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E’ arrivato Mario Draghi

Ho già detto (https://www.vincenzodarienzo.it/il-lucido-disegno-di-renzi-e-le-contromosse/) che quanto è accaduto era parte di un lucido disegno di Renzi, perché “dimissionare” Conte era l’unico modo per lui di avere una prospettiva politica.

Per questa ragione ho sempre considerato molto difficile – a differenza di quanto chiedeva il PD – un governo Conte ter.

Il percorso di Renzi portava naturalmente ad governo istituzionale.

Avevo anche detto (https://www.vincenzodarienzo.it/consultazioni-e-adesso-2/) perché a noi conveniva un governo politico e come favorirlo.

In pratica, alle consultazioni con il Presidente Fico, avremmo dovuto proporre un premier diverso da Conte e costringere Renzi da solo, di fronte alla rilevante responsabilità di dire di no.

L’aver avuto ragione non mi rende felice, perché ciò è avvenuto anche a causa degli errori commessi dal mio partito.

Intendiamoci, in questa valutazione non va pesata la soluzione Draghi, sulla quale dirò dopo, ma cosa avrebbe dovuto fare Zingaretti per proseguire l’alleanza del Conte II.

Innanzitutto, già dopo l’estate scorsa avrebbe dovuto chiedere il rinnovo del governo con il patto di legislatura. L’occasione erano gli appuntamenti previsti: la legge di Bilancio, il recovery fund, la nuova legge elettorale. Serviva un governo su basi nuove e più solide.

Poi, durante la crisi, anziché mettersi al tavolo con Renzi, ha acconsentito alla spasmodica ricerca di Senatori per sostituire i componenti di Italia viva. Una strategia miope che ha accelerato le dimissioni di Conte.

Infine, aver seguito il percorso dettato da Renzi con consultazioni il cui finale era già scritto. Zingaretti non ha avuto la capacità di cambiare nome e, così, costruire un nuovo governo con la medesima maggioranza.

Il futuro, quindi, ci consegna Mario Draghi, un’eccellenza della Repubblica alla quale non si può dire di no. Su questo sono chiaro e convinto.

Il suo governo ci comporterà un prezzo, e non mi riferisco solo alla possibile maggioranza molto ampia con dentro anche partiti molto distanti da noi.

Infatti, oltre a non poter avere lo stesso peso che avevamo (anche nell’elezione del prossimo Capo dello Stato), a non poter perseguire totalmente i nostri progetti valoriali, incidere significativamente come abbiamo fatto finora, perorare scelte sociali come la nostra cultura politica ci impone, è nelle cose che dovremmo sostenere decisioni di un certo peso che probabilmente non avremmo operato.

Rifletteremo ancora su questi punti – che non metteranno in discussione il nostro sostegno, ovviamente – ma se alle difficoltà che avremo si aggiungerà che non riusciremo neanche a favorire una nuova legge elettorale proporzionale, allora il prezzo sarà molto salato.

La campagna vaccinale

Purtroppo, mentre l’Italia era al primo posto in Europa per le vaccinazioni, con un piano che procedeva speditamente, abbiamo subito un rallentamento a causa delle continue revisioni al ribasso delle forniture nonostante i contratti scritti.

Sul fronte dell’epidemia, fino a qualche giorno fa si è rilevata una stabilizzazione dei nuovi contagi e una diminuzione de ricoveri con sintomi.

I dati positivi di questi giorni sono il risultato delle scelte dolorose fatte per il periodo natalizio. Merito del Governo Conte averle prese, ma adesso, esauriti gli effetti del decreto Natale la discesa dei nuovi casi si sta fermando ed in alcune regioni cominciano a risalire.

Inoltre, incombe la minaccia delle nuove varianti, già presenti in Italia, che rischiano di far impennare la curva dei contagi.

Nel frattempo, in un’Italia quasi tutta “gialla” potrebbero non bastare i soli inviti paternalistici al buon senso dei cittadini che, ormai abbiamo capito, si adeguano a quanto permesso.

Per le vaccinazioni, la situazione è questa: il piano prevede nel primo trimestre del 2021 l’arrivo di 7,56 milioni di dosi Pfizer-BioNTech, 1,32 milioni di dosi Moderna e 5,3 milioni di dosi AstraZeneca, milioni di dosi disponibili che permetterebbero di vaccinare entro marzo circa il 12% della popolazione.

Il problema è che la fornitura non è regolare, come invece era previsto. Infatti, i ritardi delle forniture si concentreranno per la maggior parte nel mese di marzo. Questo rallenta le vaccinazioni e ci obbliga ad un imponente potenziamento della macchina organizzativa per vaccinare tanti in poco tempo. Se così non sarà, è impossibile somministrare tutte le dosi prima di fine aprile.

Peraltro, nelle ultime due settimane, a causa di ritardi nelle consegne, sono state somministrate quasi esclusivamente seconde dosi.

Questa settimana hanno completato il ciclo vaccinale, ricevendo cioè anche la seconda dose, oltre 800 mila persone, cioè l’1,40% della popolazione. Ci sono però marcate differenze tra le Regioni.

Le dosi finora utilizzate, per il 71% del totale dei vaccini effettuati sono state somministrate agli operatori sanitari e sociosanitari, il 19% a personale non sanitario, il 9% a personale e ospiti delle Rsa e l’1% agli over 80.

Telemarketing, necessario un freno!

Ormai è stato superato il limite!

Ogni giorno decine di migliaia di cittadini continuano a ricevere telefonate pubblicitarie indesiderate, sia su numeri di utenza fissi sia su cellulari, pur avendo già manifestato la loro contrarietà o siano iscritti al Registro pubblico delle opposizioni.

Il telemarketing è l’attività di marketing effettuata tramite telefonate che permette alle società di contattare i cittadini titolari di un’utenza telefonica fissa o mobile per proporre loro i propri prodotti, forniture o servizi.

Le regole sono chiare: possono essere contattati solo gli abbonati che ne abbiano fatto richiesta, i quali devono comunque aver la possibilità di potersi opporre in maniera agevole all’uso delle proprie coordinate elettroniche, rifiutando le telefonate a fini commerciali non richieste e effettuate contro la loro volontà.

L’Italia ha istituito il «Registro pubblico per le opposizioni» ed ha stabilito il Regolamento Generale sulla Protezione dei Dati Personali (GDPR). Due provvedimenti che hanno fornito alle Autorità di Controllo poteri sanzionatori incisivi ed hanno imposto obblighi più ampi e particolarmente stringenti in capo alle imprese che intendono fare ricorso a tali strumenti di autopromozione.

Eppure, numerosi cittadini e associazioni denunciano come l’attuale disciplina non sia ancora pienamente efficace e in grado di tutelare i cittadini e i consumatori.

Il problema è anche che nel settore del telemarketing agiscono operatori “non regolari”.

Con un’interrogazione parlamentare ho sollecitato il Governo ad avviare iniziative urgenti per arginare il fenomeno del telemarketing selvaggio e per contrastare il ricorso diffuso ai call center abusivi.

Penso sia necessario adottare misure per rafforzare la sicurezza dei dati personali dei cittadini. Serve rendere più efficace la possibilità di potersi opporre in maniera agevole all’uso delle proprie coordinate elettroniche, rifiutando le telefonate a fini commerciali non richieste e effettuate contro la propria volontà.

Occorrono, poi, obblighi più stringenti in capo alle imprese che intendono fare ricorso agli strumenti del telemarketing e di autopromozione e contrastare ovunque il ricorso ai Call center che non operano con dipendenti contrattualizzati e che non rispettano la normativa vigente.

Il nuovo Recovery Plan

La bozza del Piano nazionale per l’utilizzo dei fondi del NextGenerationEU approvata il 12 gennaio dal Consiglio dei Ministri è molto più dettagliata di quella che era circolata a dicembre, in quanto contiene le somme destinate ad ogni progetto.

Un primo cambiamento riguarda il fatto che mentre nel precedente piano il tema centrale era l’andamento deludente della crescita economica italiana rispetto agli altri paesi, nel nuovo piano è dedicata molta più attenzione alle disuguaglianze di età, di genere e territoriali.

Conseguentemente, la nuova bozza dedica molte più risorse a inclusione e coesione, istruzione e sanità; riduce invece gli stanziamenti per digitalizzazione e innovazione, nonché per la transizione ecologica. Crescono inoltre gli investimenti pubblici a scapito degli incentivi.

Confronto delle bozze di PNRR
  NUOVO PNRR VECCHIO PNRR DIFFERENZA
(miliardi) (miliardi) (miliardi)
DIGITALIZZAZIONE, INNOVAZIONE, COMPETITIVITA’ E CULTURA 46,18 48,7 -2,52
RIVOLUZIONE VERDE E TRANSIZIONE ECOLOGICA 68,9 74,3 -5,4
INFRASTRUTTURE PER UNA MOBILITÀ SOSTENIBILE 31,98 27,2 4,78
ISTRUZIONE E RICERCA 28,49 19,2 9,29
INCLUSIONE E COESIONE 27,62 17,1 10,52
SALUTE 19,72 9 10,72
TOTALE 222,9 195,5 27,4

La nuova bozza – anche se non definitiva, in quanto suscettibile di cambiamenti da parte sia del Governo sia della Commissione europea – è di gran lunga più dettagliata, in quanto contiene le somme destinate a ciascuna missione e componente (6 missioni con 17 sottocomponenti).

Nel dettaglio, le risorse finanziano sia nuovi progetti sia progetti già in essere che riceveranno una significativa accelerazione dei profili temporali di realizzazione e, quindi, di spesa.

Per ciò che concerne la governance del piano, il tema sarà risolto a breve con un accordo specifico.

Le differenze nelle priorità

La differenza rispetto Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza di dicembre emerge circa la destinazione delle risorse.

La più evidente è tra i valori totali dei due piani: mentre il vecchio PNRR ammontava a quasi 196 miliardi di interventi, quello attuale ammonterebbe a quasi 223, con una differenza di 27 miliardi e a fronte delle risorse NGEU che ammontano al più a 209 miliardi di euro.

La vecchia bozza del PNRR riguardava soltanto una parte dei fondi NGEU spettanti all’Italia, ovvero la Recovery and Resilience Facility (RRF), che ammonta a circa 196 miliardi.

Il nuovo PNRR, invece, sarebbe finanziato sia con la RRF che con i fondi di ReactEU (un altro progetto NGEU, destinato per oltre 2/3 al Meridione), che ammontano a circa 14 miliardi, per un totale di quasi 210 miliardi.

Per quanto riguarda i 13 miliardi mancanti, nel nuovo PNRR vengono fatti due chiarimenti:  primo, visto che una parte dei progetti sarà finanziato tramite collaborazioni con il settore privato, il loro effettivo costo per lo Stato potrebbe diminuire; secondo, e forse più importante, poiché c’è il rischio che alcuni progetti vengano rigettati dalla Commissione europea, il piano ha un’eccedenza di progetti, di modo che, se alcuni non fossero approvati, siano subito disponibili alternative con cui spendere tutti i fondi messi a disposizione.

Le risorse della RRF dovranno essere impegnate entro il 2023 e spese entro il 2026.

L’allocazione delle risorse

Ingenti risorse sono state aggiunte e sottratte alle singole missioni e componenti. In generale alcune missioni hanno beneficiato di considerevoli aumenti: sanità (+10,7 miliardi), inclusione e coesione (+10,5) e istruzione e ricerca (+9,3). Di contro, le risorse per la transizione ecologica e per la digitalizzazione e l’innovazione sono leggermente diminuite.

Le due componenti con un calo più marcato sono state quelle più grandi, cioè efficienza energetica e riqualificazione degli edifici (da 40,1 a 29,4 miliardi) e digitalizzazione, innovazione e competitività del sistema produttivo (da 35,5 a 26,7 miliardi).

In entrambi in casi, in base a quanto scritto nello stesso PNRR, sono stati ridotti gli incentivi per le imprese (digitalizzazione, innovazione e competitività) e per le famiglie (efficienza energetica e riqualificazione), che costituiscono la maggior parte di queste componenti.

Gli incrementi hanno, invece, interessato soprattutto gli investimenti pubblici, sia centrali che locali. Per esempio, sono aumentate vistosamente le risorse per innovazione e digitalizzazione dell’assistenza sanitaria (+7,6 miliardi), turismo e cultura (+4,9 miliardi), istruzione (+10 miliardi) e tutela del territorio e delle risorse idriche (+5,6).

Inoltre, sono stati leggermente incrementati i già consistenti investimenti nella rete ferroviaria, con un’individuazione specifica delle reti su cui intervenire, ovvero prevalentemente nel Meridione.

 

Allocazione delle risorse – Confronto delle bozze di PNRR
  NUOVO PNRR VECCHIO PNRR DIFFERENZA
  (miliardi) (miliardi) (miliardi)
DIGITALIZZAZIONE, INNOVAZIONE, COMPETITIVITA’ E CULTURA 46,18 48,7 -2,52
Digitalizzazione, innovazione e sicurezza nella P.A. 11,4 10,1 1,3
Digitalizzazione, innovazione e competitività del sistema produttivo 26,7 35,5 -8,8
Turismo e Cultura 4.0 8 3,1 4,9
RIVOLUZIONE VERDE E TRANSIZIONE ECOLOGICA 68,9 74,3 -5,4
Impresa Verde ed Economia Circolare 6,3 6,3 0
Transizione energetica e mobilità locale sostenibile 18,2 18,5 -0,3
Efficienza energetica e riqualificazione degli edifici 29,3 40,1 -10,8
Tutela e valorizzazione del territorio e della risorsa idrica 15,0 9,4 5,6
INFRASTRUTTURE PER UNA MOBILITÀ SOSTENIBILE 31,98 27,2 4,78
Alta velocità ferroviaria e manutenzione stradale 4.0 28,3 23,6 4,7
Intermodalità e logistica integrata 3,7 4,1 -0,4
ISTRUZIONE E RICERCA 28,49 19,2 9,29
Potenziamento delle competenze e diritto allo studio 16,7 10,1 6,6
Dalla ricerca all’impresa 11,8 9,1 2,7
INCLUSIONE E COESIONE 27,62 17,1 10,52
Politiche per il Lavoro 12,6   12,6
Parità di genere   4,2 -4,2
Giovani e politiche del lavoro   3,2 -3,2
Infrastrutture sociali, famiglie, comunità e terzo settore 10,8 5,9 4,9
Interventi speciali di coesione territoriale 4,2 3,8 0,4
SALUTE 19,72 9 10,72
Assistenza di prossimità e telemedicina 7,9 4,8 3,1
Innovazione, ricerca e digitalizzazione dell’assistenza sanitaria 11,8 4,2 7,6
TOTALE 222,9 195,5 27,4

Infine, sommando al totale delle risorse NGEU, le risorse dei Fondi SIE/PON (6,9 miliardi), del FEASR (1 miliardo) e della programmazione di bilancio UE 2021-2026 (80,5 miliardi), il totale complessivo delle risorse a disposizione per le 6 missioni è pari a 311,86 miliardi di euro.

Totale PNRR+SIE/PON/FEASR/BILANCIO 21.26
(miliardi)    
DIGITALIZZAZIONE, INNOVAZIONE, COMPETITIVITA’ E CULTURA 59,25    
RIVOLUZIONE VERDE E TRANSIZIONE ECOLOGICA 79,7    
INFRASTRUTTURE PER UNA MOBILITÀ SOSTENIBILE 33,14    
ISTRUZIONE E RICERCA 34,04    
INCLUSIONE E COESIONE 85    
SALUTE 20,73    
TOTALE 311,86    

 Recovery fund, le proposte della Regione Veneto.

La Giunta Regionale ha proposto i progetti per i quali sono stati chiesti i finanziamenti del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza.

Si tratta di un parco progetti enorme, per un volume di risorse pari a 24,984 miliardi (15,5 miliardi priorità 1 e 9,4 miliardi con priorità 2). L’indicazione delle priorità da parte della Regione è decisiva per la realizzazione.

Innanzitutto il metodo. La Lega sbraita a Roma che non viene coinvolta nei progetti che faranno parte del Piano Nazione di Ripresa e Resilienza. Ciò non è assolutamente vero.[1]

Dove governa, invece, risolve la cosa attraverso l’approvazione di una delibera regionale senza alcun confronto in Consiglio. Proposte per 25 miliardi di euro passate velocemente.

Per rendere chiaro quanto il parco progetti sia assolutamente incondivisibile, basta far riferimento alle proposte relative all’inclusione sociale. E’ una vergogna che su tanti miliardi, la Regione chiede per l’ampliamento dei servizi per la non autosufficienza solo 50 milioni di euro, per il sostegno al diritto allo studio universitario solo 45 milioni, per Interventi di contrasto alla povertà e all’esclusione sociale solo 50 milioni, per l’assegno per il lavoro solo 100 milioni, per le crisi aziendali solo 100 milioni, per il trasporto scolastico solo 40 milioni, per disabilità e lavoro solo 40 milioni e per il sostegno all’occupazione Giovanile solo 30 milioni.

Per le energie rinnovabili solo 330 milioni di cui 30 con priorità 1, meno di niente!

Bricioline. Poi si lamentano che non approviamo le loro proposte. E meno male!!!!

E’ risibile che in una Regione turistica come il Veneto per le Infrastrutture per l’attrattività turistica e culturale vengono chiesti solo 415 milioni di euro. Assurdo. Per Venezia, Verona e l’area del Valdobbiadene, siti UNESCO, sono stati chiesti 40 milioni con priorità 2. Arriveranno gli avanzi.

 

[1] Il Governo ha predisposto Linee guida del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza.

In Novembre ha acquisito le valutazioni del Parlamento sul documento ed ha avviato un dialogo informale con la Commissione europea.

Finito il confronto in Europa (superare i veti di Polonia e Ungheria), il Governo procederà alla elaborazione dello schema del Piano nazionale di ripresa e resilienza, nel quale saranno definiti i progetti di investimento e di riforma.

In questa fase terrà conto delle proposte che ha chiesto alle regioni. Il Veneto ha presentato le proprie proposte il 17 novembre scorso.

Lo schema del Piano verrà sottoposto all’esame delle Camere prima dell’approvazione definitiva.

I progetti da finanziare devono essere “cantierabili” entro il 2026.

 

Consultazioni, e adesso?

Premesse di inquadramento

Ho già detto (https://www.vincenzodarienzo.it/il-lucido-disegno-di-renzi-e-le-contromosse/) che quanto sta accadendo è parte di un lucido disegno di Renzi, perché “dimissionare” Conte è l’unico modo per lui di avere una prospettiva politica.

Per fare cosa? Per il peso che Conte potrebbe avere alle prossime elezioni politiche ed in particolare, la pericolosità (per lui) di una lista Conte che pescherebbe nell’area centrale dell’elettorato (modello lista Monti 2013) e, di fatto, sarebbe certamente antagonista di Italia Viva (o un altro soggetto politico frutto della sua evoluzione).

Un assetto senza lista Conte, garantirebbe maggiori margini di consenso a Renzi in prospettiva, oltre che una centralità condizionante per la futura, possibile coalizione.

Per queste ragioni ho considerato molto difficile un governo Conte ter.

Gli errori commessi, anche dal PD, mi hanno confermato questa ipotesi.

A partire dall’esclusione di Italia Viva per arrivare alla spasmodica ricerca di Senatori, per “partire”/sostituire i componenti di Italia viva sono state sciocchezze che sono evaporate miseramente. Una strategia miope che anche il PD ha perseguito e il risultato è sotto gli occhi di tutti, tant’è che Conte si è dimesso.

 Come avevo pronosticato, Renzi ha atteso il fallimento dell’operazione “sostituzione” per incassare le dimissioni prima del voto di fiducia.

Al contrario, bisognava sfruttare l’avvenuta emersione di parlamentari cd. “responsabili” – a quel punto Renzi non sarebbe stato più l’unico interlocutore determinante numericamente – e contemporaneamente aprire a Italia Viva indebolita dalla presenza di un altro soggetto parlamentare a sostegno della maggioranza.

Il risultato è che adesso Renzi è tornato in gioco prepotentemente (come avevo detto).

Le consultazioni

Il percorso di Renzi, quindi, porta ad una maggioranza (politica o istituzionale) con un premier diverso da Conte.

Sono persuaso che questo sia il suo obiettivo. Le sue proposte alle consultazioni lo confermano: no a Conte (“per ora” è solo per non dire NO subito. Non serve), mandato esplorativo e possibilità di un governo istituzionale.

Tutto il resto della ex maggioranza propone Conte, ma i numeri restano quelli: 157 al Senato.

Quindi, il Presidente della Repubblica dovrà (per forza, non per la proposta di Renzi) conferire un mandato esplorativo affinché sia valutata l’esistenza di una possibile maggioranza parlamentare.

A quel punto, ripetere il nome di Conte – anche più volte – e verificare sempre gli stessi numeri, significa stallo totale/premier istituzionale/rischio elezioni anticipate. Poiché non possiamo permettercelo occorre fare un passo avanti.

Conte viene superato e dovrà essere individuato un nome in grado di riunire la ex maggioranza e avere numeri solidi.

Conclusioni

Renzi si è detto favorevole anche ad un governo istituzionale. Una proposta scontata. Dopo aver eliminato il concorrente Conte ha bisogno di un premier che non dia fastidio alle prossime elezioni. A lui il governo istituzionale serve, perché crea quelle condizioni che favoriscono lo sviluppo di Italia Viva oltre il recinto del centrosinistra tradizionale nel quale, ormai, il suo spazio è ben limitato.

Il problema è che se fallisce la mediazione del Presidente Fico, il Presidente Mattarella proporrà il governo istituzionale come ultima chance prima del voto anticipato.

Al contrario, io penso che occorra un governo politico, non solo per utilità diverse da Renzi, ma anche perché la gestione del Recovery Fund, la nuova legge elettorale, la prossima legge di bilancio e l’elezione del Capo dello Stato sono sfide politiche vere che determineranno anche l’assetto della coalizione futura.

Se arriva un tecnico, che non può guidare processi politici, nella maggioranza a supporto di questo governo istituzionale ognuno fa quello che vuole con il rischio di inficiare la strutturazione di una possibile coalizione post voto nonché di determinare una grave instabilità di prospettiva. In questo scenario Renzi aumenta la propria capacità di incidenza e di pervasività in ogni campo – la parte più moderata di Forza Italia – tant’è che non si fa mistero che un premier istituzionale possa essere sostenuto anche da Berlusconi.

Diversamente noi abbiamo interessi e “convenienze” esattamente opposti, ovvero di favorire un percorso simile a quello fatto da settembre 2019. Come obbligare Renzi ad accettarlo?

Con l’incaricato per l’esplorazione bisogna:

  • sgombrare ogni equivoco su un premier istituzionale;
  • convergere tutti su un nome politico sin da subito in modo che Renzi resti da solo, di fronte ad una rilevante responsabilità.

Quel nome nuovo avrà 157 senatori e per 4 voti non si butta via una maggioranza alla quale non c’è alternativa. Diversamente, rischia l’isolamento totale, anche dai partner europeisti.

Ovviamente, quel nome ragionevolmente dovrebbe essere indicato dal partito di maggioranza relativa.

Se non facciamo così, il tempo giocherà a favore di un premier tecnico.

Il lucido disegno di Renzi e le contromosse

Perché Renzi vuole far cadere il Governo Conte?

Le ragioni sono personali (antipatie reciproche) o di strategia politica?

Renzi deve “dimissionare” Conte perché è l’unico modo per lui di avere una prospettiva politica.

Partiamo dagli elementi di fatto che esulano dal fattore “pandemia”: l’ipotesi, soprattutto al Senato e senza un Governo Conte, di allargare la maggioranza attraverso l’ingresso di parlamentari provenienti da altri schieramenti; la contrarietà dell’Europa di trovarsi Salvini al tavolo, fatto che ha già inciso nel 2019.

In base a queste premesse, sono convinto che non ci saranno le elezioni anticipate.

Per fare cosa?

L’obiettivo prioritario è quello di disarcionare Conte per il peso che potrebbe avere alle prossime elezioni politiche.

Infatti, se l’assetto attuale proseguisse fino alle elezioni 2023, con una legge elettorale prevalentemente proporzionale (obiettivo imprescindibile nel quadro partitico attuale), lo schema è già scritto: lista PD, lista M5S, lista Conte, IV e LeU.

La lista Conte pescherebbe nell’area centrale dell’elettorato (modello lista Monti 2013) e, di fatto, sarebbe certamente antagonista di IV (e anche una parte del PD, a dire il vero).

Non solo. Questa “coalizione”, in caso di vittoria elettorale, potrebbe favorire la costituzione di un Governo di continuità con Conte premier nell’ambito del quale Italia Viva sarebbe marginale.

Diversamente, un assetto senza lista Conte, garantirebbe maggiori margini di consenso a Renzi in prospettiva, oltre che una centralità condizionante per la futura, possibile coalizione.

Se questa riflessione è giusta, sarà molto difficile che possa nascere un Governo Conte-ter.

Quindi, in questa situazione cosa è opportuno fare?

 

Premesse

Innanzitutto, evitare come la peste il voto anticipato. Anzi, è irritante che anche il PD ne faccia riferimento.

Infatti, la legge elettorale in vigore e le conseguenze di questa crisi irresponsabile che ricadrebbero su tutti, consegnerebbero la maggioranza alle destre.

Con i seggi parlamentari che conquisterebbero, i sovranisti:

  • avvierebbero un percorso duraturo nel tempo;
  • cambierebbero la legge elettorale a proprio favore;
  • eleggerebbero il Capo dello Stato;
  • governerebbero il processo del Recovery pla;
  • avrebbero i numeri sufficienti per cambiare la Costituzione.

Peraltro, l’avversione dei sovrasti per l’Europa si trasformerebbe in patente di “inaffidabilità”. Per noi europeisti, sarebbe l’isolamento.

Ma davvero c’è qualcuno che intende favorire – a partire da Renzi, responsabile di questo passaggio delicato – questa gravissima sconfitta della sinistra italiana e regalare alle destre il futuro? Sarebbe da sconsiderati e incoscienti assumersi questa grave colpa.

Ribadito l’obbiettivo di evitare il voto anticipato, e dato per assodato che Renzi miri a sostituire Conte, gli elementi da considerare sono:

  • la più volte ribadita volontà di Renzi di far parte di una maggioranza che parte dall’attuale;
  • la concreta previsione che l’obbiettivo sia la nomina di un premier tecnico;
  • la presenza di parlamentari disponibili a sostenere il Governo Conte;
  • la possibilità di allargare la maggioranza.

Chiarisco subito che a mio avviso escludere a priori Italia Viva dal nuovo ciclo politico, sarebbe un errore. Per ragioni più che oggettive e credo che una posizione del genere sia frutto di una vendetta che in politica non porta mai bene.

 Credo piuttosto si debbano sfruttare le condizioni nuove per conferire rinnovata centralità al PD e diluire il peso di Italia Viva nella coalizione.

 Valutiamo i due scenari.

 

I responsabili ed il rischio connesso

Partiamo dai “responsabili” di cui si parla. Premesso che non dovrebbero garantire il superamento della quota 161 al Senato (non per la fiducia, perché non servono, ma per alcuni provvedimenti) – va detto che per un Governo di legislatura il sostegno di gruppi non omogenei, frutto di operazioni di “responsabilità” e senza una coesione ideale, sarebbe un progetto debole, assolutamente non sufficiente (difficile anche la gestione delle Commissioni) che ci espone a fibrillazioni e contraddizioni che risulterebbero più che evidenti a tutti.

Quindi, se è vero che per evitare la crisi basta avere qualche voto in più degli altri, è altrettanto vero che non si riesce a governare con questo schema.

Qualcuno propone di “partire“ comunque con il sostegno dei “responsabili” perché durante il percorso le condizioni potrebbero mutare. perché un conto è favorirle con un governo che continua a lavorare puntando a rafforzarsi, un conto è farlo senza un governo.

Onestamente, credo sia difficile immaginare una simile prospettiva e poco mi convince il fatto che comunque “la partenza” del Governo sostenuto con questi numeri, possa essere attrattivo verso altri (Renzi compreso), semplicemente perché sarebbe debole e contrario ai propri desiderata strategici.

Un disegno simile, peraltro, si presterebbe ad un’unica (ri)soluzione: se fallisse sin dall’inizio o durante il percorso, sempre per evitare il voto, ci consegneremmo nelle mani di Renzi e Conte sarà messo da parte.

Per sincerità, se vi fosse in alcuni il retropensiero del voto subito o del superamento di Conte, questo scenario sarebbe ottimale.

 

Supporto più ampio

La già avvenuta emersione di parlamentari cd. “responsabili” è un fatto politico del quale non si può più fare a meno. Pare addirittura che si costituiscano in un nuovo gruppo parlamentare.

In questo scenario, infatti, oltre a PD, M5S e LeU, Renzi non sarebbe più l’unico interlocutore determinante numericamente e, pertanto, subirebbe un oggettivo indebolimento della propria presenza.

La “partenza” di una maggioranza del genere diventerebbe attrattiva verso “altri”.

 

Riflessioni concludenti

Personalmente, quindi, sono convinto che occorra (da subito) sia favorire operazioni politiche “responsabili” sia non escludere a priori Italia Viva, come sta avvenendo.

Ma Renzi, ci starebbe comunque in un assetto simile con Conte premier?

Non dovrebbe, considerato il percorso che ha generato, ma di fatto verrebbe compreso in un percorso e non allontanato attraverso il rifiuto o la sostituzione del suo gruppo nella maggioranza futura. La sua estromissione sarebbe per lui un alibi che può tornargli comodo sempre.

Se coinvolto sin dall’inizio, invece, sulla base di cosa potrà dire no a soggetti aggiuntivi alla maggioranza, peraltro già manifestatisi apertamente? E potrà avere ancora forza il suo no a Conte come unica pregiudiziale?

 

Attualità

Se venisse scelto un percorso diverso da quello che propongo, che porterebbe ad avere la fiducia da parte di una maggioranza (PD, M5S, LeU, i Responsabili), ma con numeri non sufficienti (non superiori a 161 al Senato), Renzi tornerebbe in gioco prepotentemente.

Intanto, per favorire questo scenario a lui favorevole, ha già dichiarato che Italia Viva si asterrà sul voto di fiducia, ergo, sarebbe disponibile a far parte di una maggioranza su basi diverse.

Se non mi sbaglio, se entro martedì prossimo Renzi non sarà coinvolto come partner,   attenderà il fallimento dell’operazione che si sta portando avanti senza di lui e chiederà di rientrare con le sue condizioni.

A quel punto, nonostante una maggioranza ampia, un governo Conte ter sarà molto, ma molto difficile, ragione per la quale, non escluderei neanche le dimissioni prima del voto di fiducia.

 

AC/AV a Verona, arrivano i commissari straordinari!

Per le tratte AC/AV Brescia-Verona-Padova e Verona-Fortezza a breve saranno nominati due commissari straordinari. Finalmente.

In merito, sono stato nominato relatore del provvedimento che darà il “nulla osta” (parere) per l’individuazione nominativa dei commissari ed entro il 27 gennaio il mio incarico va terminato.

Due buone notizie per Verona. La scelta di “commissariare” le due tratte Brescia-Verona-Padova[1] e Verona-Fortezza[2] conferirà impulso alla realizzazione delle opere relative in modo da rispettare i tempi stabiliti, soprattutto per quella verso il Brennero.

La scelta politica che abbiamo assunto investe due importanti infrastrutture ferroviarie caratterizzati da un elevato grado di complessità progettuale, da una particolare difficoltà esecutiva o attuativa, da complessità delle procedure tecnico-amministrative che comportano un rilevante impatto sul tessuto socio-economico a livello nazionale, regionale e locale.

Successivamente, sarà avviata l’intesa con i Presidenti delle Regioni e poi la firma del decreto da parte del Presidente Conte su proposta del Ministro De Micheli. Su quel decreto di nomina ci esprimeremo di nuovo per il “nulla osta” definitivo.

La decisione di inserire le due opere tra quelle da commissariare è legata alla constatazione che seppure siano a buon punto di realizzazione o progettazione, necessitano comunque di un ulteriore accelerazione per essere completate e rese funzionanti nel breve periodo.

In tutta Italia le opere da commissariare sono 58 (ferroviarie, stradali, idriche, caserme) che, per varie ragioni, non sono in linea con il cronoprogramma.

Per Verona, la lentezza per la tratta Verona/Fortezza è strettamente legata al tempo perso dal Comune di Verona nel dare il proprio parere sul progetto preliminare del lotto 4 funzionale Pescantina-ingresso nel nodo di Verona).

Oltre un anno e mezzo per dire cosa ne pensava. Un’enormità che, tra le altre lentezze, ci ha obbligati a “commissariare” l’intervento per riuscire a rispettare i tempi di realizzazione entro il 2028, ovvero in concomitanza con l’apertura del tunnel del Brennero.

Con l’incarico che mi è stato conferito, farò di tutto per portare a termine velocemente la nomina dei due commissari perché Verona ha bisogno come il pane di quelle due tratte ferroviarie.

[1] L’opera si compone di varie tratte:

  1. Brescia-Verona, costo 3.430 mln, finanziata con 2.847 mln per tratta Brescia est-Verona e Nodo di Verona ovest;
  2. Verona-Bivio Vicenza, costo 3.093 mln, finanziata con 1.364 mln per 1° lotto costruttivo e Nodi di Verona est;
  3. Attraversamento di Vicenza, costo 805 mln, finanziato con 150 mln per 1° lotto costruttivo;
  4. Vicenza-Padova, costo 1.316 mln, non ancora finanziati.

[2] L’opera si compone di varie tratte:

  1. Fortezza-Ponte Gardena, costo 1.522 mln interamente finanziati;
  2. Circomvallazione di Bolzano, costo 852 mln, finanziato con 8 mln;
  3. Circomvallazione di Trento e Rovereto, costo 1.555 mln, finanziati con 7 mln;
  4. Ingresso nel nodo di Verona (da Pescantina), costo 998 mln finanziati con 25 mln per la sola parte progettuale.

Patrimoniale, perché sono d’accordo.

Nel corso della Legge di Bilancio 2021 è stata presentata la proposta di una patrimoniale sui beni mobili detenuti ed immobili posseduti al valore catastale superiori ad una certa cifra.

La proposta è stata bocciata, anche dal Partito Democratico.

Di cosa si trattava?

La proposta rimodulava un meccanismo di prelievo fiscale attraverso l’abolizione dell’IMU (seconde case, ovviamente) e dell’imposta di bollo sui conti correnti e sui depositi, fino al valore di 500mila euro della somma tra beni immobili e mobili e l’applicazione, a partire dalla somma dei beni mobili ed immobili superiore a 500mila euro, di un’aliquota progressiva (percentuale di tassazione):

dello 0,2% fino a 1 milione di euro;

dello 0,5 per cento per un patrimonio netto di un milione di euro, ma non superiore a 5 milioni di euro;

delll’1 per cento per patrimoni oltre i 5 milioni di euro, ma non superiore a 50 milioni di euro;

del 2 per cento per i patrimoni oltre i 50 milioni di euro.

Solo per il 2021, invece, era stata proposta un’aliquota del 3 per cento per patrimoni superiori al miliardo di euro.

Per calcolare il valore dei beni immobili doveva essere detratta la quota di mutuo eventualmente in corso.

La “patrimoniale”, quindi, coinvolgeva solo gli italiani detentori di un patrimonio di oltre 500mila euro tra valori mobiliari e immobiliari.

Se fosse stata approvata, quanti italiani sarebbero stati interessati da questa tassa sul patrimonio?

Secondo l’Indagine sui bilanci delle famiglie italiane pubblicata nel 2018 dalla Banca d’Italia, un decimo delle famiglie italiane ha un patrimonio netto superiore a circa 460 mila euro.

Quindi, il 90% degli italiani avrebbe risparmiato l’IMU sulle seconde case (chi ne possiede) e avrebbe risparmiato l’imposta di bollo sui conti correnti e sui depositi.

Uno dei principi cardine della nostra Costituzione è il fatto che vi sia una tassazione progressiva man mano che la capacità reddituale aumenta e la proposta ne coglieva l’essenza.

Detto questo, non mi stupisco della contrarietà delle destre e nemmeno di quella grillina. Sono colpito dalla contrarietà del mio partito.

Da sempre la sinistra è redistribuzione del potere e anche della ricchezza. In questa occasione abbiamo negato questo nostro valore forte.

In ogni caso, il dibattito è stato aperto. La patrimoniale non è più un tabù e, secondo me, visti i tempi, vi sono le condizioni per proseguire il confronto e, spero, l’attuazione.

Il vaccino è anche geopolitica

L’anno appena iniziato rifletterà ancora per un po’ quanto abbiamo vissuto nel 2020.

L’economia globale è in difficoltà, tantissime famiglie sono state spinte verso condizioni di povertà, molti comparti industriali sono in affanno, il piccolo commercio è aggredito da una sofferenza enorme ed i Paesi più deboli stanno regredendo dopo anni di sviluppo.

Il vaccino è l’unica speranza.

Anzi, a ben guardare la situazione mondiale e le conseguenti destabilizzazioni che il virus sta determinando nonché le diseguaglianze e l’aumento degli squilibri tra ricchi e poveri, posso ragionevolmente ritenere che il vaccino non servirà solo contro il virus, ma anche per contrastare e invertire una condizione nell’ambito della quale può ingenerarsi il tutti contro tutti.

A fronte di ciò, tuttavia, non tutti i Paesi hanno contribuito allo stesso modo.

Contro la pandemia uno sviluppo sicuramente positivo è stata la costituzione di COVAX, codiretto dall’alleanza per i vaccini (Gavi), dall’OMS e dalla coalizione per l’innovazione in materia di preparazione alle epidemie (CEPI), è finalizzato a supportare lo sviluppo, la produzione e la distribuzione dei nuovi vaccini Covid-19.

Positivo, perché COVAX si pone lo scopo di distribuire a tutti, soprattutto ai Paesi con redditi più bassi, i vaccini di ultima generazione e perché via sia una gestione globale dei vaccini Covid-19 attraverso un processo di prequalificazione da parte dell’OMS che ne certifica qualità, sicurezza ed efficacia.

Diversamente da questo approccio positivo, si annoverano le decisioni negative di Stati Uniti, Russia e Cina i quali non solo non hanno voluto contribuire economicamente all’iniziativa COVAX, ma addirittura rivendicano l’accesso prioritario ai vaccini Covid-1911 (USA) o producono vaccini di dubbia qualità (Russia e Cina) in merito ai quali hanno avviato accordi bilaterali con nazioni in America Latina, Asia e Africa.

Da questi comportamenti si capisce ancora di più la posta in gioco, ovvero l’utilizzo geopolitico del vaccino, per creare nuove aree di influenza nel mondo o consolidare al proprio interno il consenso.

Ovviamente, penso che l’iniziativa COVAX sia l’unica in grado di tutelare i più deboli da ingerenze future non sempre limpide e trasparenti.

C’è un però.

Se non si fa in fretta e i finanziamenti non saranno costanti, il rischio che i Paesi più deboli ricevano per un lungo tempo altri tipi di vaccini, come quelli tradizionali adenovirali a basso costo prodotti da case farmaceutiche multinazionali o da aziende russe e cinesi, anziché i vaccini più moderni seguiti dall’OMS, può determinare un nuovo asse nell’ambito del quale prevale l’interesse a entrare nella gestione politica di quei Paesi e non quello di tutelare la salute pubblica di quelle comunità.

Solo la gestione COVAX garantisce efficacia delle vaccinazione e rispetto delle democrazie e delle Istituzioni di quei Paesi.

Sono certo che con la vittoria di Biden, gli Stati Uniti saranno un altro Paese che contribuirà all’affermazione universale dei vaccini nonché al sostegno economico delle iniziative che favoriscono questo approccio (attualmente prevalgono il contributo degli Stati Uniti e dei governi europei oltre che della Fondazione Gates) e, soprattutto, condizioneranno le politiche condotte da alcuni Paesi, Russia e Cina in primis e contrasteranno le pericolose manifestazioni di estremismo anti-scientifico.

L’accoglienza torna ad essere umana.

Che i decreti sicurezza voluti da Salvini non funzionassero, si era capito sin da subito. Con il falso problema della sicurezza, aveva menomato i principi cardine dell’accoglienza e dell’umanità.

Immediatamente, anche il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella aveva segnalato al Parlamento diversi problemi con i decreti, inutilmente restrittivi e a rischio di fronte al diritto internazionale, che resta comunque superiore anche alla nostra Costituzione.

Salvini aveva voluto eliminare alcuni diritti che, al contrario, sono strettamente connessi con la vita umana delle persone, indipendentemente dalla provenienza. Una foga ideologica che ha sempre dato il sapore dell’odio verso gli altri, aggravata dalla palese violazione dei diritti.

Con la nostra riforma, abbiamo reintrodotto la protezione umanitaria che era stata cancellata.

La protezione è un diritto soggettivo che va riconosciuto tutte le volte in cui si riscontrano rischi nei confronti degli obblighi derivanti da norme costituzionali o dall’adesione dell’Italia a norme internazionali. Non è una tipizzazione di alcuni casi, che lascia sempre fuori altre situazioni, ma una norma di ampio respiro che ha a che vedere con i diritti umani.

Abbiamo rimesso al centro il principio sancito dall’articolo 8 della Convenzione europea sui diritti dell’uomo: quando c’è un evidente rischio di violazione della vita privata e familiare, sia nel paese di origine che in Italia, i percorsi di vita delle persone vanno protetti.

Questo non significa proteggere tutti. No, questa è la propaganda salviniana. Infatti, per ciascun nuovo arrivo vi è un percorso di garanzia in grado di comprendere se vi sono quelle caratteristiche per accogliere o per non accogliere una persona.

L’esperienza vissuta con i decreti Salvini è stata devastante. Senza alcun discernimento

migliaia di persone e famiglie erano finite fuori dai percorsi di accoglienza, in alcuni casi tornati in situazione di irregolarità e spesso senza più una casa.

In pratica, finito il soggiorno c’era solo l’irregolarità, una situazione di evidente irrazionalità e disperazione per le persone che magari avevano costruito dei percorsi anche lunghi in Italia e che a un certo punto si vedevano espulse da sistema.

Abbiamo cancellato questa assurdità. Se una persona vive in Italia e vuole rimanerci avendone, però, chiaramente le caratteristiche, può restare per lavoro, per studio o comunque per un inserimento socio-lavorativo. In questo modo si favorisce l’integrazione.

Abbiamo cancellato l’abominio che Salvini aveva imposto per il soccorso in mare, ovvero quello che il governo aveva il potere di impedire l’ingresso nelle acque territoriali italiane alle navi di soccorso.

Oggi, l’impedimento all’accesso e al transito nelle acque territoriali non può avvenire in caso di operazioni di soccorso, che sono comunicate alle competenti autorità di coordinamento.

Protezione umanitaria, integrazione di chi ha diritto a restare e soccorso in mare, tra principi che rivestono di umanità una scelta politica difficile, controversa, ma che pone al centro di tutto la persona umana e non le vuote ideologie.