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Perché perdiamo così sonoramente?

Le elezioni regionali, nel loro complesso, hanno nuovamente confermato che il Partito Democratico è indispensabile per qualsiasi formazione alternativa alla destra e che i risultati positivi sono frutto di un progetto politico riconoscibile, oltre alle definite caratteristiche della leadership.

E’ stato, altresì, confermato, dopo l’Umbria stavolta in Liguria, che affidarsi solo alle alchimie politiche delle alleanze, non è un progetto alternativo.

Ma il risultato del Veneto, drammatico nelle proporzioni, è molto altro. E’ il “reato spia” di un percorso (del PD Veneto) che ha negato non solo la proposta politica offerta agli elettori, ma spesso financo i valori di riferimento, nei fatti subordinandoli al pensiero dominante imposto dall’agenda politica di Zaia rispetto al quale non c’è stata alcuna visione diversa, come era normale che fosse considerati i cardini valoriali ai quali fa riferimento il leghista.

Un’assenza di progetto, di iniziativa politica e di leadership, la cui sommatoria è la crisi profonda di identità del nostro partito in questa Regione.

Non è vero che non può esistere un “altro pensiero” in un territorio in cui c’è opulenza, dinamismo imprenditoriale, diffuso benessere. Non è vero perché è proprio lo sviluppo deregolato propugnato dalla destra da oltre venti anni che ha determinato disuguaglianze, egoismi sociali, la quasi assente mobilità sociale, la ricercata prevalenza (costosa e diseguale) del sistema sanitario privato su quello pubblico e la scarsa coincidenza tra i livelli di studio raggiunti dai giovani e le corrispondenti occasioni di impiego, ragione per la quale ogni anno migliaia di ragazzi emigrano altrove.

La prolungata assenza di una “visione progettuale diversa” ha costretto il PD ad agire di rimessa e sempre a rimorchio dei temi dettati dagli avversari politici. Anche di quelli eminentemente propagandistici, come il falso referendum sull’autonomia del 2017. Quell’atto è uno spartiacque.

Aver accettato il campo di gioco imposto da Zaia, senza denunciarne l’assoluta falsità di quelle proposte e senza contrastarne l’indizione e il risultato – anzi, addirittura aderendovi – ha concretamente sdoganato un falso tema (basta vedere oggi di quale autonomia si sta parlando) che ha favorito il giudizio positivo dei veneti sull’azione di governo di Zaia (di cui, però, nessuno è in grado di indicare un fatto significativo). Un giudizio del tutto trasversale, visto che il 56% degli elettori del Pd lo ha condiviso, che certamente si è tradotto in sostegno elettorale alla lista nominativa del candidato Zaia e che ha determinato, tra gli altri, la drammatica conseguenza che sia Belluno che Rovigo non avranno rappresentanza in Consiglio regionale.

Un percorso di offuscamento identitario, quindi, che viene da lontano e che oggi, con il voto, si è solo concluso. Ma se ne aprirà un altro.

La prossima legislatura regionale, stante alle prime dichiarazioni, parte allo stesso modo: alimentare e sfruttare il risentimento veneto verso le politiche fiscali e centralistiche e le “ricadute” dell’autonomia che mai potrà essere come quella che il leghista Zaia chiede propagandisticamente.

Il progetto alternativo parte da qui, innanzitutto dalla non adesione (ideale) ai temi che Zaia vorrà imporre, per giungere alla piena e completa rappresentazione “dell’altro pensiero” e della proposta diversa passando dalla definizione di un convinto percorso di costruzione di una leadership credibile che sappia incarnare sin da subito l’alternativa.

Serve un radicale cambiamento di approccio per superare (debellare) la “visione a rimorchio” che ha contraddistinto il PD Veneto in questi anni, necessario per garantire la sopravvivenza della prospettiva di quella cultura politica e sociale che esiste in natura ed è originata dalle diverse opportunità che le scelte economiche e sociali della destra hanno generato e continueranno a generare.

Serve, inoltre, un radicale cambiamento della classe dirigente attraverso la promozione del dinamismo giovanile in modo da determinare le condizioni più favorevoli per il ricambio generazionale che, a questo stadio delle cose, è questione vitale a supporto della sopravvivenza della nostra appartenenza politica.

Tutto ciò è imprescindibile, anche per evitare (impedire) un altro dei problemi del PD Veneto che si manifesta puntualmente nel momento dell’individuazione del candidato presidente.

Perché Zaia vince comunque?

Prima di riflettere sui risultati delle elezioni regionali in Veneto, permettetemi un inciso su un dato: sono stati zittiti i catastrofisti. I soliti (per lucrare consenso) dicevano che non si doveva votare a settembre, ma a luglio e che le scelte del Governo avrebbero favorito i contagi.

In realtà il voto si è svolto in assoluta tranquillità e con il rigoroso rispetto delle regole da parte di tutti. Gli italiani hanno dimostrando grande maturità.

Come al solito, l’intelligenza sconfigge sempre i populisti, i pifferai magici, i catastrofisti, gli urlatori di professione.

Detto questo, la domanda resta: ma perché Zaia vince in maniera così importante?

Ovviamente, per una serie di fattori.

Tra questi, non credo ci siano i risultati da lui raggiunti. Infatti, se ad un veronese o un rodigino (ecc…) chiediamo di elencare una cosa che la Regione ha fatto nella sua provincia, scopriremmo che nessuno lo sa. Non per dimenticanza, ma perché effettivamente non risultano opere o atti significativi portati avanti dalla Regione (la domanda è tuttora valida).

Quindi, scarterei le presunte capacità amministrative attribuite per nomea. Ecco, la nomea. Zaia passa per un amministratore capace senza che nessuno sappia cosa ha fatto.

Siamo al punto che – e questa è la cartina di tornasole di tutto – nonostante le gravi responsabilità politiche della Regione sulla vicenda dell’inquinamento delle acque potabili da sostanze perfluoroalchiliche, tra i 300mila veneti che hanno bevuto quelle acque e che hanno quelle sostanze nel sangue, raggiunge comunque percentuali di consenso elevatissime (come se l’inquinamento derivasse dalla natura).

Altrettanto, dicasi per la parte della provincia di Verona (ex ULSS 22) in cui Zaia ha annullato la sanità pubblica privilegiando quella privata (ragione per la quale non vuole i fondi del MES, destinati esclusivamente alla sanità pubblica).

Anche sulla pandemia da Covid-19, le sue capacità sono state quelle di annullare le sue stesse decisioni di chiudere alcuni ospedali pubblici per destinarli ai soli pazienti contagiati in modo che non entrassero in contatto con altri negli ospedali che aveva lasciato aperto. Questo ha consentito di avere più spazi a disposizione, cosa che in Lombardia non è stato possibile perché lì la Lega aveva anche già venduto le strutture, cosa che Zaia non aveva ancora fatto (per fortuna).

E’ sbagliata anche la convinzione che sia un leghista moderato. No, è l’altra faccia della stessa medaglia in cui c’è Salvini. E’ più furbo, ma sui contenuti ideali del leghismo, egli non ha mai dato segni di controtendenza.

Ma allora, se cosi fosse, qual è la sua capacità e perché attrae così tanto consenso?

Chi ha ascoltato il suo discorso fatto dopo la vittoria, ha avuto l’ennesima conferma che egli è un normale amministratore che non disturba mai, non sceglie, quindi, non divide gli altri sulle sue decisioni:

E’ un cerchiobottista e tende sempre a schivare i temi più spinosi, è un tranquillo conservatore dell’esistente, sa fare lo gnorri al momento opportuno (la vicenda MoSE ne è l’esempio più evidente) e non entra mai direttamente nelle polemiche, comprese quelle che scaturiscono dalle decisioni della Regione.

Questo comportamento “semplice”, unito all’inesistenza di una vera opposizione che interpreti l’altro pensiero, hanno creato un personaggio che vive anche oltre i propri demeriti, ragione per la quale è entrato nelle simpatie anche di coloro che per la Lega non voterebbero mai.

E’ un buon vicino di casa, tranquillizza con il suo modo di fare e rassicura con le sue parole.

Peccato, però, che la crescita del PIL del Veneto è inferiore a quello delle altre Regioni del nord, che in tre anni oltre 30mila giovani hanno lasciato il Veneto perché non trovano lavoro rispetto a quello che hanno studiato e che in questi anni non si conosce una sola opera pubblica degna di questo nome.

L’importante, però, è che non disturbi.

 

PS. Sono convinto che nonostante il consenso e le simpatie che riceve, non potrà mai essere il leader nazionale del centrodestra, proprio per le ragioni che ho detto prima.

Perché voterò NO al referendum

Come tantissimi elettori del Partito Democratico, anche io voterò NO al referendum costituzionale.

È una scelta a difesa della dignità della politica e delle istituzioni. È arcinota la mia avversione al populismo demagogico che coinvolge le Istituzioni repubblicane, spesso con informazioni false. Lucrare il consenso sparando su tutto e tutti non fa bene al paese e mina la coesione sociale e la solidarietà nazionale di cui abbiamo bisogno.

Il referendum, però, mette in gioco anche altri principi.

Ridurre i parlamentari era anche una nostra proposta (e lo sarebbe ancora), ma nell’ambito del superamento del bicameralismo e nel quadro di una riforma del Paese che non ci sono state.

Con il taglio dei parlamentari le aree interne, le province più piccole e marginali rischiano di non avere più rappresentanti.

La riduzione, nell’attuale e persistente bicameralismo paritario, non velocizzerà il processo legislativo. La vigenza della Costituzione impostata sulle due Camere e quella dei Regolamenti di Camera e Senato non consentiranno la corrispondenza tra la riduzione e l’efficienza che serve.

Ancora più paradossale sarà la conseguenza relativa al rapporto diretto con i cittadini. Ampliare quel rapporto rende quasi impossibile per il parlamentare in carica di riuscire a mantenere le giuste relazioni con gli elettori. I Senatori e i Deputati del futuro li conosceremo sostanzialmente attraverso la televisione.

La riduzione, senza alcun contrappeso, acuirà le diseguaglianze sociali, perchè le fasce sociali deboli avranno meno rappresentanti.

La democrazia è fatta di rappresentanza che si alimenta se questa viene garantita e alimentata, non ridotta.

Per queste ragioni dirò NO.

Il Governo per la riduzione delle liste di attesa

Con il Decreto Rilancio 2, a partire dal 15 agosto scorso e fino al 31 dicembre prossimo, il Governo investe risorse per ridurre le liste di attesa relative alle prestazioni ambulatoriali, di screening e di ricovero ospedaliero, non erogate nel periodo di emergenza epidemiologica da COVID-19.

La Regione Veneto è stata autorizzata ad attuare modalità straordinarie per garantire le prestazioni aggiuntive da parte del personale, la stipulazione di nuovi contratti di lavoro e l’assistenza specialistica ambulatoriale convenzionata interna, il tutto anche in deroga ai limiti vigenti in materia di spesa per il personale.

Lo scopo è quello di recuperare il più possibile tutte le visite, gli interventi e quant’altro previsto e poi rinviato a causa del lockdown.

Quali sono le modalità straordinarie che il Governo ha autorizzato?

Innanzitutto, quella di ricorrere alle prestazioni aggiuntive, previste dal contratto collettivo nazionale di lavoro, per il periodo 2016-2018, dei dirigenti medici, sanitari, veterinari e delle professioni sanitarie dipendenti dal Servizio sanitario nazionale, con una remunerazione più elevata rispetto a quella stabilita dal medesimo contratto.

La Regione, inoltre, può:

  • reclutare il personale del Servizio sanitario nazionale attraverso assunzioni a tempo determinato, anche in deroga ai vigenti contratti collettivi nazionali di settore, o attraverso forme di lavoro autonomo, anche di collaborazione coordinata e continuativa, con riferimento alle sole prestazioni inerenti ai ricoveri ospedalieri;
  • ricorrere anche a prestazioni aggiuntive da parte del personale non dirigenziale del comparto sanità, con un aumento della relativa tariffa oraria a 50 euro lordi onnicomprensivi per le prestazioni concernenti i ricoveri ospedalieri e le prestazioni relative agli accertamenti diagnostici;
  • incrementare – entro determinati limiti – il monte ore dell’assistenza specialistica ambulatoriale convenzionata interna e per le prestazioni aggiuntive di specialistica ambulatoriale e di screening.

Un insieme di soluzioni che, se gestite sapientemente dalla Regione, potranno dare una risposta ai tantissimi veneti che, loro malgrado, si sono visti annullare o spostare in avanti le visite e gli interventi previsti a causa del blocco dovuti al virus nei mesi da marzo a maggio.

Il recupero di quelle attività sospese è un’ottima notizia, sia perché risolve un problema legato alla salute dei cittadini, sia perché riduce le liste di attesa, annoso ostacolo che impedisce a tantissimi di curarsi come vorrebbero.

Non è accettabile che per una visita bisogna aspettare anche oltre un anno. Con la decisione del Governo, la Regione Veneto ha la possibilità di agire utilmente per garantire a tutti il pieno diritto alla salute dei veneti.

I negazionisti del nulla

Anche in Italia, seppure in misura minore, sta prendendo piede il movimento dei negazionisti, persone che negano l’evidenza scientifica della presenza del Covid-19 e delle sue conseguenze.

Io penso che non siano normali, ma guardando i dati emerge che sono completamente fuori dalla realtà.

Lasciamoci alle spalle quanto è già avvenuto ed i tanti decessi che abbiamo visto e guardiamo a quanto sta avvenendo in questi giorni. Solo nell’ultima settimana c’è stato un ulteriore aumento di pazienti ricoverati (+30%) e in terapia intensiva (+62%).

Rispetto alla precedente, i nuovi casi sono stati più 2.477), i pazienti ospedalizzati con sintomi sono più 322 e quelli in terapia intensiva più 41. Salgono a 26.754 i casi attualmente positivi.

Davanti a questi numeri non possono più essere tollerati comportamenti irresponsabili, cattivi maestri, né correnti antiscientiste e manifestazioni di piazza che, sotto il falso scudo della libertà, mettono a repentaglio la salute della popolazione.

Purtroppo, continua l’ascesa di nuovi casi nonché l’incremento dei casi testati e, quindi, aumenta il rapporto positivi/casi testati.

Gli esperti dicono che si tratta di segnali che vanno nella direzione di una ripresa dell’epidemia nel nostro Paese, sia in termini epidemiologici che di manifestazioni cliniche, proprio alla vigilia del momento cruciale della riapertura delle scuole.

In base all’esperienza recentemente vissuta, l’impennata della curva dei contagi si riflette sull’aumento dei pazienti ospedalizzati. Non vi sono al momento segnali di sovraccarico degli ospedali, ma il trend in costante aumento insieme all’incremento dei contagi sono un brutto presagio.

Con questi numeri, ogni falso maestro che si fa scudo della libertà per mettere a repentaglio la salute degli altri va sanzionato duramente quando esprime in manifestazioni/assembramenti teorie assurde e contravviene alle regole che l’Italia si è data per impedire la diffusione dei contagi.

Non sono più tollerabili comportamenti simili.

Allagamenti, serve un altro passo.

Ogni volta che a Verona piove un po’ più del solito, nei soliti luoghi si determinano i soliti problemi.

Sembra uno scioglilingua, ma, purtroppo non è così.

Tralascio le considerazioni sugli effetti dei cambiamenti climatici, come pure di parlare di coloro, presenti numerosi tra le schiere di chi governa Verona ed il Veneto che negano questa semplicissima constatazione, per concentrarmi su cosa dovrebbe essere fatto.

Innanzitutto, permettetemi di esprimere vicinanza a tutti coloro che ad ogni allagamento subiscono danni alle cantine, ai garage, alle auto sommerse fino ai finestrini, alle attività economiche.

Questi veronesi non hanno fatto nulla di male ed abitano nel posto giusto. Il problema è che chi ci governa da tempo non risolve i nodi che causano questi allagamenti e passa l’idea dell’ineluttabilità della cosa.

Lo dico agli amministratori: non serve andare sul posto con la giacca della Protezione civile, spalare il fango se prima non hai fatto il proprio dovere. Puoi farlo la prima volta, ma se la cosa si ripete anche dopo e poi ancora, allora vuol dire che non è stato fatto nulla.

E’ vero che la quantità di pioggia è anomala, ma è altrettanto vero che si tratta dei soliti luoghi e l’esperienza dovrebbe aver insegnato che occorrono soluzioni diverse da quelle prospettate e fallite.

Non so come dirlo, ma quando leggo che sono stati fatti lavori per milioni di euro e gli allagamenti persistono comunque, non viene il dubbio che qualcuno dovrà risponderne?

Allora, caro Sindaco, senza nessuna polemica e senza offendere nessuno, credo sia doveroso avviare un confronto ben oltre le mura di Verona per coinvolgere intelligenze ed esperienze che in città non esistono al momento per capire come risolvere il tema.

In questo confronto, poi, vanno pienamente coinvolti i residenti delle zone interessate affinché anche loro possano partecipare e comprendere che le Istituzioni sono vive, che si occupano della cosa e non che vi vedano solo quando tutto è accaduto.

Io penso che su un’azione del genere, tutti i gruppi politici saranno pronti a dare una mano.

 

 

Chiudere i rapporti con la Guardia Costiera libica

Non ho condiviso il rifinanziamento della missione italiana in Libia frutto di un accordo bilaterale con quel Paese stipulato il 2 febbraio 2017.

Il “Memorandum Italia-Libia” prevede tra le altre cose, appunto il finanziamento da parte dell’Unione Europea e l’aiuto economico e logistico da parte dell’Italia nella gestione di centri di accoglienza per i migranti presenti in Libia e per la cosiddetta “Guardia Costiera” libica.

L’accordo si è rinnovato automaticamente per altri 3 anni il 2 febbraio 2020, con un testo identico nonostante diversi elementi consigliassero il contrario.

Infatti, il 13 febbraio 2020 il Consiglio d’Europa ha inviato una lettera al Ministro degli Esteri Luigi di Maio in cui si sollecita l’Italia a sospendere le attività di cooperazione con la Guardia costiera libica e ad introdurre garanzie sui diritti umani nella futura cooperazione in materia di migrazione.

Lo scorso gennaio l’Onu ha presentato un rapporto firmato dal Segretario Generale delle Nazioni Unite Guterres in cui si legge che i centri di accoglienza sono in realtà veri e prori lageri in cui “migranti e rifugiati hanno continuato a essere sistematicamente sottoposti a detenzione arbitraria e tortura, in luoghi di detenzione ufficiali e non ufficiali: violenza sessuale, rapimento per riscatto, estorsione, lavoro forzato”.

Tali accuse sono state confermate da numerosi report di: Oim, Amnesty International, Save the Children, Onu, Unhcr, Croce Rosse Internazionale e Unione Europea nel corso degli ultimi 3 anni.

Le foto delle torture a cui sono sottoposti i migranti sono state pubblicate su varie testate nazionali, come Avvenire, e internazionali, come il New York Times e CNN, senza che tali immagini e accuse siano mai state smentite da parte del Governo Libico.

Il fatto centrale è che la Guardia Costiera Libica non esiste, come dimostrato da numerose inchieste giornalistiche e dagli stessi report delle nazioni unite.

In realtà si tratta di milizie armate spesso in lotta tra loro e molto spesso coinvolte in prima persona nel traffico di migranti e nella gestione dei suddetti Lager.

A capo della c.d. Guardia Costiera vi è tale Abdou Rahman, detto Bija, sottoposto a sanzione da parte della nazioni unite per i crimini contro i migranti operati da lui stesso e dalla sua organizzazione.

Dall’inizio del 2017 alcune inchieste giornalistiche descrivono Bija come il perno dei traffici di Zawhia e un video pubblicato dal quotidiano inglese The Times riprende i suoi uomini picchiare migranti con una frusta dopo averli recuperati in mare, nel video i migranti sono terrorizzati, vorrebbero buttarsi in mare e si attaccano spaventati al bordo della nave.

La corte internazionale de L’Aja ha acquisito i numerosi report sopra citati riguardanti la c.d. Guardia Costiera e i lLager libici ed ha avviato un’indagine per crimini contro l’Umanità nei confronti delle autorità libiche rispetto al trattamento dei migranti.

Per tutti i motivi sopra elencati l’Onu ha più volte dichiarato la Libia come porto non sicuro.

Per queste ragioni, ero e resto convinto che l’Italia non avrebbe dovuto rinnovare quell’accordo, ma revisionarlo profondamente per affermare i sacrosanti principi della legalità internazionale e la piena ed incondizionata attuazione del rispetto dei diritti umani.

Stupisce il fatto che nonostante in febbraio l’assemblea nazionale del Partito Democratico abbia approvato all’unanimità un ordine del giorno che chiedeva al Governo di chiudere i rapporti con la Guardia Costiera libica, ad oggi nulla sia cambiato.

Collettore del Garda, il progetto sia verificato.

Come è noto è in corso la stesura del progetto concernente gli interventi di riqualificazione del sistema di raccolta dei reflui nel bacino del Lago di Garda. In pratica, il nuovo collettore che dovrà sostituire quello esistente, ormai non più consono.

Il tema progettuale è rilevante in ragione della delicatezza naturalistica dell’area. Il Lago di Garda è un territorio molto delicato ed il progetto in corso potrebbe modificarne alcuni aspetti, come già avvenuto in occasione della realizzazione del collettore attualmente in esercizio che ne ha modificato perennemente alcuni tratti.

E’ questa la ragione per la quale ritengo doveroso approfondire ogni aspetto degli interventi da operare.

Quindi, ho presentato un’interrogazione al Ministro dell’Ambiente con la quale ho chiesto puntuali informazioni su vari punti sensibili, ovvero, se:

  • l’intervento è improntato ad elevati standard di qualità paesaggistica tali da conservare i pregi esistenti e riqualificare le zone oggetto dei lavori;
  • il conseguente snaturamento del bagnasciuga – che sarà ridefinito artificialmente – già oggi molto risicato, sia stato affrontato per ridurre al minimo l’impatto degli interventi e consentire il ripristino di quel territorio che morfologicamente rappresenta la vera “anima” naturale del Garda;
  • le scogliere in pietra naturale che saranno realizzate in alcuni tratti del territorio rispettino i requisiti di mitigazione e salvaguardia delle peculiarità naturali delle aree interessate;
  • i previsti impianti di sollevamento o scolmatori sono stati progettati con fattezze tali da inserirsi armonicamente nel delicato territorio che li ospiterà;
  • le nuove tubazioni saranno opportunamente interrate e mitigate, in modo da impedire lo scempio che caratterizza l’attuale collettore;
  • l’attraversamento aereo del fiume Mincio delle tubazioni è stato progettato in modo che all’impatto visivo non risulti un orribile tubo sospeso, bensì un’opera architettonicamente gradevole e confacente all’ambiente circostante.

Credo che queste informazioni siano il minimo sindacale da approfondire e auspico che le Istituzioni del Garda partecipino attivamente in questa fase che è dirimente per evitare orrori e nefandezze che si ripercuoteranno sul delicato ecosistema e sugli aspetti paesaggistici.

 

Autobrennero, arriva una tegola per Verona.

L’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato ha chiesto al Parlamento di affidare la concessione autostradale della A/22 attraverso una gara.

La concessione della tratta autostradale A22 Brennero-Modena – gestita da Autostrada del Brennero S.p.A. – è scaduta il 30 aprile 2014 ed è in regime di proroga fino al prossimo 30 giugno.

A gennaio 2016 è stato siglato il protocollo d’intesa tra il Ministro Delrio e le amministrazioni pubbliche socie di Autostrada del Brennero S.p.A. che ha previsto il rinnovo trentennale (2019/2048) della concessione senza gara a patto che la società fosse interamente partecipata dalle amministrazioni pubbliche territoriali e locali contraenti.

Per questa ragione è stata costituita la BrennerCorridor Spa quale società strumentale in house degli enti territoriali.

L’accordo, che prevede investimenti per 4,14 miliardi di euro nei trent’anni di durata della concessione (2019-2048), dovrà essere firmato dal Ministero delle Infrastrutture e Trasporti e da sedici enti territoriali esclusivamente pubblici (Regione Trentino–Alto Adige, Provincie autonome di Bolzano e Trento, Provincie di Verona, Mantova, Reggio Emilia e Modena, Comuni e Camere di Commercio di Bolzano, Trento, Verona e Mantova, Azienda dei trasporti di Reggio Emilia).

Il problema, però, è che al momento in cui dovrà essere sottoscritto l’accordo di cooperazione, nel capitale della società in house non dovranno figurare soci privati. Infatti, l’impegno era quello che i soci pubblici avrebbero dovuto comprare le quote degli attuali soci privati presenti nel capitale, ma ad oggi ciò non è avvenuto.

Questo ritardo ha consentito all’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato di chiedere ufficialmente di rinnovare la concessione con una gara per rispettare i principi di concorrenza nelle modalità di affidamento.

Secondo l’Autorità, occorre ricorrere a procedure competitive al fine di selezionare al meglio e per tempo i gestori in termini di qualità e sicurezza dei servizi, nonché per garantire investimenti infrastrutturali più utilmente perseguibili con l’assegnazione tramite gara al gestore più efficiente, piuttosto che mediante il prolungamento del rapporto concessorio esistente.

Pertanto, l’Autorità auspica una celere conclusione dell’iter procedurale di sottoscrizione della convenzione di concessione dell’autostrada A22, ma in caso di mancato rispetto della tempistica fissata al 30 giugno 2020 (ironia) di espletare la procedura di gara per l’individuazione della nuova concessionaria.

Per Verona è una tegola. Nei due miliardi di euro per interventi infrastrutturali sull’A22 per noi rilevano la terza corsia tra Verona e Modena e la terza corsia dinamica Bolzano Sud-Verona, le barriere antirumore, le aree di servizio (Affi e Povegliano) e contributi al Comune di Verona ed alla Provincia per opere esterne all’asse autostradale, ad esempio il finanziamento per la mediana provinciale da Nogarole Rocca a Isola della Scala.

Le missioni militari dell’Unione Europea

L’Unione europea può avviare missioni civili o militari, all’esterno del suo territorio, per garantire il mantenimento della pace, la prevenzione dei conflitti e il rafforzamento della sicurezza internazionale, conformemente ai principi della Carta delle Nazioni Unite. Attraverso missioni e operazioni militari l’Ue può svolgere una serie di compiti che vanno dalle missioni umanitarie al peace-keeping, dalle missioni di addestramento delle forze armate alla lotta al terrorismo.

L’avvio di una missione si iscrive nelle priorità di politica estera dell’Unione, ma all’origine di tutto c’è ovviamente la motivazione degli Stati. Spesso è uno dei paesi più grandi che si muove per primo (magari in virtù di legami derivanti dal passato coloniale, presenza sul terreno o altri interessi specifici) e poi cerca di aggregare degli altri paesi in vista della decisione comune.

Le missioni e operazioni che sono state condotte finora, comprese quelle ancora in corso, sono molto diverse tra loro per una serie di fattori, dal contesto di intervento al mandato, dalla durata alle truppe impiegate al numero di paesi partecipanti.

La prima in assoluto, nel 2003 (nell’allora Macedonia), aveva 357 militari, mentre l’anno dopo, in Bosnia Erzegovina, ne furono dispiegati circa 7 mila. Una varietà simile si rinviene per quanto riguarda la durata dell’intervento. In Bosnia (seppure con finalità e assetti che sono molto cambiati nel corso e del tempo) l’Unione è presente da 16 anni. In altri teatri ha fatto apparizioni anche molto fugaci, con missioni “ponte” nate per dare ad altri attori (ad esempio Onu e Unione Africana) il tempo di schierare missioni più robuste. In alcuni casi le missioni Ue sono partite fin dall’inizio con la partecipazione di molti Stati membri, mentre altre volte l’impegno è ricaduto sulle spalle di pochi paesi17. Nei Balcani l’Ue ha sperimentato operazioni “miste”, sulla base di appositi accordi con la Nato; altrove ha operato e opera in collaborazione con le Nazioni unite e con altre organizzazioni regionali, a partire dall’Unione africana.

Le missioni Ue sono anche sempre state (e lo sono tuttora) un polo di attrazione per una serie di paesi terzi che hanno scelto questo formato per agire sullo scenario internazionale, per ampliare le relazioni politiche con l’Unione o rafforzare la propria domanda di adesione (dalla Norvegia all’Ucraina, dalla Georgia alla Turchia, dai paesi dei Balcani alla Svizzera, al Cile o al Sudafrica).

Attualmente le missioni che operano nei contesti più difficili (Somalia, Mali e Repubblica Centrafricana) non hanno funzioni esecutive, ma svolgono compiti di addestramento militare e consulenza per la riforma del settore della difesa e sicurezza. L’operazione in Bosnia Erzegovina, la più longeva in assoluto, con il miglioramento della situazione di sicurezza del paese si è ridotta nei numeri e ha mutato parzialmente mandato.

A quasi vent’anni dal loro avvio, quindi, le missioni militari rappresentano una piccola parte dell’intervento esterno dell’Unione. Non potrebbe che essere così, del resto, per una “potenza civile”, che si è sempre qualificata, all’esterno dei suoi confini, in termini di “potere normativo” e di assetto valoriale.

La proiezione internazionale dell’Ue è del resto tradizionalmente affidata a un ampio e collaudato strumentario di interventi, che operano su leve economiche, diplomatiche e politiche: dagli accordi commerciali agli aiuti allo sviluppo, dalle sanzioni economiche alla condizionalità, dal dialogo politico alle coalizioni nei contesti multilaterali.

Dopo quasi vent’anni e circa 200 mila militari complessivamente impiegati, lo strumento delle missioni militari appare per l’Ue un dato acquisito delle sue politiche esterne, così come della “divisione del lavoro” tra i diversi soggetti della comunità internazionale sul tema della sicurezza collettiva.