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Fiera, si prosegue sempre peggio

Pochi giorni fa è stato rinnovato il Consiglio di Amministrazione di VeronaFiere.

E’ andata esattamente come avevo detto (https://www.vincenzodarienzo.it/la-fiera-delle-vacche/): si sono impossessati delle poltrone con il bilancino della politica!

E’ prevalsa una chiara visione protezionistica con la nomina di un Presidente che non ha maturato esperienze significative, se non nel campo politico.

L’aumento da cinque a sette componenti del Consiglio di Amministrazione e la creazione del ruolo dell’amministratore delegato sono frutto di meri accordi per mettere insieme i tanti appetiti, a scapito delle prospettive dell’Ente.

Ovviamente, poiché al Comune di Verona spettava la nomina del Presidente, lo ha esercitato solo con l’unità di misura dell’accordo tra i partiti.

Non risultano progetti sulle finalità e gli obiettivi futuri dell’Ente fieristico se non quello che leggiamo sui giornali con vuote dichiarazioni d’intenti.

Il peggio non è solo questo. Non bastava, infatti, che l’Amministrazione a fine mandato, che non è detto che sarà riconfermata, ha fatto nomine che una nuova e diversa Amministrazione potrebbe non condividere, ma le nomine non rispettano la rappresentanza di genere.

Il Consiglio di Amministrazione è costituito da soli uomini. Verona Fiere è rappresentato da personalità esclusivamente maschili, senza alcuna rappresentanza per la componente femminile.

Ancora una volta le destre confermano la loro natura, ignorando il principio del rispetto della parità di genere.

L’ennesimo passo falso per la città e un infelice passo indietro nel rispetto e nella promozione delle pari opportunità.

Si conferma, ancora una volta, che se il sindaco uscente non dovesse essere confermato, come auspichiamo,  i nominati resterebbero in carica per alcuni anni e, pertanto, sarà difficile attuare un principio che per noi è fondante: rispettare il ruolo del genere femminile ovunque si amministri la città.

Ucraina, situazione sul campo e l’Italia.

In Ucraina la speranza da parte dell’esercito russo di conquistare vaste aree del Paese in tempi brevi si è scontrata con la convinta resistenza da parte del popolo ucraino.

La Federazione Russa si è ritirata da ampie porzioni del territorio ucraino, per concentrare le sue forze nell’area orientale del Paese. Anche qui, l’avanzata russa procede molto più lentamente del previsto. Nell’ultima settimana, le forze ucraine hanno ripreso il controllo di Kharkiv nell’Est del Paese, la seconda città per popolazione in Ucraina. L’esercito ucraino ha finora respinto i tentativi da parte russa di attraversare il fiume Severskij Donec’, e quindi di accerchiare Severodonetsk – a circa 100 chilometri a nord-ovest di Lugansk.

Nel sud-est dell’Ucraina, l’offensiva russa si è trasformata in un’occupazione militare. A Kherson, le forze russe hanno lasciato alla Guardia Nazionale Russa il presidio dell’area. Il 1° maggio la città ha adottato il rublo russo ed è stata agganciata alla rete di telecomunicazioni russa Rostelecom – un segnale di un progressivo radicamento della Russia nell’area. L’attività dell’aviazione e i lanci missilistici russi continuano su Mariupol e nell’area del Donbass. Secondo lo Stato Maggiore ucraino le Forze russe stanno cercando di annettere nuovi territori negli oblast di Donetsk e Lugansk.

Il costo dell’invasione russa in termini di vite umane è terribile. Le ricostruzioni con immagini satellitari hanno individuato 9.000 corpi in quattro fosse comuni nei dintorni della città di Mariupol.

La scorsa settimana sono state ritrovate fosse comuni a Kiev dopo quelle scoperte in altri luoghi liberati dall’occupazione russa, ad esempio Bucha e Borodyanka.

Al 3 maggio, il numero di sfollati interni è arrivato a 7,7 milioni di persone. Secondo l’Alto Commissariato per i Rifugiati delle Nazioni Unite, circa 6 milioni di persone – soprattutto donne e minori – dall’inizio delle ostilità hanno lasciato l’Ucraina per i Paesi vicini. Se si sommano queste due cifre, sono quasi 14 milioni i residenti in Ucraina che hanno dovuto lasciare le proprie case – quasi un cittadino su tre.

Oltre 116 mila ucraini sono arrivati in Italia – di cui 4mila minori non accompagnati. Sinora abbiamo inserito circa 22.792 studenti ucraini nelle scuole italiane. La maggior parte – quasi 11 mila – sono bambine e bambini delle scuole primarie.

Fin dall’inizio dell’invasione, il Governo si è mosso per sostenere l’Ucraina. Abbiamo stanziato oltre 800 milioni di euro in assistenza per i profughi. L’ Italia ha inoltre stanziato 110 milioni di euro in sovvenzioni al bilancio generale del governo ucraino per la gestione dell’emergenza – a cui si aggiungono fino a 200 milioni in prestiti. Finanziamo con 26 milioni di euro le attività di varie organizzazioni internazionali attive in Ucraina e nei Paesi limitrofi.

A Verona arrivano i cosacchi!

Verona ha un’evidente centralità nelle relazioni politiche e negli intrecci ideali con la Russia funzionali a creare condizioni favorevoli al percorso politico di Putin e all’espansione degli interessi economici russi nonché per favorire l’affermazione di un pensiero ortodosso e conservatore su temi quali la famiglia e i diritti civili.

Nel tempo, Verona è stata molto frequentata da diversi soggetti russi, oggi interdetti e sanzionati dall’Unione Europea per il loro ruolo nella società russa a sostegno di Putin o perché finanziatori delle sue guerre.

Dall’annessione russa della Crimea e poi dalla crisi nel Dombass, entrambe del 2014, diversi politici veronesi hanno organizzato eventi per diffondere le ragioni di Putin.

Hanno frequentato la città di Verona allargando, presumibilmente, le proprie relazioni e conoscenze, politiche, economiche e sociali, i seguenti soggetti:

  • Igor Sechin, amministratore delegato di Rosneft, compagnia petrolifera dello Stato russo e uno dei maggiori produttori mondiali di petrolio greggio, uno dei consiglieri più fidati e più stretti di Putin, nonché suo amico personale. È destinatario delle sanzioni dal 28 febbraio 2022;
  • Alexander Nikolayevich Shokhin, presidente dell’Unione russa degli industriali e degli imprenditori, un gruppo lobbistico che promuove gli interessi delle imprese in Russia, Destinatario delle sanzioni dal 15 marzo 2022;
  • Vladimir Solovyov, conduttore televisivo e radiofonico, vicinissimo a Putin. Destinatario delle sanzioni dal 23 febbraio 2022;

I medesimi sono stati invitati dall’Associazione Conoscere Eurasia, espressione del Consolato Onorario della Federazione Russa in Verona, nel cui direttivo ci sono russi e veronesi.

L’evento è stato co-organizzato con il quotidiano economico di proprietà dell’oligarca Ališer Burchanovič Usmanov, destinatario delle sanzioni dal 28 febbraio 2022, e da VTB, il secondo istituto di credito russo controllato al 60,9% dal Governo russo il cui Presidente, Andrea Kostin, membro del consiglio supremo del partito Russia Unita, è destinatario delle sanzioni dal 23 febbraio 2022.

Verona è stata anche sede, nel 2019, della tappa italiana della XIII edizione del Congresso mondiale delle famiglie, il cui ospite d’onore fu Alexey Komov, leader del progetto identitario ultranazionalista che lavora per la fondazione finanziatrice della destra integralista ortodossa creata da Konstantin Malofeev, oligarca russo ultra-nazionalista sotto sanzioni dal 30 luglio 2014 In quell’occasione l’evento fu patrocinato dal Ministero per la famiglia e la disabilità guidato dal Ministro (veronese) Lorenzo Fontana, molto attivo nei rapporti con la Russia.

Successivamente all’annessione russa della Crimea del 2014, politici veronesi hanno promosso i legami tra l’Italia e i territori occupati attraverso la partecipazione all’International Economic Forum di Yalta, evento organizzato dal Cremlino per far incontrare politica e affari nella Crimea illegalmente annessa, e, pochi giorni dopo, fu approvata una risoluzione dal Consiglio Regionale Veneto con cui veniva chiesto di rimuovere le “inutili sanzioni” alla Russia, di “condannare la politica internazionale dell’Unione europea” e di “riconoscere la volontà espressa dal Parlamento di Crimea e dal popolo mediante un referendum”.

Nel 2018, un consigliere comunale, nonché deputato, propose con successo di revocare la cittadinanza onoraria all’allora presidente ucraino Poroshenko.

Lo scorso 20 marzo, una conferenza intitolata “Russia Ucraina – le cause di un conflitto”, caratterizzata da una narrazione assolutoria nei confronti della Russia, in cui sono intervenuti numerosi esponenti politici che nel corso degli anni hanno preso posizioni convintamente a sostegno della Federazione Russa e dell’operato del presidente Putin.

Nell’ufficio del sindaco di Verona, l’unico sindaco in Italia, è ben esposta una immagine del Presidente Putin.

A Verona è presente il responsabile dell’ufficio territoriale a Verona della Repubblica Popolare di Donetsk (Donbass), non riconosciuta dall’Unione Europea, nonché presidente dell’Associazione Veneto-Russia.

A Verona una lista civica per le elezioni comunali denominata “Verona per la libertà”, ha recentemente scritto una lettera aperta all’Ambasciata Russa in cui afferma di prendere le distanze dalle scelte del Governo italiano nella questione del conflitto tra Russia e Ucraina.

Non si tratta di eventi casuali. In questa città si è, di fatto, costituito uno spazio dal quale si propagano iniziative apparentemente scollegate tra loro, ma idealmente comprensibili in un progetto di radicamento e di diffusione di certe idee conservatrici sui diritti, nonché prodromiche a favorire programmi economici e di influenza benevola verso la Russia.

I fatti descritti appaiono inquietanti e deleteri per l’immagine del nostro Paese e consentono la penetrazione nella nostra democrazia di pericoli per la sicurezza nazionale e come tali vanno seguiti con scrupolo.

Per questa ragione, ho interrogato il Presidente Draghi ed il Ministro dell’Interno perché diventino  pubbliche le iniziative urgenti da adottare per garantire la trasparenza della vita democratica, nonché per contrastare quella pericolosa influenza e per sapere se, nelle tante occasioni, i soggetti de quo siano stati accompagnati da collaboratori e se siano noti i profili dei medesimi.

La lettera dell’odio

La lista civica “Verona per la libertà” che sostiene Alberto Zelger, già consigliare comunale della Lega, a candidato sindaco, ha inviato una delirante lettera all’Ambasciata russa.

Si legge:

Spett. Ambasciata,

con la presente vorremmo significarvi il nostro personale dissenso verso le decisioni dissennate che il nostro Governo sta prendendo nella questione della guerra fra il vostro paese e l’Ucraina.

 Il Presidente Draghi non ci rappresenta, nessuno l’ ha voluto  e, inoltre, perpetua decisioni lontane dal nostro modo di intendere le questioni di natura nazionale e internazionale.

Pertanto, la preghiamo di tenere in considerazione che il popolo italiano è stretto in una morsa legislativa da cui fatica a liberarsi a causa delle continue fittizie emergenze orchestrate ad hoc dal Consiglio dei Ministri e dal Presidente Draghi.

L’invio a sorpresa di armi ad una delle due parti ha lasciato tutti sgomenti e nelle strade non si parla che di questo.

Un’antica amicizia lega i nostri paesi, un ormai consolidato rapporto socio-economico ci ha fatto conoscere ed apprezzare vicendevolmente e, non ultimo, il reciproco scambio artistico e culturale ha dilettato i nostri popoli sin dal ‘700.

Non possiamo assistere inermi allo scempio che si sta compiendo in poche settimane per annientare tutto questo, a causa di un nugolo di persone che occupa, senza consenso, gli scranni del potere.

Vogliate aiutarci a resistere e considerate le nostre lotte per il ripristino della democrazia e della Costituzione Italiana.

Con ossequio.”

Al peggio non c’è mai fine.

Pensavo si fossero superati con le loro posizioni no vax e contro il green pass, ma questa azione  sconcertante supera ogni limite.

Io penso che stare dalla parte di Putin equivalga a condividere le sue azioni criminali.

Verona potrebbe essere solo la punta dell’iceberg e che circoli gente che pensa che si possano commettere crimini orrendi, occupare un altro Paese, torturare i civili, bombardare gli ospedali, c’è da preoccuparsi.

Se a certa gente non viene data una risposta dura e tempestiva, questi pensano che possano tranquillamente dire ogni cosa.

Mentre in Russia, il paese che amano, gli oppositori vengono avvelenati, da noi la democrazia, che questi non amano, risponde con le leggi.

Ecco, io credo che questa lista sia un pericolo.

Per questo, sono intervenuto in Senato per richiamare l’attenzione del Ministro dell’Interno affinché siano valutati con scrupolo i fatti accaduti e, soprattutto, i contorni di un’organizzazione che si propone al voto con deliranti proclami che vanno contrastati in ogni modo.

Sboarina, uno schiaffo ben assestato!

La Prefettura di Verona ha pubblicato il bando per la predisposizione di circa 1.200 posti per altrettanti richiedenti asilo da distribuire in appartamenti o in centri collettivi.

Subito il sindaco Sboarina ha cominciato a sbraitare: «Il ministro Lamorgese non difende i confini nazionali. Verona non diventerà una zona franca per i migranti clandestini».

Insomma, la solita reazione isterica delle destre.

Un’isteria strabica, peraltro. Infatti, ogni anno, alla scadenza del bando per l’accoglienza dei richiedenti asilo, la Prefettura di Verona non fa altro che predisporre il rinnovo, come previsto dalle norme nazionali ed europee sull’accoglienza.

Ogni anno, puntualmente, Sboarina ritira fuori sempre lo stesso comunicato di contrarietà, cambia solo la data.

Ah, no…stavolta qualcosa l’ha cambiata: prima attaccava il Governo, adesso solo il Ministro dell’Interno. Eccerto, mica può attaccare i suoi alleati di Forza Italia e Lega.

In merito alla polemica che ha avviato, però, Sboarina ha preso uno schiaffo rumoroso. Il coordinamento degli enti che gestiscono l’accoglienza sul territorio veronese ha reso noti i dati specificando, innanzitutto, che i posti a disposizione non sarebbero per nuovi arrivi, ma si tratta solo del rinnovo del bando per ospitare i richiedenti asilo già presenti nel veronese.

Inoltre, i numeri veri sono in netta diminuzione: a gennaio 2020 nella provincia di Verona erano oltre 1.500 e nel bando pubblicato ad aprile 2019 i posti da assegnare erano 1.900.

Adesso sono 1.192  in quanto tanti hanno avuto il permesso di soggiorno perché avevano i requisiti.

In pratica, non c’è nessun nuovo arrivo.

Alla luce di questa precisazione di verità, è davvero incredibile anche l’accusa di Sboarina di “non volere Verona rifugio di nuovi flussi di migranti”.

Una polemiche isterica che è stata fondata solo sulla propaganda senza alcun elemento di verità.

Le richieste di aiuto durante la pandemia

La convivenza forzata durante la fase di lockdown ha rappresentato in alcuni casi il detonatore per l’esplosione di comportamenti violenti, in altri l’aggravante di situazioni che già precedentemente erano violente.

In questa fase è stato molto pubblicizzato il ruolo svolto dal numero di pubblica utilità 1522 nel supportare e accompagnare le donne verso i servizi che meglio si adattavano alla loro situazione contingente.

I risultati:

  • nel 2020 le chiamate al 1522, il numero di pubblica utilità contro la violenza e lo stalking, sono aumentate del 79,5% rispetto al 2019, sia per telefono, sia via chat (+71%);
  • il boom di chiamate si è avuto a partire da fine marzo, con picchi ad aprile (+176,9% rispetto allo stesso mese del 2019) e a maggio (+182,2 rispetto a maggio 2019), ma soprattutto in occasione del 25 novembre, la giornata in cui si ricorda la violenza contro le donne, anche per effetto della campagna mediatica. Nel 2020, questo picco, sempre presente negli anni, è stato decisamente più importante dato che, nella settimana tra il 23 e il 29 novembre del 2020, le chiamate sono più che raddoppiate (+114,1% rispetto al 2019);
  • la violenza segnalata quando si chiama il 1522 è soprattutto fisica (47,9% dei casi), ma quasi tutte le donne hanno subito più di una forma di violenza e tra queste emerge quella psicologica (50,5%);
  • rispetto agli anni precedenti, sono aumentate le richieste di aiuto delle giovanissime fino a 24 anni di età (11,8% nel 2020 contro il 9,8% nel 2019) e delle donne con più di 55 anni (23,2% nel 2020; 18,9% nel 2019);
  • riguardo agli autori, aumentano le violenze da parte dei familiari (18,5% nel 2020 contro il 12,6% nel 2019) mentre sono stabili le violenze dai partner attuali (57,1% nel 2020);
  • Nei primi 5 mesi del 2020 sono state 20.525 le donne che si sono rivolte ai Centri antiviolenza (CAV), per l’8,6% la violenza ha avuto origine da situazioni legate alla pandemia (es. la convivenza forzata, la perdita del lavoro da parte dell’autore della violenza o della donna);
  • per quanto riguarda le Case rifugio, nei primi 5 mesi del 2020 sono state ospitate 649 donne, l’11,6% in meno rispetto ai primi 5 mesi del 2019. Per il 6% delle donne accolte, le operatrici hanno segnalato che è stata la pandemia ad avere rappresentato la criticità da cui ha avuto origine la violenza.

Nel 2020 l’incremento delle chiamate, rispetto all’anno precedente, è avvenuto in coincidenza dei mesi che vanno da fine marzo a maggio e negli ultimi mesi del 2020. Considerando le donne vittime di violenza che si sono rivolte al numero di pubblica utilità, l’aumento delle chiamate di questa specifica utenza è stato del 79,5%, passando da 8.427 chiamate del 2019 a 15.128 del 2020

Sono direttamente le donne a rivolgersi a questo servizio di pubblica utilità, ma non sono rari i casi di parenti, amici, conoscenti o anche operatori dei diversi servizi sul territorio a segnalare episodi di violenza.

Osservando l’andamento delle chiamate, si evidenzia chiaramente come, a partire dal periodo del lockdown generale (marzo-aprile 2020), si sia verificata una crescita esponenziale delle richieste di aiuto, ma ciò che impatta di più sull’incremento delle chiamate è la commemorazione del 25 novembre (giornata mondiale contro la violenza sulle donne), che sembra agire sulle vittime come “effetto motivazionale” nella ricerca di un supporto esterno. In questa data, infatti, si amplia la platea di chi parla pubblicamente della violenza contro le donne, si moltiplicano le iniziative, si rende visibile ciò che durante l’anno non lo è. La spinta rappresentata da questo stimolo esterno è peraltro osservabile dalle risposte che le donne vittime forniscono alla domanda relativa alla frequenza della violenza subita.

Questa giornata rappresenta dunque per le vittime una spinta a uscire dall’isolamento.

Le violenze riportate al 1522 sono soprattutto opera di partner (57,1% nel 2020) ed ex partner (15,3%); tuttavia nel 2020 sono in crescita anche quelle da parte di altri familiari (genitori, figli, ecc.), che raggiungono il 18,5% (12,6% nel 2019) mentre diminuiscono tutte le altre tipologie di autori.

Una discarica car fluff a Sorgà sarebbe uno scempio.  

Nel territorio del Comune di Sorgà è stata fatta richiesta per una discarica di car fluff, materiale derivante dalla demolizione delle auto. La richiesta è stata presentata in Regione per realizzare una discarica con una superficie di circa 455 mila metri quadrati.

Una cosa enorme.

Giustamente, il Comune coinvolto, supportato da tanti altri Comuni limitrofi, veronesi e non, ha espresso la sua ferma contrarietà ed è stato costituito un comitato di cittadini molto dinamico e fortemente impegnato a sollecitare l’opinione pubblica e la politica sul tema.

Non nascondo che sono stupito che se ne stia anche solo parlando.

Infatti, leggendo il piano rifiuti regionale emerge che non ci possono essere discariche in zone classificate IGP, DOP e che, per queste, devono essere preferiti terreni già compromessi.

Diversamente, in questo caso la richiesta investe il territorio di Sorgà che è IGP sui quasi mille campi coltivati a riso, di cui una parte rilevante è classificata IGP vialone nano. Un terreno fertile, insomma.

Non si capisce come la richiesta possa essere considerata legittima, ma tant’è.

Quella discarica sarebbe un potenziale danno ambientale, oltre che economico per i proprietari della zona. Infatti, avere una discarica simile accanto a campi coltivati a riso potrebbe deprimere il valore della produzione, oggi apprezzata in tutto il mondo.

Il riferimento è senz’altro all’approvvigionamento d’acqua che viene prelevata dalle falde dell’area. Se accadesse qualcosa si creerebbero condizioni di grave inquinamento che provocherebbero su quelle colture pregiate condizioni di negatività assoluta.

Stiamo parlando di una zona a vocazione risicola da sempre con i campi che vengono necessariamente esondati. Non solo per la necessità dell’irrigazione del riso in estate c’è il fenomeno dell’aumento della sottostante falda freatica, ma va anche detto che quell’area è fra quelle vulnerabili, a seguito della possibile esondazione del torrente Tione.

Come è possibile solo immaginare una discarica in un posto simile?

Peraltro, da anni si sta puntando su un’agricoltura di qualità, sulla valorizzazione del territorio sulla biodiversità dei percorsi naturalistici. Come può essere compatibile una discarica con questo ben di Dio?

Basterebbero queste poche considerazioni per dire di no ad un mostro simile in una zona delicata e fertile, come quella di Sorgà, ma la Regione pare sia favorevole all’impianto.

Credo sia più che necessario essere a fianco di quel Comune per allontanare questo grave pericolo.

L’intimidazione degli zaiani contro Crisanti

Nella democrazia di Zaia chi dice cose diverse da quelle imposte dalla sue scelte, viene querelato.

Azienda Zero, azienda sanitaria della Regione Vento ha depositato una denuncia per diffamazione  avverso il comportamento del dipendente Prof. Andrea Crisanti in quanto le critiche espresse pubblicamente dall’interessato avrebbero screditato le strategie di prevenzione adottate dalla Regione Veneto in tema di Covid 19.

Secondo il professor Crisanti, il Veneto avrebbe fatto affidamento sui tamponi rapidi, invece di quelli molecolari, a fronte del fatto, come dimostrava un suo studio diagnostico, che tre tamponi rapidi (di prima e seconda generazione, oggi superati) su 10 non avrebbero intercettato i contagiati da varianti del virus covid 19.

Lo studio è stato condotto dal professor Andrea Crisanti, direttore del Dipartimento di Medicina molecolare all’Università di Padova, dalla dottoressa Annamaria Cattelan, primario di Malattie infettive, collaborati dal professor Stefano Toppo e dal dottor Vito Cianci, direttore del Pronto Soccorso in Azienda ospedaliera a Padova;

Dallo studio emerge  che le varianti genetiche dell’antigene N Sars-CoV-2 non verrebbero rilevate dai test antigenici. Ciò, quindi, avrebbe compromesso l’affidabilità dei tamponi rapidi, che dal 15 gennaio, su richiesta della Regione Veneto, sono stati conteggiati nel bollettino nazionale dei contagi.

Se l’ipotesi venisse suffragata sarebbe possibile ipotizzare che l’utilizzo di massa dei tamponi rapidi in Veneto – che ha raggiunto quasi il 68% di tutti i test del tampone per Sars-Cov-2 – possa aver involontariamente favorito la diffusione di varianti virali da questi non rilevabili, contribuendo così alla loro libera circolazione e all’inefficacia delle misure di contenimento poste in essere dalla Regione. In pratica, l’utilizzo di massa dei test antigenici per bloccare la trasmissione del virus avrebbe favorito la diffusione di varianti non rilevabili del virus medesimo.

In proposito, rileverebbe anche il fatto che pare che sia stata inoltrata da parte del prof. Crisanti ad Azienda Zero una segnalazione che riportava alcune evidenze già emerse in merito ancora nel mese di ottobre 2020, prima che lo studio venisse completato e reso noto e che di questo non risulterebbero informati né il Comitato Tecnico Scientifico nazionale né il Ministero della Salute.

Inoltre, i primi esiti dello studio sono stati resi noti anche pubblicamente dal prof. Crisanti con interviste su un giornale locale padovano a fine mese ottobre 2020.

Da fonti stampa emerge che la Procura della Repubblica di Padova ha aperto un’inchiesta per appurare se i tamponi rapidi possano avere un’affidabilità molto inferiore a quella dichiarata dalle aziende farmaceutiche produttrici e, quindi, per questa ragione aver favorito la seconda ondata di contagi in Veneto.

I fatti sono così gravi che ritengo sia doveroso approfondire il delicato contesto. Infatti, anziché esaminare lo studio per confutarne le ragioni o per rivalutare le scelte operate, i dirigenti scelti da Zaia hanno preferito la via giudiziaria che sembra avere il brutto sapore dell’intimidazione.

In merito ho presentato un’interrogazione al Ministro Speranza per chiedergli di avviare un’urgente indagine ispettiva per fare piena chiarezza sulla validità dello studio in questione.

Nogara – Mare Adriatico, i due fallimenti di Zaia.

La definitiva sepoltura della cosiddetta “autostrada regionale Medio Padana Veneta Nogara – Mare Adriatico”, un nuovo collegamento autostradale che attraversava la nostra provincia, porta con se due fatti: è il più grande fallimento di Zaia e delle sue inutili promesse ed i vincoli imposti ai proprietari terrieri per gli espropri lungo la tratta sono decaduti.  

Come era stata progettata a livello preliminare, avrebbe avuto origine nel comune di Nogara, si sarebbe sovrapposta alla SS 434 Transpolesana a Legnago, trasformandola in autostrada fino a Rovigo e sarebbe proseguita fino alla “Nuova Romea” nei pressi di Adria (RO).

Successivamente, nella fase di aggiudicazione della concessione e, quindi, della prevista progettazione definitiva ed esecutiva, la strada era stata estesa da Nogara fino alla A22 del Brennero a Nogarole Rocca. In pratica, avrebbe collegato l’autostrada del Brennero, la Transpolesana, l’Autostrada A31 Valdastico a Canda (RO) e l’autostrada A13 Padova-Bologna a Villamarzana (RO).

Una specie di alternativa all’autostrada A/4.

Nel dicembre 2011 la Regione Veneto ha approvato la delibera relativa al bando di gara per un costo complessivo di 1.912 milioni di euro circa con un contributo pubblico in conto capitale di 50 milioni di euro oltre all’IVA.

Nel marzo del 2018, però, la stessa Regione ha deciso di non sottoscrivere la concessione deliberata a seguito della richiesta, inoltrata dal raggruppamento delle società vincitrici, di rivedere al rialzo il contributo pubblico previsto originariamente per realizzare l’opera: da 50 milioni di euro, a 1,87 miliardi. Una cifra enorme.

La decisione è stata impugnata e sia il TAR sia il Consiglio di Stato (settembre 2019) hanno dato ragione alla Regione in quanto la sua condotta non è stata contraria ai doveri di correttezza e di lealtà nel momento in cui il contributo pubblico è cresciuto così enormemente.

Lo stop a tutta la procedura avviata per il l project financing è, quindi, definitivo.

Per aggirare il fallimento, Zaia ha provato a rivitalizzarla in qualche modo. Infatti, nel novembre 2020 ha inserito l’opera nella propria proposta di Piano regionale Ripresa e Resilienza che ha inviato al Governo per l’inserimento nel Piano nazionale e ha chiesto 2 miliardi di euro, ma con priorità 2 (necessaria ma non indispensabile). Fa specie rilevare che la cifra richiesta è quella per pagare il contributo pubblico che la società concessionaria (un raggruppamento di imprese capitanato dalla società Serenissima) aveva chiesto, ragione per la quale la Regione aveva bocciato tutto e vinto fino al Consiglio di Stato

La proposta è stata irricevibile perché con i soldi del Recovery Fund non si possono realizzare autostrade in concessione (cosa che Zaia sapeva, comunque).

La sepoltura è definitiva.

Come sempre accade, a partire dal momento in cui la Regione aveva deciso l’opera, i terreni interessati dalla nuova strada erano stati vincolati. I vincoli, ancorché non viene costruito nulla, impediscono ai proprietari qualsiasi intervento.

Nel caso della Nogara – Mare, però, la novità è che i vincoli imposti, essendo passati già dieci anni ed essendo stata archiviata tutta la procedura autorizzatoria – ragione per la quale non possono più essere reiterati legittimamente – non sono più operanti e, pertanto, i proprietari possono agire senza limite alcuno.

E’ il secondo fallimento di Zaia: quei vincoli senza alcun risultato hanno impedito uno sviluppo diverso dei terreni interessati per tanti, troppi anni.

Le decisioni anti covid e l’allegra banda dei Pierini.

Il Governo ha deciso le nuove misure per affrontare l’emergenza Covid. In fondo, riporto alcune slide esplicative.

Sul provvedimento, la Lega si è astenuta perché chiedeva un “coprifuoco” più morbido di un’ora, dalle 22 alle 23. Un decreto fondamentale per affrontare l’emergenza sanitaria, rifiutato per un’ora in meno di coprifuoco. Una cosa che solo a raccontarla fa ridere, ma, purtroppo, è proprio così.

Una premessa doverosa: come è sempre accaduto, le scelte sono orientate sulla base dei dati scientifici.

Purtroppo, le evidenze attuali sono: la variante “inglese” ha preso decisamente il sopravvento ed è notevolmente più contagiosa e la scienza ha provato che il virus resta sospeso in aria per qualche tempo. Queste due certezze hanno determinato l’apertura vera dei soli locali che hanno spazi all’aperto. In Italia come anche altrove. Ad esempio, in Inghilterra, nonostante abbiano vaccinato oltre la metà della popolazione, possono aprire solo i locali all’aperto.

Ma il “coprifuoco” esiste solo in Italia? No. In Austria parte alle 20, in Belgio alle 22. In Francia alle 19,  in Germania alle 21, alle 22 in Olanda e in Spagna alle 23.

Quindi, il solito Salvini la spara inutilmente grossa. Il problema è che sostiene il Governo. Dunque, questa maggioranza è stata composta per affrontare insieme e responsabilmente la pandemia, ma se quello lì continua a fare lo scienziato, per quanto mi riguarda potrebbe anche uscirne. Di sicuro noi non ne sentiremo la mancanza.

Tra i Pierini annovero anche il sindaco Sboarina. Lui che nel pieno dei contagi chiudeva i parchi vuoti e lasciava aperta Piazza Erbe, adesso sbraita per protestare sul fatto che in Arena non possono entrare più di 1.000 spettatori (è stata ribadita la quota imposta già nel 2020).

Ovviamente, non ha alcuna cognizione dei dati scientifici, ma, soprattutto, non ricorda che le deroghe possono essere concesse dalla Conferenza delle Regioni su proposta della Regione Veneto? Lo dice la norma. Peraltro, già l’anno scorso Zaia firmò l’ordinanza con la deroga per l’aumento dei posti da 1.000 a 3.000. Ordunque, possiamo fidarci di uno che parla facendo finta di non sapere le cose? Io no!

Poi c’è un certo Mazzi che, non so a quale titolo sinceramente, urla che lo spettacolo in Arena è in ginocchio a causa della decisione del Governo Draghi. Non si può chiedere ad uno che non sa di cosa parla perché lo faccia, ma posso chiederlo al giornale che rilancia le sue interviste come se fossero fondate su evidenze scientifiche provate. Non lo sono e poiché ha promesso che si incatenerà ai cancelli dell’anfiteatro, andrò a fotografarlo in modo da studiare come un essere umano supera il limite della decenza.

E che dire dei rappresentanti veronesi di commercianti e albergatori? Non serve specificare perché protestano. Entrambi parlano come se il virus eviti di frequentare i locali e gli alberghi. Ma la cosa più singolare è certamente il fatto che, il primo non ha capito che nei luoghi chiusi la probabilità di ammalarsi è altissima e il secondo che i turisti non vengono perché i loro paesi di origine sono messi come noi e non consentono gli spostamenti.

Insomma, è riemersa un’allegra banda di disinformatori che orienta le coscienze con invettive e slogan pseudo negazionisti, mai basate sui dati. Anzi, no…sono basate sui conti, ma qualcosa mi dice che non sono i conti della triste lista quotidiana dei decessi.

 

Slide Decreto Riaperture