Vaccini: gli errori dell’Europa (?) e le esportazioni.

Due cose sono emerse di recente nel dibattito pubblico: le accuse all’Europa sia sulla questione dei vaccini che non arrivano sia sul blocco delle esportazioni dei vaccini medesimi.

Gli errori (?)

Il primo presunto errore: i contratti conclusi dalla Commissione non prevedevano adeguate protezioni in caso di ritardi e non includevano quel principio di “primi gli europei” adottato da Stati Uniti e Gran Bretagna per i loro cittadini.

Ma è così? Non proprio. Stati Uniti e Regno Unito, avendo un bilancio ampio e flessibile (cosa che l’Unione Europea, per scelta dei paesi membri, non ha), hanno finanziato a suon di miliardi la ricerca delle case farmaceutiche. Questo ha comportato vantaggi nella distribuzione successiva.

Il secondo: i contratti non ci tutelano sui ritardi. Sarà anche vero che i contratti fatti dalla Commissione forniscono meno protezione in caso di ritardi, ma sono certamente più solidi in termini di responsabilità delle case farmaceutiche in caso qualcosa andasse storto dal punto di vista sanitario.

Il terzo: si è voluto risparmiare. Per fronteggiare le richieste di numerosissimi parlamentari europei (soprattutto i fronti populisti) di non favorire le case farmaceutiche, alcuni dei contratti sono stati stipulati per ottenere prezzi più bassi.

Sul fronte delle polemiche, poi, non ha aiutato lo stop del vaccino AstraZeneca. In realtà, l’Europa c’entra poco. Infatti, ha cominciato la Danimarca, ma il punto di svolta è stato la scelta di sospendere la somministrazione del farmaco da parte della Germania, seguita a ruota da Francia, Italia e Spagna. Decisioni tutte prese da istituzioni nazionali. “Ma che fanno a Bruxelles?” ha urlato Salvini. Come è noto è stata l’EMA a dire che era tutto a posto.

Polemiche ci sono state anche sul fatto che si è puntato troppo sulle forniture di AstraZeneca rispetto agli altri vaccini. Su Astrazeneca ha puntato anche il Regno Unito, da molti citato ora come esempio di gestione efficace della campagna vaccinale, dimenticando che è il paese al quarto posto nel mondo nella classifica dei decessi per abitanti, e di gran lunga il primo tra i 20 più industrializzati.

Le esportazioni

Con un Regolamento di esecuzione –  obbligo di autorizzazione all’esportazione per i vaccini legati al COVID-19 – l’Europa ha dettato le regole, subordinando, fino al 31 marzo, l’esportazione dei vaccini contro il COVID-19 al rilascio di un’autorizzazione.

Come noto, infatti, alcuni produttori di vaccini hanno già annunciato che non saranno in grado di fornire i quantitativi destinati all’Unione che avevano garantito.

Dato che questo comporta ritardi nel piano di vaccinazione della popolazione, l’UE ha adottato una misura immediata di durata limitata in modo da garantire che le forniture di vaccini nell’Unione siano adeguate a soddisfare la domanda.

Sulla base del principio di solidarietà, non sono soggette ad autorizzazione le esportazioni verso specifici Paesi che hanno economie fortemente integrate con quella dell’Unione europea e le esportazioni, tra le altre, verso Paesi a basso e medio reddito o legate a una risposta umanitaria di emergenza.

Sulla base di questo Regolamento, l’Italia non ha autorizzato l’esportazione di 250.700 dosi di vaccino verso l’Australia, per varie ragioni:

  • quel Paese è considerato “non vulnerabile”;
  • la penuria di vaccini nella UE e in Italia a causa dei ritardi nelle forniture dei vaccini da parte di AstraZeneca;
  • l’elevato numero di dosi di vaccino oggetto della richiesta di autorizzazione all’esportazione rispetto alla quantità di dosi finora fornite all’Italia e, più in generale, ai Paesi dell’UE.

Provvedimenti simili possono sempre essere attuati se permangono le medesime ragioni.

Migrazioni. Ci sarà una nuova ondata?

La pandemia sta incidendo sull’economia mondiale determinando uno stato di grave sofferenza. Ciò può innescare nuove forme di migrazione.

In Europa, le domande di asilo sono passate da un minimo di 9.000 ad aprile 2020 a 42.000 a settembre 2020, con una riduzione dell’87% rispetto a gennaio 2020.

Ovviamente, hanno inciso le misure restrittive della mobilità imposte da tutti i Paesi.

Eppure, nonostante questi dati, le destre hanno cavalcato “l’invasione migratoria”. Pensate, nonostante la riduzione a 116.000 passaggi irregolari di frontiera nell’UE nei primi 11 mesi del 2020, livello minimo dopo il 2009 (104.000), la “pericolosità” dell’arrivo dei migranti è stata al centro dell’attenzione della propaganda delle destre italiane.

Il fatto, però, è che le analisi recenti sulle migrazioni rilevano che le preoccupazioni presenti in tanti paesi, sulla sicurezza personale unite all’insicurezza alimentare, sono un incentivo per gli spostamenti e i movimenti migratori.

Come dicevo, la pandemia ha avuto un impatto dirompente sull’economia globale e sui mezzi di sussistenza di centinaia di milioni di persone, causando un forte aumento delle disuguaglianze, della povertà e spesso aggravando fragilità preesistenti.

Non solo si è registrato un calo del 14% delle ore lavorative, ovvero l’equivalente di 400 milioni di posti di lavoro a tempo pieno, ma se prendiamo ad esempio il turismo, uno dei fattori trainanti dell’economia di alcuni paesi, si rileva che la perdita potenziale di 1.000 miliardi di dollari di ricavi corrisponde a 100 milioni di posti di lavoro a rischio.

In Tunisia, ad esempio, sino ad ottobre le poche entrate del turismo hanno coinvolto il futuro di 400.000 lavoratori del settore. A questa difficoltà si aggiunge anche che in alcuni Paesi del nord Africa e in Medio Oriente le rimesse degli emigrati si sono ridotte di parecchio.

Con la riduzione dei redditi e delle rimesse dall’estero è facile supporre che senza un sistema di welfare sociale dignitoso su cui ripiegare, alcune famiglie potrebbero considerare la possibilità di cercare opportunità di sostentamento altrove.

Va detto che l’Unione Europea è sempre più intenzionata a rafforzare la cooperazione con i Paesi non-UE per meglio gestire e ridurre i flussi. Il nuovo Patto Europeo su Migrazione e Asilo va in questa direzione nella speranza che possa influire sul desiderio di migrare.

C’è un però: se verso l’esterno l’UE nel 2021 agirà con determinazione, al proprio interno ancora non è stato chiuso l’accordo politico sulle parti del Patto Europeo su Migrazione e Asilo e, quindi, cosa dovrà essere fatto alle frontiere esterne (l’Italia) in termini di procedure di identificazione e controlli di sicurezza sui nuovi arrivi, di determinazione di chi possa o meno rimanere e di rimpatrio per coloro che non hanno titolo per rimanere.

Il vaccino è anche geopolitica

L’anno appena iniziato rifletterà ancora per un po’ quanto abbiamo vissuto nel 2020.

L’economia globale è in difficoltà, tantissime famiglie sono state spinte verso condizioni di povertà, molti comparti industriali sono in affanno, il piccolo commercio è aggredito da una sofferenza enorme ed i Paesi più deboli stanno regredendo dopo anni di sviluppo.

Il vaccino è l’unica speranza.

Anzi, a ben guardare la situazione mondiale e le conseguenti destabilizzazioni che il virus sta determinando nonché le diseguaglianze e l’aumento degli squilibri tra ricchi e poveri, posso ragionevolmente ritenere che il vaccino non servirà solo contro il virus, ma anche per contrastare e invertire una condizione nell’ambito della quale può ingenerarsi il tutti contro tutti.

A fronte di ciò, tuttavia, non tutti i Paesi hanno contribuito allo stesso modo.

Contro la pandemia uno sviluppo sicuramente positivo è stata la costituzione di COVAX, codiretto dall’alleanza per i vaccini (Gavi), dall’OMS e dalla coalizione per l’innovazione in materia di preparazione alle epidemie (CEPI), è finalizzato a supportare lo sviluppo, la produzione e la distribuzione dei nuovi vaccini Covid-19.

Positivo, perché COVAX si pone lo scopo di distribuire a tutti, soprattutto ai Paesi con redditi più bassi, i vaccini di ultima generazione e perché via sia una gestione globale dei vaccini Covid-19 attraverso un processo di prequalificazione da parte dell’OMS che ne certifica qualità, sicurezza ed efficacia.

Diversamente da questo approccio positivo, si annoverano le decisioni negative di Stati Uniti, Russia e Cina i quali non solo non hanno voluto contribuire economicamente all’iniziativa COVAX, ma addirittura rivendicano l’accesso prioritario ai vaccini Covid-1911 (USA) o producono vaccini di dubbia qualità (Russia e Cina) in merito ai quali hanno avviato accordi bilaterali con nazioni in America Latina, Asia e Africa.

Da questi comportamenti si capisce ancora di più la posta in gioco, ovvero l’utilizzo geopolitico del vaccino, per creare nuove aree di influenza nel mondo o consolidare al proprio interno il consenso.

Ovviamente, penso che l’iniziativa COVAX sia l’unica in grado di tutelare i più deboli da ingerenze future non sempre limpide e trasparenti.

C’è un però.

Se non si fa in fretta e i finanziamenti non saranno costanti, il rischio che i Paesi più deboli ricevano per un lungo tempo altri tipi di vaccini, come quelli tradizionali adenovirali a basso costo prodotti da case farmaceutiche multinazionali o da aziende russe e cinesi, anziché i vaccini più moderni seguiti dall’OMS, può determinare un nuovo asse nell’ambito del quale prevale l’interesse a entrare nella gestione politica di quei Paesi e non quello di tutelare la salute pubblica di quelle comunità.

Solo la gestione COVAX garantisce efficacia delle vaccinazione e rispetto delle democrazie e delle Istituzioni di quei Paesi.

Sono certo che con la vittoria di Biden, gli Stati Uniti saranno un altro Paese che contribuirà all’affermazione universale dei vaccini nonché al sostegno economico delle iniziative che favoriscono questo approccio (attualmente prevalgono il contributo degli Stati Uniti e dei governi europei oltre che della Fondazione Gates) e, soprattutto, condizioneranno le politiche condotte da alcuni Paesi, Russia e Cina in primis e contrasteranno le pericolose manifestazioni di estremismo anti-scientifico.

L’Europa è pronta per l’era digitale.

La Commissione Europea ha proposto una riforma ambiziosa dello spazio digitale, una serie completa di nuove norme per tutti i servizi digitali, compresi i social media, i mercati online e altre piattaforme online che operano nell’Unione europea: la legge sui servizi digitali e la legge sui mercati digitali.

Le nuove norme proteggeranno in modo più efficace i consumatori e i loro diritti fondamentali online e renderanno i mercati digitali più equi e più aperti per tutti.

Le nuove norme , che promuovono l’innovazione, la crescita e la competitività e fornirà agli utenti servizi online nuovi, migliori e affidabili, vieteranno l’imposizione di condizioni inique da parte delle piattaforme online.

Molte piattaforme online occupano ormai un posto centrale nella vita dei cittadini e delle aziende, e persino nella nostra società e nella nostra democrazia in generale. E’, quindi, il caso di organizzare questo spazio digitale per i prossimi decenni.

Legge sui servizi digitali.

Alcuni grandi operatori sono diventati spazi quasi pubblici per la condivisione di informazioni e per il commercio online e hanno assunto una natura sistemica, il che comporta rischi particolari per i diritti degli utenti, i flussi di informazioni e la partecipazione del pubblico.

Con questa legge saranno previste nuove procedure per una più rapida rimozione dei contenuti illegali e una protezione globale dei diritti fondamentali degli utenti online. Il nuovo quadro riequilibrerà i diritti e le responsabilità degli utenti, delle piattaforme di intermediazione e delle autorità pubbliche e si baserà sui valori europei, compresi il rispetto dei diritti umani, la libertà, la democrazia, l’uguaglianza e lo Stato di diritto.

Legge sui mercati digitali

La legge sui mercati digitali, invece, affronta le conseguenze negative derivanti da determinati comportamenti delle piattaforme che hanno assunto il ruolo di controllori dell’accesso al mercato digitale. Si tratta di piattaforme che hanno un impatto significativo sul mercato interno, fungono da importante punto di accesso attraverso il quale gli utenti commerciali raggiungono i consumatori e godono, o potranno presumibilmente godere, di una posizione consolidata e duratura, che può conferire loro il potere di agire come legislatori privati e di costituire una strozzatura tra le aziende e i consumatori.

Concretamente, la legge sui mercati digitali introdurrà una serie di nuovi obblighi armonizzati per i servizi digitali a livello dell’UE, attentamente calibrati in funzione delle dimensioni di tali servizi e del loro impatto, quali: norme per la rimozione di beni, servizi o contenuti illegali online; garanzie per gli utenti i cui contenuti sono stati erroneamente cancellati dalle piattaforme; nuovi obblighi per le piattaforme di grandi dimensioni di adottare misure basate sul rischio al fine di prevenire abusi dei loro sistemi; misure di trasparenza di ampia portata, anche per quanto riguarda la pubblicità online e gli algoritmi utilizzati per consigliare contenuti agli utenti; nuovi poteri per verificare il funzionamento delle piattaforme, anche agevolando l’accesso dei ricercatori a dati chiave delle piattaforme; nuove norme sulla tracciabilità degli utenti commerciali nei mercati online, per contribuire a rintracciare i venditori di beni o servizi illegali; un processo di cooperazione innovativo tra le autorità pubbliche per garantire un’applicazione efficace in tutto il mercato unico.

Essa si applicherà solo ai principali fornitori dei servizi di piattaforme di base più inclini a ricorrere a pratiche sleali, come i motori di ricerca, i social network o i servizi di intermediazione online, che soddisfano i criteri legislativi oggettivi per essere designati come controllori dell’accesso; fisserà soglie quantitative come base per individuare controllori dell’accesso presunti.

Prossime tappe: il Parlamento europeo e gli Stati membri discuteranno le proposte della Commissione nell’ambito della procedura legislativa ordinaria. In caso di adozione, il testo definitivo sarà direttamente applicabile in tutta l’Unione europea.

Le missioni militari dell’Unione Europea

L’Unione europea può avviare missioni civili o militari, all’esterno del suo territorio, per garantire il mantenimento della pace, la prevenzione dei conflitti e il rafforzamento della sicurezza internazionale, conformemente ai principi della Carta delle Nazioni Unite. Attraverso missioni e operazioni militari l’Ue può svolgere una serie di compiti che vanno dalle missioni umanitarie al peace-keeping, dalle missioni di addestramento delle forze armate alla lotta al terrorismo.

L’avvio di una missione si iscrive nelle priorità di politica estera dell’Unione, ma all’origine di tutto c’è ovviamente la motivazione degli Stati. Spesso è uno dei paesi più grandi che si muove per primo (magari in virtù di legami derivanti dal passato coloniale, presenza sul terreno o altri interessi specifici) e poi cerca di aggregare degli altri paesi in vista della decisione comune.

Le missioni e operazioni che sono state condotte finora, comprese quelle ancora in corso, sono molto diverse tra loro per una serie di fattori, dal contesto di intervento al mandato, dalla durata alle truppe impiegate al numero di paesi partecipanti.

La prima in assoluto, nel 2003 (nell’allora Macedonia), aveva 357 militari, mentre l’anno dopo, in Bosnia Erzegovina, ne furono dispiegati circa 7 mila. Una varietà simile si rinviene per quanto riguarda la durata dell’intervento. In Bosnia (seppure con finalità e assetti che sono molto cambiati nel corso e del tempo) l’Unione è presente da 16 anni. In altri teatri ha fatto apparizioni anche molto fugaci, con missioni “ponte” nate per dare ad altri attori (ad esempio Onu e Unione Africana) il tempo di schierare missioni più robuste. In alcuni casi le missioni Ue sono partite fin dall’inizio con la partecipazione di molti Stati membri, mentre altre volte l’impegno è ricaduto sulle spalle di pochi paesi17. Nei Balcani l’Ue ha sperimentato operazioni “miste”, sulla base di appositi accordi con la Nato; altrove ha operato e opera in collaborazione con le Nazioni unite e con altre organizzazioni regionali, a partire dall’Unione africana.

Le missioni Ue sono anche sempre state (e lo sono tuttora) un polo di attrazione per una serie di paesi terzi che hanno scelto questo formato per agire sullo scenario internazionale, per ampliare le relazioni politiche con l’Unione o rafforzare la propria domanda di adesione (dalla Norvegia all’Ucraina, dalla Georgia alla Turchia, dai paesi dei Balcani alla Svizzera, al Cile o al Sudafrica).

Attualmente le missioni che operano nei contesti più difficili (Somalia, Mali e Repubblica Centrafricana) non hanno funzioni esecutive, ma svolgono compiti di addestramento militare e consulenza per la riforma del settore della difesa e sicurezza. L’operazione in Bosnia Erzegovina, la più longeva in assoluto, con il miglioramento della situazione di sicurezza del paese si è ridotta nei numeri e ha mutato parzialmente mandato.

A quasi vent’anni dal loro avvio, quindi, le missioni militari rappresentano una piccola parte dell’intervento esterno dell’Unione. Non potrebbe che essere così, del resto, per una “potenza civile”, che si è sempre qualificata, all’esterno dei suoi confini, in termini di “potere normativo” e di assetto valoriale.

La proiezione internazionale dell’Ue è del resto tradizionalmente affidata a un ampio e collaudato strumentario di interventi, che operano su leve economiche, diplomatiche e politiche: dagli accordi commerciali agli aiuti allo sviluppo, dalle sanzioni economiche alla condizionalità, dal dialogo politico alle coalizioni nei contesti multilaterali.

Dopo quasi vent’anni e circa 200 mila militari complessivamente impiegati, lo strumento delle missioni militari appare per l’Ue un dato acquisito delle sue politiche esterne, così come della “divisione del lavoro” tra i diversi soggetti della comunità internazionale sul tema della sicurezza collettiva.

Trump pensa solo alle elezioni

Con l’uccisione di Qassem Soleimani, il comandante delle brigate al Qods del Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica, Trump ha commesso un gravissimo errore, tipico di chi pensa solo alle campagne elettorali ed al consenso. Come è noto, a novembre si voterà il nuovo Presidente USA.

Quel militare aveva un ruolo importantissimo. Era il responsabile delle operazioni all’estero della Repubblica Islamica iraniana: dalla lotta allo Stato Islamico al puntellamento dell’Iraq post-Isis, fino all’assedio di Aleppo e alla riconquista della Siria a favore di Bashar al-Assad.

Ovviamente, non mi schiero con un personaggio simile, ne mi convince la propaganda americana contro di lui, ma sono in grado di valutare le ripercussioni di quelle azioni.

Ebbene, con questo attacco Trump ha trasformato Soleimani in un martire per eccellenza, subito utilizzato dagli Ayatollah può ricompattare un paese profondamente diviso al proprio interno, anche per effetto del peggioramento delle sue condizioni economiche, e pertanto dell’aumento del malcontento. Nell’area medio orientale, inoltre, la mossa darà origine a una nuova ondata di destabilizzazione.

La giustificazione ufficiale è quella della difesa preventiva contro gli attacchi a obiettivi statunitensi che il generale Suleimani stava pianificando in Iraq. Un’accusa impossibile da verificare e, quindi, dalla dubbia legittimità giuridica.

Gli omicidi non trovano giustificazione nel diritto internazionale umanitario. In questo caso, inoltre, rappresenta una sfida alla sovranità nazionale di un governo nemico. Tutti fattori che sono un pericoloso precedente.

Per tutti.

Sono convinto che Trump abbia agito seguendo un mero calcolo politico interno.

L’uccisione di quel militare così potente nel Medio Oriente (e la debolezza del regime teocratico iraniano, che è un altro elemento di preoccupazione) può essere vantata da Trump davanti ai cittadini statunitensi in questo periodo elettorale.

Il problema sarà se non ha calcolato le conseguenze, ovvero se avrà la capacità di fare fronte a tutto quello che accadrà, nel breve e nel lungo periodo.

A meno che – ma questo sarebbe suicida solo pensarlo – non abbia voluto intenzionalmente avviare il tutto proprio per sfruttare gli accadimenti successivi in chiave di campagna elettorale.

Insomma, non vedo una sola ragione, una, per dire che si è trattato di una buona mossa.

Ci sarà una ragione per la quale, nonostante Soleimani fosse sulla lista dei ricercati da anni, e ben individuabile, diverse amministrazioni precedenti a quella di Trump non hanno agito nello stesso modo?

Ah dimenticavo. In Italia uno solo si è sperticato a dire che Trump ha fatto bene. Chi poteva essere se non quello che fa le stesse cose, ovviamente in proporzione, in Italia per lucrare consenso?

Si, proprio lui, Salvini.

Ha nuovamente dimostrato di essere pericoloso. Se fosse stato il premier avrebbe attirato l’attenzione verso l’Italia di tanti che vorrebbero vendicare l’atto compiuto da Trump.

Migranti, sapere per capire.

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In alcune slide i dati e le risposte alle domande più frequenti

 

 

Nuova missione italiana sulle coste libiche

Dal 1° agosto al 31 dicembre 2017 l’Italia parteciperà ad una missione di supporto alla Guardia costiera libica per perseguire una serie di compiti aggiuntivi rispetto a quelli previsti dal dispositivo aeronavale nazionale già presente nell’area del Mediterraneo centrale per garantirne la sorveglianza e la sicurezza.

Nel dettaglio, il supporto alle forze di sicurezza libiche è finalizzato alle attività di controllo e contrasto dell’immigrazione illegale e del traffico di esseri umani, garantirà:

  • la protezione e la difesa dei mezzi del Consiglio presidenziale – Governo di accordo nazionale libico (GNA) che operano per il controllo ed il contrasto dell’immigrazione illegale, distaccando, una o più unità assegnate al dispositivo per operare nelle acque territoriali e interne della Libia controllate dal Consiglio presidenziale – Governo di Accordo Nazionale (GNA) in supporto a unità navali libiche;
  • la ricognizione in territorio libico per la determinazione delle attività di supporto da svolgere;
  • la possibilità di svolgere attività di collegamento e consulenza a favore della Marina e Guardia costiera libica e la collaborazione per la costituzione di un centro operativo marittimo in territorio libico per la sorveglianza, la cooperazione marittima e il coordinamento delle attività congiunte.

Inoltre, potranno essere svolte attività per il ripristino dell’efficienza degli assetti terrestri, navali e aerei, comprese le relative infrastrutture, funzionali al supporto per il contrasto dell’immigrazione illegale.

La decisione di sostegno italiano è in linea con le due risoluzioni ONU sulla Libia: una chiede agli Stati membri di rispondere urgentemente alle richieste di assistenza del Governo di accordo nazionale; l’altra chiede agli Stati membri di assistere il Governo libico nel contrasto al traffico dei migranti.

La missione è stata richiesta dal Governo di accordo nazionale libico. Una svolta avvenuta in un contesto di assoluta fiducia reciproca, una fiducia che viene da lontano e che il Governo di accordo nazionale ci riserva per il comportamento che il nostro Paese ha tenuto in questi anni.
Un comportamento scevro da propaganda, proposte irrealizzabili, fantasie, ma sempre e comunque rispettoso del quadro delle regole internazionali, delle decisioni della comunità internazionale che l’Italia stessa ha contribuito a formare, della sovranità libica  e della nostra volontà di lavorare con loro, senza imporre le nostre ricette.
La richiesta di supporto offre, quindi, due certezze: sgombra il campo dalle visioni strumentali prospettate a seguito dell’incontro parigino tra Al Serraj ed il Gen. Haftar e riconosce all’Italia un ruolo primario nella vicenda libica, frutto della fiducia che quel Paese ripone nel nostro.

In questi anni l’Italia non è stata ferma, perché la stabilità della Libia è interesse nazionale, e non solo per la questione migranti. Avere a pochi metri uno Stato fallito pone condizioni nuove e pericolose nell’intera area del mediterraneo a noi confinante.

Per ulteriori informazioni sul ruolo dell’Italia, guarda il video del mio intervento in aula (http://www.vincenzodarienzo.it/media/missione-italiana-libia/)

 

Migranti, due importanti novità

Il premier del Governo di unità nazionale libico riconosciuto dall’ONU ha chiesto all’Italia di inviare proprie navi (militari) in acque libiche per contrastare il fenomeno della tratta degli esseri umani.
Contemporaneamente, la Commissione Unione Europea sta avviando la seconda fase delle  previste procedure di infrazione verso alcuni Paesi europei che non hanno rispettato le decisioni assunte tempo fa sul ricollocamento dei migranti giunti sulle nostre coste e su quelle greche.
Due notizie che segnano una svolta sul grave fenomeno del traffico di umani e sulla tenuta dell’Unione a fronte del mancato rispetto delle decisioni assunte collegialmente.
Finalmente.
Infatti, vanno considerati alcuni elementi: la Libia è il luogo preferito dai trafficanti in quanto quel Paese non è stabile e non vi è a breve la concreta possibilità di stabilizzarlo stante i contrasti tra le varie tribù ed i due governi esistenti; la maggioranza dei migranti sono economici, obbligati a spostarsi a causa delle gravi condizioni economiche dei loro Paesi; per fermare il flusso serve una soluzione per la Libia e per sostenere i programmi di sviluppo in quelle aree dell’Africa di origine e di transito dei migranti verso l’UE (Sahel, Corno d’Africa, Africa del Nord); anche il rimpatrio forzato di questi cittadini non risolverebbe il problema a causa della continua alimentazione dei flussi da parte di altrettante persone che sono già in partenza.
Dislocare navi militari italiane in prossimità delle coste libiche è sia il mezzo migliore per rispettare il diritto internazionale e la sovranità della Libia sia la concreta possibilità di impedire direttamente e personalmente le partenze da quelle spiagge.
Non sarà facile, si tratta di centinaia di chilometri di coste, ma non possiamo esimerci dal farlo.
La valutazione spetta adesso al nostro Ministro della Difesa, al quale ho chiesto di agire con tutta la determinazione possibile per risolvere definitivamente non già e solo l’arrivo di migranti in Italia, ma soprattutto di stroncare quel turpe traffico sulla pelle di migliaia di persone inermi e indifese.
Per quanto riguarda, invece, i Paesi europei che non hanno rispettato finora la decisione di ricollocare nel proprio territorio i migranti giunti in Italia e Grecia, spero che la procedura di infrazione vada avanti speditamente e giunga alla fase conclusiva in fretta.
Sia la Corte UE, come previsto, a sanzionare Ungheria, Polonia e Repubblica Ceca fino a sospendere i finanziamenti europei – ai quali l’Italia partecipa lautamente – a sostegno della crescita delle loro economie.

Guarda il video: http://www.vincenzodarienzo.it/media/migranti-libia-importante-novita/

Contro la radicalizzazione e l’estremismo violento di matrice jihadista

Abbiamo approvato la legge che prevede misure di prevenzione dei fenomeni di radicalizzazione e di diffusione dell’estremismo jihadista.

La legge prevede interventi e programmi diretti a prevenire fenomeni di radicalizzazione e di diffusione dell’estremismo violento di matrice jihadista, nonché a favorire la deradicalizzazione e il recupero in termini di integrazione sociale, culturale e lavorativa dei soggetti coinvolti, cittadini italiani o stranieri residenti in Italia.

Particolare attenzione è stata riservata prevenire episodi di radicalizzazione nell’ambito scolastico.

Già in passato abbiamo inserito fra gli obiettivi dell’espansione dell’offerta formativa lo sviluppo delle competenze in materia di cittadinanza attiva e democratica attraverso la valorizzazione dell’educazione interculturale e alla pace, il rispetto delle differenze e il dialogo tra le culture.

Con questa legge prevediamo un piano mirato sul dialogo interculturale e interreligioso, finalizzato a diffondere la cultura del pluralismo, sull’integrazione degli alunni stranieri e per l’intercultura, al fine di individuare soluzioni operative e organizzative per un effettivo adeguamento delle politiche di integrazione alle esigenze di una scuola multiculturale.

Abbiamo istituito il Centro nazionale sulla radicalizzazione (CRAD) con la finalità di promuovere e sviluppare le misure, gli interventi ed i programmi diretti a prevenire fenomeni di radicalizzazione e di diffusione dell’estremismo violento di matrice jihadista nonché a favorire la deradicalizzazione dei soggetti coinvolti attraverso un piano strategico nazionale redatto annualmente.

L’attuazione del Piano strategico nazionale sarà a cura dei Centri di coordinamento regionali sulla radicalizzazione (CCR), presso le Prefetture dei capoluoghi di regione. Il CCR è presieduto dal Prefetto o da un suo delegato ed è composto da rappresentanti dei competenti uffici territoriali delle amministrazioni statali, degli enti locali e da qualificati esponenti di istituzioni, enti e associazioni operanti nel campo religioso, culturale, educativo e sociale in ambito regionale, nonché delle associazioni e organizzazioni che operano nel campo dell’assistenza socio-sanitaria e dell’integrazione, nonchè delle organizzazioni sindacali dei datori di lavoro e dei lavoratori.

Infine, ai soggetti detenuti o internati per questo tipo di manifestazioni radicalizzate, sarà riservato un trattamento penitenziario che tenda, oltre che alla loro rieducazione, anche alla loro deradicalizzazione.