Salvini e Di Maio scasseranno i conti

Il Governo porterà il deficit (rapporto debito/PIL) al 2,4% per il 2019, al 2,1% nel 2020 e 1,8% nel 2021. Alcuni dati importanti, per capire:

  • manovra in deficit significa spendere soldi che si chiedono in prestito;
  • il Governo Gentiloni si era impegnato nello stesso triennio 2019/2021 a raggiungere un deficit dello 0,8% (2019), il pareggio di bilancio nel 2020 e, finalmente, non fare più debito con un +0,2% nel 2021;
  • lo 0,1% di deficit (rapporto debito/PIL) vale circa 1,8 miliardi di euro;
  • la differenza in più di indebitamento è pari a +1,6% (2019), +2,1% (2020) e +2,0% (2021) di quanto è stato previsto rispettivamente negli stessi anni;
  • l’Italia, quindi, chiederà prestiti per circa 102,6 miliardi di euro nel triennio (28,8 mld nel 2019 + 37,8 mld nel 2020 + 36 mld nel 2021), ovviamente, se la crescita del PIL resta come l’attuale per tre anni. Ogni decimale in meno del PIL significherebbe ulteriore indebitamento e viceversa un minore ricorso al debito;
  • fermando ad oggi gli interessi sul debito, quei prestiti ci costeranno, oltre alla restituzione del capitale richiesto, altri 13 miliardi di euro nel triennio. Se gli interessi cresceranno, aumenteranno gli interessi da pagare e viceversa diminuiranno.

I soldi chiesti in prestito serviranno per finanziare reddito di cittadinanza, flat tax e revisione della legge Fornero. Per comprendere bene cosa significa, faccio un esempio.

In una famiglia di cinque persone, oltre al capo famiglia, c’è la moglie che è in pensione, un figlio che studia alla Bocconi, un altro che è disoccupato ed il cognato che vive con loro al quale mancano circa 5 anni per andare in pensione. Il capofamiglia va in banca e chiede un prestito per ridurre le tasse che paga, per aumentare la pensione della moglie, per dare il mensile al figlio disoccupato e per anticipare gli anni che mancano al cognato per andare in pensione.

Proprio così, le spese che motivano la richiesta di prestito comprendono solo “favori” e nessun investimento che, con l’esempio che ho fatto, sarebbe stato quello di pagare gli studi al figlio che frequenta la Bocconi e consentirgli, quindi, di utilizzare bene la sua laurea.

Questa è la manovra per il popolo? No, paga il popolo.

Per difendere questa scelta, Salvini e Di Maio si sono sperticati a dire che i provvedimenti favoriranno la crescita che è stata fissata all’1,6% per l’anno prossimo.

E’ una colossale sciocchezza. Infatti, con il nostro debito al 134% del PIL e con la previsione di farne ancora fino al rapporto 2,4% debito/PIL – e l’hanno fatto per evitare la stretta dell’UE – ci vorrebbe una crescita di almeno il doppio, cosa che non si vede da anni, ormai e che difficilmente potrà accadere visto che aumentano il debito.

Gli imprenditori veneti ed il doppio gioco della Lega

600 imprenditori veneti riuniti insieme per un confronto sul Decreto che Di Maio chiama dignità, hanno lanciato l’allarme di sopravvivenza. Salvini e Zaia, pur chiamati in causa, si sono ben nascosti.

I rappresentanti di 3.400 imprese venete si sono accorti sulla loro pelle che il Governo costituisce un enorme e pesante problema per il futuro, loro e del Paese.

Deprimere l’economia del nord est del Paese sarà l’ennesimo risultato negativo del provvedimento.

“Il Governo ci rovina”, “il Decreto rende più incerto e imprevedibile il quadro delle regole per le imprese“, “si disincentiva l’impresa“, “si perde occupazione e si allontanano gli investitori italiani ed esteri“. Queste, alcune delle espressioni degli imprenditori. Un vero allarme sociale.

Di Maio continua a ripetere che vuole creare più occupazione, ridurre la burocrazia, risolvere la precarizzazione, ma coloro che poi dovranno attuare le sue scelte ideologiche ricordano a tutti che quel Decreto è punitivo, irrealistico e non corrispondente a ciò di cui hanno bisogno.

Il Veneto, prima che arrivasse Di Maio, ha superato i livelli occupazionali pre crisi. Anzi, mai dagli anni settanta aveva avuto un così alto numero di occupati. Solo nel primo trimestre 2018 c’è stato un saldo positivo di 53.200 nuovi posti di lavoro e la crescita dei contratti a tempo indeterminato (29.500, +26%).

Lo sanno bene gli imprenditori veneti – e lo ripetono spesso – che questi risultati sono stati possibili grazie alla ripresa economica accompagnata dal Jobs act che loro hanno saputo interpretare per innovare la qualità delle loro produzioni e, quindi, affrontare con più forza la competizione internazionale.

Con la consueta foga ideologica, Di Maio colpisce proprio il cuore di questo percorso, danneggiando coloro che producono lavoro, favoriscono l’occupazione, fanno crescere l’Italia.

Quegli imprenditori sanno bene anche che rivolgersi a Di Maio, dal quale non si  aspettano nulla di buono “perché non ha mai lavorato“, sarebbe inutile e, pertanto, chiamano a gran voce in causa quel partito che ha promesso loro il bengodi: la Lega del duo Salvini e Zaia.

Una coppia di cui cominciano a diffidare, e lo dicono apertamente. Hanno scoperto che la Lega ha fatto il doppio gioco: per poter cavalcare la tigre della lotta all’immigrazione ha svenduto l’economia e la faticosa ripresa del nostro Paese agli azzeccagarbugli.

La risposta è il loro silenzio assordante. “Per qualche barcone in meno“, dicono, “uccidono i nostri sacrifici“. Ma il duo leghista sta zitto e ben nascosto.

E mentre aspettiamo che Salvini e Zaia rispondano ai malesseri di quegli imprenditori che, peraltro, non fanno mistero di averli sostenuti, sapendo che nel gioco di potere tra Lega e 5Stelle a pagare sarà l’economia veneta, vogliamo puntare sui contenuti rispondendo agli imprenditori veneti che ci hanno chiamato in causa.

Siamo convinti che la flessibilità del lavoro è figlia degli anni di crisi, e non causata dalla normativa che oggi si vorrebbe cancellare, ma poiché il lavoro è frutto di economia in crescita e imprese, siamo contrari alle tutele dirigiste delle forme di lavoro temporaneo perché creeranno lavoro nero e le imprese venete non possono essere costrette a violare la legge.

Agli imprenditori veneti diciamo: abbiamo presentato correttivi al Decreto, alcuni dei quali agiscono sulla convenienza dei contratti a tempo indeterminato, agevolano le imprese ad assumere e tagliano strutturalmente il cuneo fiscale.

Puntiamo a rendere questa norma in linea con quello che l’economia veneta ha bisogno per continuare a crescere.

Ecco la voglia di poltrone

Il Governo Gentiloni aveva completato tutti gli studi di fattibilità del progetto di fusione tra Anas e Ferrovie dello Stato. Lega e 5Stelle hanno bloccato tutto per solo la voglia di avere più poltrone a disposizione.

Il progetto di fusione prevedeva un unico soggetto FS con dentro Rfi, Italferr e ANAS, in poche parole “il polo nazionale delle infrastrutture e un big player dei lavori internazionali”.

Ciò avrebbe comportato il rafforzamento delle imprese interessate, la riduzione drastica di poltrone e l’uscita di ANAS dal perimetro della Pubblica amministrazione, con enormi benefici per tutti. Infatti, poiché FS può contrarre debito rispetto ad Anas che, invece, è parte della pubblica amministrazione, ne avrebbe beneficiato anche quest’ultima in quanto non sarebbe stato più necessario, come adesso, aspettare di avere tutti i finanziamenti prima di fare le opere.

Tutto cancellato. Senza alcuna logica, contro gli interessi dell’Italia i pentastellati rinunciano a questo progetto.

L’inspiegabile ritorno al passato volta le spalle al futuro e a un grande progetto industriale capace di dare corpo ad un player internazionale delle infrastrutture, un’occasione per la crescita economica e l’affermazione del “brand” italiano anche nel settore dell’intermodalità ferro/gomma oltre i nostri confini.

Nessuna spiegazione di politica industriale ci fa capire il perché. L’unica ragione è l’appetito di incarichi e nomine, l’evidente volontà di occupare postazioni di potere, di dividere tra i due partner di governo le poltrone di aziende che fatturano miliardi ogni anno.

Fondere Anas e Ferrovie sarebbe stato un progetto industriale con un fatturato di 11 miliardi di euro e più di 100 miliardi di investimenti programmati per i prossimi dieci anni. Peraltro, molti di questi riguardano l’integrazione ferro-gomma, i collegamenti tra le città e la connessione dei porti, soprattutto del mezzogiorno.

La fusione avrebbe consentito anche a centinaia di ingegneri e professionisti sinergie, risparmi e valorizzazione delle professionalità.

Tutto svanito.

Banche, l’ennesimo disinformatore

Jerry Calà, attore veronese, pur di strombazzare il suo sostegno al Governo utilizza il tema dei fallimenti bancari come il miglior populista affascinatore.

Il sostengo è legittimo, ma è altrettanto legittimo pretendere che un influente opinion leader, per la fetta di italiani che lo segue, ovviamente, tra i quali non ci sono e questo fatto mi conferma nella mia scelta di preferenza, che si informi prima di parlare.

Avrebbe letto che il Parlamento italiano ha costituito una Commissione parlamentare che ha analizzato tutto, anche le colpe di coloro che Jerry Calà difende: quel potere locale veneto che attorniava euforicamente e supinamente le due banche venete mentre queste crollavano e truffavano i loro clienti.

Avrebbe saputo anche che a causa di quei comportamenti, l’Italia ha speso oltre 10 miliardi di euro.

Infatti, premesso che le operazioni di salvataggio di banche in difficoltà si svolge sempre sulla base di alcuni princìpi di una specifica direttiva comunitaria su risanamento e risoluzioni degli istituti, in Italia si sono avuti i seguenti casi:

  1. Banca Marche, Banca popolare dell’Etruria e del Lazio, Cassa di risparmio di Ferrara e CariChieti

Per non farle chiudere a causa dei crediti in default, per Banca Marche, Banca popolare dell’Etruria e del Lazio, Cassa di risparmio di Ferrara e CariChieti è stato creato un Fondo di risoluzione alimentato dalle altre banche italiane. La liquidità necessaria per l’immediata operatività del fondo è stata anticipata dalle tre banche più grandi, Banca Intesa Sanpaolo, Unicredit e UBI Banca. In tutto l’operazione di salvataggio è costata circa 4 miliardi. Lo Stato non ha speso un euro.

 2. Monte Paschi di Siena

La ricapitalizzazione precauzionale del Monte dei Paschi di Siena è costata circa 10 miliardi di euro. Lo Stato ha garantito 5,4 miliardi ed il contributo dei privati, cioè azionisti e obbligazionisti subordinati, è stato di 4,3 miliardi. Lo Stato, che a questo punto è socio importante, rientrerà nel tempo del capitale investito sulla base degli utili che MPS farà nel tempo.

  1. Banca Popolare di Vicenza e Veneto Banca

Il salvataggio delle due banche venete, che hanno bruciato circa 20 miliardi di capitalizzazione di tantissimi veneti, è avvenuto attraverso l’acquisto delle due banche da parte di Intesa San Paolo ed è costato allo Stato 5 miliardi di euro erogati direttamente a favore di Intesa Sanpaolo.

In totale, quindi,  lo Stato ha speso oltre 10 miliardi di euro per salvare i correntisti che senza quell’intervento avrebbero perso tutti i loro risparmi.

E’ chiaro che le operazioni per salvare le banche italiane in crisi hanno contribuito all’indebitamento degli italiani.

Capisco che la relazione della Commissione sia lunga, ma poiché queste sono poche righe, penso che anche Gerry Calà possa leggerle.

Perché la crisi tedesca ci riguarda

Il Governo tedesco traballa.
Le diversità di vedute tra la Cancelliera Merkel ed il suo ministro dell’Interno, ricadranno anche sull’Italia, perché i temi oggetto dello scontro ci coinvolgono.
Il primo: i migranti.
Nel Consiglio d’Europa di pochi giorni fa il Governo italiano ha fatto credere che tutto fosse stato risolto. Era una menzogna e tale si è rivelata. Infatti, tra le decisioni prese c’è quella che riguarda i cd. “movimenti secondari”, ovvero lo spostamento dei migranti dal Paese in cui vengono registrati ad un altro Paese. In poche parole, riguarda migliaia di migranti che sono arrivati in Italia e si sono spostati altrove.
Il ministro Seehofer pretende i respingimenti alle frontiere europee e la spedizione dei migranti verso i Paesi di primo arrivo. La Merkel, no.
D’altronde, il ministro tedesco ha l’avallo di altri leader europei: con Macron in testa, hanno fatto capire che così sarà, che Paesi come la Francia non apriranno ulteriormente i porti e che chi lo volesse fare, lo farà su base volontaria. Cioè non lo farà.
Povero Conte, per giustificare il fallimento, ha detto che “Macron era stanco, non è così”.
Il secondo tema è l’economia, ed in particolare il governo dei debiti sovrani, specie attraverso l’Esm, il cosiddetto Fondo Salva Stati.
I “falchi” europei puntano a dare maggior controllo all’Esm sulle direzioni di politica finanziaria dei Paesi che partecipano al Fondo Salva-Stati. Chi sgarra rispetto ai parametri di stabilità europea, verrebbe di fatto commissariato e rischierebbe la riduzione della propria sovranità monetaria.
Se cade la Cancelliera Merkel, arriva con tutta probabilità un primo ministro molto più duro e “falco”: Wolfgang Schaeuble. L’intransigente ex ministro delle Finanze tedesco non ha mai nascosto la sua contrarietà alle decisioni per attutire gli effetti del debito sovrano da parte di Mario Draghi alla testa della Bce. Una Germania più intransigente e rigorista sarebbe un osso duro per l’Italia indebitata

Vitalizi, bene, ma il dubbio c’è

I grillini vogliono ridurre i vitalizi per i parlamentari in carica prima del 2012, anno in cui i vitalizi medesimi sono stati eliminati e sostituiti con un sistema contributivo.
Ben venga, sebbene in ritardo e con qualche dubbio.
Infatti, il taglio che dovrebbe essere deciso con una delibera della presidenza della Camera ricalca in tutto e per tutto la proposta di legge della scorsa legislatura a firma di Matteo Richetti, Deputato PD, che dopo l’approvazione alla Camera si era fermata al Senato, anche per la ferma contrarietà proprio dei grillini.
Ipocrisia? Giudicate voi e fatelo dopo aver letto il confronto fra i due testi:
1. oggi si parla di una delibera della presidenza della Camera dei deputati; la proposta Richetti era una legge, quindi, con un valore universale e con una forza maggiore;
2. entrambe le proposte, ieri il disegno di legge di Richetti, oggi la delibera della presidenza della Camera, prevedono il ricalcolo secondo il metodo contributivo dell’assegno vitalizio per i parlamentari in carica fino al 2012;
3. la legge Richetti, avendo per l’appunto la forza di una legge, avrebbe interessato Camera e Senato e anche i consiglieri regionali. La delibera di Fico, in quanto emanata dall’ufficio di presidenza della Camera, riguarda solo gli ex deputati. Inoltre, per 67 ex deputati il vitalizio rimarrà invariato;
4. secondo i calcoli dell’Inps, la legge Richetti avrebbe comportato un risparmio di 76 milioni di euro all’anno per le casse dello Stato. Con la delibera dell’ufficio di presidenza della Camera la diminuzione prevista sarà fra il 40 e il 60%, ma solo dell’importo a oggi percepito dagli ex-deputati. Risparmio totale, secondo Fico, di 40 milioni di euro;
5. la delibera della Camera introduce due soglie minime sotto le quali l’assegno vitalizio degli ex-parlamentari non potrà scendere nemmeno dopo i tagli. La legge Richetti prevedeva un meccanismo analogo;
Ancora non capisco come mai a fronte di due testi simili, i grillini non abbiano votato la proposta di legge Richetti al Senato. Oggi l’avremmo avuta in vigore e non serviva altro, in particolare un provvedimento identico del Senato e di tutte le Regioni italiane.
Ecco, credo che il problema sia stato proprio questo: mantenere tutto intatto prima per poter farne oggetto di propaganda dopo e alla fine dire che il merito è loro.
E se la delibera sarà dichiarata incostituzionale, come io credo, perché crea disparità tra deputati, senatori e consiglieri regionali in maniera irragionevole, la propaganda continuerà all’infinito.
Sarà questo l’obiettivo? Considerato che si tratta di una semplice delibera e non di una legge, il dubbio mi resta.

Il voto ci chiede una nuova sinistra

Una premessa doverosa: il risultato è molto negativo e va inserito nella scia delle profonde mutazioni che attraversano l’Italia nella quale nel giro di pochi anni viene premiato uno schieramento o un altro con estrema facilità, mai conosciuta prima.

Il voto delle amministrative, che prosegue quello del 4 marzo, esprime chiaramente il disorientamento presente nell’elettorato di centrosinistra.

Poiché è più che evidente che in un buon numero gli elettori di centrosinistra preferiscono non recarsi alle urne, e basta vedere i dati delle cd. “roccaforti rosse”, e per di più non scelgono l’alternativa a sinistra di LeU o addirittura si rifugiano nei 5Stelle, non è sufficiente affermare che il PD sia la causa della loro disaffezione o che le responsabilità siano di Matteo Renzi che, peraltro, non era presente nella contesa.

Non sono convinto che il tema sia legato agli uomini o al modello di partito, perché considero che il confronto sia tutto tra destra e sinistra, perché ritengo che il nodo centrale sia che, con i pressanti temi della globalizzazione economica e sociale, si sia prepotentemente riproposta in questi anni la differenza tra destra e sinistra, solo che la destra è aggressiva e verbalmente violenta e la sinistra appare opacizzata dall’azione responsabile di governo e dalla difficoltà di dare nuove risposte alle domande attuali.

Chi prefigura un nuovo campo politico o una possibile alleanza con M5S, che ha dimostrato di non avere una dialettica all’altezza e si muove, pertanto, in scia dell’egemonia leghista, non coglie la profondità del pericolo: lo scioglimento della sinistra di fronte alle risposte che dà la destra.

Quindi, prima di ragionare quale partito serva all’Italia, credo sia fondamentale dirci quali sono i nostri cardini identitari nuovi in questa società che soffre di preoccupazioni e matura speranze del tutto inedite rispetto a quanto abbiamo vissuto in questi anni.

In poche parole, qual è la nuova sinistra che serve?

La Lega che discrimina i bambini

La Corte costituzionale ha dichiarato l’illegittimità costituzionale della legge della Regione Veneto che aveva introdotto i titoli di precedenza per l’ammissione dei bambini all’asilo nido.

Seguendo l’impostazione propagandistica leghista, Zaia, da tanti definito un leghista moderato, aveva introdotto un discrimine divisivo, in particolare che avevano titolo di precedenza per l’ammissione all’asilo nido i bambini che si trovavano nel seguente ordine di priorità: i bambini portatori di disabilità; i figli di genitori residenti in Veneto anche in modo non continuativo da almeno quindici anni o che prestino attività lavorativa in Veneto ininterrottamente da almeno quindici anni.

Con questa decisione, la Lega faceva pagare ai bambini una sorta di “colpa”, peraltro, da loro attribuita come se fosse il giudice per decidere chi ha diritto o meno sulla base della residenzialità.

Un’assurdità inaccettabile che per fortuna la Corte Costituzionale ha cancellato.

Il ricorso era stato presentato dal Governo Gentiloni. Ottima iniziativa.

Era una decisione sbagliata e foriera di negazione di diritti. Dove sta scritto che uno stato di residenza o di occupazione in Veneto così alto, per giunta per entrambi i genitori, è idoneo a dimostrare che i figli presentino una necessità di fruire del servizio degli asili nido pubblici maggiore rispetto ai figli dei genitori residenti o occupati in Veneto da meno di 15 anni?

E in quale modo il criterio della residenza o dell’occupazione protratta ha un collegamento logico con le esigenze formative del bambino e con le esigenze economiche dei genitori?

Il fatto è che sono manifestamente irrazionali il criterio di preferenza basato sulla durata della residenza o dell’occupazione nella regione del genitore (anziché sulla condizione del bambino) e la completa esclusione di qualsiasi rilievo della situazione economica del genitore.

Questo strano criterio di precedenza voluto dai leghisti ostacolava il trasferimento in Veneto di famiglie che magari nella propria regione di residenza o di lavoro godevano di provvidenze simili, in quanto con il trasferimento in Veneto le avrebbero perse. E, viceversa, sarebbe stato un incentivo indebito a non lasciare il Veneto per coloro che già vi risiedano o vi lavorino in regioni in cui questo vantaggio non c’era.

In ogni caso, è del tutto irragionevole ritenere che i figli di genitori radicati in Veneto da lungo tempo presentino un bisogno educativo maggiore degli altri.

Poiché nessuna legge può precludere ad alcuno l’accesso agli asili nido, servizio, peraltro, la cui erogazione non è obbligatoria, quella decisione leghista è stata giustamente eliminata dalla storia del nostro Paese.

Migranti, due opzioni diverse e alternative

Prima di tutto è bene dire che vanno rigettate al mittente le parole volgari e offensive che un esponente francese ha rivolto all’Italia.

Il tema dei migranti che sbarcano sulle nostre coste è stato centrale in questi giorni. Potrei dire che lo è stato per ovvie ragioni, ma è chiaro che non può essere liquidato con una semplice battuta.

Sono comunque emersi due approcci diversissimi: il nostro e quello leghista (non posso dire altro, visto che è sparito il responsabile del governo, il premier Conte).

Il nostro è stato basato su alcuni pilastri: accoglienza, verifica dei requisiti di status dei migranti, espulsioni di coloro che non avevano diritto ad alcuna protezione. Contemporaneamente, abbiamo avanzato la richiesta di modifica del Regolamento di Dublino, sottoscritto dal Governo Berlusconi e causa prima di quanto sta accadendo e proposto il ricollocamento obbligatorio per quote nei vari Paesi europei. Infine, abbiamo lavorato per stabilizzare la Libia e per fare accordi con diversi Paesi del nord Africa per fermare la tratta degli esseri umani.

I risultati più evidenti di questo impegno sono stati la riduzione dell’80% degli sbarchi, la collaborazione militare italiana sulle coste libiche e l’accettazione delle proposte in sede UE nell’ambito della quale, con non poche ipocrisie ed equivoci creati ad arte, nel tempo sono state impedite soluzioni al fenomeno.

La modifica del regolamento di Dublino ha ricevuto il voto favorevole del Parlamento Europeo nel novembre 2017 e nel Consiglio d’Europa di fine mese sarebbe dovuto andare in porto.

Salvini, con i soliti toni roboanti della campagna elettorale, ha avuto un approccio diverso: ha cancellato quanto è stato fatto e ha deciso i respingimenti in mare. Una posizione nuova che, di fatto, sposta l’Italia verso quei Paesi, soprattutto quelli dell’est, che erano contrari a cambiare il Regolamento ed in particolare al ricollocamento obbligatorio dei migranti perché non ne vogliono nel loro territorio.

Il risultato raggiunto dal Governo è questo: il Regolamento di Dublino non sarà cambiato ed i migranti dovranno essere comunque registrati ed ospitati in Italia visto che il ricollocamento non andrà in porto. Ma, si dice, li respingeranno tutti, quindi, il problema non si pone. Non sarà così, i respingimenti non bloccheranno gli sbarchi e chi lo dice fa propaganda.

Ho qualche dubbio anche sul respingimento della nave Acquarius: con l’azione del ministro Minniti i flussi degli arrivi sono diminuiti dell’80 per cento, in generale, e dell’85 per cento per quanto riguarda quelli provenienti dalla Libia. Perché, allora, la chiusura dei porti che avviene solo in casi di emergenza per la sicurezza nazionale? Lo scorso 10 giugno, a urne aperte, quando Salvini ha ingaggiato la battaglia con Malta, non c’era alcuna emergenza migranti. I numeri degli arrivi erano già stati assai contenuti da chi l’ha preceduta. Perché lo ha fatto, allora?

In ogni caso, il paradosso è che per fare il figo, Salvini ha dato una mano a quelli che vogliono che nulla cambi, tanto il peso resta in Italia, mica si sposta a casa loro. Neppure un rifugiato avente diritto è stato accettato da chi ora plaude all’azione di Salvini.

Il male e il bene, a seconda di chi lo fa

La maggioranza legastellata è pronta a partire.

Col suono di tromba, Di Maio e Salvini, più una pletora di ripetitori automatici, hanno stravolto quasi tutte le cose che in questi anni hanno diffuso in Italia, compreso l’odio contro gli altri.

Rileggiamole, non per essere tignosi, ma perché, vedrete, che il detto “il lupo di malacoscienza come fa pensa” è più che confermato.

L’ipocrita Di Maio era sempre pronto a scattare sulla sedia ad ogni accordo da noi fatto con altri per tacciarlo come “il peggior inciucio”. Il suo “coso del cambiamento”, normale patto tra forze diverse tra loro, è “un atto di responsabilità per la terza Repubblica”.

Lo statista de noiantri Alessandro Di Battista aveva garantito che in caso di accordo con la Lega lui avrebbe lasciato il Movimento Cinque Stelle. Stiamo aspettando.

Sempre Luigi Di Maio, quando Renzi divenne Presidente del Consiglio, scrisse questo post: “La staffetta Letta-Renzi è irrilevante. Il discorso non è che un Presidente del consiglio debba essere eletto. Nel nostro ordinamento non esiste il voto per il “Candidato Premier”. Il vero tradimento degli elettori sta nel fatto che i partiti di Monti, Bersani, Alfano in campagna elettorale non hanno mai detto di essere disposti a fare un governo insieme. Lo hanno detto solo dopo le elezioni, dopo aver “fregato” il voto agli italiani. Altrimenti col cavolo che prendevano il 29%”.

Capovolgiamo la frase: i grillini non hanno mai detto che avrebbero fatto l’accordo con la Lega, altrimenti “col cavolo” che prendevano il 32%. Lo hanno detto dopo aver “fregato” gli italiani.

Il saccente Marco Travaglio aveva detto due mesi fa che se Di Maio avesse fatto l’accordo con la Lega lo avrebbero linciato in piazza. Quello lì è ospite ovunque e ovunque dice bene dell’accordo.

L’urlatore Salvini, invece, pretendeva patti dal notaio per evitare le presunte larghe intese di Berlusconi col PD e oggi che fa? Usa i voti di Berlusconi e Meloni per portarli ai Cinque Stelle.

Quel suono di tromba è diventato una pernacchia. Agli italiani tutti.