Reddito di cittadinanza e quota 100, l’Italia butta via soldi

Feb 07 2019
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Il Reddito di Cittadinanza diventerà un sussidio assistenzialista

La concessione di un sussidio pubblico a coloro che sono in difficoltà non è un principio sbagliato. Anzi, è giusto che lo Stato si faccia carico di queste difficoltà, cercando di superarle.

Sulla base di questa convinzione, il Governo Gentiloni aveva deciso la prima misura contro la povertà che l’Italia abbia mai avuto: il Reddito di Inclusione.

Poiché questa misura sta funzionando e non si presta a nessun abuso, era ragionevole allargarne la platea e finanziarlo con maggiori risorse. A maggior ragione in virtù del fatto che gli impatti sulla povertà sono limitati, stante la copertura già assicurata dal Reddito di Inclusione.

Al contrario, questo governo ha voluto spendere circa 22 miliardi di euro in tre anni – 2,5 dei quali li ha presi dal Reddito di Inclusione – per un sussidio che è iniquo, si presta ad illeciti, è contro le famiglie numerose, è più che farraginoso, rischia di premiare i più furbi ed, infine, non produrrà risultati diversi se non alleviare le difficoltà temporanee senza risolvere il problema di fondo: creare posti di lavoro.

Il costo in disavanzo è, quindi, posto a carico del futuro, giovani generazioni e pensionati.
Preferisco un governo che crea lavoro e competizione e non quello che finanzia, senza un progetto, le proprie illusioni ideologiche.

Entro nel merito.

Le evidenti criticità

Sui beneficiari va fatta chiarezza. Rispetto alla pomposa propaganda, l’INPS (e l’Ufficio Parlamentare di Bilancio) ha accertato che saranno 1.177.082 nuclei familiari e 2,4 milioni di persone che beneficeranno del sussidio, comprensivo delle famiglie che già erano beneficiarie del Reddito di Inclusione di cui sono state assunte anche le risorse già stanziate per questo.

È un sussidio contro le famiglie numerose. A causa dei criteri utilizzati il 55% dei nuclei familiari beneficiari sono composti da single. Questo comporta la riduzione del beneficio per le famiglie più numerose, ovvero quelle dove è più alto il tasso di povertà. Inoltre, pur essendoci proporzioni diverse, un single potrebbe ricevere fino 780 euro, mentre una famiglia di quattro persone fino a 1.180€ e con cinque componenti fino a 1.330€. Addirittura, per affitto o mutuo riceverebbero la stessa cifra, rispettivamente 280€ e 150€.

Rischia di premiare i furbi. Certamente ci saranno coloro che hanno per davvero bisogno (per i quali, peraltro, esiste già il Reddito di Inclusione), ma è alta la possibilità che ci siano abusi. Faccio un esempio: nel nostro bel Paese molte persone e famiglie per i redditi che dichiarano, non potrebbero neanche vivere. Eppure non è così. È probabile che vi siano episodi di lavoro nero che, in futuro, faranno comunque scattare il diritto al Reddito di Cittadinanza. Questa considerazione è avvalorata dai dati INPS: il 50% dei beneficiari (degli 1,2 milioni) sono nuclei senza redditi o comunque senza redditi da lavoro, quindi, anche evasori e sommersi totali. A quel punto, il reddito di cittadinanza diventa un sussidio per i disonesti.

Avrà impatto sui posti di lavoro? Si perde il Reddito di Cittadinanza se il disoccupato rifiuta due offerte di lavoro, di cui la prima è entro i 100km da casa, la seconda entro i 250km e la terza in tutta Italia. Dopo 12 mesi di disoccupazione, anche la prima offerta potrà essere entro i 250 km e dopo 18 mesi in tutta Italia.
Il disoccupato, quindi, riceve la prima offerta, ovviamente, valuterà sia l’importo del nuovo stipendio sia la decurtazione delle spese per raggiungerlo. Peraltro, il disoccupato avrà l’obbligo di accettarla se questa è di minimo 858 euro al mese. Siamo sicuri che quel lavoro sarebbe più vantaggioso di quanto riceverebbe stando a casa (780 euro)? Figuriamoci se deve anche pagare un affitto per un lavoro a oltre 250km da casa.

Ci saranno 2 milioni di posti di lavoro? Il Governo propaganda una platea di beneficiari pari a 5 milioni di soggetti destinatari del reddito. Di questi, dice, almeno 2 milioni saranno oggetto di un corso di formazione ad hoc e avranno l’erogazione dell’assegno vincolata all’accettazione di offerte di lavoro. Ma ci sono 2 milioni di posti di lavoro nuovi da creare? Quando è andata bene – cioè negli anni in ripresa – l’aumento dell’occupazione ha superato di poco il milione. E col PIL che crescerà dello 0,6% nel 2019 cosa accadrà?

Scoraggia al lavoro e favorisce la nullafacenza. Il 45% dei dipendenti privati del sud ha redditi da lavoro netti inferiori al Reddito di Cittadinanza che percepirà colui che ha un reddito pari a zero. L’INPS ha verificato che tra tutti i possibili beneficiari del Reddito di Cittadinanza circa il 30% percepirà 9.360 euro, quindi, una quota più alta del redditi da lavoro del 45% dei dipendenti privati del sud. A cosa servirà lavorare se sarà più comodo percepire quel Reddito, peraltro, in molti casi più alto e poterlo fare anche per tre anni, considerato che prima che arrivino due proposte potrebbe passare tutto quel tempo?

Può causare demotivazione. Garantire un reddito minimo in un mercato del lavoro depresso come il nostro mina la disponibilità degli individui a cercare una nuova occupazione e favorisce la ricerca di un’occupazione in nero. Tanto, prima che al disoccupato giungano due proposte di lavoro, potrebbero passare i tre anni del sussidio.

Può essere allungato, a piacimento. E se prima di rifiutare la seconda offerta di lavoro, il disoccupato avvia un’impresa riceverà il reddito per altri 16 mesi. Avviare un’impresa è facile e non è detto che poi lavori per davvero.

E’ illusorio. Il datore di lavoro che assume con contratto a tempo indeterminato il beneficiario del reddito di cittadinanza otterrà uno sgravio per 18 mesi purché non lo licenzi per due anni dopo l’assunzione. E’ un trucco illusorio perché lo sgravio in parola non è competitivo rispetto ad altri contratti diversi da quello a tempo indeterminato. E, quindi, se non lo fa, chi crea posti di lavoro?

Chi aiuta chi? I Centri per l’impiego dovrebbero garantire ai disoccupati sia la ricerca delle tre offerte sia corsi di formazione per ricollocarli in altre mansioni. Ma i centri, gestiti dalla Regioni, sono all’anno zero: hanno la metà dei dipendenti necessari, in molti casi non hanno mai svolto queste attività, in moltissimi mancano anche i computer.

Chi controlla? Manca qualsiasi accenno ai controlli per evitare abusi. Non è prevista una filiera dei controlli. In teoria i centri per l’impiego e i Comuni dovrebbero denunciare tutte le possibili criticità alla Guardia di Finanza. Non è previsto uno strumento, come l’ispettorato del Lavoro, che faccia valutazioni preventive o ispezioni mirate e a sorpresa, come normalmente accade nel mondo del lavoro.

Quota 100, facoltativa, ma…

Correggere la legge Fornero è un obiettivo di tutti. Farlo senza tenere conto dei problemi che crea, anche al bilancio dello stato, è rischioso. Illude momentaneamente e a pagare saranno gli stessi pensionati.

Innanzitutto, va detto che è sbagliato sommare età e contributi, ma non l’assegno che resta uguale.

Poi:

  • chi lascia prima il lavoro avrà una pensione più bassa rispetto a quanto avrebbe potuto farlo, perché verserà meno contributi andando via prima. In più, questo nuovo pensionato riceverà il blocco dell’indicizzazione che serve a pagare la sua stessa pensione;
  • se non entreranno nel mondo del lavoro tante persone quante ne andranno via, c’è il rischio di non rispettare il tetto di spesa (legge di Bilancio 2019: 3,9 mld) e letasse sono destinate ad aumentare (infatti, è stata inserita una clausola di salvaguardia perché rischia di scassare i conti pubblici);
  • la durata triennale del beneficio potrà spingere ad anticipare le uscitesoprattutto nel privato, ma non è automatico che ne vengano assunte altrettanto. E con la promessa che tra tre anni si andrà in pensione solo con 41 anni di contributi, in tanti scapperanno;
  • il divieto di cumulo fino a 67 anni è sbagliatissimo: finirà per alimentare il lavoro nero;
  • il blocco delle indicizzazioni delle pensioni andrà in vigore ad aprile. Ciò significa che la prima decurtazione accorperà tre mesi. Una bella botta;

Quindi: il pensionato quota 100 ci perde in assegno pensionistico, non riceve tutta la liquidazione, non può fare altri lavori ed il suo posto non sarà rimpiazzato.

Quota 100, poi, non è una riforma strutturale, perché è introdotta per soli tre anni e, soprattutto, non c’è alcun superamento della riforma Fornero: c’è solo l’ennesimo canale frammentato e temporaneo di accesso alla pensione anticipata.

Dai dati rilevati, i destinatari sono persone che rispondono a un identikit ben preciso; sono lavoratori maschi che hanno storie contributive più robuste e hanno maturato pensioni molto più alte della media. Non solo: quelli che riceveranno il premio maggiore hanno pensioni calcolate in larga parte sul metodo retributivo.

Tra loro, stando alle prime domande delle ultime settimane, sono sovra rappresentati i dipendenti pubblici, ponendo problemi aggiuntivi di funzionamento della macchina pubblica a fronte di flussi di prepensionamento non programmati, senza che ci siano né risorse certe, né il superamento dei limiti alle assunzioni, da ultimi quelli che estesi nell’ultima legge di bilancio per poterli rimpiazzare.

Dalla scuola alla sanità c’è un pezzo dello Stato italiano deputato a erogare servizi messo a rischio dall’incapacità di programmare e di prevedere detti prepensionamenti, anche con buona pace della propaganda sulla sostituzione tra lavoratori che escono e assunzioni di giovani.

Chi pagherà il costo? Lo pagheranno tutti i pensionati con assegni superiori a tre volte il minimo, a cui mettono di nuovo le mani in tasca, più di un miliardo all’anno nei prossimi dieci anni.

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