Articoli

Trenord imponga il contingentamento sui treni.

Giovedì 2 giugno scorso, circa 2.000 ragazzi e ragazze, di cui molti minorenni, si sono ritrovati a Peschiera del Garda per un raduno che era stato organizzato nei giorni precedenti tramite passaparola sulla piattaforma TikTok.

Nel corso del raduno, non autorizzato, molti dei partecipanti si sono resi protagonisti di violenze, risse, scontri con la polizia e in alcuni casi anche di molestie sessuali, in particolare sul treno di ritorno verso casa.

Pare che la situazione sia degenerata dal primo pomeriggio, nel momento in cui sono arrivate in treno oltre 1.500 persone, quasi tutte dalla Lombardia, che si sono aggiunte ai circa 600 giovani già presenti.

Da tempo, ormai, l’area interessata del Lago di Garda è meta di centinaia di ragazzi che nel corso del weekend giungono dalla Lombardia attraverso i treni regionali che transitano frequentemente dalla stazione di Peschiera del Garda sulla linea Regio Express Verona-Brescia-Milano, servizio gestito dalla società Trenord.

Per i treni regionali di competenza Trenitalia, ivi compresi quelli che riguardano il servizio Venezia-Verona, in molti casi è in essere un contingentamento dei posti disponibili per viaggiatori con biglietto di corsa semplice, in ragione del quale una volta che i posti disponibili risultano esauriti, non è più possibile acquistare biglietti di corsa semplice.

Il 2 giugno non è stato rispettato alcun tipo di contingentamento dei passeggeri sui treni della società Trenord – perché normalmente non lo prevede – tanto che la rilevante mole di passeggeri, ampiamente superiore alle capacità massima di trasporto dei treni in transito alla stazione di Peschiera del Garda, ha generato notevoli problemi organizzativi e di sicurezza per i numerosi giovani presenti sul luogo e sui treni

Per questa ragione è verosimile affermare che se ci fosse stato il contingentamento, probabilmente la pressione numerica delle persone presenti a peschiera del Garda e sui treni in transito sarebbe stata notevolmente inferiore.

Ad aggravare la situazione ha contribuito in misura determinante anche l’assenza di un presidio da parte di Trenord sulla tratta in questione che ha costretto, tra l’altro, il personale di Trenitalia ad effettuare il servizio di assistenza ai passeggeri di un altro operatore ferroviario.

In merito, ho presentato un’interrogazione ai Ministri delle Infrastrutture e dell’Interno per fare chiarezza su quanto accaduto, anche al fine di verificare l’eventuale violazioni delle norme di sicurezza del trasporto ferroviario. In particolare, però, ho chiesto di agire per regolare il servizio offerto da Trenord con particolare riguardo alla necessità di garantire, per ragioni di sicurezza, il rispetto della capienza massima del numero di passeggeri su ciascun treno in servizio sulla linea Verona-Brescia-Milano, nonché per favorire l’istituzione di un presidio presso la stazione di Verona Porta Nuova.

Collegamento con l’Aeroporto, Ridurre i danni!

Sul collegamento Stazione ferroviaria Porta Nuova e Aeroporto V. Catullo, con il Protocollo firmato si affossa il progetto del raddoppio ferroviario Verona Mantova e si danneggiano Villafranca e Dossobuono.

Regione Veneto e Rete Ferroviaria Italiana hanno sottoscritto un protocollo di intesa in cui si prevede di istituire un gruppo di lavoro per individuare e valutare diverse ipotesi progettuali per i collegamenti tra la stazione di Verona Porta Nuova, l’Aeroporto Catullo e la sponda orientale del Lago di Garda.

Lo studio dovrà “contemplare anche la possibilità di adottare soluzioni alternative come sistemi leggeri o integrati con il sistema delle piste ciclabili.”

Questa frase significa che il progetto conosciuto del raddoppio ferroviario verso Mantova e della liberazione di Dossobuono dai binari, sarà affossato perché si prevede la possibilità di un collegamento diretto con un solo binario tra Verona e l’Aeroporto.

In pratica, l’accordo prevede la realizzazione di un solo binario di circa 1,7 km che parte da Madonna di Dossobuono (poco dopo il cavalcavia autostradale) e arriva al Catullo, ove saranno realizzati due binari di sosta (un treno in arrivo e un altro in sosta che riparte).

Nulla a che vedere con il progetto più funzionale, del 2003 già inserito nel Contratto di Programma 2022/2026 MIMS/RFI, che collegava l’Aeroporto con due binari spanciati dalla linea storica e liberava Dossobuono dai binari, consentendo, così, la ricucitura del paese, oltre che il raddoppio dei binari verso Mantova.

Questi progetti non saranno mai più realizzati. Perché la Regione si accontenta di un piatto di lenticchie?

Il Protocollo, azzera anche le inutile chiacchiere della Regione sul collegamento Aeroporto/Lago Di Garda. Non sarà realizzato attraverso S. Massimo/Bussolengo/Garda, come voleva, bensì tra il Catullo/Porta Nuova e Peschiera, come era ovvio che fosse.

Il collegamento con l’Aeroporto è fondamentale, è capace di garantire circa un milione di utenti nel 2030, ma con il progetto che la Regione accetta, si affossano molte prospettive utili al territorio.

Il danno provocato dalla Regione può essere in parte ridotto. Sia inserito nel Protocollo:

  1. il raddoppio dei binari almeno fino a Villafranca (dal bivio S. Lucia), in modo da poter progettare la metropolitana di superficie Verona/Villafranca collegata a tutta la rete da Peschiera a S. Bonifacio e da Domegliara a Legnago;
  2. l’eliminazione del passaggio a livello a Dossobuono realizzando un nuovo sottopasso sotto la linea ferroviaria nell’area verso Villafranca;
  3. il posizionamento di barriere antirumore a Dossobuono considerato l’elevato numero di treni merci, circa 30 al giorno e molto rumorosi e i circa 25 treni passeggeri giornalieri.

Insomma, valga la pena aver firmato un accordo, ma senza danneggiare altre realtà locali che mai vedranno una soluzione positiva.

La Regione non danneggi il villafranchese, Collegare quel territorio a Verona con la metropolitana è necessario.

Interrogazione sul filobus e risposta del Ministro

Ho presentato un’interrogazione al Ministro Giovannini sul filobus di Verona per capire lo stato dell’arte. Temo che Verona stia perdendo il finanziamento statale a causa dell’insipienza di chi ci governa. Da anni gira a vuoto senza alcun risultato.

Di seguito il testo dell’interrogazione e la risposta del Ministro.

INTERROGAZIONE

Al Ministro delle infrastrutture e della mobilità sostenibili.

Premesso che:

  • la Giunta comunale di Verona con deliberazione n. 341 del 29 settembre 2008 ha approvato il progetto preliminare del sistema di trasporto pubblico di tipo filoviario per la città di Verona per un costo totale di 143.053.040 euro, oltre IVA di 15.735.843 euro, per un totale di 158.788.874 euro;
  • il CIPE con delibera n. 28/2009 ha approvato la sostituzione dell’originaria “tranvia S. Michele-stazione FS-stadio” a Verona con un “nuovo sistema filoviario”. Con una successiva delibera n. 90/2011 ha confermato il contributo assegnato, richiedendo un nuovo accordo procedimentale da sottoscrivere tra il Ministero, il Comune e il soggetto attuatore dell’intervento (Azienda mobilità e trasporti S.p.A., AMT), indicando il 30 aprile 2011 quale termine per l’aggiudicazione provvisoria dei lavori;
  • il 18 settembre 2014, AMT e l’associazione temporanea di imprese hanno sottoscritto l’atto integrativo e modificativo n. 1 del contratto di appalto per il progetto esecutivo, lavori e fornitura veicoli;
  • con delibera di Giunta n. 73/2018, il Comune di Verona ha approvato un nuovo accordo procedimentale, da sottoscrivere con il Ministero, con la data del 31 gennaio 2022 quale apertura all’esercizio e termine ultimo per la messa in servizio dell’impianto;
  • il CIPE, con delibera del 26 aprile 2018, approvava la realizzazione dell’intervento del Comune rimodulato con un costo ammissibile di 142.752.134,22 euro e il relativo contributo statale rideterminato in 85.651.280,53 euro, in cui, prendendo atto dell’aggiornamento, si confermava la data del 31 gennaio 2022 e si chiedeva al Ministero di vigilare;
  • il 5 ottobre 2020 AMT ha inviato all’associazione temporanea di imprese la risoluzione unilaterale del contratto di appalto per il progetto esecutivo, lavori e fornitura veicoli (contratto del 5 settembre 2012 e relativi atti integrativi e modificativi n. 1 del 18 settembre 2014, e n. 2 dell’8 agosto 2018). Il 9 novembre 2020 AMT avrebbe presentato al Ministero un’ulteriore variante al progetto con modifiche di percorso e possibili veicoli senza fili (di dimensioni maggiori), prospettando un nuovo bando entro fine 2021, inizio lavori a gennaio 2023 e fine lavori aprile 2026. Sembra che il 4 gennaio 2021 AMT abbia sottoscritto, contrariamente alla precedente rescissione unilaterale del contratto, un accordo transattivo con le imprese per chiudere i cantieri ancora aperti entro il 14 maggio 2021;
  • il 14 gennaio 2021 in Consiglio comunale, il sindaco di Verona, rispondendo alle interrogazioni dei consiglieri, confermava la ripartenza del progetto filobus,

 

si chiede di sapere:

  • se il Ministro in indirizzo sia a conoscenza di quale sia lo stato attuale dei lavori e quali siano gli effettivi tempi di esecuzione;
  • se le criticità emerse sull’opera “nuovo sistema filoviario rimodulato” e riportate anche dalla stampa locale siano state comunicate al sistema di monitoraggio degli investimenti pubblici (MIP) del CIPE;
  • se il nuovo progetto di variante, che pare essere stato presentato, sia compatibile con le precedenti decisioni prese da Ministero e CIPE e non risulti in contrasto con l’ipotizzata variazione del mezzo;
  • se risulti legittima la variante della filovia sotto gli aspetti amministrativi, tecnici ed economici, sulla base delle normative in materia di lavori pubblici;

se i maggiori costi che risulterebbero nella nuova variante possano essere finanziati per il 60 per cento da Ministero e CIPE, come pare richiedere AMT;

se il presunto accordo transattivo tra AMT e associazione di imprese del 4 gennaio 2021 sia legalmente ammissibile e a chi faranno carico gli eventuali oneri diretti e indiretti sostenuti dalla pubblica amministrazione relativi a spese legali, costi del personale, incarichi di esperti tecnici esterni, costi di lavori già eseguiti e forniture di materiale probabilmente non più funzionale dopo il possibile cambio di filoveicolo;

se non si ritenga opportuna un’ispezione dei tecnici ministeriali al fine di verificare se siano state attuate tutte le azioni necessarie per una tempestiva realizzazione dell’opera;

se non si ritenga opportuno nominare un commissario ad acta con pieni poteri per la realizzazione in tempi certi del progetto filovia della città di Verona.

 

Risposta interrogazione sul filobus

La violenza nei confronti delle donne.

La violenza contro le donne rappresenta un fenomeno profondamente radicato nel substrato culturale e sociale sia in Italia che nel resto del mondo.

La Convenzione di Istanbul, ratificata dall’Italia nel 2013, impone agli Stati non solo di dotarsi di una legislazione efficace, ma anche di verificarne in modo costante l’effettiva attuazione da parte di tutti gli attori, istituzionali e non, a partire da quelli appartenenti al sistema giudiziario.

Nel perimetro tracciato dalla Convenzione, le politiche pubbliche debbono pertanto essere orientate non solo alla conoscenza puntuale delle cause strutturali del fenomeno della violenza contro le donne, per rimuoverle in modo definitivo, agendo in particolare sulla prevenzione e sull’e­ducazione, ma anche alla sua misurazione, qualitativa e quantitativa, nonché alla garanzia dell’effettivo accesso alla giustizia da parte delle donne per tutelare i loro diritti e alla loro efficace protezione con conseguente adeguata e rapida punizione degli autori.

La violenza contro le donne ha proporzioni epidemiche nella gran parte dei Paesi del mondo e attraversa tutti i contesti perché, come affermato nel Preambolo della Convenzione di Istanbul, « è una manifestazione dei rapporti di forza storicamente diseguali tra i sessi, che hanno portato alla dominazione sulle donne e alla discriminazione nei loro confronti da parte degli uomini e impedito la loro piena emancipazione » ed ha natura strutturale « in quanto basata sul genere, e riconoscendo altresì che la violenza contro le donne è uno dei meccanismi sociali cruciali per mezzo dei quali le donne sono costrette in una posizione subordinata rispetto agli uomini ».

La radice della violenza contro le donne risiede cioè in stereotipi culturali che fissano schemi comportamentali e convinzioni profonde, frutto di un radicato retaggio storico e di un’organizzazione discriminatoria che stabilisce l’identità sociale di un uomo e di una donna e legittima le diseguaglianze che costituiscono il substrato della violenza di genere e della sua forma più estrema costituita dal femminicidio.

Solo da pochi decenni ogni forma di violenza contro le donne è ritenuta anzitutto una violazione dei diritti umani, una questione di salute pubblica, un ostacolo allo sviluppo economico ed un freno ad una democrazia compiuta. Milioni di donne, in Italia e nel mondo, sono vittime di violenza, indipendentemente dal loro livello educativo, professionale o socioeconomico.

Il fenomeno è stato quantificato dall’Organizzazione mondiale della sanità (OMS): la violenza maschile colpisce di media il 35 per cento delle donne. Secondo la Relazione finale della Commissione sul femminicidio (XVII Legislatura), la violenza di genere riguarda in Italia (indagini dell’ISTAT del 2006 e del 2014) quasi una donna su tre e anche in Europa i dati sono pressoché identici. Il femminicidio costituisce l’espressione più grave della violenza rappresentando, in tutto il mondo, la prima causa di morte per le giovani e le donne da 16 a 44 anni vittime di omicidio volontario.

È pertanto un errore concettuale considerare la violenza contro le donne come emergenza, poiché si tratta di una condizione strutturale, diffusa e radicata, che per essere contrastata richiede interventi continuativi da parte degli organismi istituzionali deputati a riconoscerla, prevenirla, contrastarla e punirla. Si tratta infatti di un fenomeno ancora oggi in larga parte sommerso, come rilevato dall’indagine ISTAT sulla violenza contro le donne del 2014 e confermato dal dato dell’inchiesta.

Risulta che sono molte le ragioni che disincentivano le denunce: la convinzione di poter gestire la situazione da sole, la paura di subire una più grave violenza, il timore di non essere credute, il sentimento di vergogna o imbarazzo, il senso di sfiducia nelle Forze dell’ordine.

A livello internazionale, da tempo, sono stati adottati strumenti omogenei per sradicare ogni forma di violenza contro le donne. La Convenzione sull’eliminazione di ogni forma di discriminazione nei confronti della donna (CEDAW) e la Convenzione di Istanbul costituiscono per l’Italia i più importanti trattati internazionali, con efficacia vincolante.

L’impianto normativo di contrasto alla violenza di genere è stato arricchito a livello europeo dalla direttiva 2012/29/UE del Parlamento europeo e del Consiglio, del 25 ottobre 2012, sulle vittime e più di recente da due importanti risoluzioni del Parlamento europeo, una del 16 settembre 2021, per l’inclusione della violenza di genere come nuova sfera di criminalità tra quelle elencate all’articolo 83, paragrafo 1, del Trattato sul funzionamento dell’Unione europea, e una del 6 ottobre 2021 per proteggere i minorenni e le vittime della violenza del partner nelle cause di affidamento.

La strategia geopolitica

Ormai è chiaro che l’invasione della Russia è un’azione che va ben oltre il territorio dell’Ucraina e minaccia gli interessi dell’Unione Europea.

E lo è ancora più chiaro nel momento in cui l’aggressore Putin imputa la colpa della sua scelta alla NATO e agli USA.

Infatti, entrambi non hanno le responsabilità citate da colui che sta bombardando indiscriminatamente i civili.

La decisione di Putin ha a che vedere con l’allargamento dell’Unione Europea e, quindi, all’influenza che questa, alleata fondamentale dell’occidente e in gran parte membro NATO, sta assumendo nell’area dove egli ritiene di avere un diritto.

(Ne ho parlato qui https://www.vincenzodarienzo.it/il-sostegno-delleuropa-alle-forze-armate-ucraine/)

L’Europa deve fermare chi ha violato la legalità internazionale con l’invasione.

Per questa basilare ragione, l’UE non può fare altro che scegliere il campo giusto della storia, quello democratico, e fermare la guerra il più presto possibile.

Per farlo, è necessario che l’Ucraina resista e che la Russia non vinca.

Solo questo può evitare altri passi simili in futuro.

Ho detto “che la Russia non vinca”, e, pertanto, non penso che “debba perdere”.

Infatti, l’obiettivo deve essere la salvaguardia della sovranità e dell’integrità territoriale dell’Ucraina, senza tentare di ottenere l’umiliazione della Russia, affinché sia l’Ucraina stessa a definire le condizioni per i negoziati.

Forte di questa convinzione, riesco a leggere e interpretare correttamente le informazioni che la stampa ci propina.

Ad esempio, è stato incredibile quanto accaduto sul messaggio troncato del discorso di Stoltenberg, segretario generale della Nato.

E’ stato riportato quando ha detto che “la disponibilità espressa da Zelensky di cedere la Crimea non sarà mai accettata dalla NATO” ed è stato troncato quanto ha aggiunto, ovvero che “saranno però il governo e il popolo ucraino a decidere in maniera sovrana su una possibile soluzione di pace”.

Questo passaggio fondamentale non è stato riportato ingenerando la convinzione che la NATO vuole la guerra. Così, si fa il gioco di Putin.

Devo ricordare, peraltro, che tranne sette Paesi, il resto del mondo non ha riconosciuto l’annessione della Crimea, quindi, il tema non si pone.

Che dolore, poi, il paragone che gli ammiratori di Putin fanno tra la resistenza ucraina e quella italiana, citata strumentalmente solo per dire che la Resistenza italiana aveva la possibilità di vincere, mentre quella ucraina no.

E quando ripetono che il Donbass non vale una messa? Riducono il confronto ad una sperduta regione dell’Ucraina, come se quello fosse il problema.

La smettano i putiniani di casa nostra e comprendano che la sicurezza dell’Europa si basa anche sull’indipendenza dalla Russia e sulla cooperazione con questo Paese e che è la volontà di potenza di Putin che ha portato la guerra in Europa.

Questo disegno va respinto e per farlo la Russia va costretta alla pace.

Solo così potremmo stare tranquilli in futuro.

La campagna elettorale con i soldi pubblici!

La consegna ai veronesi dei kit antilarvali contro le zanzare presso i mercati rionali è diventata la campagna elettorale di qualcuno?

Presso il mercato rionale di Santa Lucia giovedì scorso sono state violate tutte le regole, di diritto e di civiltà.

…di civiltà. E’ una vergogna che la distribuzione dei kit sia effettuata con la presenza del sindaco e di consiglieri comunali di maggioranza con il chiaro intento di farsi propaganda politica.

Incaricati non identificati, con un banchetto con esposto “Comune di Verona” hanno distribuito i kit e raccolto i nominativi di coloro che li ritiravano, accompagnati da una consigliera comunale di maggioranza.

Successivamente, il sindaco e altri consiglieri di maggioranza hanno partecipato alla medesima operazione di distribuzione sovrapponendo la loro campagna elettorale.

…di diritto. Nell’occasione è stato violato un diritto: il banchetto di distribuzione, e non il chiosco previsto, è stato posto laddove era stato autorizzato un banchetto del IV Circolo PD di Verona che è stato arbitrariamente spostato altrove.

I due poliziotti della Polizia Locale, ai quali si sono rivolti i militanti del PD per vedere riconosciuto il diritto a fare la propaganda nello stesso posto, hanno evitato qualsiasi intervento.

Il chiosco per la distribuzione era stato autorizzato in Via Don Mercante e non al posto dell’autorizzato banchetto del PD.

L’iniziativa di distribuzione promozionale del kit, che vuole stimolare i cittadini a effettuare i trattamenti anche nelle proprie aree private, svolgendo un’importante azione di contrasto alla proliferazione delle zanzare, è diventata occasione di campagna elettorale della maggioranza a spese della comunità!

Peraltro, come si rileva dal sito del Comune, il servizio di distribuzione è stato affidato alle ditte Biblion e Triveneta Multiservizi che dovevano essere presenti con un chiosco per distribuire, fino a esaurimento scorte, kit antizanzara e opuscoli informativi.

Non comprendo questi comportamenti che reputo scandalosi. Si impedisce ad un partito di fare politica, si occupano spazi non autorizzati, la Polizia Locale che non interviene e alcuni candidati accompagnano la distribuzione per la quale sono state incaricate due ditte, peraltro pagate con soldi pubblici.

Basterebbe anche meno per dire che sono cose da dittatura.

Termini questo modo di fare e spero che ai prossimi appuntamenti previsti non accada la stessa cosa!

Fonte programma e luoghi distribuzione

https://www.comune.verona.it/nqcontent.cfm?a_id=31028

VeronaMercato: sconfitta la scelta politica di Sboarina!

Il Comune di Verona ha deciso l’alienazione, mediante asta pubblica, della quota del 24% del proprio capitale sociale di Veronamercato (ne detiene il 75%).

VeronaMercato ha costruito e gestisce il mercato agroalimentare all’ingrosso in zona Quadrante Europa.

L’asta pubblica, però, è andata deserta.

Alla fine, sull’alienazione di quel 24%, per la società valutata oltre 40 milioni di euro, ha dimostrato interesse solo il Consorzio ZAI, sebbene, come è noto, nella vendita non ci fosse alcun disegno strategico di prospettiva che unisse le competenze di entrambe le realtà economiche.

L’interesse del Consorzio ZAI è frutto di una scelta politica (presa altrove?) perché nessuna ragione economica e strategica di mercato avrebbe potuto consentire una simile attenzione da parte di un Ente che è comunque pubblico, soprattutto perché non c’era nessun progetto e nessuna prospettiva e, peggio ancora, si trattava di una quota minoritaria.

Si è riperpetuato, quindi, il solito schema: lo scambio tra società partecipate dallo stesso socio di pacchetti azionari al solo scopo di fare cassa e non sulla base di una strategia industriale.

Perché una scelta politica? E’ presto detto;

  1. VeronaMercato, che ha un valore di produzione 2021 pari a 7 milioni circa e un patrimonio netto pari a 35 milioni circa, è una società che, normalmente non produce utili. Infatti, nel 2020 ha avuto un utile di 179.000 euro, nel 2021 un utile netto di 246.521 euro e cifre simili sono previste anche per i prossimi anni.

Sulla base di questi numeri e considerata la base d’asta di circa 10 milioni di euro, il rendimento dell’investimento sarebbe stato molto al di sotto dell’attuale livello dell’inflazione e di qualsiasi altro investimento. Peraltro, lo Statuto di VeronaMercato consente solo la distribuzione del 5% dell’utile annuo, cioè, nulla.

  1. VeronaMercato non può essere considerata un’azienda privata in senso stretto, prova ne è il limite percentuale per la distribuzione degli utili e a nulla valgono i confronti con aziende similari presenti nel mercato, perché lo sono solo per l’oggetto sociale e niente altro.
  2. VeronaMercato non è in grado di realizzare importanti nuovi investimenti perché non ha sufficienti flussi di cassa. Infatti, gli ammortamenti sono piuttosto alti, tanto da coprire quasi integralmente il margine operativo lordo.

Questi i numeri che dimostrano una scelta, quella di coinvolgere il Consorzio ZAI, che è solo di natura politica!

A conferma di ciò, certamente vale il fatto che al Consorzio ZAI si “appioppava” una quota minoritaria che non avrebbe consentito alcun margine operativo significativo in termini strategici.

Sarebbe stato solo un inutile esborso di denaro!

Per fortuna l’operazione è fallita (e anche miseramente) perché non ha retto alla prova del voto nel Consiglio di Amministrazione del Consorzio ZAI. Infatti, la proposta (sollecitata) è stata ritirata prima.

E’ stata sconfitta la scelta politica di fare cassa con i soldi di una partecipata che sarebbe stata economicamente dispendiosa, strategicamente inutile e finanziariamente inaccettabile.

D’altronde, quando lo scopo è fare cassa con partite di giro tra aziende “casalinghe” orientate dallo stesso socio politico, quale altro risultato si può auspicare?

La Fiera delle “vacche”

E’ stata approvata la revisione dello Statuto di VeronaFiere. Una modifica che pare rispondere ad un solo requisito: impossessarsi delle poltrone!

Prevale anche una visione protezionistica, tant’è che si fa di tutto per evitare nuovi ingressi di soci, fatto che potrebbe portare conoscenze tali da aprire nuovi mercati e possibili acquisizioni di nuovi brand.

Immancabili, quindi, le modifiche relative alla governance. Infatti, il Consiglio di amministrazione passa da cinque a sette componenti e questo potrà nominare il direttore generale e, all’unanimità, l’amministratore delegato. Quest’ultima è una figura che oggi non esiste.

Al Comune di Verona è stata assegnata la nomina del presidente.

Ovviamente, queste decisioni non sono state accompagnate da un minimo di progetto sulle finalità e gli obiettivi futuri dell’Ente fieristico nè, tantomeno, come il piano industriale dovrebbe favorire la riduzione dei costi e l’incremento della qualità della nostra Fiera.

Approvato lo Statuto, tra pochi giorni, pertanto, l’assemblea dei soci dovrà approvare il bilancio dell’Ente e questa sarà l’occasione per rinnovare i vertici e fare le conseguenti nuove nomine.

Perché tutto questo a pochi giorni dal voto per il sindaco?

La risposta è più che intuitiva.

In pratica, un’Amministrazione a fine mandato che non è detto che sarà riconfermata, farà nomine che una nuova e diversa Amministrazione potrebbe non condividere.

E’ nelle cose che il Presidente della Fiera ed i consiglieri nominati dal Comune potrebbero non essere in linea con il prossimo sindaco, se diverso da Sboarina, ovviamente. Perché, quindi, nominare persone che resterebbero in carica per alcuni anni?

Correttezza istituzionale vorrebbe che fosse il nuovo sindaco a provvedere in tal senso.

Invece, no, proprio non ci riescono e distribuiscono poltrone (peraltro, aumentate) come se nulla cambiasse.

Se sarà eletto un sindaco nuovo, gli interessati cosa faranno?

Anche qui, la risposta è intuitiva.

Invasione dell’Ucraina. Lo stato attuale

La guerra in Ucraina entra nel terzo mese e si inaspriscono i toni dello scontro tra Stati Uniti e Russia.

L’America punta sempre più ad indebolire la Russia e ciò è possibile attraverso il sostegno militare all’Ucraina per fermare l’avanzata russa sul campo, allo scopo di ridimensionare la macchina da guerra del Cremlino anche negli anni a venire.

La Russia ha risposto facendo riferimento al “rischio di una terza guerra mondiale”.

Intanto, il conflitto inizia a coinvolgere anche la capitale della Transnistria, territorio separatista e filorusso della Moldavia

La risposta, militare e politica, è stata aggiornata pochi giorni fa. I ministri della Difesa e i capi di stato maggiore dei membri Nato più altri paesi alleati, tra cui Finlandia e Svezia, si sono riuniti in Germania presso la base aerea di Ramstein. All’ordine del giorno del summit che ha visto riuniti una quarantina di paesi, oltre a nuovi aiuti per l’Ucraina, anche il tema della difesa nel lungo periodo in Europa.

Abbandonando le cautele mostrate finora, la Germania ha deciso che invierà in Ucraina tank antiaerei e addestrerà i soldati ucraini all’uso dei sistemi di artiglieria in territorio tedesco.

Intanto, c’è stato un attacco terroristico in Transnistria, area della Moldavia che confina con l’Ucraina occidentale, controllata da separatisti filo-russi che ospita permanentemente un contingente di 1.500 soldati russi e un grande deposito di armi.

E’ sempre più evidente che l’obiettivo della nuova offensiva di Mosca sia prendere il controllo dell’Ucraina meridionale e ottenere l’accesso alla Transnistria, alimentando il timore che il conflitto in Ucraina possa estendersi al piccolo paese dell’Europa orientale.

Intanto, secondo l’Onu, sono più di 5 milioni gli ucraini fuggiti dal paese per cercare riparo da guerra e violenze. Una cifra che, se il conflitto si protrarrà, potrebbe raggiungere quota 8 milioni entro l’anno.

Ad oggi, ogni speranza di colloquio, almeno in questa fase, sembra scomparsa dai radar.

Lo Stato monitori le insopportabili espressioni filo russe.

Degli strani rapporti tra Verona e la Russia ho già scritto qui https://www.vincenzodarienzo.it/a-verona-arrivano-i-cosacchi/.

La novità attuale, invece, è che è’ stato organizzato un banchetto in Piazza Bra da sostenitori del Donbass, ovvero dell’area dell’Ucraina che la Russia vuole annettere a sé.

Quell’iniziativa, con tanto di bandiere di “Repubbliche” inesistenti giuridicamente e la divulgazione di contenuti propagandistici fuorvianti ed irrealistici, è la ridicola esposizione delle ragioni dell’aggressione di Putin all’Ucraina.

Solo in democrazia si può consentire che alcuni manifestino il loro pensiero a favore dei nemici dell’Italia, dell’Unione Europea e dell’Alleanza Atlantica.

Solo una corposa dose di democrazia può permettere che a Verona ci sia il responsabile dell’ufficio territoriale della Repubblica Popolare di Donetsk, mai riconosciuta dall’Unione Europea.

Quell’assurda esposizione di simboli mi conferma che a Verona in diversi hanno aperto le porte a influenze e convinzioni dannose e pericolose.

La Russia oggi è un nemico dell’Unione Europea e dei valori della democrazia occidentale, ma viene presentata come la vittima dell’aggressione in una surreale ricostruzione degna della propaganda di Putin che, però, solo in Russia può funzionare.

Sebbene gli autori si siano coperti di ridicolo, non si tratta di una goliardata. Io non sottovaluto la portata negativa di quel banchetto e avverto come un pericolo favorire il radicamento di certe opinioni.

Nel Paese che amano, se avessero manifestato contro li avrebbero già incarcerati per quindici anni.

Non abbassiamo la guardia. Sono sempre più convinto che a Verona si è, di fatto, costituita una regia fisica del progetto di radicamento e di diffusione dei programmi economici e di influenza benevola verso la Russia.

Quel banchetto è solo la punta dell’iceberg di quanto si muove nell’ombra o nell’accettazione inconsapevole ed in buona fede da parte della nostra comunità.

Mi confermo sempre di più che lo Stato debba monitorare questi episodi e, soprattutto, la presenza di queste micro organizzazioni idealmente riconducibili alla Russia che promuovono, anche facendo leva su teorie cospirazioniste, la rinuncia in tutto o in parte alle iniziative prese dal Governo italiano contro la Federazione Russa.