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Ridurre il disagio abitativo dei nuclei familiari svantaggiati

Ho presentato una proposta di legge sul tema del diritto alla casa ed in particolare nel comparto dell’edilizia sociale pubblica a favore delle persone e delle famiglie meno abbienti.

Tra le conseguenze della crisi sanitaria e delle restrizioni al sistema economico-produttivo italiano, certamente va annoverata l’acuirsi delle diseguaglianze sociali e l’aumento di cittadini in condizioni di difficoltà.

La crisi rischia di riflettersi pesantemente anche sulla condizione abitativa delle fasce deboli, aggravando un’emergenza già molto preoccupante in numerose città italiane prima della pandemia.

È verosimile ritenere che potranno essere numerose le famiglie a rischio di sfratto per morosità, avendo perso le risorse per sostenere i canoni di affitto e altrettanto numerose quelle che rischiano di perdere la casa di proprietà perché impossibilitate ad onorare il mutuo.

La casa è un elemento fondamentale nella vita di ciascuna persona perché concerne bisogni di tipo personale, sociale, economico e simbolico che sono fondamentali per il benessere individuale.

In diverse occasioni, i sociologi hanno chiarito bene il valore identitario della casa financo a definirlo un elemento costitutivo dello spazio sociale degli individui. Nondimeno, appare rilevante il fatto che nei Paesi con scarsa offerta di alloggi in affitto, la maggior parte dei giovani tra i 18 e i 34 anni continua a vivere con i propri.

Nei fatti, nella società moderna, la casa gioca un ruolo fondamentale nella strutturazione delle disuguaglianze sociali.

Le problematiche relative sono note e rilevanti. Eppure, a fronte della gravità del problema, con risvolti in termini di diritti di giustizia sociale, le politiche dell’abitare hanno avuto un’attenzione marginale nel campo delle politiche sociali, tanto che l’edilizia residenziale pubblica non occupa posizioni di rilievo pur essendone noto l’impatto sulla diseguaglianza e sulla povertà.

Sul tema del diritto alla casa ed in particolare nel comparto dell’edilizia sociale pubblica, l’Italia sconta un ritardo decennale tanto da essere da troppo tempo il paese europeo che spende meno nel settore. L’offerta abitativa pubblica in Italia, dagli anni ’80 si è ridotta del 90 per cento.

Occorre, quindi, una chiara inversione di tendenza con interventi definiti attraverso una programmazione effettiva degli investimenti per l’edilizia residenziale pubblica da considerare una componente essenziale per un nuovo welfare in grado di diminuire precarietà e povertà.

Peraltro, la costante riduzione del flusso di nuovi alloggi popolari nel corso degli anni ha prodotto un significativo innalzamento dell’età media dei soggetti che risiedono negli alloggi e, conseguentemente, è cresciuta la quota di famiglie in case popolari con persona di riferimento pensionata.

Nel nostro Paese, nel tempo, tre sono state le azioni per favorire il mercato degli affitti: il fondo per l’affitto, la tassazione con ritenuta secca, al di fuori della progressività dell’Irpef, a partire dai contratti convenzionati e l’edilizia residenziale pubblica.

Malgrado questi interventi, l’efficacia nel contrastare il disagio abitativo delle famiglie non è pienamente soddisfacente. La ragione principale consiste proprio nel volume delle risorse impegnate e, probabilmente, anche la risposta asimmetrica che le Regioni hanno dato al problema sui propri territori.

La necessità di dotare ampie fasce di popolazione di edilizia sociale deve anche confrontarsi con i temi della rigenerazione urbana, del riuso e riqualificazione dell’ingente patrimonio immobiliare pubblico e privato dismesso, di una produzione edilizia ispirata alla sostenibilità ambientale e sociale ed all’efficienza energetica, della rivitalizzazione delle aree interne del Paese e dei borghi disabitati.

Sebbene il tema dell’Edilizia Residenziale Pubblica sia stato conferito esclusivamente alle Regioni, come stabilito dalla Legge Costituzionale n.3 del 18 ottobre 2001- modifica il titolo V della Costituzione, restano intatte le esigenze concernenti i livelli essenziali delle prestazioni nonché l’esigibilità delle prestazioni di welfare da parte del cittadino omogeneamente in tutto il territorio nazionale.

Infatti, le diversissime leggi e i regolamenti regionali che sono stati adottati nel tempo hanno condizionato le finalità sociali del comparto, diversificando fortemente il settore a livello nazionale; con caratteristiche contraddittorie a seconda del luogo.

Per questa ragione ho presentato una proposta di legge che propone, al fine di superare in maniera organica e strutturale il disagio sociale e il degrado urbano derivante dai fenomeni di alta tensione abitativa, un piano nazionale di edilizia residenziale pubblica e insiste su alcuni fattori importanti con interventi mirati sul sostegno all’affitto a canone concordato, sull’ampliamento dell’offerta di alloggi popolari, e sullo sviluppo dell’edilizia residenziale sociale e sul riscatto a termine dell’alloggio sociale, stabilendo anche agevolazioni fiscali per il conduttore di alloggi sociali.

Si tratta di azioni a favore di famiglie con redditi modesti. Ciò anche in ragione del fatto che rispetto a qualche decennio fa buona parte dei nuclei a reddito medio-alto ha avuto la possibilità di acquistare la casa.

Una politica che abbia come obiettivo la categoria degli affittuari ha, quindi, una buona capacità di raggiungere nuclei in difficoltà economica.

 

La novità dell’assegno unico universale

L’assegno unico universale, che sostituirà i vari benefici economici (bonus e detrazioni varie) già esistenti dedicati al sostegno delle famiglie con figli under 21, potrà avere un valore fino a 250 euro e sarà erogato dal 1° luglio 2021.

Chi ne ha diritto

L’assegno è a favore di tutte le famiglie con figli a carico, partendo dal settimo mese di gravidanza fino al 21esimo anno di età. Non è riservato a specifiche categorie o fasce di reddito, ma viene progressivamente attribuito a tutti i nuclei familiari con figli a carico ed è riconosciuto a entrambi i genitori (se sono separati o divorziati l’assegno andrà a chi detiene l’affidamento dei figli). Deve essere ripartito in egual misura tra questi e ha lo scopo di favorire la natalità e promuovere anche l’occupazione, specialmente quella femminile.

Per i figli successivi al secondo, l’importo dell’assegno è maggiorato del 20 per cento.

La somma cambia in presenza di figli con disabilità e verrà maggiorata secondo una quota di circa il 30% o il 50%, a seconda della disabilità presente. In questo caso l’assegno viene riconosciuto anche oltre i 21 anni.

Limiti per l’erogazione

Al compimento del 18esimo compleanno l’importo viene ridotto, ma sarà comunque erogato fino ai 21 anni con possibilità di corresponsione dell’importo direttamente al figlio, su sua richiesta, al fine di favorirne l’autonomia. L’assegno è concesso solo nel caso in cui il figlio maggiorenne frequenti un percorso di formazione scolastica o professionale, un corso di laurea, svolga un tirocinio ovvero un’attività lavorativa limitata con reddito complessivo inferiore a un determinato importo annuale, sia registrato come disoccupato e in cerca di lavoro presso un centro per l’impiego o un’agenzia per il lavoro o svolga il servizio civile universale.

Per quanto riguarda i figli a carico con più di 21 anni il Governo si è impegnato per una norma transitoria in attesa dell’approvazione di un provvedimento che comprenderà gli assegni anche in questi casi.

Come viene erogato l’assegno unico universale

Il beneficio è riconosciuto a tutti, indipendentemente dal reddito familiare, ma l’importo cambia non solo dopo il compimento del 18esimo compleanno del figlio a carico, ma anche a seconda del’Isee o delle sue componenti.

L’assegno unico può  avere la forma di credito di imposta o di erogazione mensile. Questo non è incompatibile con altri benefici come il reddito di cittadinanza.

Vaccini: gli errori dell’Europa (?) e le esportazioni.

Due cose sono emerse di recente nel dibattito pubblico: le accuse all’Europa sia sulla questione dei vaccini che non arrivano sia sul blocco delle esportazioni dei vaccini medesimi.

Gli errori (?)

Il primo presunto errore: i contratti conclusi dalla Commissione non prevedevano adeguate protezioni in caso di ritardi e non includevano quel principio di “primi gli europei” adottato da Stati Uniti e Gran Bretagna per i loro cittadini.

Ma è così? Non proprio. Stati Uniti e Regno Unito, avendo un bilancio ampio e flessibile (cosa che l’Unione Europea, per scelta dei paesi membri, non ha), hanno finanziato a suon di miliardi la ricerca delle case farmaceutiche. Questo ha comportato vantaggi nella distribuzione successiva.

Il secondo: i contratti non ci tutelano sui ritardi. Sarà anche vero che i contratti fatti dalla Commissione forniscono meno protezione in caso di ritardi, ma sono certamente più solidi in termini di responsabilità delle case farmaceutiche in caso qualcosa andasse storto dal punto di vista sanitario.

Il terzo: si è voluto risparmiare. Per fronteggiare le richieste di numerosissimi parlamentari europei (soprattutto i fronti populisti) di non favorire le case farmaceutiche, alcuni dei contratti sono stati stipulati per ottenere prezzi più bassi.

Sul fronte delle polemiche, poi, non ha aiutato lo stop del vaccino AstraZeneca. In realtà, l’Europa c’entra poco. Infatti, ha cominciato la Danimarca, ma il punto di svolta è stato la scelta di sospendere la somministrazione del farmaco da parte della Germania, seguita a ruota da Francia, Italia e Spagna. Decisioni tutte prese da istituzioni nazionali. “Ma che fanno a Bruxelles?” ha urlato Salvini. Come è noto è stata l’EMA a dire che era tutto a posto.

Polemiche ci sono state anche sul fatto che si è puntato troppo sulle forniture di AstraZeneca rispetto agli altri vaccini. Su Astrazeneca ha puntato anche il Regno Unito, da molti citato ora come esempio di gestione efficace della campagna vaccinale, dimenticando che è il paese al quarto posto nel mondo nella classifica dei decessi per abitanti, e di gran lunga il primo tra i 20 più industrializzati.

Le esportazioni

Con un Regolamento di esecuzione –  obbligo di autorizzazione all’esportazione per i vaccini legati al COVID-19 – l’Europa ha dettato le regole, subordinando, fino al 31 marzo, l’esportazione dei vaccini contro il COVID-19 al rilascio di un’autorizzazione.

Come noto, infatti, alcuni produttori di vaccini hanno già annunciato che non saranno in grado di fornire i quantitativi destinati all’Unione che avevano garantito.

Dato che questo comporta ritardi nel piano di vaccinazione della popolazione, l’UE ha adottato una misura immediata di durata limitata in modo da garantire che le forniture di vaccini nell’Unione siano adeguate a soddisfare la domanda.

Sulla base del principio di solidarietà, non sono soggette ad autorizzazione le esportazioni verso specifici Paesi che hanno economie fortemente integrate con quella dell’Unione europea e le esportazioni, tra le altre, verso Paesi a basso e medio reddito o legate a una risposta umanitaria di emergenza.

Sulla base di questo Regolamento, l’Italia non ha autorizzato l’esportazione di 250.700 dosi di vaccino verso l’Australia, per varie ragioni:

  • quel Paese è considerato “non vulnerabile”;
  • la penuria di vaccini nella UE e in Italia a causa dei ritardi nelle forniture dei vaccini da parte di AstraZeneca;
  • l’elevato numero di dosi di vaccino oggetto della richiesta di autorizzazione all’esportazione rispetto alla quantità di dosi finora fornite all’Italia e, più in generale, ai Paesi dell’UE.

Provvedimenti simili possono sempre essere attuati se permangono le medesime ragioni.

I primi passi di Enrico Letta

Sono passati pochi giorni dall’elezione di Enrico Letta quale nuovo segretario del Partito Democratico, ma sono già ben chiari alcuni segnali di novità, di discontinuità e, soprattutto,  di ripresa delle attività ideali del partito.

La prima, che ha fatto molto riflettere, peraltro, è stata quella di correggere il posizionamento identitario del PD sulla parità di genere.

Con la forte richiesta di sostituire i due capigruppo di Camera e Senato con due Presidenti donne è apparsa netta l’affermazione che il PD ricerca convintamente l’equilibrio tra i generi nei ruoli apicali del Paese a testimonianza del ruolo e dell’impegno che prescinde dai sessi.

In questo modo ha senza dubbio corretto la sottovalutazione che c’era stata nella recente indicazione di soli maschi agli incarichi di membri del Governo Draghi. Un errore che era stato molto criticato anche dalle organizzazioni femminili statutariamente riconosciute nel partito.

Il secondo fatto, rilevante anch’esso, è la legittimazione di coloro che nel recente passato avevano sostenuto il segretario Matteo Renzi.

Un partito grande non può che essere plurale. A meno che non si è a destra, ove esistono partiti dei soli leader, noi abbiamo sempre avuto l’ambizione di unire i progressisti ed i riformismi in un unico contenitore, da L’Ulivo in poi. Con tutti i limiti del caso, il PD è quella cosa lì. Difficile immaginare che la compresenza di tante diversità possa essere tacitata senza una sintesi che le rappresenti tutte.

Io non sono stato “renziano”, ma sono convinto che coloro che lo erano e che non hanno seguito Renzi nel grave errore della scissione, non solo hanno scelto la coerenza verso il percorso che avevano avviato dalla nascita del PD, ma sono stati anche argine verso l’abbandono da parte di coloro che Renzi avrebbe potuto persuadere sulla bontà della sua scelta di andare via.

Questo doppio fatto politico è stato riconosciuto da Letta (che pure avrebbe potuto fare altro, visto come era stato trattato), che ha sepolto quella diffidenza in precedenza alimentata e che ha creato tante inutili differenze.

Chi pensa che il Pd non debba essere un partito plurale, vuole tornare al passato. Letta ha fatto uno scatto deciso in avanti.

La terza rilevante novità è il convinto coinvolgimento degli iscritti. Da tempo – almeno sette anni – la militanza non era più partecipata nelle scelte.

Con i 20 temi che Letta ha lanciato e la richiesta di dire la propria in merito, chiunque di noi parteciperà al rinnovamento che ci serve, in previsione del voto alle prossime politiche per impedire che le destre prendano l’Italia.

Infine, la chiarezza nelle alleanze. Siamo passati dal rapporto privilegiato con il M5S, che ha creato situazioni di subalternità, alla scelta di Enrico Letta di un PD perno del centrosinistra che dialoga con il M5S. Un’inversione non da poco, perché unire il centrosinistra è la condizione per poter essere forti nel dialogo con tutti coloro che vogliono collaborare con noi e, soprattutto, per aspirare ad essere noi i capofila del riformismo, con un candidato del PD alla Presidenza del Consiglio (altro che Conte “leader dei progressisti”).

I primi passi, quindi, vanno nella giusta direzione, ideale ed organizzativa, corrispondente ad un partito, grande, che aspira a governare il Paese.

Le proposte del Partito Democratico per il PNRR

Entro il 30 aprile il Governo Draghi dovrà presentare alla Commissione Europea la proposta italiana per i fondi del Next Generation EU. In merito, ciascun ministero sta predisponendo la propria proposta di interventi da far rientrare nel Piano Nazionale Ripresa e Resilienza.

Per la parte del Ministero Lavori Pubblici e delle mobilità sostenibili (infrastrutture, digitale e politiche abitative), ho avuto l’incarico di formulare le proposte del Partito Democratico al Senato.

Premesso che con il Piano Nazionale Ripresa e Resilienza devono essere proposti i progetti da finanziare con i fondi europei, a nome del PD ho indicato le priorità che dovranno orientare le scelte decisionali per l’individuazione dei progetti/programmi che il Governo dovrà inserire nel PNRR, ovvero:

A. siano prioritariamente preferiti i progetti con il più elevato grado di sostenibilità ambientale in grado di assicurare:

  1. la decarbonizzazione dell’economia;
  2. le connessioni e l’interoperabilità, ovvero l’effettivo sviluppo di sistemi a rete dei trasporti, dei porti e degli aeroporti per garantire l’intermodalità, in primis laddove siano presenti opportunità strutturali (ferro, acqua, aria) più avanzate;
  3. la concreta riduzione del divario territoriale esistente tra il Sud e le aree interne del Paese con il resto del territorio nazionale, a partire dagli interventi infrastrutturali ferroviari AV/AC;
  4. lo sviluppo della rete ciclabile nazionale, con particolare riguardo ai tracciati interregionali e ai tracciati autostradali ciclabili;
  5. il rinnovamento del parco autobus, della flotta dei treni adibiti al TPL e della flotta di navigazione di continuità territoriale con modelli più sostenibili sotto il profilo ambientale (modalità elettrica, a metano, idrogeno);
  6. lo sviluppo del trasporto rapido di massa;
  7. la riduzione delle disuguaglianze, sociali e territoriali;
  8. la piena utilizzabilità da parte delle future generazioni in modo da produrre benessere sociale, sviluppo e crescita.

B. Per il trasporto ferroviario locale siano privilegiati i progetti concernenti:

  1. il potenziamento delle linee ferroviarie regionali e interregionali, in primis laddove le linee attualmente in esercizio saranno accompagnate in futuro da quelle dedicate all’alta capacità,
  2. l’ammodernamento delle reti e dei mezzi, attraverso gli interventi di elettrificazione delle linee ancora attraversate con materiale a combustione o con l’impiego di materiali alimentati ad idrogeno, in modo tale da favorire la sostenibilità ambientale,
  3. l’investimento sui nodi ferroviari in cui è concretamente possibile lo scambio intermodale con il trasporto pubblico locale.

C. Per la qualità dell’abitare siano privilegiati i progetti:

  1. di riduzione del disagio abitativo e per la rigenerazione degli ambiti urbani particolarmente degradati e carenti di servizi in un’ottica di innovazione e sostenibilità green;
  2. di rifunzionalizzazione di aree e spazi immobili pubblici e privati;
  3. di miglioramento dell’accessibilità della sicurezza dei luoghi urbani, di incremento della qualità ambientale e della resilienza ai cambiamenti climatici, in coerenza con i principi e gli obiettivi della strategia nazionale per lo sviluppo sostenibile;
  4. di messa in sicurezza degli edifici, con particolare attenzione alla ristrutturazione, riqualificazione o costruzione di edifici destinati a scuole, asili nido, scuole dell’infanzia e centri polifunzionali per i servizi alla famiglia;
  5. di riqualificazione ed efficientamento energetico del patrimonio immobiliare, nonché per l’aumento del grado di sicurezza sismico impiantistico e l’incremento dell’efficienza energetica

D. Inoltre, siano favoriti i programmi ed i progetti:

  1. di investimento finalizzati alla manutenzione straordinaria e alla messa in sicurezza di dighe e invasi nonché al potenziamento e all’efficentamento delle infrastrutture idriche primarie (opere di derivazione, adduttori, collegamenti e grandi schemi idrici), a partire dalle aree che presentano gravi problematiche di approvvigionamento della risorsa idrica per cittadini ed imprese e per ridurre la dispersione delle risorse idriche favorendo la disponibilità della fornitura;
  2. di sviluppo ecosostenibile e digitale dei porti nonché dell’accessibilità portuale (ultimo miglio) e per la digitalizzazione del sistema logistico nazionale;
  3. per la digitalizzazione dei trasporti e delle telecomunicazioni nonché per la realizzazione della piattaforma nazionale per i servizi digitali;
  4. degli interventi per il completamento della rete nazionale in fibra ottica e lo sviluppo delle reti 5G, con riguardo a tutte le aree del Paese, comprese quelle a fallimento di mercato, e a tutte le componenti della popolazione.

Per poter vincere questa sfida ambiziosa, serve proseguire sulla strada della riduzione degli oneri burocratici e della semplificazione delle procedure, sia nella fase di affidamento che in quella di esecuzione degli appalti, anche grazie all’utilizzo dei poteri derogatori attribuiti alle stazioni appaltanti dalle previsioni del Decreto Semplificazioni.

Partecipa alla riflessione sul PD

Il nuovo Segretario del PD, Enrico Letta, ha lanciato un’importante iniziativa di ascolto. In particolare, ha chiesto di riflettere sui 20 punti principali del suo discorso all’Assemblea Nazionale del 14 marzo 202

Nel vademecum troverai i 20 temi oggetto del confronto.

Per partecipare le tue riflessioni potrai usare uno schema a tabella avendo cura di sintetizzate la tua opinione in massimo 100 parole (esempio tabella con 20 scomparti)

 Ti ringrazio sin d’ora per la disponibilità.

 

Consultazione elettori PD

 

Modulo per risposte

Enrico Letta è il nuovo segretario

Dunque, dopo le dimissioni di Zingaretti, Enrico Letta è il nuovo segretario del Partito Democratico.

La soluzione individuata è certamente di alto livello e consente di immaginare il prossimo futuro in maniera diversa rispetto a quello perorato dal segretario dimissionario.

Ho già detto in altre occasioni che ritenevo fosse necessario, rispetto ai diversi cambiamenti che erano accaduti – siamo passati dall’opposizione al Governo, poi è avvenuta la scissione di Renzi, poi ancora siamo passati dal governo politico con il M5S al governo istituzionale con Draghi minacciando il voto anticipato che non sarebbe mai stato possibile – una riflessione sul posizionamento del PD e sulla definizione di un percorso che ci qualificasse con una proposta forte.

Forse era naturale più che necessario, in virtù dei diversi scenari nel quale ci trovavamo collocati ogni volta.

Quanto è avvenuto, quindi, è la conseguenza di un mix composto da una linea politica che non ha sortito frutti, quella dell’alleanza strategica con il M5S e il voler proseguire anche in questo Governo con la medesima impostazione.

E pensare che questa opzione non è mai stata discussa, considerato che il congresso che aveva eletto Zingaretti era stato svolto sul tema esattamente opposto a quello portato poi avanti.

Da oggi c’è un nuovo segretario.

Enrico Letta ha il compito di riequilibrare il confronto interno e guidare il Partito Democratico in uno scenario diverso dal recente passato.

Con quale identità sosteniamo il Governo Draghi? Quali sono i temi strategici che riteniamo prioritari? Come affronteremo il voto?

Questi sono i temi che tutti dobbiamo affrontare, con un’avvertenza, però: impedire che il “governismo” (essere al governo prima di tutto) diluisca la nostra proposta politica identitaria.

La subalternità al M5S è stata spesso frutto di un’idea di responsabilità secondo la quale la stabilità è un valore da difendere. Al contrario, la stabilità è un obiettivo, ma va garantita risolvendo le problematiche e le tensioni presenti nella società. Ecco perché serve l’identità.

Letta, che ha detto parole chiare in questa direzione, si è assunto questo impegno – e ne sono felice – e sa bene che per rafforzare il percorso che avvierà, ci sarà bisogno di un congresso in modo che il cambiamento di rotta possa per davvero proseguire con risultati migliori.

 

Incentivi e bonus, come sono andati?

Come è noto per incentivare la domanda, fronteggiare la crisi ed indirizzare la spesa degli italiani in una certa direzione, sono stati messi a disposizione dal governo diversi tipi di bonus.

Quanto sono stati utilizzati questi bonus?

Ecobonus

Prima della pandemia, è stato deciso l’ecobonus per l’acquisto di veicoli a emissioni ridotte. Il totale delle risorse stanziate per il 2021 è pari a 732 milioni, ne sono ancora 473 milioni, quindi, state utilizzate per il 36 per cento.

In particolare, le agevolazioni che più stanno interessando sono quelle per acquisti di veicoli a zero emissioni non esclusivamente elettrici – per questi i fondi sono praticamente finiti – e di veicoli a basse emissioni di CO2 per i quali sono stati usati al 58 per cento.

Connessioni internet

Le risorse per il bonus per l’acquisto di connessioni internet con annesso pc o tablet, pari a 200 milioni, sono state utilizzate finora per 62 milioni (il 30 per cento delle risorse complessive), di cui 20 sono stati prenotati ma non ancora spesi.

Cashback

Il Cashback è la misura introdotta per incentivare la spesa con pagamenti elettronici. A dicembre 2020 si è svolta la fase sperimentale. Il primo semestre di Cashback vero e proprio ha avuto inizio il 1° gennaio scorso e si concluderà il 30 giugno 2021. Le risorse stanziate per la fase sperimentale di dicembre, pari a 227,9 milioni, sono state utilizzate quasi completamente, per 222,6 milioni di rimborsi.

Per quanto riguarda il 2021 e il primo semestre del 2022, le risorse a disposizione sono pari a circa 4 miliardi, egualmente ripartite per i tre semestri. I primi dati li avremo a partire da luglio prossimo.

Mobilità

Il bonus mobilità, cioè quello per l’acquisto di biciclette, monopattini elettrici e altri mezzi di trasporto sostenibili, è stato finanziato con 215 milioni di euro.

Secondo un rapporto del Ministero dell’Ambiente, nella prima fase di novembre scorso,  sono stati spesi solo 170 milioni poiché richieste per 44 milioni non sono state accettate per diversi motivi.

Per la seconda fase, che è durata dal 14 gennaio al 15 febbraio, sono stati stanziati ulteriori 100 milioni di euro (che si aggiungono ai 45 inutilizzati nella prima fase). Rispetto alle risorse complessive, quindi pari a 315 milioni, l’utilizzo è attualmente al 54 per cento.

Baby-sitting

Il bonus baby-sitting prevedeva la possibilità di richiedere, in alternativa al congedo parentale, un contributo per l’acquisto di servizi di baby-sitting o per il pagamento delle rette di centri estivi.

Lo stanziamento è stato di 1,6 miliardi e ad oggi, a fronte di 1,3 milioni di domande presentate, la spesa complessiva ammonterebbe a circa 1,1 miliardi, quindi al 70 per cento dello stanziamento.

Vacanze

Il bonus vacanze è stato richiesto per un valore pari a 829,4 milioni di euro, ma utilizzato solo per circa 335 milioni di euro  a fronte di 2,4 miliardi stanziati per il 2020 e il 2021. La misura, quindi, appare poco utilizzata rispetto a quanto preventivato: finora solo il 14 per cento delle risorse messe a disposizione è stato speso.

Bonus TV

Il bonus tv, per il quale erano stati destinati 251 milioni, sono stati spesi 36 milioni di euro, quindi, per l’8,3 per cento.

Il 110%

Il Superbonus 110% riconosce un credito d’imposta per interventi di isolamento termico, sostituzione degli impianti di climatizzazione invernale e ristrutturazione antisismica. I crediti d’imposta maturati ammontano a 340 milioni, ovvero solo il 2,3 per cento dei maggiori oneri previsti. Di questo passo, pare di capire che il superbonus non sarà molto utilizzato.

Conclusione

Cosa emerge? Che tra i vari bonus disponibili per incentivare la spesa il bonus per le auto a basse emissioni, il bonus per connessione a internet e il Cashback sono quelli che hanno maggiormente interessato i cittadini. Anche il bonus mobilità e il bonus baby-sitting sono stati utilizzati in misura significativa finora e possono essere considerate misure di successo. Ad onor del vero, pensavo che il Superbonus del 110% sulle ristrutturazioni verdi avesse un risultato diverso. Non escludo che possa aver pesato l’eccesso della burocrazia e della complessità normativa.

I commissari straordinari per Verona.

Ho proposto la nomina dei commissari straordinari per accelerare la realizzazione della variante alla strada statale 12 e del nuovo collettore fognario del Lago di Garda.

Il decreto “sblocca cantieri” dispone di individuare gli interventi infrastrutturali caratterizzati da un elevato grado di complessità progettuale, da una particolare difficoltà esecutiva o attuativa, da complessità delle procedure tecnico-amministrative ovvero che comportano un rilevante impatto sul tessuto socio-economico a livello nazionale, regionale o locale, per la cui realizzazione o il cui completamento si rende necessaria la nomina di uno o più Commissari straordinari.

Il primo Decreto – sul quale il parere è stato espresso ieri dalla mia Commissione di merito – è stato predisposto appena due mesi fa e contiene 58 opere da commissariare in tutta Italia. Entro il prossimo 30 giugno, il Presidente del Consiglio dovrà emanare un altro Decreto con altre opere da commissariare.

Lo scopo è sostanzialmente quello di accelerare le procedure in modo da consentirne la realizzazione nel più breve tempo possibile.

In qualità di relatore per il primo Decreto Presidente del Consiglio dei Ministri, ho confermato i commissariamenti che con l’allora Ministro De Micheli avevamo concordato, in particolare per le opere dell’alta velocità Brescia-Padova e Verona-Fortezza.

Per la prossima stesura del secondo Decreto ho proposto il commissariamento per alcune opere che ritengo strategiche per il futuro.

Innanzitutto, ho chiesto la nomina di un commissario per accelerare tutte le opere connesse e necessarie per lo svolgimento dei Giochi Olimpici Milano-Cortina 2026. Un appuntamento troppo importante per non arrivare in tempo. Per il Veneto, è la svolta, visto che per le Olimpiadi, ad oggi, molte cose non sono state neanche progettate.

Per Verona, invece, ho inserito la richiesta di commissariamento per la variante alla strada statale SS 12 “dell’Abetone e del Brennero” – Tratto di variante da Buttapietra sud alla tangenziale sud di Verona e per il nuovo collettore fognario del Lago di Garda.

Si tratta di due opere strategiche che certamente risolvono problemi atavici, ma che sono anche caratterizzate da risvolti che vanno ben oltre il territorio veronese.

Infatti, la SS12 ha anche una funzione “Olimpica” (in Arena a Verona ci sarà la giornata conclusiva dei Giochi) ed il nuovo collettore fognario del Garda dovrà scongiurare un danno di immagine enorme per l’Italia se l’attuale sistema fognario, vecchio di 50 anni, dovesse cedere.

 

Zingaretti si è dimesso

Il segretario Nicola Zingaretti si è dimesso dalla carica dichiarando di “vergognarsi di un partito che corre dietro solo alle poltrone”.

Le poltrone

Comincio da qui per chiarire che gli incarichi sono stati affidati o indicati da lui direttamente, compresi ministri e sottosegretari (Governo Conte II e Draghi) e che, come è ovvio, quegli incarichi hanno premiato coloro che l’hanno sostenuto all’elezione come segretario o coloro che, successivamente, facevano parte della sua maggioranza nel partito.

L’equazione mi viene facile: l’accusa è in particolar modo indirizzata alla maggioranza che l’ha sostenuto in questi due anni?

Per capirci, poiché non faccio parte di quella maggioranza (del segretario), avendo sostenuto Maurizio Martina al congresso, quell’accusa mi allarma, sia perché Zingaretti ha vinto grazie al sostegno delle correnti, sia perché fa di tutta l’erba un fascio. Non tutti sono destinatari delle sue accuse, veritiere o meno che siano.

In ogni caso, sono stato tra quelli che in queste settimane hanno chiesto un cambio di linea politica del Pd e, quindi, un congresso per deciderla insieme non appena consentito dalla pandemia. Nessuno ha mai chiesto le dimissioni di Zingaretti. Lo dico come fatto di verità, non per giustificare qualcosa.

Le dimissioni, quindi, mi hanno stupito e nell’incredulità, anche perplesso. Molto.

Innanzitutto, una doverosa premessa: l’emotività che si è espressa subito dopo le dimissioni e le conseguenti accuse generalizzate che da più parti si sono levate, non sono state un buon segno.

Di fronte a momenti importanti, come lo è questo per noi, si cercano le ragioni, per capire, valutare e rispondere. Pensare che ad un’opzione meramente politica possa corrispondere un comportamento orientato dall’emotività e dalla rabbia pone la nostra comunità politica su un piano decisamente controcorrente rispetto al compito istituzionale e repubblicano che ormai da anni, e con grande senso di responsabilità, ci siamo assunti.

Un film già visto

Purtroppo, è qualcosa che ho già visto.

Recentemente, quando il segretario era Matteo Renzi, seppure a parti invertite, il livello di emotività e rabbia era sostanzialmente il medesimo.

In un partito plurale si sta insieme se si riconosce vicendevolmente la propria funzione. Pensare che il vincitore possa “sopprimere” la voce del perdente si è dimostrato vacuo e, con il senno di poi (ieri i cd. “renziani”, oggi i cd. “zingarettiani”), permeato da una certa dose di ambiguità del dibattito politico.

Questo punto mi porta a dire che le dimissioni di Zingaretti possono finalmente archiviare un confronto tra parti che sta animando, anche aspramente, il PD da anni. Mi spiego meglio: Zingaretti aveva prevalso anche sull’onda del rifiuto/superamento del percorso del PD di Renzi. Legittimo. Ma se la sua azione è qui terminata, voler mantenere quella sfida e ripetere che il “nemico” è il renzismo significa correre con la testa all’indietro.

 Conte o Renzi?

E c’è anche un altro rischio: quello di orientare i nostri elettori sull’alternativa di scelta tra Conte o Renzi.

Qui, un altro punto nodale della vicenda.

Posto che Renzi è fuoriuscito, ed è un avversario politico e come tale giustamente va temuto e contrastato, nei confronti di Conte e, soprattutto, a suo favore, il PD si è così sperticato che dai sondaggi il M5S a guida Conte è dato al 22% ed il PD al 14%. Questo perché Giuseppe Conte è stato accreditato da Zingaretti quale leader dei riformisti e del centrosinistra di governo.

La conseguenza è ovvia: tanti nostri elettori hanno superato le differenti appartenenze e votano tranquillamente “il leader della sinistra democratica italiana” così come incautamente incoronato dal PD. Il M5S che calava perché perdeva l’elettorato di destra e anche quello di sinistra, adesso si nutre soprattutto di noi.

Anche qui la cosa non mi stupisce.

La subalternità

Infatti, la subalternità del PD nell’anno di governo con il M5S è una cosa che non è sfuggita.

Siamo partiti con la riduzione del numero dei parlamentari che doveva essere accompagnata da altre riforme. Non si è visto nulla.

Potrei fare un lungo elenco di temi a noi cari sacrificati di fronte ai dinieghi di Conte e del M5S. Per certi versi non poteva essere diversamente. Se si ripete che la stella polare del PD in futuro è l’accordo strategico con il M5S sotto l’egida di Conte, torna difficile avere un rapporto anche conflittuale.

Qui si apre il capitolo più rilevante e, secondo me, determinante per le dimissioni di Zingaretti: il percorso seguito dopo le dimissioni di Conte da premier.

Le dimissioni di Conte

Qui (https://www.vincenzodarienzo.it/il-lucido-disegno-di-renzi-e-le-contromosse/) avevo detto le ragioni per le quali consideravo molto difficile – a differenza di quanto chiedeva il PD – un governo Conte ter.

Inoltre, poiché il percorso di Renzi portava naturalmente ad governo istituzionale, avevo anche detto (https://www.vincenzodarienzo.it/consultazioni-e-adesso-2/) perché a noi conveniva un governo politico e come favorirlo.

Quello, invece, al quale abbiamo assistito, anziché essere protagonisti e centrali attraverso la richiesta, dopo l’estate scorsa, di rinnovare il governo con un patto di legislatura perché avevamo davanti appuntamenti rilevanti come la legge di Bilancio, il recovery fund, la nuova legge elettorale e il piano vaccinale, è stata la spasmodica ricerca di Senatori per sostituire i componenti di Italia viva. Una strategia miope che ha accelerato le dimissioni di Conte.

Durante le consultazioni, quando era chiaro che il finale era già scritto. Zingaretti non ha avuto la capacità di cambiare nome e, così, favorire la costruzione di un nuovo governo con la medesima maggioranza.

 Anzi, si è trincerato dietro una minaccia che era, è sempre stata e si è rivelata una farsa: o Conte o voto anticipato. Una posizione di difesa che ci ha ulteriormente subordinato al M5S.

Le cose non sono cambiate neanche dopo la nascita del Governo Draghi. La proposta è stata sempre quella: alleanza con M5S e intergruppo insieme. Intanto, Grillo segnava due punti decisivi: si è assunto in pieno la battaglia per la transizione ecologica e l’adesione di Conte al quale consegneranno il loro progetto. Lui avanti e noi dietro!

Questa debolezza ha avuto strascichi importanti. Nel Governo Draghi abbiamo assunto responsabilità in Ministeri “secondari” rispetto agli impegni del recovery fund e sulla parità di genere abbiamo segnato un punto molto negativo nel momento in cui i “capicorrente” maschi (della maggioranza che lo sostenevano) sono stati indicati quali ministri anche a dispetto delle regole statutarie e del valore culturale che interpretiamo da anni in questo ambito.

Il progetto politico che il segretario Zingaretti ha perorato, nonostante volesse le elezioni anticipate dopo la caduta del governo gialloverde – intenzione che ha dovuto modificare sia per la scelta fatta allora da Renzi, sia per la contrarietà di una parte della maggioranza che l’aveva eletto segretario – oggi è nei fatti un percorso rischioso per la sopravvivenza del PD, perché ci consegnarebbe al M5S che sta seguendo un’evoluzione di sovrapposizione con noi.

Ho già detto quale strada seguirei (https://www.vincenzodarienzo.it/alleanza-pd-m5s-perche-ho-un-dubbio/), non mi ripeto, quindi.

Il posizionamento del PD di Zingaretti

Nicola Zingaretti vince il congresso 2019 con un programma preciso. Oltre a superare le evidenti difficoltà presenti nel PD in quel periodo, peraltro collocato all’opposizione del Governo M5S/Lega, frutto anche di errori commessi nel passato, il suo monito “mai alleati con il M5S” era risuonato sonoramente.

La storia ha visto altro. Anzi, rispetto a soli due anni fa, il PD è passato dall’opposizione al governo, ha subito una scissione e mezza (Renzi e Calenda), ha modificato la strategia perorando alleanze strategiche con il M5S e, infine, c’è stato un cambio da governo politico a governo istituzionale. Quattro rilevanti fatti politici che necessitavano di una riflessione approfondita per delineare l’identità ed il posizionamento sociale nelle varie occasioni che si sono manifestate.

Le difficoltà nel confronto interno rispetto alle diverse opinioni in merito a quei passaggi ed al conseguente ruolo da assumere, sono il frutto di quei momenti che, anche se non determinati dal PD e da Zingaretti, ci hanno costretto a diverse impostazioni rispetto ai momenti precedenti.

Zingaretti non ha avviato, con la determinazione che serve in questi casi, la discussione nel merito di quei passaggi e, quindi, affrontato il nodo del posizionamento del PD per ciascuna di quelle fasi.

Ciò ha consolidato divergenze interne che con il governo istituzionale sono risultate più evidenti e rumorose, attesa la diversa responsabilità che abbiamo rispetto a prima.

Tutto ciò era prevedibile.

Ma perché Zingaretti si è dimesso?

Perché dico tutto questo?

Perché sono convinto che calati la polvere ed il fumo dei fumogeni ultras, restano sempre chiari gli obiettivi mancati dal segretario Zingaretti, che sono le uniche ragioni per le quali si è dimesso.

Questi atti, così importanti, anche dal punto di vista umano, hanno sempre ragioni politiche. E’ sempre stato così in passato (Veltroni post voto 2008, Bersani post voto 2013, Renzi post referendum 2016), lo sono adesso con Zingaretti e sempre lo saranno in futuro.

 

PS. Ho tralasciato, volutamente, di argomentare il perché i sondaggi non ci hanno mai attribuito oltre un risicato 20%.