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Guerra in Ucraina: cosa pensano gli italiani?

In Ucraina, quello che avrebbe dovuto essere un blitz si è trasformato in un conflitto protratto.

In Merito, l’Istituto per gli studi di politica internazionale ha effettuato un sondaggio, con diverse domande.

Vediamole.

E’ colpa di Putin o è corresponsabile la NATO?

Gli sono piuttosto netti: oltre 6 su 10 individuano nel Presidente russo Vladimir Putin il principale responsabile, percentuale che sale al 74% se si escludono gli indecisi. Rimane tuttavia un 22% di italiani che pensa che il principale indiziato del conflitto in corso sia da ricercarsi nella NATO (17%) o, minoritariamente, nel Presidente ucraino Volodymyr Zelensky (5%).

Quale può essere il più probabile esito della guerra in Ucraina?

La maggioranza relativa degli italiani (44%) è concorde: solo con un accordo di pace in cui ciascuna delle parti rinunci a qualcosa. Seguono, quasi appaiate, soluzioni minoritarie come la resa incondizionata dell’Ucraina (11%), un colpo di stato in Russia (10%) o l’intervento militare della NATO (9%).

La NATO deve intervenire direttamente nel conflitto?

Il 60,1% degli intervistati sostiene che l’Alleanza Atlantica non dovrebbe entrare in campo in nessun caso, mentre meno del 20% auspica un’azione militare diretta. E’ giusto ricordare che solo in caso di aggressione ad uno degli Stati membri della NATO, questa può intervenire.

Per aiutare la popolazione ucraina a respingere l’invasione russa è giusto che l’Unione Europea fornisca armi?

L’opinione degli italiani è molto divisa: le percentuali di coloro che sono a favore o contrari sostanzialmente si equivalgono. Al 38,6% di no si contrappongono il 28,6% di intervistati d’accordo con l’invio di armi e il 9,1% che vorrebbero fornire a Kiev armi ancora più potenti. Fa riflettere anche il 23,7% di incerti.

E’ certamente un coinvolgimento di carattere morale su un tema su cui è difficile prendere una posizione netta.

Le sanzioni sono utili?

Una maggioranza relativa di italiani (49%) si dice favorevole alle sanzioni alla Russia perché possono contribuire a risolvere il conflitto. Una maggioranza che sale fino al 56% se escludiamo le persone indecise. Ciò tuttavia il 37% degli italiani, e il 44% di chi esprime una opinione, si dice sfavorevole alle sanzioni contro Mosca.

Tra i favorevoli, inoltre, prevale nettamente l’opinione di chi è convinto che le sanzioni danneggino comunque l’economia italiana.

Meno consumi, più carbone e nucleare?

Sono quasi nove italiani su dieci (86%) quelli che si dicono disposti a ridurre i propri consumi in caso di una crisi energetica generata dal conflitto. Si tratta di un numero molto elevato, e in qualche modo sorprendente. D’altronde, visto il forte aumento delle bollette di luce e gas, già più che raddoppiate rispetto all’anno scorso, è probabile che alcuni di loro stiano già oggi adottando strategie di riduzione dei consumi.

A sorprendere è però anche la disponibilità degli italiani a discutere di fonti energetiche “scomode”. Quasi sei su dieci (59%) si dice, infatti, disposto ad accettare l’utilizzo di ulteriori centrali a carbone, e circa la metà degli intervistati (51%) si dice addirittura disponibile a discutere l’ipotesi di un’Italia che torni a investire nel nucleare.

Profughi: sì all’accoglienza, ma per quanto tempo?

Quella a favore di un’accoglienza in Italia dei profughi ucraini è una maggioranza schiacciante: 85% di sì contro un 7% di no. Se il 44% degli intervistati si dice favorevole a un’accoglienza incondizionata, il 41% di loro si dice favorevole ad accogliere i profughi solo per un tempo limitato.

Crisi “nucleare”

Oltre sette italiani su dieci (71%) ritengono che l’uso di armi nucleari nel corso di questo conflitto sia una minaccia realistica.

Ecomafie, l’Università di Verona in audizione

Le professoresse Anna Genovese e Federica Pasquariello, entrambe Ordinario di Diritto Commerciale del Dipartimento Scienze Giuridiche dell’Università di Verona, sono state audite dalla Commissione Parlamentare d’inchiesta sulle attività illecite connesse al ciclo dei rifiuti e sugli illeciti ambientali ad esse connesse.

L’audizione è stata chiesta da me che sono membro della Commissione.

Infatti, in qualità di relatore per l’inchiesta sulle garanzie fideiussorie previste per l’esercizio di impianti di rifiuti, ho apprezzato lo studio fatto dalla nostra Università in merito, su richiesta della Provincia di Verona.

Il tema è rilevante. A volte, l’obbligatorietà di stipulare una fideiussione per attivare un impianto di smaltimento dei rifiuti, che ha un costo di un certo peso e che deve essere riscossa in caso di illecite attività o danni ambientali, viene superata con false garanzie o con fideiussioni prestate da Enti di paesi extra UE presso i quali la riscossione può essere complicata.

L’inchiesta che sto conducendo ha origine a Verona. Infatti, da consigliere provinciale ho avuto modo di rilevare le criticità affrontate dalla Provincia nelle fasi di autorizzazioni degli impianti di rifiuti e queste erano sempre legate alle garanzie prestare dai richiedenti.

Per questa ragione, avevo proposto l’inchiesta in corso che, per una parte, è già stata approvata dal Parlamento.

La mancata escussione delle garanzie provoca gravi danni economici e l’impossibilità di affrontare le ripercussioni ambientali.

L’Università di Verona, unica in Italia, ha offerto un contributo importante in questa direzione, con uno studio le cui analisi inserirò certamente nella relazione finale che il Parlamento dovrà approvare.

Infatti, l’inchiesta che sto conducendo si concluderà con un voto di Camera e Senato e sarà, quindi, un indirizzo e sollecito a modificare la legislazione vigente per consentire alle Amministrazioni competenti e vigilanti maggiori strumenti per affrontare gli illeciti che si consumano sulle garanzie da prestare.

Le spese militari in Italia

Il dibattito di questi giorni ha puntato l’attenzione sulle spese militari del nostro Paese, facendo assumere alle stesse quasi una caratterizzazione “di guerra”.

In realtà, i dati non dicono questo.

La spesa militare in rapporto al Pil non ha subito grandi variazioni nel corso degli anni:

  • partendo dall’1,09 per cento del Pil nel 1995, negli anni seguenti la spesa si è stabilizzata attorno all’1,29 per cento;
  • dal 2002 si è registrato un nuovo calo, fino al minimo storico del 2006 (0,9%). Prima della pandemia, il rapporto si è stabilizzato su valori più bassi di quelli dei trent’anni precedenti (in media, l’1% sul PIL);
  • nel 2020 c’è stato un aumento dovuto sia all’incremento degli stanziamenti (circa 1,6 miliardi), sia alla caduta del Pil a causa dalla crisi Covid-19. Anche nel 2021 gli stanziamenti sono aumentati di altri 2,2 miliardi rispetto all’anno precedente. In quel biennio, quindi, la media è passata all’1,20% del PIL.

Nel contesto internazionale, l’Italia si colloca al centoduesimo posto (su 147 paesi considerati) per spesa militare su Pil, sotto tutti i G7 tranne il Giappone, e sotto la mediana UE (1,6 per cento) e NATO (1,8 per cento).

La riforma del 2012 che revisionava lo “strumento militare nazionale” fissava la composizione della spesa: 50 per cento per il personale, 25 per cento per l’investimento militare (es. armamenti, tecnologie, ecc.) e 25 per cento per l’esercizio (es. addestramento e formazione, mantenimento dei mezzi e delle infrastrutture, ecc.).

Gli obiettivi sono ancora da raggiungere, in particolare il terzo obiettivo.

La spesa militare italiana per la NATO

Così come gli altri membri della NATO, entro il 2024 l’Italia si è impegnata a rispettare i seguenti punti:

  1. spesa per la difesa rispetto al Pil del 2 per cento;
  2. componente di investimento militare del 20 per cento (secondo le definizioni NATO).

A che punto siamo nel rispettare gli impegni assunti?

Il bilancio previsionale per il 2021, rivisto secondo le definizioni NATO, ammonta a 24,4 miliardi di euro (1,37 per cento del Pil). In questo stanziamento è compresa anche la spesa pensionistica del personale militare e civile sostenuta dall’INPS.

Mentre paesi come Stati Uniti, Regno Unito e Francia hanno già raggiunto l’obiettivo della spesa su Pil al 2 per cento, l’Italia è ancora molto al di sotto. Mancano circa 16,5 miliardi rispetto al 2021.

Il secondo impegno (20 per cento della spesa in “investimenti”, ossia in armamenti) è stato raggiunto.

L’estrema destra sotto controllo a Verona

Ho interrogato il Ministro dell’Interno sui gravi episodi di stampo nazifascista avvenuti a Verona.

Verona, Medaglia d’Oro al Valore Militare per la guerra di liberazione, non è città fascista, come banalmente si ripete in giro, ma viene trascinata alle cronache a causa di alcuni, pochi soggetti, tra i quali distinguo le menti e le braccia. Esattamente come accaduto in altri gravi episodi, non ultimo quello dell’aggressione fascista alla sede nazionale della CGIL.

Sono pericolosi per la democrazia. Il loro attivismo rischia di essere sottovalutato dalle Istituzioni locali e temo che una scarsa sensibilità possa ingenerare la convinzione della legittimità di simili comportamenti creando condizioni ripetibili anche in altre realtà.

Ma è pericoloso anche credere che tutto sia limitato a Verona. Perché sono oggettivi sia la saldatura politica tra quanto accade a Verona e quanto accade in altre realtà italiane sia il contagio che certe manifestazioni possono provocare. Il grave fenomeno è molto più ampio di una sola città.

Va anche detto che il Ministro dell’Interno ha compiti di prevenzione e repressione, ma serve anche un impegno culturale che non possiamo chiedere alle Forze di Polizia.

In ogni caso, ho chiesto di sapere come lo Stato intende garantire l’efficace contrasto contro questa pericolosa insidia, al fine di scongiurare il ripetersi di episodi di violenza a danni della cittadinanza e di contrastare le iniziative commemorative organizzate da individui o gruppi facenti riferimento alla matrice culturale neofascista, i collegamenti in giro per l’Italia.

Infine, ho chiesto di valutare la partecipazione presso il comitato provinciale ordine e sicurezza pubblica.

Questa la risposta del Ministro.

“La rete della Digos segue con particolare e costante attenzione l’attività di gruppi ed esponenti della destra radicale”.  ”il 4 marzo scorso è stato sottoposto alla misura di prevenzione della sorveglianza speciale un noto dirigente del locale movimento Forza Nuova e che inoltre lo scorso 8 marzo nella stessa provincia sono state eseguite perquisizioni nei confronti di 23 militanti di Casapound, di cui due minorenni, responsabili di una violenta aggressione commessa recentemente in danno di cinque minori riconducibili alle cosidette baby gang”. ”Gli estremisti di destra sono stati deferiti per lesioni personali pluriaggravate, violenza privata aggravata”,. ”Per prevenire ulteriori criticità sotto il profilo dell’ordine e della sicurezza pubblica sono stati pianificati specifici servizi di controllo ad ampio raggio sul territorio nonché azioni di monitoraggio dei siti internet e dei social al duplice scopo di intercettare tempestivamente segnali di possibili condotte violente e di assicurare il rispetto più rigoroso della legge”.

Qui il video dell’interrogazione e della risposta: https://vimeo.com/692770023

L’economia di guerra

Dall’inizio del conflitto tra Russia e Ucraina, l’economia Ue ha già perso lo 0,5% di crescita economica (dal 4,2% previsto a inizio anno a un 3,7% oggi). Inoltre, se gli scontri dovessero proseguire e le sanzioni ulteriormente inasprirsi, il prezzo in termini di crescita mancata potrebbe essere ben più salato, arrivando a un rallentamento superiore (fino al 2% del PIL). Sempre molto meno rispetto a ciò che potrebbe accadere in Russia (-10%), ma pur sempre un rallentamento significativo.

Rispetto a inizio marzo lo shock sulle materie prime sembra rientrare, ma i prezzi rimangono molto più elevati rispetto a inizio crisi, e si inseriscono in un contesto di aumenti già molto netti da almeno un anno.

Gli effetti più forti del conflitto saranno quelli indiretti: i costi dell’energia, in particolare, stanno mettendo e continueranno a mettere in seria difficoltà le industrie europee. Soprattutto quelle più energivore, ma non solo.

Lo spettro della stagflazione (bassa crescita e alta inflazione) è una minaccia sempre più concreta. A determinare le sorti dell’economia europea sarà tuttavia soprattutto la durata del periodo di stagflazione (“solo” un anno o di più?). Da questa dipende la probabilità che il rallentamento economico e il rialzo dei prezzi, insieme, abbiano o meno un forte impatto sulla tenuta complessiva dei sistemi economici europei.
In questo quadro, può esserci un “shock dell’offerta” per i mercati energetici?

Lo shock sul mercato petrolifero, ovvero nel caso le sanzioni o le rinunce all’acquisto da parte dei consumatori escludessero dal mercato l’intera quota di esportazioni russe, le perdite ammonterebbero al 7,5% della domanda mondiale.
Si tratterebbe di uno shock di offerta più grande persino delle due crisi petrolifere degli anni Settanta, la prima delle quali costrinse l’Occidente a un periodo di austerity e rischiò di spingere il mondo verso la stagflazione.

Cosa accade dal punto di vista commerciale e finanziario?

Le esportazioni di beni alla Russia rappresentano solo lo 0,6% del PIL dell’Unione europea.

La Russia non costituisce una meta particolarmente ambita per gli investitori comunitari: le sanzioni che hanno seguito l’annessione russa della Crimea, il rischio politico e la bassa diversificazione dell’economia non rendono la Russia – al netto degli idrocarburi – un partner economico ideale. L’esposizione totale risulta quindi piuttosto limitata per l’Unione europea e ancor più ridotta per le grandi economie dell’Eurozona.

L’esposizione dell’Italia è inferiore all’1%.

Insomma, anche nello scenario peggiore di una cessazione delle esportazioni e di perdita delle risorse investite in Russia, l’effetto sul PIL dei principali Paesi europei sarebbe piuttosto contenuto

E gli impatti economici indiretti del conflitto?

L’aumento dei prezzi delle materie prime, soprattutto quelle energetiche, mette decisamente in difficoltà i sistemi economici di molti paesi del mondo.

Nel caso dei paesi europei, una conseguenza indiretta del conflitto che pesa molto è quella dell’aumento dei prezzi dell’energia, sia a livello mondiale (quello del petrolio e, in parte, del carbone), sia regionale (il gas naturale, in cui la Russia occupa una posizione di mercato dominante).

In particolare, i prezzi del gas naturale spot in Europa gravitano oggi a livelli di oltre cinque volte superiori rispetto a quelli di inizio 2021.

Nel comparto industriale e manifatturiero, a soffrire saranno soprattutto quelle aziende ad alta intensità energetica, ovvero quelle che utilizzano maggiore energia per produrre la stessa quantità di valore aggiunto. Tra loro troviamo i settori chimico e petrolchimico, quello della lavorazione dei minerali non metalliferi (come la ceramica, il vetro, il cemento, ecc.) o quelli per la produzione di legno e carta. Si tratta di settori che, insieme, costituiscono circa il 5% del PIL europeo.

Non è tuttavia detto che ci si fermi qui. Settori a bassa intensità energetica ma che contribuiscono molto al PIL europeo, come i mezzi di trasporto e l’edilizia (insieme, il 10% del PIL dell’UE a 27), potrebbero risultare comunque colpiti dall’aumento dei prezzi dei loro input, che siano a loro volta prodotti in Ue o in paesi terzi.

Cos’è la “stagflazione”?

E’ una delle situazioni economiche peggiori che un paese possa trovarsi ad affrontare. Si tratta di uno scenario in cui, a fronte di una crescita del Pil bassa o addirittura negativa, l’inflazione rimane su livelli piuttosto elevati e comunque decisamente più alti dell’aumento del Pil. Il risultato è quello di un’economia sostanzialmente ferma o in recessione, che deve però far fronte ad un aumento generalizzato dei prezzi che erode il potere di acquisto delle famiglie.

Se la situazione attuale dovesse protrarsi a lungo, con i prezzi di energia e generi alimentari alle stelle e l’inflazione complessiva che potrebbe superare il 7%, sarebbero i nuclei a reddito medio-basso (e dunque più vulnerabili dal punto di vista finanziario) ad essere maggiormente colpiti.

Ciò inciderebbe sul reddito disponibile di individui e famiglie aggravando ulteriormente disoccupazione, povertà e disuguaglianze economiche e sociali, che erano già state amplificate dalla pandemia.

Intervento sui servizi segreti italiani

Il Comitato per la Sicurezza della Repubblica, Organo parlamentare di controllo sui servizi per l’informazione e la sicurezza della Repubblica, ha presentato la Relazione annuale dei propri lavori.

Un documento corposo, ricco di spunti di riflessione e discussione.

A nome del Gruppo ho svolto un intervento in merito, puntando su alcune delle questioni che sono state poste.

Sicurezza energetica

L’invasione dell’Ucraina ha posto drammaticamente il tema della dipendenza nostra e di altri paesi europei dalle forniture provenienti dalla Russia, ovvero da un unico fornitore.

L’UE importa il 90% del proprio consumo di gas, con la Russia che fornisce circa il 45% delle importazioni, a livelli variabili tra gli Stati membri. La Russia rappresenta anche circa il 25% delle importazioni di petrolio e il 45% di quelle di carbone.

Il tema si ripercuote inevitabilmente sul grado di sicurezza energetica, strategico per l’equilibrio delle democrazie, per la crescita economica e per la tutela delle comunità democratiche.

Ridurre questa forma di dipendenza del nostro Paese e dell’Europa ed evitare l’affidamento ad un unico fornitore sono obiettivi primari.

Potrebbe non bastare la neutralità climatica entro il 2050? Allora, è più che doveroso studiare i paesi verso i quali vogliamo rivolgerci affinché gli accordi su asset strategici siano valutati con una certa dose di prospettiva, non soltanto di tipo economico.

In ogni caso, ogni azione – anche quella proposta di promuovere una vera e propria filiera nazionale anche con investimenti della Cassa depositi e prestiti, deve essere integrata corposamente con i nuovi avvenimenti.

Infatti, la sicurezza ener­getica, tassello cruciale per l’indipendenza, andrebbe costruita e sviluppata nell’ambito del REPowerEu, ovvero il piano per rendere l’Europa indipendente dai combustibili fossili russi prima del 2030, a cominciare dal gas. Un piano ambizioso che intende ridurre la domanda dell’UE di gas russo di due terzi entro l’anno.

In quel piano si apre agli aiuti di Stato per fornire sostegno a breve termine alle imprese colpite da prezzi elevati dell’energia e contribuire a ridurre la loro esposizione alla volatilità dei prezzi a medio e lungo termine.

Si apre ad uno stoccaggio diverso dall’attuale e dato che non tutti gli Stati membri dispongono di capacità di stoccaggio sul loro territorio, sarà istituito un meccanismo che assicuri un’equa ripartizione dei costi di sicurezza dell’approvvigionamento.

L’UE vuole diversificare le fonti, spostandosi verso Qatar, USA, Egitto, Africa occidentale, Azerbaigian, Algeria, Norvegia.

L’UE favorirà il mercato europeo dell’idrogeno e sosterrà lo sviluppo di un’infrastruttura integrata per il gas e l’idrogeno, impianti di stoccaggio dell’idrogeno e infrastrutture portuali.

Insomma, uno scenario da valutare perché le nuove alleanze a supporto delle future forniture di energia, memore di quanto accaduto con la Russia, non contengano controindicazioni in futuro.

Potenziamento dell’intelligence economico-finanziaria

Concordo, quindi, con la necessità che il nostro Paese favorisca un’intelligence di carattere economico-finanziario in linea con l’evoluzione dei meccanismi di funzionamento del sistema economico finanziario nazionale e globale e con la sempre più accentuata intercon­nessione e interazione dei mercati e circolazione delle risorse.

Concordo, e non sono convinto che debba essere solo diretto alla protezione degli interessi economico-finanziari, industriali e scientifici nazionali, perché oggi serve anche supportare le scelte politiche di alleanze strategiche.

Quanto ho detto vale anche per il settore agricolo (nella relazione non vi sono cenni). 

Difesa comune europea e cooperazione tra i Servizi di intelligence

Concordo sull’esigenza di costituire una vera difesa comune a livello europeo che funzionerà se il modello di difesa che si vuole costruire sarà in grado di rafforzare il ruolo strategico del nostro continente e la sua capacità di influenzare e guidare le dinamiche geopolitiche e le relazioni internazionali.

In questo quadro, se l’Italia vuole contare, approfittando anche delle eccellenze dell’industria nazio­nale della difesa, occorre aumentare le risorse da investire nel comparto oggi strategico, soprattutto per l’innovazione di tipo tecnologico (esempio carri russi in fila).

Per fare questo, credo non ci siano più dubbi sul fatto che l’Italia debba rispettare il parametro del 2% del PIL che si è impegnato ad investire in sistemi d’arma.

Serve anche l’integrazione – e non solo collaborazione – tra i vari Servizi di intelligence. Nella relazione si legge che “appare impraticabile l’orizzonte di un’intelligence unica europea” e che si intende “puntare maggiormente al maggiore coordinamento nello scambio di analisi, dati e informazioni.”

In realtà, c’era un prima e c’è un dopo. Il 24 febbraio è il discrimine. Quanto abbiamo fatto prima va riconsiderato criticamente e occorre valutare gli scenari che si propongono nell’ottica del nuovo ordine mondiale e delle attuali offese alle democrazie.

Il vertice europeo che si dovrà tenere in merito, volto a rafforzare la capacità operativa militare europea in grado di garantire un ruolo di maggiore rilevanza nel processo decisionale interno alla NATO, serva anche per riflettere il nuovo concetto strategico della NATO e dell’UE.

Siano, quindi, accelerati l’allargamento delle competenze delle istituzioni comunitarie in materia di difesa (avviato nel 2016) con la Strategia globale dell’UE (EUGS) e il Piano d’azione per la difesa europea (EDAP).

Occorre anche potenziare l’intelligence europea in tutti gli scenari pericolosi per prevenire le mosse.

Le infiltrazioni della criminalità organizzata nel tessuto socioeconomico, anche in relazione alle risorse del PNRR

Il Comitato propone l’esigenza di una ancora più forte capillarità nella presenza – territoriale e sul web – delle Forze dell’ordine e degli apparati di sicurezza, specialmente in determinate aree, oltre che una loro maggiore specializzazione vista l’e­stensione dei diversi segmenti della realtà produttiva, economica e finan­ziaria che possono suscitare gli appetiti delle associazioni criminali.

In realtà, rispetto alla dimensione sempre più pervasiva assunta dalle compagini criminali, sui territori il dispositivo è sempre lo stesso di anni e anni fa.

Vivo un territorio che sarà stravolto, cambierà il tessuto. eppure, presso la Prefettura c’è il vecchio coordinamento deciso anni fa tra le forze di Polizia ed altri.

Per prevenire forme di penetrazione nel contesto economico e sociale serve molto altro, ovvero integrare quanto già esiste – e che lavora bene – con l’intelligence e con la dislocazione delle sedi della Direzione Distrettuale Antimafia (esperienze, conoscenze…).

Un’altra preoccupazione: dobbiamo valutare bene le ricadute delle diverse modifiche al codice appalti, le corsie preferenziali per il PNRR, la sostanziale riduzione poteri ANAC…non favoriscono il contrasto all’illegalità?

In questo contesto, pertanto, serve, quindi, ripensare il modello e impegnare anche l’intelligence quale elemento caratterizzante ulteriore. Oggi questo non sembra centrale.

L’intelligence militare

Il Reparto informazioni e sicurezza dello Stato maggiore della difesa (RIS) svolge esclusivamente compiti di carattere tecnico militare e di polizia militare, e in particolare ogni attività informativa utile al fine della tutela dei presìdi e delle attività delle Forze armate all’estero. Esso –  pur agendo in stretto collega­mento con l’AISE – non è parte del Sistema di informazione per la sicurezza.

Il RIS fornisce supporto informativo ai contingenti militari, ha importanti collaborazioni internazionali con gli apparati di intelligence militare di altri Paesi NATO, dell’Unione europea e di altri attori esteri nei teatri di prioritario interesse nazionale.

Con tutto quanto accade – la minaccia verso l’Europa, le dipendenze energetiche, le nuove alleanze, il modello di difesa comune – penso sia opportuno riflettere su questo strumento che funziona, è apprezzato, ma che andrebbe maggiormente integrato con altri strumenti – DIS e AISE – per evitare perdite di capacità informativa e operativa a sostengo della nazione e della casa comune europea.

Conclusioni

Il contesto geopolitico impone una riflessione sull’efficacia dei servizi rispetto ai nuovi obiettivi da perseguire.

Le riforme fatte in passato hanno riflettuto condizioni di normalità che in futuro e per diversi anni saranno turbate e che ci obbligano a spostare l’attenzione.

La guerra della Russia e il pericolo per le democrazie europee hanno riposto al centro lo steccato del passato. La forza dell’economia di mercato ha assunto una corposa centralità diventando, di fatto, un nuovo elemento di deterrenza.

Lo sguardo attuale va rivolto, quindi, in direzioni che o sembravano superate o solo regolate dagli anticorpi che nel mercato dovrebbero essere presenti.

E il fatto che non ci sia in merito a questi due temi una riflessione di prospettiva nella relazione di cui stiamo discutendo – c’è solo una doverosa ricognizione su Russia e Cina – ne è la prova. L’ulteriore.

Penso sia opportuno riorientare gli impegni dei nostri servizi di sicurezza, investire in nuovi profili di impegno, così come è stato fatto sul tema cibernetico e, per quanto concerne il Comitato, penso sia necessario che assuma un ruolo di propulsione verso i nuovi orizzonti da attenzionare affinché l’Italia partecipi attivamente al dispositivo di sicurezza dell’Europa.

Qui il video del mio intervento in aula https://vimeo.com/690184694

Russia – Ucraina, alcuni dati in pillole

I negoziati vanno a rilento, sull’Ucraina continuano a piovere bombe e decine di migliaia di rifugiati sono in fuga da città dell’est e del centro del paese.

Intanto, secondo l’esercito ucraino la Russia sta cercando di accerchiare Kiev eliminando le difese a ovest ea nord della capitale da cui circa 2 milioni di persone, metà dei residenti, sono fuggiti.

Dal Cremlino intanto si apre all’ipotesi di un incontro tra Volodymyr Zelensky e Vladimir Putin.

Gli analisti ci dicono che Putin sia prigioniero dei suoi errori, ha sottostimato la resistenza ucraina e non ha una via d’uscita.

Inoltre, ritengono che avvertono che la battaglia per la capitale Kiev potrebbe essere lunga e decisiva. Alcuni stimano che potrebbero volerci due settimane prima che le forze russe circondino la città e almeno un mese di sanguinosi e distruttivi combattimenti per prenderla.

La Russia crolla e torna al passato

Prosegue la caduta libera del rublo, nonostante gli interventi della banca centrale russa per sostenere la valuta nazionale, che sta rapidamente perdendo il suo potere d’acquisto per effetto delle sanzioni occidentali.

Per frenare il declino, la Banca Centrale ha imposto un tetto ai prelievi di 10.000 dollari per i proprietari di conti in valuta estera nelle banche russe. L’ordine sarà in vigore fino al 9 settembre e mira a scoraggiare i tentativi dei cittadini russi di convertire i propri rubli in dollari o altre valute. La moneta russa ha perso dall’inizio dell’anno circa il 40% del suo valore rispetto al dollaro.

Nel frattempo, continua l’esodo di compagnie e multinazionali dalla Russia. È in questo clima di crescente isolamento, che il segretario di Russia Unita, il partito del presidente Putin ha proposto di “espropriare e nazionalizzare” gli impianti produttivi delle aziende occidentali che hanno sospeso le attività nel paese.

Volontari dal medio oriente

La Russia sostiene che ci siano 16mila volontari da vari Paesi del Medio Oriente pronti a essere arruolati per combattere nel Donbass.

Appelli a una “legione internazionale” di combattenti erano arrivati anche dal presidente ucraino Zelensky. Il regolamento delle forze armate ucraine prevede, infatti, la possibilità di un arruolamento di personale straniero “secondo un contratto su base volontaria”.

Il rischio, secondo gli analisti, è che l’Ucraina diventi un nuovo paradiso per contractors e mercenari la cui presenza, come dimostrano altri scenari di conflitto, complica ogni soluzione negoziata della crisi.

Un Recovery fund di guerra

Il Consiglio europeo ha promesso sostegno totale all’Ucraina e ai profughi in fuga dalla guerra, ma non si sono spinti fino ad accettare di inserire Kiev su una corsia preferenziale per l’adesione all’UE, come richiesto dal presidente Zelensky.

L’Europa cambierà. E’ cambiata con la pandemia e cambierà ancora di più con la guerra.

Le decisioni principali riguarderanno energia e difesa, e saranno prese entro maggio 2022. Tra le proposte avanzate c’è quella di un fondo di 100 miliardi di euro costituito con emissione di debito comune, per finanziare l’autonomia strategica: un ‘Recovery versione bellica’ che dovrebbe trainare l’Europa sia nella difesa sia nell’affrancamento energetico dalla Russia entro il 2030.

La battaglia del grano

Non sono solo i carburanti ad aumentare con l’aggressione russa all’Ucraina. I due paesi sono, infatti, tra i principali esportatori al mondo di grano e il conflitto rischia di scatenare una crisi alimentare senza precedenti, alimentando disordini e proteste anche molto lontano dalla zona di conflitto.

Se negli ultimi mesi infatti, i prezzi dei generi alimentari stavano già aumentando a causa delle interruzioni nelle catene di approvvigionamento e dell’inflazione, l’inizio della guerra in Ucraina ha innescato una reazione protezionista in molti paesi che hanno sospeso le esportazioni di cereali e oli da cucina.

Il costo del grano, una fonte di sostentamento fondamentale in molti paesi, è salito alle stelle ribaltando i calcoli sull’approvvigionamento alimentare mondiale e portando al razionamento della farina in diverse parti del Medio Oriente e del Nord Africa.

Insieme, Ucraina e Russia rappresentano quasi un quarto dell’export mondiale di grano, il 17% di quello del mais e oltre la metà delle esportazioni di olio di semi di girasole a livello globale. Le strozzature nei porti del Mar Nero, dove i mercantili sono stati colpiti da navi militari russe, hanno colpito le esportazioni ucraine.

Mentre i boicottaggi dei porti russi da parte delle compagnie di navigazione internazionali e gli effetti a catena delle sanzioni hanno interrotto il flusso di cibo e mangimi per animali e fertilizzanti di cui la Russia è uno di maggiori esportatori al mondo.

I prodotti russi, gas e altro

Sono state elevate le sanzioni europee nei confronti della Russia. E’ stato deciso il divieto totale di qualsiasi transazione con alcune imprese statali russe in settori strategici come la siderurgia.

La Russia ha interrotto l’approvvigionamento del gas per l’Europa tramite il gasdotto Yamal. Si tratta di uno dei tre gasdotti attraverso i quali il colosso dell’energia russo, Gazprom, convoglia il suo gas naturale verso l’Europa.

Restano stabili i flussi provenienti da altri gasdotti, tra cui il Nord Stream 1 che attraversa il Mar Baltico. La notizia dell’interruzione dei rifornimenti attraverso Yamal, da cui passa ogni anno circa il 10% del fabbisogno di gas naturale necessario all’Europa, ha gettato nel panico i mercati già innervositi dal caro-prezzi su petrolio e benzina.

La Russia ha annunciato limitazioni all’export di grano verso diverse repubbliche ex sovietiche, come Kazakistan, Bielorussia, Armenia e Kirghizistan, delle quali è uno dei principali esportatori, al fine di evitare carenze e un’esplosione dei prezzi.

Riunione informale dei Capi di Stato o di governo europei

Il 10 e 11 marzo 2022 i Capi di Stato o di Governo dei paesi membri dell’Unione si sono riuniti in maniera informale a Versailles per un confronto sull’aggressione della Russia all’Ucraina.

Il vertice si è concentrato sulle seguenti tre questioni:

  • rafforzamento delle capacità di difesa. In particolare, si è convenuto sulla necessità di investire di più e meglio nella capacità di difesa e nelle tecnologie innovative per fronteggiare le sfide emergenti e fornire supporto ai partner, anche tramite lo strumento della bussola strategica;
  • riduzione della dipendenza energetica, in particolare da gas, petrolio e carbone russi, tramite apposite imminenti iniziative della Commissione europea, affrontare al contempo l’impatto dei crescenti prezzi dell’energia;
  • costruzione di una base economica più solida riducendo le dipendenze strategiche dell’UE in termini di materie prime, semiconduttori, salute, digitale e sistemi alimentari.

Gli esiti in dettaglio sono riepilogati in questo dossier

 

RIUNIONE VERSAILLES

Energia, l’autonomia dell’Europa è indispensabile

Sul fronte energetico diversi paesi europei dipendono dalle forniture provenienti dalla Russia.

L’UE importa il 90% del proprio consumo di gas, con la Russia che fornisce circa il 45% delle importazioni, a livelli variabili tra gli Stati membri. La Russia rappresenta anche circa il 25% delle importazioni di petrolio e il 45% di quelle di carbone.

Lo stoccaggio di gas nell’UE basta a coprire il fabbisogno fino alla fine del periodo del riscaldamento invernale, anche in caso di interruzione totale dell’approvvigionamento dalla Russia.

Per affrontare la delicata situazione, la Commissione europea ha proposto una bozza di REPowerEu, un piano per rendere l’Europa indipendente dai combustibili fossili russi prima del 2030, a cominciare dal gas.

Il piano delinea una serie di misure per rispondere all’aumento dei prezzi dell’energia in Europa e per ricostituire le scorte di gas per il prossimo inverno, riducendo la domanda dell’UE di gas russo di due terzi.

Vediamo i dettagli delle misure.

Prezzi dell’energia

Gli Stati membri possono fissare prezzi regolamentati per consumatori, famiglie e microimprese vulnerabili per tutelare i consumatori e l’economia e possono prendere in considerazione misure temporanee di carattere fiscale sui proventi straordinari e, in via eccezionale, decidere di trattenere una parte di tali profitti per ridistribuirla ai consumatori con la possibilità di servirsi degli introiti generati dall’aumento dello scambio delle quote di emissione per calmierare le bollette.

Gli aiuti di Stato

Le norme UE sugli aiuti di Stato offrono delle opzioni per fornire sostegno a breve termine alle imprese colpite da prezzi elevati dell’energia e contribuiscono a ridurre la loro esposizione alla volatilità dei prezzi a medio e lungo termine. Pertanto, nel quadro temporaneo di crisi sarà valutata la possibilità di concedere aiuti alle imprese colpite dalla crisi, in particolare coloro che devono affrontare costi energetici elevati.

Stoccaggio del gas

Attualmente, lo stoccaggio di gas fornisce solitamente il 25-30 % del gas consumato nell’UE in inverno. La Commissione intende riempire lo stoccaggio sotterraneo del gas in tutta l’UE fino al 90% della sua capacità entro il 1° ottobre di ogni anno.

Dato che non tutti gli Stati membri dispongono di capacità di stoccaggio sul loro territorio, sarà istituito un meccanismo che assicuri un’equa ripartizione dei costi di sicurezza dell’approvvigionamento.

Inoltre, saranno valutate tutte le possibili opzioni per misure di emergenza volte a limitare “l’effetto contagio” dei prezzi del gas sui prezzi dell’elettricità (ad esempio, limiti di prezzo temporanei), nonché le opzioni per ottimizzare la progettazione del mercato elettrico e di altri contributi sui vantaggi e gli svantaggi dei meccanismi di tariffazione alternativi per mantenere l’elettricità accessibile, senza interrompere la fornitura e ulteriori investimenti nella transizione verde.

Gnl, fornitori alternativi, elettrificazione, idrogeno

L’UE vuole aumentare la resilienza del sistema energetico a livello europeo basato su due pilastri:

  • diversificare l’approvvigionamento di gas, tramite maggiori importazioni di GNL e gasdotti da fornitori non russi e maggiori volumi di produzione e importazioni di biometano e idrogeno rinnovabile;
  • riducendo più rapidamente l’uso di combustibili fossili nelle nostre case, edifici, industria e sistema elettrico, aumentando l’efficienza energetica, le energie rinnovabili e l’elettrificazione.

Diversificazione delle fonti

Una fornitura di GNL senza precedenti all’UE nel gennaio 2022 ha garantito la sicurezza dell’approvvigionamento di gas per questo inverno. L’UE potrebbe importare 50 miliardi di metri cubi in più di GNL (ad esempio da Qatar, USA, Egitto, Africa occidentale) su base annua. La diversificazione delle fonti dei tubi (ad es. Azerbaigian, Algeria, Norvegia) potrebbe portare a ulteriori 10 miliardi di metri cubi di risparmio annuo sulle importazioni di gas russe.

Con riguardo al pacchetto climatico “Fit for 55” per raggiungere entro il 2030 gli obbiettivi del Green Deal, ovvero la riduzione delle emissioni di gas a effetto serra del 55% rispetto ai livelli del 1990, con l’obbiettivo di arrivare alla “carbon neutrality” per il 2050, l’UE vuole raddoppiare l’obiettivo previsto nel pacchetto per il biometano. Questo porterebbe alla produzione di 35 miliardi di metri cubi all’anno entro il 2030. A tal fine, i piani strategici dovrebbero convogliare finanziamenti per il biometano prodotto da fonti sostenibili di biomassa, compresi i rifiuti agricoli e residui.

L’idrogeno verde

Altri 15 milioni di tonnellate di idrogeno rinnovabile in aggiunta alle 5,6 tonnellate previsti nell’ambito del pacchetto climatico Fit for 55 possono sostituire 25-50 miliardi di metri cubi all’anno di gas russo importato entro il 2030.

Questo sarebbe costituito da ulteriori 10 tonnellate di idrogeno importato da diversi fonti e altri 5 mt di idrogeno prodotte in Europa, andando oltre gli obiettivi della strategia UE sull’idrogeno e massimizzando la produzione nazionale di idrogeno. Anche altre forme di idrogeno esente da fossili, in particolare a base nucleare, svolgono un ruolo nella sostituzione del gas naturale.

L’UE favorirà il mercato europeo dell’idrogeno e sosterrà lo sviluppo di un’infrastruttura integrata per il gas e l’idrogeno, impianti di stoccaggio dell’idrogeno e infrastrutture portuali.

La nuova infrastruttura transfrontaliera dovrebbe essere compatibile con l’idrogeno. L’intento è quello di intervenire con aiuti di Stato per i progetti relativi all’idrogeno.

Inoltre, sosterrà progetti pilota sulla produzione e il trasporto di idrogeno rinnovabile nel vicinato dell’UE – a partire da un partenariato mediterraneo per l’idrogeno verde – e lavorerà anche con i partner per concludere partnership per l’idrogeno verde e con l’industria per creare un impianto europeo globale per l’idrogeno, aumentando l’accesso degli Stati membri all’idrogeno rinnovabile a prezzi accessibili.

Energie rinnovabili

Il pacchetto climatico Fit for 55 prevede di raddoppiare la capacità fotovoltaica ed eolica dell’UE entro il 2025 e di triplicarla entro il 2030, con un risparmio di 170 miliardi di metri cubi di gas all’anno entro il 2030.

Per ottenere una licenza per costruire un parco eolico servono anche 7 anni. Le norme saranno velocizzate.

Accelerando l’implementazione dei sistemi solari fotovoltaici sui tetti fino a 15 TWh, quest’anno l’UE potrebbe risparmiare ulteriori 2,5 miliardi di metri cubi di gas.

A giugno la Commissione, sulla base di un’analisi dello stato di avanzamento dell’energia solare in UE, proporrà un’iniziativa europea sui tetti solari, che identificherà gli ostacoli, proporrà misure per accelerare l’introduzione e garantire che il pubblico possa trarre pieno vantaggio di energia solare sul tetto.

La Commissione contribuirà a sviluppare ulteriormente la catena del valore dell’energia solare ed eolica e delle pompe di calore, rafforzando anche la competitività dell’UE e affrontando le dipendenze strategiche. Se necessario per attirare investimenti privati ​​sufficienti, le misure includeranno l’incanalamento dei finanziamenti dell’UE verso le tecnologie di prossima generazione, la mobilitazione di InvestEU o del sostegno degli Stati membri.

Le pompe di calore

Raddoppiando il ritmo annuale pianificato di diffusione delle pompe di calore nella prima metà di questo periodo, l’UE raggiungerebbe 10 milioni di pompe di calore installate nei prossimi cinque anni. Ciò farebbe risparmiare 12 miliardi di metri cubi ogni 10 milioni di pompe di calore installate dalle famiglie.

La rapida diffusione sul mercato delle pompe di calore richiederà un rapido potenziamento dell’intera catena di approvvigionamento e sarà accompagnata da misure volte a promuovere il rinnovamento degli edifici e l’ammodernamento del sistema di teleriscaldamento. Oltre ai progetti di case ed edifici, l’approvvigionamento energetico basato su energia eolica, solare e altre fonti a basse emissioni per la produzione di energia ridurrà anche la nostra dipendenza dal gas.

La decarbonizzazione dell’industria

Il piano REPowerUE potrà accelerare la diffusione di soluzioni innovative basate sull’idrogeno e di elettricità rinnovabile a costi competitivi nei settori industriali.

L’UE porterà avanti l’attuazione del Fondo per l’innovazione per sostenere il passaggio all’elettrificazione e all’idrogeno, anche attraverso un regime a livello UE per contratti di emissione di carbonio per differenza, e per migliorare le capacità di produzione UE per attrezzature innovative a zero e basse emissioni di anidride carbonica, come elettrolizzatori, solare/eolico di nuova generazione e altre tecnologie.

La piena attuazione delle proposte del pacchetto climatico Fit for 55 ridurrebbe già del 30% il nostro consumo annuo di gas fossile, pari a 100 miliardi di metri cubi, entro il 2030.

Con le misure del piano REPowerEU potremmo rimuovere gradualmente almeno 155 miliardi di metri cubi di consumo di gas fossile, equivalente al volume importato dalla Russia nel 2021.

Quasi due terzi di questa riduzione possono essere raggiunti entro un anno, ponendo fine all’eccessiva dipendenza dell’UE da un unico fornitore.

Le spese militari nel mondo

L’invasione russa dell’Ucraina sta riportando l’attenzione sulle spese militari che in futuro dovranno essere affrontate per garantire la pace e la democrazia.

L’azione scellerata di Putin ha creato un vulnus alla nostra convinzione che le guerre non ci sarebbero più state in Europa.

Di pari passo con questa convinzione, infatti, la spesa militare nel mondo si è tendenzialmente ridotta dal 1960 al 1994, restando successivamente piuttosto stabile intorno al 2½ per cento del Pil mondiale.

Se, in conseguenza di quanto accaduto, la spesa militare tornasse sui livelli degli anni sessanta, l’impatto sulle finanze pubbliche sarebbe molto elevato.

Nella maggior parte degli anni sessanta la spesa è rimasta vicino al 6 per cento del Pil mondiale per calare tra la fine degli anni sessanta e la metà degli anni settanta, verso il 4 per cento e ancora di più tra la fine degli anni ottanta e la metà degli anni novanta (il risultato della fine della guerra fredda), fino ad arrivare, dalla seconda metà degli anni novanta, stabilmente a circa il 2,5 per cento del Pil.

Per quanto riguarda i paesi NATO, escludendo gli Stati Uniti, l’andamento è stato sostanzialmente decrescente al contrario di quanto fatto dalla Russia che ha notevolmente incrementato le proprie spese militari in termini assoluti (di 9,5 volte tra il 1999 e il 2020).

La spesa dell’Ucraina è molto inferiore a quella Russa in termini assoluti (6 miliardi contro 62 miliardi, nel 2020).

Nella classifica dei paesi per spesa militare in rapporto al Pil, molti dei primi posti sono occupati da paesi del Medio Oriente e dell’Africa. Tra i paesi avanzati, gli Stati Uniti sono al primo posto (3,74 per cento del Pil). Russia e Ucraina compaiono però più in alto degli Stati Uniti, spendendo rispettivamente 4,26 e 4,13 per cento del Pil e rappresentando i primi due paesi europei dell’elenco (sono al decimo e undicesimo posto in classifica).

La Cina è su valori molto bassi, l’1,75 per cento del Pil, anche se investe undici volte di più oggi rispetto al 2000 e la spesa cresce con l’avanzata dal Pil degli ultimi vent’anni.

Per quanto riguarda i paesi europei, la prima economia avanzata è la Grecia, col 2,8 per cento del Pil, valore ben più alto della mediana dell’Unione Europea (1,6 per cento). Il Regno Unito è al 2,25 per cento del Pil, la Francia è sopra il 2 per cento del Pil, mentre la Germania sta ben al di sotto (1,4 per cento), anche se ha recentemente deciso di portarsi al 2 per cento.

L’Italia è posizionata su livelli molto inferiori (1,17 per cento), sotto la mediana UE e NATO (1,8 per cento) e si ripromette, da anni, di arrivare al 2 per cento.