Quale rapporto tra Stato e Regioni?

Lo stato di emergenza in conseguenza della diffusione del coronavirus è stato contrassegnato dai vari provvedimenti adottati dallo Stato e dai governi regionali, per il controllo dell’epidemia (poi diventata pandemia).

A mio modo di vedere, l’attuale articolazione dei poteri tra centro e periferia è inadeguata nei casi di emergenza, perché impedisce una guida unitaria e ingigantisce le differenziazioni degli interventi regionali.

Sono persuaso che, in questi casi, occorra riconfigurare le relazioni tra livelli di governo riportando allo Stato le funzioni in materia di tutela della salute che oggi risultano decentrate presso le regioni.

Nella riforma costituzionale poi bocciata dal referendum del 2016, era stata introdotta, a ragione, una clausola di supremazia in favore dello Stato al fine di garantire sempre una regia unitaria delle principali politiche pubbliche.

Quella proposta va riflettuta con riguardo ai casi di emergenza di tipo sanitario. Non è un sopruso determinare un sistema di tutela della salute univoco in ogni parte del Paese in occasioni speciali come quella che stiamo vivendo.

Sulla scia di un evento eccezionale, sono convinto che occorra ripensare il modello frammentato del sistema sanitario regionale e l’occasione del dibattito sul regionalismo differenziato calza a pennello per questa discussione.

Non invoco un riaccentramento delle competenze ora attribuite alle Regioni, bensì un riesame di quanto accaduto in questi ultimi mesi e, conseguentemente, la ridefinizione delle cose che hanno creato difformità ed equivoci.

È vero che la differenziazione dei provvedimenti regionali è uno dei vantaggi del decentramento, perché consente di adattare meglio le decisioni alle specificità dei diversi territori e alle differenti preferenze delle popolazioni, ma in presenza di un’emergenza sanitaria i confini territoriali non esistono e, pertanto, le varie scelte devono essere collimanti tra loro. Un errore nella Regione X, anche se distante, ricade sulle altre. Le distanze, infatti, non contano (il virus si è allargato nel mondo).

Pensavo anch’io che gli organismi misti tra Stato, Regioni ed autonomie locali potessero essere utili. Le esperienze positive non mancano, come per la definizione di una regolamentazione amministrativa unitaria (ad esempio con i Patti per la Salute) oppure come per la definizione dei LEA (livelli essenziali di assistenza), pur essendo una competenza esclusiva dello Stato. Ma, ed è di tutta evidenza, la pandemia che stiamo vivendo ha mostrato criticità che vanno superate.

Questa esperienza ci suggerisce di apportare mirati aggiustamenti con specifici interventi legislativi perché in casi di crisi non possiamo permetterci di parlare con tante voci.

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