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Aeroporto Catullo, quali scenari futuri

Premessa

Da tempo, ormai, il Consiglio di Amministrazione dell’Aeroporto Catullo di Verona ha approvato sia un importante programma di investimenti che dovrebbe aumentare almeno del 50% la superficie dell’aerostazione sia l’aumento di capitale di circa 30 milioni che, conseguentemente, impegna i soci azionisti: Aerogest per il 47,015%, Save per il 41,843%, Fondazione Cariverona per il 2,897%, Provincia autonoma di Bolzano per il 3,584%, Provincia di Brescia per il 2,091% e altri enti per il restante 2,568%.

La società Aerogest, costituita tra il Comune di Verona (9,978%), la Provincia di Verona (20,706%), la Provincia Autonoma di Trento (30,266%) e la Camera di Commercio Industria, Artigianato e Agricoltura di Verona (39,050%), era stata creata per gestire le partecipazioni nella società Aeroporto Catullo S.p.A. al fine di orientarne gli obiettivi e le strategie in rapporto all’interesse del territorio di riferimento dei soci pubblici aderenti.

Fatto

L’articolo 14, comma 5 del Dlgs 175/2016, stabilisce il divieto, per le amministrazioni pubbliche, di erogare finanziamenti o sostenere con garanzie le società partecipate che abbiano registrato, per tre esercizi consecutivi, perdite di esercizio o che abbiano utilizzato riserve disponibili per il ripiano di perdite anche infrannuali. E’ il caso di Aerogest che, nel triennio 2015/2017, ha avuto sempre perdite di esercizio, per quote irrisorie, peraltro (Bilancio 2015 – perdita d’esercizio pari a Euro 16.194; Bilancio 2016 – perdita d’esercizio pari a Euro 15.775; Bilancio 2017 – perdita d’esercizio pari a Euro 20.834).

Fa specie rilevare che di fronte ad un così elevato impegno di responsabilità, i soci pubblici abbiano permesso perdite irrisorie che, nei fatti, hanno determinato la chiusura della società. Infatti, la decisione, peraltro assunta con grave ritardo e dopo aver detto tutto e il contrario di tutto in merito, è stata presa in queste ore.

Già nel 2018, tre anni fa, avevo chiesto di agire chiudendo Aerogest e affrontando l’aumento di capitale. Per Comune e Provincia ci sono voluti tre anni per arrivare alla stessa conclusione.

Nodo da sciogliere

Adesso siamo di fronte ad un nodo.

Il carattere “pulviscolare” delle partecipazioni di più enti locali in una società privata, così come il carattere minoritario della partecipazione di un solo socio pubblico, impedisce che l’attività svolta dalla società partecipata possa essere qualificata come servizio pubblico di interesse generale, unica ragione per la quale un Ente locale può avere partecipazioni in una società.

Un servizio può essere considerato di interesse generale solo nel caso in cui l’intervento del soggetto pubblico sia necessario per garantire l’erogazione del servizio in condizioni di accessibilità fisica ed economica, continuità, non discriminazione, qualità e sicurezza, condizioni che diversamente non potrebbero essere garantite se lo stesso fosse affidato al mercato. Ne consegue che nel caso in cui le partecipazioni degli Enti locali siano così ridotte da impedire allo stesso di influire sulle scelte strategiche della società, ovverosia non esistano particolari clausole dello statuto o patti parasociali che consentano ai suddetti Enti l’esercizio congiunto del controllo, si esclude che la società privata possa svolgere un servizio di interesse generale.

Va detto, inoltre, che da tempo è stato stabilito un patto parasociale tra Aerogest e SAVE.

Adesso che non ci sarà più Aerogest, il nodo diventa un cappio ed i soci pubblici sono costretti a unirsi tra loro (solo patto parasociale), pena l’obbligo di cedere le azioni del Catullo. Per farlo, ovviamente per continuare a contare come adesso, devono per forza partecipare all’aumento di capitale deciso tempo fa. In questo senso, ovviamente, si sono già espressi i soci pubblici.

Ma allora, anziché dire che parteciperanno all’aumento di capitale perché ci credono, perché non dicono che i loro errori li costringono a farlo obtorto collo?

Conclusioni

Il patto parasociale tra soci pubblici (obbligatorio), stavolta comprenderà anche la Fondazione Cariverona, la Provincia autonoma di Bolzano e la Provincia di Brescia, grazie ai quali si andrebbe dal 47,02% del capitale a oltre il 50%, ovvero in maggioranza assoluta? Questa condizione permetterebbe senz’altro di determinare le scelte a favore del comprensorio del Garda e, conseguentemente, di contrastare il disegno del socio privato SAVE di rendere il Catullo una subordinata dell’Aeroporto di Venezia!

E se qualcuno di quei soci diversi dai veronesi Comune, Provincia e Camera di Commercio, dovesse tirarsi indietro dall’aumento di capitale, i nostri tre avrebbero la forza economica di comprare l’inoptato? In caso negativo, potrebbe comprarlo SAVE e così schizzare ancora più in alto con le proprie azioni determinando uno scenario in cui il patto parasociale non servirebbe a molto.

Insomma, i ritardi e gli errori commessi pongono Verona in un quadro di incertezza che sarà risolto appena il fumo degli annunci roboanti di Sboarina e company si diraderà.

A breve!

Comune, basta buttare via i soldi!

Il Comune di Verona spende 188.059,05 euro per una gara per la redazione dello studio di fattibilità per la realizzazione di un collegamento in sede riservata per l’aeroporto Catullo, la stazione ferroviaria di Porta Nuova e l’area della fiera.

Ecco come si buttano via i soldi dei cittadini veronesi.

Si tratta di uno studio che è solo frutto di un’idea strampalata e che rischia di affossare definitivamente il progetto del collegamento ferroviario – modello metropolitana di superficie – da sempre auspicato. Peraltro, come è noto c’è già il progetto preliminare.

Il Comune poteva sollecitare la prosecuzione dei lavori nell’ambito del rapporto instaurato con Rete Ferroviaria Italiana per l’acquisizione delle aree dell’ex scalo merci di Santa Lucia, anziché pagare chissà chi per realizzare una cosa completamente alternativa.

Di quale progetto stiamo parlando?

Le Ferrovie dello Stato e la Provincia di Verona all’inizio degli anni 2000 stipularono una convenzione per cofinanziare la progettazione del collegamento Ferroviario con l’aeroporto Valerio Catullo.

All’epoca fu commissionato alla società «RPA engineering consulting» il progetto preliminare del collegamento ferroviario Verona-Aeroporto Valerio Catullo-Villafranca di Verona lungo la linea storica Verona-Mantova.

Quel progetto preliminare venne approvato con prescrizioni dal Consiglio Superiore dei LL.PP. e fu inserito nella legge obiettivo (n. 443 del 2001). Inoltre, con la delibera CIPE del 21 dicembre 2001, n. 121, venne anche approvato il primo programma delle opere strategiche.

Il progetto preliminare del 2003 ebbe un esito positivo in VIA e ottenne tutti i pareri favorevoli previsti x legge. Purtroppo non fu trasmesso al CIPE perché la progettazione definitiva non era finanziata.

Nel 2011, nella ricognizione dello stato di attuazione della legge obiettivo, l’opera ferroviaria venne riportata nell’elenco opere inserite nel programma delle infrastrutture strategiche per un costo totale di circa 90 milioni di euro.

A dicembre 2015, in fase di discussione della Legge di Stabilità 2016, il Governo Renzi approvò il mio Ordine del Giorno impegnandosi a riprendere il contesto al fine di riavviare le previste procedure per attualizzare la progettazione e i possibili finanziamenti.

Ancora più recentemente, nel 2019, avevo inserito nell’aggiornamento del Contratto di Programma RFI 2018/2019, la necessità di accelerare le procedure di progettazione.

Dunque, se le cose stanno così, con un progetto preliminare già fatto, già pagato, già valutato, che rientra nella legge obiettivo e nelle delibere CIPE e che è stato aggiornato nel 2011 e ripreso nel 2019, perché spendere soldi inutili per chiedere idee sul collegamento Aeroporto-Stazione Porta Nuova? Non bastava perorare la causa presso le Ferrovie anziché buttare via i soldi per un progetto che seppellirà anni e anni di impegni per averlo?

Sarebbe davvero comico se venisse fuori che il collegamento con il treno è indispensabile. Un concorso per farsi dire quello che già sappiamo.

Questo atto avrà due conseguenze: sarà molto difficile che le idee che saranno presentate avranno seguito (chi pagherà la loro realizzazione milionaria?) e intanto il progetto della metropolitana di superficie subirà un altro stop per chissà quanti anni ancora.

Davvero incomprensibile questa confusione. Il Comune poteva impegnarsi per far rientrare l’opera tra quelle necessarie per le Olimpiadi Milano-Cortina 2026, come ha fatto Bergamo per il collegamento tra la città e l’Aeroporto Orio al Serio, ma ha preferito buttare via inutilmente una bella montagna di soldi dei veronesi.

Finita la propaganda, resta il nulla!

Tempo fa, in pompa magna, era stato annunciato dalla Regione Veneto un progetto nuovo per il territorio: un collegamento ferroviario tra Verona, l’Aeroporto e il lago di Garda.

Paginate di giornali e servizi televisivi per quella che sembrava essere la soluzione strategica di tutti i problemi viabilistici delle aree interessate.

L’enfasi e il giubilo propagandistico, però, hanno lasciato posto…al nulla.

Veniamo al dunque.

Da sempre Verona chiede la realizzazione di una metropolitana di superficie ferroviaria tra la stazione Porta Nuova e l’Aeroporto Catullo utilizzando la linea storica Verona/Mantova.

In questo contesto, la novità era che la Regione aveva chiesto a Rete Ferroviaria Italiana, oltre a quel collegamento ferroviario, anche l’estensione dall’Aeroporto verso Peschiera del Garda e con una nuova bretellina su binari verso Lazise.

Si trattava di una soluzione suggestiva, più impegnativa finanziariamente, ma è rimasta tale: una suggestione!

Infatti, quell’idea è stata scartata perché non ritenuta remunerativa rispetto all’ingente investimento.

La cosa non è indolore, però. Non si tratta di superare un’idea che è rimasta solo sulla carta, ma di considerare quanti danni collaterali ha prodotto.

Il primo danno è certamente quello che non è stato possibile puntare sull’opera in occasione dell’aggiornamento del Contratto di Programma di Rete Ferroviaria Italiana per gli anni 2018 e 2019. In quell’occasione, appena pochi mesi fa, la risposta fornita a me che in commissione infrastrutture aveva posto il tema del collegamento ferroviario verso l’Aeroporto pe inserirlo tra le priorità, fu che si stava studiando una soluzione diversa, come proposta dalla Regione Veneto.

La seconda ripercussione è che aver preferito un’altra soluzione, non ha consentito di cogliere i benefici del Decreto Olimpiadi Milano-Cortina 2026. A causa della Regione Veneto abbiamo perso la grande occasione di inserire il tratto ferroviario nel Decreto che stabilisce risorse certe per un elenco chiaro di opere da realizzare entro il 2025.

Infatti, la Regione Veneto, pur avendo indicato quel collegamento tra le opere da costruire, al momento di imprimere sulla medesima la prevista e necessaria priorità, non l’ha fatto, privilegiando altre opere che insistono nella provincia di Belluno che sono state poi inserite tra quelle da realizzare.

Diversamente ha fatto la Regione Lombardia. Infatti, nell’ambito dello stesso Decreto, ha chiesto ed ottenuto il finanziamento completo per la realizzazione del collegamento ferroviario tra la stazione di Bergamo e l’Aeroporto Orio al Serio. Un’opera nuova rispetto alla nostra dove è già presente il collegamento ferroviario, ma a Dossobuono, distante circa 1,5 km dallo scalo.

Penso che la metropolitana di superficie fosse pienamente collegata alle Olimpiadi di cui il nostro Aeroporto sarà certamente funzionale.

Non ho mai capito la sottovalutazione della Regione Veneto.

Credo che per lo sviluppo futuro dello scalo scaligero si tratta di un colpo difficilmente superabile a breve.

Zaia, creduloneria o stupidità?

La scelta di Zaia di comprare vaccini anti covid in giro per il mondo, oltre ad essere più che sbagliata, si è rivelata il più ridicolo dei bluff.

Dunque, pochi giorni fa Zaia annuncia che: “il Veneto sarà in grado di vaccinare tutta la popolazione prima dell’avvio dell’estate, ma con la quantità di dosi che arrivano dallo Stato in queste settimane servirebbero due anni per immunizzare tutti. Da qui la volontà della Regione di cercare fornitori in modo autonomo, tanto che  due intermediari sarebbero già stati individuati, ma per la trattativa e l’acquisto è necessario il via libera del commissario del Governo (Arcuri).”

Inoltre, il 12 febbraio scorso annuncia d’aver chiesto all’Agenzia Italiana per il Farmaco l’autorizzazione.

Basandosi su un’ovvietà, quella che se ci fossero più vaccini si salverebbero più persone, ha compiuto una mossa che è assurda e si sta rivelando anche una grande bufala.

Per capire meglio il soggetto, è bene ricordare i suoi roboanti annunci concernenti la mascherina “made in Veneto” di cartapesta, poi sparita dal mercato e il tampone “fai da te” sotto la lingua. Due scemenze che hanno alimentato solo le sceneggiature dei comici.

Vaccinare prima i più ricchi

In ogni caso, il primo dato che rileva è che se la Moratti, assessore lombardo alla sanità, stupidamente ha chiesto al Governo di vaccinare prima i più ricchi lombardi e poi gli altri italiani, Zaia è stato più furbo: ha chiesto allo Stato di consentire l’acquisto dei vaccini alla ricca Regione Veneto.

E’ lo stesso principio di vaccinare (“salvare”) le persone in base al censo, ovvero residenti nelle Regioni più facoltose, ma declinato con maggiore furbizia.

Rompere l’unità dell’Unione Europea

Il secondo dato importante: l’Unione Europea sta agendo a nome di tutti i Paesi dell’Unione per acquistare i vaccini che vengono poi ripartiti in proporzione alla popolazione residente. In tutta Europa, nessun Presidente di Regione o di Lander ha mai pensato di agire sul mercato autonomamente, tranne il più figo di tutti: Zaia. Egli agisce fuori dai patti che l’Italia ha stabilito con tutti i Paesi europei.

Primo della classe o più asino?

Il vaccino è geopolitica

Terzo elemento. Come è noto la produzione di vaccini è anche geopolitica (ne parlo qui https://www.vincenzodarienzo.it/il-vaccino-e-anche-geopolitica/) e le case farmaceutiche (o alcuni paesi) possono gestire la distribuzione anche per “conquistare” relazioni internazionali.

Se, anziché gli Stati o l’insieme di Stati (UE), chiunque cercasse vaccini da comprare, il prezzo salirebbe e gli Stati più poveri andrebbero in sofferenza rischiando di non riuscire a comprare i vaccini e subire l’influenza di Cina e Russia pronti ad offrire i loro prodotti in funzione di “conquista” futura.

Fin qui, le valutazioni politiche.

Il fattaccio

La cosa, però, ha assunto anche una connotazione nebulosa. Infatti, in merito stanno indagando i NAS dopo la denuncia fatta dalla Regione Umbria che ha ricevuto la medesima offerta da parte di sconosciuti intermediari.

Qui è cascato l’asino.

Messo alle strette, Zaia si è rifugiato in una serie di “non so”, “ha fatto tutto il Dott. Flor”, “non saprei”, “io non ho mai letto documenti in merito”, “io non ho mai incontrato nessuno”.

Addirittura ha chiesto ai giornalisti di attendere l’arrivo in conferenza stampa del Dott. Flor (Direttore Generale della Sanità del Veneto), mentre sapeva che era stato contemporaneamente convocato dai NAS per chiarire la torbida vicenda e, come tutti normalmente potevano immaginare, la permanenza in caserma a Treviso non sarebbe stata breve (è durata quattro ore e la conferenza, peraltro, era a Mestre). Lo ha fatto per “bloccare” le domande scomode dei giornalisti?

Insomma, mi è parso chiaro che abbia cercato di allontanare da se stesso ogni ombra (stesso comportamento sul MoSE: per anni ha sempre saputo e partecipato su tutto, ma dopo l’alluvione a Venezia ha cominciato a dire che non sapeva nulla). Questo fatto mi fa ulteriormente dubitare sui contorni della vicenda. Infatti, nei giorni precedenti si è sperticato ad annunciare l’acquisto come una cosa fatta e il 12 febbraio ha chiesto l’autorizzazione a comprarli. Oggi dice che lo stesso giorno ha comunicato ai NAS che aveva chiesto di acquistare 27 milioni di vaccini (peraltro, con quali soldi?).

In pratica, prima ha fatto tutto, arrivando fino alla decisione di acquistarli, poi ha chiesto di verificare la cosa, ma dopo che è stato allertato dalla Regione Umbria.

Creduloneria o stupidità?

Zaia ha agito in un mercato parallelo (e forse illegale ?) e dovrà rendere conto di un’azione che ha rischiato di rompere l’unità dello Stato rispetto all’Unione Europea e, se dovessero emergere fatti ancora più rilevanti, anche di alimentare un mercato speculativo su un bene salvavita.

Autorizzare gli assembramenti è pura follia!

Zaia fa installare un tendone in centro per fare il tampone a coloro che intendono frequentare i locali pubblici del centro città durante il weekend.

Una specie di ”tamponspritz.

Questa cosa, accolta come al solito supinamente dal Comune di Verona, è pura follia!
È esattamente il contrario di quello che va fatto ed in questo modo si favorisce la diffusione dei contagi.
È uno schiaffo ai mirabili sforzi che tanti, a partire dai sanitari, stanno facendo per evitare il propagarsi del virus.
La proposta è sbagliata, culturalmente e dal punto di vista sanitario.
Una cosa simile crea la diffusa convinzione che l’assembramento sia possibile se i partecipanti siano tamponati.
È come dire che può uscire di casa per andare al bar o al supermercato solo chi ha fatto il tampone! Una scemenza, perché le regole della mascherina e della distanza restano insuperabili.
Non solo per legge, ma perché é l’unico antidoto per ostacolare il virus.
Altre ipotesi, come questa, è roba da azzeccagarbugli.
Inoltre, poiché il tampone rapido, purtroppo, ha una percentuale fisiologica di falsi negativi, si rischia di consentire ufficialmente ad un inconsapevole contagiato di partecipare all’assembramento.
Queste due certezze demoliscono tutte le buone pratiche che la comunità scientifica suggerisce ed i grandi sacrifici che stiamo compiendo.
Perché buttare via i soldi pubblici per un’idiozia simile?
Possibile che Zaia non sappia fare altro che rischiare di favorire la diffusione dei contagi? Mentre in giro si torna al lokdown, qui si invita a far festa.
Peraltro, non essendoci nessun obbligo per i frequentatori dei locali a fare il tampone, è certo che molti non lo faranno e parteciperanno comunque all’assembramento.
Il rischio è evidente, anche per chi il tampone lo fa.
Il buon senso direbbe di fare ben altro.
Auspico l’intervento del Comitato Tecnico Scientifico, affinché sia posta la parola fine a queste stavaganze.
La diffusione dei contagi non riguarda solo i frequentatori della movida, ma tutti noi, visto che chiunque frequenta chiunque e ovunque.
Non si preoccupino gli esercenti: meglio sopportare qualche sensata restrizione che tornare in fascia arancione o addirittura rossa. A quel punto il danno sarebbe molto maggiore.
Non vorremmo che a Verona tornassimo come qualche settimana fa.
Le bare ammassate negli ospedali veronesi a gennaio non le dimentico.

A carnevale ogni scherzo vale

La Regione ha proposto l’autostrada Nogara – Mare Adriatico per il Recovery Plan. Una buffonata inqualificabile! L’opera non potrà MAI rientrare in quel Piano!

L’autostrada regionale “Medio Padana Veneta Nogara – Mare Adriatico” è presente nel Piano Regionale dei Trasporti della Regione Veneto dal 2004 e da allora è stata sempre e  puntualmente riproposta.

Il percorso dell’opera copre il tratto compreso tra il casello di Nogarole Rocca sulla A22 e Adria (Ro), per una lunghezza di 107 km.

Si tratta di un’opera rilevante, perché si connette con l’Autostrada A31 Valdastico in Comune di Canda (Ro) e con l’autostrada A13 Padova-Bologna in Comune di Villamarzana (Ro). In prospettiva, il tracciato dell’opera dovrebbe terminare sull’Autostrada Orte-Mestre (quando questa verrà a sua volta realizzata), in corrispondenza di Adria (Ro).

L’iter dell’opera è bloccato in quanto nel 2018 la Regione Veneto ha messo in discussione la sussistenza del preponderante interesse pubblico e la rispondenza della nuova strada alle esigenze di programmazione regionale e sostenibilità economica-finanziaria. Infatti, il concessionario aveva chiesto un contributo alla Regione pari a 1,2-1,8 miliardi di euro.

La decisione regionale di sospendere tutto è stata anche confermata fino al Consiglio di Stato al quale si era rivolto il concessionario che aveva portato avanti il project financing dell’opera.

Il livello progettuale è preliminare e manca l’approvazione del Cipe alla revisione del medesimo.

Ciò nonostante, come il miglior prestigiatore, Zaia ha inserito l’asse autostradale nelle proposte che la Regione ha inviato allo Stato per il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza per 2 miliardi di euro, ma con priorità 2, ovvero “necessario ma non indispensabile”, quindi, un progetto di serie B.

Una presa in giro mai vista, con connotati da beffa.

Fa specie vedere il giochino: nel 2019 la Regione ne blocca il project financing (e vince contro i ricorsi), poi la conferma nel Piano Regionale Trasporti a luglio 2020 e adesso chiede i soldi del Recovery Fund per pagare il proprio contributo pubblico che la concessionaria aveva chiesto – pari tra 1,2 a 1,8 miliardi di euro – ragione per la quale aveva bocciato tutto e vinto fino al Consiglio di Stato.

Un’evidente presa in giro.

Inoltre, non solo il Recovery fund non finanzia i contributi ai concessionari, ma l’autostrada non potrà MAI rientrare nel Recovery Plan perché l’attuale livello dell’iter procedurale non consente di concluderla entro il 2026, termine temporale affinché un’opera possa rientrare nel Piano ed essere finanziata.

Insomma, una carnevalata di Zaia di cui la bassa veronese non aveva bisogno.

TAV Verona/Pescantina. Chi pensa agli espropriandi?

L’approvazione della Provincia di Verona delle integrazioni al Protocollo 2013 fa emergere una conferma – il Comune di Verona ha mentito sul progetto preliminare – e una verità – tutti si sono dimenticati dei veronesi che subiranno l’esproprio delle proprie unità abitative.

 

Ormai è più che evidente che il Comune di Verona ha rallentato la realizzazione della TAV Verona/Pescantina. Ha tenuto fermo tutto per due anni e ha fatto credere che non avesse il progetto preliminare consegnato nel settembre 2018.

L’atto della Provincia di Verona è l’ulteriore conferma che il progetto preliminare esiste e che deve essere adeguato alla luce delle nuove richieste. La prima conferma era già stata la delibera di giunta 2020/273 del 2 settembre scorso, ovvero l’approvazione dell’atto integrativo del Protocollo stipulato tra Comune e Rete Ferroviaria Italiana nel maggio 2013.

Questo grave ritardo è stato uno dei motivi per i quali l’apertura della linea ferroviaria veloce verso nord è slittata dal 2026 al 2028/2029.

Le bugie hanno le gambe corte!

Ancora più grave il fatto che, nonostante il progetto preliminare del 2018 contenesse anche gli espropri nelle zone di S. Massimo, Chievo e La Sorte, nell’attuale aggiornamento del Protocollo 2013 non se ne parla.

È assurdo che nell’atto integrativo non c’è alcun impegno del Comune verso i residenti che saranno espropriati delle loro abitazioni per consentire la costruzione delle gallerie previste.

Le schede tecniche del progetto preliminare 2018 contengono i terreni e gli immobili che saranno oggetto di espropri. Nonostante questo, non vi è alcun cenno alle compensazioni a favore dei residenti che saranno espropriati.

Eppure, ancora otto anni fa il Comune si era impegnato a trovare un terreno con caratteristiche analoghe alle zone interessate dai lavori ove ricostruire le nuove abitazioni. Cosa impedisce di procedere su questo fronte coinvolgendo i residenti interessati e rispettare i loro legittimi diritti?

Dopo tanti anni persi è più che doveroso  che il Comune di Verona, considerato che conosce nel dettaglio gli immobili interessati dalle demolizioni, organizzi un tavolo per confrontarsi con gli espropriandi e lavorare con loro all’individuazione dei terreni ove ricostruire.

Inoltre, è necessario che il Comune si assuma la responsabilità di avviare subito un tavolo con le ferrovie per regolare con un accordo di programma i rapporti patrimoniali in gioco e volgerli a beneficio della comunità, in modo da non lasciare da soli i veronesi coinvolti dagli espropri.

Il Comune si sta macchiando di una grave responsabilità unita a quella di non voler istituire un osservatorio/infopoint presso il quale i residenti interessati, espropriandi e non, e chiunque altro possano avere tutte le informazioni possibili.

Il male dei lavoratori

Quanto sta accadendo all’Istituto pubblico di assistenza e beneficenza di Verona, ovvero al meglio conosciuto come Istituto assistenza anziani, un ente pubblico che si occupa di anziani non autosufficienti, che è una delle più grandi Residenze sanitarie assistite del Veneto (600 posti letto) è il più chiaro esempio di come si calpestano i diritti dei lavoratori.

Soprattutto in questo delicato momento.

Nonostante sia gestito da un consiglio di amministrazione i cui componenti sono nominati su indicazione del sindaco (tre membri ) e del Presidente della Provincia (un membro), quindi, dai rappresentanti politici del territorio, l’Istituto ha avviato una vertenza contro i lavoratori – circa 500 più altrettanti già in pensione – ai quali ha chiesto la restituzione di indennità di rischio e aumenti di stipendio percepiti negli ultimi anni sulla base di una regolare contrattazione aziendale degli ultimi dieci anni.

Che la dirigenza dell’Istituto mal sopporti i lavoratori lo si era già capito a giugno 2019 quando aveva denunciato 33 di essi al termine di uno sciopero. In quell’occasione, però, ad essere condannato fu l’Istituto medesimo per condotta antisindacale per aver commesso una serie di errori, compreso quello di stracciare i cartelli affissi dai lavoratori e ordinato di rimuovere degli adesivi.

Un chiaro atteggiamento reazionario.

Questa di chiedere la restituzione di emolumenti elargiti nel tempo è solo la conferma che la dirigenza dell’Istituto non ha a cuore il bene dei propri lavoratori. Inutile descrivere la tensione che la notizia ha già determinato all’interno della Casa di riposo nella quale lo svolgimento delle attività rischia di essere condizionato da un clima poco sereno a scapito delle persone anziane lì ospitate.

Solo la grande professionalità del personale interessato sta evitando ripercussioni negative nell’ambiente. L’umanità sta comunque prevalendo. Esattamente il contrario di quanto quella dirigenza sta portando avanti.

Eppure, le condizioni generali del momento indurrebbero a comportamenti diversi, di unità e solidarietà. Ma Tant’è.

Anziché rimettersi al tavolo del confronto, ogni occasione è buona per trasferire ad un giudice le questioni sindacali. Una scelta scientemente volta contro gli interessi dei lavoratori.

A me pare chiaro che la dirigenza non abbia le caratteristiche tali da poter proseguire nel proprio compito e spero che quanto prima sia sfiduciata ed allontanata dall’Istituto.

Ne va del buon nome dell’Istituto, del clima di serenità che serve, dei diritti del lavoratori e della necessità di unità che il momento storico richiede.

Telemarketing, necessario un freno!

Ormai è stato superato il limite!

Ogni giorno decine di migliaia di cittadini continuano a ricevere telefonate pubblicitarie indesiderate, sia su numeri di utenza fissi sia su cellulari, pur avendo già manifestato la loro contrarietà o siano iscritti al Registro pubblico delle opposizioni.

Il telemarketing è l’attività di marketing effettuata tramite telefonate che permette alle società di contattare i cittadini titolari di un’utenza telefonica fissa o mobile per proporre loro i propri prodotti, forniture o servizi.

Le regole sono chiare: possono essere contattati solo gli abbonati che ne abbiano fatto richiesta, i quali devono comunque aver la possibilità di potersi opporre in maniera agevole all’uso delle proprie coordinate elettroniche, rifiutando le telefonate a fini commerciali non richieste e effettuate contro la loro volontà.

L’Italia ha istituito il «Registro pubblico per le opposizioni» ed ha stabilito il Regolamento Generale sulla Protezione dei Dati Personali (GDPR). Due provvedimenti che hanno fornito alle Autorità di Controllo poteri sanzionatori incisivi ed hanno imposto obblighi più ampi e particolarmente stringenti in capo alle imprese che intendono fare ricorso a tali strumenti di autopromozione.

Eppure, numerosi cittadini e associazioni denunciano come l’attuale disciplina non sia ancora pienamente efficace e in grado di tutelare i cittadini e i consumatori.

Il problema è anche che nel settore del telemarketing agiscono operatori “non regolari”.

Con un’interrogazione parlamentare ho sollecitato il Governo ad avviare iniziative urgenti per arginare il fenomeno del telemarketing selvaggio e per contrastare il ricorso diffuso ai call center abusivi.

Penso sia necessario adottare misure per rafforzare la sicurezza dei dati personali dei cittadini. Serve rendere più efficace la possibilità di potersi opporre in maniera agevole all’uso delle proprie coordinate elettroniche, rifiutando le telefonate a fini commerciali non richieste e effettuate contro la propria volontà.

Occorrono, poi, obblighi più stringenti in capo alle imprese che intendono fare ricorso agli strumenti del telemarketing e di autopromozione e contrastare ovunque il ricorso ai Call center che non operano con dipendenti contrattualizzati e che non rispettano la normativa vigente.

Migrazioni. Ci sarà una nuova ondata?

La pandemia sta incidendo sull’economia mondiale determinando uno stato di grave sofferenza. Ciò può innescare nuove forme di migrazione.

In Europa, le domande di asilo sono passate da un minimo di 9.000 ad aprile 2020 a 42.000 a settembre 2020, con una riduzione dell’87% rispetto a gennaio 2020.

Ovviamente, hanno inciso le misure restrittive della mobilità imposte da tutti i Paesi.

Eppure, nonostante questi dati, le destre hanno cavalcato “l’invasione migratoria”. Pensate, nonostante la riduzione a 116.000 passaggi irregolari di frontiera nell’UE nei primi 11 mesi del 2020, livello minimo dopo il 2009 (104.000), la “pericolosità” dell’arrivo dei migranti è stata al centro dell’attenzione della propaganda delle destre italiane.

Il fatto, però, è che le analisi recenti sulle migrazioni rilevano che le preoccupazioni presenti in tanti paesi, sulla sicurezza personale unite all’insicurezza alimentare, sono un incentivo per gli spostamenti e i movimenti migratori.

Come dicevo, la pandemia ha avuto un impatto dirompente sull’economia globale e sui mezzi di sussistenza di centinaia di milioni di persone, causando un forte aumento delle disuguaglianze, della povertà e spesso aggravando fragilità preesistenti.

Non solo si è registrato un calo del 14% delle ore lavorative, ovvero l’equivalente di 400 milioni di posti di lavoro a tempo pieno, ma se prendiamo ad esempio il turismo, uno dei fattori trainanti dell’economia di alcuni paesi, si rileva che la perdita potenziale di 1.000 miliardi di dollari di ricavi corrisponde a 100 milioni di posti di lavoro a rischio.

In Tunisia, ad esempio, sino ad ottobre le poche entrate del turismo hanno coinvolto il futuro di 400.000 lavoratori del settore. A questa difficoltà si aggiunge anche che in alcuni Paesi del nord Africa e in Medio Oriente le rimesse degli emigrati si sono ridotte di parecchio.

Con la riduzione dei redditi e delle rimesse dall’estero è facile supporre che senza un sistema di welfare sociale dignitoso su cui ripiegare, alcune famiglie potrebbero considerare la possibilità di cercare opportunità di sostentamento altrove.

Va detto che l’Unione Europea è sempre più intenzionata a rafforzare la cooperazione con i Paesi non-UE per meglio gestire e ridurre i flussi. Il nuovo Patto Europeo su Migrazione e Asilo va in questa direzione nella speranza che possa influire sul desiderio di migrare.

C’è un però: se verso l’esterno l’UE nel 2021 agirà con determinazione, al proprio interno ancora non è stato chiuso l’accordo politico sulle parti del Patto Europeo su Migrazione e Asilo e, quindi, cosa dovrà essere fatto alle frontiere esterne (l’Italia) in termini di procedure di identificazione e controlli di sicurezza sui nuovi arrivi, di determinazione di chi possa o meno rimanere e di rimpatrio per coloro che non hanno titolo per rimanere.