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I “riflessi” della didattica a distanza

In tempi di pandemia abbiamo conosciuto questo nuovo modo di frequentare la scuola, a distanza.

Questo sistema ha certamente difeso i ragazzi e le relative famiglie dai contagi, ma gli studi fatti a posteriori ci hanno consegnato un quadro allarmante.

Le cose subito note sono state le difficoltà di tante famiglie che non avevano i mezzi necessari per frequentare da casa, poi che in tante zone la connessione internet non era all’altezza, poi che il rendimento scolastico, come l’attenzione, calavano, sono cresciuti enormemente i casi di miopia, ma quanto emerso dalle indagini sulle reazioni psico-emotive è ben più grave.

In pratica, stress, nervosismo, irritabilità e depressione sono le reazioni psico-emotive rilevate nei ragazzi, oltre alla minore concentrazione e capacità di apprendimento, alla perdita motivazionale e alla maggiore affaticabilità.

Questi problemi dipenderebbero dalla noia, dalla solitudine, dall’abbandono di abitudini consolidate che avevano rappresentato parti integranti della vita quotidiana della scuola, quali l’incontro e lo scambio con i compagni.

Senza la socialità si sono acutizzati nei bambini e nei ragazzi il senso di solitudine, il nervosismo ed il clima ambientale è stato percepito come pesante se non addirittura, avverso.

Ovviamente, le ripercussioni sono state differenziate, certamente più rilevanti nelle famiglie più fragili.

Nel complesso, per il 38% dei ragazzi, la Dad è una esperienza negativa e faticosa anche per problemi di ordine logistico e tecnico: troppe ore da restare ‘connessi’ a internet e lezioni online. In pratica, non l’hanno avvertita come positiva e la avversano come modalità di istruzione, con i danni che questo comporta,

Si conferma, quindi, che la formazione scolastica non è solo un processo di crescita cognitiva ma anche emotiva, relazionale e comportamentale che per crescere bene devono essere inserite in un clima favorevole che, purtroppo, la pandemia ha duramente colpito.

La didattica a distanza, inoltre, soprattutto per i bimbi della scuola dell’infanzia e primaria, ha limitato l’apprendimento, ha abbassato la capacità di concentrazione ed ha diminuito la curiosità, invece fervida nelle fasce infantili.

Queste sono le ragioni principali per le quali, nonostante le proteste di tanti, abbiamo deciso di tenere aperte le scuole.

Garantendo la sicurezza di tutti dai contagi, il ritorno alla scuola in presenza è l’unico modo per impedire ai nostri figli di cadere in quel circuito pericoloso che potrebbe avere ripercussioni anche in futuro.

 

 

Rincari bollette, AGSM faccia la propria parte

A fronte dei considerevoli aumenti delle bollette di luce e gas, almeno fino ad aprile prossimo AGSM non chiuda i contatori e consenta la rateizzazione delle bollette alle famiglie veronesi in difficoltà con i pagamenti.  

Entro la fine di dicembre verranno comunicati gli aggiornamenti per le tariffe di luce e gas, in vigore per il periodo gennaio-marzo 2022, con aumenti stimati tra il 20 e il 25% rispetto ai tre mesi precedenti per l’energia elettrica e tra il 35 e il 40% per il gas naturale. Si tratta di circa 800 euro in più a famiglia (136 euro in più a famiglia per la luce, 679 per il gas – stima NOMISMA). Questi rincari si aggiungono a quelli già avvenuti da luglio scorso.

L’emergenza prezzi materie prime è evidentissima: il petrolio ha quasi raddoppiato il suo prezzo da inizio anno mentre il gas naturale ha registrato un balzo del 400% in un anno.

Il Governo Draghi è già intervenuto:

  • a fine luglio ha stanziato 1,2 miliardi di euro per finanziare la riduzione della componente Asos (la voce che in bolletta è destinata soprattutto a finanziare lo sviluppo delle rinnovabili, a riduzione, quindi, degli oneri di sistema) per il terzo trimestre 2021
  • a fine settembre con altri 3,5 miliardi di euro che hanno consentito, da un lato, di attenuare l’effetto degli aumenti di luce e gas per 29 milioni di famiglie e oltre 6 milioni di utenze elettriche “non domestiche”, e, dall’altro, di neutralizzare l’impatto dei rincari per i titolari dei bonus sociali.

Infine, con la Legge di Bilancio 2022 ha stanziato altri 3,8 miliardi di euro per calmierare i prezzi energetici per i mesi invernali.

In tutto, negli ultimi sei mesi, ben 8,5 miliardi per  aiutare famiglie e imprese a pagare le bollette sempre più salate di luce e gas.

Non è finita, perché il Governo sta studiando un altro intervento da 3 miliardi di euro da approvare con un decreto legge ad inizio del prossimo anno.

Uno sforzo notevole, almeno per superare il periodo invernale.

Di fronte a questi prezzi è più che concreto il rischio che una famiglia veronese possa o sia costretta a scegliere tra rinunciare al riscaldamento o vedersi chiudere il contatore (dopo il 70esimo giorno dalla scadenza dell’ultima bolletta non pagata).

Senza danneggiare alcuno, AGSM può contribuire a dare una mano: alle famiglie che non sono in grado di pagare il doppio della bolletta che normalmente pagano, non chiuda il contatore e consenta il pagamento rateizzato della stessa.

Se si ritiene si può scegliere anche una soglia ISEE, sotto la quale si può godere di questa agevolazione temporanea (18/20.000 euro?).

La manovra finanziaria

La Legge di Bilancio 2022 è stata “costruita” su una crescita del PIL reale del 6,0 per cento per quest’anno e del 4,7 per cento per il prossimo. Sebbene la stima di crescita per il 2021 appare ormai raggiunta, visto che la crescita finora acquisita è già oltre i sei punti percentuali, restano alcune criticità legate alla ripresa dei contagi Covid, all’aumento del gas naturale e all’inflazione alta.

La manovra per il 2022

Per il 2022 si prevedono misure espansive per 37 miliardi, con coperture pari a 13,8 miliardi e un maggiore indebitamento di 23,2 miliardi.

Nel merito, va detto che circa 11 miliardi sono destinati per le riforme strutturali, quali il primo stadio della riforma fiscale (8 miliardi) e il riordino degli ammortizzatori sociali (3,3 miliardi per  ampliare la platea dei beneficiari dei trattamenti di integrazione salariale), mentre i restanti 26 miliardi finanzieranno le misure temporanee legate al prolungarsi della  pandemia e all’aumento dei prezzi dell’energia e strumenti già esistenti.

Le misure espansive

  1. Il rifinanziamento degli strumenti già esistenti, sono:
  2. il Reddito di Cittadinanza (ci tornerò con una news dedicata);
  3. le misure per il sistema pensionistico per finanziare la proroga di APE sociale e Opzione Donna e l’introduzione di Quota102. Quest’ultima prevede l’accesso al trattamento di pensione anticipata per i contribuenti che maturano, nel 2022, i requisiti di 64 anni di età anagrafica e 38 anni di anzianità contributiva;
  4. l’istruzione e la ricerca;
  5. la sanità, per la quale viene aumentato il Fondo sanitario nazionale per 2 miliardi nel 2022, portandolo a 124 miliardi. Inoltre, è previsto per le regioni il rimborso delle spese sostenute per l’acquisto dei farmaci innovativi e per la stabilizzazione di 12.000 contratti all’anno di formazione specialistica per medici;
  6. gli interventi in favore degli investimenti e della competitività delle imprese.

Le misure temporanee legate alla gestione della crisi pandemica o ad altre esigenze temporanee sono:

  1. l’acquisto di vaccini anti SARS-CoV-2 (1,9 miliardi) e la proroga dello schema straordinario di garanzie statali sui finanziamenti delle PMI (3 miliardi);
  2. sostegni a imprese e lavoratori con il rifinanziamento del “Fondo di tutela ai redditi nella fase di uscita dalla pandemia”;
  3. a fronte dell’aumento del costo di gas naturale ed elettricità negli ultimi mesi, la manovra stanzia 2 miliardi per calmierare il rincaro delle bollette energetiche, a seguito dei 4,5 miliardi già spesi nella seconda metà del 2021.

Le coperture

Le coperture per il 2022 si compongono di maggiori entrate per 7,9 miliardi e minori uscite per 5,9 miliardi.

Tra le maggiori entrate, la principale copertura (4,3 miliardi) deriva dalle modifiche al regime agevolato di deduzioni sulla rivalutazione dei beni aziendali introdotto nell’agosto 2020 con il decreto Rilancio.

Per le minori spese, l’unica copertura rilevante è l’interruzione del programma “Cashback”, che genera complessivamente circa 3 miliardi, di cui la metà era stata già trasferita al fondo per la riforma degli ammortizzatori sociali.

Bonus edilizi, a che punto siamo

Con la Legge di Bilancio 2022, il Governo ha affrontato compiutamente il tema delle diverse tipologie di detrazioni fiscali previste per la realizzazione di interventi di efficientamento e recupero del patrimonio immobiliare.
La scelta è coerente con la rivoluzione verde e la transizione ecologica che va avanti da qualche anno. Per questa ragione l’estensione temporale dei bonus non è legata al tema della ripresa economica post Covid-19, ma è il frutto di una strategia tendente a perseguire mirabili obiettivi di medio-lungo periodo che generano effetti espansivi in termini di produzione e reddito.

Superbonus

Vengono prorogati i termini per il riconoscimento della detrazione maggiorata del 110%, in misura variabile e con effetto decrescente.
Nello specifico, per le persone fisiche che realizzano interventi su edifici composti da due a quattro unità immobiliari, anche se posseduti da un unico proprietario o in comproprietà da più persone fisiche, e per i condòmini, l’agevolazione spetta nella misura del 110% per le spese sostenute entro il 31 dicembre 2023, del 70% per quelle sostenute nel 2024 e del 65% per quelle sostenute nel 2025.
Per le persone fisiche che realizzano interventi su singole unità immobiliari adibite ad uso abitativo, la detrazione spetta nella misura del 110% per le spese sostenute entro il 30 giugno 2022, ovvero il 31 dicembre 2022 laddove alla data del 30 settembre 2021 sia stata effettuata la Comunicazione di Inizio Lavori Asseverata (Cila) o, in alternativa, qualora gli interventi agevolabili siano realizzati su unità immobiliari adibite ad abitazione principale da parte di soggetti persone fisiche con ISEE non superiore a 25.000,00 euro annui.
Per gli Istituti autonomi case popolari IACP e gli enti assimilati, nonché per le Cooperative di abitazione a proprietà indivisa, invece, il Superbonus 110% spetta fino al 31 dicembre 2023, a condizione che alla data del 30 giugno 2023 siano stati già ultimati lavori per una percentuale di completamento dell’intervento complessivo pari almeno al 60%.

Ecobonus e Sismabonus

E’ stata stabilita la proroga triennale delle detrazioni ordinarie afferenti ad interventi edilizi di riqualificazione energetica (c.d. Ecobonus) e riduzione delle classi di rischio sismico (c.d. Sismabonus).
In particolare, viene estesa al 31 dicembre 2024 la misura agevolativa in scadenza al 31 dicembre 2021.
Vale la pena rilevare, tra l’altro, come la proroga, insistendo sull’art. 16 Dl 63/2013, riguardi non solo gli interventi strettamente inerenti al c.d. Sismabonus, ma, più in generale, tutti gli interventi edilizi disciplinati dall’art. 16-bis, comma 1, D.P.R. 916/1986 (c.d. TUIR), richiamati in seno al citato art. 16.
In forza del citato rinvio normativo, dunque, saranno inclusi nella proroga triennale anche quegli interventi edilizi che rientrano nell’ambito del c.d. Bonus Casa, anche noto come Bonus Ristrutturazioni.
Sul punto, inoltre, ci sono novità anche in tema di Bonus mobili. In relazione alle spese documentate e sostenute negli anni 2022, 2023 e 2024 per l’acquisto di mobili e di grandi elettrodomestici, finalizzati all’arredo dell’immobile oggetto di ristrutturazione, viene riconosciuta una detrazione dall’imposta lorda, da ripartire tra gli aventi diritto in dieci quote annuali di pari importo, nella misura del 50 per cento delle spese. Muta l’ammontare massimo sul quale calcolare la detrazione, che, dagli attuali 16.000 euro, viene limitato a 5.000 euro.

Bonus Facciate sino al 2022

La legge di Bilancio 2022 proroga, in ordine alle spese a tal fine sostenute nel corso dell’anno 2022, l’agevolazione cd “bonus facciate”.
Per i contribuenti che sostengono spese nell’anno 2022, relative ad interventi di recupero o restauro della facciata esterna degli edifici esistenti, la detrazione d’imposta IRPEF o IRES, originariamente prevista nella misura del 90% è riconosciuta nella misura ridotta del 60%.

Sconto in fattura e cessione del credito

Viene prorogato il meccanismo che regola l’esercizio delle opzioni alternative alla fruizione diretta della detrazione dall’imposta lorda, ossia la cessione del credito d’imposta e il contributo sotto forma di sconto in fattura, sia con riguardo ai bonus edilizi ordinari non 110% che al Superbonus 110%.
In merito ai bonus soggetti ad aliquota ordinaria (non 110%), è stata prevista la possibilità, per i soggetti che sostengono spese “negli anni 2020, 2021, 2022, 2023 e 2024”, di optare per le c.d. opzioni alternative alle detrazioni d’imposta ordinarie non 110%.
Con specifico riguardo al c.d. Superbonus 110%, è stata prevista l’estensione della possibilità di esercitare le dette opzioni alternative relativamente alle spese sostenute fino al 31 dicembre 2025.

Le differenti differenze di genere

Si parla tanto di uguaglianza di genere, tanto che penso sia opportuno approfondire come mai, sebbene il livello di istruzione femminile sia sensibilmente più elevato di quello maschile, nel mondo del lavoro l’Italia ha un tasso di occupazione femminile di 18,5 per cento (48,9 contro 67,4 per cento) rispetto alla media europea nella fascia 15-64 anni.

Partiamo dall’istruzione. Al termine della scuola media, le studentesse hanno voti migliori: il 43,1 per cento delle ragazze consegue un risultato finale di 9 o 10, mentre solo il 31,6 per cento dei ragazzi raggiunge questa votazione. Al termine della scuola secondaria di secondo grado le ragazze conseguono il diploma in proporzione maggiore rispetto ai ragazzi (53 per cento contro 47). Il voto medio delle ragazze è di 84 su 100, cinque punti in più dei loro compagni. Le ragazze hanno una maggiore propensione a proseguire gli studi: l’80 per cento intende seguire corsi universitari contro i 65 per cento dei maschi.

All’Università il numero di laureate è superiore rispetto a quello dei laureati e si laureano con voti più alti (104 su 110 contro 102 su 110 per i maschi).

Studi migliori, ma nel mondo del lavoro?

Il salario medio per una laureata a 5 anni dalla laurea è di 1.403 euro netti mensili, mentre un laureato maschio guadagna in media 1.696 euro.

Come mai?

Molto dipende dai diversi settori di impiego. Infatti, nei cinque settori maggiormente remunerativi la proporzione di laureati maschi è maggiore. Le laureate sono, invece, maggiormente presenti nelle discipline meno remunerative.

Sono diversi i fattori che incidono su questo dato: il primo è che in assenza di adeguate strutture per la cura dei figli (come asili nido), le donne tendono ad avere carriere più discontinue, ovvero scelgono impieghi che garantiscano una maggiore flessibilità con effetti negativi sulla retribuzione.

Il secondo è che per lo stesso motivo i lavoratori maschi sono preferiti, in termini di opportunità di lavoro alle lavoratrici.

In pratica, i datori di lavoro preferirebbero lavoratori uomini alle lavoratrici nei settori più remunerativi, a causa di condizionamenti sociali legati al ruolo “familiare” delle donne.

A ciò ci aggiunge il dato degli studi universitari nelle discipline scientifiche, ingegneristiche e matematiche: la quota degli uomini laureati sfiora il 37 per cento, contro il 17 per cento per le donne.

Le materie in questione garantiscono percorsi futuri, e remunerazioni, molto differenti.

In Senato affossata la legge sui diritti

Nel segreto del voto tutti coloro che hanno sguaiatamente esultato in aula ed altri che sono stati zitti zitti, hanno eliminato dal tavolo ogni discussione sul riconoscimento del diritto sacrosanto di contrastare i crimini d’odio.

Sembrava una scena inverosimile ed invece è realmente accaduto in uno dei due rami del Parlamento.

Appreso l’esito del voto che affondava la proposta di legge dal titolo: “Misure di prevenzione e contrasto della discriminazione e della violenza per motivi fondati sul sesso, sul genere, sull’orientamento sessuale, sull’identità di genere e sulla disabilità“, le destre hanno applaudito e festeggiato, come se il contrasto alle discriminazioni non fosse anche una loro responsabilità.

Vergognoso.

In ogni caso, la legge non è passata a causa di numerosi franchi tiratori.

Ho vissuto quei momenti e credo di avere le idee chiare su tante cose. In questa news, però, mi preme suscitare la riflessione su se e quando era possibile un percorso diverso.

Almeno dal mese di luglio ho sempre avuto chiaro che i numeri a nostro favore erano risicati e che il margine di prevalenza sarebbe stato molto scarso. Correttamente, da segretario d’aula del Gruppo PD, ho sempre fatto presente questo fatto in modo da poter far riflettere sulla possibilità di votare o non votare quel testo.

A tal proposito, qualcuno dice che se non avessimo osato le destre mai avrebbero aderito a modifiche, checché ne dicano adesso. Per mesi, infatti, hanno impedito anche la sola calendarizzazione in aula del provvedimento, perché mai avrebbero dovuto provare a lavorare con noi per modificarlo?

Altri dicono che non era sufficiente proporre di cambiarlo a poche ore dal voto decisivo, come invece è stato fatto e, quindi, come mai nonostante la prevalente consapevolezza che non avevamo i numeri, non si sia provato a fare in estate ciò che è stato fatto poco prima del voto?

Ragionevolmente sono vere entrambe le cose, sebbene sia portato a pensare che, normalmente, quando hai più tempo a disposizione rifletti di più e hai l’occasione di scoprire meglio il gioco altrui.

Il voto ad ottobre sarebbe in ogni caso arrivato.

Damiano Tommasi è il nostro candidato

Il centrosinistra sosterrà Damiano Tommasi alla carica di sindaco di Verona.

Per fortuna sta per scadere il mandato del sindaco Sboarina e, quindi, in primavera ci sarà il rinnovo del Consiglio comunale di Verona.

A quell’appuntamento, con la candidatura di Tommasi, possiamo certamente competere perché sono presenti alcuni elementi potenziali che favoriscono la nostra campagna elettorale.

Innanzitutto, la chiara riconoscibilità del candidato, unita ad una presenza signorile e rassicurante rispetto al sindaco uscente che è stato divisivo – addirittura nel suo campo politico – e a tratti livoroso.

Non va sottovalutato l’apprezzamento di cui gode fuori Verona che ben favorisce ogni relazione e rapporto utile al nostro territorio.

La personalità di Tommasi, poi, è in grado di attrarre consensi oltre lo schieramento che lo sosterrà da subito, per il suo profilo e le competenze maturate nel tempo.

E’, quindi, senz’altro una persona credibile ed autorevole al quale si aggiunge la nota positiva del sostegno di uno schieramento ampio e capace di cogliere tutte le occasioni possibili per lo sviluppo e la crescita di Verona.

L’unità dell’area del centrosinistra sarà il valore aggiunto, ma non bisogna fermarsi qui.

Adesso che è conosciuto anche il nostro candidato, abbiamo l’obbligo di allargare la coalizione a tutte le forze progressiste presenti in città.

Un percorso del genere è necessario, non solo per competere, ma soprattutto per offrire a Verona una visione diversa che parta da ciò che abbiamo oggi per migliorarlo nella concordia e nella consapevolezza che così come governata finora Verona non crescerà.

Cosa fare adesso?

Il Partito Democratico è il pilastro fondamentale della coalizione. Nessun’altra forza sarebbe in grado di svolgere questo ruolo primario.

Ciò significa che dobbiamo farci carico del valore dell’unità raggiunta, mantenendo il forte spirito unitario che abbiamo dimostrato finora.

Questo ruolo primario va accompagnato con una costante iniziativa politica programmatica per porre al candidato le migliori soluzioni possibili e soprattutto, partecipate dal basso.

C’è bisogno di novità e di partecipazione e questa funzione può essere svolta da chi, come noi, siamo ovunque radicati e presenti.

Ciò vale anche fuori dalle mura di Verona. Il Partito Democratico deve essere il motore del progetto che nascerà in prospettiva perché molte dinamiche dell’intero territorio provinciale sono condizionate da ciò che accade nel capoluogo.

L’occasione per allargare l’influenza è imperdibile.

Da ultimo, ma non per importanza, il Partito Democratico deve farsi carico dell’imprescindibile rinnovamento generazionale.

Questo è un punto nodale. Impensabile progettare un futuro senza basarsi su coloro che saranno protagonisti di quel futuro: i giovani.

Va fatto ogni sforzo affinché partecipino e prendano parte al progetto che li vedrà in prima linea.

Verona rinuncia all’Europa.

Verona rinuncia all’Europa.

Sapevano del fastidio delle destre verso l’Unione Europea, ma non pensavamo che arrivassero all’abiura ed alla cancellazione da qualsiasi partecipazione attiva.

Il Comune ha deciso il recesso dall’AICCRE – Associazione Italiana per il Consiglio dei Comuni e delle Regioni d’Europa – ovvero l’associazione senza scopo di lucro che raccoglie in modo unitario tutti i livelli degli enti territoriali e garantisce ai soci di poter partecipare alle politiche europee.

Dopo appena due anni, Verona aveva aderito nell’ottobre 2019, la fuga all’indietro.

E’ davvero inspiegabile per una città europea lasciare un luogo di incontro e di relazioni positive per sfruttare al massimo le opportunità economiche che arrivano dall’UE.

L’AICCRE è concretamente al fianco delle Amministrazioni locali. Si parla tanto del ritardo dell’Italia per quanto concerne l’utilizzo dei fondi e, anziché utilizzare tutti gli strumenti necessari per essere competitivi in Europa in una fase come l’attuale, segnata da una regressione del processo di integrazione europea, il Comune fa un clamoroso passo indietro.

Un’assurdità strategica, visto che tangibilmente l’Unione europea è un’ opportunità indispensabile per lo sviluppo del nostro territorio.

Surreale la motivazione: “nel corso di questi due anni si è riscontrata una difficoltà a far fruttare appieno le potenzialità della rete, legate essenzialmente alla effettiva partecipazione alle iniziative che rendono di fatto poco concretizzabili i vantaggi che solo una completa adesione sarebbe in grado di garantire”.

In pratica, poiché il Comune non è stato in grado di farne parte appieno, per sua responsabilità, ovviamente, anziché impegnarsi di più su quel versante, comodamente se la dà a gambe.

Tutto questo comporterà un vantaggio di 6.754,91 euro, la quota associativa annuale risparmiata, ovvero una cifra che il Responsabile del Servizio Finanziario ha dichiarato “contabilmente non rilevante”.

Si conferma la cecità dell’Ammministrazione Sboarina su un tema rilevante quale il rapporto con l’Europa.

Quel luogo associativo era utile per supportare anche il sistema delle imprese, attraverso il Comune, ovviamente.

Questo è l’altro danno: l’abbandono delle politiche e dell’interesse verso i fondi europei che tanto potrebbero favorire lo sviluppo economico del territorio.

L’evasione in Italia

In allegato alla Nota di aggiornamento al Documento di Economia e Finanza (ne ho parlato qui https://www.vincenzodarienzo.it/il-quadro-economico-post-covid/) c’è l’ultima “Relazione sull’economia non osservata e sull’evasione fiscale e contributiva”.

La Relazione riporta le stime dell’evasione, riassunte da due indicatori:

  • il tax gap, ovvero la differenza tra le imposte e i contributi sociali versati e le imposte e i contributi che i contribuenti avrebbero dovuto versare;
  • la propensione all’evasione, cioè il rapporto percentuale tra l’ammontare del tax gap e il gettito teorico.

Ebbene, il tax gap nel 2018 è stato di 102,8 miliardi di euro, corrispondente ad una propensione all’evasione pari al 19,3 per cento. Poiché la Relazione non comprende tutte le tasse e i contributi – manca l’evasione sui contributi sociali dei lavoratori autonomi – la Relazione ipotizza una stima dell’evasione di circa 125 miliardi.

In ogni caso, l’evasione si è ridotta negli ultimi anni, da 108 miliardi nel 2017 a circa 103 miliardi di euro nel 2018. II calo è stato di circa 7 miliardi nel quinquennio 2014-2018.

La propensione all’evasione ha un andamento differente tra le diverse imposte. L’IRPEF da impresa e lavoro autonomo è l’Imposta con la propensione all’evasione più alta, con una marcata crescita negli ultimi anni e, quindi, con il tax gap di 32,4 miliardi di euro, corrispondenti ad una propensione all’evasione del 69,2 per cento. IRES e IRAP hanno mostrato un lieve calo nella propensione all’evasione.

Le altre imposte (IVA, imposta sulle locazioni e canone Rai) hanno mostrato un netto miglioramento. Il tax gap per l’IVA si è ridotto di 9,3 miliardi nel biennio 2017-2018, raggiungendo per la prima volta una propensione all’evasione inferiore al 20 per cento. Ciononostante, l’IVA resta la seconda imposta più evasa, con un tax gap che sfiora i 27 miliardi.

Complessivamente, l’IRPEF da lavoro autonomo e l’IVA compongono l’81 per cento dell’evasione fiscale.

In pratica, con i 90 miliardi evasi annualmente con queste due imposte, se pagati l’Italia sarebbe un Paese ridente. Pensate che da anni le Leggi di Bilancio non superano i 30 miliardi di saldo a pareggio, ergo, ogni anno l’evasione vale tre leggi finanziarie.

Tra i fattori che hanno comportato il forte calo dell’evasione fiscale per l’IVA, c’è  soprattutto la fatturazione elettronica.

La fatturazione elettronica, introdotta dal Governo Gentiloni nel 2018 ha giocato un ruolo importante nella riduzione dell’evasione. Infatti, la sua introduzione ha generato un significativo aumento di gettito fiscale, con un effetto più marcato per le imprese di minori dimensioni.

L’evasione dell’IVA resta comunque elevata se paragonata al livello europeo: nel 2018, l’Italia risultava al quarto posto come evasione sull’IVA, dopo Lituania, Grecia e Romania.

Ridurre l’aumento di gas ed energia elettrica

Dell’aumento delle bollette e delle cause geointernazionali che hanno comportato il balzo sia per le famiglie sia per le imprese, ho già scritto in questa news (https://www.vincenzodarienzo.it/bollette-piu-care-mercato-e-ambiente/).

Il Governo ha prontamente affrontato il tema ed ha approvato un pacchetto di risorse per ridurre il più possibile gli aumenti in corso sul consumatore finale. In particolare, l’importante intervento economico interviene riducendo gli oneri di sistema – e per il gas, anche l’IVA – che si pagano in bolletta.

Cosa sono i “famosi” oneri di sistema?

Con le bollette dell’energia elettrica, oltre ai servizi di vendita (materia prima, commercializzazione e vendita), ai servizi di rete (trasporto, distribuzione, gestione del contatore) e alle imposte, si pagano alcuni componenti per la copertura di costi per attività di interesse generale per il sistema elettrico nazionale tra i quali, ad esempio, quelli a sostegno della produzione di energia elettrica da fonti rinnovabili. Gli oneri di sistema rappresentano circa il 30 per cento dei costi in bolletta.

Con le bollette del gas, oltre ai costi della materia gas naturale (materia prima gas, approvvigionamento, commercializzazione al dettaglio), di trasporto e gestione del contatore e alle imposte, si pagano alcuni componenti per la copertura di costi per attività di interesse generale quali risparmio energetico, realizzazione di reti di teleriscaldamento, compensazione dei costi di commercializzazione,  recupero oneri di morosità per gli esercenti i servizi di ultima istanza b bonus gas pagati solo dai condomini con uso domestico). Il peso degli oneri di sistema non è elevatissimo, ragione per la quale è stata ridotta l’aliquota IVA applicabile alle somministrazioni di gas metano per usi civili e industriali.

In particolare, per i consumi stimati o effettivi dei mesi di ottobre, novembre e dicembre 2021, l’aliquota sarà del 5 per cento anziché del 10% o del 22% (a seconda della quantità consumata) per gli usi civili e del 22% per gli usi industriali o del 10% per alcuni tipi di aziende.

Quindi, il Decreto “taglia-bollette” azzera gli effetti del futuro aumento della bolletta. Ma non per tutti.

Per l’energia elettrica, il provvedimento riguarderà oltre 3 milioni di famiglie che già beneficiano del “bonus sociale elettrico”, ovvero i nuclei che hanno un Isee inferiore a 8265 euro annui; i nuclei familiari numerosi (Isee 20.000 euro annui con almeno 4 figli); i percettori di reddito o pensione di cittadinanza; gli utenti in gravi condizioni di salute, utilizzatori di apparecchiature elettromedicali.

Le piccolissime e piccole imprese che beneficeranno (con utenze in bassa tensione fino a 16,5kW) sono circa 6 milioni e circa 29 milioni sono i clienti domestici che vedranno azzerate le aliquote relative agli oneri generali di sistema.

Per quanto concerne le bollette gas, i benefici toccheranno circa 2,5 milioni di famiglie che già beneficiano del “bonus gas”, Sempre nel quarto trimestre 2021, per tutti gli utenti del gas naturale, famiglie e imprese, oltre alla riduzione IVA, gli oneri di sistema sono azzerati.