Terrorismo internazionale: l’Italia è al sicuro?

Per l’Italia non c’è al momento nessuna minaccia specifica.

In ogni caso, abbiamo preso tutte le misure necessarie per garantire la sicurezza degli italiani.

In particolare, la nostra intelligence ha in corso tutti i contatti possibili, dentro e fuori l’Italia, per prevenire qualsiasi azione terroristica.

Certo, il rischio zero non esiste, ma qualsiasi azione sarebbe “anomala” nel contesto terroristico internazionale.

Finora abbiamo investito sulla sicurezza del territorio attraverso i presidi, abbiamo anche cambiato il Codice Penale prevedendo alcune ipotesi di reato prima inesistenti che molti Paesi europei ci stanno copiando e abbiamo un’esperienza che altri non hanno mai avuto: l’antimafia e l’antiterrorismo esercitato negli anni bui della nostra democrazia.

Adesso dobbiamo investire in cultura, sulle periferie urbane, un investimento sociale in modo che l’aspetto educativo possa sconfiggere le minacce nate e cresciute anche in Europa.

L’Italia ha anche chiesto meccanismi unitari di intelligence e di sicurezza tra i Paesi europei e non solo, attraverso l’Europol, struttura di coordinamento,
Il Governo ha anche istituito una cabina di regia parlamentare sulla sicurezza.

Ipotizzare che il terrorismo possa essere sconfitto localmente, dalle pur brave Forze di Polizia, significa sottovalutare il problema.

Occorre eliminare le fonti ideali che in questo momento sono diverse e tutte in Paesi lontani.

Le armi sono importanti, ma solo l’intelligence e la prevenzione possono consentire risultati.

Infine, è continuo il monitoraggio dei foreign fighters, italiani che sono rientrati dagli scenari di guerra, pur non avendone partecipato, altrimenti sarebbero già stati espulsi, come abbiamo fatto con tutti coloro che hanno solo dichiarato simpatia verso l’ISIS.

Tutte le organizzazioni della sicurezza sono allertate e niente è lasciato intentato.

Libia, alcune informazioni.

Lo scenario libico – Situazione politica

Allo stato attuale vi sono due governi: una formazione filoccidentale insediata a Tobruk (Cirenaica) e un governo filoislamista insediato a Tripoli (Tripolitania) ben distinto dall’ISIS. Entrambi i governi sono combattuti e combattono contro le milizie ISIS ed i gruppi vicini ad Al-Qaedia.

Sono presenti molteplici formazioni militari riconducibili ad altrettante tribù.

Il governo libico riconosciuto a livello internazionale, quello con sede a Tobruk, non è in grado di controllare tutto il territorio libico e ha riconosciuto l’incapacità del Paese di contrastare le migrazioni illegali verso l’Europa. Inoltre, ha chiesto di collaborare con l’Unione europea per un piano d’azione finalizzato a tale scopo.

Attualità del confronto

Di fronte all’instabilità della regione l’ONU ha l’obiettivo del superamento da parte di tutte le delegazioni presenti sul territorio dei principali punti di disaccordo per giungere alla composizione del futuro governo di unità nazionale.

L’instabilità favorisce sia la diffusione dell’ISIS che le attività illegali degli scafisti.

Nella prima fase sono stati coinvolti i due governi presenti. Considerati gli insuccessi ed i veti incrociati tra loro, in una seconda fase delle trattative sono stati coinvolti anche rappresentanti delle municipalità libiche, capi tribali e membri della società civile volto ad interrompere il potere di ricatto delle milizie sui parlamentari di riferimento.

Lo scopo è stato quello di stabilire le linee guida per il raggiungimento dell’accordo politico libico, evitando un voto diretto di approvazione da parte dei due parlamenti rivali di Tripoli di Tobruk, ma impegnando la maggioranza dei membri dei due consessi alla firma diretta dell’intesa.

L’accordo di massima (con la sigla di 90 membri della Camera dei rappresentanti di Tobruk, di 69 deputati del Congresso nazionale di Tripoli e di numerosi rappresentanti della società civile, dei partiti politici e delle municipalità libiche) sulla formazione di un governo di unità nazionale con sede a Tripoli (Consiglio di presidenza e in un Gabinetto, nonché una Camera dei rappresentanti e un Consiglio di Stato) formato da 32 ministri e 64 sottosegretari, è stato bloccato dal Parlamento di Tobruk contrario ad elezioni anticipate perché si considera l’unico Governo legittimo.

L’Italia

Dal 15 febbraio 2015 l’Italia ha chiuso (temporaneamente) l’Ambasciata a Tripoli, l’unica tra quelle europee ancora aperta dopo la vittoria delle milizie filoislamiche nella capitale dell’agosto 2014 che le ha portato al governo.

L’Italia subordina qualsiasi intervento di carattere militare in Libia alla formazione di un governo nazionale unitario, alla richiesta da parte di quest’ultimo e ad una specifica risoluzione del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite.

L’Italia si è proposta per un ruolo guida. Ciò anche alla luce dei rischi che l’affacciarsi dell’ISIS sulla sponda sud del Mediterraneo comporta per il nostro Paese e per l’intera Europa.

L’Italia è sempre stata presente ai negoziati e ha convocato a Roma una Conferenza (13 dicembre 2016) sulla Libia con tutte le parti in causa. Il Generale Paolo Serra è stato  nominato senior advisor  per le questioni di sicurezza correlate al dialogo politico in Libia.

Un eventuale attacco dalla costa africana al territorio italiano è una minaccia che non esiste. Le armi a lunga gittata che erano in mano ai libici (Scud-B di matrice sovietica), sono stati dismessi già da Gheddafi e non possono armare i nuovi terroristi.

La permeabilità dei flussi dall’Iraq alla Libia, dall’Asia minore all’Africa, ovvero l’eventualità che insieme ai profughi possano entrare possibili terroristi è una minaccia che c’è sempre stata ed è prevista dalle procedure di controllo. La polizia impegnata nella gestione dei flussi già ricostruisce eventuali precedenti o sospetti delle persone, consultando gli archivi e le autorità dei paesi d’origine. Il problema è che dal 2011 le autorità libiche, e non solo quelle, hanno perso il controllo del territorio e non sempre hanno aggiornato gli elenchi e le segnalazioni dei nuovi adepti.

Tracciabilità del petrolio importato

È necessario eliminare ogni forma di finanziamento al cosiddetto stato islamico. È inaccettabile che nel momento in cui la comunità internazionale sta combattendo quelle milizie, quel petrolio macchiato di sangue circoli liberamente in Europa e, forse, anche in Italia. L’Italia partecipa alla coalizione che sta contrastando l’espansione di Daesh, abbiamo il dovere di eliminare ogni dubbio sui finanziamenti. Per questo ho accolto l’idea della petizione e ho chiesto al Governo se non sia necessario e urgente promuovere un’iniziativa legislativa – e/o condividere analoga proposta con altri partner europei – per fissare regole e discipline che prevedano la tracciabilità del petrolio introdotto in Italia (e in Europa), al fine di bloccare le operazioni di acquisto di prodotti petroliferi provenienti dai territori occupati da Daesh ed interrompere il conseguente il flusso finanziario. Non vedo altre possibilità di impedire l’ingresso di quel petrolio.

Interrogazione a risposta scritta

AL MINISTRO PER GLI AFFARI ESTERI
AL MINISTRO DELLE ATTIVITA’ PRODUTTIVE
per sapere, premesso che:

si ha notizia che Daesh ha occupato numerosi pozzi di petrolio in Iraq e in Siria;

secondo fonti di stampa, ogni mese Daesh incasserebbe circa 50 milioni di dollari grazie a tali giacimenti di greggio: la stima arriverebbe da fonti come l’intelligence irachena e quella americana. A conferma di ciò un documento del “Diwan al-Rakaaez”, il ministero delle finanze del sedicente Califfato, pubblicato dall’Associated Press, afferma che i ricavi delle vendite del solo petrolio siriano ad aprile 2015 sono stati di 46 milioni e 700 mila dollari. Nello stesso documento sono indicati 253 pozzi sotto il controllo di Daesh in Siria, di cui 161 operativi grazie all’impiego di 275 ingegneri e 1.107 operai, salvo variazioni nel frattempo subentrate;

la vendita del petrolio sarebbe la principale entrata del sedicente Califfato, soldi che servono evidentemente per pagare i miliziani, acquistare armi, riparare le infrastrutture colpite dai raid, ecc.;

fuori dai territori attualmente occupati, Daesh utilizzerebbe una folta rete di contrabbandieri, che opererebbero soprattutto in Turchia, ai quali venderebbe il petrolio a prezzi inferiori a quelli di mercato;

le dimensioni del traffico sarebbero indirettamente confermate dalle dichiarazioni delle autorità turche che dal 2011 avrebbero sequestrato 5,5 milioni di litri di petrolio illegale in arrivo dalla Siria;

si stima che il sedicente Califfato estragga ogni giorno 30 mila barili dagli impianti siriani e 10-20 mila dall’Iraq, per lo più dai giacimenti vicino Mosul;

la Legge 13 agosto 2010, n. 136 – Piano straordinario contro le mafie, nonche’ delega al Governo in materia di normativa antimafia, all’art. 3 prevede la tracciabilità dei flussi finanziari, per bloccare le operazioni con soldi provenienti dalla mafia, con determinazione delle linee guida n. 4 del 7.7.2011;

dal dicembre 2014 il Regolamento europeo prevede la tracciabilità e l’origine dei prodotti agro-alimentari;

non esiste allo stato una normativa che riguardi la tracciabilità e l’origine del petrolio acquistato dall’Italia, per bloccare le operazioni di acquisto di prodotti petroliferi provenienti dai territori occupati da Daesh ed interrompere conseguente il flusso finanziario;

se non sia necessario e urgente promuovere un’iniziativa legislativa – e/o condividere analoga proposta con altri partner europei – per fissare regole e discipline che prevedano la tracciabilità del petrolio introdotto in Italia (e in Europa), al fine di bloccare le operazioni di acquisto di prodotti petroliferi provenienti dai territori occupati da Daesh ed interrompere conseguente il flusso finanziario.

 

Traffico di armi. Chi sono i Paesi che finanziano l’ISIS?

Fino a poco tempo fa l’Arabia Saudita era il maggiore destinatario extraeuropeo dell’esportazione di armamenti italiani con circa il 14 per cento delle commesse.

Dalle notizie pubblicate dalla stampa risulterebbero provenienti da privati cittadini residenti in Arabia Saudita, Qatar e Kuwait i maggiori contributi di armamenti riservati al sedicente Stato Islamico e ad Al Qaeda, anche a causa della normativa presente in questi Stati.
Pare che la Germania abbia recentemente sospeso la fornitura di armi all’Arabia Saudita per motivi precauzionali, a causa dell’eccessiva instabilità della regione.

In Italia c’è il divieto di esportare armi quando mancano adeguate garanzie sulla definitiva destinazione dei prodotti per la difesa (è prevista anche l’eventuale sospensione o revoca di autorizzazioni già concesse per gravi motivi nel frattempo subentrati).
Per sapere se l’Arabia Saudita è ancora il maggiore destinatario dell’esportazione di armamenti italiani e in che misura, ho presentato un’interrogazione al Ministro degli affari esteri e della cooperazione internazionale e al Ministro dell’interno  per chiedere se risulti che in Arabia Saudita, Qatar e Kuwait risiedano i cittadini che maggiormente riforniscono di armi il sedicente Stato Islamico e Al Qaeda, grazie ad una normativa eccessivamente «morbida» al riguardo in quei Paesi ed al conseguente trasferimento di armi a privati; e trovi conferma che la Germania abbia sospeso le forniture di armi all’Arabia Saudita per i motivi citati; se siano state svolte le operazioni di controllo sulle esportazioni e quali siano stati gli esiti, oppure, nel caso non siano stati finora fatti controlli, se il Governo non ritenga di disporne.
L’interrogazione serve per accertare se tutte le notizie che leggiamo e sentiamo su questi fatti siano veritiere.

ISIS e dintorni

Dopo i fatti di Parigi e il giusto clamore che hanno creato, è bene capire prima di qualsiasi mossa. L’origine del vile attentato è chiara: l’intervento militare francese nell’area in cui i miliziani del cosiddetto stato islamico sono impegnati. Diversamente dall’attacco al giornale satirico Charlie Hebdo, questo atto criminale è direttamente riconducibile a quel conflitto. In ogni caso, è bene dirlo, si tratta di un’aggressione anche alla nostra democrazia. E come tale l’Italia deve rispondere, da sola sul versante interno e insieme all’Unione Europea e alla Comunità internazionale in quei territori.

Ma cos’è lo stato islamico? E quali obiettivi si pone? L’origine temporale di quella formazione terroristica va individuata nella frammentazione politica determinatasi a seguito dell’intervento americano in Iraq. Nel Maggio 2003 Paul Bremer, governatore civile dell’Iraq occupato dalle forze americane, sciolse l’esercito iracheno.

Improvvisamente 400.000 soldati furono esclusi da incarichi militari e fu negato loro il trattamento pensionistico. Numerosi ex-militari cominciarono a imbracciare le armi e a combattere contro gli USA e contro il nuovo governo sciita iracheno: Nacquero gruppi di combattimento e di coordinamento  per riconquistare il potere in iraq.

Dopo diversi ani, il 9 aprile 2013, quegli stessi gruppi, dopo essersi ampliati all’interno della Siria hanno adottato il nome di Stato islamico dell’Iraq e del Levante. L’Isis (detto anche Daesh) appare sulla scena nel dicembre 2013. E’ una formazione terroristica in rotta con Al Qaida (ritenuta troppo morbida). L’Organizzazione ha salde radici nell’estremismo sunnita, ha come obiettivi quelli di innescare una guerra civile nei Paesi islamici alimentando l’odio tra le componenti sunnita e sciita, oltre che esercitare violenza contro le altre confessioni religiose. Intollerante e illiberale, intende farsi Stato e utilizza la religione per questa finalità. La forte connotazione ideologica ne rafforza la capacità militare.

Gli obiettivi immediati sono il controllo di un’area a cavallo tra Siria e Iraq abitata dagli arabi sunniti e in prospettiva creare un califfato su tutto il mondo islamico; la gestione delle risorse petrolifere dell’Iraq settentrionale dopo aver occupato le zone siriane anch’esse perché ricche di petrolio. Le zone effettivamente controllate non sono poi così estese e gravitano intorno alle città di Raqqa e di Mosul (vedi foto). La zona di influenza, però, è più vasta. Nonostante la propaganda, il califfato è dunque ben lontano dall’essere una realtà. La missione primaria di Daesh rimane concentrata sulla difesa delle postazioni conquistate. Tra gli obiettivi c’è però l’espansione e la conquista.

In ogni caso, l’Italia non è a rischio zero.

Non c’è da creare allarme né promettere il mondo, escluderei pericoli per l’Italia, ma è bene sapere che anche il nostro Paese è parte della coalizione contro lo Stato Islamico. Oltre a fornire beni di sostegno per fronteggiare la crisi umanitaria, forniamo armi, munizionamento, sistemi d’arma ai combattenti nonché diamo sostegno all’azione militare diretta di altri Paesi.
E’ al momento esclusa ogni funzione di bombardamento. Il ruolo dell’Italia, quindi, è di supporto delle altre componenti militari della coalizione, aree e terrestri.

Finora abbiamo fornito, in particolare ai peshmerga curdi, armamento in linea con le loro capacità, spesso di fabbricazione ex-sovietica (mitragliatrici e blindati in dotazione all’Esercito Italiano, sistemi d’arma controcarro di tipo Folgore). Inoltre, sul campo agiscono un velivolo KC767 per il rifornimento in volo, due velivoli a pilotaggio remoto Predator per il monitoraggio e 110 militari per l’attività di pianificazione nonché quattro Tornado e 135 militari tra equipaggio e personale specialista e di supporto con lo scopo di sorvegliare il territorio, scoprire le formazione armate dell’Isis e informare i Comandi “alleati”. Altri 280 italiani, militari e non sono consiglieri per gli alti comandi delle forze irachene e militari con il compito di addestrare le forze che combattono l’Isis.

Per contrastare il terrorismo abbiamo previsto nuove fattispecie di reato e punizioni penali per chi si arruola per il compimento di atti di violenza, con finalità di terrorismo (i c.d. foreign fighters) e per chiunque organizzi, finanzi o propagandi viaggi finalizzati al compimento di condotte terroristiche.

Antiterrorismo: libertà nella sicurezza

Modifiche al codice penale:

  • puniti con la reclusione da 5 a 8 anni i c.d. foreign fighters;
  • introdotta una nuova figura di reato destinata a punire con la reclusione da 5 a 8 anni chiunque organizzi, finanzi o propagandi viaggi finalizzati al compimento di condotte con finalità di terrorismo;
  • introdotta la punibilità di colui che si “auto-addestra” alle tecniche terroristiche e pone in essere comportamenti univocamente finalizzati alla commissione di atti terroristici (oggi è punito solo colui che viene addestrato da un terzo);
  • introdotte aggravamenti della pena prevista per il delitto di addestramento ad attività con finalità di terrorismo quando le condotte di chi addestra o istruisce siano commesse attraverso strumenti telematici o informatici;
  • stabilito che alla condanna per associazione terroristica, assistenza agli associati, arruolamento e organizzazione di espatrio a fini di terrorismo consegue obbligatoriamente la pena accessoria della perdita della potestà genitoriale «quando è coinvolto un minore»;
  • introdotte specifiche sanzioni, di ordine penale e amministrativo, destinate a punire le violazioni degli obblighi in materia di controllo della circolazione delle sostanze (i cd. “precursori di esplosivi”) che possono essere impiegate per costruire ordigni con materiali di uso comune.

 

Contrasto alle attività di proselitismo attraverso Internet

Sono anzitutto previste aggravanti di pena quando i reati di terrorismo, l’istigazione e l’apologia del terrorismo sono commessi tramite strumenti informatici e telematici.

Arresto per i trafficanti di immigrati clandestini

Viene previsto l’arresto obbligatorio in flagranza per i promotori, organizzatori e finanziatori del trasporto di stranieri nel territorio dello Stato.

Misure di prevenzione

Vien modificato il Codice antimafia circa la disciplina delle misure di prevenzione e in materia di espulsione dallo Stato per motivi di terrorismo.

Espulsione degli stranieri

Sempre come misura di prevenzione viene modificato il TU Immigrazione con la previsione dell’espulsione amministrativa da parte del prefetto per motivi di prevenzione del terrorismo nei confronti degli stranieri che svolgano rilevanti atti preparatori diretti a partecipare ad un conflitto all’estero a sostegno di organizzazioni che perseguono attività terroristiche.

Potenziamento e proroga dell’impiego delle Forze Armate nel controllo del territorio

Con un serie di disposizioni – finalizzate a garantire maggiore disponibilità di personale per le esigenze connesse con il controllo del territorio e il contrasto del terrorismo – si prevede, tra le altre cose, anche la presenza di 300 militari in più nella Terra dei Fuochi.

Coordinamento nazionale delle indagini nei procedimenti per i delitti di terrorismo

Viene attribuito al Procuratore Nazionale Antimafia la funzioni di coordinamento, su scala nazionale, delle indagini relative a procedimenti penali e procedimenti di prevenzione in materia di terrorismo