La strategia geopolitica

Ormai è chiaro che l’invasione della Russia è un’azione che va ben oltre il territorio dell’Ucraina e minaccia gli interessi dell’Unione Europea.

E lo è ancora più chiaro nel momento in cui l’aggressore Putin imputa la colpa della sua scelta alla NATO e agli USA.

Infatti, entrambi non hanno le responsabilità citate da colui che sta bombardando indiscriminatamente i civili.

La decisione di Putin ha a che vedere con l’allargamento dell’Unione Europea e, quindi, all’influenza che questa, alleata fondamentale dell’occidente e in gran parte membro NATO, sta assumendo nell’area dove egli ritiene di avere un diritto.

(Ne ho parlato qui https://www.vincenzodarienzo.it/il-sostegno-delleuropa-alle-forze-armate-ucraine/)

L’Europa deve fermare chi ha violato la legalità internazionale con l’invasione.

Per questa basilare ragione, l’UE non può fare altro che scegliere il campo giusto della storia, quello democratico, e fermare la guerra il più presto possibile.

Per farlo, è necessario che l’Ucraina resista e che la Russia non vinca.

Solo questo può evitare altri passi simili in futuro.

Ho detto “che la Russia non vinca”, e, pertanto, non penso che “debba perdere”.

Infatti, l’obiettivo deve essere la salvaguardia della sovranità e dell’integrità territoriale dell’Ucraina, senza tentare di ottenere l’umiliazione della Russia, affinché sia l’Ucraina stessa a definire le condizioni per i negoziati.

Forte di questa convinzione, riesco a leggere e interpretare correttamente le informazioni che la stampa ci propina.

Ad esempio, è stato incredibile quanto accaduto sul messaggio troncato del discorso di Stoltenberg, segretario generale della Nato.

E’ stato riportato quando ha detto che “la disponibilità espressa da Zelensky di cedere la Crimea non sarà mai accettata dalla NATO” ed è stato troncato quanto ha aggiunto, ovvero che “saranno però il governo e il popolo ucraino a decidere in maniera sovrana su una possibile soluzione di pace”.

Questo passaggio fondamentale non è stato riportato ingenerando la convinzione che la NATO vuole la guerra. Così, si fa il gioco di Putin.

Devo ricordare, peraltro, che tranne sette Paesi, il resto del mondo non ha riconosciuto l’annessione della Crimea, quindi, il tema non si pone.

Che dolore, poi, il paragone che gli ammiratori di Putin fanno tra la resistenza ucraina e quella italiana, citata strumentalmente solo per dire che la Resistenza italiana aveva la possibilità di vincere, mentre quella ucraina no.

E quando ripetono che il Donbass non vale una messa? Riducono il confronto ad una sperduta regione dell’Ucraina, come se quello fosse il problema.

La smettano i putiniani di casa nostra e comprendano che la sicurezza dell’Europa si basa anche sull’indipendenza dalla Russia e sulla cooperazione con questo Paese e che è la volontà di potenza di Putin che ha portato la guerra in Europa.

Questo disegno va respinto e per farlo la Russia va costretta alla pace.

Solo così potremmo stare tranquilli in futuro.

Invasione dell’Ucraina. Lo stato attuale

La guerra in Ucraina entra nel terzo mese e si inaspriscono i toni dello scontro tra Stati Uniti e Russia.

L’America punta sempre più ad indebolire la Russia e ciò è possibile attraverso il sostegno militare all’Ucraina per fermare l’avanzata russa sul campo, allo scopo di ridimensionare la macchina da guerra del Cremlino anche negli anni a venire.

La Russia ha risposto facendo riferimento al “rischio di una terza guerra mondiale”.

Intanto, il conflitto inizia a coinvolgere anche la capitale della Transnistria, territorio separatista e filorusso della Moldavia

La risposta, militare e politica, è stata aggiornata pochi giorni fa. I ministri della Difesa e i capi di stato maggiore dei membri Nato più altri paesi alleati, tra cui Finlandia e Svezia, si sono riuniti in Germania presso la base aerea di Ramstein. All’ordine del giorno del summit che ha visto riuniti una quarantina di paesi, oltre a nuovi aiuti per l’Ucraina, anche il tema della difesa nel lungo periodo in Europa.

Abbandonando le cautele mostrate finora, la Germania ha deciso che invierà in Ucraina tank antiaerei e addestrerà i soldati ucraini all’uso dei sistemi di artiglieria in territorio tedesco.

Intanto, c’è stato un attacco terroristico in Transnistria, area della Moldavia che confina con l’Ucraina occidentale, controllata da separatisti filo-russi che ospita permanentemente un contingente di 1.500 soldati russi e un grande deposito di armi.

E’ sempre più evidente che l’obiettivo della nuova offensiva di Mosca sia prendere il controllo dell’Ucraina meridionale e ottenere l’accesso alla Transnistria, alimentando il timore che il conflitto in Ucraina possa estendersi al piccolo paese dell’Europa orientale.

Intanto, secondo l’Onu, sono più di 5 milioni gli ucraini fuggiti dal paese per cercare riparo da guerra e violenze. Una cifra che, se il conflitto si protrarrà, potrebbe raggiungere quota 8 milioni entro l’anno.

Ad oggi, ogni speranza di colloquio, almeno in questa fase, sembra scomparsa dai radar.

Perché il prezzo del gas sale e scende?

Nella nostra economia il gas ormai ha un ruolo fondamentale. Non solo per produrre energia elettrica, garantire l’illuminazione pubblica, il riscaldamento ed il condizionamento, ma anche per far funzionare le nostre industrie, in particolare quelle cd. Energivore, più che necessarie per produrre beni irrinunciabili in tantissimi settori commerciali e industriali.

Il gas è diventato ancora più importante anche a causa dei cambiamenti climatici. Meno acqua c’è, meno energia producono le nostre centrali termoelettriche.

Il prezzo del gas viene governato dalla borsa europea che si trova ad Amsterdam. Gli intermediari fissano il prezzo sulla base dell’aspettativa che il metano sia carente o in eccesso sul medio-lungo termine.

Si tratta di una normale azione del mercato in base alla quale i contratti prevedono la consegna del bene, ma il pagamento del prezzo pattuito avviene a una data futura prefissata e non nel momento in cui le parti, acquirente e venditore, raggiungono l’accordo. Questi contratti vengono negoziati in Borsa.

Le negoziazioni subiscono, ovviamente, l’influenza delle informazioni economiche condizionate dal conflitto in corso. Ad esempio, è bastato far filtrare la volontà che il pagamento in rubli del gas, condizione non scritta nei contratti con gli operatori europei, non sarà previsto fino al prossimo mese per far scendere il prezzo dei contratti “futuri” del gas, anche se di poco.

La domanda attuale, comunque, è: l’Europa può sostituire il gas russo? E come?

Non è semplice. Il gas russo, che paradossalmente, costa meno se comprato direttamente dalla Russia anziché alla Borsa di Amsterdam, viaggia su una rete di gasdotti già preordinata che alimenta le forniture in maniera puntuale seppur il rubinetto di quanto metano viaggia sulla rete lo decide principalmente Mosca, all’interno dei perimetri stabiliti dai contratti.

Il taglio netto, però, farebbe venire meno introiti per la Russia tra gli 800 milioni e 1 miliardo di euro al giorno, solo per l’Europa.

Il governo ha avviato contatti con Algeria e Azerbaijan (Paesi-fornitori di metano che transita su due gasdotti che arrivano in Italia: il Tap a Melendugno in Puglia, il Transmed che si aggancia alla rete di Snam a Mazara del Vallo in Sicilia), Angola, Congo, Qatar e forse Mozambico, per disintermediare le forniture russe sostituendole con gas naturale liquefatto prodotto da questi Paesi per sostituire la quota di import di metano russo che l’anno scorso ha toccato i 29 miliardi di metri cubi, il 38% del nostro fabbisogno.

Ovviamente, il prezzo del gas naturale liquefatto è in salita, sia per l’aumento della domanda in futuro (qui ritorna il ragionamento sui contratti “futuri”) a fronte di un’offerta che per almeno due/tre anni resterà tale ad oggi, sia perché non si riesce fare a meno del gas russo in pochi mesi e sia perché non è possibile dotarsi in breve tempo di rigassificatori in grado di compensare i circa 150 miliardi di metri cubi importati in Europa nel 2021 dalla Russia.

A Verona arrivano i cosacchi!

Verona ha un’evidente centralità nelle relazioni politiche e negli intrecci ideali con la Russia funzionali a creare condizioni favorevoli al percorso politico di Putin e all’espansione degli interessi economici russi nonché per favorire l’affermazione di un pensiero ortodosso e conservatore su temi quali la famiglia e i diritti civili.

Nel tempo, Verona è stata molto frequentata da diversi soggetti russi, oggi interdetti e sanzionati dall’Unione Europea per il loro ruolo nella società russa a sostegno di Putin o perché finanziatori delle sue guerre.

Dall’annessione russa della Crimea e poi dalla crisi nel Dombass, entrambe del 2014, diversi politici veronesi hanno organizzato eventi per diffondere le ragioni di Putin.

Hanno frequentato la città di Verona allargando, presumibilmente, le proprie relazioni e conoscenze, politiche, economiche e sociali, i seguenti soggetti:

  • Igor Sechin, amministratore delegato di Rosneft, compagnia petrolifera dello Stato russo e uno dei maggiori produttori mondiali di petrolio greggio, uno dei consiglieri più fidati e più stretti di Putin, nonché suo amico personale. È destinatario delle sanzioni dal 28 febbraio 2022;
  • Alexander Nikolayevich Shokhin, presidente dell’Unione russa degli industriali e degli imprenditori, un gruppo lobbistico che promuove gli interessi delle imprese in Russia, Destinatario delle sanzioni dal 15 marzo 2022;
  • Vladimir Solovyov, conduttore televisivo e radiofonico, vicinissimo a Putin. Destinatario delle sanzioni dal 23 febbraio 2022;

I medesimi sono stati invitati dall’Associazione Conoscere Eurasia, espressione del Consolato Onorario della Federazione Russa in Verona, nel cui direttivo ci sono russi e veronesi.

L’evento è stato co-organizzato con il quotidiano economico di proprietà dell’oligarca Ališer Burchanovič Usmanov, destinatario delle sanzioni dal 28 febbraio 2022, e da VTB, il secondo istituto di credito russo controllato al 60,9% dal Governo russo il cui Presidente, Andrea Kostin, membro del consiglio supremo del partito Russia Unita, è destinatario delle sanzioni dal 23 febbraio 2022.

Verona è stata anche sede, nel 2019, della tappa italiana della XIII edizione del Congresso mondiale delle famiglie, il cui ospite d’onore fu Alexey Komov, leader del progetto identitario ultranazionalista che lavora per la fondazione finanziatrice della destra integralista ortodossa creata da Konstantin Malofeev, oligarca russo ultra-nazionalista sotto sanzioni dal 30 luglio 2014 In quell’occasione l’evento fu patrocinato dal Ministero per la famiglia e la disabilità guidato dal Ministro (veronese) Lorenzo Fontana, molto attivo nei rapporti con la Russia.

Successivamente all’annessione russa della Crimea del 2014, politici veronesi hanno promosso i legami tra l’Italia e i territori occupati attraverso la partecipazione all’International Economic Forum di Yalta, evento organizzato dal Cremlino per far incontrare politica e affari nella Crimea illegalmente annessa, e, pochi giorni dopo, fu approvata una risoluzione dal Consiglio Regionale Veneto con cui veniva chiesto di rimuovere le “inutili sanzioni” alla Russia, di “condannare la politica internazionale dell’Unione europea” e di “riconoscere la volontà espressa dal Parlamento di Crimea e dal popolo mediante un referendum”.

Nel 2018, un consigliere comunale, nonché deputato, propose con successo di revocare la cittadinanza onoraria all’allora presidente ucraino Poroshenko.

Lo scorso 20 marzo, una conferenza intitolata “Russia Ucraina – le cause di un conflitto”, caratterizzata da una narrazione assolutoria nei confronti della Russia, in cui sono intervenuti numerosi esponenti politici che nel corso degli anni hanno preso posizioni convintamente a sostegno della Federazione Russa e dell’operato del presidente Putin.

Nell’ufficio del sindaco di Verona, l’unico sindaco in Italia, è ben esposta una immagine del Presidente Putin.

A Verona è presente il responsabile dell’ufficio territoriale a Verona della Repubblica Popolare di Donetsk (Donbass), non riconosciuta dall’Unione Europea, nonché presidente dell’Associazione Veneto-Russia.

A Verona una lista civica per le elezioni comunali denominata “Verona per la libertà”, ha recentemente scritto una lettera aperta all’Ambasciata Russa in cui afferma di prendere le distanze dalle scelte del Governo italiano nella questione del conflitto tra Russia e Ucraina.

Non si tratta di eventi casuali. In questa città si è, di fatto, costituito uno spazio dal quale si propagano iniziative apparentemente scollegate tra loro, ma idealmente comprensibili in un progetto di radicamento e di diffusione di certe idee conservatrici sui diritti, nonché prodromiche a favorire programmi economici e di influenza benevola verso la Russia.

I fatti descritti appaiono inquietanti e deleteri per l’immagine del nostro Paese e consentono la penetrazione nella nostra democrazia di pericoli per la sicurezza nazionale e come tali vanno seguiti con scrupolo.

Per questa ragione, ho interrogato il Presidente Draghi ed il Ministro dell’Interno perché diventino  pubbliche le iniziative urgenti da adottare per garantire la trasparenza della vita democratica, nonché per contrastare quella pericolosa influenza e per sapere se, nelle tante occasioni, i soggetti de quo siano stati accompagnati da collaboratori e se siano noti i profili dei medesimi.

La lettera dell’odio

La lista civica “Verona per la libertà” che sostiene Alberto Zelger, già consigliare comunale della Lega, a candidato sindaco, ha inviato una delirante lettera all’Ambasciata russa.

Si legge:

Spett. Ambasciata,

con la presente vorremmo significarvi il nostro personale dissenso verso le decisioni dissennate che il nostro Governo sta prendendo nella questione della guerra fra il vostro paese e l’Ucraina.

 Il Presidente Draghi non ci rappresenta, nessuno l’ ha voluto  e, inoltre, perpetua decisioni lontane dal nostro modo di intendere le questioni di natura nazionale e internazionale.

Pertanto, la preghiamo di tenere in considerazione che il popolo italiano è stretto in una morsa legislativa da cui fatica a liberarsi a causa delle continue fittizie emergenze orchestrate ad hoc dal Consiglio dei Ministri e dal Presidente Draghi.

L’invio a sorpresa di armi ad una delle due parti ha lasciato tutti sgomenti e nelle strade non si parla che di questo.

Un’antica amicizia lega i nostri paesi, un ormai consolidato rapporto socio-economico ci ha fatto conoscere ed apprezzare vicendevolmente e, non ultimo, il reciproco scambio artistico e culturale ha dilettato i nostri popoli sin dal ‘700.

Non possiamo assistere inermi allo scempio che si sta compiendo in poche settimane per annientare tutto questo, a causa di un nugolo di persone che occupa, senza consenso, gli scranni del potere.

Vogliate aiutarci a resistere e considerate le nostre lotte per il ripristino della democrazia e della Costituzione Italiana.

Con ossequio.”

Al peggio non c’è mai fine.

Pensavo si fossero superati con le loro posizioni no vax e contro il green pass, ma questa azione  sconcertante supera ogni limite.

Io penso che stare dalla parte di Putin equivalga a condividere le sue azioni criminali.

Verona potrebbe essere solo la punta dell’iceberg e che circoli gente che pensa che si possano commettere crimini orrendi, occupare un altro Paese, torturare i civili, bombardare gli ospedali, c’è da preoccuparsi.

Se a certa gente non viene data una risposta dura e tempestiva, questi pensano che possano tranquillamente dire ogni cosa.

Mentre in Russia, il paese che amano, gli oppositori vengono avvelenati, da noi la democrazia, che questi non amano, risponde con le leggi.

Ecco, io credo che questa lista sia un pericolo.

Per questo, sono intervenuto in Senato per richiamare l’attenzione del Ministro dell’Interno affinché siano valutati con scrupolo i fatti accaduti e, soprattutto, i contorni di un’organizzazione che si propone al voto con deliranti proclami che vanno contrastati in ogni modo.

Le spese militari in Italia

Il dibattito di questi giorni ha puntato l’attenzione sulle spese militari del nostro Paese, facendo assumere alle stesse quasi una caratterizzazione “di guerra”.

In realtà, i dati non dicono questo.

La spesa militare in rapporto al Pil non ha subito grandi variazioni nel corso degli anni:

  • partendo dall’1,09 per cento del Pil nel 1995, negli anni seguenti la spesa si è stabilizzata attorno all’1,29 per cento;
  • dal 2002 si è registrato un nuovo calo, fino al minimo storico del 2006 (0,9%). Prima della pandemia, il rapporto si è stabilizzato su valori più bassi di quelli dei trent’anni precedenti (in media, l’1% sul PIL);
  • nel 2020 c’è stato un aumento dovuto sia all’incremento degli stanziamenti (circa 1,6 miliardi), sia alla caduta del Pil a causa dalla crisi Covid-19. Anche nel 2021 gli stanziamenti sono aumentati di altri 2,2 miliardi rispetto all’anno precedente. In quel biennio, quindi, la media è passata all’1,20% del PIL.

Nel contesto internazionale, l’Italia si colloca al centoduesimo posto (su 147 paesi considerati) per spesa militare su Pil, sotto tutti i G7 tranne il Giappone, e sotto la mediana UE (1,6 per cento) e NATO (1,8 per cento).

La riforma del 2012 che revisionava lo “strumento militare nazionale” fissava la composizione della spesa: 50 per cento per il personale, 25 per cento per l’investimento militare (es. armamenti, tecnologie, ecc.) e 25 per cento per l’esercizio (es. addestramento e formazione, mantenimento dei mezzi e delle infrastrutture, ecc.).

Gli obiettivi sono ancora da raggiungere, in particolare il terzo obiettivo.

La spesa militare italiana per la NATO

Così come gli altri membri della NATO, entro il 2024 l’Italia si è impegnata a rispettare i seguenti punti:

  1. spesa per la difesa rispetto al Pil del 2 per cento;
  2. componente di investimento militare del 20 per cento (secondo le definizioni NATO).

A che punto siamo nel rispettare gli impegni assunti?

Il bilancio previsionale per il 2021, rivisto secondo le definizioni NATO, ammonta a 24,4 miliardi di euro (1,37 per cento del Pil). In questo stanziamento è compresa anche la spesa pensionistica del personale militare e civile sostenuta dall’INPS.

Mentre paesi come Stati Uniti, Regno Unito e Francia hanno già raggiunto l’obiettivo della spesa su Pil al 2 per cento, l’Italia è ancora molto al di sotto. Mancano circa 16,5 miliardi rispetto al 2021.

Il secondo impegno (20 per cento della spesa in “investimenti”, ossia in armamenti) è stato raggiunto.

L’economia di guerra

Dall’inizio del conflitto tra Russia e Ucraina, l’economia Ue ha già perso lo 0,5% di crescita economica (dal 4,2% previsto a inizio anno a un 3,7% oggi). Inoltre, se gli scontri dovessero proseguire e le sanzioni ulteriormente inasprirsi, il prezzo in termini di crescita mancata potrebbe essere ben più salato, arrivando a un rallentamento superiore (fino al 2% del PIL). Sempre molto meno rispetto a ciò che potrebbe accadere in Russia (-10%), ma pur sempre un rallentamento significativo.

Rispetto a inizio marzo lo shock sulle materie prime sembra rientrare, ma i prezzi rimangono molto più elevati rispetto a inizio crisi, e si inseriscono in un contesto di aumenti già molto netti da almeno un anno.

Gli effetti più forti del conflitto saranno quelli indiretti: i costi dell’energia, in particolare, stanno mettendo e continueranno a mettere in seria difficoltà le industrie europee. Soprattutto quelle più energivore, ma non solo.

Lo spettro della stagflazione (bassa crescita e alta inflazione) è una minaccia sempre più concreta. A determinare le sorti dell’economia europea sarà tuttavia soprattutto la durata del periodo di stagflazione (“solo” un anno o di più?). Da questa dipende la probabilità che il rallentamento economico e il rialzo dei prezzi, insieme, abbiano o meno un forte impatto sulla tenuta complessiva dei sistemi economici europei.
In questo quadro, può esserci un “shock dell’offerta” per i mercati energetici?

Lo shock sul mercato petrolifero, ovvero nel caso le sanzioni o le rinunce all’acquisto da parte dei consumatori escludessero dal mercato l’intera quota di esportazioni russe, le perdite ammonterebbero al 7,5% della domanda mondiale.
Si tratterebbe di uno shock di offerta più grande persino delle due crisi petrolifere degli anni Settanta, la prima delle quali costrinse l’Occidente a un periodo di austerity e rischiò di spingere il mondo verso la stagflazione.

Cosa accade dal punto di vista commerciale e finanziario?

Le esportazioni di beni alla Russia rappresentano solo lo 0,6% del PIL dell’Unione europea.

La Russia non costituisce una meta particolarmente ambita per gli investitori comunitari: le sanzioni che hanno seguito l’annessione russa della Crimea, il rischio politico e la bassa diversificazione dell’economia non rendono la Russia – al netto degli idrocarburi – un partner economico ideale. L’esposizione totale risulta quindi piuttosto limitata per l’Unione europea e ancor più ridotta per le grandi economie dell’Eurozona.

L’esposizione dell’Italia è inferiore all’1%.

Insomma, anche nello scenario peggiore di una cessazione delle esportazioni e di perdita delle risorse investite in Russia, l’effetto sul PIL dei principali Paesi europei sarebbe piuttosto contenuto

E gli impatti economici indiretti del conflitto?

L’aumento dei prezzi delle materie prime, soprattutto quelle energetiche, mette decisamente in difficoltà i sistemi economici di molti paesi del mondo.

Nel caso dei paesi europei, una conseguenza indiretta del conflitto che pesa molto è quella dell’aumento dei prezzi dell’energia, sia a livello mondiale (quello del petrolio e, in parte, del carbone), sia regionale (il gas naturale, in cui la Russia occupa una posizione di mercato dominante).

In particolare, i prezzi del gas naturale spot in Europa gravitano oggi a livelli di oltre cinque volte superiori rispetto a quelli di inizio 2021.

Nel comparto industriale e manifatturiero, a soffrire saranno soprattutto quelle aziende ad alta intensità energetica, ovvero quelle che utilizzano maggiore energia per produrre la stessa quantità di valore aggiunto. Tra loro troviamo i settori chimico e petrolchimico, quello della lavorazione dei minerali non metalliferi (come la ceramica, il vetro, il cemento, ecc.) o quelli per la produzione di legno e carta. Si tratta di settori che, insieme, costituiscono circa il 5% del PIL europeo.

Non è tuttavia detto che ci si fermi qui. Settori a bassa intensità energetica ma che contribuiscono molto al PIL europeo, come i mezzi di trasporto e l’edilizia (insieme, il 10% del PIL dell’UE a 27), potrebbero risultare comunque colpiti dall’aumento dei prezzi dei loro input, che siano a loro volta prodotti in Ue o in paesi terzi.

Cos’è la “stagflazione”?

E’ una delle situazioni economiche peggiori che un paese possa trovarsi ad affrontare. Si tratta di uno scenario in cui, a fronte di una crescita del Pil bassa o addirittura negativa, l’inflazione rimane su livelli piuttosto elevati e comunque decisamente più alti dell’aumento del Pil. Il risultato è quello di un’economia sostanzialmente ferma o in recessione, che deve però far fronte ad un aumento generalizzato dei prezzi che erode il potere di acquisto delle famiglie.

Se la situazione attuale dovesse protrarsi a lungo, con i prezzi di energia e generi alimentari alle stelle e l’inflazione complessiva che potrebbe superare il 7%, sarebbero i nuclei a reddito medio-basso (e dunque più vulnerabili dal punto di vista finanziario) ad essere maggiormente colpiti.

Ciò inciderebbe sul reddito disponibile di individui e famiglie aggravando ulteriormente disoccupazione, povertà e disuguaglianze economiche e sociali, che erano già state amplificate dalla pandemia.

Quanto e cosa importa l’UE dalla Russia?

Quanto e cosa importa l’UE dalla Russia?

La Russia è sempre stata un partner commerciale importante per l’Unione Europea, tanto che nel 2021 ha importato beni per 158,5 miliardi di euro, pari al 7,9 per cento delle importazioni totali dai paesi extra-UE. Quel Paese è la terza fonte di importazioni verso l’Unione.

Si tratta quasi interamente di materie prime e di manufatti di base, prevalentemente idrocarburi e carbone.

Le importazioni hanno avuto un andamento altalenante. Dallo scoppio della crisi finanziaria globale (settembre 2008), le importazioni dalla Russia sono crollate, passando da 1,55 per cento del Pil nel 2008 a 1,08 per cento nel 2009, in linea con la riduzione del commercio internazionale in quell’anno.

Da giugno 2009 fino alla crisi della Crimea nel 2014, le importazioni sono risalite superando i livelli pre-crisi.

Successivamente, con le sanzioni dell’Unione Europea contro la Russia dopo il conflitto in Crimea, le importazioni su Pil sono tendenzialmente scese, ma nel 2021 c’è stato un rimbalzo (dopo la caduta nel 2020, dovuta all’abbassamento del commercio internazionale e del prezzo delle materie prime) connesso alla ripresa economica globale (che ha fatto salire il prezzo degli idrocarburi).

Le importazioni riguardano soprattutto materie prime (e soprattutto idrocarburi per l’87 per cento) o manufatti di base.

L’importazione degli idrocarburi e del carbone per il fabbisogno energetico interno dell’Unione è necessaria perché autonomamente è in grado di soddisfare solo il 10 per cento e, pertanto, con le importazioni dalla Russia si soddisfa il restante consumo.

Ad esempio, la Russia forniva nel 2021 il 45,8 per cento per l’import europeo del gas naturale in stato gassoso, il 29,8 per cento per il petrolio e il 44,8 per cento per il carbone. Inoltre, l’UE dipende dalla Russia per quasi un terzo delle importazioni di legno e sughero.

Il 22,6 per cento di quello che l’Europa importa dalla Russia è costituito da manufatti, ma si tratta quasi interamente di manufatti di base. In termini di dipendenza dalla Russia sul totale delle importazioni extra-UE, la dipendenza è particolarmente forte per i fertilizzanti, seguita dai prodotti metallici non ferrosi e da quelli in ferro e acciaio.

Anche l’Italia importa dalla Russia principalmente idrocarburi e carbone e, tra i prodotti manufatti, quelli metallici non ferrosi, in ferro e acciaio, in legno e sughero e in carta.

Questi dati ci dicono di quanto peseranno sulla crescita europea e italiana le sanzioni che la Comunità Internazionale sta infliggendo alla Russia a causa dell’aggressione ai danni dell’Ucraina.

Russia – Ucraina, alcuni dati in pillole

I negoziati vanno a rilento, sull’Ucraina continuano a piovere bombe e decine di migliaia di rifugiati sono in fuga da città dell’est e del centro del paese.

Intanto, secondo l’esercito ucraino la Russia sta cercando di accerchiare Kiev eliminando le difese a ovest ea nord della capitale da cui circa 2 milioni di persone, metà dei residenti, sono fuggiti.

Dal Cremlino intanto si apre all’ipotesi di un incontro tra Volodymyr Zelensky e Vladimir Putin.

Gli analisti ci dicono che Putin sia prigioniero dei suoi errori, ha sottostimato la resistenza ucraina e non ha una via d’uscita.

Inoltre, ritengono che avvertono che la battaglia per la capitale Kiev potrebbe essere lunga e decisiva. Alcuni stimano che potrebbero volerci due settimane prima che le forze russe circondino la città e almeno un mese di sanguinosi e distruttivi combattimenti per prenderla.

La Russia crolla e torna al passato

Prosegue la caduta libera del rublo, nonostante gli interventi della banca centrale russa per sostenere la valuta nazionale, che sta rapidamente perdendo il suo potere d’acquisto per effetto delle sanzioni occidentali.

Per frenare il declino, la Banca Centrale ha imposto un tetto ai prelievi di 10.000 dollari per i proprietari di conti in valuta estera nelle banche russe. L’ordine sarà in vigore fino al 9 settembre e mira a scoraggiare i tentativi dei cittadini russi di convertire i propri rubli in dollari o altre valute. La moneta russa ha perso dall’inizio dell’anno circa il 40% del suo valore rispetto al dollaro.

Nel frattempo, continua l’esodo di compagnie e multinazionali dalla Russia. È in questo clima di crescente isolamento, che il segretario di Russia Unita, il partito del presidente Putin ha proposto di “espropriare e nazionalizzare” gli impianti produttivi delle aziende occidentali che hanno sospeso le attività nel paese.

Volontari dal medio oriente

La Russia sostiene che ci siano 16mila volontari da vari Paesi del Medio Oriente pronti a essere arruolati per combattere nel Donbass.

Appelli a una “legione internazionale” di combattenti erano arrivati anche dal presidente ucraino Zelensky. Il regolamento delle forze armate ucraine prevede, infatti, la possibilità di un arruolamento di personale straniero “secondo un contratto su base volontaria”.

Il rischio, secondo gli analisti, è che l’Ucraina diventi un nuovo paradiso per contractors e mercenari la cui presenza, come dimostrano altri scenari di conflitto, complica ogni soluzione negoziata della crisi.

Un Recovery fund di guerra

Il Consiglio europeo ha promesso sostegno totale all’Ucraina e ai profughi in fuga dalla guerra, ma non si sono spinti fino ad accettare di inserire Kiev su una corsia preferenziale per l’adesione all’UE, come richiesto dal presidente Zelensky.

L’Europa cambierà. E’ cambiata con la pandemia e cambierà ancora di più con la guerra.

Le decisioni principali riguarderanno energia e difesa, e saranno prese entro maggio 2022. Tra le proposte avanzate c’è quella di un fondo di 100 miliardi di euro costituito con emissione di debito comune, per finanziare l’autonomia strategica: un ‘Recovery versione bellica’ che dovrebbe trainare l’Europa sia nella difesa sia nell’affrancamento energetico dalla Russia entro il 2030.

La battaglia del grano

Non sono solo i carburanti ad aumentare con l’aggressione russa all’Ucraina. I due paesi sono, infatti, tra i principali esportatori al mondo di grano e il conflitto rischia di scatenare una crisi alimentare senza precedenti, alimentando disordini e proteste anche molto lontano dalla zona di conflitto.

Se negli ultimi mesi infatti, i prezzi dei generi alimentari stavano già aumentando a causa delle interruzioni nelle catene di approvvigionamento e dell’inflazione, l’inizio della guerra in Ucraina ha innescato una reazione protezionista in molti paesi che hanno sospeso le esportazioni di cereali e oli da cucina.

Il costo del grano, una fonte di sostentamento fondamentale in molti paesi, è salito alle stelle ribaltando i calcoli sull’approvvigionamento alimentare mondiale e portando al razionamento della farina in diverse parti del Medio Oriente e del Nord Africa.

Insieme, Ucraina e Russia rappresentano quasi un quarto dell’export mondiale di grano, il 17% di quello del mais e oltre la metà delle esportazioni di olio di semi di girasole a livello globale. Le strozzature nei porti del Mar Nero, dove i mercantili sono stati colpiti da navi militari russe, hanno colpito le esportazioni ucraine.

Mentre i boicottaggi dei porti russi da parte delle compagnie di navigazione internazionali e gli effetti a catena delle sanzioni hanno interrotto il flusso di cibo e mangimi per animali e fertilizzanti di cui la Russia è uno di maggiori esportatori al mondo.

I prodotti russi, gas e altro

Sono state elevate le sanzioni europee nei confronti della Russia. E’ stato deciso il divieto totale di qualsiasi transazione con alcune imprese statali russe in settori strategici come la siderurgia.

La Russia ha interrotto l’approvvigionamento del gas per l’Europa tramite il gasdotto Yamal. Si tratta di uno dei tre gasdotti attraverso i quali il colosso dell’energia russo, Gazprom, convoglia il suo gas naturale verso l’Europa.

Restano stabili i flussi provenienti da altri gasdotti, tra cui il Nord Stream 1 che attraversa il Mar Baltico. La notizia dell’interruzione dei rifornimenti attraverso Yamal, da cui passa ogni anno circa il 10% del fabbisogno di gas naturale necessario all’Europa, ha gettato nel panico i mercati già innervositi dal caro-prezzi su petrolio e benzina.

La Russia ha annunciato limitazioni all’export di grano verso diverse repubbliche ex sovietiche, come Kazakistan, Bielorussia, Armenia e Kirghizistan, delle quali è uno dei principali esportatori, al fine di evitare carenze e un’esplosione dei prezzi.

Le spese militari nel mondo

L’invasione russa dell’Ucraina sta riportando l’attenzione sulle spese militari che in futuro dovranno essere affrontate per garantire la pace e la democrazia.

L’azione scellerata di Putin ha creato un vulnus alla nostra convinzione che le guerre non ci sarebbero più state in Europa.

Di pari passo con questa convinzione, infatti, la spesa militare nel mondo si è tendenzialmente ridotta dal 1960 al 1994, restando successivamente piuttosto stabile intorno al 2½ per cento del Pil mondiale.

Se, in conseguenza di quanto accaduto, la spesa militare tornasse sui livelli degli anni sessanta, l’impatto sulle finanze pubbliche sarebbe molto elevato.

Nella maggior parte degli anni sessanta la spesa è rimasta vicino al 6 per cento del Pil mondiale per calare tra la fine degli anni sessanta e la metà degli anni settanta, verso il 4 per cento e ancora di più tra la fine degli anni ottanta e la metà degli anni novanta (il risultato della fine della guerra fredda), fino ad arrivare, dalla seconda metà degli anni novanta, stabilmente a circa il 2,5 per cento del Pil.

Per quanto riguarda i paesi NATO, escludendo gli Stati Uniti, l’andamento è stato sostanzialmente decrescente al contrario di quanto fatto dalla Russia che ha notevolmente incrementato le proprie spese militari in termini assoluti (di 9,5 volte tra il 1999 e il 2020).

La spesa dell’Ucraina è molto inferiore a quella Russa in termini assoluti (6 miliardi contro 62 miliardi, nel 2020).

Nella classifica dei paesi per spesa militare in rapporto al Pil, molti dei primi posti sono occupati da paesi del Medio Oriente e dell’Africa. Tra i paesi avanzati, gli Stati Uniti sono al primo posto (3,74 per cento del Pil). Russia e Ucraina compaiono però più in alto degli Stati Uniti, spendendo rispettivamente 4,26 e 4,13 per cento del Pil e rappresentando i primi due paesi europei dell’elenco (sono al decimo e undicesimo posto in classifica).

La Cina è su valori molto bassi, l’1,75 per cento del Pil, anche se investe undici volte di più oggi rispetto al 2000 e la spesa cresce con l’avanzata dal Pil degli ultimi vent’anni.

Per quanto riguarda i paesi europei, la prima economia avanzata è la Grecia, col 2,8 per cento del Pil, valore ben più alto della mediana dell’Unione Europea (1,6 per cento). Il Regno Unito è al 2,25 per cento del Pil, la Francia è sopra il 2 per cento del Pil, mentre la Germania sta ben al di sotto (1,4 per cento), anche se ha recentemente deciso di portarsi al 2 per cento.

L’Italia è posizionata su livelli molto inferiori (1,17 per cento), sotto la mediana UE e NATO (1,8 per cento) e si ripromette, da anni, di arrivare al 2 per cento.