Habemus Governo!

La crisi di Governo si sta concludendo con la definizione di un nuovo Governo imperniato sull’alleanza tra il Partito Democratico ed il M5S.

E’ una soluzione difficile, non è stata presa a cuor leggero e ha davanti a sé molte insidie.

Ma, allora, perché è stato importante per il PD assumere un ruolo di responsabilità e condividere questo percorso addirittura con un avversario così ostico nei nostri confronti?

Cosa ha convinto quelli come me, con una certa cultura politica di rispetto, istituzionale e personale, delle regole costituzionali e delle persone?

Alcune semplici ragioni.

La crisi del sistema bipolare

Siamo nel pieno di una crisi cronica del sistema istituzionale su base bipolare. La nostra democrazia è stata impostata per favorire un confronto tra coalizioni/schieramenti ma, in realtà, oggi vi sono tre poli attrattivi: gli storici centrodestra e centrosinistra ed il M5S.

Ciò ha causato, non solo nel 2018, ma a partire dal 2013, alleanze di governo spurie e comunque non omogenee programmaticamente. Ricordo che i governi del centrosinistra fino al 2018 erano sostenuti in maniera determinante da gruppi parlamentari i cui membri erano stati candidati in coalizioni avversarie.

Inoltre, ad aggravare il quadro, va detto che l’esperienza e le modalità che abbiamo vissuto sono state un allarme sulle criticità che il sistema ha mostrato e sui possibili esiti infausti di queste criticità.

Il fallimento del “contratto”

Questa crisi di governo ha confermato tante cose.

La prima: per affrontare la complessità dell’azione di governo, non serve un contratto in cui si spartiscono i campi di interesse reciproco e si pongono due mastini a guardia del totem.

Questo schema ha mostrato tante crepe, su tanti temi, disciplinati e non in quel coso che avevano stipulato Lega e M5S, perché chi governa si trova di fronte a scelte inedite che comunque vanno risolte.

La seconda: in un Governo, già complicato da un inedito supporto, nel caso specifico Lega e M5S,  non serve il notaio che applica il contratto e arbitra due contendenti perché l’esperienza ha dimostrato che quell’arbitro (Conte) deve decidere, non può ratificare le scelte altrui.

In uno dei passaggi del discorso che Conte ha fatto al Senato, l’ha chiaramente detto in riferimento alle scorrettezza di Salvini.

Il terzo: lo schema che un Governo si regga sulla propaganda e che contrasti tutto e tutti produce effetti distorsivi che i cittadini pagano con l’isolamento internazionale, con lo scollamento con la società e con la sfiducia dei mercati internazionali.

Nello schema che è fallito, emerge anche un altro un dato: le tante debolezze dimostrate in questi ultimi 14 mesi – e mi riferisco sia alla divisione dei settori di interesse tra M5S e Lega, sia alla scarsa convinzione del M5S nei confronti dell’alleato –  è stato favorito uno come Salvini che non solo ha assunto una forza spropositata, ma, unendo simboli religiosi a slogan propagandistici, ha addirittura chiesto pieni poteri.

Un pericolo!

Poteva il PD disimpegnarsi in questo frangente?

Il fallimento populista

Entrambi i cardini del populismo, il leaderismo accentuato e l’attivismo nella comunicazione diretta con il popolo, attraverso i social, si sono rivelati inconcludenti di fronte alla gestione delle situazioni complesse, tipiche della politica e, soprattutto, dell’azione di governo.

L’assunzione di responsabilità mal si concilia con le campagne elettorali permanenti, con le tensioni continue tra partner. Inoltre, questa strana crisi dimostra anche la vulnerabilità dell’assetto che era stato creato da Lega e M5S che è stato messo in ginocchio al primo volere diverso di uno dei due contraenti.

Per nostra fortuna questo schema poco istituzionale ha fallito.

Ed ha fallito anche l’ideologia della “rete” e la centralità di coloro che la manovravano ai quali erano state attribuite capacita strategiche che sono evaporate nel duro confronto dialettico che esiste quando si è chiamati a governare.

Chi agita le piazze si è dimostrato incapace di produrre risultati, non raggiungendoli neanche in presenza di un contratto, come se la politica fosse uno schema preordinato, una semplice comunicazione social.

Abbiamo corso un serio pericolo.

Le prospettive ed il ruolo del PD. Il Governo ed il nuovo bipolarismo?

A fronte delle criticità del sistema, degli esiti imprevedibili e pericolosi e dei fallimenti di quel modo di praticare la politica, il Partito Democratico, pertanto, si assume la responsabilità di governo, anche con il M5S, per cambiare il quadro, istituzionale e politico finora vissuto.

Innanzitutto, non è possibile ripetere lo schema di prima. Due partiti con due vicepremier e un notaio in mezzo sono l’espressione deleteria che abbiano rigettato.

Ha colpito il fatto che Di Maio l’abbia riproposto. Un modello perdente che serviva solo a lui per continuare quanto fatto finora, come se nulla fosse accaduto. Accettarlo da parte nostra avrebbe significato una mera sostituzione dei settori lasciati dalla Lega.

Paradossale.

Ma, Di Maio non lo sapeva? Certo che sì, ma era l’unico modo per poter restare in sella con forza e costringere Conte a trattare anche con lui (in quel rapporto, non si esclude un dualismo sulle prospettive future dei due interessati).

In realtà, Conte è indicato dal M5S e, quindi, ne è parte integrante e nel momento in cui assumerà il compito, spetterà a lui ogni mediazione. In questo modo si restituisce al Presidente del Consiglio il suo compito naturale, ivi compresa la sintesi tra le forze che lo sostengono.

Di conseguenza, deve essere chiara l’attribuzione delle responsabilità, il cui coordinamento razionalmente non può che essere affidato ad un appartenente al partito più forte della nascente coalizione. Conte, appunto.
Il primo risultato, quindi, deve essere il rientro in un alveo istituzionalmente corretto delle azioni del governo che dovrà seppellire l’ubriacatura avvenuta con modelli contrattuali e due cani da guardia a supporto.

C’è un altro percorso che va esplorato.

Prima ho scritto delle criticità del sistema bipolare in una realtà che è costituita da tre poli. L’esperienza di governo può favorire una possibile soluzione?

Può darsi, soprattutto se – sgombrato il campo dal fallimentare modello “contratto” – il governo si muoverà sulla condivisione degli intenti programmatici. È nelle cose che tra le parti debba esserci una sintesi tra le varie proposizioni. Solo in quel modo due soggetti dissimili potranno reggere la sfida comune. Non già la divisione dei compiti, ma la condivisione delle scelte verso una visione chiara di dove si vuole portare il Paese.

Se questo orizzonte viene perseguito insieme e magari viene confermato in qualche elezione intermedia, può essere che si semplifichi il quadro restituendo al sistema un rinnovato assetto bipolare?
Intanto, si parte e la cosa che va rilevata è che il Partito Democratico ha dimostrato una coesione unitaria che è stata una forza nel corso di questi giorni.

È probabile che pagheremo un prezzo, ma credo che non ci fossero tante altre alternative per evitare il peggio, ovvero Salvini premier e un assetto istituzionale gravemente squilibrato con tanto di ciliegina sulla torta di un Presidente della Repubblica nominato da chi avrebbe avuto pieni poteri.

Cosa ne pensi?

Europa, cosa succede dopo il voto?

Dopo il voto del 26 maggio scorso, quali sono gli adempimenti da svolgere per le nomine delle principali cariche dell’UE relative al prossimo ciclo istituzionale?

La nuova legislatura europea inizierà formalmente il 2 luglio 2019 e le cariche in gioco sono il Presidente del Parlamento europeo, la Commissione europea, il Presidente del Consiglio europeo e il Presidente della Banca centrale europea.

In proposito, il Consiglio europeo è formalmente coinvolto nella nomina di tutte le cariche citate ad eccezione di quella di Presidente del Parlamento europeo. Il Consiglio europeo delibera a maggioranza qualificata “rafforzata” (almeno il 72% dei membri del Consiglio europeo che rappresentino almeno il 65% della popolazione dell’UE).

Qui torna il tema di quanto valgono i sovranisti. Per fortuna, poco e prevalgono le forze europeiste che, quindi, continueranno ad orientare le azioni sul sentiment unitario che abbiamo da sempre conosciuto.

Il Presidente del Parlamento europeo.

Il Presidente è eletto a scrutinio segreto, a maggioranza assoluta dei voti espressi nei primi tre scrutini. A partire dal quarto scrutinio, si procede al ballottaggio tra i due deputati che, al terzo scrutinio, abbiano ottenuto il maggior numero di voti; in caso di parità di voti, è proclamato eletto il candidato più anziano. Il mandato del Presidente del Parlamento europeo ha una durata di due anni e mezzo.

La Commissione europea.

Il mandato scade il 31 ottobre 2019 ed è costituito, oltre che dal Presidente, da sei vicepresidenti, inclusi il primo vicepresidente e l’Alto rappresentante dell’Unione per gli affari esteri e la politica di sicurezza, e 21 commissari incaricati dei diversi portafogli.

La Commissione europea è composta da un commissario per ciascuno Stato membro, compreso il Presidente e l’Alto Rappresentante dell’Unione per gli affari esteri e la politica di sicurezza che è, di diritto, uno dei vicepresidenti. Presidente della Commissione europea.

Il Presidente della Commissione europea, è eletto dal Parlamento europeo a maggioranza dei membri che lo compongono, sulla base della proposta del Consiglio europeo avanzata a maggioranza qualificata “rafforzata”, tenuto conto delle elezioni del Parlamento europeo e dopo aver effettuato le consultazioni appropriate.

L’Alto rappresentante dell’Unione per gli affari esteri e la politica di sicurezza è nominato dal Consiglio europeo, a maggioranza qualificata “rafforzata” con l’accordo del Presidente della Commissione.

Il Presidente del Consiglio europeo

Scade il 30 novembre 2019 ed è eletto dal Consiglio europeo a maggioranza qualificata rafforzata. Il mandato del Presidente del Consiglio europeo ha una durata di due anni e mezzo rinnovabile una volta. Il Presidente del Consiglio europeo non può esercitare un mandato nazionale.

Il Presidente della Banca Centrale europea

La carica è attualmente ricoperta da Mario Draghi fino al 31 ottobre 2019. Il Presidente della Banca centrale europea è nominato dal Consiglio europeo a maggioranza qualificata rafforzata, su raccomandazione del Consiglio e previa consultazione del Parlamento europeo e del Consiglio direttivo della BCE.

I ciarlatani sulla pelle delle persone

Alla fine avevamo ragione: moltissime delle dichiarazioni propagandistiche sul reddito di cittadinanza erano false perché inducevano a ritenere che il sussidio fosse di 780 euro.

Una balla che è stata ampiamente raccontata e che, invece, ha creato solo pericolose disillusioni.

L’INPS ha divulgato i primi dati. Emerge che non c’è stata una vera e propria corsa ad ottenerlo.

Ma come, urlavano di 5 milioni di poveri ed alla fine hanno chiesto il reddito solo 480mila famiglie?

Come mai?

Perché è sempre così, la propaganda è una cosa e la realtà è un’altra.

Quasi il 60% di coloro che hanno chiesto il sussidio riceveranno meno di 500 euro, ovvero poco di più di quanto avrebbero ricevuto con il Reddito di Inclusione, ovvero il beneficio che esisteva prima e che premiava soprattutto i nuclei familiari più deboli.

Da notare che il Re.I. è stato inglobato nel Reddito di Cittadinanza e che questi, ovviamente, ne contempla anche le risorse economiche che erano state stanziate prima e dopo proprio per finanziarlo.

Al netto, quindi, il RdC è nient’altro che qualcosa in più per chi già aveva diritto al Re.I..

Come sottolineato dai giornali economici, una parte corposa, circa 62mila famiglie, di richiedenti ha ricevuto o riceverà la Card Rdc con caricati meno di 100 euro al mese.

Perché? Perché molti, come sta emergendo in queste ore, ignoravano che il Rdc si compone di un sussidio di integrazione al reddito e di un sostegno per chi non è proprietario di casa. I 780 euro di cui si è tanto parlato tanto, rappresentano una soglia massima riconosciuta ad un single con Isee pari a zero, non proprietario di abitazione, mentre l’importo scende se questa persona possiede una casa oppure ogni altra misura di welfare di cui già gode o di altre forme di assistenza pubblica.

Ad ottenere una cifra più consistente, oltre mille euro, sono i nuclei più numerosi, pari a solo il 5% delle domande accolte.

Com’è possibile? La platea dei poveri sbandierata ai quattro venti, sembra aver preferito girare alla larga quando si è resa conto che in palio c’erano le briciole.

Ciò ha prodotto un significativo risparmio rispetto alla spesa prevista che il Governo vorrebbe reimpiegare su altre misure, a prova del fallimento della loro proposta.

Le aspettative elevate che sono state generate diventeranno un boomerang. Ricordate tutti le dichiarazioni degli esponenti del M5S che preannunciavano il superamento della condizione di povertà per milioni di italiani?

In realtà, e in molti l’hanno capito, si trattava di un bluff in cui prevaleva il non detto.

I nazional-sovranisti…con i soldi degli altri.

Da sempre, attraverso i Fondi strutturali, l’Unione Europea favorisce la crescita, l’occupazione e la riduzione delle disparità economiche tra i vari paesi aderenti.

Anche l’Italia ne ha beneficiato, ma con l’allargamento ad est i fondi si sono soprattutto spostati in questi paesi per sorreggere quelle economie disastrate.

Fa specie, però, vedere come certi paesi che avversano l’Europa unita e che non partecipano alle politiche solidali, sono tra quelli che ricevono più soldi di tutti.

I Fondi strutturali, però, dai quali traggono le risorse, sono alimentati da tutti, compresi quelli che l’Unione l’hanno creata e che, al contrario, vorrebbero maggiore unità, ovvero le democrazie certamente più radicate ed evolute.

Guardiamo il dettaglio 2017, ultimo anno disponibile e lo facciamo per la Polonia e l’Ungheria, due partner che si sono particolarmente distinti per l’euroscetticismo viscerale che esprimono. La prima è nella Ue dal 2004 e il suo contributo complessivo al bilancio comunitario è stato di 3,048 miliardi di euro a fronte di finanziamenti Ue per 11,9 miliardi. L’Ungheria è entrata nel 2004, ha contribuito al bilancio Ue con 821 milioni di euro, ma ha incassato fondi per 4,049 miliardi di euro.

Grazie a questi cospicui finanziamenti il PIL di questi paesi è cresciuto con una media del 4%, diversamente non sarebbe stato mai possibile.

Ebbene, chi succhia di più, come si sta comportando?

In Polonia, governata dai nazional-conservatori, oltre alla totale assenza di condivisione su temi cruciali per l’Unione, le violazioni alle libertà fondamentali non si contano più. In Ungheria, quella di Orbán, stesso copione.

Entrambi, inoltre, sono tra quelli che sulle politiche comuni hanno sempre da dire o si sfilano da tutti gli impegni.

Capito? Avversano in maniera rilevante l’Unione, non si assumono concreti impegni solidaristici, ma quando si tratta di ricevere soldi sono tra i primi.

E’ chiaro che questo schema non può funzionare a lungo e non capisco come si possa ancora sopportare che gran parte dei paesi UE paghino per chi, invece, non crede nel progetto europeo.

Io non lo sopporto più.

 

Gli scanzonati pifferai antieuropeisti

In base ai sondaggi, l’Italia sarà il paese in cui le posizioni “sovraniste” e populiste saranno più marcate rispetto ad altri paesi. Il riferimento, ovviamente, è ai risultati della Lega, dei 5S e di Fratelli d’Italia. Un pattuglione antieuropeo.

Come sempre in queste occasioni, anche questa campagna elettorale per il rinnovo del Parlamento europeo è tutta chiusa dentro il nostro recinto nazionale.

I partiti si confrontano su proposte e tematiche di rilievo nazionale e gli elettori si avvicinano al voto europeo come a una sorta di elezione di metà mandato per verificare lo stato di salute dei loro governanti.

Il problema è che l’opinione pubblica europea è ancora la somma di tante (diverse) aspettative nazionali e fa fatica a confrontarsi attorno al futuro dell’Europa. Nulla di nuovo.

La differenza, però, la fanno i sovranisti – quelli che una volta chiamavamo nazionalisti – connotati di euroscetticismo.

La crescita delle forze politiche che si oppongono al processo di integrazione europea non va sottovalutata. E non va sottovalutata la possibilità che i paesi in cui vi sono forze simili, esempio Salvini e Orban, possano allearsi. Almeno sulla carta.

Come sconfiggere posizioni che minano l’integrazione europea e, quindi, la soluzione dei problemi che hanno caratteristiche sovranazionali? Come far comprendere che gente come Salvini porteranno l’Italia all’isolamento internazionale? E come spiegare che gli egoismi nazionalisti non hanno mai prodotto buoni risultati?

Europa

Ecco il tema della campagna elettorale. Europa Si ed Europa No.

Restare in Europa significa anche cambiarla, ma non avversarla, non pregiudicarne la forza dell’unità che è in grado di esprimere. In un mondo cambiato, quanto vale la forza di un solo Paese?

Per noi italiani vi è anche un altro tema: è più che probabile che l’Italia avrà la più ampia pattuglia di parlamentari euroscettici a Strasburgo all’interno di un parlamento in cui l’unica maggioranza possibile sarà ancora quella formata dalle forze europeiste dei popolari (Ppe), socialdemocratici (S&D) e liberali (Alde).

A cosa serve dare fiducia a gente che – per fortuna – non riuscirà mai a far passare le proprie posizioni?

Tre problemi

Anzi, se questo dovesse accadere, si produrrebbero almeno tre effetti nei rapporti tra il governo italiano e le istituzioni europee.

Primo: i conflitti e le tensioni tra Roma e Bruxelles tenderanno sicuramente ad aumentare rispetto a quanto abbiamo visto finora.

Secondo: nelle prossime nomine europee, sia politiche (Commissione, Parlamento, Bce, Consiglio) che burocratiche, l’Italia potrebbe risultare fortemente isolata e penalizzata, con incarichi di secondo piano.

Terzo: con le previsioni fosche sullo stato dei nostri conti, il governo dovrà contrattare ulteriori margini di flessibilità con una nuova Commissione non certo amica verso le misure economiche attualmente in discussione in Italia.

Dunque, vedo all’orizzonte una escalation di frizioni sempre più nette. Uno scenario assolutamente deleterio per l’Italia e gli italiani.

Non serve correre dietro questi scanzonati pifferai, ci portano nel burrone.

“Dopo di noi”, il Governo gira la testa altrove.

Il Ministro Di Maio sta negando ogni azione a favore delle persone con gravi disabilità comprese nella legge cd. “Dopo di Noi”.

Con la Legge cd “Dopo di Noi”, nel 2016 abbiamo introdotto innovative disposizioni nell’ambito delle politiche in favore delle persone con disabilità grave, tanto con riferimento ai beneficiari quanto con riferimento agli interventi in loro favore, con l’obiettivo di favorire il benessere, la piena inclusione sociale e l’autonomia. Qui la sintesi del provvedimento (https://www.vincenzodarienzo.it/la-tutela-le-disabilita/).

Una vera svolta.

Per seguire attentamente i percorsi avevamo previsto che il Ministro del lavoro e delle politiche sociali trasmettesse alle Camere, entro il 30 giugno di ogni anno, una relazione sullo stato di attuazione delle disposizioni della legge e sull’utilizzo delle risorse.

Infatti, la materia dal punto di vista legislativo e della programmazione degli interventi è di competenza esclusiva delle Regioni, tranne la definizione dei livelli essenziali che rimane in capo allo Stato.

La relazione del primo anno di attività si è limitata a descrivere lo stato di avanzamento di questa prima fase in cui le Regioni hanno definito gli indirizzi di programmazione, propedeutica all’erogazione delle risorse per la realizzazione degli interventi sul territorio.

La relazione per il 2018 ancora non c’è. Di Maio non l’ha ancora redatta.

La seconda relazione avrebbe dovuto comprendere l’attuazione concreta degli interventi e dei servizi a favore dei beneficiari della legge, che è di competenza dei Comuni.

La situazione

Questo ritardo è grave anche alla luce del fatto che l’attuazione della legge su base regionale sembra però procedere a velocità diversa da Regione a Regione. Risulta, infatti, che soltanto in Lombardia, Marche, Molise e Toscana si è partiti con la stesura dei progetti individuali previsti dalla normativa; in Lazio, Campania, Basilicata, Calabria si è dato avvio all’attivazione delle richieste di redazione e approvazione dei progetti individuali; in Friuli Venezia Giulia e Veneto si è deciso di co-progettare con gli “Enti gestori” e di attuare per loro tramite gli interventi previsti dalla Legge; Emilia Romagna e Liguria sono invece partite dall’individuazione e dall’intervento sugli immobili. In altre regione, invece, il processo sembra ancora agli inizi: ad esempio in Abruzzo, Puglia e Piemonte risulterebbe essere stata avviata solo una programmazione di carattere generale.

Abbiamo chiesto con forza di conoscere i dati. Infatti, è necessario vedere come sono stati spesi i 128 milioni di euro a disposizione, cosa correggere e cosa favorire al fine di costruire i percorsi di autonomia delle persone con disabilità e migliorare, quindi, la loro qualità della vita.

Cosa accade alle persone dopo Brexit?

In tanti mi chiedono cosa accadrà per i propri figli o nipoti che lavorano in Gran Bretagna quando questa uscirà dall’Unione Europea.

Ovviamente, un’uscita senza alcun accordo, come pare profilarsi in questi giorni.

Nessun accordo avrà effetti sui circa 600.000 italiani (330mila iscritti all’AIRE), ma anche sui cittadini del Regno Unito residenti nell’UE, circa 1,2 milioni, sottoposti al rischio di perdere all’improvviso una serie di garanzie e di facilitazioni e di diritti garantiti dalle normative europee.

Il Governo ha emanato un Decreto in merito per regolamentare la permanenza dei cittadini del Regno Unito e dei loro familiari nel territorio italiano dando garanzia dei diritti acquisiti nel corso della loro residenza in Italia, per regolare la concessione della cittadinanza italiana, ma anche per fornire adeguato sostegno ai cittadini italiani ed alle imprese presenti nel Regno Unito.

Quanto previsto dal decreto non sembra tuttavia esaurire quanto davvero necessario alla tutela dei cittadini italiani. Evidentemente, il Governo si rimette ad una scelta UE, ma se non ci fosse accordo, come si tutelano gli italiani?

Stupisce, infatti, che nel decreto vi sono numerose previsioni per i cittadini e le imprese britanniche residenti in Tlia e poche cose – e neanche dirette – per gli italiani residenti là.

Nel merito, si prevedono una serie di misure in materia di soggiorno dei cittadini del Regno unito e dei loro familiari, anche non cittadini UE, presenti in Italia alla data del recesso del Paese dall’Unione europea, tese a garantire, in particolare, la libera circolazione e il libero stabilimento, di usufruire delle prestazioni di assistenza sociale, sanitaria, scolastica e sociale, e di accesso a beni e servizi nonché all’accesso agli alloggi ERP, e di partecipare alla vita pubblica locale, sempre nelle forme e nei limiti di quanto stabilito dalla vigente normativa.

È così previsto, per i cittadini britannici, e i loro familiari, che siano residenti in Italia da almeno un quinquennio alla data di recesso, il rilascio del permesso di soggiorno UE per soggiornanti di lungo periodo.

Esso permette di godere di un trattamento analogo a quello dei cittadini italiani in molti settori, preservando i diritti già riconosciuti. La regolarizzazione può avvenire fino al 31 dicembre 2020.

Per i cittadini britannici presenti in Italia da più di tre mesi ma meno di cinque anni è previsto invece un “regime transitorio di favore”, ovvero il rilascio di permesso di soggiorno c.d. “per residenza”, di validità quinquennale e rinnovabile alla scadenza, che permette il godimento dei medesimi diritti riconosciuti ai soggiornanti di lungo periodo.

È poi previsto che dal 1° gennaio 2021 i cittadini del Regno Unito e i loro familiari non potranno più regolarizzare il soggiorno in Italia con le procedure più favorevoli indicate nel decreto-legge, venendo considerati stranieri extra-UE.

Dalla stessa data, le carte di soggiorno già in possesso dei familiari di cittadini del Regno Unito non aventi la cittadinanza di uno Stato membro dell’UE cessano di avere validità, con le conseguenti sanzioni, cui sono d’altronde sottoposti anche i cittadini del Regno Unito che non abbiano regolarizzato la propria posizione.

Per quanto riguarda l’acquisto della cittadinanza italiana secondo le norme più favorevoli previste per i cittadini dell’Unione europea, si prevede che i cittadini del regno Unito possono richiedere, sempre entro la data del 31 dicembre 2020, la cittadinanza italiana sulla base del requisito temporale richiesto per i cittadini UE (4 anni di residenza legale maturati alla data del recesso, invece dei 10 previsti per cittadini extra-UE).

Per i cittadini e le imprese italiane presenti sul territorio inglese, invece, il decreto-legge ha previsto il potenziamento dei servizi consolari nel Regno Unito, considerando l’elevatissimo numero di cittadini italiani iscritti all’Aire, gli italiani non registrati nell’Anagrafe dei residenti all’estero, l’enorme numero di turisti che si recano nel Regno Unito, e la grande quantità di imprese italiane che operano sul territorio.

Sono dunque stanziate risorse per acquistare o ristrutturare immobili destinati a sedi di uffici consolari, per incrementare il contingente di personale a contratto assunto nelle sedi consolari, ma anche (!) per incrementare le indennità del personale assunto, ed incrementare l’efficacia dei servizi erogati, tra cui necessariamente l’informazione circa le conseguenze su cittadini e imprese della Brexit.

È operata una semplificazione per l’iscrizione all’Aire, che decorre dunque dal momento della presentazione della dichiarazione all’Ufficio consolare.

In quanto alle prestazioni sanitarie nell’ambito dei sistemi di sicurezza sociale, si prevede, a condizione di reciprocità con i cittadini italiani, che ai cittadini britannici, apolidi e rifugiati soggetti alla legislazione del Regno Unito, e ai loro familiari e superstiti, si applichino fino al 31 dicembre 2020, i Regolamenti di sicurezza sociale (Reg. CE n. 883/2004 e relativo regolamento di applicazione n. 987/2009), in particolare le norme relative a prestazioni medicalmente assistite, copertura dai rischi malattia, cure programmate e relativi rimborsi.

Il lobbismo di Lega e Cinquestelle

Sulle nuove regole sui diritti d’autore, lega e M5S si sono schierati con le potenti lobby di internet.

Usando la battaglia – falsa – della difesa dei liberi contenuti, da un lato volevano privilegiare i professionisti delle notizie false di cui abusano quotidianamente, e dall’altro l’utilizzo indiscriminato di contenuti d’ingegno sui quali i provider mondiali hanno finora lucrato senza pagare un centesimo.

Con la nuova legge approvata dal parlamento Europeo, i titolari dei diritti d’autore potranno negoziare accordi migliori sulla remunerazione che deriva dall’uso delle loro sulle piattaforme Internet.

I colossi digitali non potranno più usare regole ferme al 2001, che hanno permesso loro di fatturare l’uso gratis o quasi di contenuti prodotti da altri.

I parlamentari del Movimento 5 Stelle e della Lega hanno votato contro la direttiva confermando l’adesione alla campagna condotta a favore della “libertà del Web” che sarebbe, secondo questa visione, messa a rischio da un “bavaglio alla rete”. In realtà nel testo della direttiva non c’è nulla che conduca a forme di censura.

Il risultato, secondo me, è rilevantissimo perché finalmente riequilibra il potere commerciale tra produttori di contenuti creativi e i colossi digitali.

Oggi era una giungla ed a perdere erano i più deboli, come sempre.

Nel dettaglio, è stato stabilito il principio per cui gli autori di un contenuto editoriale che compare in una piattaforma digitale devono essere remunerati dagli editori i quali dovranno essere remunerati dai cosiddetti aggregatori di informazione (ad esempio Google News).

Poi è stato sancito che chi presta servizi di condivisione di contenuti on line deve ottenere un’autorizzazione dal titolare del diritto d’autore attraverso una licenza. Senza licenza, le grandi piattaforme digitali diventano responsabili della situazione di illegalità.

Due pilastri a difesa della correttezza delle informazioni che girano in rete e della giusta remunerazione a chi presta il proprio ingegno ed è giusto che venga remunerato.

Stupisce che chi ha fatto del merito e della trasparenza una propria bandiera, nel momento in cui quel principio deve essere affermato, abbia votato contro.

Non è la prima volta.

Condono agli evasori. La gara a chi fa peggio.

Con il Decreto fiscale arriveranno le nuove regole, ma intanto si è già aperta la gara tra Lega e 5Stelle a chi favoriva di più gli evasori.

I moralisti

A prima firma Bottici, Questore del Senato (https://it.wikipedia.org/wiki/Questore_(parlamento)) , sempre pronta ad ergersi a fustigatrice morale dei politici, sono stati depositati alcuni emendamenti di gran favore agli evasori, arrivando laddove neanche i leghisti sono stati capaci di pensarci.

Gli emendamenti Bottici al Decreto fiscale aprono le porte alle richieste di condonare le tasse evase “fino all’entrata in vigore della legge di conversione del decreto” e non, quindi, fino il 24 ottobre scorso, data di validità del Decreto  fiscale. Due mesi di tempo in più per coloro ai quali viene elevato un verbale di constatazione.

La medesima senatrice non si accontenta del fatto che l’evasore può definire il “contenuto integrale dei processi verbali di constatazione”. Infatti, chiede di condonare gli evasori se dichiarano “anche solo parzialmente il contenuto dei processi verbali di constatazione”. In pratica, l’evasore può farla franca dichiarando anche solo una parte dei redditi evasi e chiudere la vicenda.

Al peggio non c’è mai fine

Il Decreto stabilisce che si possono condonare anche le controversie tributarie pendenti fino al terzo grado? Troppo poco per la Bottici. Con un emendamento chiede che si possano definire con condono “i processi che si sono conclusi con pronuncia definitiva e fino alla data di conversione in legge del decreto”. Neanche la sentenza finale della cassazione ferma la prode guerriera anticasta.

La badessa feroce con la casta è la più grande amica degli evasori fiscali. Una doppia morale alla quale siamo abituati.

Dai grilloleghisti un bel favore alla mafia

Il Senato ha approvato un disegno di legge che modifica l’articolo 416ter del Codice Penale che prevede e sanziona lo scambio politico-mafioso, già riformato nella scorsa legislatura su spinta di Libera e di molti magistrati impegnati sul terreno dell’antimafia.

Prima era più efficace

La riforma precedente, peraltro, ha retto bene in alcuni dibattimenti e giudizi, tanto da aver creato una giurisprudenza ormai consolidata e tale da favorire il contrasto a quelle “aree grigie”, soprattutto nei casi di insediamento della mafia in nuovi territori.

Il testo approvato dal Senato, invece, aggiunge un concetto che, nei fatti, riduce moltissimo la fattispecie perché prevede che il promittente debba essere soggetto appartenente alle associazioni di stampo mafioso. Pertanto, la platea dei promittenti, rispetto al testo attuale, viene ristretta, facendovi rientrare i soli condannati per il delitto di cui al 416-bis del codice penale ed escludendo, quindi, le persone promittenti non condannate per delitti di stampo mafioso (condanna definitiva, ovviamente).

Il peggio, è stato un crescendo

Come se non bastasse, nel corso della trattazione è stato approvato dalla Commissione un solo emendamento, con il quale è stato precisato che l’appartenenza alla associazione criminale debba essere conosciuta dal soggetto che conclude l’accordo elettorale accettando la promessa di voti. Sono state aggiunte tre paroline, “a lui nota”, ovvero le stesse che nella scorsa legislatura qualcuno di Forza Italia provò ad inserire senza successo.

Questa pericolosa modifica renderà inefficace la fattispecie delittuosa.

Il nuovo articolo del Codice Penale

Adesso, l’articolo 416ter è questo: “Chiunque accetta, direttamente o a mezzo di intermediari, la promessa di procurare voti da parte di soggetti la cui appartenenza alle associazioni di cui all’articolo 416-bis (associazione mafiosa, n.d.r.) sia a lui nota in cambio dell’erogazione o della promessa di erogazione di denaro o di qualunque altra utilità o in cambio della disponibilità a soddisfare gli interessi o le esigenze dell’associazione mafiosa è punito con la pena stabilita nel primo comma dell’articolo 416-bis”.

Secondo la nuova formulazione, quindi, l’appartenenza all’associazione mafiosa del soggetto che promette i voti non solo implica che il mafioso abbia già avuto una condanna definitiva per associazione mafiosa al momento del patto con il politico candidato, ma anche che questa condanna/appartenenza alla mafia sia nota al politico PRIMA delle elezioni, per far scattare l’accusa di scambio di voti.

Ulteriore aggravio per la pubblica accusa

Ciò costringerà l’accusa a dimostrare che il politico sapesse della condanna e dell’appartenenza all’organizzazione criminale del soggetto con il quale ha stipulato il patto, mentre prima l’accusa doveva dimostrare che il metodo di raccolta dei voti rispondesse al 416 bis.

Come dicevo, la norma colpisce soprattutto le aree di nuovi insediamenti delle mafie rendendo impossibile il contrasto all’intermediazione dei colletti bianchi, ovvero quell’area grigia sempre attiva nel proporre lo scambio politico-mafioso.

Creati problemi per il nostro territorio

Per territori come i nostri, quel “a lui nota” è un lasciapassare.