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Ridurre il disagio abitativo dei nuclei familiari svantaggiati

Ho presentato una proposta di legge sul tema del diritto alla casa ed in particolare nel comparto dell’edilizia sociale pubblica a favore delle persone e delle famiglie meno abbienti.

Tra le conseguenze della crisi sanitaria e delle restrizioni al sistema economico-produttivo italiano, certamente va annoverata l’acuirsi delle diseguaglianze sociali e l’aumento di cittadini in condizioni di difficoltà.

La crisi rischia di riflettersi pesantemente anche sulla condizione abitativa delle fasce deboli, aggravando un’emergenza già molto preoccupante in numerose città italiane prima della pandemia.

È verosimile ritenere che potranno essere numerose le famiglie a rischio di sfratto per morosità, avendo perso le risorse per sostenere i canoni di affitto e altrettanto numerose quelle che rischiano di perdere la casa di proprietà perché impossibilitate ad onorare il mutuo.

La casa è un elemento fondamentale nella vita di ciascuna persona perché concerne bisogni di tipo personale, sociale, economico e simbolico che sono fondamentali per il benessere individuale.

In diverse occasioni, i sociologi hanno chiarito bene il valore identitario della casa financo a definirlo un elemento costitutivo dello spazio sociale degli individui. Nondimeno, appare rilevante il fatto che nei Paesi con scarsa offerta di alloggi in affitto, la maggior parte dei giovani tra i 18 e i 34 anni continua a vivere con i propri.

Nei fatti, nella società moderna, la casa gioca un ruolo fondamentale nella strutturazione delle disuguaglianze sociali.

Le problematiche relative sono note e rilevanti. Eppure, a fronte della gravità del problema, con risvolti in termini di diritti di giustizia sociale, le politiche dell’abitare hanno avuto un’attenzione marginale nel campo delle politiche sociali, tanto che l’edilizia residenziale pubblica non occupa posizioni di rilievo pur essendone noto l’impatto sulla diseguaglianza e sulla povertà.

Sul tema del diritto alla casa ed in particolare nel comparto dell’edilizia sociale pubblica, l’Italia sconta un ritardo decennale tanto da essere da troppo tempo il paese europeo che spende meno nel settore. L’offerta abitativa pubblica in Italia, dagli anni ’80 si è ridotta del 90 per cento.

Occorre, quindi, una chiara inversione di tendenza con interventi definiti attraverso una programmazione effettiva degli investimenti per l’edilizia residenziale pubblica da considerare una componente essenziale per un nuovo welfare in grado di diminuire precarietà e povertà.

Peraltro, la costante riduzione del flusso di nuovi alloggi popolari nel corso degli anni ha prodotto un significativo innalzamento dell’età media dei soggetti che risiedono negli alloggi e, conseguentemente, è cresciuta la quota di famiglie in case popolari con persona di riferimento pensionata.

Nel nostro Paese, nel tempo, tre sono state le azioni per favorire il mercato degli affitti: il fondo per l’affitto, la tassazione con ritenuta secca, al di fuori della progressività dell’Irpef, a partire dai contratti convenzionati e l’edilizia residenziale pubblica.

Malgrado questi interventi, l’efficacia nel contrastare il disagio abitativo delle famiglie non è pienamente soddisfacente. La ragione principale consiste proprio nel volume delle risorse impegnate e, probabilmente, anche la risposta asimmetrica che le Regioni hanno dato al problema sui propri territori.

La necessità di dotare ampie fasce di popolazione di edilizia sociale deve anche confrontarsi con i temi della rigenerazione urbana, del riuso e riqualificazione dell’ingente patrimonio immobiliare pubblico e privato dismesso, di una produzione edilizia ispirata alla sostenibilità ambientale e sociale ed all’efficienza energetica, della rivitalizzazione delle aree interne del Paese e dei borghi disabitati.

Sebbene il tema dell’Edilizia Residenziale Pubblica sia stato conferito esclusivamente alle Regioni, come stabilito dalla Legge Costituzionale n.3 del 18 ottobre 2001- modifica il titolo V della Costituzione, restano intatte le esigenze concernenti i livelli essenziali delle prestazioni nonché l’esigibilità delle prestazioni di welfare da parte del cittadino omogeneamente in tutto il territorio nazionale.

Infatti, le diversissime leggi e i regolamenti regionali che sono stati adottati nel tempo hanno condizionato le finalità sociali del comparto, diversificando fortemente il settore a livello nazionale; con caratteristiche contraddittorie a seconda del luogo.

Per questa ragione ho presentato una proposta di legge che propone, al fine di superare in maniera organica e strutturale il disagio sociale e il degrado urbano derivante dai fenomeni di alta tensione abitativa, un piano nazionale di edilizia residenziale pubblica e insiste su alcuni fattori importanti con interventi mirati sul sostegno all’affitto a canone concordato, sull’ampliamento dell’offerta di alloggi popolari, e sullo sviluppo dell’edilizia residenziale sociale e sul riscatto a termine dell’alloggio sociale, stabilendo anche agevolazioni fiscali per il conduttore di alloggi sociali.

Si tratta di azioni a favore di famiglie con redditi modesti. Ciò anche in ragione del fatto che rispetto a qualche decennio fa buona parte dei nuclei a reddito medio-alto ha avuto la possibilità di acquistare la casa.

Una politica che abbia come obiettivo la categoria degli affittuari ha, quindi, una buona capacità di raggiungere nuclei in difficoltà economica.

 

La novità dell’assegno unico universale

L’assegno unico universale, che sostituirà i vari benefici economici (bonus e detrazioni varie) già esistenti dedicati al sostegno delle famiglie con figli under 21, potrà avere un valore fino a 250 euro e sarà erogato dal 1° luglio 2021.

Chi ne ha diritto

L’assegno è a favore di tutte le famiglie con figli a carico, partendo dal settimo mese di gravidanza fino al 21esimo anno di età. Non è riservato a specifiche categorie o fasce di reddito, ma viene progressivamente attribuito a tutti i nuclei familiari con figli a carico ed è riconosciuto a entrambi i genitori (se sono separati o divorziati l’assegno andrà a chi detiene l’affidamento dei figli). Deve essere ripartito in egual misura tra questi e ha lo scopo di favorire la natalità e promuovere anche l’occupazione, specialmente quella femminile.

Per i figli successivi al secondo, l’importo dell’assegno è maggiorato del 20 per cento.

La somma cambia in presenza di figli con disabilità e verrà maggiorata secondo una quota di circa il 30% o il 50%, a seconda della disabilità presente. In questo caso l’assegno viene riconosciuto anche oltre i 21 anni.

Limiti per l’erogazione

Al compimento del 18esimo compleanno l’importo viene ridotto, ma sarà comunque erogato fino ai 21 anni con possibilità di corresponsione dell’importo direttamente al figlio, su sua richiesta, al fine di favorirne l’autonomia. L’assegno è concesso solo nel caso in cui il figlio maggiorenne frequenti un percorso di formazione scolastica o professionale, un corso di laurea, svolga un tirocinio ovvero un’attività lavorativa limitata con reddito complessivo inferiore a un determinato importo annuale, sia registrato come disoccupato e in cerca di lavoro presso un centro per l’impiego o un’agenzia per il lavoro o svolga il servizio civile universale.

Per quanto riguarda i figli a carico con più di 21 anni il Governo si è impegnato per una norma transitoria in attesa dell’approvazione di un provvedimento che comprenderà gli assegni anche in questi casi.

Come viene erogato l’assegno unico universale

Il beneficio è riconosciuto a tutti, indipendentemente dal reddito familiare, ma l’importo cambia non solo dopo il compimento del 18esimo compleanno del figlio a carico, ma anche a seconda del’Isee o delle sue componenti.

L’assegno unico può  avere la forma di credito di imposta o di erogazione mensile. Questo non è incompatibile con altri benefici come il reddito di cittadinanza.

Vaccini: gli errori dell’Europa (?) e le esportazioni.

Due cose sono emerse di recente nel dibattito pubblico: le accuse all’Europa sia sulla questione dei vaccini che non arrivano sia sul blocco delle esportazioni dei vaccini medesimi.

Gli errori (?)

Il primo presunto errore: i contratti conclusi dalla Commissione non prevedevano adeguate protezioni in caso di ritardi e non includevano quel principio di “primi gli europei” adottato da Stati Uniti e Gran Bretagna per i loro cittadini.

Ma è così? Non proprio. Stati Uniti e Regno Unito, avendo un bilancio ampio e flessibile (cosa che l’Unione Europea, per scelta dei paesi membri, non ha), hanno finanziato a suon di miliardi la ricerca delle case farmaceutiche. Questo ha comportato vantaggi nella distribuzione successiva.

Il secondo: i contratti non ci tutelano sui ritardi. Sarà anche vero che i contratti fatti dalla Commissione forniscono meno protezione in caso di ritardi, ma sono certamente più solidi in termini di responsabilità delle case farmaceutiche in caso qualcosa andasse storto dal punto di vista sanitario.

Il terzo: si è voluto risparmiare. Per fronteggiare le richieste di numerosissimi parlamentari europei (soprattutto i fronti populisti) di non favorire le case farmaceutiche, alcuni dei contratti sono stati stipulati per ottenere prezzi più bassi.

Sul fronte delle polemiche, poi, non ha aiutato lo stop del vaccino AstraZeneca. In realtà, l’Europa c’entra poco. Infatti, ha cominciato la Danimarca, ma il punto di svolta è stato la scelta di sospendere la somministrazione del farmaco da parte della Germania, seguita a ruota da Francia, Italia e Spagna. Decisioni tutte prese da istituzioni nazionali. “Ma che fanno a Bruxelles?” ha urlato Salvini. Come è noto è stata l’EMA a dire che era tutto a posto.

Polemiche ci sono state anche sul fatto che si è puntato troppo sulle forniture di AstraZeneca rispetto agli altri vaccini. Su Astrazeneca ha puntato anche il Regno Unito, da molti citato ora come esempio di gestione efficace della campagna vaccinale, dimenticando che è il paese al quarto posto nel mondo nella classifica dei decessi per abitanti, e di gran lunga il primo tra i 20 più industrializzati.

Le esportazioni

Con un Regolamento di esecuzione –  obbligo di autorizzazione all’esportazione per i vaccini legati al COVID-19 – l’Europa ha dettato le regole, subordinando, fino al 31 marzo, l’esportazione dei vaccini contro il COVID-19 al rilascio di un’autorizzazione.

Come noto, infatti, alcuni produttori di vaccini hanno già annunciato che non saranno in grado di fornire i quantitativi destinati all’Unione che avevano garantito.

Dato che questo comporta ritardi nel piano di vaccinazione della popolazione, l’UE ha adottato una misura immediata di durata limitata in modo da garantire che le forniture di vaccini nell’Unione siano adeguate a soddisfare la domanda.

Sulla base del principio di solidarietà, non sono soggette ad autorizzazione le esportazioni verso specifici Paesi che hanno economie fortemente integrate con quella dell’Unione europea e le esportazioni, tra le altre, verso Paesi a basso e medio reddito o legate a una risposta umanitaria di emergenza.

Sulla base di questo Regolamento, l’Italia non ha autorizzato l’esportazione di 250.700 dosi di vaccino verso l’Australia, per varie ragioni:

  • quel Paese è considerato “non vulnerabile”;
  • la penuria di vaccini nella UE e in Italia a causa dei ritardi nelle forniture dei vaccini da parte di AstraZeneca;
  • l’elevato numero di dosi di vaccino oggetto della richiesta di autorizzazione all’esportazione rispetto alla quantità di dosi finora fornite all’Italia e, più in generale, ai Paesi dell’UE.

Provvedimenti simili possono sempre essere attuati se permangono le medesime ragioni.

Perché il COVID-19 ha colpito i paesi in modo diverso?

Il virus ha colpito i tanti paesi in modo differente, a volte con divergenze enormi.

Come mai?

Ci sono tanti studi che indagano questo aspetto, ovviamente attraverso l’uso di modelli statistici.

Vediamo cosa emerge.

Anzianità

La maggior parte degli studi ha individuato la chiara incidenza dell’anzianità della popolazione. Sono stati trovati anche nessi tra decessi, contagi e presenza di patologie cardiovascolari/respiratorie e di cancro, mentre i risultati sono contrastanti circa il ruolo di altri fattori quali l’obesità e il fumo.

E’ chiaro che il Paese nel quale sono maggiormente presenti i parametri individuati come “rischiosi”, hanno avuto un più alto numero di contagi e decessi.

Reddito

Una cosa che mi ha colpito leggendo i confronti è che il reddito e il Pil pro-capite hanno pesato nel numero dei decessi.

In particolare, il Covid sembra aver colpito più duramente i paesi avanzati, mentre vi sono stati minori decessi nelle aree a reddito basso, come l’Africa.

Possono esserci due spiegazioni: i paesi più avanzati hanno più anziani rispetto ai paesi a reddito basso la cui media dell’età è molto più giovane o anche il fatto che nei primi il tracciamento è migliore rispetto ai secondi.

Inquinamento

Un altro elemento è che il virus ha inciso di più nelle zone in cui l’aria è più inquinata.

In pratica, ove è maggiore la concentrazione di particelle PM (o particolato o polveri sottili, spesso nella forma di PM2.5, quelle di dimensioni minori), il tasso di contagio è più alto, probabilmente dovuto al fatto che le particelle, depositate nei polmoni, aumentano il rischio di malattie cardiovascolari e respiratorie.

 Le restrizioni

Tanti paesi hanno adottato misure restrittive. Dagli studi emerge che le misure restrittive sono state efficaci nel contenimento dei decessi, ma non è chiaro quanto i movimenti delle persone abbiano inciso sul diverso impatto della pandemia tra paesi.

Sistemi sanitari

Qui emerge un paradosso, ovvero un legame “positivo” tra la capacità dei sistemi sanitari, la disponibilità di medici e infermieri e di letti e il rapporto tra decessi e contagiati.

In pratica, vale quanto detto per i paesi più avanzati. I Paesi ad alto reddito hanno un livello di spesa sanitaria elevata e una maggiore anzianità della popolazione, ragione per la quale si è registrata una più elevata mortalità rispetto ai paesi in cui la spesa sanitaria è più bassa.

Partecipa alla riflessione sul PD

Il nuovo Segretario del PD, Enrico Letta, ha lanciato un’importante iniziativa di ascolto. In particolare, ha chiesto di riflettere sui 20 punti principali del suo discorso all’Assemblea Nazionale del 14 marzo 202

Nel vademecum troverai i 20 temi oggetto del confronto.

Per partecipare le tue riflessioni potrai usare uno schema a tabella avendo cura di sintetizzate la tua opinione in massimo 100 parole (esempio tabella con 20 scomparti)

 Ti ringrazio sin d’ora per la disponibilità.

 

Consultazione elettori PD

 

Modulo per risposte

Incentivi e bonus, come sono andati?

Come è noto per incentivare la domanda, fronteggiare la crisi ed indirizzare la spesa degli italiani in una certa direzione, sono stati messi a disposizione dal governo diversi tipi di bonus.

Quanto sono stati utilizzati questi bonus?

Ecobonus

Prima della pandemia, è stato deciso l’ecobonus per l’acquisto di veicoli a emissioni ridotte. Il totale delle risorse stanziate per il 2021 è pari a 732 milioni, ne sono ancora 473 milioni, quindi, state utilizzate per il 36 per cento.

In particolare, le agevolazioni che più stanno interessando sono quelle per acquisti di veicoli a zero emissioni non esclusivamente elettrici – per questi i fondi sono praticamente finiti – e di veicoli a basse emissioni di CO2 per i quali sono stati usati al 58 per cento.

Connessioni internet

Le risorse per il bonus per l’acquisto di connessioni internet con annesso pc o tablet, pari a 200 milioni, sono state utilizzate finora per 62 milioni (il 30 per cento delle risorse complessive), di cui 20 sono stati prenotati ma non ancora spesi.

Cashback

Il Cashback è la misura introdotta per incentivare la spesa con pagamenti elettronici. A dicembre 2020 si è svolta la fase sperimentale. Il primo semestre di Cashback vero e proprio ha avuto inizio il 1° gennaio scorso e si concluderà il 30 giugno 2021. Le risorse stanziate per la fase sperimentale di dicembre, pari a 227,9 milioni, sono state utilizzate quasi completamente, per 222,6 milioni di rimborsi.

Per quanto riguarda il 2021 e il primo semestre del 2022, le risorse a disposizione sono pari a circa 4 miliardi, egualmente ripartite per i tre semestri. I primi dati li avremo a partire da luglio prossimo.

Mobilità

Il bonus mobilità, cioè quello per l’acquisto di biciclette, monopattini elettrici e altri mezzi di trasporto sostenibili, è stato finanziato con 215 milioni di euro.

Secondo un rapporto del Ministero dell’Ambiente, nella prima fase di novembre scorso,  sono stati spesi solo 170 milioni poiché richieste per 44 milioni non sono state accettate per diversi motivi.

Per la seconda fase, che è durata dal 14 gennaio al 15 febbraio, sono stati stanziati ulteriori 100 milioni di euro (che si aggiungono ai 45 inutilizzati nella prima fase). Rispetto alle risorse complessive, quindi pari a 315 milioni, l’utilizzo è attualmente al 54 per cento.

Baby-sitting

Il bonus baby-sitting prevedeva la possibilità di richiedere, in alternativa al congedo parentale, un contributo per l’acquisto di servizi di baby-sitting o per il pagamento delle rette di centri estivi.

Lo stanziamento è stato di 1,6 miliardi e ad oggi, a fronte di 1,3 milioni di domande presentate, la spesa complessiva ammonterebbe a circa 1,1 miliardi, quindi al 70 per cento dello stanziamento.

Vacanze

Il bonus vacanze è stato richiesto per un valore pari a 829,4 milioni di euro, ma utilizzato solo per circa 335 milioni di euro  a fronte di 2,4 miliardi stanziati per il 2020 e il 2021. La misura, quindi, appare poco utilizzata rispetto a quanto preventivato: finora solo il 14 per cento delle risorse messe a disposizione è stato speso.

Bonus TV

Il bonus tv, per il quale erano stati destinati 251 milioni, sono stati spesi 36 milioni di euro, quindi, per l’8,3 per cento.

Il 110%

Il Superbonus 110% riconosce un credito d’imposta per interventi di isolamento termico, sostituzione degli impianti di climatizzazione invernale e ristrutturazione antisismica. I crediti d’imposta maturati ammontano a 340 milioni, ovvero solo il 2,3 per cento dei maggiori oneri previsti. Di questo passo, pare di capire che il superbonus non sarà molto utilizzato.

Conclusione

Cosa emerge? Che tra i vari bonus disponibili per incentivare la spesa il bonus per le auto a basse emissioni, il bonus per connessione a internet e il Cashback sono quelli che hanno maggiormente interessato i cittadini. Anche il bonus mobilità e il bonus baby-sitting sono stati utilizzati in misura significativa finora e possono essere considerate misure di successo. Ad onor del vero, pensavo che il Superbonus del 110% sulle ristrutturazioni verdi avesse un risultato diverso. Non escludo che possa aver pesato l’eccesso della burocrazia e della complessità normativa.

Le nuove misure anti-Covid

Dal 15 marzo al 6 aprile 2021 sono state fissate le nuove regole per contrastare la diffusione dei contagi. Sono cambiati i parametri per collocare le regioni nelle varie colorazioni. Qui il decreto che le dispone, nella speranza che le vaccinazioni

 

canLe nuove misure anti-Covid
cellino quanto prima le restrizioni che dovranno restare solo un ricordo del passato.

Vaccinazione: competenze, destinatari e modalità.

La vaccinazione contro il COVID-19 è stata disciplinata con la Legge di Bilancio 2021 che ha previsto l’adozione, con un decreto del Ministro della salute, del piano strategico nazionale dei vaccini.

Il piano è stato adottato il 2 gennaio 2021, poi cambiato l’8 febbraio ed è stato integrato il 9 febbraio 2021 dalle Regioni.

Innanzitutto, al momento non esiste un obbligo specifico di adesione alla campagna di vaccinazione.

L’attività di vaccinazione è iniziata alla fine del dicembre 2020.

La prima fase di vaccinazione

Nella prima fase è stata prevista la somministrazione del vaccino in favore degli operatori sanitari e socio-sanitari delle strutture pubbliche e di quelle private accreditate, nonché in favore del personale e degli utenti delle residenze sanitarie assistenziali (RSA) per anziani.

Oltre a questi, è stata individuata come prioritaria anche la categoria dei soggetti di età pari o superiore a 80 anni per la quale la vaccinazione è iniziata, nelle varie regioni, nel corso del mese di febbraio (mentre nel periodo precedente la somministrazione ha riguardato solo gli anziani presenti nelle residenze sanitarie assistenziali).

La seconda fase di vaccinazione

Nella seconda fase si tiene conto del fatto che il vaccino di AstraZeneca dovrebbe essere destinato in via preferenziale ai soggetti di età inferiore a 55 anni e che non rientrino in specifiche categorie di rischio.

Pertanto, in questa seconda fase sono state previste due modalità di vaccinazioni in parallelo:

  1. un primo ambito, con vaccino Pfizer secondo il progressivo ordine di priorità e dopo il completamento della vaccinazione in favore delle persone rientranti nelle fasce della prima fase, che concerne le persone:

a. estremamente vulnerabili,

b. tra i 75 e i 79 anni di età;

c. tra i 70 e i 74 anni di età;

d. affetti da specifiche patologie (sono esclusi i soggetti di età pari o superiore a 70 anni);

e. tra i 55 e i 69 anni di età.

  1. il secondo ambito, a cui viene riservato il vaccino di AstraZeneca, prevede la vaccinazione delle persone tra i 18 e i 54 anni di età e privi di specifici fattori di rischio facenti parte del personale scolastico e universitario (docente e non docente), del personale dei corpi militari e dei corpi di polizia ad ordinamento civile o che operino o vivano in ambienti a rischio di contagio (quali gli istituti penitenziari e i luoghi di comunità, civili o religiosi) e del personale di “altri servizi essenziali”.

Successivamente al completamento della vaccinazione di AstraZeneca ai soggetti “del secondo ambito”, sarà avviata la vaccinazione alla restante popolazione (avente tra i 18 e i 54 anni di età e priva di specifici fattori di rischio).

Competenze per la somministrazione dei vaccini

Il piano nazionale di vaccinazione deve essere attuato dalle regioni, sulla base dei criteri fissati.

La somministrazione dei vaccini è effettuata presso le strutture individuate- sentite le regioni e le province autonome – dal Commissario straordinario (ieri Arcuri, oggi Figliuolo)

Le regioni provvedono alle somministrazioni dei vaccini tramite medici specializzandi;  medici, infermieri ed assistenti sanitari (ivi compresi quelli già in quiescenza).

Al momento, quindi, non è prevista la somministrazione dei vaccini da parte di personale convenzionato con il Servizio sanitario nazionale, quali i medici di medicina generale. In merito, però, alcune regioni stanno adottando modalità organizzative che comprendono la somministrazione da parte dei medici di medicina generale

Il piano nazionale prevede anche, nella fase avanzata di attuazione, l’utilizzo di unità mobili, il coinvolgimento degli ambulatori vaccinali territoriali, dei medici di medicina generale e dei pediatri di libera scelta, della sanità militare e dei medici competenti delle aziende.

Superare la disparità tra i papà dipendenti privati e pubblici.

Sia corretta la disparità esistente tra i papà dipendenti pubblici rispetto a quelli dipendenti privati sul congedo parentale.

In merito, ho presentato un’interrogazione al Ministro Brunetta sottoscritta da altri 17 senatori.

E’ dal 2012 che il congedo obbligatorio per il padre lavoratore dipendente vale solo per quelli del settore privato.

Il provvedimento autorizzativo, legge 28 giugno 2012, n. 92, è stato sempre prorogato con successivi provvedimenti, anche elevandone da sette a dieci giorni la durata.

Tale congedo, però, attualmente si applica solo ai papà dipendenti privati, mancando per quelli dipendenti pubblici il relativo provvedimento attuativo previsto dalla norma medesima.

Il Ministro per la pubblica amministrazione e la semplificazione, era stato autorizzato, sentite le organizzazioni sindacali maggiormente rappresentative dei dipendenti delle amministrazioni pubbliche, di individuare e definire, anche mediante iniziative normative, gli ambiti, le modalità e i tempi di armonizzazione della disciplina relativa ai dipendenti delle amministrazioni pubbliche.

Da allora, più nulla, nonostante il legislatore sia intervenuto aumentando, di volta in volta, il numero di giorni destinati al congedo obbligatorio di paternità – previsto inizialmente, in via sperimentale, per gli anni 2013, 2014 e 2015 – e mai estendendo la fruizione di tale misura ai papà lavoratori del pubblico impiego.

E’ un’ingiustificata disparità di trattamento poiché le tutele connesse alla genitorialità non possono essere subordinate alla natura, pubblica o privata, del datore di lavoro.

Eppure, la direttiva europea 2019/1158 relativa all’equilibrio tra attività professionale e vita familiare per i genitori e i prestatori di assistenza si pone l’obiettivo di conseguire la parità tra uomini e donne per quanto riguarda le opportunità sul mercato del lavoro e il trattamento sul lavoro, per agevolare la conciliazione tra lavoro e vita familiare per i lavoratori che sono genitori o i prestatori di assistenza.

A tal proposito, quindi, obbliga gli Stati membri ad adottare misure necessarie per garantire al padre il diritto a un congedo di paternità di dieci giorni lavorativi, senza distinzioni tra i lavoratori.

Al Ministro ho chiesto di intervenire, seppur tardivamente, al fine di estendere il congedo di paternità ai dipendenti pubblici, eliminando così una palese disparità di trattamento tra padri dipendenti privati e padri dipendenti pubblici.

Il blocco dei licenziamenti è stato utile?

Con lo scoppio della pandemia, a marzo, tra i vari provvedimenti, il Governo ha adottato il divieto dei licenziamenti individuali per giustificato motivo oggettivo e sono state sospese tutte le procedure di licenziamento collettivo.

La decisione è stata più volte reiterata, con lievi modifiche successive e scade il 31 marzo prossimo.

Intanto, i dati INPS ci dicono che il blocco dei licenziamenti ha comportato il calo drastico delle cessazioni (licenziamenti e dismissioni) mensili dei rapporti di lavoro rispetto al 2019.

Ovviamente, il blocco dei licenziamenti ha protetto maggiormente i lavoratori a tempo indeterminato e meno i lavoratori a termine, autonomi o stagionali. A chi aveva il contratto in scadenza, spesso non è stato rinnovato.

Ma, quindi, il divieto di licenziare è una misura utile a sostenere l’occupazione?

Per capirlo, facciamo un confronto con altri in Europa.

Solo Spagna e Grecia hanno adottato la sospensione dei licenziamenti economici, ma non di carattere generale come è stato fatto in Italia

Alcuni paesi (Regno Unito, Grecia, Lettonia, Slovenia e Lituania) hanno attivato per la prima volta azioni dio sostegno paragonabili alla nostra cassa integrazione.

In altri non sono stati introdotti espliciti blocchi sui licenziamenti, anche se alcuni paesi hanno adottato misure specifiche per aumentare la protezione dei lavoratori contro i licenziamenti in determinati casi.

Ebbene, guardando ai paesi che hanno avuto un calo del PIL vicino a quello dell’Italia, che per il 2020 è stato di meno 9,05% (Francia, Austria, Portogallo, Grecia), a fronte di una caduta dell’occupazione italiana pari a 1,65%, hanno avuto cali analoghi o maggiori.

Alcuni paesi, invece, a fronte di un calo del PIL minore di quello italiano, hanno avuto una caduta dell’occupazione pari al doppio della nostra.

Il dato italiano del calo dell’occupazione (-1,65%) è poco sopra la media europea (-1,53%).

I dati dimostrano che il blocco, pur non avendo tutelato tutti e non avendo incrementato l’occupazione, ha fermato una possibile emorragia.

C’è un però: più circola il virus, più a lungo sarà mantenuto il blocco, più forti potranno essere gli effetti negativi che si possono avere nel momento in cui si tornerà alla situazione pre covid.