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Il sostegno dell’Europa alle Forze Armate ucraine

Il 28 febbraio scorso, dopo l’invasione dell’Ucraina da parte della Federazione russa, il Consiglio dell’Unione europea ha approvato la fornitura di materiale e piattaforme militari concepiti per l’uso letale della forza a favore delle forze armate ucraine e finanziato l’erogazione di attrezzature e forniture non concepite per l’uso letale della forza (dispositivi di protezione individuale, kit di pronto soccorso e carburante).

L’Unione può fornire materiali di armamento, anche letale, alle forze armate di Paesi partner.

E’ una novità? No. Già nel 2021 l’UE ha adottato misure simili a favore di altri paesi.

La decisione politica a monte

Nel marzo del 2021, allo scopo di finanziare una serie di azioni esterne dell’UE con implicazioni nel settore militare o della difesa è stato creato uno Strumento europeo per la pace sostenuto da un apposito fondo fuori dal bilancio Ue per il valore di circa 5,7 miliardi per il periodo 2021-2027).

Il fondo serve a finanziare:

  • i costi comuni delle operazioni e missioni militari dell’Unione;
  • misure di assistenza:
  1. per sostenere le capacità di organizzazioni internazionali o Stati terzi nel settore militare e della difesa, anche in relazione a situazioni di crisi;
  2. per contribuire ad operazioni di sostegno alla pace condotte da organizzazioni internazionali o da Stati terzi.

L’attivazione dello Strumento di pace è decisa, all’unanimità, dal Consiglio dell’Unione.

Per le misure di assistenza che comprendono la fornitura di armi letali è prevista una forma di “astensione costruttiva” e lo Stato che non intende partecipare ad una determinata decisione di assistenza non contribuisce ai costi della misura in questione.

L’assistenza verso un altro paese può essere sospesa o interrotta se il beneficiario viola gli obblighi del diritto internazionale o non rispetta i diritti umani; se non vi sono garanzie sufficienti per la normale prosecuzione della misura o se la misura non risponde più agli obiettivi o agli interessi dell’Unione.

L’assistenza che comporta il trasferimento di materiali d’armamento deve rispettare i seguenti principi:

  1. il rispetto degli obblighi e degli impegni internazionali degli Stati (ad esempio nel caso di embarghi, sanzioni o misure di non proliferazione);
  2. il rispetto dei diritti umani e del diritto internazionale umanitario nel Paese di destinazione della misura;
  3. la situazione interna del Paese di destinazione;
  4. il mantenimento della pace, della sicurezza e della stabilità regionali;
  5. la sicurezza nazionale degli Stati membri, dei Paesi amici ed alleati;
  6. il comportamento del Paese di destinazione nei confronti della comunità internazionale, segnatamente per quanto riguarda la sua posizione in materia di terrorismo, la natura delle sue alleanze e il rispetto del diritto internazionale;
  7. il rischio che la tecnologia o le attrezzature militari siano sviate dal Paese destinatario;
  8. la compatibilità delle esportazioni con la capacità tecnica ed economica del Paese destinatario (criterio non applicabile alle misure di assistenza).

Le misure di assistenza adottate nel 2021

Tra le prime misure di assistenza finanziate dallo Strumento europeo per la pace si può segnalare il Programma generale di sostegno all’Unione africana, approvato nel luglio del 2021. La misura (con una dotazione complessiva di 130 milioni) sostiene:

  • la missione AMISOM in Somalia (con 65 milioni, per il pagamento delle truppe e i trattamenti economici in caso di decesso o disabilità dei militari);
  • le forze armate somale (con 20 milioni, per i costi di gestione delle strutture di addestramento, l’equipaggiamento personale per le reclute e materiale di armamento non letale);
  • la componente militare del G5 Sahel, cui partecipano le forze armate di Mauritania, Mali, Burkina FASO, Niger e Chad (con 35 milioni, per la fornitura di equipaggiamento personale dei militari, interventi infrastrutturali e manutenzione);
  • la task force multinazionale MNJTF, cui partecipano Camerun, Chad, Niger e Nigeria, per il contrasto all’organizzazione terroristica Boko Haram, nella regione del lago Chad (10 milioni, per le spese del quartier generale della missione, la mobilità aerea, il supporto logistico e medico).

Misure di assistenza più specifiche sono state adottate a favore delle forze armate di Mali (sostegno all’accademia militare, infrastrutture di addestramento e equipaggiamento non letale, per complessivi 24 milioni), Mozambico (fornitura di veicoli terrestri ed anfibi, strumentazione informatica e un ospedale da campo, per 44 milioni) e Bosnia Herzegovina (fornitura di veicoli, ambulanze e metal detectors, per 10 milioni).

Altre misure di assistenza sono state decise a favore di Georgia (per 12,75 milioni), Moldova (7 milioni) e Ucraina (31 milioni). Le misure hanno una durata di tre anni e sono finalizzate a rafforzare le capacità delle forze armate dei tre Paesi.

In Georgia l’intervento è finalizzato alla fornitura di materiale medico e ingegneristico e di veicoli, mentre per la Moldova si prevede l’invio di materiale medico e di strumenti per lo smaltimento degli ordigni esplosivi. In Ucraina l’intervento, di più ampia portata, finanzia ospedali da campo, materiale medico, strumenti per lo sminamento, veicoli, assetti logistici e misure di sostegno alla difesa cibernetica.

Le misure di assistenza a favore delle Forze Armate ucraine

Dopo l’invasione non provocata dell’Ucraina da parte della Federazione russa, il Consiglio dell’Unione europea ha adottato due nuove misure di assistenza a favore delle forze armate ucraine.

La prima finanzia la fornitura di materiale e piattaforme militari concepiti per l’uso letale della forza, per una spesa complessiva di 450 milioni di euro.

La seconda decisione finanzia l’erogazione di attrezzature e forniture non concepite per l’uso letale della forza (dispositivi di protezione individuale, kit di pronto soccorso e carburante), per una spesa complessiva di 50 milioni di euro.

Entrambi le misure – che hanno la durata di 24 mesi – hanno l’obiettivo di contribuire a rafforzare le capacità e la resilienza delle forze armate ucraine per difendere l’integrità territoriale e la sovranità dell’Ucraina e proteggere la popolazione dall’aggressione militare in corso.

Il presupposto delle due decisioni è la richiesta di assistenza rivolta all’Ue dal governo ucraino, a causa della “invasione non provocata” da parte delle forze armate della Federazione russa.

Le misure si collocano nell’ambito del dialogo e della cooperazione nel settore della sicurezza e della difesa, avviati da Ue ed Ucraina a partire dalla firma dell’Accordo di associazione del 2014, e confermati nei vertici bilaterali del 2020 e 2021.

L’eventuale mancata fornitura sarebbe stato un oggettivo pregiudizio alla credibilità del sostengo Ue all’Ucraina, sulla base degli accordi esistenti

Misure specifiche (tracciabilità, sicurezza dei depositi, possibili ispezioni in loco ecc.) sono previste per assicurare che le forniture non vengano sviate dal loro destinatario, che sono direttamente le forze armate e non altre articolazioni dello Stato ucraino.

Le forniture saranno comunque sospese nel caso in cui le autorità ucraine vengano meno agli obblighi di rispetto del diritto internazionale e dei diritti umani.

Il tipo e la quantità dei materiali da trasferire (che dovrebbero includere anche cannoni, mortai, armi anti-carro, obici, sistemi anti-missile e anti-aereo) sono definiti tenendo in considerazione le priorità raccomandate dallo Stato maggiore dell’Unione europea, per rispondere alle esigenze delle forze armate ucraine.

L’attuazione delle misure è affidata ai ministeri della difesa (o articolazioni equivalenti) degli Stati membri.

L’attacco militare russo contro l’Ucraina

Il 24 febbraio, mentre era in corso il Consiglio di Sicurezza dell’ONU, il presidente russo Vladimir Putin ha annunciato l’operazione militare in Ucraina sulla tv di Stato (forse pre-registrato 3 giorni prima), presentandola come “un’operazione speciale” per la smilitarizzazione e la «denazificazione» dell’Ucraina, su richiesta delle repubbliche popolari del Donbass e in base ai trattati di amicizia con esse.

Cosa è successo? Quali passi diplomatici sono stati compiuti?

In questo dossier sono riepilogate tutte le fasi che hanno preceduto l’invasione dell’Ucraina con dettagli che resteranno storici.

 

dossier guerra Russia Ucraina

La guerra in Ucraina continua

Negoziati in corso

I colloqui tra le delegazioni ucraina e russa non sono stati risolutivi. Le due parti concordano sul tenere aperto il canale di dialogo e che ci saranno altri round interlocutori, ma per ora non si può parlare di negoziati o trattative.

Non si è raggiunto il cessate-il-fuoco e anche durante l’incontro i bombardamenti russi sono continuati e colpiscono anche aree residenziali

Verso la capitale Kiev immagini satellitari segnalano un convoglio russo lungo oltre 60 chilometri che trasporta mezzi corazzati e artiglieria pesante.

Com’è il morale delle truppe russe?

I progressi militari russi sembrano più lenti del previsto.

L’esercito russo pensava a una guerra lampo, ma la resistenza ucraina ha finora impedito la caduta di importanti città.

Secondo alcuni analisti molti soldati russi non vorrebbero combattere e ciò sarebbe dimostrato dal fatto che diversi veicoli ed altra attrezzatura militare sarebbero andati persi per abbandono o cattura, non per distruzione da parte dell’esercito ucraino.

Diverse unità russe si sarebbero poi arrese senza combattere. Alcune delle ragioni del morale basso delle truppe sarebbero strutturali e riguarderebbero una disuguaglianza interna all’esercito.

Stando all’analisi, infatti, il 70% delle forze russe in campo sarebbe composto da soldati a contratto, mentre il restante 30% da coscritti. Questi ultimi sarebbero sottopagati, scarsamente addestrati e bullizzati dai commilitoni a contratto, che invece ricevono buone paghe e lunghi addestramenti.

Ovviamente, la guerra è ancora alle fasi iniziali e il morale può variare a seconda dei risultati dal fronte, anche se le disuguaglianze interne all’esercito russo sono destinate a rimanere.

L’ingresso nella UE

L’Ucraina ka firmato la richiesta ufficiale d’adesione all’UE.

Il presidente ucraino Zelensky ha detto: “Gli europei stanno assistendo a come i nostri soldati stanno combattendo non solo per il nostro paese, bensì per tutta l’Europa, per la pace, per tutti i paesi dell’Unione Europea”.

Già otto paesi membri dell’UE – Bulgaria, Cechia, Estonia, Lettonia, Lituania, Polonia, Slovacchia e Slovenia – hanno firmato una lettera congiunta per sostenere la richiesta di Kiev di far parte dell’UE e garantirgli il prima possibile lo status di paese candidato all’ingresso ed aprire i negoziati d’adesione.

Come prevede l’articolo 49 del Trattato sull’Unione Europea, quello che disciplina l’adesione, la richiesta di Kiev deve ora essere presa in carico dal Consiglio, che può decidere se chiedere un’opinione alla Commissione europea, che esprime una raccomandazione, e sarà quindi il Consiglio a decidere se conferire all’Ucraina lo status di paese candidato.

Ad ogni modo, la procedura richiede molto tempo, quello che Kiev non ha, e da qui la richiesta di una corsia preferenziale in virtù degli sviluppi bellici. La richiesta ucraina ha un alto valore simbolico che, dopo la decisione senza precedenti dell’UE di finanziare gli armamenti, mette Bruxelles di fronte alla possibilità di rivedere la propria strategia di allargamento.

La solidarietà europea

Le stime dell’UE dicono che circa quattro milioni di ucraini potrebbero lasciare il paese a causa dell’invasione russa.

La Polonia – che già sabato scorso aveva fornito un treno per trasportare i feriti dal confine ucraino a Varsavia – sta accogliendo tutti gli ucraini in fuga, anche qualora siano sprovvisti di documenti. Una posizione condivisa anche dall’Ungheria che sta facendo entrare cittadini ucraini e altri residenti.

Aperture che mostrano una solidarietà inedita da parte dei due paesi che più di tutti dalla crisi migratoria del 2015 hanno remato contro le politiche di accoglienza dell’Unione Europea.

In Russia

Dall’inizio dell’invasione dell’Ucraina, migliaia di cittadini russi sono scesi in piazza in tutto il paese e parrebbe che finora siano stati arrestati 6500 manifestanti.

Intanto, si stanno manifestando i primi effetti delle sanzioni dell’Occidente. La svalutazione del rublo è stata parzialmente recuperata dall’intervento sui tassi di interesse della Banca Centrale russa, che detiene circa 650 miliardi di dollari di riserve, soprattutto in valuta estera.

Le sanzioni potrebbero portare a una crisi economica caratterizzata da un’alta inflazione dovuta alla necessità di stampare nuovi rubli, per via dell’impossibilità di accedere a una valuta forte come dollaro o euro per sostenere settori economici in declino.

In pratica, occorre far crescere un malcontento diffusoper un’avventura bellica che i russi non si possono permettere.

Un ruolo per la Cina?

L’Ucraina ha chiesto alla Cina di svolgere un ruolo di mediatore per raggiungere una tregua.

La politica estera di Pechino si basa sulla non ingerenza e sul rispetto dell’integrità territoriale, “che si applica anche all’Ucraina”.

Allo stesso tempo, però, la Cina da un lato si dice preoccupata per l’evolversi della situazione bellica, dall’altro non appoggia le sanzioni dell’Occidente. Infatti, lo scorso 25 febbraio la Cina si è astenuta dal voto nel Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite che condannava l’invasione russa.

Pechino avrebbe interesse a preservare le proprie partnership commerciali, visto che ha già superato Mosca come primo partner economico di Kiev.

Mosca sempre più isolata

Con un voto i definito “storico”, l’Assemblea Generale dell’Onu ha adottato una risoluzione di condanna nei confronti della Russia per l’aggressione all’Ucraina.

Per essere adottata, la mozione doveva essere approvata dai due terzi dei paesi membri, ma il testo ha ottenuto 141 voti a favore, cinque contrari e 35 astensioni.

Nella risoluzione si chiede che Mosca “cessi immediatamente il suo uso della forza” e ritiri “subito, completamente e in modo incondizionato” le proprie unità militari.

Pur non essendo vincolante, l’ampissimo margine di approvazione riflette l’isolamento della Russia sulla scena internazionale a una settimana dall’inizio dell’invasione.

Oltre alla Federazione russa, infatti, hanno votato contro solo Corea del Nord, Siria, Bielorussia ed Eritrea, mentre tra i 35 paesi astenuti spiccano Cina e India. Persino la Serbia, alleata di Mosca ed unico paese europeo che non aveva inizialmente condannato l’aggressione, ha votato a favore.

L’Italia è dalla parte giusta della storia

La decisione di inviare aiuti militari all’Ucraina è una scelta maledettamente complicata, sofferta, che colpisce la nostra identità più profonda.

Noi abbiamo bandito la guerra dalla storia, ma sappiamo che la pace è una conquista non per sempre, ma va compiuta giorno per giorno, e la protezione della pace va coltivata.

Ci muoviamo nel solco dell’articolo 11 della Costituzione, che ripudia la guerra come strumento di offesa. Ma in questo caso un Paese è stato attaccato, è stato aggredito e la Carta delle Nazioni Unite, all’articolo 51, ha proprio previsto – e noi la richiamiamo nella nostra Costituzione – la possibilità di difendersi legittimamente.

Quindi, in maniera straordinaria, limitatamente a questo frangente storico così delicato, noi accettiamo di derogare alla legge n. 185 del 1990, che è una legge equilibrata, che impedisce di dare armi ai Paesi in guerra. Lo facciamo all’interno di una fase straordinaria e non lo facciamo a cuor leggero.

 

L’invasione dell’Ucraina da parte della Russia segna una svolta decisiva nella storia europea.

Negli ultimi decenni, molti pensavamo che la guerra non avrebbe più trovato spazio in Europa e che potessimo dare per scontate le conquiste di pace, sicurezza, benessere che le generazioni che ci hanno preceduto avevano ottenuto con enormi sacrifici.

La guerra in ucraina ci mette davanti una nuova realtà e ci obbliga a compiere scelte fino a pochi mesi fa impensabili.

L’aggressione premeditata della Russia è un attacco ai nostri valori di libertà e democrazia e all’ordine internazionale che abbiamo costruito insieme.

Il disegno revanscista del Presidente Putin ha i contorni nitidi.

L’annessione della Crimea con un referendum illegale, ilo riconoscimento, nel più totale sprezzo della sovranità ucraina e del diritto internazionale, delle due cosiddette repubbliche di Donetsk e Lugansk e l’aggressione con “conseguenze mai sperimentate prima nella storia”, oltre al ricatto estremo del ricorso alle armi nucleari, ci impongono una reazione rapida, ferma, unitaria.

Putin ha stravolto tutte le regole alla base della comunità internazionale: l’inviolabilità dei confini, il rispetto dell’integrità territoriale, il rifiuto dell’aggressione armata ai fini della soluzione delle controversie. È un momento di frattura all’interno della comunità internazionale come non si vedeva da tempo: una potenza mondiale nucleare che attacca uno Stato sovrano.

Tollerare una guerra d’aggressione nei confronti di uno Stato sovrano europeo vorrebbe dire mettere a rischio, in maniera forse irreversibile, la pace e la sicurezza in Europa.

 

In queste ore si discute molto sul fatto che la NATO non avrebbe dovuto allargare la sua influenza all’Ucraina e ciò viene assunto come una sorta di giustificazionismo nell’opinione pubblica italiana per contrastare la decisione di aiutare la resistenza all’invasione.

Io penso che l’aggressione armata abbia spazzato via tutto questo e non c’è più spazio per distinguo, ambiguità o equidistanze.

Ma il mio pensiero diventa convinzione di fronte al fatto che il punto chiave non è già l’adesione ucraina alla NATO, sulla quale avrei dei dubbi, non è cosa ne pensano gli ucraini.

Per capirci, a decidere l’adesione alle istituzioni europee o alla NATO e/o la scelta del modello di società che vogliono, è e deve essere presa dal popolo ucraino e dal Governo legittimamente e democraticamente votato e non da Putin!

Putin sta contrastando la possibilità che la democrazia avanzi con il rischio che possa arrivare anche nel suo paese.

 

L’aggressione armata della Russia è un attacco alla nostra concezione dei rapporti tra Stati basata sulle regole e sui diritti

Non possiamo lasciare che in Europa si torni a un sistema dove i confini sono disegnati con la forza, dove la guerra è un modo accettabile per espandere la propria area di influenza.

Il rispetto della sovranità democratica è una condizione alla base di una pace duratura.

L’Italia è impegnata in prima linea per sostenere l’Ucraina dal punto di vista umanitario e migratorio, in stretto coordinamento con i partner europei e internazionali.

A un popolo che si difende da un attacco militare e chiede aiuto alle nostre democrazie, non è possibile rispondere soltanto con incoraggiamenti e atti di deterrenza.

Questa è la posizione italiana, dell’Unione Europea, dei nostri alleati.

L’Unione Europea e gli alleati hanno dato prova di grande fermezza e unità.

 

Abbiamo adottato tempestivamente sanzioni senza precedenti, che colpiscono moltissimi settori e un numero importante di entità e individui, inclusi il presidente Putin e il ministro Lavrov.

Sul piano finanziario le misure restrittive adottate impediranno alla Banca centrale russa di utilizzare le sue riserve internazionali per ridurre l’impatto delle nostre misure restrittive.

In ambito UE si sta lavorando a misure volte alla rimozione dal sistema SWIFT di alcune banche russe.

Questo pacchetto ha inflitto già costi molto elevati a Mosca.

Nella sola giornata di lunedì, il rublo ha perso circa il 30% del suo valore rispetto al dollaro.

La Borsa di Mosca è chiusa da ieri e la Banca centrale russa ha più che raddoppiato i tassi di interesse, passati dal 9,5% al 20%, per provare a limitare il rischio di fughe di capitali.

Stiamo approvando forti misure restrittive anche nei confronti della Bielorussia, visto il suo crescente coinvolgimento nel conflitto.

La Russia ha subito anche un durissimo boicottaggio sportivo, con l’annullamento di tutte le competizioni con squadre russe in ogni disciplina.

 

Per fortuna l’Europa, gli Stati Uniti e l’Alleanza atlantica si muovono compatti insieme, come mai era successo negli ultimi tempi.

Anzi, oserei dire, il mondo. Si, perché è arrivata un’altra buona notizia: l’ONU ha condannato l’invasione russa

Con 141 a favore, cinque contrari e 35 astenuti, l’Assemblea generale delle Nazioni Unite ha adottato una risoluzione che condanna l’invasione russa dell’Ucraina.

Le bombe non silenziano la comunità internazionale. Questo storico voto dell’Onu dà un forte messaggio contro l’invasione dell’Ucraina da parte della Russia.

Il mondo ha massicciamente rigettato questa ingiustificata aggressione. Gli attacchi sono una lampante violazione del diritto internazionale.

L’Italia è dalla parte giusta della storia.

I paesi hanno votato così:

 

La situazione umanitaria nel Paese è sempre più grave.

L’Ufficio delle Nazioni Unite per il Coordinamento degli Affari Umanitari ha stimato in 18 milioni il numero di persone che potrebbe necessitare di aiuti umanitari nei prossimi mesi.

L’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati (UNHCR) stima che gli sfollati interni potrebbero raggiungere cifre tra i 6 e i 7,5 milioni e i rifugiati fra i 3 e i 4 milioni.

Sono stimate in circa 400.000 le persone che hanno lasciato l’Ucraina, in direzione principalmente dei Paesi vicini.

Sul piano militare, il Comandante Supremo Alleato in Europa ha emanato l’ordine di attivazione per tutti e 5 i piani di risposta graduale che ho illustrato la settimana scorsa.

Questo consente di mettere in atto direttamente la prima parte dei piani e incrementare la postura di deterrenza sul confine orientale dell’Alleanza con le forze già a disposizione.

L’Italia contribuisce con 239 unità. Per quanto riguarda le forze navali, sono già in navigazione e sotto il comando NATO.

Le nostre forze aeree schierate in Romania saranno raddoppiate in modo da garantire copertura continuativa, assieme agli assetti alleati.

Sono in stato di pre-allerta ulteriori forze già offerte dai singoli Paesi Membri all’Alleanza: l’Italia è pronta con un primo gruppo di 1.400 militari e un secondo di 2.000 unità.

Il deterioramento delle relazioni tra la Russia e l’Unione Europea e la NATO ha reso ancora più aggressiva la postura di Mosca verso l’Occidente in ambito cibernetico e di disinformazione.

La Russia infatti ha accentuato le sue attività ostili nei confronti dei Paesi dell’Unione Europea e della NATO, con l’intento di minare la nostra coesione e capacità di risposta.

È stato attivato un apposito Nucleo per la Cybersicurezza per condividere le informazioni raccolte e al suo interno è stato istituito un tavolo permanente dedicato alla crisi in atto.

L’Europa ha dimostrato enorme determinazione nel sostenere il popolo ucraino.

Nel farlo, ha assunto decisioni senza precedenti nella sua storia – come quella di acquistare e rifornire armi a un Paese in guerra.

Come è accaduto altre volte nella storia europea, l’Unione ha accelerato nel suo percorso di integrazione di fronte a una crisi.

In particolare, è necessario procedere spediti sul cammino della difesa comune, per acquisire una vera autonomia strategica, che sia complementare all’Alleanza Atlantica.

La minaccia portata oggi dalla Russia è una spinta a investire nella difesa più di quanto abbiamo fatto finora. Un investimento nella difesa europea è anche un impegno a essere alleati.

 

Al momento non ci sono segnali di un’interruzione delle forniture di gas.

Tuttavia è importante valutare ogni evenienza, visto il rischio di ritorsioni e di un possibile ulteriore inasprimento delle sanzioni.

L’Italia importa circa il 95% del gas che consuma e oltre il 40% proviene dalla Russia.

Nel breve termine, anche una completa interruzione dei flussi di gas dalla Russia a partire dalla prossima settimana non dovrebbe comportare problemi.

L’Italia ha ancora 2,5 miliardi di metri cubi di gas negli stoccaggi e l’arrivo di temperature più miti dovrebbe comportare una significativa riduzione dei consumi da parte delle famiglie.

La nostra previsione è che saremo in grado di assorbire eventuali picchi di domanda attraverso i volumi in stoccaggio e altra capacità di importazione.

Tuttavia, in assenza di forniture dalla Russia, la situazione per i prossimi inverni rischia di essere più complicata.

Il Governo ha allo studio una serie di misure per ridurre la dipendenza italiana dalla Russia.

Le opzioni al vaglio, perfettamente compatibili con i nostri obiettivi climatici, riguardano prima di tutto l’incremento di importazioni di gas da altre fornitori – come l’Algeria o l’Azerbaijan;

un maggiore utilizzo dei terminali di gas naturale liquido a disposizione;

eventuali incrementi temporanei nella produzione termoelettrica a carbone o petrolio, che non prevedrebbero comunque l’apertura di nuovi impianti.

Se necessario, sarà opportuno adottare una maggiore flessibilità sui consumi di gas, in particolare nel settore industriale e quello termoelettrico.

La diversificazione delle fonti di approvvigionamento energetico è un obbiettivo da perseguire indipendentemente da quello che accadrà alle forniture di gas russo nell’immediato.

Non possiamo essere così dipendenti dalle decisioni di un solo Paese.

Ne va anche della nostra libertà, non solo della nostra prosperità.

Per questo, dobbiamo prima di tutto puntare su un aumento deciso della produzione di energie rinnovabili – come facciamo nell’ambito del programma “Next Generation EU”.

Dobbiamo continuare a semplificare le procedure per i progetti onshore e offshore – come stiamo già facendo – e investire sullo sviluppo del biometano.

Il gas rimane un utile combustibile di transizione.

Dobbiamo ragionare su un aumento della nostra capacità di rigassificazione e su un possibile raddoppio della capacità del gasdotto TAP.

Russia e Ucraina, Nato, gas e sanzioni

L’aggressione della Federazione Russa all’Ucraina è un atto ostile verso tutta l’Europa.

Putin sta mettendo in gioco il valore assoluto della democrazia liberale conquistata con altre guerre sanguinose.

L’Europa non deve permetterlo.

Tante sono le domande che ci poniamo.

La prima: perché?

La crisi tra Russia e Ucraina non è scoppiata all’improvviso, ma è il risultato di un contrasto che dura apertamente da otto anni: ovvero da quando nel 2014, dopo la rivoluzione culminata con la cacciata dell’allora presidente Janukovyč, Mosca ha invaso la penisola di Crimea e sostenuto i movimenti separatisti nella regione del Donbass, in Ucraina orientale.

La posizione dell’Ucraina tra Unione Europea e Russia fa sì che il conflitto abbia valenze che vanno ben oltre all’aggravarsi delle divisioni interne del paese. Negli ultimi anni, l’Ucraina ha ricevuto il supporto militare del fronte occidentale (2,7 miliardi di dollari gli aiuti ricevuti dagli USA dal 2014), riaccendendo le preoccupazioni russe di fronte a un suo ulteriore avvicinamento alla NATO (peraltro, l’ultimo sondaggio condotto presso la popolazione ucraina ha rilevato che il 54% vorrebbe entrare nella NATO).

Per quanto molti esperti considerino irrealistico che l’Ucraina possa davvero unirsi all’alleanza transatlantica, Putin ha avanzato richieste di garanzie di limitazioni delle azioni NATO nella regione, che includono il divieto di ulteriori allargamenti, il ritiro delle forze da paesi che si sono uniti all’Alleanza dopo il 1997 (un blocco di paesi che include buona parte dell’Europa orientale, dai paesi baltici ai Balcani).

 

Cosa ha deciso l’Italia?

In Parlamento abbiamo dato mandato al Governo di agire insieme agli alleati atlantici. Questo è il testo della Risoluzione che incarica il Governo a realizzare alcuni precisi impegni.

Cosa rischiamo per l’approvvigionamento energetico?

Oggi circa il 36% del gas importato dall’UE (50% se si considerano solo le importazioni extraeuropee) viene da Mosca. E dire che nel corso di questi anni l’Ue ha cercato attivamente di diversificare le proprie fonti di approvvigionamento di gas, in particolare puntando sul gas naturale liquefatto (GNL) dopo il 2009 e 2010, quando per la prima volta la Russia chiuse i rubinetti verso l’Ucraina e parte dell’Unione.

Ma la dipendenza da Mosca è un fatto strutturale e geografico: è molto più facile ed economico trasportare gas via tubo e, inboltre, un enorme produttore non lontano dai grandi consumatori europei è un partner inevitabile. Per questo, malgrado le intenzioni sulla carta fossero quelle di diversificare le forniture, il calo di produzione in Norvegia, i problemi di produzione in Algeria e l’instabilità in Libia hanno al contrario aumentato la dipendenza europea da Mosca negli ultimi 10 anni.

L’Italia è il paese europeo che più fa ricorso al gas naturale: una quota del 42,5% del nostro mix energetico. Quasi quanto la somma delle rispettive quote in Germania (26%) e Francia (17%).

Ma la Francia può contare sul nucleare, che soddisfa quasi i due terzi del fabbisogno elettrico francese. Mentre la Germania è sì più virtuosa nelle rinnovabili, ma rispetto a noi fa anche molto più ricorso al carbone.

Ma le sanzioni basteranno?

Molto dell’efficacia delle sanzioni dipende dalla loro globalità.

Le sanzioni non sono globali. Per adesso solo Usa, Ue, Regno Unito, Giappone, Canada e ’Australia, quindi, non tutti.

Di fronte all’aggressione russa, Stati Uniti, UE e UK hanno bloccato i beni di alcune (medio-piccole) banche russe e vietato a Mosca l’accesso ai mercati finanziari e di capitali occidentali per rendere più complicato il finanziamento del suo debito sovrano.

Poi, è stato deciso di sanzionare le banche più grandi e limitare le esportazioni per tecnologie e settori sensibili. A causa della riluttanza di un gran numero di paesi europei, mancano, però, all’appello sia l’esclusione della Russia dal sistema SWIFT (che colpirebbe sia Mosca, sia i paesi europei rendendo molto più difficili le transazioni finanziarie), sia sanzioni Ue nel settore energetico che non siano meramente simboliche.

Cosa rischiamo con le sanzioni?

I paesi maggiormente esposti sia agli effetti delle sanzioni verso Mosca, sia a possibili interruzioni di forniture di gas dalla Russia (effetto di sanzioni o di decisioni unilaterali). sono l’Italia e la Germania (noi siamo più vulnerabili sul fronte energia, i tedeschi più su quello economico).

Gli stoccaggi di gas in Europa sono ai minimi degli ultimi 5 anni, al 32% della capacità totale (8 punti percentuali in meno di un anno fa): abbastanza per superare senza affanni l’inverno indipendentemente dalle azioni della Russia, ma non sufficienti a permettere all’industria europea di operare a pieno regime dal prossimo autunno, qualora non si dovessero trovare forniture sufficienti da altri paesi.

La Russia sta usando il gas come arma. Ce lo dimostrano proprio i prezzi del gas in Europa, schizzati alle stelle in questi mesi anche grazie a una precisa strategia di razionamento del gas da parte di Gazprom, la compagnia del gas statale russa.

Secondo le stime della Banca Centrale Europea, allo stato attuale di prezzi e forniture, la produzione dell’Eurozona diminuirà infatti dello 0,2% entro la fine del 2022. Qualora, poi, prezzi non più sostenibili o necessità di razionamento (una vera e propria “austerity energetica” come quella degli anni Settanta) costringessero gli Stati membri a un razionamento del 10% del gas diretto alle loro imprese, gli impatti sarebbero ancora più gravi: una perdita media dello 0,7% del valore aggiunto annuo dell’Eurozona.

E, purtroppo, l’Italia sarebbe ancora una volta particolarmente esposta: data una dipendenza dal gas russo e una presenza di industrie energivore superiore alla media UE, l’Italia si trova infatti in “pole position” tra i grandi paesi europei, con una perdita attesa dello 0,8% del proprio valore aggiunto.

E la Russia, ne soffrirebbe per davvero?

La Russia è diventata più autarchica e, quindi, meno dipendente dal dollaro e dai capitali occidentali.

Per fare un esempio, le sanzioni inflitte quando nel 2014 occupò la Crimea, provocarono il dimezzamento del prezzo del petrolio sceso sotto i 42 dollari al barile (che era il prezzo necessario al Cremlino per mantenere in equilibrio il bilancio statale), e questo causò una vera e propria crisi finanziaria in Russia. Per sostenere un rublo in caduta libera, la Banca Centrale russa si trovò costretta a utilizzare 170 miliardi di dollari dalle sue riserve di valuta internazionale, che diminuirono così del 32%.

Per proteggere la sua economia da possibili nuove sanzioni, negli ultimi anni Mosca ha ricostituito le sue riserve. Riserve che ora ammontano alla cifra record di 630 miliardi di dollari: una cifra equivalente al 40% del suo PIL (contro una media del 9% detenuto dalle banche dell’Eurozona).

Mosca sarebbe oggi più preparata a fronteggiare le sanzioni occidentali rispetto al 2014.

E Verona?

Anche a Verona tutti dobbiamo stare dalla stessa parte.

Non è il momento degli equivoci e tutti dobbiamo dire chiaramente da che parte stiamo. La parte giusta é l’Europa e la Nato.

Le parole stonate dal coro delle democrazie che sono state dette – alcune anche ridicole – non fanno altro che alimentare il disegno criminoso di Putin.

Auspico di non doverne più sentire!

Quando c’è una guerra,  non ci sono amici o avversari  bensì alleati e nemici. La Russia è nella seconda categoria.

Per questo, credo che debba essere messa la parola fine anche all’ospitalità che Verona offriva al Forum Economico Eurasiatico.

Certamente un importante evento economico, anche per il nostro territorio, lo capisco, ma la guerra che la Russia ha scatenato in Europa ha cambiato lo scenario.

Possiamo ospitare i nemici dell’Europa?

E pensare che il titolo dell’ultimo evento svolto a ottobre 2021 era tristemente evocativo di quanto sta accadendo per davvero: “L’Eurasia per un nuovo ordine geopolitico ed economico-sociale”.

La democrazia che tanto benessere e sviluppo ci ha garantito vale il sacrificio di non ospitare più eventi simili a sostegno di Paesi che della democrazia si fanno beffa e uccidono coloro che la vogliono.

Perché discriminare la Polizia Locale?

Gli appartenenti alla Polizia Locale sono stati esclusi dai benefici previsti per coloro  che, impegnati nell’emergenza epidemiologica siano deceduti per effetto, diretto o come concausa, del contagio da COVID-19.

Un fatto incomprensibile per il quale ho chiesto spiegazioni al Ministro Lamorgese.

I fatti.

Con un apposito decreto, il Ministro dell’interno ha individuato i beneficiari di un contributo economico nei “familiari del personale della Polizia di Stato, del Corpo della guardia di finanza, del Corpo di Polizia penitenziaria e del Corpo nazionale dei vigili del fuoco, impegnato nelle azioni di contenimento, di contrasto e di gestione dell’emergenza epidemiologica da COVID-19, che durante lo stato di emergenza abbia contratto, in conseguenza dell’attività di servizio prestata, una patologia dalla quale sia conseguita la morte per effetto, diretto o come concausa, del contagio da COVID-19”.

Il contributo è pari a 25.000 euro per evento luttuoso.

Ovviamente, si tratta di una decisione lodevole che riconosce il sacrificio di tanti servitori dello Stato deceduti per il dovere svolto in servizio.

Il fatto, però, è che tale disposizione esclude dal beneficio i familiari del personale della Polizia municipale deceduto in servizio a causa del COVID-19, il cui numero si attesta a 31 casi confermati e la causa del cui decesso è difficilmente riconducibile a ragioni o meriti diversi da quelli del personale delle Forze di Polizia.

L’esclusione dei familiari del personale della Polizia municipale appare assolutamente ingiusta e incomprensibile, in quanto prevede una discriminazione tra operatori della sicurezza.

La Polizia municipale, ai sensi dell’articolo 3 della legge 7 marzo 1986, n. 65 (legge-quadro sull’ordinamento della Polizia municipale), collabora, nell’ambito delle proprie attribuzioni, con le Forze di Polizia, come è avvenuto anche durante la crisi pandemica;

Non ho condiviso la decisione e con un’interrogazione al Ministro Lamorgese ho chiesto, al fine di onorare degnamente il tributo di vita offerto dal personale delle Polizie municipali deceduto in servizio a causa del COVID-19 e sanare un’evidente discriminazione tra quest’ultimo e il personale delle Forze di Polizia, di estendere il contributo economico anche ai familiari del personale della Polizia municipale.

Occupazione, il peso della demografia

La demografia sta modificando profondamente le dinamiche del mercato del lavoro.

Nel mese di dicembre 2021, il tasso di occupazione è tornato ai livelli pre-Covid, ma il numero di occupati è più basso. Come mai? Le persone in età lavorativa sono diminuite di oltre mezzo milione in quanto vanno in pensione e sono rimpiazzati solo parzialmente dai nati negli ultimi decenni.

I dati provvisori sul mercato del lavoro relativi al mese di dicembre 2021 confermano la rapida ripresa dell’economia italiana dopo la crisi pandemica. In pratica, sono stati creati 532.000 nuovi posti di lavoro tra la popolazione in età lavorativa, ma il numero di occupati è comunque diminuito di 307.000.

La ragione di questo divario è il crollo della popolazione in età lavorativa, pari a ben 543.000 unità, dovuto principalmente al saldo negativo tra le persone che compiono 15 anni e quelle che ne compiono 65, causato dal calo delle nascite che ha interessato l’Italia negli ultimi cinquant’anni. In sostanza, i nati verso la fine degli anni 50 stanno andando in pensione e sono rimpiazzati solo parzialmente dai nati negli ultimi decenni.

Nel primo decennio del 2000, il saldo negativo è stato più che compensato dai flussi migratori in entrata, ma questi si sono significativamente ridotti dopo la crisi finanziaria e in particolare durante la crisi pandemica. Il risultato è stato che dal 2012 è partito il trend negativo che si è accentuato negli anni successivi.

Il calo che si è osservato può avere caratteristiche strutturali, perciò molto pericoloso per il mantenimento del sistema di benessere che è stato costruito negli anni.

Inoltre, sono queste le dinamiche che ci fanno comprendere come mai, a fronte di un forte rimbalzo dell’attività produttiva, molte imprese dichiarano le proprie difficoltà a trovare i lavoratori necessari e, spesso, lavoratori specializzati.

Lo stretto legame tra demografia e lavoro deve indurci ad anticipare i cambiamenti del mercato del lavoro.

I vaccini funzionano e non fanno male.

E’ stato pubblicato il primo Rapporto annuale sulla sicurezza dei vaccini anti Covid, relativo al periodo fra il 27 dicembre 2020, data di inizio della campagna vaccinale, e il 26 dicembre 2021 redatto dall’Agenzia Italiana del Farmaco.

I dati sono molto rassicuranti.

Dal Rapporto, che conferma i dati di altri Paesi europei, emerge che sono pochissime le reazioni avverse ai vaccini e quasi tutte non gravi: su oltre 108,5 milioni di dosi somministrate in un anno, le segnalazioni di “sospetti eventi avversi” sono state 117.920.

Le segnalazioni

Sul totale, l’83,7% (in tutto 98.717) delle segnalazioni è riferita a eventi non gravi, e il 16,2% (19.055) a eventi avversi gravi.

I bambini

Le segnalazioni di sospetti eventi avversi dopo la somministrazione di un vaccino anti Covid ai bambini e ragazzi fino a 16 anni sono rare e hanno riguardato soprattutto febbre, mal di testa, stanchezza e vomito.

Sono state registrate 1.170 segnalazioni di sospette reazioni avverse manifestatesi nella popolazione pediatrica (l’1% del totale delle segnalazioni in Italia) su 4.178.361 dosi di vaccino somministrate, con un tasso di quattro volte di meno rispetto a quello riscontrato nella popolazione generale.

Le reazioni ai vaccini nei bambini e ragazzi – dopo più di 4 milioni di dosi – sono state soprattutto locali e confinate a qualche giorno di malessere.

La gravidanza e l’allattamento

La vaccinazione per Covid è indicata sia in gravidanza sia in allattamento e non emergono particolari problemi di sicurezza dai dati di farmacovigilanza, né dagli studi ad hoc. Non sono stati riscontrati effetti sulla fertilità, né maschile né femminile.

Le variazioni del ciclo mestruale sembrano essere minime. Per quanto riguarda la gravidanza, il vaccino è sicuro e gli anticorpi attraversano la placenta e vengono trasmessi dalla madre al figlio, proteggendolo nei primi tre mesi di vita. Lo stesso avviene attraverso il latte materno.

Le miocarditi

Gli approfondimenti sugli eventi di particolare interesse hanno riguardato i rarissimi casi di anafilassi, sindrome di Guillain-Barré, miocarditi o pericarditi, paralisi di Bell (che riguarda il nervo facciale) e la trombosi trombocitopenica di AstraZeneca e Johnson&Johnson. Fra gli altri casi classificati come gravi c’erano febbre o disturbi gastrointestinali tanto intensi da richiedere il ricorso all’ospedale. Le miocarditi e le pericarditi sono state classificate come molto rare, con un’incidenza di due casi per milione di dose.

 

Le reazioni anafilattiche

Per quanto riguarda le anafilassi, le reazioni allergiche ai vaccini a Rna sono state leggermente superiori rispetto a quelle della media dei vaccini usati fino a ieri. E’ stata  comunque una reazione rara, che viene trattata prontamente e regredisce senza complicazioni.

I decessi

In un anno sono stati 22 i decessi correlabili alla somministrazione di un vaccino anti Covid in Italia.

Complessivamente, 10 segnalazioni valutate come correlabili si riferiscono a casi di trombosi trombocitopenica a seguito di vaccinazione con vaccino a vettore adenovirale (AstraZeneca o Johnson&Johnson).

In base ai dati disponibili – si legge nel rapporto – è possibile che alcuni eventi attesi per i vaccini possano avere conseguenze clinicamente rilevanti in alcuni soggetti anziani fragili, specialmente se si presentano con particolare intensità (come l’iperpiressia).

Nel dettaglio, in due casi – un uomo di 79 anni, con storia clinica di patologie cardiovascolari, e una paziente fragile di 92 anni, con storia clinica di demenza e diabete mellito – si sono verificati eventi avversi correlabili alla vaccinazione (iperpiressia, cioè febbre alta, e vomito), che hanno innescato uno scompenso delle condizioni cliniche fino al decesso.

Altre dieci morti si riferiscono a fallimenti vaccinali, con il Covid comparso tra 3 settimane e 7 mesi dal completamento del ciclo vaccinale. Per fallimento si intende l’infezione dopo la vaccinazione che ha portato alla morte del contagiato.

In due casi di decesso le pazienti presentavano condizioni cliniche e terapie compatibili con uno stato di immunosoppressione. In altri 8 casi, i pazienti avevano un’età compresa tra i 76 e i 92 anni, con una condizione di fragilità a causa di molte patologie già presenti prima del Covid.

 

Il rapporto completo è visionabile qui https://www.aifa.gov.it/rapporti-su-sorveglianza-dei-vaccini-covid-19

 

Cosa succede al superbonus 110%?

Il cd. Superbonus 110% ha evidenziato due problemi di fondo: l’abnorme aumento dei costi degli interventi (“tanto, paga lo Stato”) e il disequilibrio nell’utilizzo (chi ha di più lo ha maggiormente utilizzato).

Secondo i dati ENEA aggiornati al 2021, sono 95.718 gli interventi edilizi finanziati per circa 16,2 miliardi di euro.

La misura ha comunque evidenziato criticità, ragione per la quale sono state apportate importanti modifiche.

Miglioramenti tecnici

Sono state introdotte ulteriori proroghe di diversa durata a seconda del soggetto beneficiario. Per interventi effettuati dai condomini e dalle persone fisiche, la detrazione sarà pari al 110% delle spese sostenute fino al 31 dicembre 2023, per poi calare al 70 e 65 per cento per gli anni 2024 e 2025. Per i comuni colpiti da eventi sismici dal primo aprile 2009 la detrazione è invece integralmente prorogata al 110% fino a fine 2025.

Le scadenze per ricevere il credito d’imposta per gli interventi trainanti (ad esempio isolamento termico e sostituzione degli impianti di climatizzazione invernale) sono ora applicate anche agli interventi “trainati”.

Aumento dei prezzi

Per contrastare, invece, l’aumento dei prezzi, è stata decisa l’estensione dell’ambito di applicazione dei prezziari del Ministero dello sviluppo economico, che da quest’anno si applicheranno anche agli interventi di riduzione del rischio sismico e per gli interventi relativi al bonus facciate.

Per quanto riguarda la congruità dei prezzi, inoltre, che deve essere asseverata da un tecnico abilitato, entro il 9 febbraio 2022 dovranno essere fissati i valori massimi rimborsabili per talune categorie di beni.

Infatti, un punto critico della normativa che disciplina il superbonus riguarda il contenimento dei costi degli interventi. Costi che sono esplosi anche a causa dell’aumento delle materie prime.

In questo ambito esistono solo due principali limiti alla spesa per quanto riguarda il superbonus. Esiste l’ammontare massimo per determinate tipologie di intervento, ovvero:

  • per l’installazione del cappotto termico negli edifici unifamiliari il massimale di spesa è pari a 50.000 euro;
  • il tecnico abilitato che certifica i lavori deve accertare che il costo dell’intervento sia in linea con i prezzi medi delle opere riportati nei prezzari predisposti dalle regioni e dalle province autonome territorialmente competenti.

Le misure citate contrastano il lievitamento dei prezzi, molto anomalo, ma resta il tema della fruizione del superbonus senza nessun filtro sul reddito dei proprietari di casa.

Differenze reddituali

Questo rende la misura particolarmente iniqua ed è stato accertato che i benefici del superbonus sono maggiormente concentrati tra i contribuenti con redditi superiori ai 50.000 euro.

Questa era la ragione per la quale nella proposta della Legge di Bilancio 2022 era stato imposto il tetto ISEE di 25.000 per le abitazioni unifamiliari per poter beneficiare delle detrazioni sui lavori. Quel limite risolveva il disequilibrio che è stato osservato tra i beneficiari della misura. Pur tuttavia, il limite è stato rimosso nel corso dei lavori parlamentari.

Come fare per limitare il differenziale utilizzo della misura tra contribuenti appartenenti a diverse fasce di reddito?

Un nuovo luogo della memoria

L’ex Campo di concentramento di Montorio identificato con la sigla n. 416 DAT “La Colombara”, sarà un nuovo luogo della memoria di quella che è stata la Shoah.

A memoria dell’Olocausto degli ebrei e della ferocia dei nazisti e dei fascisti, un immobile che stava per essere venduto sarà trasformato in un centro di documentazione sui tragici fatti.

Già, proprio così, stava per essere venduto.

Nel 2019 il Governo aveva deciso di vendere l’ex campo di concentramento e l’Agenzia del Demanio aveva già pubblicato l’elenco dei beni immobili di proprietà dello Stato non utilizzati per finalità istituzionali (qui la news https://www.vincenzodarienzo.it/un-grave-errore-vendere-i-luoghi-della-memoria/),

Era una decisione sbagliata che offendeva la memoria dei deportati e la storia del nostro Paese. Per questo avevo depositato un’interrogazione all’allora Ministro Tria affinché rivedesse la sua posizione (https://www.senato.it/japp/bgt/showdoc/showText?tipodoc=Sindisp&leg=18&id=1120154)

Tra i firmatari avevo coinvolto la Senatrice a vita Liliana Segre.

La sua adesione è stato il punto di svolta. Infatti, nei successivi incontri che ho avuto, ho sempre avvertito che la decisione venisse rivista anche grazie a quel nome, così rilevante.

La scelta di cedere quell’immobile si fermò quasi immediatamente dopo i primi contatti con il Ministero dell’Economia e delle Finanze, fino a giungere ai giorni nostri.

Liliana Segre ha voluto partecipare anche all’iniziativa di inaugurazione. Infatti, dopo che l’ho informata dell’evento, mi ha inviato una lettera di saluto che è stata letta pubblicamente da Daniela Dana Tedeschi, presidente dell’Associazione Figli della Shoah. La foto ritrae quel momento.

L’acronimo DAT significa Difesa Antiaerea Territoriale ed è collocata nell’area vicina a Corte Colombare, successivamente “trasformata” in Campo di concentramento degli Ebrei nel 1944. Il sito è stato ritrovato oltre 70 anni dopo grazie al lavoro dell’Associazione montorioveronese.it.

E’ certo, stando ai riscontri storici, che furono decine gli Ebrei, donne, uomini e bambini, fatti prigionieri a Roma, rinchiusi nel casolare vicino a Montorio nei primi mesi del 1944 e destinati nel lager di Auschwitz, passando per il campo di concentramento di Fossoli.

Quel luogo di detenzione ha ospitato anche prigionieri politici.

Il bene di alto valore morale è stato consegnato a Verona e sarà trasformato in luogo di memoria e incontro contro ogni prevaricazione e discriminazione, per qualsiasi ragione,

Su questo link http://www.montorioveronese.it/2019/05/10/75-anni-fa-gli-ebrei-romani-nel-campo-di-concentramento-di-montorio/, troverai dettagli ulteriori da conoscere.