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La mobilità è tornata ai livelli pre-Covid

Da lunedì potremmo andare in giro senza mascherine nei luoghi aperti e se non ci si avvicina troppo alle altre persone, cioè si resta a più di un metro di distanza.

Un altro passaggio importante sulla difficile strada di contrasto al virus.

Questa concessione è possibile grazie ai tanti sacrifici che abbiamo fatto e grazie alle scelte oculate che da oltre un anno sono state assunte. Sempre improntate sulla base dei dati scientifici e al buon senso, le decisioni prese hanno avuto il merito di equilibrare le esigenze presenti nella società.

In ogni caso, non è l’unico segnale di “ripresa”. Infatti, a seguito delle riaperture avviate a fine aprile scorso, gradualmente anche a mobilità ha recuperato i livelli pre-pandemici.

Lo scopriamo dai dati Apple.

Questi mostrano che gli spostamenti in macchina sono stati in media del 25 per cento superiori a quelli del livello pre-Covid, gli spostamenti con i mezzi pubblici del 15 per cento superiori, mentre gli spostamenti a piedi del 2 per cento superiori.

Quindi, il livello di mobilità sembra essere tornato alla normalità, anzi sembra averla superata. Il dato più sorprendente riguarda i mezzi pubblici, il cui utilizzo durante la pandemia aveva subito il calo più accentuato.

I dati Google suddividono la mobilità anche per luogo di destinazione:

la frequentazione dei luoghi di svago è ancora inferiore dell’8 per cento. Questo calo, se riflettuto con il periodo pre estivo, ci dice che c’è ancora attenzione a recarsi in certi posti;

per i servizi essenziali, supermercati e farmacie, l’aumento è stato del 14 per cento;

la mobilità verso i luoghi di lavoro è calata del 12 per cento. Ciò potrebbe essere sia a causa delle modalità di lavoro smart-working, sia per la chiusura di diverse attività economiche. Gli esperti, vista l’entità del dato, propendono per la prima ragione.

Insomma, più aumenta la fiducia delle persone verso le risposte che lo stato sta dando, in primis con la campagna vaccinale, e più si vedono i risultati positivi

Sostenere la natalità e i figli

In questo articolo (https://www.vincenzodarienzo.it/la-novita-dellassegno-unico-universale/) ho trattato l’assegno unico universale.

In pratica, il Parlamento ha delegato il Governo a riordinare, semplificare e potenziare – entro aprile 2022 – le misure a sostegno dei figli a carico attraverso l’istituzione dell’assegno unico e universale, ovvero un beneficio economico attribuito progressivamente a tutti i nuclei familiari con figli a carico al fine di favorire la natalità, di sostenere la genitorialità e di promuovere l’occupazione, in particolare femminile.

Sin dall’inìzio, pero, è stato chiaro che in ragione dei nuovi criteri fissati per l’assegno, diversi nuclei familiari restavano es causi dal beneficio.

Per questa ragione, abbiamo deciso una misura transitoria, per il periodo 1° luglio 2021-31 dicembre 2021, in favore dei nuclei familiari che, in ragione dei profili soggettivi dei relativi componenti, non rientrino nell’ambito di applicazione dell’istituto dell’assegno per il nucleo familiare.

La misura transitoria consiste in un assegno mensile, subordinato ad alcuni requisiti, il primò dei quali è che il nucleo familiare non rientri nell’ambito di applicazione dell’istituto dell’assegno.

L’importo dell’assegno, con riferimento a ciascun figlio minore, è determinato in base al livello di ISEE ed al numero di figli minorenni, l’importo medesimo è escluso dalla base imponibile dell’imposta sul reddito delle persone fisiche e il beneficio è riconosciuto dall’INPS,

L’assegno temporaneo è compatibile con eventuali altre prestazioni, in favore dei figli a carico, erogate dalle regioni o province autonome e dagli enti locali.

Inoltre, sempre in via transitoria, per il periodo 1° luglio 2021-31 dicembre 2021, abbiamo deciso un incremento della misura mensile degli assegni per il nucleo familiare. L’incremento concerne solo i casi di nuclei familiari con figli; la misura mensile dell’incremento è pari, per i nuclei familiari fino a due figli, a 37,5 euro per ciascun figlio e, per i nuclei familiari con almeno tre figli, a 55 euro per ciascun figlio.

Insomma, due misure che mettono al centro uno dei temi di prospettiva più importante: favorire le nascite per poter affrontare il futuro più serenamente.

La detanalità che sta crescendo progressivamente, legata a fattori di incertezza economica e sociale di molti giovani coppie, incertezze cresciute durante la pandemia, rischia di mettere a dura prova in futuro il nostro sistema sociale.

Servono molte altre misure per aiutare i giovani a fare figli, questi due provvedimenti economici vanno nella direzione giusta e dimostrano l’attenzione che riserviamo alle loro aspettative di vita.

Le conseguenze dell’inflazione sul debito pubblico

Sembrerà strano, ma un aumento dell’inflazione potrebbe facilitare la riduzione del debito pubblico e potrebbe ridurre il rapporto tra debito pubblico e Pil a patto che non crescano anche i tassi di interesse.

Si è aperto un importante dibattito: commentatori ed economisti sono sicuri che aumenterà l’inflazione, ovvero un aumento dei prezzi rispetto al passato recente.

Credo sia nelle cose che questo possa avvenire, considerato che la domanda crescerà di parecchio.

In che modo l’inflazione può modificare il livello e la dinamica del debito pubblico?

Positivamente attraverso la crescita del Pil e negativamente mediante la crescita dei tassi d’interesse sui titoli di Stato.

Infatti, la crescita della ricchezza interna incide sul rapporto debito-Pil e, quindi, questo effetto esercita una pressione a ribasso sul rapporto. Al contrario, l’effetto dell’inflazione sui tassi d’interesse esercita indirettamente una pressione a rialzo sul rapporto debito-Pil perché i creditori chiederebbero rendimenti superiori per compensare l’erosione del proprio capitale causata dalla maggiore inflazione ed i tassi, conseguentemente, aumenterebbero incrementando la spesa per interessi che lo Stato deve pagare.

Ovviamente, se l’inflazione non influisce sulla differenza tra tasso d’interesse e tasso di crescita del Pil, questi due effetti si compensano a vicenda e, quindi, l’inflazione non ha un effetto sulla dinamica del rapporto debito-Pil.

La differenza è nei tempi. Poiché i titoli di Stato non sono indicizzati all’inflazione, perché hanno una scadenza superiore ad un anno, l’effetto denominatore della crescita del Pil nominale è immediata perché è indicizzata all’inflazione corrente in tempi molto più brevi.

Pertanto, se dovesse accadere una cosa del genere, il peso positivo dell’inflazione sul tasso di crescita PIL (e quindi, sul debito pubblico) sarà, di fatto parziale, perché potrebbe essere eroso al momento in cui si rinnovano i titoli di Stato all’inflazione già cresciuta precedentemente.

La tutela dell’ambiente nella Costituzione

In Senato abbiamo approvato il primo passaggio per integrare la Costituzione con una nuova e innovativa previsione: la tutela dell’ambiente nell’interesse delle future generazioni.

Per la prima volta da quando è entrata in vigore, è stato così modificato l’articolo 9:

“La Repubblica promuove lo sviluppo della cultura e la ricerca scientifica e tecnica.

Tutela il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della Nazione. Tutela l’ambiente, la biodiversità e gli ecosistemi, anche nell’interesse delle future generazioni. La legge dello Stato disciplina i modi e le forme di tutela degli animali.”

 Mentre l’ambiente è inteso nella sua accezione più estesa e sistemica che comprende l’ecosistema e la biodiversità, la previsione dell'”interesse delle future generazioni”, è assolutamente inedita nel dettato costituzionale e mira a tutelare il futuro del Paese attraverso i giovani.

La modifica costituzionale ha interessato anche l’articolo 41:

“L’iniziativa economica privata è libera.

Non può svolgersi in contrasto con l’utilità sociale o in modo da recare danno alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana, alla salute, all’ambiente.

La legge determina i programmi e i controlli opportuni perché l’attività economica pubblica e privata possa essere indirizzata e coordinata a fini sociali e ambientali.”

In concreto, l’evoluzione delle diffuse sensibilità verso la tutela dell’ambiente, ha portato al riconoscimento di questa nuova relazione tra la comunità territoriale e l’ambiente che la circonda, all’interno della quale si consolida la consapevolezza della risorsa naturale eco-sistemica non rinnovabile, essenziale ai fini dell’equilibrio ambientale, capace di esprimere una funzione sociale e di incorporare una pluralità di interessi e utilità collettive, anche di natura intergenerazionale.

La modifica, di fatto, trasforma il significato della “tutela del paesaggio” già sancito dall’articolo 9. Infatti, si passa dalla tutela del “monumento in natura”, ovvero di un mero bene (come si rileva dalla discussione fatta in merito dall’Assemblea costituente), in valore primario e sistemico.

La configurazione dell’ambiente come “valore” costituzionalmente protetto delinea una sorta di materia trasversale, in ordine alla quale si manifestano competenze diverse, che ben possono essere regionali, spettando allo Stato le determinazioni che rispondono ad esigenze meritevoli di disciplina uniforme sull’intero territorio nazionale.

Serviranno altri tre passaggi tra Camera e Senato affinché questo importante valore culturale possa essere parte integrante della nostra Costituzione.

La risposta del futuro

Penso che il fatto che migliaia e migliaia di giovani abbiano subito prenotato la sommisinistrazione del vaccino anti-covid sia la più bella e importante risposta che il futuro ci consegna.

Appena è stato possibile, anche in Veneto e a Verona, tantissimi convintamente si sono prenotati.

La cosa è positiva è lo è anche se le motivazioni addotte da alcuni commentatori (e soliti criticoni) è stata quella che “lo fanno per poter essere liberi di fare ciò che vogliono”. Non credo che questo cambi il valore dell’atto, tutti ci stiamo vaccinando per tornare alla normalità e fare quello che facevamo.

Ma, una frase così detta fa trasparire una certa dose di diffidenza sulle capacità e qualità dei nostri giovani.

È un errore, attuale ed in prospettiva, a causa del quale oggi non si riconosce loro un ruolo e questo disconoscimento inciderà anche un domani, ritardando il loro protagonismo nella società.

Non è retorica dire che i giovani sono il futuro. È un fatto inconfutabile. Chiunque di noi sa bene in quale età ha espresso molto, in termini di ambizione e crescita personale e professionale. I più anziani hanno costruito le premesse per quanto abbiamo avuto finora, ma quello che sarà un domani può essere costruito solo dai giovani di oggi.

Questo punto è decisivo per stimolare i decisori politici e sociali ad investire di più sui giovani, affinché sia sempre più ridotto quel tempo tra la maturazione personale e la scelta di impegnarsi nella via è nella società.

I Governi, da anni ormai, attuano politiche, soprattutto economiche, per favorire il dinamismo e l’intraprendenza giovanile, ma se queste azioni non sono accompagnate da stimoli culturali che i più grandi possono dare, il rischio è che l’investimento non coglierà i suoi frutti.

Tocca ai più grandi, quindi, creare le condizioni per un protagonismo maggiore dei giovani, lasciando spazi e incentivando le capacità che ci sono in giro.

Io credo che i giovani siano pronti e rifletterli con il ricordo di quando eravamo giovani noi cercando un punto di incontro sia sbagliato, come lo era quando i nostri genitori – giovani negli anni 60 – si approcciavano a noi.

La conferma che hanno qualcosa di buono da dire è proprio la volontà di vaccinarsi, a tutela propria e degli altri.

Quale risposta migliore per il futuro?

Commissione d’inchiesta sul Covid in Veneto

Finalmente, dopo varie resistenze, è stata approvata la proposta del Gruppo consiliare regionale PD di istituire una commissione d’inchiesta sulla seconda ondata del virus che ha investito il Veneto in maniera molto più virulenta della prima.

Abbiamo sempre detto che molte cose non hanno funzionato.

I dati lo dimostravano. Nonostante la preparazione che la Regione avrebbe dovuto avere dopo la prima ondata pandemica, la diffusione dei contagi e la risposta messa in campo nella seconda fase non hanno frenato in maniera adeguata i contagi ed i decessi.

La nostra proposta partiva da questo e non aveva l’intento di indagare chissà cosa, come ripetevano i contrari.

Se un sistema non funziona o presenta problemi, vanno analizzati gli ostacoli, le deficienze, gli errori per evitare che si ripetano ancora quelle situazioni che sono di pericolo per la salute umana.

Ebbene, questo principio ha avuto la meglio e la commissione d’inchiesta sulla gestione della seconda ondata in Veneto ha avuto l’approvazione del Consiglio Regionale.

Sarà fondamentalmente incentrata sulla seconda ondata ed i risultati serviranno per correggere errori e potenziare i fatti positivi in modo da affrontare il futuro con maggiore forza e determinazione.

Non è stato facile ottenerla. Infatti, era stata presentata una contro-proposta che avrebbe spostato l’attenzione dalla sola seconda ondata – caratterizzata da un numero drammaticamente elevato di morti e contagi – all’intera pandemia. Ciò avrebbe compromesso il senso del lavoro da fare, perché inseriva nell’analisi un periodo – la prima ondata – nel quale non vi erano gli stessi elementi di conoscenza che avevamo a ottobre.

La commissione dovrà concludere i lavori entro il 30 novembre e sarà composta da 10 consiglieri di maggioranza e cinque di opposizione, a cui spetta la presidenza.

La commissione potrà svolgere audizioni – rappresentanti del personale sanitario e sociosanitario, comitati e associazioni rappresentative, virologi, epidemiologi, tecnici ed esperti del settore sanitario – e certamente sarà uno strumento importante per far luce su quanto accaduto e, soprattutto, dare le risposte alle domande che ci siamo posti tante volte.

Le richieste di aiuto durante la pandemia

La convivenza forzata durante la fase di lockdown ha rappresentato in alcuni casi il detonatore per l’esplosione di comportamenti violenti, in altri l’aggravante di situazioni che già precedentemente erano violente.

In questa fase è stato molto pubblicizzato il ruolo svolto dal numero di pubblica utilità 1522 nel supportare e accompagnare le donne verso i servizi che meglio si adattavano alla loro situazione contingente.

I risultati:

  • nel 2020 le chiamate al 1522, il numero di pubblica utilità contro la violenza e lo stalking, sono aumentate del 79,5% rispetto al 2019, sia per telefono, sia via chat (+71%);
  • il boom di chiamate si è avuto a partire da fine marzo, con picchi ad aprile (+176,9% rispetto allo stesso mese del 2019) e a maggio (+182,2 rispetto a maggio 2019), ma soprattutto in occasione del 25 novembre, la giornata in cui si ricorda la violenza contro le donne, anche per effetto della campagna mediatica. Nel 2020, questo picco, sempre presente negli anni, è stato decisamente più importante dato che, nella settimana tra il 23 e il 29 novembre del 2020, le chiamate sono più che raddoppiate (+114,1% rispetto al 2019);
  • la violenza segnalata quando si chiama il 1522 è soprattutto fisica (47,9% dei casi), ma quasi tutte le donne hanno subito più di una forma di violenza e tra queste emerge quella psicologica (50,5%);
  • rispetto agli anni precedenti, sono aumentate le richieste di aiuto delle giovanissime fino a 24 anni di età (11,8% nel 2020 contro il 9,8% nel 2019) e delle donne con più di 55 anni (23,2% nel 2020; 18,9% nel 2019);
  • riguardo agli autori, aumentano le violenze da parte dei familiari (18,5% nel 2020 contro il 12,6% nel 2019) mentre sono stabili le violenze dai partner attuali (57,1% nel 2020);
  • Nei primi 5 mesi del 2020 sono state 20.525 le donne che si sono rivolte ai Centri antiviolenza (CAV), per l’8,6% la violenza ha avuto origine da situazioni legate alla pandemia (es. la convivenza forzata, la perdita del lavoro da parte dell’autore della violenza o della donna);
  • per quanto riguarda le Case rifugio, nei primi 5 mesi del 2020 sono state ospitate 649 donne, l’11,6% in meno rispetto ai primi 5 mesi del 2019. Per il 6% delle donne accolte, le operatrici hanno segnalato che è stata la pandemia ad avere rappresentato la criticità da cui ha avuto origine la violenza.

Nel 2020 l’incremento delle chiamate, rispetto all’anno precedente, è avvenuto in coincidenza dei mesi che vanno da fine marzo a maggio e negli ultimi mesi del 2020. Considerando le donne vittime di violenza che si sono rivolte al numero di pubblica utilità, l’aumento delle chiamate di questa specifica utenza è stato del 79,5%, passando da 8.427 chiamate del 2019 a 15.128 del 2020

Sono direttamente le donne a rivolgersi a questo servizio di pubblica utilità, ma non sono rari i casi di parenti, amici, conoscenti o anche operatori dei diversi servizi sul territorio a segnalare episodi di violenza.

Osservando l’andamento delle chiamate, si evidenzia chiaramente come, a partire dal periodo del lockdown generale (marzo-aprile 2020), si sia verificata una crescita esponenziale delle richieste di aiuto, ma ciò che impatta di più sull’incremento delle chiamate è la commemorazione del 25 novembre (giornata mondiale contro la violenza sulle donne), che sembra agire sulle vittime come “effetto motivazionale” nella ricerca di un supporto esterno. In questa data, infatti, si amplia la platea di chi parla pubblicamente della violenza contro le donne, si moltiplicano le iniziative, si rende visibile ciò che durante l’anno non lo è. La spinta rappresentata da questo stimolo esterno è peraltro osservabile dalle risposte che le donne vittime forniscono alla domanda relativa alla frequenza della violenza subita.

Questa giornata rappresenta dunque per le vittime una spinta a uscire dall’isolamento.

Le violenze riportate al 1522 sono soprattutto opera di partner (57,1% nel 2020) ed ex partner (15,3%); tuttavia nel 2020 sono in crescita anche quelle da parte di altri familiari (genitori, figli, ecc.), che raggiungono il 18,5% (12,6% nel 2019) mentre diminuiscono tutte le altre tipologie di autori.

Agricoltura biologica e biodinamica.

In Senato abbiamo approvato un Disegno di legge per la tutela, lo sviluppo e la competitività della produzione agricola, agroalimentare e dell’acquacoltura con metodo biologico.

Si è aperto un dibattito nazionale in merito, non sempre con elementi di realtà. Questa nota, per fare fornire informazioni utili.

Cosa è l’agricoltura biologica

Il Regolamento UE 2018/848 del 30 Maggio 2018 la descrive così:  “La produzione biologica è un sistema globale di gestione dell’azienda agricola e di produzione alimentare basato sull’interazione tra le migliori prassi in materia di ambiente ed azione per il clima, un alto livello di biodiversità, la salvaguardia delle risorse naturali e l’applicazione di criteri rigorosi in materia di benessere degli animali e norme rigorose di produzione confacenti alle preferenze di un numero crescente di consumatori per prodotti ottenuti con sostanze e procedimenti naturali.

La produzione biologica esplica, pertanto, una duplice funzione sociale, provvedendo da un lato, a un mercato specifico che risponde alla domanda di prodotti biologici da parte dei consumatori e, dall’altro, fornendo al pubblico beni che contribuiscono alla tutela dell’ambiente, al benessere degli animali e allo sviluppo rurale.

Cosa è l’agricoltura biodinamica

E una branca dell’agricoltura biologica per cui ne rispetta tutte le regole aggiungendovi quelle previste dai disciplinari del biodinamico, che si basa sostanzialmente su tre principi: l’azienda come sistema vitale e produttivo, i preparati biodinamici, le fasi lunari.

Per l’uso del marchio, le aziende che operano in questo ambito devono essere certificate da appositi istituti certificatori (in Italia sono 4 gli organismi deputati).

Cosa sono i “preparati biodinamici”

In questi giorni si è molto parlato dei preparati come il risultato di applicazioni di stregoneria, ma in realtà questi preparati erano già previsti dal Regolamento CEE n. 2092 del 1991, come “preparazioni biodinamiche” “per l’attivazione dei compost” e sono definiti dal Regolamento (UE) 2018/848 del 30 maggio 2018 come “miscele tradizionalmente utilizzate nell’agricoltura biodinamica. Ovviamente, ne è autorizzato l’uso anche in agricoltura biologica.

I preparati biodinamici – che sono stati additati come il male assoluto – erano stati previsti dal Regolamento CE n. 834/07, art. 12 lettera c e conseguentemente dal D.P.R. n. 55 del 28/02/2012.

Cosa dicono le norme italiane sul tema

In Italia la materia era normata dal decreto ministeriale 18354 del 27 novembre 2009 di recepimento della direttiva UE 834/2007 “Disposizioni per l’attuazione dei Regolamenti CE n.834/2007, 889/2008, 1235/2008 e successive modifiche riguardanti la produzione biologica e l’etichettatura dei prodotti biologici” che all’Art. 3, comma 5 detta “Disposizioni per particolari prodotti utilizzati in agricoltura biologica, biodinamica e convenzionale”, e anche dal decreto ministeriale 6793 del 18 luglio 2018 che tratta anche dei preparati biodinamici ai sensi articolo 12 del già citato Regolamento (CE) N. 834/200.

I preparati biodinamici, inoltre, sono compresi nella lista dei corroboranti dell’agricoltura

biologica e, pertanto, sono soggetti alla valutazione di una commissione tecnico scientifica di esperti del Ministero delle Politiche Agricole Alimentari e Forestali, del Ministero della Salute e del Ministero dell’Ambiente.

Il decreto ministeriale 6793/2018 recita in proposito “il ricorso a prodotti di origine naturale (non derivati da sintesi chimica) efficaci e sicuri, in linea con i recenti indirizzi dettati dal pacchetto di misure della Commissione del 2 dicembre 2015, così detto, «Circular economy», trova un’utile applicazione e garantisce un positivo supporto per i produttori biologici alla corretta applicazione del metodo biologico o biodinamico.”

Il decreto esenta i preparati biodinamici dall’obbligo di registrazione e ne regola l’immissione in commercio e la diffusione con le stesse procedure e gli stessi obblighi vigenti per tutti i corroboranti in agricoltura.

Cosa prevede il disegno di legge approvato alla Camera e poi al Senato.

Il disegno di legge afferma che i metodi di produzione basati su preparati e specifici

disciplinari applicati nel rispetto delle disposizioni dei regolamenti dell’Unione europea e delle norme nazionali in materia di agricoltura biologica sono equiparati al metodo di agricoltura biologica.

Quindi, sono a tal fine equiparati il metodo dell’agricoltura biodinamica ed i metodi che, avendone fatta richiesta secondo le procedure fissate dal Ministro delle politiche agricole alimentari e forestali con apposito decreto, prevedano il rispetto delle disposizioni imposte dal decreto medesimo.

In pratica, il biodinamico è stato reso equivalente al biologico in quanto nei disciplinari che lo regolano c’è il rispetto dei regolamenti e delle norme nazionali – ivi compresi quelli per la regolamentazione di tutti i suoi preparati – come previsto da anni per il biologico.

Risultato

L’ equivalenza del biodinamico al biologico, oltre che motivato dalla realtà dei fatti e dai disciplinari del biodinamico, era stata anche richiesta anche dal MIPAAF per rafforzare il livello di controllabilità e di efficacia delle sanzioni in caso di mancato rispetto delle

norme. L’efficacia dei controlli e l’osservanza delle norme relative all’agricoltura biologica saranno, infatti, rafforzate per il biodinamico da una equivalenza fissata in legge, invece che solo nei disciplinari, e questo a tutto vantaggio della qualità della filiera e a garanzia dei consumatori.

La formulazione adottata, poi, consentirà lo stesso livello di controllabilità e, conseguentemente, di garanzia ai consumatori, per qualunque altra forma, o metodo di agricoltura, che faccia formalmente richiesta, ed assuma l’agricoltura biologica come base per il proprio metodo.

La “dote” per i più giovani.

Il Segretario Letta ha proposto una “dote” da 10mila euro ai 18enni dei ceti medio-bassi ricavata dall’aumento delle tasse di successione dei ricchi.

Per la generazione più in crisi un aiuto concreto per studi, lavoro, casa. Il suo finanziamento non sarebbe a debito, bensì a carico di altre fasce della popolazione, più abbiente (circa l’1% della popolazione)

Un tipico esempio di redistribuzione del reddito, mai tramontata prospettiva della sinistra italiana.

Come funziona

La dote di 10mila euro sarebbe una tantum per i 18enni italiani che ne avrebbero diritto in base all’Isee familiare. T

Nelle stime la dote avrebbe un costo di 2,8 miliardi e sarebbe finanziata da un aumento dell’imposta di successione a carico soltanto dell’1% degli italiani.

Infatti, la proposta di revisione delle aliquote lascia intatta la franchigia attuale di un milione di euro per ogni erede ed eleva al 20% la tassazione massima per le eredità e le donazioni tra genitori e figli superiori ai 5 milioni di euro.

Oggi in Italia si paga il 4%, per l’eredità in favore del coniuge o di parenti in linea retta; il 6%, in favore di fratelli o sorelle (in questo caso con franchigia di 100mila euro per ciascun beneficiario); sempre il 6% in favore di altri parenti fino al quarto grado; fino all’8%, per le somme trasferite in favore di tutti gli altri soggetti, senza alcuna franchigia.

Oltre all’Isee di famiglia, la somma deve essere spesa per costi universitari o di formazione e istruzione (anche per pagarsi l’alloggio, se si studia fuori casa) o per avviare una piccola impresa.

Come funziona l’imposta all’estero

Se dalla tassa di successione l’Italia incassa circa 800 milioni di euro l’anno, la Gran Bretagna 6 miliardi (circa il 40%), 7 miliardi la Germania (con aliquota tra il 7 e il 30%), 14 miliardi in Francia (con aliquota tra il 5 e il 60%). Questo è dovuto al fatto che l’aliquota di tassazione italiana è tra le più basse d’Europa: appena il 4% tra genitori e figli (e con franchigia).

Questo significa che, nel caso in cui venga lasciato in eredità un milione di euro per ciascun figlio, la somma da pagare (tenendo conto delle rispettive franchigie esenti) è in Italia di zero euro, all’incirca di 75mila euro in Germania, in Francia di 195mila e in Gran Bretagna di 250mila euro.

Altri Paesi sono ancora più esosi: il Belgio ha un’imposta sulla successione che oscilla tra il 30% e l’80%, la Finlandia tra il 13% e il 32%, e la Spagna tra il 34% e una punta massima (nei casi estremi) che arriva fino all’86%.

La proposta di Letta va nella giusta direzione, a favore delle giovani generazioni per dare una mano a chi ha di meno.

Proposta PD dote ai 18enni

PNRR, cosa è cambiato da Conte a Draghi?

Sento sempre più persone che affermano che con Draghi “finalmente” c’è discontinuità rispetto al Governo Conte, a partire dalle “sostanziali” modifiche progettuali ed economiche che Draghi avrebbe operato nel Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza finanziato con i fondi del Next Generation EU.

Il messaggio è chiaro: da quando ci sono loro, Lega, Forza Italia e Italia Viva, le cose vanno meglio. Io penso, invece, che abbiano solo necessità di dire che qualcosa è cambiata.

Con l’aiuto della matematica, si capisce meglio.

Dunque, il PNRR del governo Draghi prevede spese per 235 miliardi, solo 12 miliardi in più di quella del governo Conte (223 miliardi) in termini netti, peraltro come risultante di diverse allocazione di risorse.

In questa tabella è possibile vedere le differenze.

Missioni PNRR Draghi PNRR Conte Differenza
Digitalizzazione, Innovazione, Competitività e Cultura 49,86 46,18 3,68
Rivoluzione Verde e Transizione Ecologica 69,94 68,9 1,04
Istruzione e Ricerca 33,81 28,49 5,32
Inclusione e Coesione 29,83 27,62 2,21
Salute 20,23 19,72 0,51
Totale 235,12 222,90 12,22

Per quanto concerne l’impatto sul Pil nei prossimi anni (2021-2026), invece, Draghi lo ha rivisto al rialzo. Infatti, nel 2026 il Pil dovrebbe crescere di + 3,6 punti contro il +3,0 per cento del Piano di Conte

La matematica non è un’opinione e dalla valutazione dei dati economici dei due Piani si capisce bene che le modifiche al Piano di Conte sono state minime, comunque tali da sgombrare il campo dalla propaganda di coloro che, sull’accusa che il Governo Conte non era in grado di progettare il futuro, hanno favorito la nascita del Governo Draghi, in primis Renzi.