Articoli

Migrazioni. Ci sarà una nuova ondata?

La pandemia sta incidendo sull’economia mondiale determinando uno stato di grave sofferenza. Ciò può innescare nuove forme di migrazione.

In Europa, le domande di asilo sono passate da un minimo di 9.000 ad aprile 2020 a 42.000 a settembre 2020, con una riduzione dell’87% rispetto a gennaio 2020.

Ovviamente, hanno inciso le misure restrittive della mobilità imposte da tutti i Paesi.

Eppure, nonostante questi dati, le destre hanno cavalcato “l’invasione migratoria”. Pensate, nonostante la riduzione a 116.000 passaggi irregolari di frontiera nell’UE nei primi 11 mesi del 2020, livello minimo dopo il 2009 (104.000), la “pericolosità” dell’arrivo dei migranti è stata al centro dell’attenzione della propaganda delle destre italiane.

Il fatto, però, è che le analisi recenti sulle migrazioni rilevano che le preoccupazioni presenti in tanti paesi, sulla sicurezza personale unite all’insicurezza alimentare, sono un incentivo per gli spostamenti e i movimenti migratori.

Come dicevo, la pandemia ha avuto un impatto dirompente sull’economia globale e sui mezzi di sussistenza di centinaia di milioni di persone, causando un forte aumento delle disuguaglianze, della povertà e spesso aggravando fragilità preesistenti.

Non solo si è registrato un calo del 14% delle ore lavorative, ovvero l’equivalente di 400 milioni di posti di lavoro a tempo pieno, ma se prendiamo ad esempio il turismo, uno dei fattori trainanti dell’economia di alcuni paesi, si rileva che la perdita potenziale di 1.000 miliardi di dollari di ricavi corrisponde a 100 milioni di posti di lavoro a rischio.

In Tunisia, ad esempio, sino ad ottobre le poche entrate del turismo hanno coinvolto il futuro di 400.000 lavoratori del settore. A questa difficoltà si aggiunge anche che in alcuni Paesi del nord Africa e in Medio Oriente le rimesse degli emigrati si sono ridotte di parecchio.

Con la riduzione dei redditi e delle rimesse dall’estero è facile supporre che senza un sistema di welfare sociale dignitoso su cui ripiegare, alcune famiglie potrebbero considerare la possibilità di cercare opportunità di sostentamento altrove.

Va detto che l’Unione Europea è sempre più intenzionata a rafforzare la cooperazione con i Paesi non-UE per meglio gestire e ridurre i flussi. Il nuovo Patto Europeo su Migrazione e Asilo va in questa direzione nella speranza che possa influire sul desiderio di migrare.

C’è un però: se verso l’esterno l’UE nel 2021 agirà con determinazione, al proprio interno ancora non è stato chiuso l’accordo politico sulle parti del Patto Europeo su Migrazione e Asilo e, quindi, cosa dovrà essere fatto alle frontiere esterne (l’Italia) in termini di procedure di identificazione e controlli di sicurezza sui nuovi arrivi, di determinazione di chi possa o meno rimanere e di rimpatrio per coloro che non hanno titolo per rimanere.

Zaia chiarisca su Crisanti

Il giorno 8 gennaio scorso è stata pubblicata un’inchiesta dal settimanale l’Espresso secondo la quale “vertici della regione Veneto” avrebbero indebitamente “fatto pressione” su due primari dell’ospedale di Padova per far loro firmare una lettera relativa a uno studio sui tamponi rapidi. Tale lettera, indirizzata al direttore dell’ospedale, e poi pubblicata a mezzo stampa, sarebbe servita a prendere le distanze da uno studio sui limiti dei tamponi rapidi curato dal professor Andrea Crisanti, membro del Comitato scientifico COVID-19 della regione.

Lo studio, secondo l’inchiesta, avrebbe “violato la privacy dei pazienti o le formalità procedurali di autorizzazione dei test clinici”.

Secondo la citata inchiesta, i due primari avrebbero indirizzato una seconda lettera al direttore dell’ospedale in cui si precisava che tale studio sarebbe stato condotto rispettando le procedure. Tale lettera, tuttavia, – secondo quanto riportato dall’Espresso – non è stata pubblicata a mezzo stampa.

Secondo Espresso, lo studio aveva dimostrato l’alto margine di errore dei tamponi rapidi, con sensibilità attestata intorno a un valore del 70 per cento, risultando quindi molto meno affidabili dei tamponi molecolari nell’individuare persone positive al COVID-19, anche in casi di alta carica virale.

Il 21 ottobre, giorno in cui secondo l’inchiesta tale studio è stato divulgato, Azienza Zero, l’ente incaricato di garantire la razionalizzazione, l’integrazione e l’efficientamento dei servizi sanitari, sociosanitari e tecnico amministrativi delle strutture regionali del Veneto, aveva in corso una procedura di appalto per la fornitura di tamponi rapidi per un totale di 148 milioni di euro.

Sempre secondo quanto riportato dall’Espresso, il professor Crisanti sarebbe stato “emarginato dalla giunta” regionale, la quale ha trasferito da Padova a Treviso e Venezia il coordinamento dei test sul virus.

Su questi gravi fatti, ho presentato un’interrogazione parlamentare per sapere quali iniziative intenda adottare il Ministroal fine di verificare la veridicità dei fatti esposti in premessa e di fare chiarezza su ruolo svolto dalla regione Veneto in merito alla procedura di appalto per la fornitura di tamponi rapidi e alla estromissione del professor Crisanti.

In pratica, il Presidente Zaia deve dire se è vero quanto pubblicato da L’Espresso circa le pressioni e le minacce da parte delle ‘alte sfere’ della regione Veneto.

Se fosse vero, sarebbe una cosa inaudita.

Pressare, anche con minacce, la scienza medica per far valere proprie ragioni ‘politiche’ e, soprattutto, non consentire il libero confronto su soluzioni che potrebbero evitare tante sofferenze e lutti è la più grave delle responsabilità che qualcuno può commettere.

Va diradata questa nebbia che incide sulla credibilità e moralità, sua e della regione Veneto.

Zaia ha fallito. Miseramente!

La diffusione del virus in Veneto è praticamente fuori controllo, tanto che è stata decretata la “zona arancione”.

Come è noto dal 4 maggio le decisioni sono ripartite tra lo Stato e le Regioni. Sulla base di 21 parametri decisi insieme, lo Stato attua i provvedimenti meglio conosciuti come “zone, gialle, arancioni e rosse” nell’ambito delle quali sono stabilite misure automatiche e generali e le Regioni possono attuare restrizioni ulteriori, sulla base dei dati epidemiologici.

Fino ad ora il Veneto è stata “zona gialla”, la più leggera delle restrizioni.

In questo contesto, Zaia ha scommesso sui tamponi a tappeto, sui posti letto in terapia intensiva quasi raddoppiati, sulle strutture dedicate al covid e sull’alta spesa per la sanità (ergo: tenuta del sistema sanitario e capacità di tracciamento territoriale).

Intanto, però, il virus ha continuato a circolare con tante persone in giro che si sono incontrate e assembramenti vari. Prima del periodo di Natale il Veneto non ha mai attuato provvedimenti restrittivi – pur avendone la piena facoltà – ma si è solo adeguato alle restrizioni decise per il resto d’Italia con l’alternanza di zone rosse nei giorni festivi e arancioni.

Zaia non ha cambiato le proprie decisioni anche quando era più che evidente che i contagiati crescevano in maniera esponenziale e si capiva bene che si stava andando incontro al peggio. Forse l’aveva capito anche lui quando a fine novembre scorso ha chiesto – con un voltafaccia incredibile – al Governo la zona rossa per il Veneto fino all’Epifania (chiedendo la responsabilità di altri).

In Veneto, Zaia ha puntato molto sui tamponi rapidi invece che su quelli molecolari. I tamponi rapidi antigenici sono meno accurati, espongono a un maggior rischio di falsi negativi come hanno denunciato gli stessi medici.

Aver utilizzato in modo pressoché unico i tamponi rapidi antigenici (anziché dei molecolari) per lo screening periodico del personale sanitario, per ammettere pazienti non-COVID in ospedale e per testare personale e ospiti delle RSA è stato un gravissimo errore perché se un operatore falso negativo mette piede in ospedale è piuttosto facile che possa svilupparsi un focolaio, come del resto è accaduto.

Per questa ragione i tamponi rapidi si sono dimostrati non adeguati al livello di confronto, tant’è che il Dipartimento della Prevenzione del Ministero della Salute tende a non conteggiarli ed in ogni caso, sugli strumenti di diagnosi è utile anche il seguente documento dell’Istituto Superiore di Sanità del 4 novembre.( https://www.iss.it/primo-piano/-/asset_publisher/o4oGR9qmvUz9/content/diagnosticare-covid-19-gli-strumenti-a-disposizione.-il-punto-dell-iss)

Sono convinto che in Veneto Zaia avrebbe dovuto agire più restrittivamente perché prima o poi, come è stato, si sarebbe arrivati al momento in cui la crescita dei casi non si riusciva più a contenere nonostante gli sforzi.

Purtroppo, se il virus circola troppo, ogni sistema, anche il più virtuoso, salta. Al momento, ahinoi, conta solo la tempistica delle chiusure per ridurre il contagio.

Pensate, secondo un calcolo fatto dalla Columbia University di New York sulla prima ondata ha dimostrato come lo stesso intervento applicato solo 1-2 settimane prima, sarebbe bastato a evitare a livello nazionale il 61,6% delle infezioni e il 55,0% dei decessi segnalati al 3 maggio negli Usa.

Per capire meglio gli errori di Zaia, può servire anche il confronto con un’altra Regione da sempre zona gialla, il Lazio. In Veneto ha subito un balzo di contagi molto elevato mentre il Lazio non ha subito un’escalation di contagi e decessi ma è sempre riuscito a contenere la diffusione del coronavirus?

La risposta è semplice: conta il livello di diffusione dell’epidemia da cui partivano entrambe le Regioni e in Veneto il virus è entrato prepotente anche nelle Rsa e negli ospedali, elementi cruciali per la diffusione dei contagi.

Ma allora, perché a fronte della rilevante diffusione del virus misurata nella prima ondata e delle rilevate difficoltà nelle Rsa e ospedali, Zaia non ha mai adottato provvedimenti restrittivi?

Perché quando ha visto che la media dell’età dei contagiati stava salendo velocemente – e ciò significava aumento dei decessi dovuti anche all’età avanzata dei contagiati – non ha agito?

E perché ha scaricato tutto sulla responsabilità dei singoli cittadini perorando la causa del tampone “fai da te” in Farmacia? Assegnare la diffusione dei contagi ai singoli è una stupidata che per nostra fortuna non sta avendo seguito.

Resta che non ha agito (per non scontentare?) ed in questo modo superficiale ha ingenerato la convinzione che il virus in Veneto fosse fortemente contrastato e monitorato.

La fiducia di tanti veneti in lui ha fatto il resto.

Ah, dimenticavo, poi c’è la risibile balla sui tamponi

Zaia giustifica la grave diffusione dei contagi in Veneto (che non é riuscito ad evitare perché non ha mai preso decisioni restrittive) con l’elevato numero dei tamponi effettuati: “se ne fai tanti (vantandosene), ne trovi tanti”.

Non fa una grinza.

Ma per capire meglio che si tratta di una falsità, serve il confronto con Lazio e Campania, due regioni a parità di popolazione. Lí gli ospedali e le terapie intensive sono occupate per la metà ed i deceduti sono meno di un terzo rispetto al Veneto.

La storiella di Zaia è una balla.

Infatti, gli scienziati (e le persone serie) calcolano il peso percentuale dei positivi sui tamponi fatti perché questo dato dice la verità con sviluppo proporzionale.

Le rilevanti differenze delle terapie intensive e dei decessi lo confermano, purtroppo

Ci sono più contagi laddove il covid era più diffuso in primavera ed i tamponi non c’entrano proprio nulla, se non per trovare e isolare i positivi. Questo avrebbe dovuto consigliare scelte restrittive, soprattutto in zona gialla.

La matematica non è un’opinione, la propaganda di Zaia, si (sulla nostra pelle, peraltro).

Il vaccino è anche geopolitica

L’anno appena iniziato rifletterà ancora per un po’ quanto abbiamo vissuto nel 2020.

L’economia globale è in difficoltà, tantissime famiglie sono state spinte verso condizioni di povertà, molti comparti industriali sono in affanno, il piccolo commercio è aggredito da una sofferenza enorme ed i Paesi più deboli stanno regredendo dopo anni di sviluppo.

Il vaccino è l’unica speranza.

Anzi, a ben guardare la situazione mondiale e le conseguenti destabilizzazioni che il virus sta determinando nonché le diseguaglianze e l’aumento degli squilibri tra ricchi e poveri, posso ragionevolmente ritenere che il vaccino non servirà solo contro il virus, ma anche per contrastare e invertire una condizione nell’ambito della quale può ingenerarsi il tutti contro tutti.

A fronte di ciò, tuttavia, non tutti i Paesi hanno contribuito allo stesso modo.

Contro la pandemia uno sviluppo sicuramente positivo è stata la costituzione di COVAX, codiretto dall’alleanza per i vaccini (Gavi), dall’OMS e dalla coalizione per l’innovazione in materia di preparazione alle epidemie (CEPI), è finalizzato a supportare lo sviluppo, la produzione e la distribuzione dei nuovi vaccini Covid-19.

Positivo, perché COVAX si pone lo scopo di distribuire a tutti, soprattutto ai Paesi con redditi più bassi, i vaccini di ultima generazione e perché via sia una gestione globale dei vaccini Covid-19 attraverso un processo di prequalificazione da parte dell’OMS che ne certifica qualità, sicurezza ed efficacia.

Diversamente da questo approccio positivo, si annoverano le decisioni negative di Stati Uniti, Russia e Cina i quali non solo non hanno voluto contribuire economicamente all’iniziativa COVAX, ma addirittura rivendicano l’accesso prioritario ai vaccini Covid-1911 (USA) o producono vaccini di dubbia qualità (Russia e Cina) in merito ai quali hanno avviato accordi bilaterali con nazioni in America Latina, Asia e Africa.

Da questi comportamenti si capisce ancora di più la posta in gioco, ovvero l’utilizzo geopolitico del vaccino, per creare nuove aree di influenza nel mondo o consolidare al proprio interno il consenso.

Ovviamente, penso che l’iniziativa COVAX sia l’unica in grado di tutelare i più deboli da ingerenze future non sempre limpide e trasparenti.

C’è un però.

Se non si fa in fretta e i finanziamenti non saranno costanti, il rischio che i Paesi più deboli ricevano per un lungo tempo altri tipi di vaccini, come quelli tradizionali adenovirali a basso costo prodotti da case farmaceutiche multinazionali o da aziende russe e cinesi, anziché i vaccini più moderni seguiti dall’OMS, può determinare un nuovo asse nell’ambito del quale prevale l’interesse a entrare nella gestione politica di quei Paesi e non quello di tutelare la salute pubblica di quelle comunità.

Solo la gestione COVAX garantisce efficacia delle vaccinazione e rispetto delle democrazie e delle Istituzioni di quei Paesi.

Sono certo che con la vittoria di Biden, gli Stati Uniti saranno un altro Paese che contribuirà all’affermazione universale dei vaccini nonché al sostegno economico delle iniziative che favoriscono questo approccio (attualmente prevalgono il contributo degli Stati Uniti e dei governi europei oltre che della Fondazione Gates) e, soprattutto, condizioneranno le politiche condotte da alcuni Paesi, Russia e Cina in primis e contrasteranno le pericolose manifestazioni di estremismo anti-scientifico.

L’accoglienza torna ad essere umana.

Che i decreti sicurezza voluti da Salvini non funzionassero, si era capito sin da subito. Con il falso problema della sicurezza, aveva menomato i principi cardine dell’accoglienza e dell’umanità.

Immediatamente, anche il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella aveva segnalato al Parlamento diversi problemi con i decreti, inutilmente restrittivi e a rischio di fronte al diritto internazionale, che resta comunque superiore anche alla nostra Costituzione.

Salvini aveva voluto eliminare alcuni diritti che, al contrario, sono strettamente connessi con la vita umana delle persone, indipendentemente dalla provenienza. Una foga ideologica che ha sempre dato il sapore dell’odio verso gli altri, aggravata dalla palese violazione dei diritti.

Con la nostra riforma, abbiamo reintrodotto la protezione umanitaria che era stata cancellata.

La protezione è un diritto soggettivo che va riconosciuto tutte le volte in cui si riscontrano rischi nei confronti degli obblighi derivanti da norme costituzionali o dall’adesione dell’Italia a norme internazionali. Non è una tipizzazione di alcuni casi, che lascia sempre fuori altre situazioni, ma una norma di ampio respiro che ha a che vedere con i diritti umani.

Abbiamo rimesso al centro il principio sancito dall’articolo 8 della Convenzione europea sui diritti dell’uomo: quando c’è un evidente rischio di violazione della vita privata e familiare, sia nel paese di origine che in Italia, i percorsi di vita delle persone vanno protetti.

Questo non significa proteggere tutti. No, questa è la propaganda salviniana. Infatti, per ciascun nuovo arrivo vi è un percorso di garanzia in grado di comprendere se vi sono quelle caratteristiche per accogliere o per non accogliere una persona.

L’esperienza vissuta con i decreti Salvini è stata devastante. Senza alcun discernimento

migliaia di persone e famiglie erano finite fuori dai percorsi di accoglienza, in alcuni casi tornati in situazione di irregolarità e spesso senza più una casa.

In pratica, finito il soggiorno c’era solo l’irregolarità, una situazione di evidente irrazionalità e disperazione per le persone che magari avevano costruito dei percorsi anche lunghi in Italia e che a un certo punto si vedevano espulse da sistema.

Abbiamo cancellato questa assurdità. Se una persona vive in Italia e vuole rimanerci avendone, però, chiaramente le caratteristiche, può restare per lavoro, per studio o comunque per un inserimento socio-lavorativo. In questo modo si favorisce l’integrazione.

Abbiamo cancellato l’abominio che Salvini aveva imposto per il soccorso in mare, ovvero quello che il governo aveva il potere di impedire l’ingresso nelle acque territoriali italiane alle navi di soccorso.

Oggi, l’impedimento all’accesso e al transito nelle acque territoriali non può avvenire in caso di operazioni di soccorso, che sono comunicate alle competenti autorità di coordinamento.

Protezione umanitaria, integrazione di chi ha diritto a restare e soccorso in mare, tra principi che rivestono di umanità una scelta politica difficile, controversa, ma che pone al centro di tutto la persona umana e non le vuote ideologie.

L’Europa è pronta per l’era digitale.

La Commissione Europea ha proposto una riforma ambiziosa dello spazio digitale, una serie completa di nuove norme per tutti i servizi digitali, compresi i social media, i mercati online e altre piattaforme online che operano nell’Unione europea: la legge sui servizi digitali e la legge sui mercati digitali.

Le nuove norme proteggeranno in modo più efficace i consumatori e i loro diritti fondamentali online e renderanno i mercati digitali più equi e più aperti per tutti.

Le nuove norme , che promuovono l’innovazione, la crescita e la competitività e fornirà agli utenti servizi online nuovi, migliori e affidabili, vieteranno l’imposizione di condizioni inique da parte delle piattaforme online.

Molte piattaforme online occupano ormai un posto centrale nella vita dei cittadini e delle aziende, e persino nella nostra società e nella nostra democrazia in generale. E’, quindi, il caso di organizzare questo spazio digitale per i prossimi decenni.

Legge sui servizi digitali.

Alcuni grandi operatori sono diventati spazi quasi pubblici per la condivisione di informazioni e per il commercio online e hanno assunto una natura sistemica, il che comporta rischi particolari per i diritti degli utenti, i flussi di informazioni e la partecipazione del pubblico.

Con questa legge saranno previste nuove procedure per una più rapida rimozione dei contenuti illegali e una protezione globale dei diritti fondamentali degli utenti online. Il nuovo quadro riequilibrerà i diritti e le responsabilità degli utenti, delle piattaforme di intermediazione e delle autorità pubbliche e si baserà sui valori europei, compresi il rispetto dei diritti umani, la libertà, la democrazia, l’uguaglianza e lo Stato di diritto.

Legge sui mercati digitali

La legge sui mercati digitali, invece, affronta le conseguenze negative derivanti da determinati comportamenti delle piattaforme che hanno assunto il ruolo di controllori dell’accesso al mercato digitale. Si tratta di piattaforme che hanno un impatto significativo sul mercato interno, fungono da importante punto di accesso attraverso il quale gli utenti commerciali raggiungono i consumatori e godono, o potranno presumibilmente godere, di una posizione consolidata e duratura, che può conferire loro il potere di agire come legislatori privati e di costituire una strozzatura tra le aziende e i consumatori.

Concretamente, la legge sui mercati digitali introdurrà una serie di nuovi obblighi armonizzati per i servizi digitali a livello dell’UE, attentamente calibrati in funzione delle dimensioni di tali servizi e del loro impatto, quali: norme per la rimozione di beni, servizi o contenuti illegali online; garanzie per gli utenti i cui contenuti sono stati erroneamente cancellati dalle piattaforme; nuovi obblighi per le piattaforme di grandi dimensioni di adottare misure basate sul rischio al fine di prevenire abusi dei loro sistemi; misure di trasparenza di ampia portata, anche per quanto riguarda la pubblicità online e gli algoritmi utilizzati per consigliare contenuti agli utenti; nuovi poteri per verificare il funzionamento delle piattaforme, anche agevolando l’accesso dei ricercatori a dati chiave delle piattaforme; nuove norme sulla tracciabilità degli utenti commerciali nei mercati online, per contribuire a rintracciare i venditori di beni o servizi illegali; un processo di cooperazione innovativo tra le autorità pubbliche per garantire un’applicazione efficace in tutto il mercato unico.

Essa si applicherà solo ai principali fornitori dei servizi di piattaforme di base più inclini a ricorrere a pratiche sleali, come i motori di ricerca, i social network o i servizi di intermediazione online, che soddisfano i criteri legislativi oggettivi per essere designati come controllori dell’accesso; fisserà soglie quantitative come base per individuare controllori dell’accesso presunti.

Prossime tappe: il Parlamento europeo e gli Stati membri discuteranno le proposte della Commissione nell’ambito della procedura legislativa ordinaria. In caso di adozione, il testo definitivo sarà direttamente applicabile in tutta l’Unione europea.

Zaia ha fallito e noi paghiamo le conseguenze.

I dati del, Veneto sono allarmanti.

Tra contagiati, posti occupati negli ospedali, condizioni nelle RSA e decessi, siamo molto oltre la prima ondata pandemica di primavera.

Allora, il beneficio fu certamente il lockdown totale, unica soluzione per contrastare la diffusione del virus.

Dal 4 maggio le decisioni sono ripartite tra lo Stato e le Regioni.

Sulla base di 21 parametri decisi insieme, lo Stato attua i provvedimenti meglio conosciuti come “zone, gialle, arancioni e rosse” nell’ambito delle quali sono stabilite misure automatiche e generali.

Sempre nelle medesime aree, però, le Regioni possono attuare restrizioni ulteriori, sulla base dei dati epidemiologici.

Qui, il grave errore di Zaia, dal primo giorno della decisione della zona gialla per il Veneto.

Egli ha puntato tutto sull’effettuazione massiccia dei tamponi, in particolare privilegiando quelli rapidi.

Questa scelta avrebbe dovuto consentire l’individuazione dei contagiati, il loro isolamento e il loro tracciamento. In questo modo, arginando la diffusione, non sarebbero servire altre decisioni più drastiche.

C’è stato un momento in cui ha fatto credere che puntava su uno strano tampone “fai da te” per aumentare la quota dei tamponi. In tanti lo hanno seguito, poi quella cosa è sparita, per nostra fortuna.

Questo comportamento è stato un fallimento.

Primo, perché ha ingenerato la convinzione che il virus era fortemente contrastato e monitorato. Il binomio tamponi/niente restrizioni ha favorito gli spostamenti, convinti che le cose fossero sotto controllo.

Secondo, perché i tamponi rapidi si sono dimostrati non adeguati al livello di confronto, tant’è che il Dipartimento della Prevenzione del Ministero della Salute non li conteggia.

E, purtroppo, i risultati sono più che evidenti – aggravati dall’impossibilità di tracciare tutti – e confermano che il sostanziale “liberi tutti” è stato il problema principale delle scelte di Zaia.

D’altronde, bastava seguire i suoi sermoni quotidiani per comprendere che mai parlava di scelte, ma solo di aria fritta e ovvietà imbarazzanti, peraltro, ben esposte dal comico Crozza.

Il colpo finale al suo fallimento, lo ha decretato lui stesso: ha chiesto al Governo la zona rossa fino all’Epifania.

Con questa mossa ha messo la parola fine a tante sciocchezze e convinzioni che hanno procurato al Veneto i danni peggiori rispetto alle altre realtà.

Approvata la riforma del MES

La riforma del Meccanismo europeo di stabilità (MES), che serve per fornire assistenza finanziaria ai Paesi dell’eurozona, nel caso in cui tale intervento risultasse indispensabile per salvaguardarne la stabilità finanziaria dell’area valutaria complessivamente considerata e dei suoi Stati membri, è stato approvata.

L’assistenza finanziaria del MES può essere offerta sempre previa domanda da parte di uno Stato aderente.

La fornitura di assistenza finanziaria ha, come conseguenza, la definizione di condizioni che lo Stato debitore è chiamato a rispettare, più o meno rigorose in ragione dello strumento di assistenza finanziaria scelto. Tali condizioni possono fare riferimento ad azioni e programmi da attuare per ottenere un miglioramento del bilancio dello Stato, o a parametri per i quali viene fissato un obiettivo quantitativo da rispettare, lasciando allo Stato la definizione degli strumenti da utilizzare a tal fine.

L’obiettivo del MES è, dunque, quello di salvaguardare la stabilità finanziaria della zona euro nel suo complesso e dei suoi Stati membri. A tal fine, il meccanismo può intervenire per fornire un sostegno alla stabilità dei Paesi aderenti che si trovino in gravi difficoltà finanziarie o ne siano minacciati, sulla base di condizioni rigorose, commisurate allo specifico strumento di sostegno utilizzato.

In particolare, il MES può:

  • fornire assistenza finanziaria precauzionale a uno Stato membro sotto forma di linea di credito condizionale precauzionale o sotto forma di linea di credito soggetta a condizioni rafforzate,
  • concedere assistenza finanziaria a un membro ricorrendo a prestiti con l’obiettivo specifico di sottoscrivere titoli rappresentativi del capitale di istituzioni finanziarie dello stesso Paese membro,
  • concedere assistenza finanziaria a un membro ricorrendo a prestiti non connessi a uno specifico obiettivo,
  • acquistare titoli di debito degli Stati membri in sede di emissione e sul mercato secondario.

La novità introdotta da ultimo, è che tra le decisioni assunte vi è anche un nuovo Strumento di sostegno alla crisi pandemica.

Infatti, è stato istituito nell’ambito del Trattato vigente del MES, un fondo volto a finanziare i costi dell’assistenza sanitaria nazionale. L’unico requisito per accedere alla linea di credito consiste nell’impegno da parte degli Stati richiedenti ad utilizzare le risorse per sostenere il finanziamento interno dell’assistenza sanitaria diretta e indiretta e i costi relativi alla cura e alla prevenzione causati dall’emergenza.

A tal fine, gli Stati richiedenti sono tenuti a predisporre un dettagliato Piano di risposta alla pandemia.

L’ammontare complessivo massimo delle risorse a disposizione di ciascuno Stato sarebbe pari al 2% del PIL del rispettivo Stato alla fine del 2019 (si tratterebbe di circa 240 miliardi di euro totali; circa 36 miliardi di euro per l’Italia).

 

L’Europa per il miglioramento del clima

Nel corso del Consiglio d’Europa è stata assunta un’importantissima decisione: è obiettivo UE vincolante la riduzione interna netta delle emissioni di gas a effetto serra di almeno il 55% entro il 2030 rispetto ai livelli del 1990.

Un altro passo importante per affrontare i cambiamenti climatici.

Accrescere l’ambizione europea in materia di clima stimolerà una crescita economica sostenibile, creerà posti di lavoro, produrrà benefici per la salute e l’ambiente a vantaggio dei cittadini dell’UE e contribuirà alla competitività mondiale a lungo termine dell’economia dell’UE promuovendo l’innovazione nelle tecnologie verdi.

L’obiettivo sarà raggiunto collettivamente dall’UE nel modo più efficiente possibile in termini di costi. Tutti gli Stati membri parteciperanno a tale sforzo, alla luce di considerazioni di equità e solidarietà, senza lasciare indietro nessuno. Il nuovo obiettivo 2030 deve essere conseguito in maniera tale da preservare la competitività dell’UE e tener conto dei diversi punti di partenza, delle specifiche situazioni nazionali e del potenziale di riduzione delle emissioni degli Stati membri, compresi gli Stati membri insulari e le isole, come pure degli sforzi compiuti.

Il Consiglio europeo ha riconosciuto la necessità di garantire le interconnessioni, la sicurezza energetica per tutti gli Stati membri e l’energia a un prezzo abbordabile per le famiglie e le imprese nonché di rispettare il diritto degli Stati membri di decidere in merito ai rispettivi mix energetici e di scegliere le tecnologie più appropriate per conseguire collettivamente l’obiettivo climatico 2030, comprese le tecnologie di transizione come il gas.

Toccherà, quindi, anche all’Italia, mobilitare finanziamenti pubblici e capitali privati per far fronte alle significative esigenze di investimento derivanti da questa maggiore ambizione.

La risposta economica alla crisi del coronavirus offre l’opportunità di accelerare la trasformazione e la modernizzazione sostenibili delle nostre economie nonché di ottenere un vantaggio competitivo. Occorre sfruttare al meglio il pacchetto Next Generation EU, per il quale almeno il 30% dell’importo totale della spesa va impiegato verso l’obiettivo green.

E’ stata fissata una tabella di marcia della banca per il clima 2021-2025 del Gruppo BEI, la quale contribuirà a onorare l’impegno del Gruppo BEI di sostenere investimenti per un valore di 1 000 miliardi di EUR a favore del clima e dell’ambiente entro il 2030.

La decisione presa è molto rilevante e avrà un forte impatto sulle politiche economiche italiane. Da anni stiamo investendo significativamente nel settore climatico e dobbiamo proseguire per raggiungere l’obiettivo che abbiamo condiviso.

Il centro tamponi di Marzana non funziona! 

Il centro tamponi H24 di Marzana è assolutamente inefficace per affrontare il problema della rilevazione dei contagi con la tempestività che serve in questo momento.

Anzi, chi si rivolge a quel centro, non solo rischia qualcosa in termini di salute, ma mette in pericolo anche la salute degli altri.

Per avere il referto di un tampone molecolare, l’utente che si reca in quel centro tamponi aspetta anche tre giorni. Inaccettabile.

Il rischio è evidente:

  1. se l’utente è positivo asintomatico, per almeno tre giorni va in giro tranquillamente e inconsapevolmente con l’elevata probabilità che contagi tanti altri;
  2. se, invece, ha sintomi, non può iniziare subito l’assunzione dei medicinali previsti – tachipirina, antibiotici e cortisone – con il rischio che, intanto, il virus prosegua indisturbato nella sua pericolosa azione.

A ciò si aggiunge la comunicazione fuorviante sul sito della ULSS 9 che il centro tamponi presso la Fiera è aperto dalle 7 alle 19, ma nei giorni scorsi chi si recava lì dopo le 17 trovava i cancelli chiusi.

Cosa succede a Marzana? Perché così tanto tempo per avere l’esito di un tampone? Ed un referto con così tanto ritardo, è un referto sicuro?

Non ne parliamo, poi, del luogo fisico.

Una stanzetta di circa 10 mq con annessa un’appendice (qualcosa che somiglia ad un ingresso laterale) di circa 3mq.

Nel locale più grande vi è l’accettazione, nel più piccolo si effettuano i tamponi.

Ebbene, tutto viene svolto in assoluta promiscuità.

Al momento in cui ho fatto il tampone, le due code (accettazione e tampone) insistevano nel medesimo spazio per un totale di circa 7 persone (altre 10 circa attendevano di entrare).

In entrambi i locali non ho rilevato finestre e comunque non erano aperte.

Gli utenti avevano motivazioni diverse (era possibile sentire tutto dall’accettazione). Alcuni dei presenti dichiaravano la loro positività (per il tampone di controllo), altri la presenza di sintomi compatibili con il covid-19. Essi erano in coda tranquillamente insieme agli altri.

A me è parso chiaramente che gli spazi destinati ai tamponi, l’impossibilità fisica di gestire gli accessi in spazi così limitati e lo spazietto chiuso ove si effettuano fisicamente i tamponi medesimi, siano punti critici rispetto a quanto dovrebbe essere fatto.

Sono molto preoccupato per questo tipo di organizzazione perché vedo falle che non consentirebbero di affrontare la diffusione dei contagi a Verona con efficacia e tempestività.

Le conseguenza di questa organizzazione potrebbe essere molto pericolosa, a partire da chi si aggrava per arrivare all’impossibilità di tracciare i contatti del positivo asintomatico che per almeno tre giorni va in giro normalmente.

Serve personale? Mancano i reagenti? Non ci sono spazi diversi? Sono troppi i tamponi? Insomma, qual è il problema che va affrontato e risolto?

Non si può mettere su un’opportunità del genere e poi fallire il risultato. In questo modo si fa solo propaganda e non si risolve alcunché.

Vorrei sentire parlare di questo durante le tante conferenze stampa dove vengono fornite solo informazioni che non attengono alla realtà dei fatti che quotidianamente vivono i veronesi quando si recano in quel centro.