Le missioni militari dell’Unione Europea

L’Unione europea può avviare missioni civili o militari, all’esterno del suo territorio, per garantire il mantenimento della pace, la prevenzione dei conflitti e il rafforzamento della sicurezza internazionale, conformemente ai principi della Carta delle Nazioni Unite. Attraverso missioni e operazioni militari l’Ue può svolgere una serie di compiti che vanno dalle missioni umanitarie al peace-keeping, dalle missioni di addestramento delle forze armate alla lotta al terrorismo.

L’avvio di una missione si iscrive nelle priorità di politica estera dell’Unione, ma all’origine di tutto c’è ovviamente la motivazione degli Stati. Spesso è uno dei paesi più grandi che si muove per primo (magari in virtù di legami derivanti dal passato coloniale, presenza sul terreno o altri interessi specifici) e poi cerca di aggregare degli altri paesi in vista della decisione comune.

Le missioni e operazioni che sono state condotte finora, comprese quelle ancora in corso, sono molto diverse tra loro per una serie di fattori, dal contesto di intervento al mandato, dalla durata alle truppe impiegate al numero di paesi partecipanti.

La prima in assoluto, nel 2003 (nell’allora Macedonia), aveva 357 militari, mentre l’anno dopo, in Bosnia Erzegovina, ne furono dispiegati circa 7 mila. Una varietà simile si rinviene per quanto riguarda la durata dell’intervento. In Bosnia (seppure con finalità e assetti che sono molto cambiati nel corso e del tempo) l’Unione è presente da 16 anni. In altri teatri ha fatto apparizioni anche molto fugaci, con missioni “ponte” nate per dare ad altri attori (ad esempio Onu e Unione Africana) il tempo di schierare missioni più robuste. In alcuni casi le missioni Ue sono partite fin dall’inizio con la partecipazione di molti Stati membri, mentre altre volte l’impegno è ricaduto sulle spalle di pochi paesi17. Nei Balcani l’Ue ha sperimentato operazioni “miste”, sulla base di appositi accordi con la Nato; altrove ha operato e opera in collaborazione con le Nazioni unite e con altre organizzazioni regionali, a partire dall’Unione africana.

Le missioni Ue sono anche sempre state (e lo sono tuttora) un polo di attrazione per una serie di paesi terzi che hanno scelto questo formato per agire sullo scenario internazionale, per ampliare le relazioni politiche con l’Unione o rafforzare la propria domanda di adesione (dalla Norvegia all’Ucraina, dalla Georgia alla Turchia, dai paesi dei Balcani alla Svizzera, al Cile o al Sudafrica).

Attualmente le missioni che operano nei contesti più difficili (Somalia, Mali e Repubblica Centrafricana) non hanno funzioni esecutive, ma svolgono compiti di addestramento militare e consulenza per la riforma del settore della difesa e sicurezza. L’operazione in Bosnia Erzegovina, la più longeva in assoluto, con il miglioramento della situazione di sicurezza del paese si è ridotta nei numeri e ha mutato parzialmente mandato.

A quasi vent’anni dal loro avvio, quindi, le missioni militari rappresentano una piccola parte dell’intervento esterno dell’Unione. Non potrebbe che essere così, del resto, per una “potenza civile”, che si è sempre qualificata, all’esterno dei suoi confini, in termini di “potere normativo” e di assetto valoriale.

La proiezione internazionale dell’Ue è del resto tradizionalmente affidata a un ampio e collaudato strumentario di interventi, che operano su leve economiche, diplomatiche e politiche: dagli accordi commerciali agli aiuti allo sviluppo, dalle sanzioni economiche alla condizionalità, dal dialogo politico alle coalizioni nei contesti multilaterali.

Dopo quasi vent’anni e circa 200 mila militari complessivamente impiegati, lo strumento delle missioni militari appare per l’Ue un dato acquisito delle sue politiche esterne, così come della “divisione del lavoro” tra i diversi soggetti della comunità internazionale sul tema della sicurezza collettiva.

Trump pensa solo alle elezioni

Con l’uccisione di Qassem Soleimani, il comandante delle brigate al Qods del Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica, Trump ha commesso un gravissimo errore, tipico di chi pensa solo alle campagne elettorali ed al consenso. Come è noto, a novembre si voterà il nuovo Presidente USA.

Quel militare aveva un ruolo importantissimo. Era il responsabile delle operazioni all’estero della Repubblica Islamica iraniana: dalla lotta allo Stato Islamico al puntellamento dell’Iraq post-Isis, fino all’assedio di Aleppo e alla riconquista della Siria a favore di Bashar al-Assad.

Ovviamente, non mi schiero con un personaggio simile, ne mi convince la propaganda americana contro di lui, ma sono in grado di valutare le ripercussioni di quelle azioni.

Ebbene, con questo attacco Trump ha trasformato Soleimani in un martire per eccellenza, subito utilizzato dagli Ayatollah può ricompattare un paese profondamente diviso al proprio interno, anche per effetto del peggioramento delle sue condizioni economiche, e pertanto dell’aumento del malcontento. Nell’area medio orientale, inoltre, la mossa darà origine a una nuova ondata di destabilizzazione.

La giustificazione ufficiale è quella della difesa preventiva contro gli attacchi a obiettivi statunitensi che il generale Suleimani stava pianificando in Iraq. Un’accusa impossibile da verificare e, quindi, dalla dubbia legittimità giuridica.

Gli omicidi non trovano giustificazione nel diritto internazionale umanitario. In questo caso, inoltre, rappresenta una sfida alla sovranità nazionale di un governo nemico. Tutti fattori che sono un pericoloso precedente.

Per tutti.

Sono convinto che Trump abbia agito seguendo un mero calcolo politico interno.

L’uccisione di quel militare così potente nel Medio Oriente (e la debolezza del regime teocratico iraniano, che è un altro elemento di preoccupazione) può essere vantata da Trump davanti ai cittadini statunitensi in questo periodo elettorale.

Il problema sarà se non ha calcolato le conseguenze, ovvero se avrà la capacità di fare fronte a tutto quello che accadrà, nel breve e nel lungo periodo.

A meno che – ma questo sarebbe suicida solo pensarlo – non abbia voluto intenzionalmente avviare il tutto proprio per sfruttare gli accadimenti successivi in chiave di campagna elettorale.

Insomma, non vedo una sola ragione, una, per dire che si è trattato di una buona mossa.

Ci sarà una ragione per la quale, nonostante Soleimani fosse sulla lista dei ricercati da anni, e ben individuabile, diverse amministrazioni precedenti a quella di Trump non hanno agito nello stesso modo?

Ah dimenticavo. In Italia uno solo si è sperticato a dire che Trump ha fatto bene. Chi poteva essere se non quello che fa le stesse cose, ovviamente in proporzione, in Italia per lucrare consenso?

Si, proprio lui, Salvini.

Ha nuovamente dimostrato di essere pericoloso. Se fosse stato il premier avrebbe attirato l’attenzione verso l’Italia di tanti che vorrebbero vendicare l’atto compiuto da Trump.

Migranti, sapere per capire.

[Best_Wordpress_Gallery id=”1″ gal_title=”Migranti, sapere per capire.”]

In alcune slide i dati e le risposte alle domande più frequenti

 

 

Nuova missione italiana sulle coste libiche

Dal 1° agosto al 31 dicembre 2017 l’Italia parteciperà ad una missione di supporto alla Guardia costiera libica per perseguire una serie di compiti aggiuntivi rispetto a quelli previsti dal dispositivo aeronavale nazionale già presente nell’area del Mediterraneo centrale per garantirne la sorveglianza e la sicurezza.

Nel dettaglio, il supporto alle forze di sicurezza libiche è finalizzato alle attività di controllo e contrasto dell’immigrazione illegale e del traffico di esseri umani, garantirà:

  • la protezione e la difesa dei mezzi del Consiglio presidenziale – Governo di accordo nazionale libico (GNA) che operano per il controllo ed il contrasto dell’immigrazione illegale, distaccando, una o più unità assegnate al dispositivo per operare nelle acque territoriali e interne della Libia controllate dal Consiglio presidenziale – Governo di Accordo Nazionale (GNA) in supporto a unità navali libiche;
  • la ricognizione in territorio libico per la determinazione delle attività di supporto da svolgere;
  • la possibilità di svolgere attività di collegamento e consulenza a favore della Marina e Guardia costiera libica e la collaborazione per la costituzione di un centro operativo marittimo in territorio libico per la sorveglianza, la cooperazione marittima e il coordinamento delle attività congiunte.

Inoltre, potranno essere svolte attività per il ripristino dell’efficienza degli assetti terrestri, navali e aerei, comprese le relative infrastrutture, funzionali al supporto per il contrasto dell’immigrazione illegale.

La decisione di sostegno italiano è in linea con le due risoluzioni ONU sulla Libia: una chiede agli Stati membri di rispondere urgentemente alle richieste di assistenza del Governo di accordo nazionale; l’altra chiede agli Stati membri di assistere il Governo libico nel contrasto al traffico dei migranti.

La missione è stata richiesta dal Governo di accordo nazionale libico. Una svolta avvenuta in un contesto di assoluta fiducia reciproca, una fiducia che viene da lontano e che il Governo di accordo nazionale ci riserva per il comportamento che il nostro Paese ha tenuto in questi anni.
Un comportamento scevro da propaganda, proposte irrealizzabili, fantasie, ma sempre e comunque rispettoso del quadro delle regole internazionali, delle decisioni della comunità internazionale che l’Italia stessa ha contribuito a formare, della sovranità libica  e della nostra volontà di lavorare con loro, senza imporre le nostre ricette.
La richiesta di supporto offre, quindi, due certezze: sgombra il campo dalle visioni strumentali prospettate a seguito dell’incontro parigino tra Al Serraj ed il Gen. Haftar e riconosce all’Italia un ruolo primario nella vicenda libica, frutto della fiducia che quel Paese ripone nel nostro.

In questi anni l’Italia non è stata ferma, perché la stabilità della Libia è interesse nazionale, e non solo per la questione migranti. Avere a pochi metri uno Stato fallito pone condizioni nuove e pericolose nell’intera area del mediterraneo a noi confinante.

Per ulteriori informazioni sul ruolo dell’Italia, guarda il video del mio intervento in aula (http://www.vincenzodarienzo.it/media/missione-italiana-libia/)

 

Migranti, due importanti novità

Il premier del Governo di unità nazionale libico riconosciuto dall’ONU ha chiesto all’Italia di inviare proprie navi (militari) in acque libiche per contrastare il fenomeno della tratta degli esseri umani.
Contemporaneamente, la Commissione Unione Europea sta avviando la seconda fase delle  previste procedure di infrazione verso alcuni Paesi europei che non hanno rispettato le decisioni assunte tempo fa sul ricollocamento dei migranti giunti sulle nostre coste e su quelle greche.
Due notizie che segnano una svolta sul grave fenomeno del traffico di umani e sulla tenuta dell’Unione a fronte del mancato rispetto delle decisioni assunte collegialmente.
Finalmente.
Infatti, vanno considerati alcuni elementi: la Libia è il luogo preferito dai trafficanti in quanto quel Paese non è stabile e non vi è a breve la concreta possibilità di stabilizzarlo stante i contrasti tra le varie tribù ed i due governi esistenti; la maggioranza dei migranti sono economici, obbligati a spostarsi a causa delle gravi condizioni economiche dei loro Paesi; per fermare il flusso serve una soluzione per la Libia e per sostenere i programmi di sviluppo in quelle aree dell’Africa di origine e di transito dei migranti verso l’UE (Sahel, Corno d’Africa, Africa del Nord); anche il rimpatrio forzato di questi cittadini non risolverebbe il problema a causa della continua alimentazione dei flussi da parte di altrettante persone che sono già in partenza.
Dislocare navi militari italiane in prossimità delle coste libiche è sia il mezzo migliore per rispettare il diritto internazionale e la sovranità della Libia sia la concreta possibilità di impedire direttamente e personalmente le partenze da quelle spiagge.
Non sarà facile, si tratta di centinaia di chilometri di coste, ma non possiamo esimerci dal farlo.
La valutazione spetta adesso al nostro Ministro della Difesa, al quale ho chiesto di agire con tutta la determinazione possibile per risolvere definitivamente non già e solo l’arrivo di migranti in Italia, ma soprattutto di stroncare quel turpe traffico sulla pelle di migliaia di persone inermi e indifese.
Per quanto riguarda, invece, i Paesi europei che non hanno rispettato finora la decisione di ricollocare nel proprio territorio i migranti giunti in Italia e Grecia, spero che la procedura di infrazione vada avanti speditamente e giunga alla fase conclusiva in fretta.
Sia la Corte UE, come previsto, a sanzionare Ungheria, Polonia e Repubblica Ceca fino a sospendere i finanziamenti europei – ai quali l’Italia partecipa lautamente – a sostegno della crescita delle loro economie.

Guarda il video: http://www.vincenzodarienzo.it/media/migranti-libia-importante-novita/

Contro la radicalizzazione e l’estremismo violento di matrice jihadista

Abbiamo approvato la legge che prevede misure di prevenzione dei fenomeni di radicalizzazione e di diffusione dell’estremismo jihadista.

La legge prevede interventi e programmi diretti a prevenire fenomeni di radicalizzazione e di diffusione dell’estremismo violento di matrice jihadista, nonché a favorire la deradicalizzazione e il recupero in termini di integrazione sociale, culturale e lavorativa dei soggetti coinvolti, cittadini italiani o stranieri residenti in Italia.

Particolare attenzione è stata riservata prevenire episodi di radicalizzazione nell’ambito scolastico.

Già in passato abbiamo inserito fra gli obiettivi dell’espansione dell’offerta formativa lo sviluppo delle competenze in materia di cittadinanza attiva e democratica attraverso la valorizzazione dell’educazione interculturale e alla pace, il rispetto delle differenze e il dialogo tra le culture.

Con questa legge prevediamo un piano mirato sul dialogo interculturale e interreligioso, finalizzato a diffondere la cultura del pluralismo, sull’integrazione degli alunni stranieri e per l’intercultura, al fine di individuare soluzioni operative e organizzative per un effettivo adeguamento delle politiche di integrazione alle esigenze di una scuola multiculturale.

Abbiamo istituito il Centro nazionale sulla radicalizzazione (CRAD) con la finalità di promuovere e sviluppare le misure, gli interventi ed i programmi diretti a prevenire fenomeni di radicalizzazione e di diffusione dell’estremismo violento di matrice jihadista nonché a favorire la deradicalizzazione dei soggetti coinvolti attraverso un piano strategico nazionale redatto annualmente.

L’attuazione del Piano strategico nazionale sarà a cura dei Centri di coordinamento regionali sulla radicalizzazione (CCR), presso le Prefetture dei capoluoghi di regione. Il CCR è presieduto dal Prefetto o da un suo delegato ed è composto da rappresentanti dei competenti uffici territoriali delle amministrazioni statali, degli enti locali e da qualificati esponenti di istituzioni, enti e associazioni operanti nel campo religioso, culturale, educativo e sociale in ambito regionale, nonché delle associazioni e organizzazioni che operano nel campo dell’assistenza socio-sanitaria e dell’integrazione, nonchè delle organizzazioni sindacali dei datori di lavoro e dei lavoratori.

Infine, ai soggetti detenuti o internati per questo tipo di manifestazioni radicalizzate, sarà riservato un trattamento penitenziario che tenda, oltre che alla loro rieducazione, anche alla loro deradicalizzazione.

Siria, bombardamento, ma anche politica

Come prima reazione, lo dico senza nessuna remora: il bombardamento americano sulla base aerea siriana dalla quale sono partiti gli attacchi con armi chimiche è motivato dal grave errore che ripete quello già commesso da quel Paese tre anni fa contro i curdi iracheni.

Di fronte ad un crimine di guerra non si può restare in silenzio ad osservare perché si rischia di far passare un certo senso di impunità e bene hanno fatto tanti Paesi UE, Italia compresa, a dichiararsi favorevoli all’attacco americano.

Non indignarsi significa fare finta che l’ultimo attacco chimico contro una zona controllata dai ribelli siriani non ci sia stato o che chiudiamo gli occhi per non vedere.

Detto questo, ovvero che la punizione è motivata, purtroppo il bombardamento apre questioni politiche complesse e non tutte positive.

Innanzitutto sono stati compromessi i rapporti fiduciari con la Russia. Non escludo che il dittatore siriano abbia agito di nuovo – lo aveva già fatto – perché indotto a ritenersi immune grazie alla sostanziale copertura che Putin gli sta concedendo in ogni consesso internazionale. Una spalla forte come la Russia certamente riequilibra la potenza USA e la sua influenza nell’area mediorientale. Ma la Russia deve comprendere che il suo favore non può trasformarsi in immunità per qualcuno e che quelle coperture potrebbero infangare lo stesso nome di Putin che, a quel punto, diventerebbe complice di queste atrocità.

C’è poi la secolare contrapposizione sunniti/sciiti, sempre sullo sfondo e sempre foriera di guerre e divisioni.

Il bombardamento USA ha unito gli sciiti – Iran, potere siriano e governo iracheno – ed ha ulteriormente alimentato la contrarietà sunnita, Arabia Saudita in primis. L’instabilità che si è determinata è evidente e davvero non si comprende in che modo quei Paesi che dovrebbero collaborare tra loro per una soluzione possano farlo.

L’attacco americano potrebbe essere utilizzato da Siria e Iran per proseguire nelle loro azioni allo scopo di provocare la Casa Bianca in un modo o nell’altro.

Sono tutte questioni che un’azione armata non può risolvere, perché è un conflitto nel quale si mischiano vari elementi

Nessun rimpianto sul bombardamento, ma adesso tocca alla politica ed alla mediazione, o niente si risolverà.

 

Il terrorismo dei lupi solitari

Dopo l’attentato di Londra, riemerge il tema degli attentati terroristici di matrice islamista realizzati dai cd. “lupi solitari”.

Tra i vari scenari osservati nel corso dell’esperienza operativa, quello più insidioso è relativo ai soggetti estremamente radicalizzati che non hanno alcun tipo di contatto con i vertici dell’Isis e che quindi possono agire a loro discrezione e in totale autonomia dallo Stato Islamico che poi, nel caso in cui l’attentato venga compiuto, rivendica comunque come propria l’azione.
Paradossalmente, sono proprio i lupi solitari che, nonostante l’assenza di qualsiasi supporto, riescono a compiere attentati efferati con numerose vittime. Ricordo Berlino, Nizza, Orlando.
Colpisce, come nell’atto di Londra, la volontà suicida dei terroristi pronti a compiere attentati con mezzi minimi, una macchina e un coltello, ad esempio, consapevoli che la propria fine è quasi certa.
A differenza di altre modalità terroristiche, nelle quali vengono comunque lasciate tracce della condotta, in questi casi l’attività di prevenzione si presenta più difficoltosa in quanto la loro individuazione non è affatto agevole trattandosi di soggetti non formalmente aderenti all’organizzazione terroristica che anzi, il più delle volte, conducono un tenore di vita apparentemente regolare senza dare evidenti segni esterni della loro avvenuta radicalizzazione se non proprio a ridosso del compimento dell’attentato terroristico.
Non è un caso che a questa categoria di terroristi si rivolge spesso la campagna di incitamento dello Stato Islamico a compiere attentati, con l’esplicito invito a colpire con qualsiasi mezzo negli Usa e in Europa.
Addirittura, è provato che l’ISIS ha creato una struttura apposta, riconducibile in tutto e per tutto ad un servizio segreto. La struttura in questione è ben organizzata e si articola in diverse aree territoriali essendo previsti un servizio “affari europei”, un servizio “affari asiatici” e un servizio “affari arabi”.
Che fare?
Per contrastare il fenomeno dei “lupi solitari”, abbiamo previsto fattispecie di reato prima inesistenti come, ad esempio, la punizione con la pena della reclusione da cinque a dieci anni di colui che
si autoaddestra ponendo in essere comportamenti univocamente finalizzati al compimento di condotte di terrorismo.
Abbiamo previsto reati anche per l’utilizzo della rete internet, principale strumento di propaganda e informazione.
Infatti, la Polizia postale e delle comunicazioni terra’ costantemente aggiornata una e-list dei siti Internet che vengano utilizzati per la commissione di reati di terrorismo.
Gli internet providers dovranno oscurare i siti e rimuovere i contenuti illeciti connessi a reati di terrorismo pubblicati sulla rete.
Abbiamo stabilito – ed è una norma molto utilizzata – l’espulsione amministrativa per motivi di prevenzione del terrorismo nei confronti degli stranieri che svolgano rilevanti atti preparatori diretti a partecipare ad un conflitto all’estero a sostegno di organizzazioni che perseguono finalità terroristiche.

Medio oriente, Libia e superpotenze

Come membro della Commissione Difesa, ho partecipato ad alcuni incontri con Ambasciatori e autorevoli esponenti della diplomazia internazionale per valutare gli attuali scenari nel mondo arabo e medio orientale.
Non ci sono dubbi che l’ascesa di Trump alla Casa Bianca ha determinato un certo grado di imprevedibilità.
Non solo a parole, ma anche nell’ultimo libro del neoeletto Presidente emergono le critiche sia all’Iran sia alle politiche dal suo predecessore. Esse si inseriscono nel teatro mediorientale
soggetto a rapidi mutamenti che spingono a un riadattamento costante della strategia dei vari attori coinvolti.
Quindi, se alle parole seguiranno i fatti – va considerato che oltre al neoeletto Presidente, anche la nuova squadra di governo e la maggioranza repubblicana al congresso la pensano così – nei prossimi quattro anni il ruolo degli Stati Uniti può compromettere le azioni di conciliazione che sia Obama che l’Unione Europea hanno condotto in questi anni.
Da tenere presente, inoltre, che l’ingresso forte nello scenario della Russia e la simpatia di questa verso l’asse sciita che oggi governa la Siria, l’Iraq e l’Iran, crea, nei fatti, un dualismo come negli anni della guerra fredda: da una parte gli USA più vicini ai sunniti (più per risulta che per scelta) e ad Israele e dall’altra la Russia ed i suoi rapporti con il mondo sciita.
In questo reticolato la fossilizzazione di centri di potere antagonisti rendono complesso l’isolamento di qualche Paese in particolare, ma, soprattutto, una possibile soluzione di carattere generale.
Va considerato, inoltre, che l’Iran, vistosi isolato, si è sempre più spostata verso
la morsa cinese sia a livello economico che strategico, offrendo a Pechino una sponda per iniziare l’insediamento nell’area.
Insomma, gli attori nell’area mediorientale non sono più solo i Paesi che vi appartengono, bensì grandi superpotenze che hanno interessi contrastanti tra loro.
In tutto questo gioco geopolitico non vi sono notizie di azioni verso la Libia, che resta il nostro problema numero uno, a causa della vicinanza geografica e dei flussi immigratori che provengono da lì.
Qui ci sarebbe lo spazio per l’Unione Europea che, in realtà, purtroppo non riesce a svolgere con forza il proprio ruolo. Oltre le missioni in corso nel Mediterraneo, sul terreno libico non vi sono segnali di impegno tale da far sperare in una soluzione stabile e duratura per quel Paese.
L’Italia, invece, è fortemente impegnata per la stabilizzazione e, per questa ragione, da un mese abbiamo riaperto l’Ambasciata italiana a Tripoli dopo tre anni di assenza.

Immigrazione: sicurezza e accoglienza

Il Capo della Polizia con una circolare inviata a tutte le Questure italiane ha chiesto di conferire massimo impulso all’attività di “rintraccio dei cittadini dei Paesi terzi in posizione irregolare, in particolare attraverso una specifica attività di controllo delle diverse forze di polizia”.

In soldoni, l’ordine è quello di individuare i clandestini per poi allontanarli dal Paese attraverso una preventiva pianificazione dei servizi mirati.

Saranno i Comitati provinciali per l’ordine la sicurezza pubblica a “stabilire l’attivazione di piani straordinari di controllo del territorio volti non solo al contrasto dell’immigrazione irregolare ma anche allo sfruttamento della manodopera e alle varie forme di criminalità che attingono dal circuito della clandestinità”.

Non ci sono dubbi che la crescente pressione migratoria e il nuovo scenario internazionale connotato da instabilità e da minacce impongono la massima attenzione per garantire la sicurezza dei cittadini.

Sebbene non vi siano elementi tali per affermare l’equazione immigrazione/terrorismo, appare necessario il controllo di tutti coloro che giungono nel nostro Paese. Una precisazione doverosa: i migranti, economici e non, che approdano sulle nostre coste sono tutti identificati e autorizzati. Solo alla fine dei controlli e delle procedure previsti, è possibile fare una distinzione tra chi ha diritto e chi no.

La circolare potrebbe apparire un cambio di passo rispetto al passato. In realtà, è abbastanza normale che in un Paese si combatta il contrasto dell’immigrazione irregolare ma anche allo sfruttamento della manodopera e alle varie forme di criminalità che, come è noto, attingono dal mondo della clandestinità.

Certo, riattivare i Centri di identificazione ed espulsione potrebbe apparire un ritorno al passato, ma non vi sono dubbi che se non sono coniugate la sicurezza e l’accoglienza, le politiche di integrazione perdono di efficacia perché i cittadini non riscontrano una pari severità ed efficacia in quelle rivolte al contrasto dei fenomeni illegali.

Con questa scelta, inoltre, il segnale all’Unione Europea è chiaro: noi rafforziamo i controlli e l’identificazione dei migranti, aumentiamo i rimpatri per gli irregolari, ma chiediamo maggiore solidarietà ai Paesi più recalcitranti, in primis per rivedere il Trattato di Dublino e poi per attuare il piano di delocalizzazione nei vari Paesi UE di coloro che giungono sulle coste italiane.