Scuola pubblica e scuola paritaria. IMU e dintorni.

Lug 27 2015
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Il caso:

la Corte di Cassazione ha stabilito che due immobili adibiti a scuole paritarie, gestite da due congregazioni religiose, devono pagare l’IMU perché esercitano attività di tipo commerciale in quanto gli utenti pagano le rette per parteciparvi.


Le norme:

  • l’articolo 33 della Costituzione stabilisce che Enti e privati hanno il diritto di istituire scuole ed istituti di educazione ma senza oneri a carico dello Stato;
  • la Riforma della scuola a firma Luigi Berlinguer, anno 2000, stabilisce l’esistenza di un sistema nazionale pubblico, statale e non statale, e un sistema integrato dell’istruzione che lo Stato si impegna, con differenti modalità, a far sviluppare;
  • nel 2012, il Governo Monti rende l’interpretazione autentica della norma fiscale, ovvero che l’imposizione sugli immobili è da applicare anche agli istituti religiosi solo in presenza di finalità commerciali;
  • con un Decreto, nel 2014 il Ministro dell’Economia stabilisce la soglia del corrispettivo medio, ovvero la media degli importi annui che vengono corrisposti alla scuola dalle famiglie: se il corrispettivo medio è inferiore o uguale al costo medio per studente, ciò significa che l’attività didattica è svolta con modalità non commerciali e, quindi, non è assoggettabile a imposizione.

I numeri:

  • le scuole paritarie – non sempre gestite da Organizzazioni religiose o solo cattoliche – sono frequentate da circa un milione di ragazzi, ovvero dal 10% circa dell’intera popolazione scolastica;
  • vi lavorano circa 90mila persone tra insegnanti e altro;
  • la differenza con la scuola pubblica e’ che non ci sono vincoli concorsuali per l’assorbimento degli insegnanti che tra l’altro, in parte rilevante – si parla di circa 30mila – sono inseriti nelle graduatorie utili per il passaggio nella scuola pubblica stabilito dal pacchetto assunzioni della Riforma della scuola appena approvata;
  • il contributo pubblico che le scuole paritarie ricevono è di circa 500milioni l’anno, ovvero 500euro circa a studente;
  • alcune Regioni, il Veneto tra le prime – 117mila ragazzi veneti frequentano le paritarie- garantiscono ulteriori contributi alle famiglie sotto forma di buono scuola. Lo stesso fa ogni anno il Comune di Verona e qualche altro Comune veronese;
  • secondo dati OCSE, lo Stato spende circa 7.000 euro per ciascuno studente della scuola pubblica.

È verosimile affermare che se la scuola pubblica dovesse assorbire il milione di ragazzi che frequentano le scuole paritarie, solo per gli studenti servirebbero almeno 7 miliardi di euro, esclusi gli immobili da reperire.
Altrettanto verosimile, quindi, l’affermazione che lo Stato risparmia 6,5 miliardi all’anno, esclusi gli immobili (i Comuni dovrebbero trovare da subito immobili per le tantissime scuole dell’infanzia che rappresentano la maggior parte delle paritarie). Oltre al fatto che resterebbero senza lavoro migliaia di addetti.

Domande:

  1. il contributo pubblico può essere definito “un onere per lo Stato” in senso stretto inteso?
  2. Le scuole paritarie – peraltro autorizzate dallo Stato – svolgono un servizio differente da quello privatistico, considerate le finalità dell’istruzione?
  3. Le rette sono il corrispettivo per la prestazione o la compartecipazione, così come avviene per gli esami di tipo sanitario?
  4. La decisione della Cassazione inficia la libertà di educazione?


Considerazioni:

Penso che le scuole paritarie, tutte, svolgano un servizio di pubblica utilità che non può essere valutato solo per la retta, ma per la valenza che ha per lo Stato la formazione, l’aspetto sociale e il no-profit.

La Costituzione stabilisce che l’istruzione – la cui libertà non è stata messa in discussione da nessuno, nemmeno dalla Cassazione – è obbligatoria e gratuita e quindi, se all’obbligatorietà possono concorrere tutti, alla gratuità si potrebbe applicare lo stesso principio delle cure sanitarie, anch’esse gratuite, prestate con la compartecipazione da parte dei pazienti in base al reddito.

Capisco il confronto, anche aspro, e sono sicuro che si risolverebbe se la scuola pubblica funzionasse meglio e avesse anche più fondi a disposizione. Cosa che auspico fortemente. Ma le lacune dello Stato non possono deprimere un servizio offerto da altri. Un esempio? La Caritas dà assistenza a tante famiglie che lo Stato non riesce ad integrare. È un servizio privato o di pubblica utilità?

Sono per il principio della sussidiarietà, ovvero per tutte quelle forme che integrano i servizi che lo Stato dovrebbe offrire. La mutualità e la solidarietà reciproca sono sempre stati tra i nostri valori. Devono pagare i giovani il prezzo della carenza di un servizio statale?

Nel contempo, è chiaro che ogni altra forma non statale che tratta i diritti delle persone deve essere assoggettata alla programmazione e al controllo pubblico dei criteri di qualità. Mi spiego: i controlli del numero degli studenti, dell’offerta formativa, della qualità degli insegnanti sono doverosi. Per tutti.

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