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Sboarina, uno schiaffo ben assestato!

La Prefettura di Verona ha pubblicato il bando per la predisposizione di circa 1.200 posti per altrettanti richiedenti asilo da distribuire in appartamenti o in centri collettivi.

Subito il sindaco Sboarina ha cominciato a sbraitare: «Il ministro Lamorgese non difende i confini nazionali. Verona non diventerà una zona franca per i migranti clandestini».

Insomma, la solita reazione isterica delle destre.

Un’isteria strabica, peraltro. Infatti, ogni anno, alla scadenza del bando per l’accoglienza dei richiedenti asilo, la Prefettura di Verona non fa altro che predisporre il rinnovo, come previsto dalle norme nazionali ed europee sull’accoglienza.

Ogni anno, puntualmente, Sboarina ritira fuori sempre lo stesso comunicato di contrarietà, cambia solo la data.

Ah, no…stavolta qualcosa l’ha cambiata: prima attaccava il Governo, adesso solo il Ministro dell’Interno. Eccerto, mica può attaccare i suoi alleati di Forza Italia e Lega.

In merito alla polemica che ha avviato, però, Sboarina ha preso uno schiaffo rumoroso. Il coordinamento degli enti che gestiscono l’accoglienza sul territorio veronese ha reso noti i dati specificando, innanzitutto, che i posti a disposizione non sarebbero per nuovi arrivi, ma si tratta solo del rinnovo del bando per ospitare i richiedenti asilo già presenti nel veronese.

Inoltre, i numeri veri sono in netta diminuzione: a gennaio 2020 nella provincia di Verona erano oltre 1.500 e nel bando pubblicato ad aprile 2019 i posti da assegnare erano 1.900.

Adesso sono 1.192  in quanto tanti hanno avuto il permesso di soggiorno perché avevano i requisiti.

In pratica, non c’è nessun nuovo arrivo.

Alla luce di questa precisazione di verità, è davvero incredibile anche l’accusa di Sboarina di “non volere Verona rifugio di nuovi flussi di migranti”.

Una polemiche isterica che è stata fondata solo sulla propaganda senza alcun elemento di verità.

Le richieste di aiuto durante la pandemia

La convivenza forzata durante la fase di lockdown ha rappresentato in alcuni casi il detonatore per l’esplosione di comportamenti violenti, in altri l’aggravante di situazioni che già precedentemente erano violente.

In questa fase è stato molto pubblicizzato il ruolo svolto dal numero di pubblica utilità 1522 nel supportare e accompagnare le donne verso i servizi che meglio si adattavano alla loro situazione contingente.

I risultati:

  • nel 2020 le chiamate al 1522, il numero di pubblica utilità contro la violenza e lo stalking, sono aumentate del 79,5% rispetto al 2019, sia per telefono, sia via chat (+71%);
  • il boom di chiamate si è avuto a partire da fine marzo, con picchi ad aprile (+176,9% rispetto allo stesso mese del 2019) e a maggio (+182,2 rispetto a maggio 2019), ma soprattutto in occasione del 25 novembre, la giornata in cui si ricorda la violenza contro le donne, anche per effetto della campagna mediatica. Nel 2020, questo picco, sempre presente negli anni, è stato decisamente più importante dato che, nella settimana tra il 23 e il 29 novembre del 2020, le chiamate sono più che raddoppiate (+114,1% rispetto al 2019);
  • la violenza segnalata quando si chiama il 1522 è soprattutto fisica (47,9% dei casi), ma quasi tutte le donne hanno subito più di una forma di violenza e tra queste emerge quella psicologica (50,5%);
  • rispetto agli anni precedenti, sono aumentate le richieste di aiuto delle giovanissime fino a 24 anni di età (11,8% nel 2020 contro il 9,8% nel 2019) e delle donne con più di 55 anni (23,2% nel 2020; 18,9% nel 2019);
  • riguardo agli autori, aumentano le violenze da parte dei familiari (18,5% nel 2020 contro il 12,6% nel 2019) mentre sono stabili le violenze dai partner attuali (57,1% nel 2020);
  • Nei primi 5 mesi del 2020 sono state 20.525 le donne che si sono rivolte ai Centri antiviolenza (CAV), per l’8,6% la violenza ha avuto origine da situazioni legate alla pandemia (es. la convivenza forzata, la perdita del lavoro da parte dell’autore della violenza o della donna);
  • per quanto riguarda le Case rifugio, nei primi 5 mesi del 2020 sono state ospitate 649 donne, l’11,6% in meno rispetto ai primi 5 mesi del 2019. Per il 6% delle donne accolte, le operatrici hanno segnalato che è stata la pandemia ad avere rappresentato la criticità da cui ha avuto origine la violenza.

Nel 2020 l’incremento delle chiamate, rispetto all’anno precedente, è avvenuto in coincidenza dei mesi che vanno da fine marzo a maggio e negli ultimi mesi del 2020. Considerando le donne vittime di violenza che si sono rivolte al numero di pubblica utilità, l’aumento delle chiamate di questa specifica utenza è stato del 79,5%, passando da 8.427 chiamate del 2019 a 15.128 del 2020

Sono direttamente le donne a rivolgersi a questo servizio di pubblica utilità, ma non sono rari i casi di parenti, amici, conoscenti o anche operatori dei diversi servizi sul territorio a segnalare episodi di violenza.

Osservando l’andamento delle chiamate, si evidenzia chiaramente come, a partire dal periodo del lockdown generale (marzo-aprile 2020), si sia verificata una crescita esponenziale delle richieste di aiuto, ma ciò che impatta di più sull’incremento delle chiamate è la commemorazione del 25 novembre (giornata mondiale contro la violenza sulle donne), che sembra agire sulle vittime come “effetto motivazionale” nella ricerca di un supporto esterno. In questa data, infatti, si amplia la platea di chi parla pubblicamente della violenza contro le donne, si moltiplicano le iniziative, si rende visibile ciò che durante l’anno non lo è. La spinta rappresentata da questo stimolo esterno è peraltro osservabile dalle risposte che le donne vittime forniscono alla domanda relativa alla frequenza della violenza subita.

Questa giornata rappresenta dunque per le vittime una spinta a uscire dall’isolamento.

Le violenze riportate al 1522 sono soprattutto opera di partner (57,1% nel 2020) ed ex partner (15,3%); tuttavia nel 2020 sono in crescita anche quelle da parte di altri familiari (genitori, figli, ecc.), che raggiungono il 18,5% (12,6% nel 2019) mentre diminuiscono tutte le altre tipologie di autori.

Una discarica car fluff a Sorgà sarebbe uno scempio.  

Nel territorio del Comune di Sorgà è stata fatta richiesta per una discarica di car fluff, materiale derivante dalla demolizione delle auto. La richiesta è stata presentata in Regione per realizzare una discarica con una superficie di circa 455 mila metri quadrati.

Una cosa enorme.

Giustamente, il Comune coinvolto, supportato da tanti altri Comuni limitrofi, veronesi e non, ha espresso la sua ferma contrarietà ed è stato costituito un comitato di cittadini molto dinamico e fortemente impegnato a sollecitare l’opinione pubblica e la politica sul tema.

Non nascondo che sono stupito che se ne stia anche solo parlando.

Infatti, leggendo il piano rifiuti regionale emerge che non ci possono essere discariche in zone classificate IGP, DOP e che, per queste, devono essere preferiti terreni già compromessi.

Diversamente, in questo caso la richiesta investe il territorio di Sorgà che è IGP sui quasi mille campi coltivati a riso, di cui una parte rilevante è classificata IGP vialone nano. Un terreno fertile, insomma.

Non si capisce come la richiesta possa essere considerata legittima, ma tant’è.

Quella discarica sarebbe un potenziale danno ambientale, oltre che economico per i proprietari della zona. Infatti, avere una discarica simile accanto a campi coltivati a riso potrebbe deprimere il valore della produzione, oggi apprezzata in tutto il mondo.

Il riferimento è senz’altro all’approvvigionamento d’acqua che viene prelevata dalle falde dell’area. Se accadesse qualcosa si creerebbero condizioni di grave inquinamento che provocherebbero su quelle colture pregiate condizioni di negatività assoluta.

Stiamo parlando di una zona a vocazione risicola da sempre con i campi che vengono necessariamente esondati. Non solo per la necessità dell’irrigazione del riso in estate c’è il fenomeno dell’aumento della sottostante falda freatica, ma va anche detto che quell’area è fra quelle vulnerabili, a seguito della possibile esondazione del torrente Tione.

Come è possibile solo immaginare una discarica in un posto simile?

Peraltro, da anni si sta puntando su un’agricoltura di qualità, sulla valorizzazione del territorio sulla biodiversità dei percorsi naturalistici. Come può essere compatibile una discarica con questo ben di Dio?

Basterebbero queste poche considerazioni per dire di no ad un mostro simile in una zona delicata e fertile, come quella di Sorgà, ma la Regione pare sia favorevole all’impianto.

Credo sia più che necessario essere a fianco di quel Comune per allontanare questo grave pericolo.

L’intimidazione degli zaiani contro Crisanti

Nella democrazia di Zaia chi dice cose diverse da quelle imposte dalla sue scelte, viene querelato.

Azienda Zero, azienda sanitaria della Regione Vento ha depositato una denuncia per diffamazione  avverso il comportamento del dipendente Prof. Andrea Crisanti in quanto le critiche espresse pubblicamente dall’interessato avrebbero screditato le strategie di prevenzione adottate dalla Regione Veneto in tema di Covid 19.

Secondo il professor Crisanti, il Veneto avrebbe fatto affidamento sui tamponi rapidi, invece di quelli molecolari, a fronte del fatto, come dimostrava un suo studio diagnostico, che tre tamponi rapidi (di prima e seconda generazione, oggi superati) su 10 non avrebbero intercettato i contagiati da varianti del virus covid 19.

Lo studio è stato condotto dal professor Andrea Crisanti, direttore del Dipartimento di Medicina molecolare all’Università di Padova, dalla dottoressa Annamaria Cattelan, primario di Malattie infettive, collaborati dal professor Stefano Toppo e dal dottor Vito Cianci, direttore del Pronto Soccorso in Azienda ospedaliera a Padova;

Dallo studio emerge  che le varianti genetiche dell’antigene N Sars-CoV-2 non verrebbero rilevate dai test antigenici. Ciò, quindi, avrebbe compromesso l’affidabilità dei tamponi rapidi, che dal 15 gennaio, su richiesta della Regione Veneto, sono stati conteggiati nel bollettino nazionale dei contagi.

Se l’ipotesi venisse suffragata sarebbe possibile ipotizzare che l’utilizzo di massa dei tamponi rapidi in Veneto – che ha raggiunto quasi il 68% di tutti i test del tampone per Sars-Cov-2 – possa aver involontariamente favorito la diffusione di varianti virali da questi non rilevabili, contribuendo così alla loro libera circolazione e all’inefficacia delle misure di contenimento poste in essere dalla Regione. In pratica, l’utilizzo di massa dei test antigenici per bloccare la trasmissione del virus avrebbe favorito la diffusione di varianti non rilevabili del virus medesimo.

In proposito, rileverebbe anche il fatto che pare che sia stata inoltrata da parte del prof. Crisanti ad Azienda Zero una segnalazione che riportava alcune evidenze già emerse in merito ancora nel mese di ottobre 2020, prima che lo studio venisse completato e reso noto e che di questo non risulterebbero informati né il Comitato Tecnico Scientifico nazionale né il Ministero della Salute.

Inoltre, i primi esiti dello studio sono stati resi noti anche pubblicamente dal prof. Crisanti con interviste su un giornale locale padovano a fine mese ottobre 2020.

Da fonti stampa emerge che la Procura della Repubblica di Padova ha aperto un’inchiesta per appurare se i tamponi rapidi possano avere un’affidabilità molto inferiore a quella dichiarata dalle aziende farmaceutiche produttrici e, quindi, per questa ragione aver favorito la seconda ondata di contagi in Veneto.

I fatti sono così gravi che ritengo sia doveroso approfondire il delicato contesto. Infatti, anziché esaminare lo studio per confutarne le ragioni o per rivalutare le scelte operate, i dirigenti scelti da Zaia hanno preferito la via giudiziaria che sembra avere il brutto sapore dell’intimidazione.

In merito ho presentato un’interrogazione al Ministro Speranza per chiedergli di avviare un’urgente indagine ispettiva per fare piena chiarezza sulla validità dello studio in questione.

Nogara – Mare Adriatico, i due fallimenti di Zaia.

La definitiva sepoltura della cosiddetta “autostrada regionale Medio Padana Veneta Nogara – Mare Adriatico”, un nuovo collegamento autostradale che attraversava la nostra provincia, porta con se due fatti: è il più grande fallimento di Zaia e delle sue inutili promesse ed i vincoli imposti ai proprietari terrieri per gli espropri lungo la tratta sono decaduti.  

Come era stata progettata a livello preliminare, avrebbe avuto origine nel comune di Nogara, si sarebbe sovrapposta alla SS 434 Transpolesana a Legnago, trasformandola in autostrada fino a Rovigo e sarebbe proseguita fino alla “Nuova Romea” nei pressi di Adria (RO).

Successivamente, nella fase di aggiudicazione della concessione e, quindi, della prevista progettazione definitiva ed esecutiva, la strada era stata estesa da Nogara fino alla A22 del Brennero a Nogarole Rocca. In pratica, avrebbe collegato l’autostrada del Brennero, la Transpolesana, l’Autostrada A31 Valdastico a Canda (RO) e l’autostrada A13 Padova-Bologna a Villamarzana (RO).

Una specie di alternativa all’autostrada A/4.

Nel dicembre 2011 la Regione Veneto ha approvato la delibera relativa al bando di gara per un costo complessivo di 1.912 milioni di euro circa con un contributo pubblico in conto capitale di 50 milioni di euro oltre all’IVA.

Nel marzo del 2018, però, la stessa Regione ha deciso di non sottoscrivere la concessione deliberata a seguito della richiesta, inoltrata dal raggruppamento delle società vincitrici, di rivedere al rialzo il contributo pubblico previsto originariamente per realizzare l’opera: da 50 milioni di euro, a 1,87 miliardi. Una cifra enorme.

La decisione è stata impugnata e sia il TAR sia il Consiglio di Stato (settembre 2019) hanno dato ragione alla Regione in quanto la sua condotta non è stata contraria ai doveri di correttezza e di lealtà nel momento in cui il contributo pubblico è cresciuto così enormemente.

Lo stop a tutta la procedura avviata per il l project financing è, quindi, definitivo.

Per aggirare il fallimento, Zaia ha provato a rivitalizzarla in qualche modo. Infatti, nel novembre 2020 ha inserito l’opera nella propria proposta di Piano regionale Ripresa e Resilienza che ha inviato al Governo per l’inserimento nel Piano nazionale e ha chiesto 2 miliardi di euro, ma con priorità 2 (necessaria ma non indispensabile). Fa specie rilevare che la cifra richiesta è quella per pagare il contributo pubblico che la società concessionaria (un raggruppamento di imprese capitanato dalla società Serenissima) aveva chiesto, ragione per la quale la Regione aveva bocciato tutto e vinto fino al Consiglio di Stato

La proposta è stata irricevibile perché con i soldi del Recovery Fund non si possono realizzare autostrade in concessione (cosa che Zaia sapeva, comunque).

La sepoltura è definitiva.

Come sempre accade, a partire dal momento in cui la Regione aveva deciso l’opera, i terreni interessati dalla nuova strada erano stati vincolati. I vincoli, ancorché non viene costruito nulla, impediscono ai proprietari qualsiasi intervento.

Nel caso della Nogara – Mare, però, la novità è che i vincoli imposti, essendo passati già dieci anni ed essendo stata archiviata tutta la procedura autorizzatoria – ragione per la quale non possono più essere reiterati legittimamente – non sono più operanti e, pertanto, i proprietari possono agire senza limite alcuno.

E’ il secondo fallimento di Zaia: quei vincoli senza alcun risultato hanno impedito uno sviluppo diverso dei terreni interessati per tanti, troppi anni.

Le decisioni anti covid e l’allegra banda dei Pierini.

Il Governo ha deciso le nuove misure per affrontare l’emergenza Covid. In fondo, riporto alcune slide esplicative.

Sul provvedimento, la Lega si è astenuta perché chiedeva un “coprifuoco” più morbido di un’ora, dalle 22 alle 23. Un decreto fondamentale per affrontare l’emergenza sanitaria, rifiutato per un’ora in meno di coprifuoco. Una cosa che solo a raccontarla fa ridere, ma, purtroppo, è proprio così.

Una premessa doverosa: come è sempre accaduto, le scelte sono orientate sulla base dei dati scientifici.

Purtroppo, le evidenze attuali sono: la variante “inglese” ha preso decisamente il sopravvento ed è notevolmente più contagiosa e la scienza ha provato che il virus resta sospeso in aria per qualche tempo. Queste due certezze hanno determinato l’apertura vera dei soli locali che hanno spazi all’aperto. In Italia come anche altrove. Ad esempio, in Inghilterra, nonostante abbiano vaccinato oltre la metà della popolazione, possono aprire solo i locali all’aperto.

Ma il “coprifuoco” esiste solo in Italia? No. In Austria parte alle 20, in Belgio alle 22. In Francia alle 19,  in Germania alle 21, alle 22 in Olanda e in Spagna alle 23.

Quindi, il solito Salvini la spara inutilmente grossa. Il problema è che sostiene il Governo. Dunque, questa maggioranza è stata composta per affrontare insieme e responsabilmente la pandemia, ma se quello lì continua a fare lo scienziato, per quanto mi riguarda potrebbe anche uscirne. Di sicuro noi non ne sentiremo la mancanza.

Tra i Pierini annovero anche il sindaco Sboarina. Lui che nel pieno dei contagi chiudeva i parchi vuoti e lasciava aperta Piazza Erbe, adesso sbraita per protestare sul fatto che in Arena non possono entrare più di 1.000 spettatori (è stata ribadita la quota imposta già nel 2020).

Ovviamente, non ha alcuna cognizione dei dati scientifici, ma, soprattutto, non ricorda che le deroghe possono essere concesse dalla Conferenza delle Regioni su proposta della Regione Veneto? Lo dice la norma. Peraltro, già l’anno scorso Zaia firmò l’ordinanza con la deroga per l’aumento dei posti da 1.000 a 3.000. Ordunque, possiamo fidarci di uno che parla facendo finta di non sapere le cose? Io no!

Poi c’è un certo Mazzi che, non so a quale titolo sinceramente, urla che lo spettacolo in Arena è in ginocchio a causa della decisione del Governo Draghi. Non si può chiedere ad uno che non sa di cosa parla perché lo faccia, ma posso chiederlo al giornale che rilancia le sue interviste come se fossero fondate su evidenze scientifiche provate. Non lo sono e poiché ha promesso che si incatenerà ai cancelli dell’anfiteatro, andrò a fotografarlo in modo da studiare come un essere umano supera il limite della decenza.

E che dire dei rappresentanti veronesi di commercianti e albergatori? Non serve specificare perché protestano. Entrambi parlano come se il virus eviti di frequentare i locali e gli alberghi. Ma la cosa più singolare è certamente il fatto che, il primo non ha capito che nei luoghi chiusi la probabilità di ammalarsi è altissima e il secondo che i turisti non vengono perché i loro paesi di origine sono messi come noi e non consentono gli spostamenti.

Insomma, è riemersa un’allegra banda di disinformatori che orienta le coscienze con invettive e slogan pseudo negazionisti, mai basate sui dati. Anzi, no…sono basate sui conti, ma qualcosa mi dice che non sono i conti della triste lista quotidiana dei decessi.

 

Slide Decreto Riaperture

Aeroporto Catullo, quali scenari futuri

Premessa

Da tempo, ormai, il Consiglio di Amministrazione dell’Aeroporto Catullo di Verona ha approvato sia un importante programma di investimenti che dovrebbe aumentare almeno del 50% la superficie dell’aerostazione sia l’aumento di capitale di circa 30 milioni che, conseguentemente, impegna i soci azionisti: Aerogest per il 47,015%, Save per il 41,843%, Fondazione Cariverona per il 2,897%, Provincia autonoma di Bolzano per il 3,584%, Provincia di Brescia per il 2,091% e altri enti per il restante 2,568%.

La società Aerogest, costituita tra il Comune di Verona (9,978%), la Provincia di Verona (20,706%), la Provincia Autonoma di Trento (30,266%) e la Camera di Commercio Industria, Artigianato e Agricoltura di Verona (39,050%), era stata creata per gestire le partecipazioni nella società Aeroporto Catullo S.p.A. al fine di orientarne gli obiettivi e le strategie in rapporto all’interesse del territorio di riferimento dei soci pubblici aderenti.

Fatto

L’articolo 14, comma 5 del Dlgs 175/2016, stabilisce il divieto, per le amministrazioni pubbliche, di erogare finanziamenti o sostenere con garanzie le società partecipate che abbiano registrato, per tre esercizi consecutivi, perdite di esercizio o che abbiano utilizzato riserve disponibili per il ripiano di perdite anche infrannuali. E’ il caso di Aerogest che, nel triennio 2015/2017, ha avuto sempre perdite di esercizio, per quote irrisorie, peraltro (Bilancio 2015 – perdita d’esercizio pari a Euro 16.194; Bilancio 2016 – perdita d’esercizio pari a Euro 15.775; Bilancio 2017 – perdita d’esercizio pari a Euro 20.834).

Fa specie rilevare che di fronte ad un così elevato impegno di responsabilità, i soci pubblici abbiano permesso perdite irrisorie che, nei fatti, hanno determinato la chiusura della società. Infatti, la decisione, peraltro assunta con grave ritardo e dopo aver detto tutto e il contrario di tutto in merito, è stata presa in queste ore.

Già nel 2018, tre anni fa, avevo chiesto di agire chiudendo Aerogest e affrontando l’aumento di capitale. Per Comune e Provincia ci sono voluti tre anni per arrivare alla stessa conclusione.

Nodo da sciogliere

Adesso siamo di fronte ad un nodo.

Il carattere “pulviscolare” delle partecipazioni di più enti locali in una società privata, così come il carattere minoritario della partecipazione di un solo socio pubblico, impedisce che l’attività svolta dalla società partecipata possa essere qualificata come servizio pubblico di interesse generale, unica ragione per la quale un Ente locale può avere partecipazioni in una società.

Un servizio può essere considerato di interesse generale solo nel caso in cui l’intervento del soggetto pubblico sia necessario per garantire l’erogazione del servizio in condizioni di accessibilità fisica ed economica, continuità, non discriminazione, qualità e sicurezza, condizioni che diversamente non potrebbero essere garantite se lo stesso fosse affidato al mercato. Ne consegue che nel caso in cui le partecipazioni degli Enti locali siano così ridotte da impedire allo stesso di influire sulle scelte strategiche della società, ovverosia non esistano particolari clausole dello statuto o patti parasociali che consentano ai suddetti Enti l’esercizio congiunto del controllo, si esclude che la società privata possa svolgere un servizio di interesse generale.

Va detto, inoltre, che da tempo è stato stabilito un patto parasociale tra Aerogest e SAVE.

Adesso che non ci sarà più Aerogest, il nodo diventa un cappio ed i soci pubblici sono costretti a unirsi tra loro (solo patto parasociale), pena l’obbligo di cedere le azioni del Catullo. Per farlo, ovviamente per continuare a contare come adesso, devono per forza partecipare all’aumento di capitale deciso tempo fa. In questo senso, ovviamente, si sono già espressi i soci pubblici.

Ma allora, anziché dire che parteciperanno all’aumento di capitale perché ci credono, perché non dicono che i loro errori li costringono a farlo obtorto collo?

Conclusioni

Il patto parasociale tra soci pubblici (obbligatorio), stavolta comprenderà anche la Fondazione Cariverona, la Provincia autonoma di Bolzano e la Provincia di Brescia, grazie ai quali si andrebbe dal 47,02% del capitale a oltre il 50%, ovvero in maggioranza assoluta? Questa condizione permetterebbe senz’altro di determinare le scelte a favore del comprensorio del Garda e, conseguentemente, di contrastare il disegno del socio privato SAVE di rendere il Catullo una subordinata dell’Aeroporto di Venezia!

E se qualcuno di quei soci diversi dai veronesi Comune, Provincia e Camera di Commercio, dovesse tirarsi indietro dall’aumento di capitale, i nostri tre avrebbero la forza economica di comprare l’inoptato? In caso negativo, potrebbe comprarlo SAVE e così schizzare ancora più in alto con le proprie azioni determinando uno scenario in cui il patto parasociale non servirebbe a molto.

Insomma, i ritardi e gli errori commessi pongono Verona in un quadro di incertezza che sarà risolto appena il fumo degli annunci roboanti di Sboarina e company si diraderà.

A breve!

PS: C’è da dire, inoltre, che rispetto ad altri aeroporti “vicini”, il Catullo investe briciole.

Infatti, per l’aeroporto di Orio al Serio sono previsti investimenti per 450 milioni nel corso della gestione quarantennale, per l’aeroporto di Bologna 200 milioni e il Master Plan 2012-2021 di quello di Venezia prevedeva investimenti complessivi pari a 350 milioni, anche per accogliere la nuova linea ferroviaria tra l’aeroporto e la città di Venezia.

L’Aeroporto di Verona è fermo da anni. Nel 2018 era stato deciso un investimento di appena 60 milioni di euro.

Inutile sottolineare la rilevante sproporzione.

Zaia ha fallito. Miseramente!

La diffusione del virus in Veneto è praticamente fuori controllo, tanto che è stata decretata la “zona arancione”.

Come è noto dal 4 maggio le decisioni sono ripartite tra lo Stato e le Regioni. Sulla base di 21 parametri decisi insieme, lo Stato attua i provvedimenti meglio conosciuti come “zone, gialle, arancioni e rosse” nell’ambito delle quali sono stabilite misure automatiche e generali e le Regioni possono attuare restrizioni ulteriori, sulla base dei dati epidemiologici.

Fino ad ora il Veneto è stata “zona gialla”, la più leggera delle restrizioni.

In questo contesto, Zaia ha scommesso sui tamponi a tappeto, sui posti letto in terapia intensiva quasi raddoppiati, sulle strutture dedicate al covid e sull’alta spesa per la sanità (ergo: tenuta del sistema sanitario e capacità di tracciamento territoriale).

Intanto, però, il virus ha continuato a circolare con tante persone in giro che si sono incontrate e assembramenti vari. Prima del periodo di Natale il Veneto non ha mai attuato provvedimenti restrittivi – pur avendone la piena facoltà – ma si è solo adeguato alle restrizioni decise per il resto d’Italia con l’alternanza di zone rosse nei giorni festivi e arancioni.

Zaia non ha cambiato le proprie decisioni anche quando era più che evidente che i contagiati crescevano in maniera esponenziale e si capiva bene che si stava andando incontro al peggio. Forse l’aveva capito anche lui quando a fine novembre scorso ha chiesto – con un voltafaccia incredibile – al Governo la zona rossa per il Veneto fino all’Epifania (chiedendo la responsabilità di altri).

In Veneto, Zaia ha puntato molto sui tamponi rapidi invece che su quelli molecolari. I tamponi rapidi antigenici sono meno accurati, espongono a un maggior rischio di falsi negativi come hanno denunciato gli stessi medici.

Aver utilizzato in modo pressoché unico i tamponi rapidi antigenici (anziché dei molecolari) per lo screening periodico del personale sanitario, per ammettere pazienti non-COVID in ospedale e per testare personale e ospiti delle RSA è stato un gravissimo errore perché se un operatore falso negativo mette piede in ospedale è piuttosto facile che possa svilupparsi un focolaio, come del resto è accaduto.

Per questa ragione i tamponi rapidi si sono dimostrati non adeguati al livello di confronto, tant’è che il Dipartimento della Prevenzione del Ministero della Salute tende a non conteggiarli ed in ogni caso, sugli strumenti di diagnosi è utile anche il seguente documento dell’Istituto Superiore di Sanità del 4 novembre.( https://www.iss.it/primo-piano/-/asset_publisher/o4oGR9qmvUz9/content/diagnosticare-covid-19-gli-strumenti-a-disposizione.-il-punto-dell-iss)

Sono convinto che in Veneto Zaia avrebbe dovuto agire più restrittivamente perché prima o poi, come è stato, si sarebbe arrivati al momento in cui la crescita dei casi non si riusciva più a contenere nonostante gli sforzi.

Purtroppo, se il virus circola troppo, ogni sistema, anche il più virtuoso, salta. Al momento, ahinoi, conta solo la tempistica delle chiusure per ridurre il contagio.

Pensate, secondo un calcolo fatto dalla Columbia University di New York sulla prima ondata ha dimostrato come lo stesso intervento applicato solo 1-2 settimane prima, sarebbe bastato a evitare a livello nazionale il 61,6% delle infezioni e il 55,0% dei decessi segnalati al 3 maggio negli Usa.

Per capire meglio gli errori di Zaia, può servire anche il confronto con un’altra Regione da sempre zona gialla, il Lazio. In Veneto ha subito un balzo di contagi molto elevato mentre il Lazio non ha subito un’escalation di contagi e decessi ma è sempre riuscito a contenere la diffusione del coronavirus?

La risposta è semplice: conta il livello di diffusione dell’epidemia da cui partivano entrambe le Regioni e in Veneto il virus è entrato prepotente anche nelle Rsa e negli ospedali, elementi cruciali per la diffusione dei contagi.

Ma allora, perché a fronte della rilevante diffusione del virus misurata nella prima ondata e delle rilevate difficoltà nelle Rsa e ospedali, Zaia non ha mai adottato provvedimenti restrittivi?

Perché quando ha visto che la media dell’età dei contagiati stava salendo velocemente – e ciò significava aumento dei decessi dovuti anche all’età avanzata dei contagiati – non ha agito?

E perché ha scaricato tutto sulla responsabilità dei singoli cittadini perorando la causa del tampone “fai da te” in Farmacia? Assegnare la diffusione dei contagi ai singoli è una stupidata che per nostra fortuna non sta avendo seguito.

Resta che non ha agito (per non scontentare?) ed in questo modo superficiale ha ingenerato la convinzione che il virus in Veneto fosse fortemente contrastato e monitorato.

La fiducia di tanti veneti in lui ha fatto il resto.

Ah, dimenticavo, poi c’è la risibile balla sui tamponi

Zaia giustifica la grave diffusione dei contagi in Veneto (che non é riuscito ad evitare perché non ha mai preso decisioni restrittive) con l’elevato numero dei tamponi effettuati: “se ne fai tanti (vantandosene), ne trovi tanti”.

Non fa una grinza.

Ma per capire meglio che si tratta di una falsità, serve il confronto con Lazio e Campania, due regioni a parità di popolazione. Lí gli ospedali e le terapie intensive sono occupate per la metà ed i deceduti sono meno di un terzo rispetto al Veneto.

La storiella di Zaia è una balla.

Infatti, gli scienziati (e le persone serie) calcolano il peso percentuale dei positivi sui tamponi fatti perché questo dato dice la verità con sviluppo proporzionale.

Le rilevanti differenze delle terapie intensive e dei decessi lo confermano, purtroppo

Ci sono più contagi laddove il covid era più diffuso in primavera ed i tamponi non c’entrano proprio nulla, se non per trovare e isolare i positivi. Questo avrebbe dovuto consigliare scelte restrittive, soprattutto in zona gialla.

La matematica non è un’opinione, la propaganda di Zaia, si (sulla nostra pelle, peraltro).

Saviano e la destra reazionaria di Verona

La triste vicenda che si è conclusa con il ritiro della cittadinanza onoraria di Verona a Roberto Saviano è l’ennesima prova che Verona è governata da una destra retriva e reazionaria.

La colpa dello scrittore, uno dei paladini della lotta alla criminalità organizzata, è quella di aver criticato le proposte della Lega e di Matteo Salvini.

Ciò che in democrazia è un valore, la pluralità di idee ed il dissenso, qui a Verona diventa ragione di colpevolezza (di lesa maestà?) e sinonimo di ludibrio pubblico.

Il fatto, quindi, non rileva per la caratura dell’interessato, bensì per i valori che hanno motivato prima la proposta e poi la decisione del Consiglio comunale, ovvero l’organo più rappresentativo della volontà popolare.

Innanzitutto, “punire” qualcuno perché esprime la propria opinione è segno di una mentalità oppressiva e totalitaria, in linea con le peggiori e nefaste esperienze storiche già vissute in Italia e alle quali diversi soggetti presenti in Consiglio comunale fanno riferimento addirittura con orgoglio.

Posso ragionevolmente affermare che questa decisione ricalca fedelmente la loro adesione ideale ai comportamenti dei regimi che annientavano, anche con il sangue, il dissenso.

In secondo luogo rileva l’assolutismo culturale dimostrato, ovvero quello di ritenere che la verità è solo quella che dico io o le persone a me gradite (per varie ragioni, in questo caso, politiche). E’ la cartina di tornasole di un contorto modo di intendere la vita ed i rapporti umani.

E che dire del fatto che la decisione nega la pluralità delle opinioni presenti nella società veronese (per fortuna) arrogandosi il diritto di scegliere i bravi ed i cattivi cittadini?

In passato, i medesimi consiglieri hanno agito contro i diritti di chi ha un orientamento sessuale diverso dal loro e contro i diritti del libero mercato delle persone di religione diversa dalla loro.

Ecco il punto: nelle loro elucubrazioni reazionarie e assolutiste, si spingono fino a negare e contrastare i diritti delle persone. In questo caso, il diritto di Saviano di dire quello che pensa, come chiunque.

Queste persone sono un orpello per l’evoluzione culturale della città ed un vero ostacolo alla crescita e allo sviluppo sociale.

C’è differenza tra chi propone certe cose, chi le sostiene apertamente e chi semplicemente le vota?

Sono orientato a dire di si, ma giunti ormai all’ennesima scelta di questo tipo, comincio a sospettare che le differenze siano così minime da non essere più percepite.

Verona non può permettersi una classe dirigente simile. Questi ci riportano ai tempi bui del MedioEvo.

Zaia ha fallito e noi paghiamo le conseguenze.

I dati del, Veneto sono allarmanti.

Tra contagiati, posti occupati negli ospedali, condizioni nelle RSA e decessi, siamo molto oltre la prima ondata pandemica di primavera.

Allora, il beneficio fu certamente il lockdown totale, unica soluzione per contrastare la diffusione del virus.

Dal 4 maggio le decisioni sono ripartite tra lo Stato e le Regioni.

Sulla base di 21 parametri decisi insieme, lo Stato attua i provvedimenti meglio conosciuti come “zone, gialle, arancioni e rosse” nell’ambito delle quali sono stabilite misure automatiche e generali.

Sempre nelle medesime aree, però, le Regioni possono attuare restrizioni ulteriori, sulla base dei dati epidemiologici.

Qui, il grave errore di Zaia, dal primo giorno della decisione della zona gialla per il Veneto.

Egli ha puntato tutto sull’effettuazione massiccia dei tamponi, in particolare privilegiando quelli rapidi.

Questa scelta avrebbe dovuto consentire l’individuazione dei contagiati, il loro isolamento e il loro tracciamento. In questo modo, arginando la diffusione, non sarebbero servire altre decisioni più drastiche.

C’è stato un momento in cui ha fatto credere che puntava su uno strano tampone “fai da te” per aumentare la quota dei tamponi. In tanti lo hanno seguito, poi quella cosa è sparita, per nostra fortuna.

Questo comportamento è stato un fallimento.

Primo, perché ha ingenerato la convinzione che il virus era fortemente contrastato e monitorato. Il binomio tamponi/niente restrizioni ha favorito gli spostamenti, convinti che le cose fossero sotto controllo.

Secondo, perché i tamponi rapidi si sono dimostrati non adeguati al livello di confronto, tant’è che il Dipartimento della Prevenzione del Ministero della Salute non li conteggia.

E, purtroppo, i risultati sono più che evidenti – aggravati dall’impossibilità di tracciare tutti – e confermano che il sostanziale “liberi tutti” è stato il problema principale delle scelte di Zaia.

D’altronde, bastava seguire i suoi sermoni quotidiani per comprendere che mai parlava di scelte, ma solo di aria fritta e ovvietà imbarazzanti, peraltro, ben esposte dal comico Crozza.

Il colpo finale al suo fallimento, lo ha decretato lui stesso: ha chiesto al Governo la zona rossa fino all’Epifania.

Con questa mossa ha messo la parola fine a tante sciocchezze e convinzioni che hanno procurato al Veneto i danni peggiori rispetto alle altre realtà.