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Aeroporto Catullo, quali scenari futuri

Premessa

Da tempo, ormai, il Consiglio di Amministrazione dell’Aeroporto Catullo di Verona ha approvato sia un importante programma di investimenti che dovrebbe aumentare almeno del 50% la superficie dell’aerostazione sia l’aumento di capitale di circa 30 milioni che, conseguentemente, impegna i soci azionisti: Aerogest per il 47,015%, Save per il 41,843%, Fondazione Cariverona per il 2,897%, Provincia autonoma di Bolzano per il 3,584%, Provincia di Brescia per il 2,091% e altri enti per il restante 2,568%.

La società Aerogest, costituita tra il Comune di Verona (9,978%), la Provincia di Verona (20,706%), la Provincia Autonoma di Trento (30,266%) e la Camera di Commercio Industria, Artigianato e Agricoltura di Verona (39,050%), era stata creata per gestire le partecipazioni nella società Aeroporto Catullo S.p.A. al fine di orientarne gli obiettivi e le strategie in rapporto all’interesse del territorio di riferimento dei soci pubblici aderenti.

Fatto

L’articolo 14, comma 5 del Dlgs 175/2016, stabilisce il divieto, per le amministrazioni pubbliche, di erogare finanziamenti o sostenere con garanzie le società partecipate che abbiano registrato, per tre esercizi consecutivi, perdite di esercizio o che abbiano utilizzato riserve disponibili per il ripiano di perdite anche infrannuali. E’ il caso di Aerogest che, nel triennio 2015/2017, ha avuto sempre perdite di esercizio, per quote irrisorie, peraltro (Bilancio 2015 – perdita d’esercizio pari a Euro 16.194; Bilancio 2016 – perdita d’esercizio pari a Euro 15.775; Bilancio 2017 – perdita d’esercizio pari a Euro 20.834).

Fa specie rilevare che di fronte ad un così elevato impegno di responsabilità, i soci pubblici abbiano permesso perdite irrisorie che, nei fatti, hanno determinato la chiusura della società. Infatti, la decisione, peraltro assunta con grave ritardo e dopo aver detto tutto e il contrario di tutto in merito, è stata presa in queste ore.

Già nel 2018, tre anni fa, avevo chiesto di agire chiudendo Aerogest e affrontando l’aumento di capitale. Per Comune e Provincia ci sono voluti tre anni per arrivare alla stessa conclusione.

Nodo da sciogliere

Adesso siamo di fronte ad un nodo.

Il carattere “pulviscolare” delle partecipazioni di più enti locali in una società privata, così come il carattere minoritario della partecipazione di un solo socio pubblico, impedisce che l’attività svolta dalla società partecipata possa essere qualificata come servizio pubblico di interesse generale, unica ragione per la quale un Ente locale può avere partecipazioni in una società.

Un servizio può essere considerato di interesse generale solo nel caso in cui l’intervento del soggetto pubblico sia necessario per garantire l’erogazione del servizio in condizioni di accessibilità fisica ed economica, continuità, non discriminazione, qualità e sicurezza, condizioni che diversamente non potrebbero essere garantite se lo stesso fosse affidato al mercato. Ne consegue che nel caso in cui le partecipazioni degli Enti locali siano così ridotte da impedire allo stesso di influire sulle scelte strategiche della società, ovverosia non esistano particolari clausole dello statuto o patti parasociali che consentano ai suddetti Enti l’esercizio congiunto del controllo, si esclude che la società privata possa svolgere un servizio di interesse generale.

Va detto, inoltre, che da tempo è stato stabilito un patto parasociale tra Aerogest e SAVE.

Adesso che non ci sarà più Aerogest, il nodo diventa un cappio ed i soci pubblici sono costretti a unirsi tra loro (solo patto parasociale), pena l’obbligo di cedere le azioni del Catullo. Per farlo, ovviamente per continuare a contare come adesso, devono per forza partecipare all’aumento di capitale deciso tempo fa. In questo senso, ovviamente, si sono già espressi i soci pubblici.

Ma allora, anziché dire che parteciperanno all’aumento di capitale perché ci credono, perché non dicono che i loro errori li costringono a farlo obtorto collo?

Conclusioni

Il patto parasociale tra soci pubblici (obbligatorio), stavolta comprenderà anche la Fondazione Cariverona, la Provincia autonoma di Bolzano e la Provincia di Brescia, grazie ai quali si andrebbe dal 47,02% del capitale a oltre il 50%, ovvero in maggioranza assoluta? Questa condizione permetterebbe senz’altro di determinare le scelte a favore del comprensorio del Garda e, conseguentemente, di contrastare il disegno del socio privato SAVE di rendere il Catullo una subordinata dell’Aeroporto di Venezia!

E se qualcuno di quei soci diversi dai veronesi Comune, Provincia e Camera di Commercio, dovesse tirarsi indietro dall’aumento di capitale, i nostri tre avrebbero la forza economica di comprare l’inoptato? In caso negativo, potrebbe comprarlo SAVE e così schizzare ancora più in alto con le proprie azioni determinando uno scenario in cui il patto parasociale non servirebbe a molto.

Insomma, i ritardi e gli errori commessi pongono Verona in un quadro di incertezza che sarà risolto appena il fumo degli annunci roboanti di Sboarina e company si diraderà.

A breve!

Zaia ha fallito. Miseramente!

La diffusione del virus in Veneto è praticamente fuori controllo, tanto che è stata decretata la “zona arancione”.

Come è noto dal 4 maggio le decisioni sono ripartite tra lo Stato e le Regioni. Sulla base di 21 parametri decisi insieme, lo Stato attua i provvedimenti meglio conosciuti come “zone, gialle, arancioni e rosse” nell’ambito delle quali sono stabilite misure automatiche e generali e le Regioni possono attuare restrizioni ulteriori, sulla base dei dati epidemiologici.

Fino ad ora il Veneto è stata “zona gialla”, la più leggera delle restrizioni.

In questo contesto, Zaia ha scommesso sui tamponi a tappeto, sui posti letto in terapia intensiva quasi raddoppiati, sulle strutture dedicate al covid e sull’alta spesa per la sanità (ergo: tenuta del sistema sanitario e capacità di tracciamento territoriale).

Intanto, però, il virus ha continuato a circolare con tante persone in giro che si sono incontrate e assembramenti vari. Prima del periodo di Natale il Veneto non ha mai attuato provvedimenti restrittivi – pur avendone la piena facoltà – ma si è solo adeguato alle restrizioni decise per il resto d’Italia con l’alternanza di zone rosse nei giorni festivi e arancioni.

Zaia non ha cambiato le proprie decisioni anche quando era più che evidente che i contagiati crescevano in maniera esponenziale e si capiva bene che si stava andando incontro al peggio. Forse l’aveva capito anche lui quando a fine novembre scorso ha chiesto – con un voltafaccia incredibile – al Governo la zona rossa per il Veneto fino all’Epifania (chiedendo la responsabilità di altri).

In Veneto, Zaia ha puntato molto sui tamponi rapidi invece che su quelli molecolari. I tamponi rapidi antigenici sono meno accurati, espongono a un maggior rischio di falsi negativi come hanno denunciato gli stessi medici.

Aver utilizzato in modo pressoché unico i tamponi rapidi antigenici (anziché dei molecolari) per lo screening periodico del personale sanitario, per ammettere pazienti non-COVID in ospedale e per testare personale e ospiti delle RSA è stato un gravissimo errore perché se un operatore falso negativo mette piede in ospedale è piuttosto facile che possa svilupparsi un focolaio, come del resto è accaduto.

Per questa ragione i tamponi rapidi si sono dimostrati non adeguati al livello di confronto, tant’è che il Dipartimento della Prevenzione del Ministero della Salute tende a non conteggiarli ed in ogni caso, sugli strumenti di diagnosi è utile anche il seguente documento dell’Istituto Superiore di Sanità del 4 novembre.( https://www.iss.it/primo-piano/-/asset_publisher/o4oGR9qmvUz9/content/diagnosticare-covid-19-gli-strumenti-a-disposizione.-il-punto-dell-iss)

Sono convinto che in Veneto Zaia avrebbe dovuto agire più restrittivamente perché prima o poi, come è stato, si sarebbe arrivati al momento in cui la crescita dei casi non si riusciva più a contenere nonostante gli sforzi.

Purtroppo, se il virus circola troppo, ogni sistema, anche il più virtuoso, salta. Al momento, ahinoi, conta solo la tempistica delle chiusure per ridurre il contagio.

Pensate, secondo un calcolo fatto dalla Columbia University di New York sulla prima ondata ha dimostrato come lo stesso intervento applicato solo 1-2 settimane prima, sarebbe bastato a evitare a livello nazionale il 61,6% delle infezioni e il 55,0% dei decessi segnalati al 3 maggio negli Usa.

Per capire meglio gli errori di Zaia, può servire anche il confronto con un’altra Regione da sempre zona gialla, il Lazio. In Veneto ha subito un balzo di contagi molto elevato mentre il Lazio non ha subito un’escalation di contagi e decessi ma è sempre riuscito a contenere la diffusione del coronavirus?

La risposta è semplice: conta il livello di diffusione dell’epidemia da cui partivano entrambe le Regioni e in Veneto il virus è entrato prepotente anche nelle Rsa e negli ospedali, elementi cruciali per la diffusione dei contagi.

Ma allora, perché a fronte della rilevante diffusione del virus misurata nella prima ondata e delle rilevate difficoltà nelle Rsa e ospedali, Zaia non ha mai adottato provvedimenti restrittivi?

Perché quando ha visto che la media dell’età dei contagiati stava salendo velocemente – e ciò significava aumento dei decessi dovuti anche all’età avanzata dei contagiati – non ha agito?

E perché ha scaricato tutto sulla responsabilità dei singoli cittadini perorando la causa del tampone “fai da te” in Farmacia? Assegnare la diffusione dei contagi ai singoli è una stupidata che per nostra fortuna non sta avendo seguito.

Resta che non ha agito (per non scontentare?) ed in questo modo superficiale ha ingenerato la convinzione che il virus in Veneto fosse fortemente contrastato e monitorato.

La fiducia di tanti veneti in lui ha fatto il resto.

Ah, dimenticavo, poi c’è la risibile balla sui tamponi

Zaia giustifica la grave diffusione dei contagi in Veneto (che non é riuscito ad evitare perché non ha mai preso decisioni restrittive) con l’elevato numero dei tamponi effettuati: “se ne fai tanti (vantandosene), ne trovi tanti”.

Non fa una grinza.

Ma per capire meglio che si tratta di una falsità, serve il confronto con Lazio e Campania, due regioni a parità di popolazione. Lí gli ospedali e le terapie intensive sono occupate per la metà ed i deceduti sono meno di un terzo rispetto al Veneto.

La storiella di Zaia è una balla.

Infatti, gli scienziati (e le persone serie) calcolano il peso percentuale dei positivi sui tamponi fatti perché questo dato dice la verità con sviluppo proporzionale.

Le rilevanti differenze delle terapie intensive e dei decessi lo confermano, purtroppo

Ci sono più contagi laddove il covid era più diffuso in primavera ed i tamponi non c’entrano proprio nulla, se non per trovare e isolare i positivi. Questo avrebbe dovuto consigliare scelte restrittive, soprattutto in zona gialla.

La matematica non è un’opinione, la propaganda di Zaia, si (sulla nostra pelle, peraltro).

Saviano e la destra reazionaria di Verona

La triste vicenda che si è conclusa con il ritiro della cittadinanza onoraria di Verona a Roberto Saviano è l’ennesima prova che Verona è governata da una destra retriva e reazionaria.

La colpa dello scrittore, uno dei paladini della lotta alla criminalità organizzata, è quella di aver criticato le proposte della Lega e di Matteo Salvini.

Ciò che in democrazia è un valore, la pluralità di idee ed il dissenso, qui a Verona diventa ragione di colpevolezza (di lesa maestà?) e sinonimo di ludibrio pubblico.

Il fatto, quindi, non rileva per la caratura dell’interessato, bensì per i valori che hanno motivato prima la proposta e poi la decisione del Consiglio comunale, ovvero l’organo più rappresentativo della volontà popolare.

Innanzitutto, “punire” qualcuno perché esprime la propria opinione è segno di una mentalità oppressiva e totalitaria, in linea con le peggiori e nefaste esperienze storiche già vissute in Italia e alle quali diversi soggetti presenti in Consiglio comunale fanno riferimento addirittura con orgoglio.

Posso ragionevolmente affermare che questa decisione ricalca fedelmente la loro adesione ideale ai comportamenti dei regimi che annientavano, anche con il sangue, il dissenso.

In secondo luogo rileva l’assolutismo culturale dimostrato, ovvero quello di ritenere che la verità è solo quella che dico io o le persone a me gradite (per varie ragioni, in questo caso, politiche). E’ la cartina di tornasole di un contorto modo di intendere la vita ed i rapporti umani.

E che dire del fatto che la decisione nega la pluralità delle opinioni presenti nella società veronese (per fortuna) arrogandosi il diritto di scegliere i bravi ed i cattivi cittadini?

In passato, i medesimi consiglieri hanno agito contro i diritti di chi ha un orientamento sessuale diverso dal loro e contro i diritti del libero mercato delle persone di religione diversa dalla loro.

Ecco il punto: nelle loro elucubrazioni reazionarie e assolutiste, si spingono fino a negare e contrastare i diritti delle persone. In questo caso, il diritto di Saviano di dire quello che pensa, come chiunque.

Queste persone sono un orpello per l’evoluzione culturale della città ed un vero ostacolo alla crescita e allo sviluppo sociale.

C’è differenza tra chi propone certe cose, chi le sostiene apertamente e chi semplicemente le vota?

Sono orientato a dire di si, ma giunti ormai all’ennesima scelta di questo tipo, comincio a sospettare che le differenze siano così minime da non essere più percepite.

Verona non può permettersi una classe dirigente simile. Questi ci riportano ai tempi bui del MedioEvo.

Zaia ha fallito e noi paghiamo le conseguenze.

I dati del, Veneto sono allarmanti.

Tra contagiati, posti occupati negli ospedali, condizioni nelle RSA e decessi, siamo molto oltre la prima ondata pandemica di primavera.

Allora, il beneficio fu certamente il lockdown totale, unica soluzione per contrastare la diffusione del virus.

Dal 4 maggio le decisioni sono ripartite tra lo Stato e le Regioni.

Sulla base di 21 parametri decisi insieme, lo Stato attua i provvedimenti meglio conosciuti come “zone, gialle, arancioni e rosse” nell’ambito delle quali sono stabilite misure automatiche e generali.

Sempre nelle medesime aree, però, le Regioni possono attuare restrizioni ulteriori, sulla base dei dati epidemiologici.

Qui, il grave errore di Zaia, dal primo giorno della decisione della zona gialla per il Veneto.

Egli ha puntato tutto sull’effettuazione massiccia dei tamponi, in particolare privilegiando quelli rapidi.

Questa scelta avrebbe dovuto consentire l’individuazione dei contagiati, il loro isolamento e il loro tracciamento. In questo modo, arginando la diffusione, non sarebbero servire altre decisioni più drastiche.

C’è stato un momento in cui ha fatto credere che puntava su uno strano tampone “fai da te” per aumentare la quota dei tamponi. In tanti lo hanno seguito, poi quella cosa è sparita, per nostra fortuna.

Questo comportamento è stato un fallimento.

Primo, perché ha ingenerato la convinzione che il virus era fortemente contrastato e monitorato. Il binomio tamponi/niente restrizioni ha favorito gli spostamenti, convinti che le cose fossero sotto controllo.

Secondo, perché i tamponi rapidi si sono dimostrati non adeguati al livello di confronto, tant’è che il Dipartimento della Prevenzione del Ministero della Salute non li conteggia.

E, purtroppo, i risultati sono più che evidenti – aggravati dall’impossibilità di tracciare tutti – e confermano che il sostanziale “liberi tutti” è stato il problema principale delle scelte di Zaia.

D’altronde, bastava seguire i suoi sermoni quotidiani per comprendere che mai parlava di scelte, ma solo di aria fritta e ovvietà imbarazzanti, peraltro, ben esposte dal comico Crozza.

Il colpo finale al suo fallimento, lo ha decretato lui stesso: ha chiesto al Governo la zona rossa fino all’Epifania.

Con questa mossa ha messo la parola fine a tante sciocchezze e convinzioni che hanno procurato al Veneto i danni peggiori rispetto alle altre realtà.

Recovery fund, la Regione dimentica Verona.

La Giunta Regionale ha votato i progetti per i quali sono stati chiesti i finanziamenti del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (Recovery Plan) finanziato con i soldi del Recovery Fund.

Si tratta di un parco progetti enorme, per un volume di risorse pari a 24,984 miliardi (15,5 miliardi priorità 1 “indispensabile” e 9,4 miliardi con priorità 2 “necessario ma non indispensabile”). L’indicazione delle priorità da parte della Regione è decisiva per la realizzazione. Ricordo che il Recovery Fund per l’Italia sarà di 208 miliardi di euro da spendere entro il 2026.

Innanzitutto il metodo. La Lega sbraita a Roma che non viene coinvolta nei progetti che faranno parte del Piano Nazione di Ripresa e Resilienza. Ciò non è assolutamente vero.[1]

Dove governa, invece, risolve la cosa attraverso l’approvazione di una delibera regionale senza alcun confronto in Consiglio. Proposte per 25 miliardi di euro passate velocemente.

Per rendere chiaro quanto il parco progetti sia assolutamente incondivisibile, basta far riferimento alle proposte relative all’inclusione sociale. E’ una vergogna che su tanti miliardi, la Regione chiede per l’ampliamento dei servizi per la non autosufficienza solo 50 milioni di euro, per disabilità e lavoro solo 40 milioni.

Per le energie rinnovabili solo 330 milioni di cui solo 30 con priorità 1, meno di niente!

Bricioline. Poi si lamentano che non approviamo le loro proposte. E meno male!!!!

E’ risibile che in una Regione turistica come il Veneto per le Infrastrutture per l’attrattività turistica e culturale vengono chiesti solo 415 milioni di euro. Assurdo. Per Venezia, Verona e l’area del Valdobbiadene, siti UNESCO, sono stati chiesti 40 milioni con priorità 2. Arriveranno gli avanzi.

Come al solito, inoltre, i progetti per Verona sono pochi e quelli presentati hanno la priorità 2, ovvero “necessario ma non indispensabile”, quindi, progetti di serie B.

Per la conversione eco-sostenibile del sistema della mobilità, la proposta per Verona è l’accesso ferroviario al litorale Lago di Garda per 1 miliardo di euro con priorità 2. In questa previsione parrebbe rientrare anche il collegamento ferroviario Stazione Porta Nuova – Aeroporto Catullo. Quella priorità è la prova provata che non avverrà mai. Se le opere devono concentrarsi entro il 2026 e per questa proposta non esiste neanche il progetto di fattibilità, in che modo una proposta “necessaria, ma non indispensabile” potrà vedere la luce?

E’ solo una presa in giro.

Colpisce la proposta di realizzare l’asse autostradale Nogara – Mare adriatico per 2 miliardi di euro, ma con priorità 2, tanto che certamente non sarà realizzata. Fa specie vedere il giochino: nel 2019 la Regione ne blocca il project financing (e vince contro i ricorsi), poi la inserisce nel Piano Regionale Trasporti a luglio 2020 e adesso chiede i soldi del Recovery Fund per pagare il proprio contributo pubblico che la concessionaria aveva chiesto – pari tra 1,2 a 1,8 miliardi di euro – ragione per la quale aveva bocciato tutto e vinto fino al Consiglio di Stato.

Questo per dire che si tratta di un’evidente presa in giro che non passerà inosservata a Roma. Un’opera così rilevante va individuata come strategica ed indispensabile. Invece, l’hanno messa lì come fumo negli occhi.

Incredibile la volontà di finanziare la nuova strada provinciale mediana con il PNRR per 400 milioni di euro. Sebbene sia priorità 2, quindi, non passa, va detto che si tratta di un favore al concessionario autostradale A/22. Infatti, quella strada deve essere realizzata attraverso il rinnovo della concessione ad Autobrennero attualmente in corso.

Condivisibile la priorità 1 per finanziare il nuovo collettore del sistema di raccolta dei reflui nel Bacino del Lago di Garda. 120 milioni di euro che possono far parte del PNRR e meno male che c’è il Recovery fund. Il Governo Renzi, quando ha destinato i suoi 100 milioni, non ha aspettato l’aiutino. La Regione, si.

Fanno molto rumore i grandi assenti.

Nelle proposte non troviamo traccia del progetto esclusivamente dedicato al collegamento ferroviario tra la stazione di Porta Nuova e l’Aeroporto (c’è già il progetto preliminare), nulla di nulla sulla elettrificazione della linea Verona/Rovigo e men che meno notizie sulla metropolitana di superficie Peschiera/S.Bonifacio/Domegliara/Legnago, per finire miseramente con la totale assenza di richieste per la variante alla SS 12.

Noi pensiamo che, al contrario, queste siano le priorità per Verona!

Continua la grave superficialità sul collegamento ferroviario Porta Nuova/Aeroporto, mentre su altri scali si sta agendo: il Marco Polo avrà il suo collegamento (contratto di Programma RFI 2018/2019) e anche quello di Orio al Serio con Bergamo (Decreto olimpiadi).

Dimenticanze o sottovalutazioni?

Per Verona, le proposte della Regione sono un misto tra il fumo negli occhi e la negazione dell’evidenza.

 

[1] Il Governo ha predisposto Linee guida del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza.

In Novembre ha acquisito le valutazioni del Parlamento sul documento ed ha avviato un dialogo informale con la Commissione europea.

Finito il confronto in Europa (superare i veti di Polonia e Ungheria), il Governo procederà alla elaborazione dello schema del Piano nazionale di ripresa e resilienza, nel quale saranno definiti i progetti di investimento e di riforma.

In questa fase terrà conto delle proposte che ha chiesto alle regioni. Il Veneto ha presentato le proprie proposte il 17 novembre scorso.

Lo schema del Piano verrà sottoposto all’esame delle Camere prima dell’approvazione definitiva.

I progetti da finanziare devono essere “cantierabili” entro il 2026.

 

Alcune risposte ai sermoni di Zaia

Di solito non seguo le conferenze di Zaia, sono senza contraddittorio e gli fanno dire quello che vuole lui.

In questi giorni, però, mi sono fatto forza e le ho seguite.

Forse sarà il caso di seguirlo più spesso, in attesa che qualche giornalista gli ponga, finalmente, domande.

Per tutte le cose che ha detto, ho risposto.

  1. ” ..certo è che questo Dpcm è talmente incisivo sugli aspetti degli spostamenti che il Governo si è visto costretto ad approvare un Decreto legge”. Non è vero. Da ottobre scorso si è deciso che le regole le fissa il Parlamento con un voto ad un Decreto Legge, dal quale discende il DPCM;
  2. “…la mancata ricongiunzione dei parenti di primo grado genitori-figli se non abitano nello stesso comune”. Potrei concordare, sono tra quelli che ha chiesto al Governo di consentire a persone che vivono in comuni medio-piccoli di ricongiungersi per poche ore con familiari che abitano in altri comuni.
  3. “..immaginate che a Natale non potete vedere i figli o i genitori, poi vi affacciate alla finestra e vedete le piazze piene di gente che fanno lo spritz.” È una retorica inutile, soprattutto detta da chi può evitarlo con le proprie ordinanza. Se non è d’accordo con lo spritz, lo vieti in Veneto. Può tranquillamente farlo;
  4. “..non penso che il pranzo di Natale con i parenti rovini il piano di salute pubblica”. Questa è una sciocchezza populista. La stragrande maggioranza dei contagi avviene negli ambienti familiari;
  5. “…non si può esautorare la Regione affidando ai prefetti il coordinamento dei trasporti scolastici.” Il problema, caro Zaia, è che nonostante Legge e soldi ti consentivano di mettere sulle strade servizi scolastici aggiuntivi sin dall’apertura delle scuole, in Veneto, sono partiti solo il 26 ottobre. Meglio, allora, che se ne occupino altri. Per la nostra salute;
  6. “..non abbiamo fatto proposte, abbiamo semplicemente fatto delle osservazioni. Forse varrebbe la pena di agire in modo molto più severo sugli assembramenti negli spazi pubblici”. Ecco il punto. Non fa mai proposte perché non vuole responsabilità e chiede severità al Governo sugli assembramenti, ovvero cose che può tranquillamente fare lui.
  7. «Anche questa volta non siamo riusciti a costruire un provvedimento con il governo».Non è vero. Tutti i DPCM vengono preceduti da un dibattito parlamentare. Il Ministro della Salute presenta i dati e le intenzioni e Camera e Senato votano le risoluzioni di indirizzo per il Governo. Dalle Risoluzioni il Governo trae gli elementi per approvare un Decreto legge che autorizza il Presidente del Consiglio ad emanare i DPCM. Dopodiché viene redatta una bozza sulla quale viene avviato il confronto con le Regioni ed i Comuni. Solo al termine di questo iter, viene emanato il DPCM. In tutte le fasi, Parlamento, Regioni e Comuni le opposizioni sono pienamente coinvolte e informate. Il loro problema è che non approviamo le cose incredibili che propongono. Una serie di voli pindarici che non tengono conto dei dati statistici forniti dalla scienza. Questa è la realtà.
  1. “Spostamento tra Comuni. E’ stata applicata la stessa regola a un comune che ha la dimensione di una regione come ad uno piccolissimo. Non sono contrario alla norma, sono contrario alla sperequazione che fa questa norma”. Caro Zaia, sei stato contrario perché la vostra proposta era un liberi tutti nella regione. Forse era meglio limitare gli spostamenti tra Comuni vicini o valutare le situazioni con anziani soli, come avevo chiesto con altri Senatori.
  1. «…è innegabile che ritrovarsi con i familiari rappresenti un fattore di rischio, ma dire che la chiusura dei comuni ne rappresenti la soluzione, non è realistico. Non è una battaglia di bandiera ma di civiltà». Una retorica populista inutile e fuorviante, perché banalmente dice tutto ed il suo contrario. Se il tema è tutelare i più anziani non è di buon senso il liberi tutti, come chiedeva lui.

Non ho tralasciato nulla, ovvero, non ha mai detto qualcosa sulle scelte sanitarie che si stanno facendo in Regione, Aperture di ospedali Covid, gestione case di riposo, saturazione ospedale Legnago, vaccini antinfluenzali. Niente sulle robe sue, parla solo di quelle del Governo.

A Legnago va di moda l’oscurantismo!

Il Bonus giovani coppie deciso dalla Giunta comunale di Legnago è discriminatorio ed ha un sapore oscurantista.

Il 19 agosto scorso, la Giunta comunale di Legnago ha avviato l’iniziativa denominata “Bonus giovani coppie” ovvero l’erogazione di un contributo economico dell’ammontare di 300 euro per giovani coppie residenti a Legnago.

Tra i requisiti previsto per l’accesso al contributo vi è quello di “aver contratto matrimonio secondo il rito civile o religioso concordatario nell’anno 2020”. Dunque, dall’iniziativa restano escluse le coppie stabilmente conviventi e le coppie unite civilmente.

E’ già poco comprensibile l’esclusione delle stabili coppie conviventi e a volte con figli, ma l’esclusione delle coppie unite civilmente è addirittura discriminatorio e contrario alla legge.

Infatti, l’articolo 1, comma 20 della legge 20 maggio 2016, n. 76, estende il principio della parità di trattamento tra parti dell’unione civile e coniugi – fatte salve le esclusioni espressamente enumerate dalla norma – non solo a tutte le previsioni normative riferite al matrimonio, ovunque contenute, ma anche agli atti e provvedimenti amministrativi nonché ai contratti collettivi.

Ci sono state anche diverse pronunce giurisdizionali che, negli anni, hanno riconosciuto la portata di tale disposizione proprio in relazione ad atti e provvedimenti comunali che, riservando un trattamento differenziato alle coppie coniugate e a quelle unite civilmente – ad esempio, in sede di regolazione amministrativa della celebrazione del matrimonio e della costituzione dell’unione civile – sono state dichiarate illegittime perché gravemente discriminatorie (cfr. ad esempio, TAR Lombardia – Brescia, Sezione I, sentenza 29 dicembre 2016, n. 1791).

La delibera di Legnago nega l’evoluzione storico-culturale della società italiana aperta al riconoscimento di una pluralità di esperienze familiari. In questo modo si discrimina la pari dignità sociale delle diverse modalità con cui le persone decidono di essere o diventare una famiglia, dando così corpo alla loro autodeterminazione affettiva.

Discriminare illegittimamente le diverse forme di vita familiare – tanto più quando si tratta di provvedimenti che mirano ad assicurare adeguate condizioni materiali di vita alle coppie più giovani – è, di fatto, una lesione della dignità personale e degli articoli 2 e 3 della Costituzione.

Sul punto, insieme alla collega Monica Cirinnà, ho presentato un’interrogazione urgente ai Ministri dell’Interno e delle Pari opportunità e la Famiglia segnalando il caso.

Abbiamo chiesto di avviare iniziative concrete per fare in modo che le pubbliche amministrazioni orientino la propria azione al pieno rispetto del principio costituzionale di non discriminazione.

Capitale della cultura 2022, Verona miseramente bocciata

La candidatura di Verona a Capitale Italiana della Cultura 2022 è stata bocciata. Altre città italiane hanno superato il primo esame, quello che riduceva da 28 a 10 i concorrenti per la scelta finale.

In pratica, Verona non ha superato neanche la prima valutazione.

E meno male che qui vi sono luoghi e monumenti che rappresentano la cultura italiana nel mondo.

La partecipazione di Verona era stata presentata in pompa magna. Alla Darsena dell’antica Dogana d’Acqua era stato presentato il Dossier «VERONA 2022. La Cultura apre nuovi mondi» da consegnare al Ministero per i Beni e le Attività Culturali e per il Turismo.

Il progetto era stato condiviso da un Comitato istituzionale variegato e molto rappresentativo.

In quell’occasione, il sindaco annunciò che il dossier raccoglieva la sua visione della Verona del futuro, un’idea di città che puntava ad espandersi oltre alla cultura e alla storia, per pianificare e svelare nuovi modi di essere Verona.

Peccato che quella visione è stata sonoramente bocciata. Peccato per i veronesi, ovviamente. Quando non si supera neanche la selezione iniziale può significare che o il progetto è sbagliato o quello che è stato presentato non valorizzava alcunché.

Un disastro.

E meno male che era stato presentato come un progetto che rafforzava l’offerta culturale cittadina, valorizzando il patrimonio storico-artistico locale e l’insieme dei suoi eventi, con un forte accento sull’accessibilità e la partecipazione di diverse fasce e tipologie di pubblico.

Credo proprio che la bocciatura da parte di esperti nazionali significhi che il Comune ha completamente sbagliato il progetto stesso. Impensabile, diversamente, addirittura la bocciatura al primo vaglio. Infatti, certamente non era facile prevalere, ma non superare neanche il primo turno di selezione per una città come Verona visitata da milioni di turisti proprio per la storia romana e italiana che rappresenta è uno schiaffo che colpisce e molto.

Quante altre città italiane possono vantare di essere dantesca e shakespeariana, quante hanno un grande anfiteatro, reperti archeologici e monumenti che testimoniano duemilacinquecento anni di storia?

Eppure, nonostante questo patrimonio, il Comune di Verona è stato capace di non superare neanche il primo turno.

L’ennesimo fallimento che sta facendo regredire la città.

Che brutta bestia la burocrazia

Procedono troppo a rilento le procedure burocratiche per la regolarizzazione di migliaia di stranieri che da anni lavorano in Italia in settori fondamentali e che sono titolari di un  permesso di soggiorno scaduto dal 31 ottobre 2019, non rinnovato o convertito in altro titolo di soggiorno. Il “rinnovo” sarebbe per sei mesi decorrenti dalla data di presentazione dell’istanza. Il pericolo è che qualcuno – lavoratore e datore di lavoro – possa essere denunciato “ingiustamente”.

Da maggio scorso sono state fissate le modalità di presentazione delle domande per l’avvio dei procedimenti di regolarizzazione dei rapporti di lavoro nei settori economici e produttivi dell’agricoltura, dell’assistenza alla persona (badanti) e del lavoro domestico di sostegno al bisogno familiare (colf). Le domande dovevano essere presentate entro il 15 luglio.

Lo scopo è quello di rilasciare un regolare permesso di soggiorno per lavoro a tantissimi lavoratori stranieri che ne sono privi sebbene siano in possesso di un’occupazione stabile, anche da anni. In questo modo potranno essere regolarizzati migliaia di contratti di lavoro oggi irregolari e, quindi, evitato il grave rischio che coloro, anziani e datori di lavoro agricoli che li impiegano, possano essere denunciati.

Se ricordate, tante volte si è detto che questi lavoratori avevano paura di uscire da casa per evitare di essere fermati, controllati e, quindi, non solo denunciati, ma anche espulsi dall’Italia con la ripercussione di lasciare da soli gli anziani che accudivano. Ovviamente, la denuncia colpirebbe anche la persona che li impiega. Un doppio danno.

I controlli sono molto rigidi. Innanzitutto, le istanze di emersione potevano essere presentate solo da coloro che risultavano presenti in Italia prima dell’8 Marzo 2020 e che non si fossero allontanati dopo tale data (rilievi fotodattiloscopici, attestazioni costituite da documentazione di data certa provenienti da organismi pubblici).

In secondo luogo, il datore di lavoro, oltre alla durata del contratto di lavoro, doveva dimostrare di possedere la capacità economica per poter assumere il lavoratore.

Le domande dovevano essere presentate allo Sportello unico per l’immigrazione -direttamente dai datori di lavoro o, nel caso lo avessero fatto gli stranieri interessati, presso le Questure o per posta – che, a sua volta, doveva acquisire un parere sia dalla Questura circa l’insussistenza di motivi ostativi all’accoglimento dell’istanza, sia dall’Ispettorato territoriale del lavoro circa la conformità del rapporto di lavoro, la congruità del reddito o del fatturato del datore di lavoro e delle condizioni di lavoro applicate.

Acquisiti i pareri favorevoli, lo Sportello unico convoca il datore  di lavoro e il lavoratore  per l’esibizione della documentazione necessaria e per la sottoscrizione del contratto di soggiorno.

Dal portale del Ministero dell’Interno risultano alla data del 15 Agosto 2020 circa 207.542 domande per la regolarizzazione dei rapporti di lavoro di cui 176.848 sono richieste riguardanti il lavoro domestico e di assistenza alla persona (85% del totale delle domande).

Un dato curioso: per quanto riguarda le richieste di permesso di soggiorno temporaneo presentate agli sportelli postali, Verona è la prima in Italia con 675 domande. Seguono Cuneo (466), Cosenza (423), Milano (406) e così via.

Il problema è che i pareri stanno affluendo molto lentamente e questo sta pregiudicando i tempi di definizione delle singole pratiche e, conseguentemente, la regolarizzazione del rapporto di lavoro e degli stranieri.

Per questa ragione, il gruppo del Partito democratico del Senato ha depositato un’interrogazione ai ministri dell’Interno, del Lavoro, dell’Agricoltura e dell’Economia affinché predispongano tutte le azioni necessarie per agevolare le procedure burocratiche di sblocco delle domande rimaste ancora insolute.

La questione va risolta con urgenza per evitare i rischi che qualche datore di lavoro possa essere denunciato per l’impiego di persone che non hanno il permesso di soggiorno, pur lavorando da anni con loro come colf, badanti o in agricoltura.

Comincio a provare addirittura pena

Un minuto dopo che sono state attribuite le zone di rischio per ciascuna regione italiana, è cominciato il coro assordante di alcuni presidenti di regione che hanno lamentato la loro collocazione.

Alcuni di loro dovrebbero stare zitti, e penso alla Lombardia e al Piemonte, ma hanno avuto anche la faccia tosta di alzare la voce.

Per capire quanto sia assurda la posizione di chi ha protestato, occorre fare un passo indietro.

Il 30 aprile scorso, dopo un lungo confronto tra il Governo, il Comitato tecnico Scientifico e le Regioni furono fissati 21 parametri in base ai quali adeguare le misure di contrasto alla diffusione dei contagi.

Si tratta di parametri molto complessi che sviluppano esclusivamente i dati che quotidianamente le regioni rilevano sul proprio territorio e comunicano, sempre giornalmente, al Ministero della Salute che li analizza secondo un processo ben definito.

E’ proprio dall’analisi di queste informazioni che le regioni forniscono che emergono gli eventuali profili di rischio o meno.

A suo tempo, appunto ad aprile, furono creati per affrontare i mesi futuri che sono stati tranquilli a partire da giugno e adesso più cruenti.

Dal 4 giugno, con la cosiddetta seconda fase, a decidere in merito alle azioni di contrasto sono le regioni e non più il Governo come era stato fino a quel momento.

Quindi, il meccanismo messo in piedi era: le Regioni comunicavano i dati, il Ministero della Salute li analizzava e sulla base delle risultanze, più o meno positive, le Regioni agivano. E’ sempre sulla base di questo meccanismo che sono state prese le decisioni di riaprire piano piano tutte le attività in estate. Non si tratta di un sistema che da i voti, ma uno strumento con regole rigide ben definite che fa capire il quadro attuale e la sua evoluzione.

Fino a metà ottobre.

Infatti, con il primo DPCM omogeneo per tutta Italia, è emerso il problema: quanto fatto dalle Regioni fino a quel momento, più l’apertura delle scuole, l’arrivo di temperature più rigide ed il pieno funzionamento delle attività avevano avuto l’effetto di una virulenta ripresa del virus.

Da qui la decisione attuale: una linea uguale per tutti (il divieto di movimento dalle 22 alle 6) e azioni mirate sui territori in capo alle Regioni sulla base delle risultanze dei dati comunicati.

Apriti cielo. Quello che andava bene finora, adesso non lo è più.

Ma io dico: ma se il virus è presente, si capisce che le cose peggiorano, i dati li comunichi tu, finora hai sempre fatto così, ma perché ti lamenti se sei in zona rossa o arancione?

E’ una cosa assurda. Peraltro, l’attribuzione del rischio per zone è variabile. Infatti, settimanalmente i dati possono migliorare o peggiorare e speriamo che tutto il Paese passi da rosso-arancione-giallo a verde.