Sostegno contro la disoccupazione (SURE)

Dal primo giugno è in vigore il fondo SURE, ovvero il sostegno temporaneo per attenuare i rischi di disoccupazione in un’emergenza.

Il Fondo è stato proposto dalla Commissione europea ed approvato dal Consiglio europeo.

Il fondo è parte integrante del progetto di istituire tre reti di sicurezza: per emittenti sovrani tramite il Meccanismo europeo di stabilità; per imprese private tramite risorse della Banca Europea degli Investimenti; per la tutela dell’occupazione, facendo ricorso, appunto, al SURE.

Il SURE è volto a tutelare i lavoratori e i posti di lavoro messi a rischio dall’epidemia di COVID19, mediante la creazione di uno strumento temporaneo, ad integrazione delle misure già decise dall’Italia, con risorse aggiuntive per il finanziamento di regimi di riduzione dell’orario lavorativo o di misure analoghe, miranti a ridurre l’incidenza della disoccupazione e della perdita di reddito dei lavoratori dipendenti e autonomi.

I regimi di riduzione dell’orario lavorativo sono definiti dalla Commissione europea come programmi che, in determinate circostanze, consentono alle aziende in difficoltà economiche di ridurre temporaneamente l’orario di lavoro dei loro dipendenti, ai quali viene erogato un sostegno pubblico al reddito per le ore non lavorate.

Regimi analoghi di reddito sostitutivo si applicano ai lavoratori autonomi.

L’assistenza finanziaria europea può essere richiesta dall’Italia la cui spesa pubblica – effettiva ed eventualmente anche programmata – abbia subìto “un aumento repentino e severo” a decorrere dal 1° febbraio 2020 a causa dell’adozione delle misure restrittive che hanno causato la riduzione dell’orario lavorativo per far fronte agli effetti socioeconomici delle circostanze eccezionali causate dalla pandemia di Covid-19.

In pratica, si tratta dell’erogazione di prestiti, a rate. I prestiti sarebbero garantiti da tutti gli Stati membri, in relazione alla spesa pubblica volta a sostenere i regimi di riduzione

delle garanzie prestate dagli altri Stati membri (nei limiti delle medesime).

L’Europa conferma, così, di agire concretamente per risolvere i problemi causati dalle misure prese contro il virus.

Silvia Romano e l’odio dei razzisti.

È rientrata in Italia dopo 18 mesi di prigionia, Silvia Romano, la volontaria dell’Ong Africa Milele rapita il 20 novembre 2018 in Kenya.

Il volto sorridente, coperta da una lunga tunica verde, Silvia è stata liberata sabato 9 maggio in una zona non lontana da Mogadiscio, con un’operazione dell’Aise, i servizi italiani di intelligence esterna, condotta in collaborazione con quelli turchi e somali.

Nel novembre scorso, dall’arresto di tre dei responsabili del sequestro erano arrivate conferme di un trasferimento della ragazza da un gruppo criminale locale ad un gruppo jihadista somalo. Da quel momento di Silvia Romano non si era saputo più nulla.

Si riferisce che per il rilascio l’Italia avrebbe pagato un riscatto e secondo fonti dell’intelligence somala, è probabile che altre quote siano state versate ad intermediari che hanno facilitato i contatti con i suoi sequestratori. Sulle ipotesi relative al pagamento di un riscatto, al momento non c’è stata nessuna conferma.

La liberazione è stata possibile grazie al ruolo dei servizi segreti turchi. Negli ultimi anni la Turchia ha rafforzato la propria presenza nel Corno d’Africa, in particolare in Somalia.

Oggi i turchi, presenti nel paese con un contingente militare, addestrano le neonate forze dell’esercito nazionale somalo. Il porto e l’aeroporto di Mogadiscio sono gestiti e amministrati da società con sede ad Ankara e uno dei due ospedali presenti nella capitale porta il nome del presidente Recep Tayyip Erdogan.

Romano, 23 anni, ha raccontato agli inquirenti della sua conversione all’Islam, che ha definito “spontanea e non forzata”.

Non entro nel merito di una scelta religiosa che resta sempre personale, pur evidenziando che il contesto in cui essa è avvenuta, certamente non è di quelli sereni che facilitano conoscenze e convincimenti utili alla scelta medesima.

Lo dico per rispetto, anche perché ci vorrà tempo per capire bene e spero che Silvia possa essere aiutata in questo difficile percorso di elaborazione, ovviamente, non solo religioso.

Restano, però, le sgradevoli affermazioni e polemiche relative alla “liberazione di una musulmana”, come se l’appartenenza religiosa rilevasse sulle azioni di uno Stato democratico a favore della liberazione di una sua cittadina.

Per Silvia Romano si sono aperte le fogne degli odiatori di professione, tanto che dovrà essere tutelata per l’odio che le hanno scatenato contro.

Per i razzisti il valore della vita dipende dalla fede religiosa e dal colore della pelle.

La schizofrenia istituzionale

L’esperienza della pandemia ha insegnato che occorre stabilire una clausola di supremazia dello Stato per evitare i tanti piccoli capetti regionali.

Il Governo ha sempre agito sulla base delle indicazioni del Comitato tecnico scientifico, un organismo costituito per affrontare l’emergenza sanitaria. Ed ha fatto bene, dal mio punto di vista e la prova è stata che non ha mai dovuto smentire o tornare indietro dalle azioni messe in campo, al contrario di altri paesi.

Le Regioni, invece, che nel campo sanitario hanno la competenza esclusiva, hanno agito perlopiù su sentiment non sempre fondati su basi scientifiche. almeno all’inizio.

Con il Decreto “Cura Italia”, proprio per evitare che in giro per l’Italia ognuno facesse di testa propria, era stato stabilito che le Regioni, in relazione a specifiche situazioni  sopravvenute di aggravamento del rischio sanitario verificatesi nel loro territorio o in una parte di esso, potevano introdurre misure ulteriormente restrittive.

Qualcuno si è attenuto, qualche altro no. La previsione, quindi, autorizza lo Stato ad annullare gli atti diversi (è il caso della Calabria).

La scelta di avocare a Roma ogni atto era doverosa e corrispondente ad un’emergenza che mette in grave pericolo gli interessi generali del Paese. E’ una situazione eccezionale rispetto alla quale non rileva tanto la riapertura di qualche bar, bensì le conseguenze che ciò può produrre nell’intera comunità nazionale.

Eppure, ciò nonostante, ho notato una spasmodica ricerca di visibilità di qualcuno che unirei anche alla definizione, tutta giornalistica, di “governatori” dimenticando che questa attribuzione spetta negli stati in cui vi sono esperienze federali completamente diverse dal nostro schema costituzionale.

Questa esperienza insegna che alle Regioni, che costituzionalmente hanno competenze esclusive in materia sanitaria, non può essere riconosciuto un diverso ruolo politico ed economico se non quello consentito dalle leggi e dalla Costituzione.

E per agire decisamente su questo versante, va riconsiderata l’opportunità di inserire nell’ordinamento la clausola di salvaguardia dello Stato, proprio per evitare equivoci sui poteri.

Il Veneto lumaca a danno dei lavoratori

Il Veneto lumaca a danno dei lavoratori

Per far fronte alla recente emergenza epidemiologica sono state varate alcune manovre economiche a sostegno dei lavoratori all’interno del decreto Cura Italia; tra queste è prevista l’istituzione della Cassa Integrazione Guadagni in Deroga (CIGD) a decorrere dal 23 febbraio 2020.

Si tratta di un intervento di integrazione salariale a sostegno di imprese che non possono ricorrere agli strumenti ordinari perché esclusi all’origine da questa tutela o perché hanno già esaurito il periodo di fruizione delle tutele ordinarie, quali Cassa Integrazione Guadagni Ordinaria e Straordinaria (CIGO e CIGS), Fondi di Solidarietà e Fondo di Integrazione Salariale (FIS).

Il Governo ha voluto, così, tutelare le aziende ed i suoi lavoratori.

Grazie alla collaborazione di tutte le parti coinvolte è stata sottoscritta una convenzione tra imprese e sindacati, associazioni bancarie e il ministero del lavoro, che consentirà agli istituti di credito di anticipare fino a 1400€ per la CIGD. La convenzione inoltre sarà un’operazione a costo zero per i lavoratori e non prevede nessun iter burocratico: come già avvenuto in passato durante situazioni di gravi emergenze, saranno le banche stesse ad anticipare le somme per i sussidi, e verranno poi rimborsate in seguito direttamente dall’INPS.

I tempi ordinari per il pagamento della Cassa integrazione sono sempre stati di due o tre mesi. In questo caso, grazie alla normativa semplificata e allo sforzo dell’Inps, i pagamenti arriveranno al più tardi entro 30 giorni dalla ricezione della domanda.

La complicazione della CIGD è che la sua applicazione (invio domande all’INPS e pagamento) è demandata alle Regioni che hanno messo a punto altrettanti accordi regolamentari con le parti sociali. Lo ha fatto anche il Veneto il 20 marzo scorso.

Da sabato 28 marzo 2020, inoltre, i datori di lavoro possono presentare le domande online tramite Veneto Lavoro .

A che punto siamo?

Il Veneto è in grave ritardo nel pagamento della cassa integrazione in deroga ed ha inviato all’INPS solo una piccola parte delle domande che ha ricevuto.

Il dato impietoso emerge dal sito INPS. Al 23 aprile sono state inviate dal Veneto solo 6.972  domande e solo dal 10 aprile.

Cosa significa questo? Poiché non tutti sanno le procedure, il pagamento in ritardo della CIGD a favore dei lavoratori, causato dalla lentezza della Regione Veneto, sarà senz’altro attribuito al Governo.

Perché la Regione non potenzia quell’ufficio di Veneto Lavoro che si occupa di gestire le domande?

Coronavirus. Anaao Veneto denuncia la Regione

“Alle competenti autorità di avviare le opportune indagini per accertare le eventuali responsabilità amministrative e/o penali, a carico dei Direttori Generali delle Aziende sanitarie della Regione Veneto e/o di altri soggetti responsabili degli adempimenti di cui al D.lgs. 81/2008.”

Così conclude la denuncia presentata ai NAS dall’Associazione Medici Dirigenti del Veneto.

L’Associazione parte da una constatazione: “il fatto che ci siano medici, infermieri e operatori sanitari che abbiano contratto il SARS-CoV-2 sul posto di lavoro per causa di servizio è la dimostrazione più evidente della fragilità dei modelli organizzativi e gestionali di molte strutture sanitarie del Veneto”.

Si è tanto polemizzato sul fatto che mancavano mascherine e dispositivi di protezione, ma coloro che conoscono le norme e chi avrebbe dovuto garantire ciò, in particolare al personale sanitario, ha chiesto dui avviare mirate indagini volte ad individuare i responsabili che sono tutti nell’ambito della Regione Veneto e nella moltitudine delle strutture sanitarie venete.

L’istruttoria, precisa e ricca di considerazioni, affronta tutte le vicende sull’emergenza e si conclude con l’elencazione delle criticità: “la grave carenza (se non la totale assenza) di dispositivi di protezione individuale (DPI), la tardiva adozione e/o il tardivo aggiornamento da parte delle strutture sanitarie, di modelli organizzativi idonei a gestire la pandemia da SARS-CoV-2 sui luoghi di lavoro, l’esecuzione dei tamponi (naso-faringeo) diagnostici anche a distanza di 7 o 14 giorni dall’ultima esposizione ad un caso confermato COVID-19 anziché all’interno delle 48 ore prescritte dalla Regione Veneto e l’inesistente piano pandemico regionale che doveva essere aggiornato ed adeguato, ma invece fermo dal 2007.”
Tutto questo, secondo il sindacato dei dirigenti medici, ha contribuito ai contagi.
L’esposto si conclude con la richiesta alle autorità competenti di avviare le opportune indagini per accertare eventuali responsabilità amministrative e/o penali a carico di datori di lavoro, ovvero in capo ai direttori generali delle Aziende sanitarie della Regione Veneto e di altri soggetti responsabili.

Emergono due constatazioni: la prima è che sono state messe a nudo quelle che sono state le omissioni e mancanze della Regione in merito alla mancata adozione dei presidi di sicurezza che avrebbero dovuto e potuto, sempre secondo l’associazione, evitare il diffondersi del contagio del Coronavirus presso il personale medico e ospedaliero della Regione; la seconda è che è proprio la Regione ad essere individuata come responsabile delle lacune, cosa che per me è nota perché le leggi sono chiare, ma tanti sono caduti nella propaganda di Zaia.
Per chi ha voglia, può leggere la denuncia. Resterà colpito.

 

Denuncia ANAAO

Quale rapporto tra Stato e Regioni?

Lo stato di emergenza in conseguenza della diffusione del coronavirus è stato contrassegnato dai vari provvedimenti adottati dallo Stato e dai governi regionali, per il controllo dell’epidemia (poi diventata pandemia).

A mio modo di vedere, l’attuale articolazione dei poteri tra centro e periferia è inadeguata nei casi di emergenza, perché impedisce una guida unitaria e ingigantisce le differenziazioni degli interventi regionali.

Sono persuaso che, in questi casi, occorra riconfigurare le relazioni tra livelli di governo riportando allo Stato le funzioni in materia di tutela della salute che oggi risultano decentrate presso le regioni.

Nella riforma costituzionale poi bocciata dal referendum del 2016, era stata introdotta, a ragione, una clausola di supremazia in favore dello Stato al fine di garantire sempre una regia unitaria delle principali politiche pubbliche.

Quella proposta va riflettuta con riguardo ai casi di emergenza di tipo sanitario. Non è un sopruso determinare un sistema di tutela della salute univoco in ogni parte del Paese in occasioni speciali come quella che stiamo vivendo.

Sulla scia di un evento eccezionale, sono convinto che occorra ripensare il modello frammentato del sistema sanitario regionale e l’occasione del dibattito sul regionalismo differenziato calza a pennello per questa discussione.

Non invoco un riaccentramento delle competenze ora attribuite alle Regioni, bensì un riesame di quanto accaduto in questi ultimi mesi e, conseguentemente, la ridefinizione delle cose che hanno creato difformità ed equivoci.

È vero che la differenziazione dei provvedimenti regionali è uno dei vantaggi del decentramento, perché consente di adattare meglio le decisioni alle specificità dei diversi territori e alle differenti preferenze delle popolazioni, ma in presenza di un’emergenza sanitaria i confini territoriali non esistono e, pertanto, le varie scelte devono essere collimanti tra loro. Un errore nella Regione X, anche se distante, ricade sulle altre. Le distanze, infatti, non contano (il virus si è allargato nel mondo).

Pensavo anch’io che gli organismi misti tra Stato, Regioni ed autonomie locali potessero essere utili. Le esperienze positive non mancano, come per la definizione di una regolamentazione amministrativa unitaria (ad esempio con i Patti per la Salute) oppure come per la definizione dei LEA (livelli essenziali di assistenza), pur essendo una competenza esclusiva dello Stato. Ma, ed è di tutta evidenza, la pandemia che stiamo vivendo ha mostrato criticità che vanno superate.

Questa esperienza ci suggerisce di apportare mirati aggiustamenti con specifici interventi legislativi perché in casi di crisi non possiamo permetterci di parlare con tante voci.

Coronavirus, le criticità verificatesi in Veneto

In questo periodo ci hanno abituato alle conferenze stampa di Zaia che ci spiega quanto è stato bravo ad affrontare l’emergenza.

In realtà, non essendoci domande o dibattito, è difficile capire cosa per davvero è stato fatto o non è stato affrontato compiutamente.

Eppure, bastava poco. Bastava chiedere ai sanitari, alle case di riposo e ai tanti che stanno lavorando in questo momento, soprattutto nel campo sanitario.

Qui ho riepilogato le criticità che sono avvenute. Questo non vuol dire che sia stato tutto sbagliato, intendiamoci, ma che non tutto è bello come ci viene raccontato.

Il fatto è che si è preferito raccontare quanto detto da Zaia e non approfondire quanto stava accadendo per davvero sul territorio.

Ecco, invece, quello che ho raccolto e che, se leggete bene, molti di voi potranno valutare se è vero o meno:

  • mancanza di dati sull’esatta diffusione dell’epidemia, legata all’ esecuzione di tamponi solo ai pazienti ricoverati e alla diagnosi di morte attribuita solo ai deceduti in ospedale.
  • Errata impostazione della raccolta dati, che ha sottostimato il numero dei malati e discretamente il numero dei deceduti.
  • Gestione confusa della realtà delle RSA e dei centri diurni per anziani, che ha prodotto diffusione del contagio e un triste bilancio in termini di vite umane ovvero la mancanza di una strategia preventiva ed operativa di valutazione delle situazioni più critiche nelle case di riposo.
  • Mancata fornitura di protezioni individuali ai medici del territorio (compresi i medici delle RSA) e al restante personale sanitario operante nelle strutture ospedaliere pubbliche e private. Questo ha determinato la malattia di numerosi di essi e la probabile e involontaria diffusione del contagio, specie nelle prime fasi dell’epidemia.
  • La pressoché totale assenza delle attività di igiene pubblica (isolamenti dei contatti, tamponi sul territorio a malati e contatti, ecc…) a causa della quale non è stato possibile intercettare immediatamente sul territorio i sintomatici, i positivi e far seguire a questo il tracciamento rigoroso dei contatti, la quarantena dei conviventi o dei sospetti a rischio.
  • Mancata esecuzione dei tamponi agli operatori sanitari del territorio e in alcune realtà delle strutture ospedaliere pubbliche e private, con ulteriore rischio di diffusione del contagio.
  • L’attribuzione della diagnosi di morte per Covid solo ai deceduti in ospedale, mancando al conteggio delle morti quelle avvenute a domicilio o in residenza, dove i tamponi non sono stati eseguiti.
  • Mancata dotazione ai medici del territorio di strumenti di diagnosi, controllo e di percorsi preferenziali per una diagnosi rapida e tempestiva.

 

Veneto batte Lombardia. Ma è vero?

Qualche giorno fa la rivista Harvard Business Review ha pubblicao un’analisi sulla rilevante discrepanza tra i dati del contagio rilevati nelle tre regioni (Lombardia, Veneto, Emilia Romagna) tra le più duramente colpite dal virus.

In particolare, l’analisi si è focalizzata sulll’approccio lombardo incentrato sull’ospedalizzazione massificata, a differenza di uno basato su assistenza domiciliare (Emilia-Romagna) o sui tamponi a tappeto (Veneto).

L’articolo di Harward, per la parte del confronto tra Lombardia e Veneto dice testualmente questo:

“Il diverso sviluppo del contagio in queste due regioni è stato segnato da una combinazione di fattori che, in alcuni casi, nulla hanno a che vedere con le capacità di chi le governa. La Lombardia ha una maggiore densità di popolazione e aveva un numero di casi superiore quando la crisi è scoppiata. Ma è ormai chiaro che ci sono state scelte di politica sanitaria nelle fasi iniziali che hanno influenzato i risultati che vediamo oggi.

In particolare, mentre la Lombardia e il Veneto hanno applicato approcci simili sul social distancing e la chiusura dei negozi, il Veneto ha affrontato il Covid-19 con diverse misure di politica sanitaria come:

– l’uso dei tamponi da subito sia su casi sintomatici che asintomatici;

– il tracing di potenziali contagiati. Se una persona risultava positiva al tampone, tutte le persone che vivevano con lei, così come i vicini di casa, venivano testati e in caso di mancanza di tamponi, venivano messi in quarantena;

– enfasi sulla diagnosi e sulla cura domestica. Dove possibile, i campioni venivano raccolti direttamente nelle abitazioni e analizzati da laboratori locali o regionali;

– monitoraggio e protezione del personale sanitario e di altri lavoratori essenziali. Questo ha incluso medici e infermieri, personale in contatto con popolazioni a rischio (assistenti in case di riposo per anziani), e lavoratori esposti al pubblico (cassieri di supermercato, farmacisti e operatori di servizi di pubblica assistenza come vigili del fuoco e poliziotti).”

Senza fare polemica, ho chiesto in giro a sanitari, a chiunque ho sentito e, sinceramente, nessuno è stato in grado di confermarmi quanto scritto nell’articolo.

Anzi, posso ragionevolmente dire che non mi pare proprio che in giro siano state fatte le cose che questa rivista cita.

O mi sbaglio? Scrivimi se hai informazioni che confermano le azioni che sono state scritte: info@vincenzodarienzo.it

 

Come finanziare le politiche di bilancio (e rilancio).

La Banca Centrale Europea varerà un piano d’emergenza contro i rischi del coronavirus attraverso un programma di acquisto di titoli e di obbligazioni pubbliche e private dei paesi membri dell’eurozona da 750 miliardi di euro.

750 miliardi di euro sono tanta liquidità. Il piano serve a contrastare gli effetti del coronavirus che in pochi giorni ha affondato i listini internazionali e ad evitare il peggio all’economia europea.

Sommando il cosiddetto Quantitative Easing (QE) da 20 miliardi al mese, i 120 miliardi di euro già promessi in precedenza ed i 750 annunciati dopo si ottiene un totale di oltre mille miliardi per il 2020.

La promessa di 750 miliardi ha avuto subito un effetto salvifico sullo spread italiano che dai massimi – oltre i 300 punti base – è precipitato a quota 190 in poche ore.

Il problema non è solo nostro. Il differenziale si è allargato anche per paesi come Francia e Olanda. Segno che il Coronavirus rischia di rimettere in discussione la tenuta dell’Eurozona.

Il nuovo programma si chiamerà “Pandemic Emergency Purchase Program” (Pepp), e proseguirà fino alla fine del 2020 e sarà accompagnato anche dal rinnovo dei 2.800 miliardi di euro di titoli già acquistati durante le precedenti iniziative portate avanti durante il mandato di Draghi.

Col Pepp, la Bce comprerà titoli pubblici e privati, inclusi i titoli greci e i commercial paper, di fatto le cambiali che tengono in vita molte piccole e medie aziende e che l’effetto dirompente del coronavirus sta mandando in tilt. La Bce, quindi, inietta molta liquidità e crea un paracadute per l’economia europea, sull’orlo della recessione.

Non si esclude la possibilità di superare i limiti che la Bce si è autoimposta pur di proteggere l’economia dell’eurozona, quindi, la regola che obbliga la Banca Centrale ad acquistare titoli in proporzione al capitale detenuto dalla banca centrale di ogni paese (a sua volta grossomodo proporzionale al Pil).

Un fatto molto rilevante, perché significa che, potenzialmente, la Bce potrà concentrare i suoi acquisti sui titoli di paesi in particolare difficoltà (leggi Italia, ma non solo).

Sono convinto che le misure messe in campo per inondare di liquidità il mercato, fornendo prestiti a tasso zero alle banche e alle imprese, non basteranno.

Si tratta comunque di prestiti di fronte ad una doppia crisi, di domanda e di offerta.

Per evitare che le aziende falliscano, il nostro Governo dovrà fare la sua parte con ambiziose politiche di bilancio e di rilancio, politiche che dovranno essere sostenute finanziariamente dalla Bce chiamata ad acquistare parte dei titoli emessi proprio per finanziare queste politiche.

Il candidato Sanders ed il ghigno di Trump

Alle primarie americane del Partito Democratico è in vantaggio Bernie Sanders, un autorevole personaggio che rivendica una concreta vicinanza al pensiero socialista e le sue proposte ne sono una chiara espressione.

Intendiamoci, definire un americano “socialista” è oggettivamente difficile, ma lì basta poco per essere tacciato come tale, ad esempio anche solo proponendo il concetto di sanità pubblica.

Se le primarie le vincerà lui, penso che Trump accoglierà la notizia con un ghigno, a suggello della sua sicura rielezione.

Non che io sia per lui, ovviamente, ma è evidente che la sfida a Trump non potrà mai vincerla un candidato che parla solo ad un pezzo della società, quella già posizionata con i democratici (e forse neanche tutti).

Un Presidente uscente non si affronta solo ponendosi alla testa di quelli che già votano per i Dem, bensì dialogando con tutti e, quindi, in particolare con gli altri. E’ così che si riesce a vincere le elezioni.

Ebbene, di fronte ad un Trump che è un pessimo Presidente per tutto il mondo, tranne che per gli americani, che ha privilegiato in ogni modo e usa la propaganda continuamente per accarezzarli, appare difficile che possa competere un candidato che non va oltre il proprio recinto.

Su temi cruciali come la crescita, ad esempio, se Sanders propone di favorirla con strumenti sostenibili è una cosa, ma se – come sta facendo – individua nello sviluppo una delle cause che determinano problemi e squilibri sociali, allora oltre il proprio elettorato non andrà.

Con questo non voglio dire che la sinistra deve fare le cose della destra, anzi, ma voglio ribadire che le proposte devono essere razionali e che il candidato deve essere una persona in grado di raccogliere anche le simpatie degli elettori avversi, condizione imprescindibile affinché ti ascoltino, quantomeno.

Sono anche convinto che la piena conoscenza del candidato avversario, Trump, deve incidere sulla scelta del candidato Dem, ovvero che bisogna tenere conto del profilo altrui per capire quale soggetto mettere in campo.

Anche per questa ragione ho il timore che Bernie Sanders, ottimo politico, non sia quello che consentirebbe al Partito Democratico di rendere contendibile la sfida.

Un chiosa finale: rapportare quanto ho scritto a situazioni diverse sarebbe solo il frutto delle libere interpretazioni (o insinuazioni) di chi legge.