Il terrorismo dei lupi solitari

Dopo l’attentato di Londra, riemerge il tema degli attentati terroristici di matrice islamista realizzati dai cd. “lupi solitari”.

Tra i vari scenari osservati nel corso dell’esperienza operativa, quello più insidioso è relativo ai soggetti estremamente radicalizzati che non hanno alcun tipo di contatto con i vertici dell’Isis e che quindi possono agire a loro discrezione e in totale autonomia dallo Stato Islamico che poi, nel caso in cui l’attentato venga compiuto, rivendica comunque come propria l’azione.
Paradossalmente, sono proprio i lupi solitari che, nonostante l’assenza di qualsiasi supporto, riescono a compiere attentati efferati con numerose vittime. Ricordo Berlino, Nizza, Orlando.
Colpisce, come nell’atto di Londra, la volontà suicida dei terroristi pronti a compiere attentati con mezzi minimi, una macchina e un coltello, ad esempio, consapevoli che la propria fine è quasi certa.
A differenza di altre modalità terroristiche, nelle quali vengono comunque lasciate tracce della condotta, in questi casi l’attività di prevenzione si presenta più difficoltosa in quanto la loro individuazione non è affatto agevole trattandosi di soggetti non formalmente aderenti all’organizzazione terroristica che anzi, il più delle volte, conducono un tenore di vita apparentemente regolare senza dare evidenti segni esterni della loro avvenuta radicalizzazione se non proprio a ridosso del compimento dell’attentato terroristico.
Non è un caso che a questa categoria di terroristi si rivolge spesso la campagna di incitamento dello Stato Islamico a compiere attentati, con l’esplicito invito a colpire con qualsiasi mezzo negli Usa e in Europa.
Addirittura, è provato che l’ISIS ha creato una struttura apposta, riconducibile in tutto e per tutto ad un servizio segreto. La struttura in questione è ben organizzata e si articola in diverse aree territoriali essendo previsti un servizio “affari europei”, un servizio “affari asiatici” e un servizio “affari arabi”.
Che fare?
Per contrastare il fenomeno dei “lupi solitari”, abbiamo previsto fattispecie di reato prima inesistenti come, ad esempio, la punizione con la pena della reclusione da cinque a dieci anni di colui che
si autoaddestra ponendo in essere comportamenti univocamente finalizzati al compimento di condotte di terrorismo.
Abbiamo previsto reati anche per l’utilizzo della rete internet, principale strumento di propaganda e informazione.
Infatti, la Polizia postale e delle comunicazioni terra’ costantemente aggiornata una e-list dei siti Internet che vengano utilizzati per la commissione di reati di terrorismo.
Gli internet providers dovranno oscurare i siti e rimuovere i contenuti illeciti connessi a reati di terrorismo pubblicati sulla rete.
Abbiamo stabilito – ed è una norma molto utilizzata – l’espulsione amministrativa per motivi di prevenzione del terrorismo nei confronti degli stranieri che svolgano rilevanti atti preparatori diretti a partecipare ad un conflitto all’estero a sostegno di organizzazioni che perseguono finalità terroristiche.

Medio oriente, Libia e superpotenze

Come membro della Commissione Difesa, ho partecipato ad alcuni incontri con Ambasciatori e autorevoli esponenti della diplomazia internazionale per valutare gli attuali scenari nel mondo arabo e medio orientale.
Non ci sono dubbi che l’ascesa di Trump alla Casa Bianca ha determinato un certo grado di imprevedibilità.
Non solo a parole, ma anche nell’ultimo libro del neoeletto Presidente emergono le critiche sia all’Iran sia alle politiche dal suo predecessore. Esse si inseriscono nel teatro mediorientale
soggetto a rapidi mutamenti che spingono a un riadattamento costante della strategia dei vari attori coinvolti.
Quindi, se alle parole seguiranno i fatti – va considerato che oltre al neoeletto Presidente, anche la nuova squadra di governo e la maggioranza repubblicana al congresso la pensano così – nei prossimi quattro anni il ruolo degli Stati Uniti può compromettere le azioni di conciliazione che sia Obama che l’Unione Europea hanno condotto in questi anni.
Da tenere presente, inoltre, che l’ingresso forte nello scenario della Russia e la simpatia di questa verso l’asse sciita che oggi governa la Siria, l’Iraq e l’Iran, crea, nei fatti, un dualismo come negli anni della guerra fredda: da una parte gli USA più vicini ai sunniti (più per risulta che per scelta) e ad Israele e dall’altra la Russia ed i suoi rapporti con il mondo sciita.
In questo reticolato la fossilizzazione di centri di potere antagonisti rendono complesso l’isolamento di qualche Paese in particolare, ma, soprattutto, una possibile soluzione di carattere generale.
Va considerato, inoltre, che l’Iran, vistosi isolato, si è sempre più spostata verso
la morsa cinese sia a livello economico che strategico, offrendo a Pechino una sponda per iniziare l’insediamento nell’area.
Insomma, gli attori nell’area mediorientale non sono più solo i Paesi che vi appartengono, bensì grandi superpotenze che hanno interessi contrastanti tra loro.
In tutto questo gioco geopolitico non vi sono notizie di azioni verso la Libia, che resta il nostro problema numero uno, a causa della vicinanza geografica e dei flussi immigratori che provengono da lì.
Qui ci sarebbe lo spazio per l’Unione Europea che, in realtà, purtroppo non riesce a svolgere con forza il proprio ruolo. Oltre le missioni in corso nel Mediterraneo, sul terreno libico non vi sono segnali di impegno tale da far sperare in una soluzione stabile e duratura per quel Paese.
L’Italia, invece, è fortemente impegnata per la stabilizzazione e, per questa ragione, da un mese abbiamo riaperto l’Ambasciata italiana a Tripoli dopo tre anni di assenza.

Immigrazione: sicurezza e accoglienza

Il Capo della Polizia con una circolare inviata a tutte le Questure italiane ha chiesto di conferire massimo impulso all’attività di “rintraccio dei cittadini dei Paesi terzi in posizione irregolare, in particolare attraverso una specifica attività di controllo delle diverse forze di polizia”.

In soldoni, l’ordine è quello di individuare i clandestini per poi allontanarli dal Paese attraverso una preventiva pianificazione dei servizi mirati.

Saranno i Comitati provinciali per l’ordine la sicurezza pubblica a “stabilire l’attivazione di piani straordinari di controllo del territorio volti non solo al contrasto dell’immigrazione irregolare ma anche allo sfruttamento della manodopera e alle varie forme di criminalità che attingono dal circuito della clandestinità”.

Non ci sono dubbi che la crescente pressione migratoria e il nuovo scenario internazionale connotato da instabilità e da minacce impongono la massima attenzione per garantire la sicurezza dei cittadini.

Sebbene non vi siano elementi tali per affermare l’equazione immigrazione/terrorismo, appare necessario il controllo di tutti coloro che giungono nel nostro Paese. Una precisazione doverosa: i migranti, economici e non, che approdano sulle nostre coste sono tutti identificati e autorizzati. Solo alla fine dei controlli e delle procedure previsti, è possibile fare una distinzione tra chi ha diritto e chi no.

La circolare potrebbe apparire un cambio di passo rispetto al passato. In realtà, è abbastanza normale che in un Paese si combatta il contrasto dell’immigrazione irregolare ma anche allo sfruttamento della manodopera e alle varie forme di criminalità che, come è noto, attingono dal mondo della clandestinità.

Certo, riattivare i Centri di identificazione ed espulsione potrebbe apparire un ritorno al passato, ma non vi sono dubbi che se non sono coniugate la sicurezza e l’accoglienza, le politiche di integrazione perdono di efficacia perché i cittadini non riscontrano una pari severità ed efficacia in quelle rivolte al contrasto dei fenomeni illegali.

Con questa scelta, inoltre, il segnale all’Unione Europea è chiaro: noi rafforziamo i controlli e l’identificazione dei migranti, aumentiamo i rimpatri per gli irregolari, ma chiediamo maggiore solidarietà ai Paesi più recalcitranti, in primis per rivedere il Trattato di Dublino e poi per attuare il piano di delocalizzazione nei vari Paesi UE di coloro che giungono sulle coste italiane.

Terrorismo, in Italia siamo al sicuro?

L’attentato di Berlino ha riproposto il tema della sicurezza e del terrorismo, un tema che viene spesso accostato strumentalmente all’immigrazione. Sbagliato.

Purtroppo, la certezza che tutto finisca non c’è. Anzi, in futuro potrebbe aumentare perché proseguono sia le guerre nel mondo musulmano sia la facilità nel diffondere propaganda via Internet.
Per quanto riguarda l’Italia, non dobbiamo dimenticare che se in passato la Moschea di Viale Jenner a Milano era stata identificata come la principale sede europea di arruolamento per Al Qaeda, l’attentatore di Nizza aveva legami italiani, con un uomo che ha abitato in Puglia e l’attentatore di Berlino era venuto in Italia. Riteneva Sesto San Giovanni un posto sicuro?
L’Italia, pertanto, viene usata come base di appoggio, o come passaggio libero, perché è una perfetta base logistica per chi voglia entrare e operare in Europa.
Quindi, siamo al sicuro o no?
Va detto che l’antiterrorismo italiano ha molti anni di esperienza, sia per la lotta al terrorismo interno sia a organizzazioni mafiose.
L’Italia, poi, ha usato moltissimo lo strumento delle espulsioni, anche se nel breve periodo è considerato efficace ma nel lungo non risolve il problema: dal 2004 al 2014 i Governi hanno espulso per motivi di sicurezza nazionale una media di 14 persone all’anno; negli ultimi due anni il numero delle espulsioni è salito a 123, la maggior parte delle quali dirette a marocchini e tunisini.
Le espulsioni hanno colpito soggetti che a causa della loro radicalizzazione potevano crare problemi alla nostra vita democratica, anche semplicemente attraverso la diffusione dell’ideologia terroristica oggi perorata dall’Isis. Tra gli espulsi, diversi Imam radicali.
In ogni caso, ad oggi non risultano elementi concernenti il jihadismo organizzato, anche per la mancanza di ghetti che altrove sono stati luogo di diffusione e mobilitazione e il ritorno dei “foreign fighters” non è ancora diventato un problema di grandi dimensioni.
Purtroppo non si può dire lo stesso per il jihadismo cosiddetto “homegrown”, quello scollegato dalle grandi reti terroristiche internazionali e dalle moschee e basato soprattutto sulle comunicazioni su internet.
È proprio questo pericolo che in questi giorni sta preoccupando e contro il quale si sta provvedendo con le barriere all’ingresso di luoghi molto frequentati.
Per fronteggiarlo, il Governo non solo ha incrementato le Forze di Polizia sul territorio, ma ha destinato risorse e mezzi ai servizi di sicurezza per favorire le attività di intelligence che, nonostante tutto, sono alla base per qualsiasi risposta preventiva.

Guerra all’Isis in Iraq, il ruolo dell’Italia.

Guerra all’Isis in Iraq, il ruolo dell’Italia.

L’Italia fa parte della coalizione internazionale che combatte contro lo stato islamico ed in particolare è presente in Iraq.

Negli ultimi mesi sono stati compiuti diversi passi avanti che hanno determinato un parziale indebolimento dello stato islamico. L’Italia partecipa nella coalizione internazionale attraverso l’operazione “Prima Parthica” che vede impegnate circa 550 unità in programmi di addestramento che coinvolgono i Peshmerga curdi e le Forze irachene.

In particolare, a Erbil operano unità dell’Esercito Italiano, mentre a Baghdad e Kirkuk è impiegato personale appartenente al Comando Interforze per le Operazioni delle Forze Speciali (COFS) che si occupa dell’addestramento sia dei militari iracheni del Counter Terrorism Service (CTS) sia delle Forze speciali curde.

Sempre a Baghdad dal giugno del 2015 opera anche un nucleo di Carabinieri di circa 90 unità, con lo scopo di addestrare i membri della Iraqi Federal Police.

Il dispositivo italiano impegnato in Iraq vede anche la presenza di una Task Force dell’Aeronautica Militare, costituita da 2 velivoli a pilotaggio remoto Predator, un aereo da rifornimento KC-767 e 4 velivoli da attacco e ricognizione AMX.

Tutto questo dispositivo aereo svolge missioni di ricognizione e sorveglianza in supporto all’intero sforzo della coalizione nell’opera di contrasto allo Stato Islamico.

Infine, lo sforzo italiano in Iraq sarà completato nei prossimi mesi dall’invio di un contingente composto dagli uomini e donne del Sesto Reggimento Bersaglieri di stanza a Trapani e appartenente alla Brigata Meccanizzata AOSTA a protezione dell’installazione della ditta italiana Trevi che sarà impegnata nell’opera di manutenzione della Diga di Mosul.

Tra settembre e ottobre è previsto che il contingente italiano salga fino a raggiungere le circa 450 unità. I bersaglieri saranno equipaggiati principalmente con veicoli tattici tipo 4×4 LINCE (Light Multirole Vehicle), ma potranno contare anche su mortai e sistemi controcarro, così da poter disporre di una capacità d’ingaggio a medio raggio nei confronti di eventuali formazioni ostili.

Libia, i bombardamenti aerei Usa. L'Italia?

Libia, i bombardamenti aerei Usa. L’Italia?

Il Ministro della Difesa Roberta Pinotti risponde alla mia domanda su cosa farà l’Italia nel complesso scenario libico a seguito dell’intervento americano contro lo stato islamico.

Libia, i bombardamenti aerei Usa. L’Italia? from Vincenzo D’Arienzo on Vimeo.

Libia, bombardamenti, Isis e l'Italia.

Libia, bombardamenti, Isis e l’Italia.

È iniziata la campagna di bombardamenti aerei per liberare la Libia dalle milizie dell’Isis.
Su richiesta del Governo unitario libico, voluto dall’ONU, i caccia colpiranno postazioni dello stato islamico concentrate soprattutto nella città di Sirte.
L’intervento armato è stato comunicato preventivamente al Governo Italiano, alla nostra Intelligence e alla nostra Difesa.
Se gli USA lo chiederanno, l’Italia metterà a disposizione la base aerea di Sigonella e lo spazio aereo italiano.
È da ricordare che abbiamo già autorizzato l’uso della base di Sigonella per l’impiego di droni militari. I velivoli sono impiegati a protezione e sicurezza del personale impegnato nella lotta contro l’ISIS in tutti gli scenari ove esso è presente.
Abbiamo interesse acchè a pochi metri da noi non ci sia il collasso del sistema, una polveriera ingestibile. L’inazione favorisce le spinte disgregative esistenti.
L’Italia ha sempre subordinato qualsiasi intervento di carattere militare in Libia contro l’ISIS alla formazione di un governo nazionale unitario, alla richiesta da parte di quest’ultimo, ad una specifica risoluzione del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite. Queste condizioni ci sono tutte.
Il nostro Consiglio Supremo di Difesa ha valutato anche la disponibilità di intervento italiano, ma solo su richiesta di un governo libico unitario e per una missione di supporto con numero limitato di militari con compiti di addestramento e sorveglianza di siti sensibili.
Va comunque detto che solo l’intervento militare non basta, perché serve anche ricostruire un tessuto economico e produttivo e che qualsiasi azione deve sempre essere valutata al fine di evitare la saldatura di interessi tra le varie formazioni di radice islamista radicale.

Perché la Francia? E l’Italia rischia qualcosa?

Perché la Francia sembra l’obiettivo principale dei terroristi di matrice islamista?
Premetto che lo stato islamico non può essere sconfitto solo con la forza militare nei luoghi in cui è presente, bensì anche con operazioni coordinate e pianificate con un chiaro intento politico a valere in ogni parte del mondo.

Provo a ragionare alla luce degli incontri tenuti dalla Commissione sul tema, nella consapevolezza che è comunque difficile dire in assoluto il motivo – se poi esiste – di tale accanimento.

La Francia è uno dei due Paesi europei, con la Gran Bretagna, che sta bombardando le postazioni dell’Isis in Iraq. Tant’è che da quelle parti sono partiti più inviti ai musulmani francesi di “lanciare attacchi da lupi solitari in tutto il Paese” e di “unirsi alla lotta dei fratelli in Siria e in Iraq” e, se non possibile, “di avvelenare l’acqua o investire i passanti”.

L’Isis cerca un obiettivo simbolico: la Francia rappresenta bene l’Europa. Colpire la quotidianità e l’ordinarietà di certi momenti significa colpire la vita di tutti noi e quello spirito e sentimento di libertà che noi tutti cerchiamo.

Dal punto di vista politico-militare, la Francia più degli altri paesi europei è quello maggiormente esposto contro la lotta al terrorismo islamista con i bombardamenti aerei e la vendita di armi ai Paesi alleati del Golfo, ma anche  in Africa saheliana e nell’Africa mediterranea (Libia e Mali). Di fatto, la Francia è percepita nel mondo islamico come una potenza colonialista.

Pare sia influente anche il fatto che molti terroristi sono francesi di seconda o terza generazione, alcuni dei quali cresciuti ai margini della società e in aperto contrasto con i valori del la loro nuova patria.

E l’Italia?

Non è indifferente il fatto che l’Italia, sebbene abbia ruoli di sostegno a favore della coalizione internazionale, svolge anche compiti di addestramento delle Forze di polizia, curda e irachena e, quindi, sia in Siria/Iraq ma anche in Kossovo, Afghanistan e Libia – altri Paesi musulmani in cui sono presenti le nostre Forze Armate – svolge funzioni di “costruzione” e di stabilizzazione di quei paesi e non di contrasto al mondo musulmano.

Sono azioni che conferiscono all’Italia caratteristiche molto diverse da quelle che connotano la Francia, tant’è che non risultano minacce dello stesso tenore di quelle che ho citato in precedenza contro il nostro Paese.

In ogni caso, il terrorismo va condannato e combattuto affinché l’aggressione ai nostri valori – che sono uguali a quelli francesi – sia respinta con forza.

L’Italia contro lo stato islamico in Iraq

Negli ultimi mesi le Forze Armate Irachene (IAF) hanno strappato diversi territori dal controllo dello Stato Islamico.
Prossima realtà da conquistare è Mosul, la più importante città irachena ancora sotto il controllo dello Stato Islamico, oltre a tagliare le linee di approvvigionamento e comunicazione utilizzate dagli estremisti sunniti nella provincia di Anbar fino a giungere al completo controllo del confine siriano.
Lo scopo è quello di interrompere la continuità territoriale dello Stato Islamico lungo due direttrici, quella che collega i territori di Anbar con la provincia di Deir-er-Zour, nel centro della Siria, e la seconda, più a nord, lungo l’asse Raqqa-Mosul.
I risultati positivi sono il frutto sia del supporto aereo fornito dalla coalizione internazionale sia della costante opera di addestramento.
A questo sforzo continua a partecipare anche l’Italia con 550 unità impiegate in attività di addestramento a beneficio dei Peshmerga curdi e delle Forze irachene. Nello specifico, a Erbil operano unità dell’Esercito Italiano, mentre a Baghdad e Kirkuk le attività sono poste in essere da personale appartenente al Comando Interforze per le Operazioni delle Forze Speciali (COFS) che si occupa dell’addestramento sia dei militari iracheni del Counter Terrorism Service (CTS) sia delle Forze speciali curde. Sempre a Baghdad dal giugno del 2015 opera anche un nucleo di Carabinieri, composto da circa 90 unità, con lo scopo di addestrare i membri della Iraqi Federal Police. Infine, l’impegno italiano è completato dalla presenza di una Task Force dell’Aeronautica Militare, costituita da 2 velivoli a pilotaggio remoto Predator, un aereo da rifornimento KC-767 e 4 cacciabombardieri A-200 Tornado IDS. Questo dispositivo aereo svolge missioni di ricognizione e sorveglianza in supporto all’intero sforzo della Coalizione nell’opera di contrasto allo Stato Islamico.
La presenza del nostro Paese in Iraq vedrà, inoltre, nei prossimi mesi l’invio di un contingente di circa 500 unità a protezione dei lavoratori della ditta italiana Trevi S.p.a. Quest’ultima, infatti, ha recentemente firmato un contratto con il governo iracheno per i lavori di messa in sicurezza e manutenzione della Diga di Mosul, situata a circa 70 km dall’omonima città.

Base di Sigonella, cosa ha autorizzato l’Italia

Negli ultimi anni l’area del Nord Africa e del Sahel è stata caratterizzata da una forte e crescente instabilità. Ai tumulti della “Primavera Araba” che hanno portato alla caduta dei regimi di Tunisia, Egitto e Libia ha fatto seguito un deterioramento della situazione di sicurezza iniziato con il sanguinoso attacco al consolato di Bengasi costato la vita all’ambasciatore americano John Christopher Stevens (11 settembre 2012), proseguito con la crisi in Mali, e ulteriormente aggravatosi con la guerra civile libica.
In considerazione di tale situazione, la Difesa Italiana ha concesso, tra la fine del 2012 e l’inizio del 2013, un’autorizzazione temporanea allo schieramento di ulteriori assetti americani nella base di Sigonella. Nello specifico si tratta di 6 APR (Aeromobili a Pilotaggio Remoto) MQ-1 Predator o MQ-9 Reaper, velivoli da ricognizione e sorveglianza che possono eventualmente essere armati, alcuni ulteriori velivoli P-3 Orion AIP da pattugliamento marittimo e velivoli cargo C-130 Hercules con il relativo personale di supporto logistico.
Concedendo tali autorizzazioni, però, l’Italia ha fissato precisi limiti e vincoli alle missioni di queste specifiche piattaforme e in particolare:
1. ogni operazione che abbia origine dal territorio italiano deve essere condotta come stabilito dagli accordi bilaterali in vigore e nei termini approvati;
2. l’autorizzazione ad effettuare sortite di volo è garantita solo alle seguenti condizioni:
– condurre Non Combatant Evacuation Operations2 e Hostage Rescue Operations3;
– supportare il Governo del Mali per quanto previsto nella Risoluzione del Consiglio di
Sicurezza delle Nazioni Unite 2085;
– notificare le Autorità Italiane prima dell’effettuazione di qualsiasi attività;
– le Autorità USA dovranno informare i Governi delle Nazioni interessate dall’attività al
momento dell’effettuazione della stessa.

Anche relativamente all’aspetto di regolazione dell’attività di volo e di supporto logistico, gli
assetti in dispiegamento temporaneo sono soggetti a precisi vincoli:
a. l’esecuzione di tutta l’attività di volo deve essere subordinata alle esigenze nazionali e preventivamente coordinata con l’Ente ATC (Controllo Traffico Aereo) e l’Ufficio operazioni della base ospitante;
b. in particolare, l’attività che interessa gli spazi aerei di Sigonella deve essere gestita con le medesime modalità vigenti per i reparti stanziali e preventivamente coordinata con il rispettivo Comando di Stormo per quanto concerne il numero di sortite, orari di svolgimento e procedure di attuazione;
c. il parcheggio, l’assistenza velivoli ed il complesso logistico di supporto deve essere fornito dalla locale US Naval Air Station;
d. l’attività degli assetti MQ-1/MQ-9 deve essere condotta strettamente in accordo alle procedure operative in vigore.
La presenza dei Predator/Reaper temporaneamente basati a Sigonella, dunque, è sottoposta a precisi caveat imposti dal Governo italiano e ha fondamentalmente lo scopo di permettere alle autorità americane il dispiegamento di questi determinati dispositivi qualora si presentino delle situazioni di crisi nell’area nordafricana e del Sahel.