Terrorismo, in Italia siamo al sicuro?

L’attentato di Berlino ha riproposto il tema della sicurezza e del terrorismo, un tema che viene spesso accostato strumentalmente all’immigrazione. Sbagliato.

Purtroppo, la certezza che tutto finisca non c’è. Anzi, in futuro potrebbe aumentare perché proseguono sia le guerre nel mondo musulmano sia la facilità nel diffondere propaganda via Internet.
Per quanto riguarda l’Italia, non dobbiamo dimenticare che se in passato la Moschea di Viale Jenner a Milano era stata identificata come la principale sede europea di arruolamento per Al Qaeda, l’attentatore di Nizza aveva legami italiani, con un uomo che ha abitato in Puglia e l’attentatore di Berlino era venuto in Italia. Riteneva Sesto San Giovanni un posto sicuro?
L’Italia, pertanto, viene usata come base di appoggio, o come passaggio libero, perché è una perfetta base logistica per chi voglia entrare e operare in Europa.
Quindi, siamo al sicuro o no?
Va detto che l’antiterrorismo italiano ha molti anni di esperienza, sia per la lotta al terrorismo interno sia a organizzazioni mafiose.
L’Italia, poi, ha usato moltissimo lo strumento delle espulsioni, anche se nel breve periodo è considerato efficace ma nel lungo non risolve il problema: dal 2004 al 2014 i Governi hanno espulso per motivi di sicurezza nazionale una media di 14 persone all’anno; negli ultimi due anni il numero delle espulsioni è salito a 123, la maggior parte delle quali dirette a marocchini e tunisini.
Le espulsioni hanno colpito soggetti che a causa della loro radicalizzazione potevano crare problemi alla nostra vita democratica, anche semplicemente attraverso la diffusione dell’ideologia terroristica oggi perorata dall’Isis. Tra gli espulsi, diversi Imam radicali.
In ogni caso, ad oggi non risultano elementi concernenti il jihadismo organizzato, anche per la mancanza di ghetti che altrove sono stati luogo di diffusione e mobilitazione e il ritorno dei “foreign fighters” non è ancora diventato un problema di grandi dimensioni.
Purtroppo non si può dire lo stesso per il jihadismo cosiddetto “homegrown”, quello scollegato dalle grandi reti terroristiche internazionali e dalle moschee e basato soprattutto sulle comunicazioni su internet.
È proprio questo pericolo che in questi giorni sta preoccupando e contro il quale si sta provvedendo con le barriere all’ingresso di luoghi molto frequentati.
Per fronteggiarlo, il Governo non solo ha incrementato le Forze di Polizia sul territorio, ma ha destinato risorse e mezzi ai servizi di sicurezza per favorire le attività di intelligence che, nonostante tutto, sono alla base per qualsiasi risposta preventiva.

Guerra all’Isis in Iraq, il ruolo dell’Italia.

Guerra all’Isis in Iraq, il ruolo dell’Italia.

L’Italia fa parte della coalizione internazionale che combatte contro lo stato islamico ed in particolare è presente in Iraq.

Negli ultimi mesi sono stati compiuti diversi passi avanti che hanno determinato un parziale indebolimento dello stato islamico. L’Italia partecipa nella coalizione internazionale attraverso l’operazione “Prima Parthica” che vede impegnate circa 550 unità in programmi di addestramento che coinvolgono i Peshmerga curdi e le Forze irachene.

In particolare, a Erbil operano unità dell’Esercito Italiano, mentre a Baghdad e Kirkuk è impiegato personale appartenente al Comando Interforze per le Operazioni delle Forze Speciali (COFS) che si occupa dell’addestramento sia dei militari iracheni del Counter Terrorism Service (CTS) sia delle Forze speciali curde.

Sempre a Baghdad dal giugno del 2015 opera anche un nucleo di Carabinieri di circa 90 unità, con lo scopo di addestrare i membri della Iraqi Federal Police.

Il dispositivo italiano impegnato in Iraq vede anche la presenza di una Task Force dell’Aeronautica Militare, costituita da 2 velivoli a pilotaggio remoto Predator, un aereo da rifornimento KC-767 e 4 velivoli da attacco e ricognizione AMX.

Tutto questo dispositivo aereo svolge missioni di ricognizione e sorveglianza in supporto all’intero sforzo della coalizione nell’opera di contrasto allo Stato Islamico.

Infine, lo sforzo italiano in Iraq sarà completato nei prossimi mesi dall’invio di un contingente composto dagli uomini e donne del Sesto Reggimento Bersaglieri di stanza a Trapani e appartenente alla Brigata Meccanizzata AOSTA a protezione dell’installazione della ditta italiana Trevi che sarà impegnata nell’opera di manutenzione della Diga di Mosul.

Tra settembre e ottobre è previsto che il contingente italiano salga fino a raggiungere le circa 450 unità. I bersaglieri saranno equipaggiati principalmente con veicoli tattici tipo 4×4 LINCE (Light Multirole Vehicle), ma potranno contare anche su mortai e sistemi controcarro, così da poter disporre di una capacità d’ingaggio a medio raggio nei confronti di eventuali formazioni ostili.

Libia, i bombardamenti aerei Usa. L'Italia?

Libia, i bombardamenti aerei Usa. L’Italia?

Il Ministro della Difesa Roberta Pinotti risponde alla mia domanda su cosa farà l’Italia nel complesso scenario libico a seguito dell’intervento americano contro lo stato islamico.

Libia, i bombardamenti aerei Usa. L’Italia? from Vincenzo D’Arienzo on Vimeo.

Libia, bombardamenti, Isis e l'Italia.

Libia, bombardamenti, Isis e l’Italia.

È iniziata la campagna di bombardamenti aerei per liberare la Libia dalle milizie dell’Isis.
Su richiesta del Governo unitario libico, voluto dall’ONU, i caccia colpiranno postazioni dello stato islamico concentrate soprattutto nella città di Sirte.
L’intervento armato è stato comunicato preventivamente al Governo Italiano, alla nostra Intelligence e alla nostra Difesa.
Se gli USA lo chiederanno, l’Italia metterà a disposizione la base aerea di Sigonella e lo spazio aereo italiano.
È da ricordare che abbiamo già autorizzato l’uso della base di Sigonella per l’impiego di droni militari. I velivoli sono impiegati a protezione e sicurezza del personale impegnato nella lotta contro l’ISIS in tutti gli scenari ove esso è presente.
Abbiamo interesse acchè a pochi metri da noi non ci sia il collasso del sistema, una polveriera ingestibile. L’inazione favorisce le spinte disgregative esistenti.
L’Italia ha sempre subordinato qualsiasi intervento di carattere militare in Libia contro l’ISIS alla formazione di un governo nazionale unitario, alla richiesta da parte di quest’ultimo, ad una specifica risoluzione del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite. Queste condizioni ci sono tutte.
Il nostro Consiglio Supremo di Difesa ha valutato anche la disponibilità di intervento italiano, ma solo su richiesta di un governo libico unitario e per una missione di supporto con numero limitato di militari con compiti di addestramento e sorveglianza di siti sensibili.
Va comunque detto che solo l’intervento militare non basta, perché serve anche ricostruire un tessuto economico e produttivo e che qualsiasi azione deve sempre essere valutata al fine di evitare la saldatura di interessi tra le varie formazioni di radice islamista radicale.

Perché la Francia? E l’Italia rischia qualcosa?

Perché la Francia sembra l’obiettivo principale dei terroristi di matrice islamista?
Premetto che lo stato islamico non può essere sconfitto solo con la forza militare nei luoghi in cui è presente, bensì anche con operazioni coordinate e pianificate con un chiaro intento politico a valere in ogni parte del mondo.

Provo a ragionare alla luce degli incontri tenuti dalla Commissione sul tema, nella consapevolezza che è comunque difficile dire in assoluto il motivo – se poi esiste – di tale accanimento.

La Francia è uno dei due Paesi europei, con la Gran Bretagna, che sta bombardando le postazioni dell’Isis in Iraq. Tant’è che da quelle parti sono partiti più inviti ai musulmani francesi di “lanciare attacchi da lupi solitari in tutto il Paese” e di “unirsi alla lotta dei fratelli in Siria e in Iraq” e, se non possibile, “di avvelenare l’acqua o investire i passanti”.

L’Isis cerca un obiettivo simbolico: la Francia rappresenta bene l’Europa. Colpire la quotidianità e l’ordinarietà di certi momenti significa colpire la vita di tutti noi e quello spirito e sentimento di libertà che noi tutti cerchiamo.

Dal punto di vista politico-militare, la Francia più degli altri paesi europei è quello maggiormente esposto contro la lotta al terrorismo islamista con i bombardamenti aerei e la vendita di armi ai Paesi alleati del Golfo, ma anche  in Africa saheliana e nell’Africa mediterranea (Libia e Mali). Di fatto, la Francia è percepita nel mondo islamico come una potenza colonialista.

Pare sia influente anche il fatto che molti terroristi sono francesi di seconda o terza generazione, alcuni dei quali cresciuti ai margini della società e in aperto contrasto con i valori del la loro nuova patria.

E l’Italia?

Non è indifferente il fatto che l’Italia, sebbene abbia ruoli di sostegno a favore della coalizione internazionale, svolge anche compiti di addestramento delle Forze di polizia, curda e irachena e, quindi, sia in Siria/Iraq ma anche in Kossovo, Afghanistan e Libia – altri Paesi musulmani in cui sono presenti le nostre Forze Armate – svolge funzioni di “costruzione” e di stabilizzazione di quei paesi e non di contrasto al mondo musulmano.

Sono azioni che conferiscono all’Italia caratteristiche molto diverse da quelle che connotano la Francia, tant’è che non risultano minacce dello stesso tenore di quelle che ho citato in precedenza contro il nostro Paese.

In ogni caso, il terrorismo va condannato e combattuto affinché l’aggressione ai nostri valori – che sono uguali a quelli francesi – sia respinta con forza.

L’Italia contro lo stato islamico in Iraq

Negli ultimi mesi le Forze Armate Irachene (IAF) hanno strappato diversi territori dal controllo dello Stato Islamico.
Prossima realtà da conquistare è Mosul, la più importante città irachena ancora sotto il controllo dello Stato Islamico, oltre a tagliare le linee di approvvigionamento e comunicazione utilizzate dagli estremisti sunniti nella provincia di Anbar fino a giungere al completo controllo del confine siriano.
Lo scopo è quello di interrompere la continuità territoriale dello Stato Islamico lungo due direttrici, quella che collega i territori di Anbar con la provincia di Deir-er-Zour, nel centro della Siria, e la seconda, più a nord, lungo l’asse Raqqa-Mosul.
I risultati positivi sono il frutto sia del supporto aereo fornito dalla coalizione internazionale sia della costante opera di addestramento.
A questo sforzo continua a partecipare anche l’Italia con 550 unità impiegate in attività di addestramento a beneficio dei Peshmerga curdi e delle Forze irachene. Nello specifico, a Erbil operano unità dell’Esercito Italiano, mentre a Baghdad e Kirkuk le attività sono poste in essere da personale appartenente al Comando Interforze per le Operazioni delle Forze Speciali (COFS) che si occupa dell’addestramento sia dei militari iracheni del Counter Terrorism Service (CTS) sia delle Forze speciali curde. Sempre a Baghdad dal giugno del 2015 opera anche un nucleo di Carabinieri, composto da circa 90 unità, con lo scopo di addestrare i membri della Iraqi Federal Police. Infine, l’impegno italiano è completato dalla presenza di una Task Force dell’Aeronautica Militare, costituita da 2 velivoli a pilotaggio remoto Predator, un aereo da rifornimento KC-767 e 4 cacciabombardieri A-200 Tornado IDS. Questo dispositivo aereo svolge missioni di ricognizione e sorveglianza in supporto all’intero sforzo della Coalizione nell’opera di contrasto allo Stato Islamico.
La presenza del nostro Paese in Iraq vedrà, inoltre, nei prossimi mesi l’invio di un contingente di circa 500 unità a protezione dei lavoratori della ditta italiana Trevi S.p.a. Quest’ultima, infatti, ha recentemente firmato un contratto con il governo iracheno per i lavori di messa in sicurezza e manutenzione della Diga di Mosul, situata a circa 70 km dall’omonima città.

Base di Sigonella, cosa ha autorizzato l’Italia

Negli ultimi anni l’area del Nord Africa e del Sahel è stata caratterizzata da una forte e crescente instabilità. Ai tumulti della “Primavera Araba” che hanno portato alla caduta dei regimi di Tunisia, Egitto e Libia ha fatto seguito un deterioramento della situazione di sicurezza iniziato con il sanguinoso attacco al consolato di Bengasi costato la vita all’ambasciatore americano John Christopher Stevens (11 settembre 2012), proseguito con la crisi in Mali, e ulteriormente aggravatosi con la guerra civile libica.
In considerazione di tale situazione, la Difesa Italiana ha concesso, tra la fine del 2012 e l’inizio del 2013, un’autorizzazione temporanea allo schieramento di ulteriori assetti americani nella base di Sigonella. Nello specifico si tratta di 6 APR (Aeromobili a Pilotaggio Remoto) MQ-1 Predator o MQ-9 Reaper, velivoli da ricognizione e sorveglianza che possono eventualmente essere armati, alcuni ulteriori velivoli P-3 Orion AIP da pattugliamento marittimo e velivoli cargo C-130 Hercules con il relativo personale di supporto logistico.
Concedendo tali autorizzazioni, però, l’Italia ha fissato precisi limiti e vincoli alle missioni di queste specifiche piattaforme e in particolare:
1. ogni operazione che abbia origine dal territorio italiano deve essere condotta come stabilito dagli accordi bilaterali in vigore e nei termini approvati;
2. l’autorizzazione ad effettuare sortite di volo è garantita solo alle seguenti condizioni:
– condurre Non Combatant Evacuation Operations2 e Hostage Rescue Operations3;
– supportare il Governo del Mali per quanto previsto nella Risoluzione del Consiglio di
Sicurezza delle Nazioni Unite 2085;
– notificare le Autorità Italiane prima dell’effettuazione di qualsiasi attività;
– le Autorità USA dovranno informare i Governi delle Nazioni interessate dall’attività al
momento dell’effettuazione della stessa.

Anche relativamente all’aspetto di regolazione dell’attività di volo e di supporto logistico, gli
assetti in dispiegamento temporaneo sono soggetti a precisi vincoli:
a. l’esecuzione di tutta l’attività di volo deve essere subordinata alle esigenze nazionali e preventivamente coordinata con l’Ente ATC (Controllo Traffico Aereo) e l’Ufficio operazioni della base ospitante;
b. in particolare, l’attività che interessa gli spazi aerei di Sigonella deve essere gestita con le medesime modalità vigenti per i reparti stanziali e preventivamente coordinata con il rispettivo Comando di Stormo per quanto concerne il numero di sortite, orari di svolgimento e procedure di attuazione;
c. il parcheggio, l’assistenza velivoli ed il complesso logistico di supporto deve essere fornito dalla locale US Naval Air Station;
d. l’attività degli assetti MQ-1/MQ-9 deve essere condotta strettamente in accordo alle procedure operative in vigore.
La presenza dei Predator/Reaper temporaneamente basati a Sigonella, dunque, è sottoposta a precisi caveat imposti dal Governo italiano e ha fondamentalmente lo scopo di permettere alle autorità americane il dispiegamento di questi determinati dispositivi qualora si presentino delle situazioni di crisi nell’area nordafricana e del Sahel.

Terrorismo internazionale: l’Italia è al sicuro?

Per l’Italia non c’è al momento nessuna minaccia specifica.

In ogni caso, abbiamo preso tutte le misure necessarie per garantire la sicurezza degli italiani.

In particolare, la nostra intelligence ha in corso tutti i contatti possibili, dentro e fuori l’Italia, per prevenire qualsiasi azione terroristica.

Certo, il rischio zero non esiste, ma qualsiasi azione sarebbe “anomala” nel contesto terroristico internazionale.

Finora abbiamo investito sulla sicurezza del territorio attraverso i presidi, abbiamo anche cambiato il Codice Penale prevedendo alcune ipotesi di reato prima inesistenti che molti Paesi europei ci stanno copiando e abbiamo un’esperienza che altri non hanno mai avuto: l’antimafia e l’antiterrorismo esercitato negli anni bui della nostra democrazia.

Adesso dobbiamo investire in cultura, sulle periferie urbane, un investimento sociale in modo che l’aspetto educativo possa sconfiggere le minacce nate e cresciute anche in Europa.

L’Italia ha anche chiesto meccanismi unitari di intelligence e di sicurezza tra i Paesi europei e non solo, attraverso l’Europol, struttura di coordinamento,
Il Governo ha anche istituito una cabina di regia parlamentare sulla sicurezza.

Ipotizzare che il terrorismo possa essere sconfitto localmente, dalle pur brave Forze di Polizia, significa sottovalutare il problema.

Occorre eliminare le fonti ideali che in questo momento sono diverse e tutte in Paesi lontani.

Le armi sono importanti, ma solo l’intelligence e la prevenzione possono consentire risultati.

Infine, è continuo il monitoraggio dei foreign fighters, italiani che sono rientrati dagli scenari di guerra, pur non avendone partecipato, altrimenti sarebbero già stati espulsi, come abbiamo fatto con tutti coloro che hanno solo dichiarato simpatia verso l’ISIS.

Tutte le organizzazioni della sicurezza sono allertate e niente è lasciato intentato.

Libia, alcune informazioni.

Lo scenario libico – Situazione politica

Allo stato attuale vi sono due governi: una formazione filoccidentale insediata a Tobruk (Cirenaica) e un governo filoislamista insediato a Tripoli (Tripolitania) ben distinto dall’ISIS. Entrambi i governi sono combattuti e combattono contro le milizie ISIS ed i gruppi vicini ad Al-Qaedia.

Sono presenti molteplici formazioni militari riconducibili ad altrettante tribù.

Il governo libico riconosciuto a livello internazionale, quello con sede a Tobruk, non è in grado di controllare tutto il territorio libico e ha riconosciuto l’incapacità del Paese di contrastare le migrazioni illegali verso l’Europa. Inoltre, ha chiesto di collaborare con l’Unione europea per un piano d’azione finalizzato a tale scopo.

Attualità del confronto

Di fronte all’instabilità della regione l’ONU ha l’obiettivo del superamento da parte di tutte le delegazioni presenti sul territorio dei principali punti di disaccordo per giungere alla composizione del futuro governo di unità nazionale.

L’instabilità favorisce sia la diffusione dell’ISIS che le attività illegali degli scafisti.

Nella prima fase sono stati coinvolti i due governi presenti. Considerati gli insuccessi ed i veti incrociati tra loro, in una seconda fase delle trattative sono stati coinvolti anche rappresentanti delle municipalità libiche, capi tribali e membri della società civile volto ad interrompere il potere di ricatto delle milizie sui parlamentari di riferimento.

Lo scopo è stato quello di stabilire le linee guida per il raggiungimento dell’accordo politico libico, evitando un voto diretto di approvazione da parte dei due parlamenti rivali di Tripoli di Tobruk, ma impegnando la maggioranza dei membri dei due consessi alla firma diretta dell’intesa.

L’accordo di massima (con la sigla di 90 membri della Camera dei rappresentanti di Tobruk, di 69 deputati del Congresso nazionale di Tripoli e di numerosi rappresentanti della società civile, dei partiti politici e delle municipalità libiche) sulla formazione di un governo di unità nazionale con sede a Tripoli (Consiglio di presidenza e in un Gabinetto, nonché una Camera dei rappresentanti e un Consiglio di Stato) formato da 32 ministri e 64 sottosegretari, è stato bloccato dal Parlamento di Tobruk contrario ad elezioni anticipate perché si considera l’unico Governo legittimo.

L’Italia

Dal 15 febbraio 2015 l’Italia ha chiuso (temporaneamente) l’Ambasciata a Tripoli, l’unica tra quelle europee ancora aperta dopo la vittoria delle milizie filoislamiche nella capitale dell’agosto 2014 che le ha portato al governo.

L’Italia subordina qualsiasi intervento di carattere militare in Libia alla formazione di un governo nazionale unitario, alla richiesta da parte di quest’ultimo e ad una specifica risoluzione del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite.

L’Italia si è proposta per un ruolo guida. Ciò anche alla luce dei rischi che l’affacciarsi dell’ISIS sulla sponda sud del Mediterraneo comporta per il nostro Paese e per l’intera Europa.

L’Italia è sempre stata presente ai negoziati e ha convocato a Roma una Conferenza (13 dicembre 2016) sulla Libia con tutte le parti in causa. Il Generale Paolo Serra è stato  nominato senior advisor  per le questioni di sicurezza correlate al dialogo politico in Libia.

Un eventuale attacco dalla costa africana al territorio italiano è una minaccia che non esiste. Le armi a lunga gittata che erano in mano ai libici (Scud-B di matrice sovietica), sono stati dismessi già da Gheddafi e non possono armare i nuovi terroristi.

La permeabilità dei flussi dall’Iraq alla Libia, dall’Asia minore all’Africa, ovvero l’eventualità che insieme ai profughi possano entrare possibili terroristi è una minaccia che c’è sempre stata ed è prevista dalle procedure di controllo. La polizia impegnata nella gestione dei flussi già ricostruisce eventuali precedenti o sospetti delle persone, consultando gli archivi e le autorità dei paesi d’origine. Il problema è che dal 2011 le autorità libiche, e non solo quelle, hanno perso il controllo del territorio e non sempre hanno aggiornato gli elenchi e le segnalazioni dei nuovi adepti.

Tracciabilità del petrolio importato

È necessario eliminare ogni forma di finanziamento al cosiddetto stato islamico. È inaccettabile che nel momento in cui la comunità internazionale sta combattendo quelle milizie, quel petrolio macchiato di sangue circoli liberamente in Europa e, forse, anche in Italia. L’Italia partecipa alla coalizione che sta contrastando l’espansione di Daesh, abbiamo il dovere di eliminare ogni dubbio sui finanziamenti. Per questo ho accolto l’idea della petizione e ho chiesto al Governo se non sia necessario e urgente promuovere un’iniziativa legislativa – e/o condividere analoga proposta con altri partner europei – per fissare regole e discipline che prevedano la tracciabilità del petrolio introdotto in Italia (e in Europa), al fine di bloccare le operazioni di acquisto di prodotti petroliferi provenienti dai territori occupati da Daesh ed interrompere il conseguente il flusso finanziario. Non vedo altre possibilità di impedire l’ingresso di quel petrolio.

Interrogazione a risposta scritta

AL MINISTRO PER GLI AFFARI ESTERI
AL MINISTRO DELLE ATTIVITA’ PRODUTTIVE
per sapere, premesso che:

si ha notizia che Daesh ha occupato numerosi pozzi di petrolio in Iraq e in Siria;

secondo fonti di stampa, ogni mese Daesh incasserebbe circa 50 milioni di dollari grazie a tali giacimenti di greggio: la stima arriverebbe da fonti come l’intelligence irachena e quella americana. A conferma di ciò un documento del “Diwan al-Rakaaez”, il ministero delle finanze del sedicente Califfato, pubblicato dall’Associated Press, afferma che i ricavi delle vendite del solo petrolio siriano ad aprile 2015 sono stati di 46 milioni e 700 mila dollari. Nello stesso documento sono indicati 253 pozzi sotto il controllo di Daesh in Siria, di cui 161 operativi grazie all’impiego di 275 ingegneri e 1.107 operai, salvo variazioni nel frattempo subentrate;

la vendita del petrolio sarebbe la principale entrata del sedicente Califfato, soldi che servono evidentemente per pagare i miliziani, acquistare armi, riparare le infrastrutture colpite dai raid, ecc.;

fuori dai territori attualmente occupati, Daesh utilizzerebbe una folta rete di contrabbandieri, che opererebbero soprattutto in Turchia, ai quali venderebbe il petrolio a prezzi inferiori a quelli di mercato;

le dimensioni del traffico sarebbero indirettamente confermate dalle dichiarazioni delle autorità turche che dal 2011 avrebbero sequestrato 5,5 milioni di litri di petrolio illegale in arrivo dalla Siria;

si stima che il sedicente Califfato estragga ogni giorno 30 mila barili dagli impianti siriani e 10-20 mila dall’Iraq, per lo più dai giacimenti vicino Mosul;

la Legge 13 agosto 2010, n. 136 – Piano straordinario contro le mafie, nonche’ delega al Governo in materia di normativa antimafia, all’art. 3 prevede la tracciabilità dei flussi finanziari, per bloccare le operazioni con soldi provenienti dalla mafia, con determinazione delle linee guida n. 4 del 7.7.2011;

dal dicembre 2014 il Regolamento europeo prevede la tracciabilità e l’origine dei prodotti agro-alimentari;

non esiste allo stato una normativa che riguardi la tracciabilità e l’origine del petrolio acquistato dall’Italia, per bloccare le operazioni di acquisto di prodotti petroliferi provenienti dai territori occupati da Daesh ed interrompere conseguente il flusso finanziario;

se non sia necessario e urgente promuovere un’iniziativa legislativa – e/o condividere analoga proposta con altri partner europei – per fissare regole e discipline che prevedano la tracciabilità del petrolio introdotto in Italia (e in Europa), al fine di bloccare le operazioni di acquisto di prodotti petroliferi provenienti dai territori occupati da Daesh ed interrompere conseguente il flusso finanziario.