Le scommesse fallite di Renzi

Ad oltre un anno dalla scissione che Renzi ha voluto per far nascere il suo partito, possiamo dire che quella scommessa non è andata in porto.

Anzi, si è confermato un errore politico rilevante.

Renzi aveva scommesso che in tanti sarebbero stati i parlamentari del PD che lo avrebbero seguito nel nuovo percorso. Al contrario, ciò non è avvenuto, non c’è stato un esodo ed il PD ha retto l’urto che di solito si determina in una scissione.

L’iniziativa di Renzi poteva anche produrre un effetto di lunga durata nel PD. Mi spiego: i parlamentari ed i militanti che lo avevano sostenuto nei vari congressi e che avevano costituito un’area politica – Base Riformista – avrebbero potuto sempre seguirlo, in particolare se le condizioni all’interno del PD non fossero state di accoglienza, ma di contrapposizione.

In realtà, in una determinata fase la contrapposizione c’è stata ed il tentativo di avversare la permanenza stessa di Base Riformista nel PD si è ripetuto più volte, ma non ha sortito l’effetto di costringerli ad uscire. Con l’arrivo di Enrico Letta questa fase si è chiusa definitivamente, in particolare nel momento in cui Letta ha riconosciuto la valenza della scelta di coloro che sono rimasti nel PD fungendo da argine verso l’abbandono da parte di un elettorato che fa comunque riferimento ai valori espressi da quell’area politica.

In quel momento, sono falliti i disegni di Renzi sul PD: quello di indebolire il PD e di favorire ulteriori adesioni di parlamentari e militanti in Italia Viva.

Come è noto, Renzi ha provocato la crisi di Governo per favorire la nascita del governo istituzionale. Checchè ne dica, era nelle cose che aveva immaginato un governo senza la Lega perché senza questa avrebbe potuto agire con Forza Italia in maniera più libera. Al contrario, la presenza della Lega nella maggioranza a sostegno del Governo Draghi sta tenendo ancorato quel partito alla strutturata alleanza di centrodestra ed in questa dimensione puntualmente si rapporta con il Governo stesso.

Certamente Renzi aveva scommesso sulle difficoltà del M5S, in particolare per il sostegno a questo tipo di Governo. Le difficoltà non sono mancate, ovviamente, ma la leadership consegnata a Giuseppe Conte ha collocato quel movimento, oltre che saldamente nel solco del governo Conte II, non solo in un alveo istituzionale ed europeo, ma anche in una direzione politica favorevole al centrosinistra con il risultato di ridurre ancor più il potere di interdizione nell’area, il cui contrario era un altro obiettivo di Renzi.

Insomma, la scissione di Renzi e, conseguentemente, il cambio di governo da lui provocato, sembrano aver favorito progettualità politiche che certamente egli non avrebbe voluto come conseguenze dei propri atti.

Le conseguenze della crisi sulle economie

Sulla base di dati certi, possiamo dire che l’intensità delle ricadute economiche conseguenti alla pandemia Covid è stata molto diversa tra paesi e altrettanto diverse sono state le risposte.

In Europa, i paesi più colpiti, come la Spagna e l’Italia sono stati costretti ad incrementare il deficit di più rispetto agli altri, come la Germania e i paesi nordici.

Inoltre, dato che la crisi è stata più grave, anche il debito pubblico è aumentato di più rispetto a quello dei paesi del Nord Europa.

Quindi, la stretta relazione tra crisi sanitaria covid e ripercussioni economiche è più che evidente.

Poichè la crisi economica causata dalla pandemia ha provocato cadute del Pil senza precedenti, per reperire i fondi necessari per fornire sostegno alle attività più colpite e sostenere la ripresa, i governi hanno dovuto incrementare i deficit pubblici.

È altamente probabile che anche nel 2021 saranno mantenuti deficit elevati, sia per sostenere attività e famiglie colpite dalla crisi, sia per sostenere la ripresa.

Il problema è che le differenze nei deficit pubblici e nelle cadute del Pil significano anche  differenze molto marcate nella dinamica del rapporto debito-Pil e, per l’Italia, penalizzata dalla recessione più grave e dal maggior livello del debito pubblico prima della crisi, questo sara ancora più una zavorra per la ripresa.

Inoltre, la divergenza con gli altri paesi è cresciuta.

Per capire meglio questo fenomeno basta far riferimento alla serie storica della differenza tra il rapporto debito-Pil italiano e quello tedesco. Questo dato, già in rapida crescita dal 2011, cioè dalla crisi dei debiti sovrani, con la crisi attuale ha raggiunto il massimo storico di quasi 90 punti.

Inoltre, secondo le stime degli analisti, non diminuirebbe nemmeno nei prossimi anni.

Preoccupa il fatto che queste divergenze possano creare nuove tensioni all’interno dell’Unione Europea. Infatti, l’anno prossimo dovrebbero tornare in vigore le regole sui bilanci pubblici e se non si trovano formule adeguate che possano contemperare situazioni tanto diverse, sarà un problema.

Un altro problema potrebbe rappresentarlo il possibile aumento dell’inflazione, per esempio a causa di una ripresa sostenuta a pandemia finita. In questo caso, la Banca centrale europea non potrebbe continuare l’attuale politica monetaria espansiva e, di conseguenza, potrebbero nascere nuove tensioni sia sul fronte politico che su quello finanziario.

I risultati della partecipazione alla riflessione sul PD

Il Segretario del PD, Enrico Letta, ha lanciato un’importante iniziativa di ascolto, chiedendo di riflettere sui 20 punti principali del suo discorso all’Assemblea Nazionale del 14 marzo 2021.

Avevo diffuso anche io i 20 punti e lo schema per rispondere (https://www.vincenzodarienzo.it/partecipa-alla-riflessione-sul-pd/).

Delle tante risposte che mi sono pervenute ne ho fatto sintesi quando è toccato a me dire la mia in merito.

L’esito di questa ampia consultazione dei circoli e degli iscritti è riepilogata in queste semplici slide.

I risultati della partecipazione alla riflessione sul PD

La novità dell’assegno unico universale

L’assegno unico universale, che sostituirà i vari benefici economici (bonus e detrazioni varie) già esistenti dedicati al sostegno delle famiglie con figli under 21, potrà avere un valore fino a 250 euro e sarà erogato dal 1° luglio 2021.

Chi ne ha diritto

L’assegno è a favore di tutte le famiglie con figli a carico, partendo dal settimo mese di gravidanza fino al 21esimo anno di età. Non è riservato a specifiche categorie o fasce di reddito, ma viene progressivamente attribuito a tutti i nuclei familiari con figli a carico ed è riconosciuto a entrambi i genitori (se sono separati o divorziati l’assegno andrà a chi detiene l’affidamento dei figli). Deve essere ripartito in egual misura tra questi e ha lo scopo di favorire la natalità e promuovere anche l’occupazione, specialmente quella femminile.

Per i figli successivi al secondo, l’importo dell’assegno è maggiorato del 20 per cento.

La somma cambia in presenza di figli con disabilità e verrà maggiorata secondo una quota di circa il 30% o il 50%, a seconda della disabilità presente. In questo caso l’assegno viene riconosciuto anche oltre i 21 anni.

Limiti per l’erogazione

Al compimento del 18esimo compleanno l’importo viene ridotto, ma sarà comunque erogato fino ai 21 anni con possibilità di corresponsione dell’importo direttamente al figlio, su sua richiesta, al fine di favorirne l’autonomia. L’assegno è concesso solo nel caso in cui il figlio maggiorenne frequenti un percorso di formazione scolastica o professionale, un corso di laurea, svolga un tirocinio ovvero un’attività lavorativa limitata con reddito complessivo inferiore a un determinato importo annuale, sia registrato come disoccupato e in cerca di lavoro presso un centro per l’impiego o un’agenzia per il lavoro o svolga il servizio civile universale.

Per quanto riguarda i figli a carico con più di 21 anni il Governo si è impegnato per una norma transitoria in attesa dell’approvazione di un provvedimento che comprenderà gli assegni anche in questi casi.

Come viene erogato l’assegno unico universale

Il beneficio è riconosciuto a tutti, indipendentemente dal reddito familiare, ma l’importo cambia non solo dopo il compimento del 18esimo compleanno del figlio a carico, ma anche a seconda del’Isee o delle sue componenti.

L’assegno unico può  avere la forma di credito di imposta o di erogazione mensile. Questo non è incompatibile con altri benefici come il reddito di cittadinanza.

Vaccini: gli errori dell’Europa (?) e le esportazioni.

Due cose sono emerse di recente nel dibattito pubblico: le accuse all’Europa sia sulla questione dei vaccini che non arrivano sia sul blocco delle esportazioni dei vaccini medesimi.

Gli errori (?)

Il primo presunto errore: i contratti conclusi dalla Commissione non prevedevano adeguate protezioni in caso di ritardi e non includevano quel principio di “primi gli europei” adottato da Stati Uniti e Gran Bretagna per i loro cittadini.

Ma è così? Non proprio. Stati Uniti e Regno Unito, avendo un bilancio ampio e flessibile (cosa che l’Unione Europea, per scelta dei paesi membri, non ha), hanno finanziato a suon di miliardi la ricerca delle case farmaceutiche. Questo ha comportato vantaggi nella distribuzione successiva.

Il secondo: i contratti non ci tutelano sui ritardi. Sarà anche vero che i contratti fatti dalla Commissione forniscono meno protezione in caso di ritardi, ma sono certamente più solidi in termini di responsabilità delle case farmaceutiche in caso qualcosa andasse storto dal punto di vista sanitario.

Il terzo: si è voluto risparmiare. Per fronteggiare le richieste di numerosissimi parlamentari europei (soprattutto i fronti populisti) di non favorire le case farmaceutiche, alcuni dei contratti sono stati stipulati per ottenere prezzi più bassi.

Sul fronte delle polemiche, poi, non ha aiutato lo stop del vaccino AstraZeneca. In realtà, l’Europa c’entra poco. Infatti, ha cominciato la Danimarca, ma il punto di svolta è stato la scelta di sospendere la somministrazione del farmaco da parte della Germania, seguita a ruota da Francia, Italia e Spagna. Decisioni tutte prese da istituzioni nazionali. “Ma che fanno a Bruxelles?” ha urlato Salvini. Come è noto è stata l’EMA a dire che era tutto a posto.

Polemiche ci sono state anche sul fatto che si è puntato troppo sulle forniture di AstraZeneca rispetto agli altri vaccini. Su Astrazeneca ha puntato anche il Regno Unito, da molti citato ora come esempio di gestione efficace della campagna vaccinale, dimenticando che è il paese al quarto posto nel mondo nella classifica dei decessi per abitanti, e di gran lunga il primo tra i 20 più industrializzati.

Le esportazioni

Con un Regolamento di esecuzione –  obbligo di autorizzazione all’esportazione per i vaccini legati al COVID-19 – l’Europa ha dettato le regole, subordinando, fino al 31 marzo, l’esportazione dei vaccini contro il COVID-19 al rilascio di un’autorizzazione.

Come noto, infatti, alcuni produttori di vaccini hanno già annunciato che non saranno in grado di fornire i quantitativi destinati all’Unione che avevano garantito.

Dato che questo comporta ritardi nel piano di vaccinazione della popolazione, l’UE ha adottato una misura immediata di durata limitata in modo da garantire che le forniture di vaccini nell’Unione siano adeguate a soddisfare la domanda.

Sulla base del principio di solidarietà, non sono soggette ad autorizzazione le esportazioni verso specifici Paesi che hanno economie fortemente integrate con quella dell’Unione europea e le esportazioni, tra le altre, verso Paesi a basso e medio reddito o legate a una risposta umanitaria di emergenza.

Sulla base di questo Regolamento, l’Italia non ha autorizzato l’esportazione di 250.700 dosi di vaccino verso l’Australia, per varie ragioni:

  • quel Paese è considerato “non vulnerabile”;
  • la penuria di vaccini nella UE e in Italia a causa dei ritardi nelle forniture dei vaccini da parte di AstraZeneca;
  • l’elevato numero di dosi di vaccino oggetto della richiesta di autorizzazione all’esportazione rispetto alla quantità di dosi finora fornite all’Italia e, più in generale, ai Paesi dell’UE.

Provvedimenti simili possono sempre essere attuati se permangono le medesime ragioni.

I primi passi di Enrico Letta

Sono passati pochi giorni dall’elezione di Enrico Letta quale nuovo segretario del Partito Democratico, ma sono già ben chiari alcuni segnali di novità, di discontinuità e, soprattutto,  di ripresa delle attività ideali del partito.

La prima, che ha fatto molto riflettere, peraltro, è stata quella di correggere il posizionamento identitario del PD sulla parità di genere.

Con la forte richiesta di sostituire i due capigruppo di Camera e Senato con due Presidenti donne è apparsa netta l’affermazione che il PD ricerca convintamente l’equilibrio tra i generi nei ruoli apicali del Paese a testimonianza del ruolo e dell’impegno che prescinde dai sessi.

In questo modo ha senza dubbio corretto la sottovalutazione che c’era stata nella recente indicazione di soli maschi agli incarichi di membri del Governo Draghi. Un errore che era stato molto criticato anche dalle organizzazioni femminili statutariamente riconosciute nel partito.

Il secondo fatto, rilevante anch’esso, è la legittimazione di coloro che nel recente passato avevano sostenuto il segretario Matteo Renzi.

Un partito grande non può che essere plurale. A meno che non si è a destra, ove esistono partiti dei soli leader, noi abbiamo sempre avuto l’ambizione di unire i progressisti ed i riformismi in un unico contenitore, da L’Ulivo in poi. Con tutti i limiti del caso, il PD è quella cosa lì. Difficile immaginare che la compresenza di tante diversità possa essere tacitata senza una sintesi che le rappresenti tutte.

Io non sono stato “renziano”, ma sono convinto che coloro che lo erano e che non hanno seguito Renzi nel grave errore della scissione, non solo hanno scelto la coerenza verso il percorso che avevano avviato dalla nascita del PD, ma sono stati anche argine verso l’abbandono da parte di coloro che Renzi avrebbe potuto persuadere sulla bontà della sua scelta di andare via.

Questo doppio fatto politico è stato riconosciuto da Letta (che pure avrebbe potuto fare altro, visto come era stato trattato), che ha sepolto quella diffidenza in precedenza alimentata e che ha creato tante inutili differenze.

Chi pensa che il Pd non debba essere un partito plurale, vuole tornare al passato. Letta ha fatto uno scatto deciso in avanti.

La terza rilevante novità è il convinto coinvolgimento degli iscritti. Da tempo – almeno sette anni – la militanza non era più partecipata nelle scelte.

Con i 20 temi che Letta ha lanciato e la richiesta di dire la propria in merito, chiunque di noi parteciperà al rinnovamento che ci serve, in previsione del voto alle prossime politiche per impedire che le destre prendano l’Italia.

Infine, la chiarezza nelle alleanze. Siamo passati dal rapporto privilegiato con il M5S, che ha creato situazioni di subalternità, alla scelta di Enrico Letta di un PD perno del centrosinistra che dialoga con il M5S. Un’inversione non da poco, perché unire il centrosinistra è la condizione per poter essere forti nel dialogo con tutti coloro che vogliono collaborare con noi e, soprattutto, per aspirare ad essere noi i capofila del riformismo, con un candidato del PD alla Presidenza del Consiglio (altro che Conte “leader dei progressisti”).

I primi passi, quindi, vanno nella giusta direzione, ideale ed organizzativa, corrispondente ad un partito, grande, che aspira a governare il Paese.

Partecipa alla riflessione sul PD

Il nuovo Segretario del PD, Enrico Letta, ha lanciato un’importante iniziativa di ascolto. In particolare, ha chiesto di riflettere sui 20 punti principali del suo discorso all’Assemblea Nazionale del 14 marzo 202

Nel vademecum troverai i 20 temi oggetto del confronto.

Per partecipare le tue riflessioni potrai usare uno schema a tabella avendo cura di sintetizzate la tua opinione in massimo 100 parole (esempio tabella con 20 scomparti)

 Ti ringrazio sin d’ora per la disponibilità.

 

Consultazione elettori PD

 

Modulo per risposte

Enrico Letta è il nuovo segretario

Dunque, dopo le dimissioni di Zingaretti, Enrico Letta è il nuovo segretario del Partito Democratico.

La soluzione individuata è certamente di alto livello e consente di immaginare il prossimo futuro in maniera diversa rispetto a quello perorato dal segretario dimissionario.

Ho già detto in altre occasioni che ritenevo fosse necessario, rispetto ai diversi cambiamenti che erano accaduti – siamo passati dall’opposizione al Governo, poi è avvenuta la scissione di Renzi, poi ancora siamo passati dal governo politico con il M5S al governo istituzionale con Draghi minacciando il voto anticipato che non sarebbe mai stato possibile – una riflessione sul posizionamento del PD e sulla definizione di un percorso che ci qualificasse con una proposta forte.

Forse era naturale più che necessario, in virtù dei diversi scenari nel quale ci trovavamo collocati ogni volta.

Quanto è avvenuto, quindi, è la conseguenza di un mix composto da una linea politica che non ha sortito frutti, quella dell’alleanza strategica con il M5S e il voler proseguire anche in questo Governo con la medesima impostazione.

E pensare che questa opzione non è mai stata discussa, considerato che il congresso che aveva eletto Zingaretti era stato svolto sul tema esattamente opposto a quello portato poi avanti.

Da oggi c’è un nuovo segretario.

Enrico Letta ha il compito di riequilibrare il confronto interno e guidare il Partito Democratico in uno scenario diverso dal recente passato.

Con quale identità sosteniamo il Governo Draghi? Quali sono i temi strategici che riteniamo prioritari? Come affronteremo il voto?

Questi sono i temi che tutti dobbiamo affrontare, con un’avvertenza, però: impedire che il “governismo” (essere al governo prima di tutto) diluisca la nostra proposta politica identitaria.

La subalternità al M5S è stata spesso frutto di un’idea di responsabilità secondo la quale la stabilità è un valore da difendere. Al contrario, la stabilità è un obiettivo, ma va garantita risolvendo le problematiche e le tensioni presenti nella società. Ecco perché serve l’identità.

Letta, che ha detto parole chiare in questa direzione, si è assunto questo impegno – e ne sono felice – e sa bene che per rafforzare il percorso che avvierà, ci sarà bisogno di un congresso in modo che il cambiamento di rotta possa per davvero proseguire con risultati migliori.

 

Zingaretti si è dimesso

Il segretario Nicola Zingaretti si è dimesso dalla carica dichiarando di “vergognarsi di un partito che corre dietro solo alle poltrone”.

Le poltrone

Comincio da qui per chiarire che gli incarichi sono stati affidati o indicati da lui direttamente, compresi ministri e sottosegretari (Governo Conte II e Draghi) e che, come è ovvio, quegli incarichi hanno premiato coloro che l’hanno sostenuto all’elezione come segretario o coloro che, successivamente, facevano parte della sua maggioranza nel partito.

L’equazione mi viene facile: l’accusa è in particolar modo indirizzata alla maggioranza che l’ha sostenuto in questi due anni?

Per capirci, poiché non faccio parte di quella maggioranza (del segretario), avendo sostenuto Maurizio Martina al congresso, quell’accusa mi allarma, sia perché Zingaretti ha vinto grazie al sostegno delle correnti, sia perché fa di tutta l’erba un fascio. Non tutti sono destinatari delle sue accuse, veritiere o meno che siano.

In ogni caso, sono stato tra quelli che in queste settimane hanno chiesto un cambio di linea politica del Pd e, quindi, un congresso per deciderla insieme non appena consentito dalla pandemia. Nessuno ha mai chiesto le dimissioni di Zingaretti. Lo dico come fatto di verità, non per giustificare qualcosa.

Le dimissioni, quindi, mi hanno stupito e nell’incredulità, anche perplesso. Molto.

Innanzitutto, una doverosa premessa: l’emotività che si è espressa subito dopo le dimissioni e le conseguenti accuse generalizzate che da più parti si sono levate, non sono state un buon segno.

Di fronte a momenti importanti, come lo è questo per noi, si cercano le ragioni, per capire, valutare e rispondere. Pensare che ad un’opzione meramente politica possa corrispondere un comportamento orientato dall’emotività e dalla rabbia pone la nostra comunità politica su un piano decisamente controcorrente rispetto al compito istituzionale e repubblicano che ormai da anni, e con grande senso di responsabilità, ci siamo assunti.

Un film già visto

Purtroppo, è qualcosa che ho già visto.

Recentemente, quando il segretario era Matteo Renzi, seppure a parti invertite, il livello di emotività e rabbia era sostanzialmente il medesimo.

In un partito plurale si sta insieme se si riconosce vicendevolmente la propria funzione. Pensare che il vincitore possa “sopprimere” la voce del perdente si è dimostrato vacuo e, con il senno di poi (ieri i cd. “renziani”, oggi i cd. “zingarettiani”), permeato da una certa dose di ambiguità del dibattito politico.

Questo punto mi porta a dire che le dimissioni di Zingaretti possono finalmente archiviare un confronto tra parti che sta animando, anche aspramente, il PD da anni. Mi spiego meglio: Zingaretti aveva prevalso anche sull’onda del rifiuto/superamento del percorso del PD di Renzi. Legittimo. Ma se la sua azione è qui terminata, voler mantenere quella sfida e ripetere che il “nemico” è il renzismo significa correre con la testa all’indietro.

 Conte o Renzi?

E c’è anche un altro rischio: quello di orientare i nostri elettori sull’alternativa di scelta tra Conte o Renzi.

Qui, un altro punto nodale della vicenda.

Posto che Renzi è fuoriuscito, ed è un avversario politico e come tale giustamente va temuto e contrastato, nei confronti di Conte e, soprattutto, a suo favore, il PD si è così sperticato che dai sondaggi il M5S a guida Conte è dato al 22% ed il PD al 14%. Questo perché Giuseppe Conte è stato accreditato da Zingaretti quale leader dei riformisti e del centrosinistra di governo.

La conseguenza è ovvia: tanti nostri elettori hanno superato le differenti appartenenze e votano tranquillamente “il leader della sinistra democratica italiana” così come incautamente incoronato dal PD. Il M5S che calava perché perdeva l’elettorato di destra e anche quello di sinistra, adesso si nutre soprattutto di noi.

Anche qui la cosa non mi stupisce.

La subalternità

Infatti, la subalternità del PD nell’anno di governo con il M5S è una cosa che non è sfuggita.

Siamo partiti con la riduzione del numero dei parlamentari che doveva essere accompagnata da altre riforme. Non si è visto nulla.

Potrei fare un lungo elenco di temi a noi cari sacrificati di fronte ai dinieghi di Conte e del M5S. Per certi versi non poteva essere diversamente. Se si ripete che la stella polare del PD in futuro è l’accordo strategico con il M5S sotto l’egida di Conte, torna difficile avere un rapporto anche conflittuale.

Qui si apre il capitolo più rilevante e, secondo me, determinante per le dimissioni di Zingaretti: il percorso seguito dopo le dimissioni di Conte da premier.

Le dimissioni di Conte

Qui (https://www.vincenzodarienzo.it/il-lucido-disegno-di-renzi-e-le-contromosse/) avevo detto le ragioni per le quali consideravo molto difficile – a differenza di quanto chiedeva il PD – un governo Conte ter.

Inoltre, poiché il percorso di Renzi portava naturalmente ad governo istituzionale, avevo anche detto (https://www.vincenzodarienzo.it/consultazioni-e-adesso-2/) perché a noi conveniva un governo politico e come favorirlo.

Quello, invece, al quale abbiamo assistito, anziché essere protagonisti e centrali attraverso la richiesta, dopo l’estate scorsa, di rinnovare il governo con un patto di legislatura perché avevamo davanti appuntamenti rilevanti come la legge di Bilancio, il recovery fund, la nuova legge elettorale e il piano vaccinale, è stata la spasmodica ricerca di Senatori per sostituire i componenti di Italia viva. Una strategia miope che ha accelerato le dimissioni di Conte.

Durante le consultazioni, quando era chiaro che il finale era già scritto. Zingaretti non ha avuto la capacità di cambiare nome e, così, favorire la costruzione di un nuovo governo con la medesima maggioranza.

 Anzi, si è trincerato dietro una minaccia che era, è sempre stata e si è rivelata una farsa: o Conte o voto anticipato. Una posizione di difesa che ci ha ulteriormente subordinato al M5S.

Le cose non sono cambiate neanche dopo la nascita del Governo Draghi. La proposta è stata sempre quella: alleanza con M5S e intergruppo insieme. Intanto, Grillo segnava due punti decisivi: si è assunto in pieno la battaglia per la transizione ecologica e l’adesione di Conte al quale consegneranno il loro progetto. Lui avanti e noi dietro!

Questa debolezza ha avuto strascichi importanti. Nel Governo Draghi abbiamo assunto responsabilità in Ministeri “secondari” rispetto agli impegni del recovery fund e sulla parità di genere abbiamo segnato un punto molto negativo nel momento in cui i “capicorrente” maschi (della maggioranza che lo sostenevano) sono stati indicati quali ministri anche a dispetto delle regole statutarie e del valore culturale che interpretiamo da anni in questo ambito.

Il progetto politico che il segretario Zingaretti ha perorato, nonostante volesse le elezioni anticipate dopo la caduta del governo gialloverde – intenzione che ha dovuto modificare sia per la scelta fatta allora da Renzi, sia per la contrarietà di una parte della maggioranza che l’aveva eletto segretario – oggi è nei fatti un percorso rischioso per la sopravvivenza del PD, perché ci consegnarebbe al M5S che sta seguendo un’evoluzione di sovrapposizione con noi.

Ho già detto quale strada seguirei (https://www.vincenzodarienzo.it/alleanza-pd-m5s-perche-ho-un-dubbio/), non mi ripeto, quindi.

Il posizionamento del PD di Zingaretti

Nicola Zingaretti vince il congresso 2019 con un programma preciso. Oltre a superare le evidenti difficoltà presenti nel PD in quel periodo, peraltro collocato all’opposizione del Governo M5S/Lega, frutto anche di errori commessi nel passato, il suo monito “mai alleati con il M5S” era risuonato sonoramente.

La storia ha visto altro. Anzi, rispetto a soli due anni fa, il PD è passato dall’opposizione al governo, ha subito una scissione e mezza (Renzi e Calenda), ha modificato la strategia perorando alleanze strategiche con il M5S e, infine, c’è stato un cambio da governo politico a governo istituzionale. Quattro rilevanti fatti politici che necessitavano di una riflessione approfondita per delineare l’identità ed il posizionamento sociale nelle varie occasioni che si sono manifestate.

Le difficoltà nel confronto interno rispetto alle diverse opinioni in merito a quei passaggi ed al conseguente ruolo da assumere, sono il frutto di quei momenti che, anche se non determinati dal PD e da Zingaretti, ci hanno costretto a diverse impostazioni rispetto ai momenti precedenti.

Zingaretti non ha avviato, con la determinazione che serve in questi casi, la discussione nel merito di quei passaggi e, quindi, affrontato il nodo del posizionamento del PD per ciascuna di quelle fasi.

Ciò ha consolidato divergenze interne che con il governo istituzionale sono risultate più evidenti e rumorose, attesa la diversa responsabilità che abbiamo rispetto a prima.

Tutto ciò era prevedibile.

Ma perché Zingaretti si è dimesso?

Perché dico tutto questo?

Perché sono convinto che calati la polvere ed il fumo dei fumogeni ultras, restano sempre chiari gli obiettivi mancati dal segretario Zingaretti, che sono le uniche ragioni per le quali si è dimesso.

Questi atti, così importanti, anche dal punto di vista umano, hanno sempre ragioni politiche. E’ sempre stato così in passato (Veltroni post voto 2008, Bersani post voto 2013, Renzi post referendum 2016), lo sono adesso con Zingaretti e sempre lo saranno in futuro.

 

PS. Ho tralasciato, volutamente, di argomentare il perché i sondaggi non ci hanno mai attribuito oltre un risicato 20%.

 

 

Alleanza PD M5S, perché ho un dubbio.

Tiene banco la riflessione sulla possibile alleanza tra il Partito Democratico ed il MoVimento 5 Stelle, in continuità con quanto è già avvenuto a sostegno del Governo Conte II.

La cosa non mi convince. Per tre ragioni.

La prima è ovvia: quello schema non ha retto e, infatti, riguarda il passato. Sebbene la responsabilità politica sia di Renzi, è palese che quell’alleanza non aveva la forza numerica che occorreva e, molto verosimilmente, non l’avrà neanche in futuro.

La seconda è legata alla legge elettorale proposta, peraltro, anche dal PD: il sistema proporzionale. Ragionerò in altra occasione sui perché di questa proposta, in questa news mi limito a dire che se la prospettiva è il proporzionale, è inutile perorare alleanze perché quel sistema favorisce le identità dei partiti che solo dopo aver raccolto il consenso alle elezioni possono stipulare alleanze.

Palesare, prima del voto, una possibile alleanza, renderebbe sovrapponibile una parte dei rispettivi elettorati che, a quel punto, potrebbero scegliere indifferentemente la propria preferenza nell’urna. Al contrario, è conseguente a quel sistema elettorale la necessità di ricevere un voto in più di tutti i possibili alleati, perché questo sarebbe l’unico modo per avere, in caso di prevalenza proprio di quella coalizione, la possibilità dell’incarico per il Presidente del Consiglio.

C’è una terza ragione, più filosofica, ma altrettanto rilevante.

Posto che la natura 5S è completamente diversa dalla nostra su moltissimi temi, va specificato che il consenso populista e di protesta ottenuto nel 2018 non è trasferibile ad altri. Lo chiariscono bene tutte le analisi elettorali.

In quell’occasione il M5S ha raccolto l’antipolitica concentrata soprattutto nel meridione dove è sempre stato diffuso l’elettorato di protesta. Poiché possiamo tranquillamente affermare che quella spinta in parlamento si è esaurita, e il rapido ridimensionamento e lo sfarinamento degli eletti lo confermano, i loro voti raccolti dagli astenuti, dalla sinistra e dalla destra non sono automaticamente trasferibili, ovvero potranno “rientrare” solo convincendo l’ex elettorato che si è rivolto a loro per protesta, con politiche identitarie che valorizzino i valori della sinistra.

Quindi, un patto stabile rischia di compromettere questa possibilità perché offuscherebbe il nostro carattere riformista che, come già accaduto al governo, ci costringerebbe a fare un passo indietro su alcuni temi sui quali il populismo 5S ha fondato la sua forza, a partire dal giustizialismo per arrivare all’antipolitica che di sicuro continueranno ad esprimere.

La storia della politica nei Paesi a democrazia parlamentare insegna, invece, che il populismo può essere sconfitto solo con le proposte e il coraggio di esse e ciò favorirebbe anche le alleanze omogenee.

Queste tre ragioni mi confermano che ognuno deve fare il suo gioco e che un’alleanza costante non ci favorirebbe in prospettiva.