prepotente anche nelle Rsa e negli ospedali, elementi cruciali per la diffusione dei contagi.

Ma allora, perché a fronte della rilevante diffusione del virus misurata nella prima ondata e delle rilevate difficoltà nelle Rsa e ospedali, Zaia non ha mai adottato provvedimenti restrittivi?

Perché quando ha visto che la media dell’età dei contagiati stava salendo velocemente – e ciò significava aumento dei decessi dovuti anche all’età avanzata dei contagiati – non ha agito?

E perché ha scaricato tutto sulla responsabilità dei singoli cittadini perorando la causa del tampone “fai da te” in Farmacia? Assegnare la diffusione dei contagi ai singoli è una stupidata che per nostra fortuna non sta avendo seguito.

Resta che non ha agito (per non scontentare?) ed in questo modo superficiale ha ingenerato la convinzione che il virus in Veneto fosse fortemente contrastato e monitorato.

La fiducia di tanti veneti in lui ha fatto il resto.

Ah, dimenticavo, poi c’è la risibile balla sui tamponi

Zaia giustifica la grave diffusione dei contagi in Veneto (che non é riuscito ad evitare perché non ha mai preso decisioni restrittive) con l’elevato numero dei tamponi effettuati: “se ne fai tanti (vantandosene), ne trovi tanti”.

Non fa una grinza.

Ma per capire meglio che si tratta di una falsità, serve il confronto con Lazio e Campania, due regioni a parità di popolazione. Lí gli ospedali e le terapie intensive sono occupate per la metà ed i deceduti sono meno di un terzo rispetto al Veneto.

La storiella di Zaia è una balla.

Infatti, gli scienziati (e le persone serie) calcolano il peso percentuale dei positivi sui tamponi fatti perché questo dato dice la verità con sviluppo proporzionale.

Le rilevanti differenze delle terapie intensive e dei decessi lo confermano, purtroppo

Ci sono più contagi laddove il covid era più diffuso in primavera ed i tamponi non c’entrano proprio nulla, se non per trovare e isolare i positivi. Questo avrebbe dovuto consigliare scelte restrittive, soprattutto in zona gialla.

La matematica non è un’opinione, la propaganda di Zaia, si (sulla nostra pelle, peraltro).

Patrimoniale, perché sono d’accordo.

Nel corso della Legge di Bilancio 2021 è stata presentata la proposta di una patrimoniale sui beni mobili detenuti ed immobili posseduti al valore catastale superiori ad una certa cifra.

La proposta è stata bocciata, anche dal Partito Democratico.

Di cosa si trattava?

La proposta rimodulava un meccanismo di prelievo fiscale attraverso l’abolizione dell’IMU (seconde case, ovviamente) e dell’imposta di bollo sui conti correnti e sui depositi, fino al valore di 500mila euro della somma tra beni immobili e mobili e l’applicazione, a partire dalla somma dei beni mobili ed immobili superiore a 500mila euro, di un’aliquota progressiva (percentuale di tassazione):

dello 0,2% fino a 1 milione di euro;

dello 0,5 per cento per un patrimonio netto di un milione di euro, ma non superiore a 5 milioni di euro;

delll’1 per cento per patrimoni oltre i 5 milioni di euro, ma non superiore a 50 milioni di euro;

del 2 per cento per i patrimoni oltre i 50 milioni di euro.

Solo per il 2021, invece, era stata proposta un’aliquota del 3 per cento per patrimoni superiori al miliardo di euro.

Per calcolare il valore dei beni immobili doveva essere detratta la quota di mutuo eventualmente in corso.

La “patrimoniale”, quindi, coinvolgeva solo gli italiani detentori di un patrimonio di oltre 500mila euro tra valori mobiliari e immobiliari.

Se fosse stata approvata, quanti italiani sarebbero stati interessati da questa tassa sul patrimonio?

Secondo l’Indagine sui bilanci delle famiglie italiane pubblicata nel 2018 dalla Banca d’Italia, un decimo delle famiglie italiane ha un patrimonio netto superiore a circa 460 mila euro.

Quindi, il 90% degli italiani avrebbe risparmiato l’IMU sulle seconde case (chi ne possiede) e avrebbe risparmiato l’imposta di bollo sui conti correnti e sui depositi.

Uno dei principi cardine della nostra Costituzione è il fatto che vi sia una tassazione progressiva man mano che la capacità reddituale aumenta e la proposta ne coglieva l’essenza.

Detto questo, non mi stupisco della contrarietà delle destre e nemmeno di quella grillina. Sono colpito dalla contrarietà del mio partito.

Da sempre la sinistra è redistribuzione del potere e anche della ricchezza. In questa occasione abbiamo negato questo nostro valore forte.

In ogni caso, il dibattito è stato aperto. La patrimoniale non è più un tabù e, secondo me, visti i tempi, vi sono le condizioni per proseguire il confronto e, spero, l’attuazione.

L’accoglienza torna ad essere umana.

Che i decreti sicurezza voluti da Salvini non funzionassero, si era capito sin da subito. Con il falso problema della sicurezza, aveva menomato i principi cardine dell’accoglienza e dell’umanità.

Immediatamente, anche il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella aveva segnalato al Parlamento diversi problemi con i decreti, inutilmente restrittivi e a rischio di fronte al diritto internazionale, che resta comunque superiore anche alla nostra Costituzione.

Salvini aveva voluto eliminare alcuni diritti che, al contrario, sono strettamente connessi con la vita umana delle persone, indipendentemente dalla provenienza. Una foga ideologica che ha sempre dato il sapore dell’odio verso gli altri, aggravata dalla palese violazione dei diritti.

Con la nostra riforma, abbiamo reintrodotto la protezione umanitaria che era stata cancellata.

La protezione è un diritto soggettivo che va riconosciuto tutte le volte in cui si riscontrano rischi nei confronti degli obblighi derivanti da norme costituzionali o dall’adesione dell’Italia a norme internazionali. Non è una tipizzazione di alcuni casi, che lascia sempre fuori altre situazioni, ma una norma di ampio respiro che ha a che vedere con i diritti umani.

Abbiamo rimesso al centro il principio sancito dall’articolo 8 della Convenzione europea sui diritti dell’uomo: quando c’è un evidente rischio di violazione della vita privata e familiare, sia nel paese di origine che in Italia, i percorsi di vita delle persone vanno protetti.

Questo non significa proteggere tutti. No, questa è la propaganda salviniana. Infatti, per ciascun nuovo arrivo vi è un percorso di garanzia in grado di comprendere se vi sono quelle caratteristiche per accogliere o per non accogliere una persona.

L’esperienza vissuta con i decreti Salvini è stata devastante. Senza alcun discernimento

migliaia di persone e famiglie erano finite fuori dai percorsi di accoglienza, in alcuni casi tornati in situazione di irregolarità e spesso senza più una casa.

In pratica, finito il soggiorno c’era solo l’irregolarità, una situazione di evidente irrazionalità e disperazione per le persone che magari avevano costruito dei percorsi anche lunghi in Italia e che a un certo punto si vedevano espulse da sistema.

Abbiamo cancellato questa assurdità. Se una persona vive in Italia e vuole rimanerci avendone, però, chiaramente le caratteristiche, può restare per lavoro, per studio o comunque per un inserimento socio-lavorativo. In questo modo si favorisce l’integrazione.

Abbiamo cancellato l’abominio che Salvini aveva imposto per il soccorso in mare, ovvero quello che il governo aveva il potere di impedire l’ingresso nelle acque territoriali italiane alle navi di soccorso.

Oggi, l’impedimento all’accesso e al transito nelle acque territoriali non può avvenire in caso di operazioni di soccorso, che sono comunicate alle competenti autorità di coordinamento.

Protezione umanitaria, integrazione di chi ha diritto a restare e soccorso in mare, tra principi che rivestono di umanità una scelta politica difficile, controversa, ma che pone al centro di tutto la persona umana e non le vuote ideologie.

L’Europa è pronta per l’era digitale.

La Commissione Europea ha proposto una riforma ambiziosa dello spazio digitale, una serie completa di nuove norme per tutti i servizi digitali, compresi i social media, i mercati online e altre piattaforme online che operano nell’Unione europea: la legge sui servizi digitali e la legge sui mercati digitali.

Le nuove norme proteggeranno in modo più efficace i consumatori e i loro diritti fondamentali online e renderanno i mercati digitali più equi e più aperti per tutti.

Le nuove norme , che promuovono l’innovazione, la crescita e la competitività e fornirà agli utenti servizi online nuovi, migliori e affidabili, vieteranno l’imposizione di condizioni inique da parte delle piattaforme online.

Molte piattaforme online occupano ormai un posto centrale nella vita dei cittadini e delle aziende, e persino nella nostra società e nella nostra democrazia in generale. E’, quindi, il caso di organizzare questo spazio digitale per i prossimi decenni.

Legge sui servizi digitali.

Alcuni grandi operatori sono diventati spazi quasi pubblici per la condivisione di informazioni e per il commercio online e hanno assunto una natura sistemica, il che comporta rischi particolari per i diritti degli utenti, i flussi di informazioni e la partecipazione del pubblico.

Con questa legge saranno previste nuove procedure per una più rapida rimozione dei contenuti illegali e una protezione globale dei diritti fondamentali degli utenti online. Il nuovo quadro riequilibrerà i diritti e le responsabilità degli utenti, delle piattaforme di intermediazione e delle autorità pubbliche e si baserà sui valori europei, compresi il rispetto dei diritti umani, la libertà, la democrazia, l’uguaglianza e lo Stato di diritto.

Legge sui mercati digitali

La legge sui mercati digitali, invece, affronta le conseguenze negative derivanti da determinati comportamenti delle piattaforme che hanno assunto il ruolo di controllori dell’accesso al mercato digitale. Si tratta di piattaforme che hanno un impatto significativo sul mercato interno, fungono da importante punto di accesso attraverso il quale gli utenti commerciali raggiungono i consumatori e godono, o potranno presumibilmente godere, di una posizione consolidata e duratura, che può conferire loro il potere di agire come legislatori privati e di costituire una strozzatura tra le aziende e i consumatori.

Concretamente, la legge sui mercati digitali introdurrà una serie di nuovi obblighi armonizzati per i servizi digitali a livello dell’UE, attentamente calibrati in funzione delle dimensioni di tali servizi e del loro impatto, quali: norme per la rimozione di beni, servizi o contenuti illegali online; garanzie per gli utenti i cui contenuti sono stati erroneamente cancellati dalle piattaforme; nuovi obblighi per le piattaforme di grandi dimensioni di adottare misure basate sul rischio al fine di prevenire abusi dei loro sistemi; misure di trasparenza di ampia portata, anche per quanto riguarda la pubblicità online e gli algoritmi utilizzati per consigliare contenuti agli utenti; nuovi poteri per verificare il funzionamento delle piattaforme, anche agevolando l’accesso dei ricercatori a dati chiave delle piattaforme; nuove norme sulla tracciabilità degli utenti commerciali nei mercati online, per contribuire a rintracciare i venditori di beni o servizi illegali; un processo di cooperazione innovativo tra le autorità pubbliche per garantire un’applicazione efficace in tutto il mercato unico.

Essa si applicherà solo ai principali fornitori dei servizi di piattaforme di base più inclini a ricorrere a pratiche sleali, come i motori di ricerca, i social network o i servizi di intermediazione online, che soddisfano i criteri legislativi oggettivi per essere designati come controllori dell’accesso; fisserà soglie quantitative come base per individuare controllori dell’accesso presunti.

Prossime tappe: il Parlamento europeo e gli Stati membri discuteranno le proposte della Commissione nell’ambito della procedura legislativa ordinaria. In caso di adozione, il testo definitivo sarà direttamente applicabile in tutta l’Unione europea.

Approvata la riforma del MES

La riforma del Meccanismo europeo di stabilità (MES), che serve per fornire assistenza finanziaria ai Paesi dell’eurozona, nel caso in cui tale intervento risultasse indispensabile per salvaguardarne la stabilità finanziaria dell’area valutaria complessivamente considerata e dei suoi Stati membri, è stato approvata.

L’assistenza finanziaria del MES può essere offerta sempre previa domanda da parte di uno Stato aderente.

La fornitura di assistenza finanziaria ha, come conseguenza, la definizione di condizioni che lo Stato debitore è chiamato a rispettare, più o meno rigorose in ragione dello strumento di assistenza finanziaria scelto. Tali condizioni possono fare riferimento ad azioni e programmi da attuare per ottenere un miglioramento del bilancio dello Stato, o a parametri per i quali viene fissato un obiettivo quantitativo da rispettare, lasciando allo Stato la definizione degli strumenti da utilizzare a tal fine.

L’obiettivo del MES è, dunque, quello di salvaguardare la stabilità finanziaria della zona euro nel suo complesso e dei suoi Stati membri. A tal fine, il meccanismo può intervenire per fornire un sostegno alla stabilità dei Paesi aderenti che si trovino in gravi difficoltà finanziarie o ne siano minacciati, sulla base di condizioni rigorose, commisurate allo specifico strumento di sostegno utilizzato.

In particolare, il MES può:

  • fornire assistenza finanziaria precauzionale a uno Stato membro sotto forma di linea di credito condizionale precauzionale o sotto forma di linea di credito soggetta a condizioni rafforzate,
  • concedere assistenza finanziaria a un membro ricorrendo a prestiti con l’obiettivo specifico di sottoscrivere titoli rappresentativi del capitale di istituzioni finanziarie dello stesso Paese membro,
  • concedere assistenza finanziaria a un membro ricorrendo a prestiti non connessi a uno specifico obiettivo,
  • acquistare titoli di debito degli Stati membri in sede di emissione e sul mercato secondario.

La novità introdotta da ultimo, è che tra le decisioni assunte vi è anche un nuovo Strumento di sostegno alla crisi pandemica.

Infatti, è stato istituito nell’ambito del Trattato vigente del MES, un fondo volto a finanziare i costi dell’assistenza sanitaria nazionale. L’unico requisito per accedere alla linea di credito consiste nell’impegno da parte degli Stati richiedenti ad utilizzare le risorse per sostenere il finanziamento interno dell’assistenza sanitaria diretta e indiretta e i costi relativi alla cura e alla prevenzione causati dall’emergenza.

A tal fine, gli Stati richiedenti sono tenuti a predisporre un dettagliato Piano di risposta alla pandemia.

L’ammontare complessivo massimo delle risorse a disposizione di ciascuno Stato sarebbe pari al 2% del PIL del rispettivo Stato alla fine del 2019 (si tratterebbe di circa 240 miliardi di euro totali; circa 36 miliardi di euro per l’Italia).

 

Alcune risposte ai sermoni di Zaia

Di solito non seguo le conferenze di Zaia, sono senza contraddittorio e gli fanno dire quello che vuole lui.

In questi giorni, però, mi sono fatto forza e le ho seguite.

Forse sarà il caso di seguirlo più spesso, in attesa che qualche giornalista gli ponga, finalmente, domande.

Per tutte le cose che ha detto, ho risposto.

  1. ” ..certo è che questo Dpcm è talmente incisivo sugli aspetti degli spostamenti che il Governo si è visto costretto ad approvare un Decreto legge”. Non è vero. Da ottobre scorso si è deciso che le regole le fissa il Parlamento con un voto ad un Decreto Legge, dal quale discende il DPCM;
  2. “…la mancata ricongiunzione dei parenti di primo grado genitori-figli se non abitano nello stesso comune”. Potrei concordare, sono tra quelli che ha chiesto al Governo di consentire a persone che vivono in comuni medio-piccoli di ricongiungersi per poche ore con familiari che abitano in altri comuni.
  3. “..immaginate che a Natale non potete vedere i figli o i genitori, poi vi affacciate alla finestra e vedete le piazze piene di gente che fanno lo spritz.” È una retorica inutile, soprattutto detta da chi può evitarlo con le proprie ordinanza. Se non è d’accordo con lo spritz, lo vieti in Veneto. Può tranquillamente farlo;
  4. “..non penso che il pranzo di Natale con i parenti rovini il piano di salute pubblica”. Questa è una sciocchezza populista. La stragrande maggioranza dei contagi avviene negli ambienti familiari;
  5. “…non si può esautorare la Regione affidando ai prefetti il coordinamento dei trasporti scolastici.” Il problema, caro Zaia, è che nonostante Legge e soldi ti consentivano di mettere sulle strade servizi scolastici aggiuntivi sin dall’apertura delle scuole, in Veneto, sono partiti solo il 26 ottobre. Meglio, allora, che se ne occupino altri. Per la nostra salute;
  6. “..non abbiamo fatto proposte, abbiamo semplicemente fatto delle osservazioni. Forse varrebbe la pena di agire in modo molto più severo sugli assembramenti negli spazi pubblici”. Ecco il punto. Non fa mai proposte perché non vuole responsabilità e chiede severità al Governo sugli assembramenti, ovvero cose che può tranquillamente fare lui.
  7. «Anche questa volta non siamo riusciti a costruire un provvedimento con il governo».Non è vero. Tutti i DPCM vengono preceduti da un dibattito parlamentare. Il Ministro della Salute presenta i dati e le intenzioni e Camera e Senato votano le risoluzioni di indirizzo per il Governo. Dalle Risoluzioni il Governo trae gli elementi per approvare un Decreto legge che autorizza il Presidente del Consiglio ad emanare i DPCM. Dopodiché viene redatta una bozza sulla quale viene avviato il confronto con le Regioni ed i Comuni. Solo al termine di questo iter, viene emanato il DPCM. In tutte le fasi, Parlamento, Regioni e Comuni le opposizioni sono pienamente coinvolte e informate. Il loro problema è che non approviamo le cose incredibili che propongono. Una serie di voli pindarici che non tengono conto dei dati statistici forniti dalla scienza. Questa è la realtà.
  1. “Spostamento tra Comuni. E’ stata applicata la stessa regola a un comune che ha la dimensione di una regione come ad uno piccolissimo. Non sono contrario alla norma, sono contrario alla sperequazione che fa questa norma”. Caro Zaia, sei stato contrario perché la vostra proposta era un liberi tutti nella regione. Forse era meglio limitare gli spostamenti tra Comuni vicini o valutare le situazioni con anziani soli, come avevo chiesto con altri Senatori.
  1. «…è innegabile che ritrovarsi con i familiari rappresenti un fattore di rischio, ma dire che la chiusura dei comuni ne rappresenti la soluzione, non è realistico. Non è una battaglia di bandiera ma di civiltà». Una retorica populista inutile e fuorviante, perché banalmente dice tutto ed il suo contrario. Se il tema è tutelare i più anziani non è di buon senso il liberi tutti, come chiedeva lui.

Non ho tralasciato nulla, ovvero, non ha mai detto qualcosa sulle scelte sanitarie che si stanno facendo in Regione, Aperture di ospedali Covid, gestione case di riposo, saturazione ospedale Legnago, vaccini antinfluenzali. Niente sulle robe sue, parla solo di quelle del Governo.

Perché perdiamo così sonoramente?

Le elezioni regionali, nel loro complesso, hanno nuovamente confermato che il Partito Democratico è indispensabile per qualsiasi formazione alternativa alla destra e che i risultati positivi sono frutto di un progetto politico riconoscibile, oltre alle definite caratteristiche della leadership.

E’ stato, altresì, confermato, dopo l’Umbria stavolta in Liguria, che affidarsi solo alle alchimie politiche delle alleanze, non è un progetto alternativo.

Ma il risultato del Veneto, drammatico nelle proporzioni, è molto altro. E’ il “reato spia” di un percorso (del PD Veneto) che ha negato non solo la proposta politica offerta agli elettori, ma spesso financo i valori di riferimento, nei fatti subordinandoli al pensiero dominante imposto dall’agenda politica di Zaia rispetto al quale non c’è stata alcuna visione diversa, come era normale che fosse considerati i cardini valoriali ai quali fa riferimento il leghista.

Un’assenza di progetto, di iniziativa politica e di leadership, la cui sommatoria è la crisi profonda di identità del nostro partito in questa Regione.

Non è vero che non può esistere un “altro pensiero” in un territorio in cui c’è opulenza, dinamismo imprenditoriale, diffuso benessere. Non è vero perché è proprio lo sviluppo deregolato propugnato dalla destra da oltre venti anni che ha determinato disuguaglianze, egoismi sociali, la quasi assente mobilità sociale, la ricercata prevalenza (costosa e diseguale) del sistema sanitario privato su quello pubblico e la scarsa coincidenza tra i livelli di studio raggiunti dai giovani e le corrispondenti occasioni di impiego, ragione per la quale ogni anno migliaia di ragazzi emigrano altrove.

La prolungata assenza di una “visione progettuale diversa” ha costretto il PD ad agire di rimessa e sempre a rimorchio dei temi dettati dagli avversari politici. Anche di quelli eminentemente propagandistici, come il falso referendum sull’autonomia del 2017. Quell’atto è uno spartiacque.

Aver accettato il campo di gioco imposto da Zaia, senza denunciarne l’assoluta falsità di quelle proposte e senza contrastarne l’indizione e il risultato – anzi, addirittura aderendovi – ha concretamente sdoganato un falso tema (basta vedere oggi di quale autonomia si sta parlando) che ha favorito il giudizio positivo dei veneti sull’azione di governo di Zaia (di cui, però, nessuno è in grado di indicare un fatto significativo). Un giudizio del tutto trasversale, visto che il 56% degli elettori del Pd lo ha condiviso, che certamente si è tradotto in sostegno elettorale alla lista nominativa del candidato Zaia e che ha determinato, tra gli altri, la drammatica conseguenza che sia Belluno che Rovigo non avranno rappresentanza in Consiglio regionale.

Un percorso di offuscamento identitario, quindi, che viene da lontano e che oggi, con il voto, si è solo concluso. Ma se ne aprirà un altro.

La prossima legislatura regionale, stante alle prime dichiarazioni, parte allo stesso modo: alimentare e sfruttare il risentimento veneto verso le politiche fiscali e centralistiche e le “ricadute” dell’autonomia che mai potrà essere come quella che il leghista Zaia chiede propagandisticamente.

Il progetto alternativo parte da qui, innanzitutto dalla non adesione (ideale) ai temi che Zaia vorrà imporre, per giungere alla piena e completa rappresentazione “dell’altro pensiero” e della proposta diversa passando dalla definizione di un convinto percorso di costruzione di una leadership credibile che sappia incarnare sin da subito l’alternativa.

Serve un radicale cambiamento di approccio per superare (debellare) la “visione a rimorchio” che ha contraddistinto il PD Veneto in questi anni, necessario per garantire la sopravvivenza della prospettiva di quella cultura politica e sociale che esiste in natura ed è originata dalle diverse opportunità che le scelte economiche e sociali della destra hanno generato e continueranno a generare.

Serve, inoltre, un radicale cambiamento della classe dirigente attraverso la promozione del dinamismo giovanile in modo da determinare le condizioni più favorevoli per il ricambio generazionale che, a questo stadio delle cose, è questione vitale a supporto della sopravvivenza della nostra appartenenza politica.

Tutto ciò è imprescindibile, anche per evitare (impedire) un altro dei problemi del PD Veneto che si manifesta puntualmente nel momento dell’individuazione del candidato presidente.

Perché Zaia vince comunque?

Prima di riflettere sui risultati delle elezioni regionali in Veneto, permettetemi un inciso su un dato: sono stati zittiti i catastrofisti. I soliti (per lucrare consenso) dicevano che non si doveva votare a settembre, ma a luglio e che le scelte del Governo avrebbero favorito i contagi.

In realtà il voto si è svolto in assoluta tranquillità e con il rigoroso rispetto delle regole da parte di tutti. Gli italiani hanno dimostrando grande maturità.

Come al solito, l’intelligenza sconfigge sempre i populisti, i pifferai magici, i catastrofisti, gli urlatori di professione.

Detto questo, la domanda resta: ma perché Zaia vince in maniera così importante?

Ovviamente, per una serie di fattori.

Tra questi, non credo ci siano i risultati da lui raggiunti. Infatti, se ad un veronese o un rodigino (ecc…) chiediamo di elencare una cosa che la Regione ha fatto nella sua provincia, scopriremmo che nessuno lo sa. Non per dimenticanza, ma perché effettivamente non risultano opere o atti significativi portati avanti dalla Regione (la domanda è tuttora valida).

Quindi, scarterei le presunte capacità amministrative attribuite per nomea. Ecco, la nomea. Zaia passa per un amministratore capace senza che nessuno sappia cosa ha fatto.

Siamo al punto che – e questa è la cartina di tornasole di tutto – nonostante le gravi responsabilità politiche della Regione sulla vicenda dell’inquinamento delle acque potabili da sostanze perfluoroalchiliche, tra i 300mila veneti che hanno bevuto quelle acque e che hanno quelle sostanze nel sangue, raggiunge comunque percentuali di consenso elevatissime (come se l’inquinamento derivasse dalla natura).

Altrettanto, dicasi per la parte della provincia di Verona (ex ULSS 22) in cui Zaia ha annullato la sanità pubblica privilegiando quella privata (ragione per la quale non vuole i fondi del MES, destinati esclusivamente alla sanità pubblica).

Anche sulla pandemia da Covid-19, le sue capacità sono state quelle di annullare le sue stesse decisioni di chiudere alcuni ospedali pubblici per destinarli ai soli pazienti contagiati in modo che non entrassero in contatto con altri negli ospedali che aveva lasciato aperto. Questo ha consentito di avere più spazi a disposizione, cosa che in Lombardia non è stato possibile perché lì la Lega aveva anche già venduto le strutture, cosa che Zaia non aveva ancora fatto (per fortuna).

E’ sbagliata anche la convinzione che sia un leghista moderato. No, è l’altra faccia della stessa medaglia in cui c’è Salvini. E’ più furbo, ma sui contenuti ideali del leghismo, egli non ha mai dato segni di controtendenza.

Ma allora, se cosi fosse, qual è la sua capacità e perché attrae così tanto consenso?

Chi ha ascoltato il suo discorso fatto dopo la vittoria, ha avuto l’ennesima conferma che egli è un normale amministratore che non disturba mai, non sceglie, quindi, non divide gli altri sulle sue decisioni:

E’ un cerchiobottista e tende sempre a schivare i temi più spinosi, è un tranquillo conservatore dell’esistente, sa fare lo gnorri al momento opportuno (la vicenda MoSE ne è l’esempio più evidente) e non entra mai direttamente nelle polemiche, comprese quelle che scaturiscono dalle decisioni della Regione.

Questo comportamento “semplice”, unito all’inesistenza di una vera opposizione che interpreti l’altro pensiero, hanno creato un personaggio che vive anche oltre i propri demeriti, ragione per la quale è entrato nelle simpatie anche di coloro che per la Lega non voterebbero mai.

E’ un buon vicino di casa, tranquillizza con il suo modo di fare e rassicura con le sue parole.

Peccato, però, che la crescita del PIL del Veneto è inferiore a quello delle altre Regioni del nord, che in tre anni oltre 30mila giovani hanno lasciato il Veneto perché non trovano lavoro rispetto a quello che hanno studiato e che in questi anni non si conosce una sola opera pubblica degna di questo nome.

L’importante, però, è che non disturbi.

 

PS. Sono convinto che nonostante il consenso e le simpatie che riceve, non potrà mai essere il leader nazionale del centrodestra, proprio per le ragioni che ho detto prima.