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Uno sguardo su “Quota 100”.

“Quota 100” , sperimentale e aggiuntivo rispetto ai percorsi pensionistici ordinari di vecchiaia e anticipato, ha permesso il pensionamento ai lavoratori iscritti alle gestioni previdenziali dell’INPS che hanno perfezionato congiuntamente, nel triennio 2019-2021, i requisiti di almeno 62 anni di età e almeno 38 di anzianità contributiva-

“Quota 100” ha consentito di uscire dal mercato del lavoro sino a cinque anni prima rispetto ai requisiti ordinari per la pensione di vecchiaia e per quella anticipata (tra il 2019 e il 2024 i requisiti minimi per il pensionamento di vecchiaia sono 67 anni di età e 20 di anzianità contributiva , mentre i requisiti per quello anticipato si mantengono sino al 2026 al livello assunto nel 2016 di 42 anni e 10 mesi per gli uomini e 41 anni e 10 mesi per le donne).

“Quota 100” è stata introdotta con l’obiettivo di reinserire nel sistema margini di flessibilità nelle scelte di pensionamento dopo che, come risposta alle difficoltà connesse con la crisi finanziaria del 2008 e all’esigenza di assicurare la sostenibilità di medio-lungo periodo dei conti pubblici, la riforma del 2011 aveva innalzato e reso più stringenti i requisiti.

La legge di bilancio per il 2022 ha infine introdotto “Quota 102”. Per accedervi è necessario avere almeno 64 anni di età e maturare almeno 38 anni di anzianità contributiva entro la fine del 2022. L’introduzione per un solo anno di “Quota 102” ha rappresentato un compromesso tra Governo e Parti sociali per evitare, alla scadenza di “Quota 100”, il repentino ritorno ai requisiti ordinari “Fornero” in attesa di una revisione strutturale delle regole nel senso di una maggiore flessibilità nel pensionamento.

Anche se “Quota 100” ha registrato minori adesioni rispetto a quanto atteso prudenzialmente nelle previsioni ufficiali, questo canale di uscita è stato comunque utilizzato da un’ampia platea di lavoratori che a fine 2025 (quando saranno pressoché esauriti i potenziali aderenti, purché i requisiti siano maturati entro il 2021) potrebbe anche superare i 450.000 soggetti.

Di seguito si riassumono i dati principali.

Al 31 dicembre 2021 le domande accolte sono risultate complessivamente poco meno di 380.000, ampiamente al di sotto di quelle attese. A ricorrere a “Quota 100” sono stati soprattutto gli uomini. Quasi l’81 per cento dei pensionati con “Quota 100” vi è transitato direttamente dal lavoro.

Se in valore assoluto le pensioni con “Quota 100” sono state più concentrate al Nord, meno al Mezzogiorno e ancor meno al Centro, quando espresse in percentuale della base occupazionale o del flusso medio delle uscite per pensione anticipata mostrano le incidenze maggiori al Mezzogiorno e minori al Nord, con il Centro in posizione intermedia.

È stata registrata anche una prevalenza a lasciare il lavoro alla prima decorrenza utile, con almeno uno dei requisiti di età e anzianità al livello minimo. L’età media alla decorrenza si è attestata poco al di sopra di 63 anni, mentre l’anzianità media è di 39,6 anni.

Si stima che la spesa effettiva – di consuntivo sino al 2021 e proiettata dal 2022 al 2025 – potrà attestarsi a circa 23,2 miliardi. Si tratta di una minore spesa di 10,3 miliardi sui 33,5 originariamente stanziati.

Trenord imponga il contingentamento sui treni.

Giovedì 2 giugno scorso, circa 2.000 ragazzi e ragazze, di cui molti minorenni, si sono ritrovati a Peschiera del Garda per un raduno che era stato organizzato nei giorni precedenti tramite passaparola sulla piattaforma TikTok.

Nel corso del raduno, non autorizzato, molti dei partecipanti si sono resi protagonisti di violenze, risse, scontri con la polizia e in alcuni casi anche di molestie sessuali, in particolare sul treno di ritorno verso casa.

Pare che la situazione sia degenerata dal primo pomeriggio, nel momento in cui sono arrivate in treno oltre 1.500 persone, quasi tutte dalla Lombardia, che si sono aggiunte ai circa 600 giovani già presenti.

Da tempo, ormai, l’area interessata del Lago di Garda è meta di centinaia di ragazzi che nel corso del weekend giungono dalla Lombardia attraverso i treni regionali che transitano frequentemente dalla stazione di Peschiera del Garda sulla linea Regio Express Verona-Brescia-Milano, servizio gestito dalla società Trenord.

Per i treni regionali di competenza Trenitalia, ivi compresi quelli che riguardano il servizio Venezia-Verona, in molti casi è in essere un contingentamento dei posti disponibili per viaggiatori con biglietto di corsa semplice, in ragione del quale una volta che i posti disponibili risultano esauriti, non è più possibile acquistare biglietti di corsa semplice.

Il 2 giugno non è stato rispettato alcun tipo di contingentamento dei passeggeri sui treni della società Trenord – perché normalmente non lo prevede – tanto che la rilevante mole di passeggeri, ampiamente superiore alle capacità massima di trasporto dei treni in transito alla stazione di Peschiera del Garda, ha generato notevoli problemi organizzativi e di sicurezza per i numerosi giovani presenti sul luogo e sui treni

Per questa ragione è verosimile affermare che se ci fosse stato il contingentamento, probabilmente la pressione numerica delle persone presenti a peschiera del Garda e sui treni in transito sarebbe stata notevolmente inferiore.

Ad aggravare la situazione ha contribuito in misura determinante anche l’assenza di un presidio da parte di Trenord sulla tratta in questione che ha costretto, tra l’altro, il personale di Trenitalia ad effettuare il servizio di assistenza ai passeggeri di un altro operatore ferroviario.

In merito, ho presentato un’interrogazione ai Ministri delle Infrastrutture e dell’Interno per fare chiarezza su quanto accaduto, anche al fine di verificare l’eventuale violazioni delle norme di sicurezza del trasporto ferroviario. In particolare, però, ho chiesto di agire per regolare il servizio offerto da Trenord con particolare riguardo alla necessità di garantire, per ragioni di sicurezza, il rispetto della capienza massima del numero di passeggeri su ciascun treno in servizio sulla linea Verona-Brescia-Milano, nonché per favorire l’istituzione di un presidio presso la stazione di Verona Porta Nuova.

La violenza nei confronti delle donne.

La violenza contro le donne rappresenta un fenomeno profondamente radicato nel substrato culturale e sociale sia in Italia che nel resto del mondo.

La Convenzione di Istanbul, ratificata dall’Italia nel 2013, impone agli Stati non solo di dotarsi di una legislazione efficace, ma anche di verificarne in modo costante l’effettiva attuazione da parte di tutti gli attori, istituzionali e non, a partire da quelli appartenenti al sistema giudiziario.

Nel perimetro tracciato dalla Convenzione, le politiche pubbliche debbono pertanto essere orientate non solo alla conoscenza puntuale delle cause strutturali del fenomeno della violenza contro le donne, per rimuoverle in modo definitivo, agendo in particolare sulla prevenzione e sull’e­ducazione, ma anche alla sua misurazione, qualitativa e quantitativa, nonché alla garanzia dell’effettivo accesso alla giustizia da parte delle donne per tutelare i loro diritti e alla loro efficace protezione con conseguente adeguata e rapida punizione degli autori.

La violenza contro le donne ha proporzioni epidemiche nella gran parte dei Paesi del mondo e attraversa tutti i contesti perché, come affermato nel Preambolo della Convenzione di Istanbul, « è una manifestazione dei rapporti di forza storicamente diseguali tra i sessi, che hanno portato alla dominazione sulle donne e alla discriminazione nei loro confronti da parte degli uomini e impedito la loro piena emancipazione » ed ha natura strutturale « in quanto basata sul genere, e riconoscendo altresì che la violenza contro le donne è uno dei meccanismi sociali cruciali per mezzo dei quali le donne sono costrette in una posizione subordinata rispetto agli uomini ».

La radice della violenza contro le donne risiede cioè in stereotipi culturali che fissano schemi comportamentali e convinzioni profonde, frutto di un radicato retaggio storico e di un’organizzazione discriminatoria che stabilisce l’identità sociale di un uomo e di una donna e legittima le diseguaglianze che costituiscono il substrato della violenza di genere e della sua forma più estrema costituita dal femminicidio.

Solo da pochi decenni ogni forma di violenza contro le donne è ritenuta anzitutto una violazione dei diritti umani, una questione di salute pubblica, un ostacolo allo sviluppo economico ed un freno ad una democrazia compiuta. Milioni di donne, in Italia e nel mondo, sono vittime di violenza, indipendentemente dal loro livello educativo, professionale o socioeconomico.

Il fenomeno è stato quantificato dall’Organizzazione mondiale della sanità (OMS): la violenza maschile colpisce di media il 35 per cento delle donne. Secondo la Relazione finale della Commissione sul femminicidio (XVII Legislatura), la violenza di genere riguarda in Italia (indagini dell’ISTAT del 2006 e del 2014) quasi una donna su tre e anche in Europa i dati sono pressoché identici. Il femminicidio costituisce l’espressione più grave della violenza rappresentando, in tutto il mondo, la prima causa di morte per le giovani e le donne da 16 a 44 anni vittime di omicidio volontario.

È pertanto un errore concettuale considerare la violenza contro le donne come emergenza, poiché si tratta di una condizione strutturale, diffusa e radicata, che per essere contrastata richiede interventi continuativi da parte degli organismi istituzionali deputati a riconoscerla, prevenirla, contrastarla e punirla. Si tratta infatti di un fenomeno ancora oggi in larga parte sommerso, come rilevato dall’indagine ISTAT sulla violenza contro le donne del 2014 e confermato dal dato dell’inchiesta.

Risulta che sono molte le ragioni che disincentivano le denunce: la convinzione di poter gestire la situazione da sole, la paura di subire una più grave violenza, il timore di non essere credute, il sentimento di vergogna o imbarazzo, il senso di sfiducia nelle Forze dell’ordine.

A livello internazionale, da tempo, sono stati adottati strumenti omogenei per sradicare ogni forma di violenza contro le donne. La Convenzione sull’eliminazione di ogni forma di discriminazione nei confronti della donna (CEDAW) e la Convenzione di Istanbul costituiscono per l’Italia i più importanti trattati internazionali, con efficacia vincolante.

L’impianto normativo di contrasto alla violenza di genere è stato arricchito a livello europeo dalla direttiva 2012/29/UE del Parlamento europeo e del Consiglio, del 25 ottobre 2012, sulle vittime e più di recente da due importanti risoluzioni del Parlamento europeo, una del 16 settembre 2021, per l’inclusione della violenza di genere come nuova sfera di criminalità tra quelle elencate all’articolo 83, paragrafo 1, del Trattato sul funzionamento dell’Unione europea, e una del 6 ottobre 2021 per proteggere i minorenni e le vittime della violenza del partner nelle cause di affidamento.

Sostegno economico ai rifugiati ucraini

Nel mese di marzo il Governo ha deciso di devolvere ai profughi provenienti dall’Ucraina un contributo di sostentamento pari a 300 euro a persona al mese per adulto e a un’integrazione di 150 euro al mese per ciascun minore di 18 anni al seguito.

Gli aventi diritto dovevano chiedere il permesso di soggiorno speciale e dovevano essere ospitati in luoghi diversi dai Centri di assistenza.

Ebbene, è trascorso un pò di tempo dalle domande presentate e il contributo non è stato ancora erogato.

Ciò ha determinato due importanti criticità: diverse famiglie veronesi sono state costrette a rinunciare all’ospitalità per problematiche di natura economica e tanti rifugiati hanno finito i propri risparmi e non potevano più contribuire alle spese di coloro che li ospitavano.

Il risultato è stato che in diversi sono stati ricollocati nelle strutture di assistenza. La difficoltà, che mi è stata segnalata da diverse famiglie veronesi e dall’Associazione Malve, effettivamente cominciava ad essere pesante.

Ebbene, da venerdì 27 maggio la Protezione Civile verserà i contributi economici ai rifugiati ucraini che ne hanno fatto richiesta.

E’ stato questo l’esito di un incontro che ho chiesto e avuto martedì scorso a Palazzo Chigi per affrontare il delicato tema.

Il contributo di 300 euro sarà devoluto ai profughi ucraini che hanno presentato domanda di permesso di soggiorno per protezione temporanea alla Questura che si trovino, o siano stati, in condizione di autonoma sistemazione, vale a dire presso parenti, amici o famiglie ospitanti per almeno dieci giorni nell’arco di un mese.

Il sostegno può essere richiesto entro il 30 settembre 2022 e viene riconosciuto – per il momento – per un massimo di tre mesi dalla domanda di permesso di soggiorno.

E’ un’ottima notizia che potrà consentire a tanti rifugiati di contribuire alle spese delle famiglie che li ospitano o di lasciare i Cas-Centri di assistenza straordinaria, Sai-Sistema di accoglienza e integrazione, strutture per l’accoglienza diffusa, alberghi messi a disposizione dalle Regioni e Province Autonome per provare a vivere presso le famiglie che vorranno.

Si risolve, così, un nodo che aveva creato disagio ai veronesi che ospitavano profughi e incertezze tra i rifugiati ucraini.

Il PNRR per la transizione ecologica

I singoli Piani Nazionali di Ripresa e Resilienza dei paesi UE hanno dovuto rispettare due vincoli relativamente agli obiettivi che sono stati posti per la transizione ecologica:

  • la destinazione di almeno il 37 per cento delle risorse assegnate;
  • il rispetto del principio di non arrecare alcun danno significativo all’ambiente.

Dei 191,5 miliardi di euro di risorse europee assegnati all’Italia, quindi, 71,7 miliardi sono destinati per gli obiettivi climatici. Nel confronto Europeo dei PNRR, l’Italia, con circa la metà del totale dei fondi assegnati, è il paese che investe più di tutti in mobilità sostenibile.

Le misure del PNRR per identificare le misure verdi sono state catalogate diversamente tra loro: alcune sono considerate verdi al 100%, altre solo al 40% (e sono queste che non devono arrecare danno all’ambiente, uno dei due principi fissati).

Per fare un esempio, le linee ferroviarie di nuova costruzione o ristrutturate sono considerate verdi al 100%, mentre il potenziamento delle linee ferroviarie regionali (di più modesta dimensione e impatto) sono ritenute verdi solo al 40%.

Nel nostro PNRR 55 interventi sono verdi al 100% e 53 lo sono al 40%.

Le principali aree di intervento riguardano la costruzione di infrastrutture per la mobilità sostenibile (40% del totale), l’efficientamento energetico di immobili e impianti di fornitura (30%), gli investimenti in energie rinnovabili (14%) e le opere di prevenzione (15%).

Le misure verdi sono distinte in quattro categorie:

Trasporti e altre infrastrutture verdi: circa 29 miliardi di euro sono destinati per l’ammodernamento, la ristrutturazione e la nuova costruzione di infrastrutture pubbliche a basso impatto ambientale.

Fra le modalità di trasporto, quello su ferro è il maggiormente interessato dagli investimenti, per un totale di 20,5 miliardi, includendo anche gli interventi per la gestione del traffico ferroviario europeo.

Ai progetti dell’alta velocità sono stati destinati 13,2 miliardi e circa 7,1 miliardi sono destinati al trasporto urbano sostenibile, includendo le ciclovie che ricevono finanziamenti per 600 milioni.

Efficientamento: per quanto riguarda gli incentivi per le case private, il Superbonus 110% (12,1 miliardi di euro) è la più grande misura verde dell’intero PNRR. A favore dell’efficientamento energetico degli edifici pubblici sono destinati 2,1 miliardi.

Poi ci cono gli investimenti volti a diminuire gli sprechi di risorse nella fase di produzione e di trasporto. Il PNRR, infatti, finanzia opere di efficientamento rivolte a impianti energetici, idrici e di stoccaggio. Tra questi, 3,6 miliardi sono destinati a rendere più efficiente il sistema di distribuzione dell’energia elettrica.

Energie rinnovabili: gli investimenti in impianti di energia rinnovabile e in infrastrutture per combustibili alternativi ammontano al 13,8% delle risorse per la transizione verde. Fra le diverse fonti di energia rinnovabile, gli impianti a energia solare sono i maggiori beneficiari (4,6 miliardi). Seguono gli investimenti in biomasse (1,9 miliardi), in energia eolica (755 milioni) e in infrastrutture di ricarica elettrica (740 milioni).

Opere di prevenzione ambientale: sono stati destinati 11 miliardi di euro. L’investimento più corposo (quasi 6 miliardi) prevede vari interventi volti all’adattamento, la prevenzione e la gestione del rischio di inondazioni. Fra questi interventi ci sono azioni di sensibilizzazione, la protezione civile, i sistemi e le infrastrutture di gestione delle catastrofi e gli approcci basati sugli ecosistemi. Ci sono anche investimenti in ricerca e innovazione incentrati sull’economia a basse emissioni di carbonio, sulla resilienza e sull’adattamento ai cambiamenti climatici (3 miliardi in totale) Quasi tutte le misure in questa categoria sono orientate all’adattamento al cambiamento climatico.

La strategia geopolitica

Ormai è chiaro che l’invasione della Russia è un’azione che va ben oltre il territorio dell’Ucraina e minaccia gli interessi dell’Unione Europea.

E lo è ancora più chiaro nel momento in cui l’aggressore Putin imputa la colpa della sua scelta alla NATO e agli USA.

Infatti, entrambi non hanno le responsabilità citate da colui che sta bombardando indiscriminatamente i civili.

La decisione di Putin ha a che vedere con l’allargamento dell’Unione Europea e, quindi, all’influenza che questa, alleata fondamentale dell’occidente e in gran parte membro NATO, sta assumendo nell’area dove egli ritiene di avere un diritto.

(Ne ho parlato qui https://www.vincenzodarienzo.it/il-sostegno-delleuropa-alle-forze-armate-ucraine/)

L’Europa deve fermare chi ha violato la legalità internazionale con l’invasione.

Per questa basilare ragione, l’UE non può fare altro che scegliere il campo giusto della storia, quello democratico, e fermare la guerra il più presto possibile.

Per farlo, è necessario che l’Ucraina resista e che la Russia non vinca.

Solo questo può evitare altri passi simili in futuro.

Ho detto “che la Russia non vinca”, e, pertanto, non penso che “debba perdere”.

Infatti, l’obiettivo deve essere la salvaguardia della sovranità e dell’integrità territoriale dell’Ucraina, senza tentare di ottenere l’umiliazione della Russia, affinché sia l’Ucraina stessa a definire le condizioni per i negoziati.

Forte di questa convinzione, riesco a leggere e interpretare correttamente le informazioni che la stampa ci propina.

Ad esempio, è stato incredibile quanto accaduto sul messaggio troncato del discorso di Stoltenberg, segretario generale della Nato.

E’ stato riportato quando ha detto che “la disponibilità espressa da Zelensky di cedere la Crimea non sarà mai accettata dalla NATO” ed è stato troncato quanto ha aggiunto, ovvero che “saranno però il governo e il popolo ucraino a decidere in maniera sovrana su una possibile soluzione di pace”.

Questo passaggio fondamentale non è stato riportato ingenerando la convinzione che la NATO vuole la guerra. Così, si fa il gioco di Putin.

Devo ricordare, peraltro, che tranne sette Paesi, il resto del mondo non ha riconosciuto l’annessione della Crimea, quindi, il tema non si pone.

Che dolore, poi, il paragone che gli ammiratori di Putin fanno tra la resistenza ucraina e quella italiana, citata strumentalmente solo per dire che la Resistenza italiana aveva la possibilità di vincere, mentre quella ucraina no.

E quando ripetono che il Donbass non vale una messa? Riducono il confronto ad una sperduta regione dell’Ucraina, come se quello fosse il problema.

La smettano i putiniani di casa nostra e comprendano che la sicurezza dell’Europa si basa anche sull’indipendenza dalla Russia e sulla cooperazione con questo Paese e che è la volontà di potenza di Putin che ha portato la guerra in Europa.

Questo disegno va respinto e per farlo la Russia va costretta alla pace.

Solo così potremmo stare tranquilli in futuro.

L’andamento della pressione fiscale

La pressione fiscale è il rapporto tra le entrate (tributarie e contributive) e il Prodotto Interno Lordo.

Nel 2021 la pressione fiscale ha raggiunto il 43,5 per cento, in crescita rispetto al 42,8 per cento dell’anno prima.

Si tratta del valore più alto dal 1995, ma, in realtà, scorporando le agevolazioni fiscali che sono aumentate, la pressione fiscale effettiva è aumentata di poco, dal 41,4 al 41,8%.

Nel Documento di Economia e Finanza è ben specificato: la pressione fiscale non è rappresentativa del peso fiscale che grava effettivamente sui contribuenti. Infatti, nella contabilità dello Stato alcune agevolazioni fiscali sono classificate come spesa pubblica ed in particolare lo sono:

  • il Bonus IRPEF (ex 80 euro, divenuti 100), che comporta una riduzione del carico fiscale per i lavoratori dipendenti, anche agli incapienti, entro un certo reddito;
  • i crediti d’imposta concessi a famiglie e imprese che sono utilizzati in compensazione di tributi e contributi;
  • alcune detrazioni fiscali riconosciute ai contribuenti anche oltre il limite della capienza in dichiarazione.

Inoltre, sono registrati come spesa anche gli sgravi contributivi “selettivi”, ossia a favore di specifiche categorie di contribuenti o aree geografiche, ovvero le agevolazioni per favorire l’assunzione di giovani e donne l’occupazione nelle regioni del Sud.

Essendo le entrate fiscali contabilizzate al lordo delle agevolazioni citate, la pressione fiscale risulta superiore all’effettivo peso fiscale che grava sui contribuenti. Invece, scorporando le agevolazioni fiscali si ottiene un dato più rappresentativo della pressione fiscale effettiva.

Ebbene, nel 2020, le agevolazioni fiscali classificate come spese ammontavano a 23,2 miliardi. Nel 2021, le agevolazioni fiscali sono salite a 30,8 miliardi.

Il risultato è che la pressione fiscale cresce dal 41,4% del 2020 al 41,8% del 2021.

Le entrate che hanno comportato l’aumentato di 0,4 punti percentuali nel 2021 sono state le imposte indirette, soprattutto l’IVA, mentre quelle dirette hanno avuto l’effetto opposto.

Anche alcune entrate indirette minori sono aumentate, ad esempio i proventi da giochi e lotterie e le accise sui prodotti energetici, principalmente per la ripresa economica post pandemia.

Il prezzo dei carburanti in Italia

I prezzi dei carburanti sono la somma del prezzo di produzione e distribuzione della materia, più le accise e l’IVA. Le accise sono un ammontare fisso in euro per litro, mentre l’IVA, ora al 22 per cento, è calcolata sulla somma del prezzo della materia e delle accise.

La ripresa economica post-pandemia e la guerra in Ucraina hanno causato un forte aumento del prezzo di produzione dei carburanti in Italia, soprattutto trainato dall’incremento delle quotazioni del petrolio.

Per fare un confronto con il passato occorre prendere in considerazione i prezzi in termini reali, cioè al netto dell’inflazione. Per quanto riguarda la benzina, i prezzi in termini reali a marzo erano simili a quelli toccati durante le crisi petrolifere degli anni settanta e un po’ più alti di quelli raggiunti nel 2012.

Rispetto al passato, però, è cambiato il peso delle componenti che costituiscono il costo finale della benzina. Durante le crisi petrolifere, il prezzo reale (al netto delle imposte) pesava poco sul prezzo finale.

In altre parole, negli anni settanta il peso delle accise rappresentava circa il 60% del prezzo finale, mentre a marzo scorso costituiva il 34% del totale, ergo è aumentato il prezzo di produzione e distribuzione.

Anche il prezzo del gasolio in termini reali ha subito l’aumento del prezzo di produzione e trasporto della materia. Infatti, il peso della tassazione sul gasolio a marzo 2022 pesava per il 47% sul prezzo finale.

Il prezzo della benzina in Italia a marzo era il terzo più alto in Europa, tenendo, però, conto che dei più bassi prezzi dei paesi dell’Est Europa, dove il costo pre-tasse è inferiore.

Per questo motivo, a fine marzo abbiamo deciso di ridurre le accise di 25 centesimi su benzina e gasolio. L’intervento ha ulteriormente ridotto il peso delle tasse sui carburanti, facendo rientrare l’Italia poco più su della media europea.

Tutto questo per dire che non è del tutto reale che il prezzo dei carburanti sono alti a causa della tassazione.

Ovviamente, speriamo che l’incidenza delle tensioni in Ucraina possa cessare.

Perché il prezzo del gas sale e scende?

Nella nostra economia il gas ormai ha un ruolo fondamentale. Non solo per produrre energia elettrica, garantire l’illuminazione pubblica, il riscaldamento ed il condizionamento, ma anche per far funzionare le nostre industrie, in particolare quelle cd. Energivore, più che necessarie per produrre beni irrinunciabili in tantissimi settori commerciali e industriali.

Il gas è diventato ancora più importante anche a causa dei cambiamenti climatici. Meno acqua c’è, meno energia producono le nostre centrali termoelettriche.

Il prezzo del gas viene governato dalla borsa europea che si trova ad Amsterdam. Gli intermediari fissano il prezzo sulla base dell’aspettativa che il metano sia carente o in eccesso sul medio-lungo termine.

Si tratta di una normale azione del mercato in base alla quale i contratti prevedono la consegna del bene, ma il pagamento del prezzo pattuito avviene a una data futura prefissata e non nel momento in cui le parti, acquirente e venditore, raggiungono l’accordo. Questi contratti vengono negoziati in Borsa.

Le negoziazioni subiscono, ovviamente, l’influenza delle informazioni economiche condizionate dal conflitto in corso. Ad esempio, è bastato far filtrare la volontà che il pagamento in rubli del gas, condizione non scritta nei contratti con gli operatori europei, non sarà previsto fino al prossimo mese per far scendere il prezzo dei contratti “futuri” del gas, anche se di poco.

La domanda attuale, comunque, è: l’Europa può sostituire il gas russo? E come?

Non è semplice. Il gas russo, che paradossalmente, costa meno se comprato direttamente dalla Russia anziché alla Borsa di Amsterdam, viaggia su una rete di gasdotti già preordinata che alimenta le forniture in maniera puntuale seppur il rubinetto di quanto metano viaggia sulla rete lo decide principalmente Mosca, all’interno dei perimetri stabiliti dai contratti.

Il taglio netto, però, farebbe venire meno introiti per la Russia tra gli 800 milioni e 1 miliardo di euro al giorno, solo per l’Europa.

Il governo ha avviato contatti con Algeria e Azerbaijan (Paesi-fornitori di metano che transita su due gasdotti che arrivano in Italia: il Tap a Melendugno in Puglia, il Transmed che si aggancia alla rete di Snam a Mazara del Vallo in Sicilia), Angola, Congo, Qatar e forse Mozambico, per disintermediare le forniture russe sostituendole con gas naturale liquefatto prodotto da questi Paesi per sostituire la quota di import di metano russo che l’anno scorso ha toccato i 29 miliardi di metri cubi, il 38% del nostro fabbisogno.

Ovviamente, il prezzo del gas naturale liquefatto è in salita, sia per l’aumento della domanda in futuro (qui ritorna il ragionamento sui contratti “futuri”) a fronte di un’offerta che per almeno due/tre anni resterà tale ad oggi, sia perché non si riesce fare a meno del gas russo in pochi mesi e sia perché non è possibile dotarsi in breve tempo di rigassificatori in grado di compensare i circa 150 miliardi di metri cubi importati in Europa nel 2021 dalla Russia.

Lo Stato monitori le insopportabili espressioni filo russe.

Degli strani rapporti tra Verona e la Russia ho già scritto qui https://www.vincenzodarienzo.it/a-verona-arrivano-i-cosacchi/.

La novità attuale, invece, è che è’ stato organizzato un banchetto in Piazza Bra da sostenitori del Donbass, ovvero dell’area dell’Ucraina che la Russia vuole annettere a sé.

Quell’iniziativa, con tanto di bandiere di “Repubbliche” inesistenti giuridicamente e la divulgazione di contenuti propagandistici fuorvianti ed irrealistici, è la ridicola esposizione delle ragioni dell’aggressione di Putin all’Ucraina.

Solo in democrazia si può consentire che alcuni manifestino il loro pensiero a favore dei nemici dell’Italia, dell’Unione Europea e dell’Alleanza Atlantica.

Solo una corposa dose di democrazia può permettere che a Verona ci sia il responsabile dell’ufficio territoriale della Repubblica Popolare di Donetsk, mai riconosciuta dall’Unione Europea.

Quell’assurda esposizione di simboli mi conferma che a Verona in diversi hanno aperto le porte a influenze e convinzioni dannose e pericolose.

La Russia oggi è un nemico dell’Unione Europea e dei valori della democrazia occidentale, ma viene presentata come la vittima dell’aggressione in una surreale ricostruzione degna della propaganda di Putin che, però, solo in Russia può funzionare.

Sebbene gli autori si siano coperti di ridicolo, non si tratta di una goliardata. Io non sottovaluto la portata negativa di quel banchetto e avverto come un pericolo favorire il radicamento di certe opinioni.

Nel Paese che amano, se avessero manifestato contro li avrebbero già incarcerati per quindici anni.

Non abbassiamo la guardia. Sono sempre più convinto che a Verona si è, di fatto, costituita una regia fisica del progetto di radicamento e di diffusione dei programmi economici e di influenza benevola verso la Russia.

Quel banchetto è solo la punta dell’iceberg di quanto si muove nell’ombra o nell’accettazione inconsapevole ed in buona fede da parte della nostra comunità.

Mi confermo sempre di più che lo Stato debba monitorare questi episodi e, soprattutto, la presenza di queste micro organizzazioni idealmente riconducibili alla Russia che promuovono, anche facendo leva su teorie cospirazioniste, la rinuncia in tutto o in parte alle iniziative prese dal Governo italiano contro la Federazione Russa.