Francia: Macron verso il bis (per fortuna)

Emmanuel Macron e Marine Le Pen si sfideranno Domenica 24 aprile nel ballottaggio del secondo turno delle elezioni presidenziali francesi dopo essersi imposti al primo turno, rispettivamente con il 27,9% e il 23,2% dei voti.

Il candidato della sinistra, Jean-Luc Mélenchon, vero exploit della tornata, è arrivato molto vicino a qualificarsi per il secondo turno, con il 22%: il voto del suo elettorato è considerato decisivo per il risultato finale.

Dati alla mano, la stragrande maggioranza dei sondaggi dà il presidente uscente e candidato di En Marche! come probabile vincitore del secondo turno.

La riedizione di uno scenario in tutto e per tutto simile a quello del 2017 – un testa a testa tra Macron e Le Pen al ballottaggio – conferma da un lato una Francia filo-europea e liberale e dall’altro una Francia nazionalista e conservatrice.

Da considerare anche che entrambi i candidati hanno ottenuto più voti di cinque anni fa, andando a erodere il sostegno alla destra e alla sinistra tradizionali: il Partito socialista e i gollisti de Le Républicains sono praticamente scomparsi.

Il destino dell’Europa si decide in Francia?

Nelle urne francesi c’è in gioco non solo il destino della Francia, ma di tutta la Ue.

La candidata del Rassemblement National, scettica nei confronti di Bruxelles e delle sue istituzioni, ha più volte affermato di essere a favore di un ritiro della Francia dalla Nato ed è stata un’ammiratrice del presidente russo Vladimir Putin. Se vincesse, l’onda d’urto della sua elezione all’Eliseo in un momento come questo, in cui le forze russe sono impegnate in una guerra sul suolo europeo, in Ucraina, avrebbe effetti devastanti per l’Unione.

Intanto, però, l’affermazione al primo turno dimostra il fascino duraturo delle correnti nazionaliste e xenofobe in Europa.

Non ci resta che tifare per Macron!

Energia, l’autonomia dell’Europa è indispensabile

Sul fronte energetico diversi paesi europei dipendono dalle forniture provenienti dalla Russia.

L’UE importa il 90% del proprio consumo di gas, con la Russia che fornisce circa il 45% delle importazioni, a livelli variabili tra gli Stati membri. La Russia rappresenta anche circa il 25% delle importazioni di petrolio e il 45% di quelle di carbone.

Lo stoccaggio di gas nell’UE basta a coprire il fabbisogno fino alla fine del periodo del riscaldamento invernale, anche in caso di interruzione totale dell’approvvigionamento dalla Russia.

Per affrontare la delicata situazione, la Commissione europea ha proposto una bozza di REPowerEu, un piano per rendere l’Europa indipendente dai combustibili fossili russi prima del 2030, a cominciare dal gas.

Il piano delinea una serie di misure per rispondere all’aumento dei prezzi dell’energia in Europa e per ricostituire le scorte di gas per il prossimo inverno, riducendo la domanda dell’UE di gas russo di due terzi.

Vediamo i dettagli delle misure.

Prezzi dell’energia

Gli Stati membri possono fissare prezzi regolamentati per consumatori, famiglie e microimprese vulnerabili per tutelare i consumatori e l’economia e possono prendere in considerazione misure temporanee di carattere fiscale sui proventi straordinari e, in via eccezionale, decidere di trattenere una parte di tali profitti per ridistribuirla ai consumatori con la possibilità di servirsi degli introiti generati dall’aumento dello scambio delle quote di emissione per calmierare le bollette.

Gli aiuti di Stato

Le norme UE sugli aiuti di Stato offrono delle opzioni per fornire sostegno a breve termine alle imprese colpite da prezzi elevati dell’energia e contribuiscono a ridurre la loro esposizione alla volatilità dei prezzi a medio e lungo termine. Pertanto, nel quadro temporaneo di crisi sarà valutata la possibilità di concedere aiuti alle imprese colpite dalla crisi, in particolare coloro che devono affrontare costi energetici elevati.

Stoccaggio del gas

Attualmente, lo stoccaggio di gas fornisce solitamente il 25-30 % del gas consumato nell’UE in inverno. La Commissione intende riempire lo stoccaggio sotterraneo del gas in tutta l’UE fino al 90% della sua capacità entro il 1° ottobre di ogni anno.

Dato che non tutti gli Stati membri dispongono di capacità di stoccaggio sul loro territorio, sarà istituito un meccanismo che assicuri un’equa ripartizione dei costi di sicurezza dell’approvvigionamento.

Inoltre, saranno valutate tutte le possibili opzioni per misure di emergenza volte a limitare “l’effetto contagio” dei prezzi del gas sui prezzi dell’elettricità (ad esempio, limiti di prezzo temporanei), nonché le opzioni per ottimizzare la progettazione del mercato elettrico e di altri contributi sui vantaggi e gli svantaggi dei meccanismi di tariffazione alternativi per mantenere l’elettricità accessibile, senza interrompere la fornitura e ulteriori investimenti nella transizione verde.

Gnl, fornitori alternativi, elettrificazione, idrogeno

L’UE vuole aumentare la resilienza del sistema energetico a livello europeo basato su due pilastri:

  • diversificare l’approvvigionamento di gas, tramite maggiori importazioni di GNL e gasdotti da fornitori non russi e maggiori volumi di produzione e importazioni di biometano e idrogeno rinnovabile;
  • riducendo più rapidamente l’uso di combustibili fossili nelle nostre case, edifici, industria e sistema elettrico, aumentando l’efficienza energetica, le energie rinnovabili e l’elettrificazione.

Diversificazione delle fonti

Una fornitura di GNL senza precedenti all’UE nel gennaio 2022 ha garantito la sicurezza dell’approvvigionamento di gas per questo inverno. L’UE potrebbe importare 50 miliardi di metri cubi in più di GNL (ad esempio da Qatar, USA, Egitto, Africa occidentale) su base annua. La diversificazione delle fonti dei tubi (ad es. Azerbaigian, Algeria, Norvegia) potrebbe portare a ulteriori 10 miliardi di metri cubi di risparmio annuo sulle importazioni di gas russe.

Con riguardo al pacchetto climatico “Fit for 55” per raggiungere entro il 2030 gli obbiettivi del Green Deal, ovvero la riduzione delle emissioni di gas a effetto serra del 55% rispetto ai livelli del 1990, con l’obbiettivo di arrivare alla “carbon neutrality” per il 2050, l’UE vuole raddoppiare l’obiettivo previsto nel pacchetto per il biometano. Questo porterebbe alla produzione di 35 miliardi di metri cubi all’anno entro il 2030. A tal fine, i piani strategici dovrebbero convogliare finanziamenti per il biometano prodotto da fonti sostenibili di biomassa, compresi i rifiuti agricoli e residui.

L’idrogeno verde

Altri 15 milioni di tonnellate di idrogeno rinnovabile in aggiunta alle 5,6 tonnellate previsti nell’ambito del pacchetto climatico Fit for 55 possono sostituire 25-50 miliardi di metri cubi all’anno di gas russo importato entro il 2030.

Questo sarebbe costituito da ulteriori 10 tonnellate di idrogeno importato da diversi fonti e altri 5 mt di idrogeno prodotte in Europa, andando oltre gli obiettivi della strategia UE sull’idrogeno e massimizzando la produzione nazionale di idrogeno. Anche altre forme di idrogeno esente da fossili, in particolare a base nucleare, svolgono un ruolo nella sostituzione del gas naturale.

L’UE favorirà il mercato europeo dell’idrogeno e sosterrà lo sviluppo di un’infrastruttura integrata per il gas e l’idrogeno, impianti di stoccaggio dell’idrogeno e infrastrutture portuali.

La nuova infrastruttura transfrontaliera dovrebbe essere compatibile con l’idrogeno. L’intento è quello di intervenire con aiuti di Stato per i progetti relativi all’idrogeno.

Inoltre, sosterrà progetti pilota sulla produzione e il trasporto di idrogeno rinnovabile nel vicinato dell’UE – a partire da un partenariato mediterraneo per l’idrogeno verde – e lavorerà anche con i partner per concludere partnership per l’idrogeno verde e con l’industria per creare un impianto europeo globale per l’idrogeno, aumentando l’accesso degli Stati membri all’idrogeno rinnovabile a prezzi accessibili.

Energie rinnovabili

Il pacchetto climatico Fit for 55 prevede di raddoppiare la capacità fotovoltaica ed eolica dell’UE entro il 2025 e di triplicarla entro il 2030, con un risparmio di 170 miliardi di metri cubi di gas all’anno entro il 2030.

Per ottenere una licenza per costruire un parco eolico servono anche 7 anni. Le norme saranno velocizzate.

Accelerando l’implementazione dei sistemi solari fotovoltaici sui tetti fino a 15 TWh, quest’anno l’UE potrebbe risparmiare ulteriori 2,5 miliardi di metri cubi di gas.

A giugno la Commissione, sulla base di un’analisi dello stato di avanzamento dell’energia solare in UE, proporrà un’iniziativa europea sui tetti solari, che identificherà gli ostacoli, proporrà misure per accelerare l’introduzione e garantire che il pubblico possa trarre pieno vantaggio di energia solare sul tetto.

La Commissione contribuirà a sviluppare ulteriormente la catena del valore dell’energia solare ed eolica e delle pompe di calore, rafforzando anche la competitività dell’UE e affrontando le dipendenze strategiche. Se necessario per attirare investimenti privati ​​sufficienti, le misure includeranno l’incanalamento dei finanziamenti dell’UE verso le tecnologie di prossima generazione, la mobilitazione di InvestEU o del sostegno degli Stati membri.

Le pompe di calore

Raddoppiando il ritmo annuale pianificato di diffusione delle pompe di calore nella prima metà di questo periodo, l’UE raggiungerebbe 10 milioni di pompe di calore installate nei prossimi cinque anni. Ciò farebbe risparmiare 12 miliardi di metri cubi ogni 10 milioni di pompe di calore installate dalle famiglie.

La rapida diffusione sul mercato delle pompe di calore richiederà un rapido potenziamento dell’intera catena di approvvigionamento e sarà accompagnata da misure volte a promuovere il rinnovamento degli edifici e l’ammodernamento del sistema di teleriscaldamento. Oltre ai progetti di case ed edifici, l’approvvigionamento energetico basato su energia eolica, solare e altre fonti a basse emissioni per la produzione di energia ridurrà anche la nostra dipendenza dal gas.

La decarbonizzazione dell’industria

Il piano REPowerUE potrà accelerare la diffusione di soluzioni innovative basate sull’idrogeno e di elettricità rinnovabile a costi competitivi nei settori industriali.

L’UE porterà avanti l’attuazione del Fondo per l’innovazione per sostenere il passaggio all’elettrificazione e all’idrogeno, anche attraverso un regime a livello UE per contratti di emissione di carbonio per differenza, e per migliorare le capacità di produzione UE per attrezzature innovative a zero e basse emissioni di anidride carbonica, come elettrolizzatori, solare/eolico di nuova generazione e altre tecnologie.

La piena attuazione delle proposte del pacchetto climatico Fit for 55 ridurrebbe già del 30% il nostro consumo annuo di gas fossile, pari a 100 miliardi di metri cubi, entro il 2030.

Con le misure del piano REPowerEU potremmo rimuovere gradualmente almeno 155 miliardi di metri cubi di consumo di gas fossile, equivalente al volume importato dalla Russia nel 2021.

Quasi due terzi di questa riduzione possono essere raggiunti entro un anno, ponendo fine all’eccessiva dipendenza dell’UE da un unico fornitore.

Quirinale, i giochi sono iniziati (in malo modo)

E così, in modo molto prevedibile, il centrodestra ha proposto Silvio Berlusconi alla carica di Presidente della Repubblica.

Sinceramente, lo ritengo un passo falso, probabilmente l’ennesimo. Il centrodestra è forte nel Paese, ma le ultime candidature a sindaco per le grandi città hanno già evidenziato le debolezze di una coalizione ostaggio di un modello che guarda all’indietro e che si unisce solo di fronte a certi appuntamenti per dividersi le sedie da occupare.

Il risultato, quindi, è che ogni volta prevale il bilancino dei singoli partiti e non il quadro di interesse generale. Quella proposta è la riprova.

Non credo che servano tante parole per dire che la proposta è assolutamente inutile.

Berlusconi non ha le caratteristiche per ricoprire una carica di garanzia e di rappresentanza alta delle Istituzioni, in Italia e verso l’estero, che è possibile esercitare soltanto se l’interessato è al di sopra delle parti, gode di ampia simpatia e fiducia ed ha una dirittura morale ed una convinzione istituzionale profonde.

Ma tant’è, il centrodestra lo propone comunque sapendo che sarà difficile eleggerlo per il Quirinale ed esponendosi, così, all’implosione della proposta, della loro alleanza e – ma speriamo di no – anche a rendere difficile il percorso politico da fare adesso.

Quella proposta, inoltre, affossa il clima di unità nazionale per affrontare la pandemia e altro e fa prevalere un interesse di parte. Di fatto, è anche una sfiducia chiara verso Draghi che, ovviamente, dovrà lasciare un attimo dopo la possibile elezione di Berlusconi a Capo dello Stato perché, a quel punto, non resterebbe altro che il voto anticipato.

Altrettanto è stucchevole perché mai prima d’ora il candidato di bandiera di uno dei due schieramenti era stato il leader di uno dei due e questo lascia perplessi anche sulla capacità di condurre una fase così delicata della Repubblica.

Infine, quella proposta riflette un diritto di prelazione che il centrodestra assolutamente non ha, perché se è vero che noi non abbiamo la maggioranza, questa non ce l’hanno neanche loro.

Ed è proprio questa particolare condizione che dovrebbe motivare un percorso diverso, di condivisione su ipotesi di incontro che mai Berlusconi potrà favorire.

Quale?

E’ necessario individuare una figura di alto profilo istituzionale, che rappresenti indiscutibilmente i valori dell’unità della Nazione, e quindi non di parte.

Occorre giungere rapidamente a una scelta condivisa dall’arco di forze parlamentari più ampio possibile, a partire da quelle dell’attuale maggioranza.

Al contempo, la perdurante emergenza pandemica e la necessità di attuare con puntualità il PNRR richiedono che siano comunque garantite stabilità nell’azione di governo e una conclusione ordinata, e nei tempi ordinari, della legislatura prodromica anche alla revisione della legge elettorale.

La Lega resta di estrema destra.

Resto stupito di fronte al dibattito che circonda la Lega, in particolare sulle presunte figure “moderate” di Giorgetti e Zaia in contrapposizione a Salvini, definito più radicale.

Un dibattito astruso, perché la Lega è e resterà un partito di estrema destra e la svolta europeista è stato un inganno per partecipare al governo.

Certo, il dibattito ha origine dal fatto che parrebbe che Salvini sia tra l’incudine di parte che vuole rimanere al governo e il martello della perdita di consensi a favore di FdI, ma la sua risposta è sempre quella di alimentare il clima da campagna elettorale con temi da destra estrema.

La cosa che mi colpisce è che si faccia finta di non vederlo. Mentre in Europa la tengono a distanza perché la considerano il peggio della destra e lui non vuole entrare nel PPE, qui in Italia alcuni commentatori – purtroppo anche all’interno del PD – ragionano su improbabili conversioni.

Come non vedere con chi si allea? I suoi amici sono Orban, Le Pen e il destrorso polacco che sta negando diritti che sono patrimonio comune dell’Europa e con i quali vuole creare un gruppo alternativo al PPE.

Lo scontro tra Salvini e Giorgetti, tra partito di lotta e di governo, è fumo negli occhi, soprattutto perché Giorgetti non rappresenta il partito e al proprio interno non raccoglie neanche un voto.

Peraltro, Giorgetti e Zaia hanno sempre votato tutto e mai hanno messo in discussione la linea politica imposta da Salvini.

Il fatto è che se davvero ci fosse una proposta “moderata” e questa prevalesse, la Lega diventerebbe un altro partito perché ad oggi è saldamente su una linea politica antieuropeista e di lotta, pur facendo parte del governo.

La Lega non potrà cambiare pelle perché il suo elettorato è quello. Noi che li conosciamo tutti, quell’elettorato cosa pensa dei diritti? Dell’immigrazione? Dell’Europa? Della tassazione e dei servizi pubblici? Ebbene, come possiamo pensare che quella cosa si  possa trasformare in altro?

Poi c’è la competizione con FdI. Se Salvini si modera perde consenso, se invece resta a destra tiene, ma non può fare quello che è per davvero, il peggior destrorso, perché se lo sognerebbe di fare il Presidente del Consiglio.

Questo mix di condizioni viene annegato con i continui slogan da campagna elettorale che ogni giorno ci propina.

Poiché tra non molto si voterà, io penso che se continua a restare nella coalizione di maggioranza dovrà poi assumersi la responsabilità anche delle scelte del Governo contrarie a quello che ha sempre detto. E’ sempre più evidente che Draghi non gli sta concedendo nulla e questo si vedrà sempre di più.

Ergo, vedo più che possibile la sua uscita dalla maggioranza – che auspico vivamente – dopo il voto per il Capo dello Stato.

Checchè ne dicano Giorgetti e Zaia!

Verso il Quirinale, in che modo?

Non si può far finta di niente: dopo il voto sulla proposta di legge Zan è chiaro a tutti che la scelta del prossimo Capo dello Stato inciderà sulle azioni politiche almeno fino a febbraio.

In questa nota (https://www.vincenzodarienzo.it/lesito-del-voto-fa-ben-sperare-pero/) ho già detto che non ero convinto sulla proposta di Letta quando dice che vorrebbe occuparsene da gennaio, e il voto segreto sui crimini d’odio è la conferma di quanto pensavo.

Visto che per quell’appuntamento servono alleanze, la domanda è: con chi costruiamo la proposta per il Quirinale?

Il primo errore da evitare è che ci si rinchiuda nel recinto di coloro che insieme a noi hanno sostenuto la proposta Zan. Quei numeri non basterebbero e per giunta regalerebbero alle destre donne e uomini che potrebbero stare al nostro fianco.

Il rischio di essere posti ai margini è concreto.

Il secondo errore è subire i giochi altrui, a partire dalle destre che stanno già calcolando i numeri a supporto, niente poco di meno, di Berlusconi.

Ebbene, per non stare a guardare o, peggio ancora, aspettare gennaio, è necessario evitare la faccia truce e coinvolgere immediatamente tutti, palesi e mascherati. Questi ultimi, peraltro, non sono solo nel campo di Italia Viva, ma si annidano in giro tra le file della nostra area di riferimento.

Chiudersi in un perimetro ristretto farebbe solo un favore agli altri, compresa la spregiudicatezza di Renzi che sta agendo in un campo dove ci sono solo minoranze che non hanno i numeri sufficienti per eleggere il Presidente della Repubblica.

Se qualcuno pensa di toglierlo dai piedi, di evitare le sue manovre e di “cacciarlo via” (non ho capito bene da dove), ci chiuderebbe in un fortino senza la forza dei numeri.

Ovviamente, è sempre possibile giocare una partita di questa natura, ma allora a quel punto si fa questo SOLO se c’è un nome incontestabile che metterebbe le destre all’angolo, soprattutto nell’opinione pubblica, come è stato ai tempi di Mattarella.

Non mi pare che ce ne siano tanti in giro, quindi, quel nome incontestabile potrebbe essere quello di Draghi, sul quale ho già espresso le mie forti perplessità (https://www.vincenzodarienzo.it/draghi-si-draghi-no/). Se così fosse devo pensare che Letta pensa alle elezioni anticipate?

Sarebbe l’ulteriore e doppio errore mortale. Spostare Draghi al Quirinale impedirebbe a lui di agire per l’Italia, di assumere ruoli rilevanti in Europa e costringerebbe noi ad affrontare in queste condizioni un voto politico con una legge elettorale che consegnerebbe alle destre una facile vittoria.

Per ri-costruire la nostra comunità

Tra pochi giorni partono i congressi di Circolo per rinnovare il Segretario Regionale del Partito.

Un momento importante e coinvolgente di discussione e di scelta che dovrà impostare l’impegno da sostenere fino alle prossime elezioni regionali.

Il recente voto amministrativo ha determinato condizioni nuove e positive per il Partito Democratico che ha visto premiato il proprio profilo responsabile ed istituzionale.

Pur tuttavia, per quanto concerne il Veneto, il ridimensionamento in termini numerici del consenso e degli eletti alle cariche istituzionali ripropongono la consueta riflessione franca finalizzata al rilancio della funzione del Partito, alla sua centralità nell’area del centrosinistra e della sua iniziativa politica sul territorio.

Va in ogni caso valorizzato l’impegno profuso da tutti i candidati veneti che hanno affrontato la campagna elettorale con dedizione e non senza difficoltà e che sono parte integrante del risultato conseguito.

Il voto ha anche evidenziato difficoltà di carattere “strutturali”, in particolare in diverse realtà in cui non è stato possibile neanche partecipare con una propria lista.

Come temuto, per il PD Veneto si acuiscono le difficoltà storiche ed alcune criticità osservate in questi ultimi anni – e mai risolte – che hanno reso il confronto con gli avversari politici quasi impossibile.

Rispetto alla necessità che in questo dinamico territorio dimostrassimo la capacità attrattiva di una forza di governo, è stata, invece, ulteriormente confermata la faticosa rappresentazione del pensiero diverso e chiaramente distante da quello imposto dal centrodestra veneto.

Da troppi anni, ormai, il PD regionale ha annullato l’iniziativa politica specifica per il nostro territorio, ovviamente sensibile ai tempi ed ai temi che solo in Veneto sono presenti. I risultati conseguiti nelle due ultime elezioni regionali e le azioni delle segreterie regionali coinvolte ne testimoniano con evidenza le criticità.

Il congresso regionale è, di fatto, politicamente l’occasione – ormai storica – per invertire questa tendenza e segnare visibilmente la discontinuità necessaria.

Per la parte programmatica, io penso che in questa fase delicata serva:

  • definire un nuovo modello economico per il Veneto che punti su qualità ed innovazione e che si fondi su una reale svolta ecologica. Un Veneto sostenibile, con una qualità della vita compatibile con l’ambiente che ci circonda è l’orizzonte verso cui tendere;
  • affrontare definitivamente la carenza di personale sanitario nelle strutture pubbliche nonché contrastare la volontà di superare la rete ospedaliera a favore del privato e gestire realmente il problema delle liste di attesa;
  • sostenere i giovani e i loro progetti di vita considerandoli un interesse comune. Servono azioni concrete per facilitare l’accesso all’abitazione per le giovani coppie, abbattendo i costi di locazione, incrementare i servizi della prima infanzia a costi accessibili, ampliare gli strumenti di conciliazione tra lavoro e famiglia
  • porre in essere una regia effettiva che metta insieme il meglio della ricerca, dell’impresa e del mondo del lavoro in modo da favorire i servizi di avanguardia per l’impresa – favorendo la crescita di un sistema produttivo che oggi è un mero subfornitore e contoterzista povero nella filiera mitteleuropea – e produrre lavoro di qualità e in sicurezza;
  • superare i gravi ritardi nella conversione ecologica dei trasporti, nella digitalizzazione e nelle infrastrutture per supportare il sottodimensionato e arretrato sistema economico rispetto alle potenzialità;
  • per il futuro dei nostri giovani, definire un piano industriale regionale che valorizzi le eccellenze, crei spazi per l’intrapresa innovativa e sostenibile e che contenga elementi attrattivi per poter supportare un marketing territoriale di qualità.

E’ per noi decisivo ri-costruire concretamente una comunità politica – di fatto non alimentata in questi anni – come fattore imprescindibile e motore per la realizzazione delle condizioni e delle politiche per il prossimo voto per la presidenza del Veneto.

Ridurre il consumo di plastica

In Parlamento stiamo recependo una direttiva dell’Unione Europea sulla riduzione dell’incidenza di determinati prodotti di plastica sull’ambiente.

Gli obiettivi principali sono prevenire e ridurre l’incidenza di determinati prodotti di plastica sull’ambiente, in particolare l’ambiente acquatico, e sulla salute umana, nonché promuovere la transizione verso un’economia circolare con modelli imprenditoriali, prodotti e materiali innovativi e sostenibili, contribuendo in tal modo al corretto funzionamento del mercato interno.

Le materie plastiche sono tra le componenti principali dei rifiuti marini, stimate a rappresentare fino all’85% dei rifiuti marini trovati lungo le coste, sulla superficie del mare e sul fondo dell’oceano e si stima che vengano prodotte annualmente, a livello mondiale, 300 milioni di tonnellate di materie plastiche, di cui almeno 8 milioni di tonnellate si perdono in mare ogni anno.

L’importantissimo provvedimento prevede specifici principi e criteri direttivi, quali:

  1. garantire una riduzione duratura del consumo dei prodotti monouso e promuovere la transizione verso un’economia circolare con modelli imprenditoriali, prodotti e materiali innovativi e sostenibili;
  2. incoraggiare l’uso di prodotti sostenibili e riutilizzabili, alternativi a quelli monouso;
  3. ove non sia possibile l’uso di alternative riutilizzabili ai prodotti di plastica monouso destinati ad entrare in contatto con alimenti, prevedere la graduale restrizione all’immissione nel mercato dei medesimi consentendone l’immissione nel mercato qualora realizzati in plastica biodegradabile e compostabile;
  4. adottare misure volte a informare e sensibilizzare i consumatori e a incentivarli ad assumere un comportamento responsabile al fine di ridurre la dispersione dei rifiuti;
  5. includere i bicchieri di plastica tra i prodotti monouso;
  6. introdurre una disciplina sanzionatoria effettiva, proporzionata e dissuasiva per le violazioni dei divieti e delle altre disposizioni di attuazione della medesima direttiva, devolvendo i proventi delle sanzioni agli enti di appartenenza dei soggetti che procedono all’accertamento e alla contestazione delle violazioni e destinando detti proventi, all’interno del bilancio di tali enti, al potenziamento delle attività di controllo e di accertamento delle violazioni di cui alla presente lettera.

Per promuovere l’acquisto e l’utilizzo di materiali e prodotti alternativi a quelli in plastica monouso, è riconosciuto un contributo, sotto forma di credito d’imposta a tutte le imprese che provvedono all’acquisto e all’utilizzo di prodotti che sono riutilizzabili o realizzati in materiale biodegradabile o compostabile.

Una decisione importante che inciderà sulle nostre abitudini, nella consapevolezza che non ci sono alternative possibili, visti i danni che la plastica sta producendo all’ambiente e alla nostra qualità della vita.

La tassazione sulle multinazionali

Finalmente, è stato siglato da 132 paesi un accordo preliminare per una tassa minima globale sulle multinazionali

La tassa minima globale (global minimum tax, GMT) dovrà essere almeno del 15 per cento e si applicherà a tutte le imprese multinazionali con almeno 750 milioni di euro di ricavi che sarà una base imponibile omogenea tra i vari paesi.

Mi spiego meglio: poniamo che Apple paghi in Irlanda invece che negli Stati Uniti (che è il paese della casa madre) le imposte su profitti per 10 miliardi a un’aliquota del 12,5 per cento, il fisco americano preleverebbe da Apple 250 milioni (ovvero il 2,5 per cento di 10 miliardi) in aggiunta alla normale imposizione domestica, portando l’imposizione totale sui profitti di Apple almeno al 15 per cento, come prevede l’accordo sottoscritto.

In questo modo, la tassazione raggiunge le multinazionali ovunque siano, anche nei paesi che non hanno sottoscritto l’accordo e che hanno aliquote inferiori al 15 per cento.

L’accordo prevede anche che se la casa madre di una multinazionale si trovasse in un paese che applica un’aliquota inferiore al 15%, gli Stati che hanno sottoscritto l’intesa potranno tassare le sedi locali della multinazionale fino al raggiungimento di quella percentuale.

In questo modo, grazie al meccanismo che è stato individuato, l’imposizione sarebbe sempre del 15% ed in più eliminerebbe la competizione fiscale sleale tra paesi.

Considerato che la maggior parte delle case madri delle multinazionali sono negli Stati Uniti, sarà questo il Paese che dovrà recuperare le imposte non pagate grazie ad aliquote basse e poi ripartirle geograficamente ad altri paesi.

Per fare un esempio, una multinazionale americana che genera più profitti in Europa che negli USA, dove dovrebbe pagare le tasse? L’accordo prevede i profitti saranno ripartiti tra paesi sulla base della geografia delle vendite e dell’utilizzo dei prodotti (ad es. per i servizi digitali venduti online) di ciascuna multinazionale.

All’accordo mancano ancora importanti dettagli, ma l’idea di fondo è apprezzabile.

La lezione afgana

Quanto avvenuto in Afghanistan fa riflettere.

Capisco il desiderio di affrontare gli errori commessi, il quesito se la democrazia è esportabile, cosa non ha funzionato in questi ultimi 20 anni.

Tutte domande che, seppur importanti, guardano al passato.

Con questa nota mi concentro sul futuro, sperando che i diritti che sono stati inoculati negli anni nella società possano far germogliare qualcosa di buono nelle giovani generazioni di quel paese.

Da quanto accaduto, traggo tre considerazioni.

La prima. Gli Stati Uniti d’America non sono né saranno più quell’alleato che abbiamo conosciuto dalla seconda guerra mondiale.

Da anni gli americani si stanno ritirando dagli scenari più turbolenti del mondo. L’abbiamo già visto nel mediterraneo, in particolare con la Libia.

Gli USA hanno deciso di concentrarsi su altri versanti, soprattutto interni ed il loro essere sempre pronti a garantire un certo ordine mondiale, è venuto sostanzialmente meno, lasciando spazi importanti a Russia e Cina.

Questa constatazione mi porta alla seconda considerazione.

L’Europa, pur essendo una potenza economica mondiale, non ha come prospettiva strategica quella di influenzare le dinamiche mondiali, se non con la propria moneta, l’Euro.

Non possiamo più essere solo gli alleati degli USA, quelli che coprono le parti mancanti delle missioni di pace. È necessario che cresciamo come potenza influente, con una politica estera e di sicurezza comune.

In accordo con la NATO, che va ridisegnata con nuove prospettive, l’Europa (anche solo chi ci sta) non ha altra scelta che quella di creare un dispositivo militare e di cooperazione per porsi come partner nei contesti del mondo che la coinvolgono direttamente.

E su questo passo alla terza convinzione, che riguarda l’Italia.

Quali sono i nostri interessi geopolitici? Cosa si ripercuote su di noi?

Certamente tutto quello che accade nel nord Africa e nel mediterraneo.

L’Afghanistan è lontano, dobbiamo impegnarci per i diritti di tutti, in primis donne e bambini, ma quello che accade vicino casa nostra, in particolare l’instabilità politica dei vicini, per noi è motivo di insicurezza, oltre che di flussi migratori.

Ebbene, è in quest’area che dobbiamo costruire la nostra influenza.

Insieme con l’Europa è il momento di ripensare il futuro strategico e agire per garantire la stabilità che fa bene alla nostra qualità della vita.

Il bivio elettorale del Nord

Per vincere le elezioni politiche del 2023 è necessario pianificare una azione politica che miri ad allargare il consenso in Lombardia e Veneto.

Non lo dico solo perché in queste due regioni si concentrano le più rilevanti iniziative imprenditoriali – fatto di per sè già importante – ma anche in ragione della densità demografica.

In Italia il 70% dei comuni ha meno di 5.000 abitanti, che rappresentano il 17% della popolazione nazionale; di tutti questi il 45% si trova dislocata tra Piemonte, Lombardia e Veneto.

Una quota rilevante di elettorato che può modificare le sorti di quel voto.

A ciò si unisce il fatto che per un partito nazionale “vivere” in ogni parte d’Italia, è esiziale, a maggior ragione laddove si concentra la guida economica del Paese.

Ma queste due regioni sono di destra, a prescindere?

Assolutamente, no è sbaglia chi nel PD pensa che sia così. Come pure deve smettere la favoletta del buongoverno lombardo-veneto.

In Lombardia con la pandemia abbiamo scoperto i danni prodotti dalle scellerate scelte di affidare al privato la vita dei cittadini. Le destre lombarde hanno portato a termine un disegno che alla prova del fuoco si è dimostrato per quello che è.

In Veneto, il mito di Zaia è solo artificiosamente costruito.

Egli non è il moderato di cui si parla, è un leghista mascherato da buonista ed è un pessimo amministratore. L’indice di produttività sui grandi progetti di sviluppo è poco sopra l’1%.

In entrambe le Regioni, i diritti sociali e quelli civili sono sempre stati posti in secondo piano rispetto al perseguimento esclusivo della difesa degli interessi imprenditoriali, in nome di una visione sviluppista che ha negato una corretta gestione del territorio e dell’ambiente.

I temi negati dalle destre lombardo-venete sono il naturale riferimento per un partito progressista. E se a ciò uniamo il fatto che nelle regioni settentrionali vivono e lavorano la maggior parte degli operai e dei lavoratori dipendenti, ovvero un elettorato storicamente “tipico” per le sinistre, il cerchio si chiude.

Peraltro, Lombardia e Veneto, in ragione della loro popolosità, hanno una quantità di seggi pari a quasi un sesto del totale del Parlamento.

Per noi, quindi, la sfida del nord è l’unico obiettivo da porci verso le elezioni politiche del 2023.

Serve un impegno dedicato, senza timori.

In passato in questi luoghi il PD ha ottenuto ottimi risultati, oltre a governare una buona parte delle città.

Serve anche che qualcuno, a partire da noi stessi sul territorio, la smettesse di dire che i lombardi ed i veneti sono ontologicamente di “destra”, perché questa giustificazione comporta che di fronte al bivio su cosa fare, l’alternativa credibile non viene costruita e proposta perché tanto non servirebbe.