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Zaia chiarisca su Crisanti

Il giorno 8 gennaio scorso è stata pubblicata un’inchiesta dal settimanale l’Espresso secondo la quale “vertici della regione Veneto” avrebbero indebitamente “fatto pressione” su due primari dell’ospedale di Padova per far loro firmare una lettera relativa a uno studio sui tamponi rapidi. Tale lettera, indirizzata al direttore dell’ospedale, e poi pubblicata a mezzo stampa, sarebbe servita a prendere le distanze da uno studio sui limiti dei tamponi rapidi curato dal professor Andrea Crisanti, membro del Comitato scientifico COVID-19 della regione.

Lo studio, secondo l’inchiesta, avrebbe “violato la privacy dei pazienti o le formalità procedurali di autorizzazione dei test clinici”.

Secondo la citata inchiesta, i due primari avrebbero indirizzato una seconda lettera al direttore dell’ospedale in cui si precisava che tale studio sarebbe stato condotto rispettando le procedure. Tale lettera, tuttavia, – secondo quanto riportato dall’Espresso – non è stata pubblicata a mezzo stampa.

Secondo Espresso, lo studio aveva dimostrato l’alto margine di errore dei tamponi rapidi, con sensibilità attestata intorno a un valore del 70 per cento, risultando quindi molto meno affidabili dei tamponi molecolari nell’individuare persone positive al COVID-19, anche in casi di alta carica virale.

Il 21 ottobre, giorno in cui secondo l’inchiesta tale studio è stato divulgato, Azienza Zero, l’ente incaricato di garantire la razionalizzazione, l’integrazione e l’efficientamento dei servizi sanitari, sociosanitari e tecnico amministrativi delle strutture regionali del Veneto, aveva in corso una procedura di appalto per la fornitura di tamponi rapidi per un totale di 148 milioni di euro.

Sempre secondo quanto riportato dall’Espresso, il professor Crisanti sarebbe stato “emarginato dalla giunta” regionale, la quale ha trasferito da Padova a Treviso e Venezia il coordinamento dei test sul virus.

Su questi gravi fatti, ho presentato un’interrogazione parlamentare per sapere quali iniziative intenda adottare il Ministroal fine di verificare la veridicità dei fatti esposti in premessa e di fare chiarezza su ruolo svolto dalla regione Veneto in merito alla procedura di appalto per la fornitura di tamponi rapidi e alla estromissione del professor Crisanti.

In pratica, il Presidente Zaia deve dire se è vero quanto pubblicato da L’Espresso circa le pressioni e le minacce da parte delle ‘alte sfere’ della regione Veneto.

Se fosse vero, sarebbe una cosa inaudita.

Pressare, anche con minacce, la scienza medica per far valere proprie ragioni ‘politiche’ e, soprattutto, non consentire il libero confronto su soluzioni che potrebbero evitare tante sofferenze e lutti è la più grave delle responsabilità che qualcuno può commettere.

Va diradata questa nebbia che incide sulla credibilità e moralità, sua e della regione Veneto.

L’accoglienza torna ad essere umana.

Che i decreti sicurezza voluti da Salvini non funzionassero, si era capito sin da subito. Con il falso problema della sicurezza, aveva menomato i principi cardine dell’accoglienza e dell’umanità.

Immediatamente, anche il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella aveva segnalato al Parlamento diversi problemi con i decreti, inutilmente restrittivi e a rischio di fronte al diritto internazionale, che resta comunque superiore anche alla nostra Costituzione.

Salvini aveva voluto eliminare alcuni diritti che, al contrario, sono strettamente connessi con la vita umana delle persone, indipendentemente dalla provenienza. Una foga ideologica che ha sempre dato il sapore dell’odio verso gli altri, aggravata dalla palese violazione dei diritti.

Con la nostra riforma, abbiamo reintrodotto la protezione umanitaria che era stata cancellata.

La protezione è un diritto soggettivo che va riconosciuto tutte le volte in cui si riscontrano rischi nei confronti degli obblighi derivanti da norme costituzionali o dall’adesione dell’Italia a norme internazionali. Non è una tipizzazione di alcuni casi, che lascia sempre fuori altre situazioni, ma una norma di ampio respiro che ha a che vedere con i diritti umani.

Abbiamo rimesso al centro il principio sancito dall’articolo 8 della Convenzione europea sui diritti dell’uomo: quando c’è un evidente rischio di violazione della vita privata e familiare, sia nel paese di origine che in Italia, i percorsi di vita delle persone vanno protetti.

Questo non significa proteggere tutti. No, questa è la propaganda salviniana. Infatti, per ciascun nuovo arrivo vi è un percorso di garanzia in grado di comprendere se vi sono quelle caratteristiche per accogliere o per non accogliere una persona.

L’esperienza vissuta con i decreti Salvini è stata devastante. Senza alcun discernimento

migliaia di persone e famiglie erano finite fuori dai percorsi di accoglienza, in alcuni casi tornati in situazione di irregolarità e spesso senza più una casa.

In pratica, finito il soggiorno c’era solo l’irregolarità, una situazione di evidente irrazionalità e disperazione per le persone che magari avevano costruito dei percorsi anche lunghi in Italia e che a un certo punto si vedevano espulse da sistema.

Abbiamo cancellato questa assurdità. Se una persona vive in Italia e vuole rimanerci avendone, però, chiaramente le caratteristiche, può restare per lavoro, per studio o comunque per un inserimento socio-lavorativo. In questo modo si favorisce l’integrazione.

Abbiamo cancellato l’abominio che Salvini aveva imposto per il soccorso in mare, ovvero quello che il governo aveva il potere di impedire l’ingresso nelle acque territoriali italiane alle navi di soccorso.

Oggi, l’impedimento all’accesso e al transito nelle acque territoriali non può avvenire in caso di operazioni di soccorso, che sono comunicate alle competenti autorità di coordinamento.

Protezione umanitaria, integrazione di chi ha diritto a restare e soccorso in mare, tra principi che rivestono di umanità una scelta politica difficile, controversa, ma che pone al centro di tutto la persona umana e non le vuote ideologie.

L’Europa è pronta per l’era digitale.

La Commissione Europea ha proposto una riforma ambiziosa dello spazio digitale, una serie completa di nuove norme per tutti i servizi digitali, compresi i social media, i mercati online e altre piattaforme online che operano nell’Unione europea: la legge sui servizi digitali e la legge sui mercati digitali.

Le nuove norme proteggeranno in modo più efficace i consumatori e i loro diritti fondamentali online e renderanno i mercati digitali più equi e più aperti per tutti.

Le nuove norme , che promuovono l’innovazione, la crescita e la competitività e fornirà agli utenti servizi online nuovi, migliori e affidabili, vieteranno l’imposizione di condizioni inique da parte delle piattaforme online.

Molte piattaforme online occupano ormai un posto centrale nella vita dei cittadini e delle aziende, e persino nella nostra società e nella nostra democrazia in generale. E’, quindi, il caso di organizzare questo spazio digitale per i prossimi decenni.

Legge sui servizi digitali.

Alcuni grandi operatori sono diventati spazi quasi pubblici per la condivisione di informazioni e per il commercio online e hanno assunto una natura sistemica, il che comporta rischi particolari per i diritti degli utenti, i flussi di informazioni e la partecipazione del pubblico.

Con questa legge saranno previste nuove procedure per una più rapida rimozione dei contenuti illegali e una protezione globale dei diritti fondamentali degli utenti online. Il nuovo quadro riequilibrerà i diritti e le responsabilità degli utenti, delle piattaforme di intermediazione e delle autorità pubbliche e si baserà sui valori europei, compresi il rispetto dei diritti umani, la libertà, la democrazia, l’uguaglianza e lo Stato di diritto.

Legge sui mercati digitali

La legge sui mercati digitali, invece, affronta le conseguenze negative derivanti da determinati comportamenti delle piattaforme che hanno assunto il ruolo di controllori dell’accesso al mercato digitale. Si tratta di piattaforme che hanno un impatto significativo sul mercato interno, fungono da importante punto di accesso attraverso il quale gli utenti commerciali raggiungono i consumatori e godono, o potranno presumibilmente godere, di una posizione consolidata e duratura, che può conferire loro il potere di agire come legislatori privati e di costituire una strozzatura tra le aziende e i consumatori.

Concretamente, la legge sui mercati digitali introdurrà una serie di nuovi obblighi armonizzati per i servizi digitali a livello dell’UE, attentamente calibrati in funzione delle dimensioni di tali servizi e del loro impatto, quali: norme per la rimozione di beni, servizi o contenuti illegali online; garanzie per gli utenti i cui contenuti sono stati erroneamente cancellati dalle piattaforme; nuovi obblighi per le piattaforme di grandi dimensioni di adottare misure basate sul rischio al fine di prevenire abusi dei loro sistemi; misure di trasparenza di ampia portata, anche per quanto riguarda la pubblicità online e gli algoritmi utilizzati per consigliare contenuti agli utenti; nuovi poteri per verificare il funzionamento delle piattaforme, anche agevolando l’accesso dei ricercatori a dati chiave delle piattaforme; nuove norme sulla tracciabilità degli utenti commerciali nei mercati online, per contribuire a rintracciare i venditori di beni o servizi illegali; un processo di cooperazione innovativo tra le autorità pubbliche per garantire un’applicazione efficace in tutto il mercato unico.

Essa si applicherà solo ai principali fornitori dei servizi di piattaforme di base più inclini a ricorrere a pratiche sleali, come i motori di ricerca, i social network o i servizi di intermediazione online, che soddisfano i criteri legislativi oggettivi per essere designati come controllori dell’accesso; fisserà soglie quantitative come base per individuare controllori dell’accesso presunti.

Prossime tappe: il Parlamento europeo e gli Stati membri discuteranno le proposte della Commissione nell’ambito della procedura legislativa ordinaria. In caso di adozione, il testo definitivo sarà direttamente applicabile in tutta l’Unione europea.

Zaia ha fallito e noi paghiamo le conseguenze.

I dati del, Veneto sono allarmanti.

Tra contagiati, posti occupati negli ospedali, condizioni nelle RSA e decessi, siamo molto oltre la prima ondata pandemica di primavera.

Allora, il beneficio fu certamente il lockdown totale, unica soluzione per contrastare la diffusione del virus.

Dal 4 maggio le decisioni sono ripartite tra lo Stato e le Regioni.

Sulla base di 21 parametri decisi insieme, lo Stato attua i provvedimenti meglio conosciuti come “zone, gialle, arancioni e rosse” nell’ambito delle quali sono stabilite misure automatiche e generali.

Sempre nelle medesime aree, però, le Regioni possono attuare restrizioni ulteriori, sulla base dei dati epidemiologici.

Qui, il grave errore di Zaia, dal primo giorno della decisione della zona gialla per il Veneto.

Egli ha puntato tutto sull’effettuazione massiccia dei tamponi, in particolare privilegiando quelli rapidi.

Questa scelta avrebbe dovuto consentire l’individuazione dei contagiati, il loro isolamento e il loro tracciamento. In questo modo, arginando la diffusione, non sarebbero servire altre decisioni più drastiche.

C’è stato un momento in cui ha fatto credere che puntava su uno strano tampone “fai da te” per aumentare la quota dei tamponi. In tanti lo hanno seguito, poi quella cosa è sparita, per nostra fortuna.

Questo comportamento è stato un fallimento.

Primo, perché ha ingenerato la convinzione che il virus era fortemente contrastato e monitorato. Il binomio tamponi/niente restrizioni ha favorito gli spostamenti, convinti che le cose fossero sotto controllo.

Secondo, perché i tamponi rapidi si sono dimostrati non adeguati al livello di confronto, tant’è che il Dipartimento della Prevenzione del Ministero della Salute non li conteggia.

E, purtroppo, i risultati sono più che evidenti – aggravati dall’impossibilità di tracciare tutti – e confermano che il sostanziale “liberi tutti” è stato il problema principale delle scelte di Zaia.

D’altronde, bastava seguire i suoi sermoni quotidiani per comprendere che mai parlava di scelte, ma solo di aria fritta e ovvietà imbarazzanti, peraltro, ben esposte dal comico Crozza.

Il colpo finale al suo fallimento, lo ha decretato lui stesso: ha chiesto al Governo la zona rossa fino all’Epifania.

Con questa mossa ha messo la parola fine a tante sciocchezze e convinzioni che hanno procurato al Veneto i danni peggiori rispetto alle altre realtà.

Approvata la riforma del MES

La riforma del Meccanismo europeo di stabilità (MES), che serve per fornire assistenza finanziaria ai Paesi dell’eurozona, nel caso in cui tale intervento risultasse indispensabile per salvaguardarne la stabilità finanziaria dell’area valutaria complessivamente considerata e dei suoi Stati membri, è stato approvata.

L’assistenza finanziaria del MES può essere offerta sempre previa domanda da parte di uno Stato aderente.

La fornitura di assistenza finanziaria ha, come conseguenza, la definizione di condizioni che lo Stato debitore è chiamato a rispettare, più o meno rigorose in ragione dello strumento di assistenza finanziaria scelto. Tali condizioni possono fare riferimento ad azioni e programmi da attuare per ottenere un miglioramento del bilancio dello Stato, o a parametri per i quali viene fissato un obiettivo quantitativo da rispettare, lasciando allo Stato la definizione degli strumenti da utilizzare a tal fine.

L’obiettivo del MES è, dunque, quello di salvaguardare la stabilità finanziaria della zona euro nel suo complesso e dei suoi Stati membri. A tal fine, il meccanismo può intervenire per fornire un sostegno alla stabilità dei Paesi aderenti che si trovino in gravi difficoltà finanziarie o ne siano minacciati, sulla base di condizioni rigorose, commisurate allo specifico strumento di sostegno utilizzato.

In particolare, il MES può:

  • fornire assistenza finanziaria precauzionale a uno Stato membro sotto forma di linea di credito condizionale precauzionale o sotto forma di linea di credito soggetta a condizioni rafforzate,
  • concedere assistenza finanziaria a un membro ricorrendo a prestiti con l’obiettivo specifico di sottoscrivere titoli rappresentativi del capitale di istituzioni finanziarie dello stesso Paese membro,
  • concedere assistenza finanziaria a un membro ricorrendo a prestiti non connessi a uno specifico obiettivo,
  • acquistare titoli di debito degli Stati membri in sede di emissione e sul mercato secondario.

La novità introdotta da ultimo, è che tra le decisioni assunte vi è anche un nuovo Strumento di sostegno alla crisi pandemica.

Infatti, è stato istituito nell’ambito del Trattato vigente del MES, un fondo volto a finanziare i costi dell’assistenza sanitaria nazionale. L’unico requisito per accedere alla linea di credito consiste nell’impegno da parte degli Stati richiedenti ad utilizzare le risorse per sostenere il finanziamento interno dell’assistenza sanitaria diretta e indiretta e i costi relativi alla cura e alla prevenzione causati dall’emergenza.

A tal fine, gli Stati richiedenti sono tenuti a predisporre un dettagliato Piano di risposta alla pandemia.

L’ammontare complessivo massimo delle risorse a disposizione di ciascuno Stato sarebbe pari al 2% del PIL del rispettivo Stato alla fine del 2019 (si tratterebbe di circa 240 miliardi di euro totali; circa 36 miliardi di euro per l’Italia).

 

L’Europa per il miglioramento del clima

Nel corso del Consiglio d’Europa è stata assunta un’importantissima decisione: è obiettivo UE vincolante la riduzione interna netta delle emissioni di gas a effetto serra di almeno il 55% entro il 2030 rispetto ai livelli del 1990.

Un altro passo importante per affrontare i cambiamenti climatici.

Accrescere l’ambizione europea in materia di clima stimolerà una crescita economica sostenibile, creerà posti di lavoro, produrrà benefici per la salute e l’ambiente a vantaggio dei cittadini dell’UE e contribuirà alla competitività mondiale a lungo termine dell’economia dell’UE promuovendo l’innovazione nelle tecnologie verdi.

L’obiettivo sarà raggiunto collettivamente dall’UE nel modo più efficiente possibile in termini di costi. Tutti gli Stati membri parteciperanno a tale sforzo, alla luce di considerazioni di equità e solidarietà, senza lasciare indietro nessuno. Il nuovo obiettivo 2030 deve essere conseguito in maniera tale da preservare la competitività dell’UE e tener conto dei diversi punti di partenza, delle specifiche situazioni nazionali e del potenziale di riduzione delle emissioni degli Stati membri, compresi gli Stati membri insulari e le isole, come pure degli sforzi compiuti.

Il Consiglio europeo ha riconosciuto la necessità di garantire le interconnessioni, la sicurezza energetica per tutti gli Stati membri e l’energia a un prezzo abbordabile per le famiglie e le imprese nonché di rispettare il diritto degli Stati membri di decidere in merito ai rispettivi mix energetici e di scegliere le tecnologie più appropriate per conseguire collettivamente l’obiettivo climatico 2030, comprese le tecnologie di transizione come il gas.

Toccherà, quindi, anche all’Italia, mobilitare finanziamenti pubblici e capitali privati per far fronte alle significative esigenze di investimento derivanti da questa maggiore ambizione.

La risposta economica alla crisi del coronavirus offre l’opportunità di accelerare la trasformazione e la modernizzazione sostenibili delle nostre economie nonché di ottenere un vantaggio competitivo. Occorre sfruttare al meglio il pacchetto Next Generation EU, per il quale almeno il 30% dell’importo totale della spesa va impiegato verso l’obiettivo green.

E’ stata fissata una tabella di marcia della banca per il clima 2021-2025 del Gruppo BEI, la quale contribuirà a onorare l’impegno del Gruppo BEI di sostenere investimenti per un valore di 1 000 miliardi di EUR a favore del clima e dell’ambiente entro il 2030.

La decisione presa è molto rilevante e avrà un forte impatto sulle politiche economiche italiane. Da anni stiamo investendo significativamente nel settore climatico e dobbiamo proseguire per raggiungere l’obiettivo che abbiamo condiviso.

Il centro tamponi di Marzana non funziona! 

Il centro tamponi H24 di Marzana è assolutamente inefficace per affrontare il problema della rilevazione dei contagi con la tempestività che serve in questo momento.

Anzi, chi si rivolge a quel centro, non solo rischia qualcosa in termini di salute, ma mette in pericolo anche la salute degli altri.

Per avere il referto di un tampone molecolare, l’utente che si reca in quel centro tamponi aspetta anche tre giorni. Inaccettabile.

Il rischio è evidente:

  1. se l’utente è positivo asintomatico, per almeno tre giorni va in giro tranquillamente e inconsapevolmente con l’elevata probabilità che contagi tanti altri;
  2. se, invece, ha sintomi, non può iniziare subito l’assunzione dei medicinali previsti – tachipirina, antibiotici e cortisone – con il rischio che, intanto, il virus prosegua indisturbato nella sua pericolosa azione.

A ciò si aggiunge la comunicazione fuorviante sul sito della ULSS 9 che il centro tamponi presso la Fiera è aperto dalle 7 alle 19, ma nei giorni scorsi chi si recava lì dopo le 17 trovava i cancelli chiusi.

Cosa succede a Marzana? Perché così tanto tempo per avere l’esito di un tampone? Ed un referto con così tanto ritardo, è un referto sicuro?

Non ne parliamo, poi, del luogo fisico.

Una stanzetta di circa 10 mq con annessa un’appendice (qualcosa che somiglia ad un ingresso laterale) di circa 3mq.

Nel locale più grande vi è l’accettazione, nel più piccolo si effettuano i tamponi.

Ebbene, tutto viene svolto in assoluta promiscuità.

Al momento in cui ho fatto il tampone, le due code (accettazione e tampone) insistevano nel medesimo spazio per un totale di circa 7 persone (altre 10 circa attendevano di entrare).

In entrambi i locali non ho rilevato finestre e comunque non erano aperte.

Gli utenti avevano motivazioni diverse (era possibile sentire tutto dall’accettazione). Alcuni dei presenti dichiaravano la loro positività (per il tampone di controllo), altri la presenza di sintomi compatibili con il covid-19. Essi erano in coda tranquillamente insieme agli altri.

A me è parso chiaramente che gli spazi destinati ai tamponi, l’impossibilità fisica di gestire gli accessi in spazi così limitati e lo spazietto chiuso ove si effettuano fisicamente i tamponi medesimi, siano punti critici rispetto a quanto dovrebbe essere fatto.

Sono molto preoccupato per questo tipo di organizzazione perché vedo falle che non consentirebbero di affrontare la diffusione dei contagi a Verona con efficacia e tempestività.

Le conseguenza di questa organizzazione potrebbe essere molto pericolosa, a partire da chi si aggrava per arrivare all’impossibilità di tracciare i contatti del positivo asintomatico che per almeno tre giorni va in giro normalmente.

Serve personale? Mancano i reagenti? Non ci sono spazi diversi? Sono troppi i tamponi? Insomma, qual è il problema che va affrontato e risolto?

Non si può mettere su un’opportunità del genere e poi fallire il risultato. In questo modo si fa solo propaganda e non si risolve alcunché.

Vorrei sentire parlare di questo durante le tante conferenze stampa dove vengono fornite solo informazioni che non attengono alla realtà dei fatti che quotidianamente vivono i veronesi quando si recano in quel centro.

Alcune risposte ai sermoni di Zaia

Di solito non seguo le conferenze di Zaia, sono senza contraddittorio e gli fanno dire quello che vuole lui.

In questi giorni, però, mi sono fatto forza e le ho seguite.

Forse sarà il caso di seguirlo più spesso, in attesa che qualche giornalista gli ponga, finalmente, domande.

Per tutte le cose che ha detto, ho risposto.

  1. ” ..certo è che questo Dpcm è talmente incisivo sugli aspetti degli spostamenti che il Governo si è visto costretto ad approvare un Decreto legge”. Non è vero. Da ottobre scorso si è deciso che le regole le fissa il Parlamento con un voto ad un Decreto Legge, dal quale discende il DPCM;
  2. “…la mancata ricongiunzione dei parenti di primo grado genitori-figli se non abitano nello stesso comune”. Potrei concordare, sono tra quelli che ha chiesto al Governo di consentire a persone che vivono in comuni medio-piccoli di ricongiungersi per poche ore con familiari che abitano in altri comuni.
  3. “..immaginate che a Natale non potete vedere i figli o i genitori, poi vi affacciate alla finestra e vedete le piazze piene di gente che fanno lo spritz.” È una retorica inutile, soprattutto detta da chi può evitarlo con le proprie ordinanza. Se non è d’accordo con lo spritz, lo vieti in Veneto. Può tranquillamente farlo;
  4. “..non penso che il pranzo di Natale con i parenti rovini il piano di salute pubblica”. Questa è una sciocchezza populista. La stragrande maggioranza dei contagi avviene negli ambienti familiari;
  5. “…non si può esautorare la Regione affidando ai prefetti il coordinamento dei trasporti scolastici.” Il problema, caro Zaia, è che nonostante Legge e soldi ti consentivano di mettere sulle strade servizi scolastici aggiuntivi sin dall’apertura delle scuole, in Veneto, sono partiti solo il 26 ottobre. Meglio, allora, che se ne occupino altri. Per la nostra salute;
  6. “..non abbiamo fatto proposte, abbiamo semplicemente fatto delle osservazioni. Forse varrebbe la pena di agire in modo molto più severo sugli assembramenti negli spazi pubblici”. Ecco il punto. Non fa mai proposte perché non vuole responsabilità e chiede severità al Governo sugli assembramenti, ovvero cose che può tranquillamente fare lui.
  7. «Anche questa volta non siamo riusciti a costruire un provvedimento con il governo».Non è vero. Tutti i DPCM vengono preceduti da un dibattito parlamentare. Il Ministro della Salute presenta i dati e le intenzioni e Camera e Senato votano le risoluzioni di indirizzo per il Governo. Dalle Risoluzioni il Governo trae gli elementi per approvare un Decreto legge che autorizza il Presidente del Consiglio ad emanare i DPCM. Dopodiché viene redatta una bozza sulla quale viene avviato il confronto con le Regioni ed i Comuni. Solo al termine di questo iter, viene emanato il DPCM. In tutte le fasi, Parlamento, Regioni e Comuni le opposizioni sono pienamente coinvolte e informate. Il loro problema è che non approviamo le cose incredibili che propongono. Una serie di voli pindarici che non tengono conto dei dati statistici forniti dalla scienza. Questa è la realtà.
  1. “Spostamento tra Comuni. E’ stata applicata la stessa regola a un comune che ha la dimensione di una regione come ad uno piccolissimo. Non sono contrario alla norma, sono contrario alla sperequazione che fa questa norma”. Caro Zaia, sei stato contrario perché la vostra proposta era un liberi tutti nella regione. Forse era meglio limitare gli spostamenti tra Comuni vicini o valutare le situazioni con anziani soli, come avevo chiesto con altri Senatori.
  1. «…è innegabile che ritrovarsi con i familiari rappresenti un fattore di rischio, ma dire che la chiusura dei comuni ne rappresenti la soluzione, non è realistico. Non è una battaglia di bandiera ma di civiltà». Una retorica populista inutile e fuorviante, perché banalmente dice tutto ed il suo contrario. Se il tema è tutelare i più anziani non è di buon senso il liberi tutti, come chiedeva lui.

Non ho tralasciato nulla, ovvero, non ha mai detto qualcosa sulle scelte sanitarie che si stanno facendo in Regione, Aperture di ospedali Covid, gestione case di riposo, saturazione ospedale Legnago, vaccini antinfluenzali. Niente sulle robe sue, parla solo di quelle del Governo.

Le regole per Natale e Capodanno.

Con questo nuovo Decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri sono state fissate le regole per i prossimi giorni e quelle specifiche per i giorni di Natale e Capodanno.

Si tratta di restrizioni dettate dall’esigenza di contrastare efficacemente la diffusione del virus.

Non crediamo alle polemiche delle destre, soprattutto a quella che le decisioni vengono prese senza il loro coinvolgimento. E’ una menzogna.

Tutti i DPCM vengono preceduti da un dibattito parlamentare. Il Ministro della Salute presenta i dati e le intenzioni e Camera e Senato votano le risoluzioni di indirizzo per il Governo. Dalle Risoluzioni il Governo trae gli elementi per approvare un Decreto legge che autorizza il Presidente del Consiglio ad emanare i DPCM. Dopodiché viene redatta una bozza sulla quale viene avviato il confronto con le Regioni ed i Comuni. Solo al termine di questo iter, viene emanato il DPCM.

In tutte le fasi, Parlamento, Regioni e Comuni le opposizioni sono pienamente coinvolte e informate.

Il loro problema è che non approviamo le cose incredibili che propongono. Una serie di voli pindarici che non tengono conto dei dati statistici forniti dalla scienza.

Questa è la realtà.

 

dPCM 03 dicembre 2020

La violenza contro le donne è un crimine.

Il 25 novembre scorso è stata la giornata internazionale contro la violenza sulle donne. Per comprendere meglio questo grave fenomeno sociale che affligge il nostro Paese, per restare dentro i confini nazionali, credo sia utile rendere noti due dati che sono significativi e che vanno oltre gli omicidi, dei quali si parla, che sono stati 133 nel 2018, 111 nel 2019 e 91 nei primi dieci mesi del 2020.

Partiamo dall’accesso ai Pronto Soccorso degli ospedali. Il 24 novembre 2017 sono state adottate le linee guida nazionali rivolte alle aziende sanitarie e ospedaliere per garantire un intervento adeguato e integrato nel trattamento delle conseguenze fisiche e psicologiche che la violenza maschile produce sulla salute della donna.

Le linee guida delineano un percorso per le donne che subiscono violenza, a partire dal triage ospedaliero fino al loro accompagnamento o orientamento, se consenzienti, ai servizi pubblici e privati dedicati.

Il Ministero della salute, utilizzando i dati degli accessi al Pronto Soccorso, ha effettuato un monitoraggio a livello nazionale degli accessi delle donne vittime di violenza per gli anni 2017 – 2019. Ebbene, sono state 19.166 le donne vittime di questi episodi di violenza e di queste il 34% sono state accompagnate con l’intervento del 118.

Il secondo dato importante riguarda le chiamate al numero verde 1522 nel periodo compreso tra marzo e ottobre 2020. Il numero verde è promosso e gestito dal Dipartimento per le Pari Opportunità presso la Presidenza del Consiglio.

I dati provenienti dalle chiamate al 1522, messi a confronto con lo stesso periodo degli anni precedenti, forniscono indicazioni utili all’evoluzione del fenomeno nel corso del lockdown.

Ebbene, il numero delle chiamate valide sia telefoniche sia via chat nel periodo compreso tra marzo e ottobre 2020 è notevolmente cresciuto rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente (+71,7%), passando da 13.424 a 23.071. La crescita delle richieste di aiuto tramite chat è triplicata passando da 829 a 3.347 messaggi.

Nel periodo considerato, rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente, le telefonate  sono cresciute del 107%. Crescono anche le chiamate per avere informazioni sui Centri Anti Violenza (+65,7%).