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L’Europa per il miglioramento del clima

Nel corso del Consiglio d’Europa è stata assunta un’importantissima decisione: è obiettivo UE vincolante la riduzione interna netta delle emissioni di gas a effetto serra di almeno il 55% entro il 2030 rispetto ai livelli del 1990.

Un altro passo importante per affrontare i cambiamenti climatici.

Accrescere l’ambizione europea in materia di clima stimolerà una crescita economica sostenibile, creerà posti di lavoro, produrrà benefici per la salute e l’ambiente a vantaggio dei cittadini dell’UE e contribuirà alla competitività mondiale a lungo termine dell’economia dell’UE promuovendo l’innovazione nelle tecnologie verdi.

L’obiettivo sarà raggiunto collettivamente dall’UE nel modo più efficiente possibile in termini di costi. Tutti gli Stati membri parteciperanno a tale sforzo, alla luce di considerazioni di equità e solidarietà, senza lasciare indietro nessuno. Il nuovo obiettivo 2030 deve essere conseguito in maniera tale da preservare la competitività dell’UE e tener conto dei diversi punti di partenza, delle specifiche situazioni nazionali e del potenziale di riduzione delle emissioni degli Stati membri, compresi gli Stati membri insulari e le isole, come pure degli sforzi compiuti.

Il Consiglio europeo ha riconosciuto la necessità di garantire le interconnessioni, la sicurezza energetica per tutti gli Stati membri e l’energia a un prezzo abbordabile per le famiglie e le imprese nonché di rispettare il diritto degli Stati membri di decidere in merito ai rispettivi mix energetici e di scegliere le tecnologie più appropriate per conseguire collettivamente l’obiettivo climatico 2030, comprese le tecnologie di transizione come il gas.

Toccherà, quindi, anche all’Italia, mobilitare finanziamenti pubblici e capitali privati per far fronte alle significative esigenze di investimento derivanti da questa maggiore ambizione.

La risposta economica alla crisi del coronavirus offre l’opportunità di accelerare la trasformazione e la modernizzazione sostenibili delle nostre economie nonché di ottenere un vantaggio competitivo. Occorre sfruttare al meglio il pacchetto Next Generation EU, per il quale almeno il 30% dell’importo totale della spesa va impiegato verso l’obiettivo green.

E’ stata fissata una tabella di marcia della banca per il clima 2021-2025 del Gruppo BEI, la quale contribuirà a onorare l’impegno del Gruppo BEI di sostenere investimenti per un valore di 1 000 miliardi di EUR a favore del clima e dell’ambiente entro il 2030.

La decisione presa è molto rilevante e avrà un forte impatto sulle politiche economiche italiane. Da anni stiamo investendo significativamente nel settore climatico e dobbiamo proseguire per raggiungere l’obiettivo che abbiamo condiviso.

Il centro tamponi di Marzana non funziona! 

Il centro tamponi H24 di Marzana è assolutamente inefficace per affrontare il problema della rilevazione dei contagi con la tempestività che serve in questo momento.

Anzi, chi si rivolge a quel centro, non solo rischia qualcosa in termini di salute, ma mette in pericolo anche la salute degli altri.

Per avere il referto di un tampone molecolare, l’utente che si reca in quel centro tamponi aspetta anche tre giorni. Inaccettabile.

Il rischio è evidente:

  1. se l’utente è positivo asintomatico, per almeno tre giorni va in giro tranquillamente e inconsapevolmente con l’elevata probabilità che contagi tanti altri;
  2. se, invece, ha sintomi, non può iniziare subito l’assunzione dei medicinali previsti – tachipirina, antibiotici e cortisone – con il rischio che, intanto, il virus prosegua indisturbato nella sua pericolosa azione.

A ciò si aggiunge la comunicazione fuorviante sul sito della ULSS 9 che il centro tamponi presso la Fiera è aperto dalle 7 alle 19, ma nei giorni scorsi chi si recava lì dopo le 17 trovava i cancelli chiusi.

Cosa succede a Marzana? Perché così tanto tempo per avere l’esito di un tampone? Ed un referto con così tanto ritardo, è un referto sicuro?

Non ne parliamo, poi, del luogo fisico.

Una stanzetta di circa 10 mq con annessa un’appendice (qualcosa che somiglia ad un ingresso laterale) di circa 3mq.

Nel locale più grande vi è l’accettazione, nel più piccolo si effettuano i tamponi.

Ebbene, tutto viene svolto in assoluta promiscuità.

Al momento in cui ho fatto il tampone, le due code (accettazione e tampone) insistevano nel medesimo spazio per un totale di circa 7 persone (altre 10 circa attendevano di entrare).

In entrambi i locali non ho rilevato finestre e comunque non erano aperte.

Gli utenti avevano motivazioni diverse (era possibile sentire tutto dall’accettazione). Alcuni dei presenti dichiaravano la loro positività (per il tampone di controllo), altri la presenza di sintomi compatibili con il covid-19. Essi erano in coda tranquillamente insieme agli altri.

A me è parso chiaramente che gli spazi destinati ai tamponi, l’impossibilità fisica di gestire gli accessi in spazi così limitati e lo spazietto chiuso ove si effettuano fisicamente i tamponi medesimi, siano punti critici rispetto a quanto dovrebbe essere fatto.

Sono molto preoccupato per questo tipo di organizzazione perché vedo falle che non consentirebbero di affrontare la diffusione dei contagi a Verona con efficacia e tempestività.

Le conseguenza di questa organizzazione potrebbe essere molto pericolosa, a partire da chi si aggrava per arrivare all’impossibilità di tracciare i contatti del positivo asintomatico che per almeno tre giorni va in giro normalmente.

Serve personale? Mancano i reagenti? Non ci sono spazi diversi? Sono troppi i tamponi? Insomma, qual è il problema che va affrontato e risolto?

Non si può mettere su un’opportunità del genere e poi fallire il risultato. In questo modo si fa solo propaganda e non si risolve alcunché.

Vorrei sentire parlare di questo durante le tante conferenze stampa dove vengono fornite solo informazioni che non attengono alla realtà dei fatti che quotidianamente vivono i veronesi quando si recano in quel centro.

Alcune risposte ai sermoni di Zaia

Di solito non seguo le conferenze di Zaia, sono senza contraddittorio e gli fanno dire quello che vuole lui.

In questi giorni, però, mi sono fatto forza e le ho seguite.

Forse sarà il caso di seguirlo più spesso, in attesa che qualche giornalista gli ponga, finalmente, domande.

Per tutte le cose che ha detto, ho risposto.

  1. ” ..certo è che questo Dpcm è talmente incisivo sugli aspetti degli spostamenti che il Governo si è visto costretto ad approvare un Decreto legge”. Non è vero. Da ottobre scorso si è deciso che le regole le fissa il Parlamento con un voto ad un Decreto Legge, dal quale discende il DPCM;
  2. “…la mancata ricongiunzione dei parenti di primo grado genitori-figli se non abitano nello stesso comune”. Potrei concordare, sono tra quelli che ha chiesto al Governo di consentire a persone che vivono in comuni medio-piccoli di ricongiungersi per poche ore con familiari che abitano in altri comuni.
  3. “..immaginate che a Natale non potete vedere i figli o i genitori, poi vi affacciate alla finestra e vedete le piazze piene di gente che fanno lo spritz.” È una retorica inutile, soprattutto detta da chi può evitarlo con le proprie ordinanza. Se non è d’accordo con lo spritz, lo vieti in Veneto. Può tranquillamente farlo;
  4. “..non penso che il pranzo di Natale con i parenti rovini il piano di salute pubblica”. Questa è una sciocchezza populista. La stragrande maggioranza dei contagi avviene negli ambienti familiari;
  5. “…non si può esautorare la Regione affidando ai prefetti il coordinamento dei trasporti scolastici.” Il problema, caro Zaia, è che nonostante Legge e soldi ti consentivano di mettere sulle strade servizi scolastici aggiuntivi sin dall’apertura delle scuole, in Veneto, sono partiti solo il 26 ottobre. Meglio, allora, che se ne occupino altri. Per la nostra salute;
  6. “..non abbiamo fatto proposte, abbiamo semplicemente fatto delle osservazioni. Forse varrebbe la pena di agire in modo molto più severo sugli assembramenti negli spazi pubblici”. Ecco il punto. Non fa mai proposte perché non vuole responsabilità e chiede severità al Governo sugli assembramenti, ovvero cose che può tranquillamente fare lui.
  7. «Anche questa volta non siamo riusciti a costruire un provvedimento con il governo».Non è vero. Tutti i DPCM vengono preceduti da un dibattito parlamentare. Il Ministro della Salute presenta i dati e le intenzioni e Camera e Senato votano le risoluzioni di indirizzo per il Governo. Dalle Risoluzioni il Governo trae gli elementi per approvare un Decreto legge che autorizza il Presidente del Consiglio ad emanare i DPCM. Dopodiché viene redatta una bozza sulla quale viene avviato il confronto con le Regioni ed i Comuni. Solo al termine di questo iter, viene emanato il DPCM. In tutte le fasi, Parlamento, Regioni e Comuni le opposizioni sono pienamente coinvolte e informate. Il loro problema è che non approviamo le cose incredibili che propongono. Una serie di voli pindarici che non tengono conto dei dati statistici forniti dalla scienza. Questa è la realtà.
  1. “Spostamento tra Comuni. E’ stata applicata la stessa regola a un comune che ha la dimensione di una regione come ad uno piccolissimo. Non sono contrario alla norma, sono contrario alla sperequazione che fa questa norma”. Caro Zaia, sei stato contrario perché la vostra proposta era un liberi tutti nella regione. Forse era meglio limitare gli spostamenti tra Comuni vicini o valutare le situazioni con anziani soli, come avevo chiesto con altri Senatori.
  1. «…è innegabile che ritrovarsi con i familiari rappresenti un fattore di rischio, ma dire che la chiusura dei comuni ne rappresenti la soluzione, non è realistico. Non è una battaglia di bandiera ma di civiltà». Una retorica populista inutile e fuorviante, perché banalmente dice tutto ed il suo contrario. Se il tema è tutelare i più anziani non è di buon senso il liberi tutti, come chiedeva lui.

Non ho tralasciato nulla, ovvero, non ha mai detto qualcosa sulle scelte sanitarie che si stanno facendo in Regione, Aperture di ospedali Covid, gestione case di riposo, saturazione ospedale Legnago, vaccini antinfluenzali. Niente sulle robe sue, parla solo di quelle del Governo.

Le regole per Natale e Capodanno.

Con questo nuovo Decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri sono state fissate le regole per i prossimi giorni e quelle specifiche per i giorni di Natale e Capodanno.

Si tratta di restrizioni dettate dall’esigenza di contrastare efficacemente la diffusione del virus.

Non crediamo alle polemiche delle destre, soprattutto a quella che le decisioni vengono prese senza il loro coinvolgimento. E’ una menzogna.

Tutti i DPCM vengono preceduti da un dibattito parlamentare. Il Ministro della Salute presenta i dati e le intenzioni e Camera e Senato votano le risoluzioni di indirizzo per il Governo. Dalle Risoluzioni il Governo trae gli elementi per approvare un Decreto legge che autorizza il Presidente del Consiglio ad emanare i DPCM. Dopodiché viene redatta una bozza sulla quale viene avviato il confronto con le Regioni ed i Comuni. Solo al termine di questo iter, viene emanato il DPCM.

In tutte le fasi, Parlamento, Regioni e Comuni le opposizioni sono pienamente coinvolte e informate.

Il loro problema è che non approviamo le cose incredibili che propongono. Una serie di voli pindarici che non tengono conto dei dati statistici forniti dalla scienza.

Questa è la realtà.

 

dPCM 03 dicembre 2020

La violenza contro le donne è un crimine.

Il 25 novembre scorso è stata la giornata internazionale contro la violenza sulle donne. Per comprendere meglio questo grave fenomeno sociale che affligge il nostro Paese, per restare dentro i confini nazionali, credo sia utile rendere noti due dati che sono significativi e che vanno oltre gli omicidi, dei quali si parla, che sono stati 133 nel 2018, 111 nel 2019 e 91 nei primi dieci mesi del 2020.

Partiamo dall’accesso ai Pronto Soccorso degli ospedali. Il 24 novembre 2017 sono state adottate le linee guida nazionali rivolte alle aziende sanitarie e ospedaliere per garantire un intervento adeguato e integrato nel trattamento delle conseguenze fisiche e psicologiche che la violenza maschile produce sulla salute della donna.

Le linee guida delineano un percorso per le donne che subiscono violenza, a partire dal triage ospedaliero fino al loro accompagnamento o orientamento, se consenzienti, ai servizi pubblici e privati dedicati.

Il Ministero della salute, utilizzando i dati degli accessi al Pronto Soccorso, ha effettuato un monitoraggio a livello nazionale degli accessi delle donne vittime di violenza per gli anni 2017 – 2019. Ebbene, sono state 19.166 le donne vittime di questi episodi di violenza e di queste il 34% sono state accompagnate con l’intervento del 118.

Il secondo dato importante riguarda le chiamate al numero verde 1522 nel periodo compreso tra marzo e ottobre 2020. Il numero verde è promosso e gestito dal Dipartimento per le Pari Opportunità presso la Presidenza del Consiglio.

I dati provenienti dalle chiamate al 1522, messi a confronto con lo stesso periodo degli anni precedenti, forniscono indicazioni utili all’evoluzione del fenomeno nel corso del lockdown.

Ebbene, il numero delle chiamate valide sia telefoniche sia via chat nel periodo compreso tra marzo e ottobre 2020 è notevolmente cresciuto rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente (+71,7%), passando da 13.424 a 23.071. La crescita delle richieste di aiuto tramite chat è triplicata passando da 829 a 3.347 messaggi.

Nel periodo considerato, rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente, le telefonate  sono cresciute del 107%. Crescono anche le chiamate per avere informazioni sui Centri Anti Violenza (+65,7%).

Come leggere i vari provvedimenti.

Questa nota è per consentire la lettura agevole dei vari provvedimenti che si susseguono in questa fase per fronteggiare l’emergenza dettata dalla diffusione del Covid-19.

Cosa abbiamo fatto dal 14 ottobre

Per affrontare le ripercussioni economiche della seconda ondata dei contagi, finora sono stati approvati tre decreti cd “ristori”. I primi due sono stati finanziati in extradeficit, l’ultimo, grazie al mini–boom del Pil nel terzo trimestre 2020, è stato finanziato con soldi presenti in cassa.

Tutti e tre i decreti hanno previsto misure di sostengo per le imprese e i lavoratori.

Il terzo decreto ristori, invece, porta con sé anche le novità dei 400 milioni di euro da devolvere ai Comuni per gli aiuti alimentari e dei 100 milioni al commissario all’emergenza per l’acquisto di farmaci per curare i pazienti positivi al Covid.

Voluto fortemente dal Partito Democratico il fondo per gli aiuti sarà suddiviso tra i Comuni con le stesse modalità della scorsa primavera e servirà per erogare buoni-spesa a famiglie e persone in stato di difficoltà.

Ad oggi, i tre decreti varati finanziano completamente i contributi automatici a fondo perduto per le attività economiche delle Regioni che via via si sono “colorate” di arancione e di rosso, oltre ad ampliare la platea degli aventi diritto.

Infatti, l’Agenzia delle Entrate continua ad inviare i bonifici automatici a fondo perduto per tutti coloro che l’hanno già ricevuto a maggio scorso, per le medesime ragioni.

Cosa sarà fatto adesso.

Vi sarà un quarto decreto ristori e anche questo sarà finanziato in extradeficit con uno scostamento di bilancio pari a 8 miliardi di euro che sarà votato giovedì prossimo.

E speriamo che sia l’ultimo.

In ogni caso, questi ulteriori 8 miliardi servono per misure che, in continuità con quelle precedenti, consentiranno di estendere gli interventi previsti a favore degli operatori economici, per il sostegno dei settori produttivi e per il sostegno dei cittadini, anche attraverso un utilizzo adeguato della leva fiscale.

Il quarto decreto Ristori dovrebbe prevedere anche il rinvio delle scadenze fiscali di novembre e dicembre, ovvero il rinvio del secondo acconto Irpef, Irap e Ires del 30 novembre, dei contributi previdenziali e ritenute fiscali del 16 dicembre e dell’Iva il 27 dicembre per tutte le imprese che abbiano perso nel primo semestre almeno il 33% del fatturato e che fatturino fino a 50 milioni di euro.

Perché così tanti provvedimenti (tre/quattro decreti ristori e scostamenti di bilancio).

La  cronologia di questi atti seguono passo passo l’evoluzione dei Dpcm sulle chiusure. Man mano che le Regioni passano ai “colori” più aspri – rosso e arancione – il Governo stanzia le risorse per le attività economiche ed i lavoratori interessati.

Quindi, ad esempio, con il terzo decreto ristori si finanziano le regioni passate dal giallo all’arancione o al rosso.

Come stanno i conti pubblici

Nonostante gli importanti scostamenti di bilancio, grazie al buon andamento delle entrate il deficit previsto per quest’anno sarà del 10,8% del Pil. Il limite consentito dall’UE, ora sospeso, sarebbe del 3%.

Il deficit del 10,8% è basso perché ci sono state maggiori entrate, minori uscite per la cassa integrazione e una ripresa più forte nel terzo trimestre.

Adesso, invece, stiamo scontando un rallentamento dell’economia.

Cosa faremo dall’anno prossimo

Da gennaio, in base all’evoluzione di contagi, si provvederà a irrobustire i ristori del prossimo anno, modulati proporzionalmente alla situazione dell’economia. Quindi, potrà servire un quinto decreto che avrà bisogno di nuovo deficit e un altro scostamento di bilancio.

Intanto, la legge di bilancio 2021

Il Parlamento entro il 31 dicembre prossimo deve votare la legge di bilancio per l’anno prossimo.

I finanziamenti (extradeficit) che saranno reperiti sul mercato per il quarto decreto ristori sostituiranno una parte dei 3,8 miliardi di euro previsti nel fondo anti-Covid della legge di bilancio 2021. Questo permetterebbe di liberare le risorse in questione e di riconvertirle per altre esigenze.

Infine, per il prossimo anno resta da sciogliere il nodo del Recovery fund, al momento bloccato dai veti di Polonia e Ungheria.

 

A Legnago va di moda l’oscurantismo!

Il Bonus giovani coppie deciso dalla Giunta comunale di Legnago è discriminatorio ed ha un sapore oscurantista.

Il 19 agosto scorso, la Giunta comunale di Legnago ha avviato l’iniziativa denominata “Bonus giovani coppie” ovvero l’erogazione di un contributo economico dell’ammontare di 300 euro per giovani coppie residenti a Legnago.

Tra i requisiti previsto per l’accesso al contributo vi è quello di “aver contratto matrimonio secondo il rito civile o religioso concordatario nell’anno 2020”. Dunque, dall’iniziativa restano escluse le coppie stabilmente conviventi e le coppie unite civilmente.

E’ già poco comprensibile l’esclusione delle stabili coppie conviventi e a volte con figli, ma l’esclusione delle coppie unite civilmente è addirittura discriminatorio e contrario alla legge.

Infatti, l’articolo 1, comma 20 della legge 20 maggio 2016, n. 76, estende il principio della parità di trattamento tra parti dell’unione civile e coniugi – fatte salve le esclusioni espressamente enumerate dalla norma – non solo a tutte le previsioni normative riferite al matrimonio, ovunque contenute, ma anche agli atti e provvedimenti amministrativi nonché ai contratti collettivi.

Ci sono state anche diverse pronunce giurisdizionali che, negli anni, hanno riconosciuto la portata di tale disposizione proprio in relazione ad atti e provvedimenti comunali che, riservando un trattamento differenziato alle coppie coniugate e a quelle unite civilmente – ad esempio, in sede di regolazione amministrativa della celebrazione del matrimonio e della costituzione dell’unione civile – sono state dichiarate illegittime perché gravemente discriminatorie (cfr. ad esempio, TAR Lombardia – Brescia, Sezione I, sentenza 29 dicembre 2016, n. 1791).

La delibera di Legnago nega l’evoluzione storico-culturale della società italiana aperta al riconoscimento di una pluralità di esperienze familiari. In questo modo si discrimina la pari dignità sociale delle diverse modalità con cui le persone decidono di essere o diventare una famiglia, dando così corpo alla loro autodeterminazione affettiva.

Discriminare illegittimamente le diverse forme di vita familiare – tanto più quando si tratta di provvedimenti che mirano ad assicurare adeguate condizioni materiali di vita alle coppie più giovani – è, di fatto, una lesione della dignità personale e degli articoli 2 e 3 della Costituzione.

Sul punto, insieme alla collega Monica Cirinnà, ho presentato un’interrogazione urgente ai Ministri dell’Interno e delle Pari opportunità e la Famiglia segnalando il caso.

Abbiamo chiesto di avviare iniziative concrete per fare in modo che le pubbliche amministrazioni orientino la propria azione al pieno rispetto del principio costituzionale di non discriminazione.

Le destre collaborano? NO!

In questi giorni leggo le dichiarazioni dei leader delle destre italiane, Salvini e Meloni in primis, disponibili a dare una mano nella condizione di emergenza in cui siamo.

Non nascondo lo stupore e la pena che provo per loro.

Fino ad oggi hanno sempre negato il loro voto sui provvedimenti economici più importanti, in particolare quelli serviti per pagare la cassa integrazione e i tanti bonus e ristori finora elargiti alle attività economiche italiane.

Si, questo va detto con chiarezza: le destre non hanno mai votato a favore degli scostamenti di bilancio che hanno permesso i finanziamenti di quelle importantissime misure.

Mi spiego meglio.

Sin dal primo decreto Rilancio (maggio 2020) i soldi necessari sono stati acquisiti sul mercato dei titoli (debito pubblico). Quel decreto finanziava la cassa integrazione ai milioni di lavoratori fermi a causa del lockdown nonché i tanti bonus e indennità per professionisti ed attività economiche.

Per fare l’operazione era necessario sforare il rapporto deficit/PIL fissato dalla Legge di Bilancio per il 2020. Per farlo, serviva l’autorizzazione del Parlamento con voto qualificato, ovvero con la maggioranza più uno dei componenti di Camera (316+1) e Senato 8161+1).

Ebbene, in quell’occasione le destre non votarono il provvedimento lasciando alla maggioranza l’onere.

Ciò è accaduto in altre due occasioni simili, quando lo scostamento di bilancio era necessario per finanziare il decreto Agosto (Agosto 2020) e poi il decreto Ristoti 1 (ottobre 2020).

In totale, grazie ai tre scostamenti autorizzati dal parlamento, sono stati chiesti sul mercato 100 miliardi di euro per pagare cassa integrazione e indennità varie. Ciò è stato possibile sempre e solo grazie al voto della maggioranza di Governo. Le destre non hanno mai votato.

Per equazione, posso tranquillamente affermare che senza di noi milioni di italiani non avrebbero ricevuto nulla.

In Europa, tutto uguale.

Gli amici politici nazionalisti di Salvini e Meloni (Ungheria e Polonia) pongono il veto sul Recovery fund che prevede per l’Italia 208 miliardi di euro di finanziamenti.

Se non arriveranno quei finanziamenti, i prossimi provvedimenti non potranno essere coperti economicamente. Ergo, le destre europee impediscono all’Italia di sostenere lavoratori e imprese.

E questi signori parlano di collaborazione?

Elcograf e UGL uniti contro i lavoratori?

La Elcograf fa per davvero il proprio dovere o, complice l’UGL, scarica sempre sulla politica le dinamiche sindacali?

Ho il timore di essere di fronte all’ennesimo grido di aiuto di un’azienda che, complice anche la connivenza di un sindacato, tenta di scaricare sulla politica percorsi e soluzioni che di solito emergono dal confronto sindacale.

Nel tempo, i fatti dimostrano evidentemente questo paradosso.

Tavolo presso il MISE

Verso la fine del 2018, l’azienda Elcograf, la ex Mondadori Printing passata nel 2008 nelle mani del gruppo Pozzoni di Verona, aveva comunicato ai lavoratori che se l’andamento del margine operativo lordo dei primi mesi del 2019 continuava ad essere in perdita, sarebbe stata costretta a chiudere uno o più stabilimenti produttivi, tra i quali in primis Verona Rotative e Melzo, nel milanese.

Allora si fece riferimento a fattori riconducibili alla crisi dell’editoria e alla riduzione delle commesse da parte Mondadori, principale committente di Elcograf, nonostante l’accordo firmato al momento della cessione tra la Mondadori e il gruppo Pozzoni che prevedeva un volume di lavoro garantito fino al 2021.

In quell’occasione, coinvolto dalle Organizzazioni sindacali, chiesi l’avvio di un tavolo specifico per considerare strumenti speciali, come già attuati in passato nel medesimo settore produttivo. Da parte del Ministero per lo Sviluppo Economico vi fu la totale disponibilità qualora venisse avanzata la richiesta dai soggetti interessati.

Quella richiesta non è mai arrivata.

Vertenza contro Mondadori

Anche con riguardo alla riduzione delle commesse da parte di Mondadori, posso ragionevolmente affermare che era legato al livello dei prezzi previsti dall’accordo, di fatto  superiori a quelli praticati in quel momento dal mercato.

Ma, a proposito, a che punto è la vertenza che era stata annunciata da Elcograf contro Mondadori?

Prepensionamenti

A dicembre 2019 il Governo ha accolto le proposte presentate da diversi Senatori a favore dei lavoratori della Elcograf di Verona estendendo il beneficio pensionistico previsto per i giornalisti anche ai lavoratori delle imprese stampatrici qualora le medesime presentino piani di riorganizzazione o ristrutturazione aziendale in presenza di crisi. La possibilità è in vigore fino al 2023.

Sulla base di questa norma di favore, il gruppo Pozzoni ha presentato al Ministero dello Sviluppo economico il piano di ristrutturazione che prevedeva il prepensionamento di circa 200/250 dipendenti in totale (circa 100 a Verona).

 Attualità

Oggi, invece, senza che vi sia stato alcun confronto sindacale vero, emerge un’altra richiesta (analoga) alla politica: quella di favorire un nuovo percorso legislativo di autorizzazione a prepensionamenti attraverso una finestra mobile di un quinquennio.

Un fatto oggettivamente inusuale accompagnato dall’assenza di un piano industriale che metta in chiaro le strategie, anche di rilancio. Scelte precise, quindi, quella di preferire i licenziamenti o i pensionamenti (anziché una strada diversa) e quella di rivolgersi al tavolo politico bypassando quello naturale.

Non vorrei che venissero programmate mirate condizioni di pressione sui lavoratori – attraverso la minaccia di taglio del personale – per cui si induce a ritenere che l’unica soluzione sia la pressione sulla politica che deve assumersi il compito di dare una mano. In questo quadro è complice l’UGL sempre pronta a spostare il tema fuori dall’azienda.

Si tratta di una strategia che nega i diritti dei lavoratori e nega loro le informazioni necessarie per capire e confrontarsi spostando altrove le responsabilità che sono dietro quelle scelte.

Pensare che l’assenza di una strategia industriale unita al diniego al confronto con i sindacati possano essere sopperite attraverso i pensionamenti a carico di tutti non è altro che la copertura di responsabilità che non devono essere pagate dai lavoratori ai quali, in questo modo, si vuole far credere che la colpa sia della politica.

Per alcuni – UGL e politici che favoriscono questo disegno – dirottare il confronto su tavoli diversi da quelli sindacali serve solo a tenere nascosto il soggetto principale della vicenda che è l’azienda e che in primis ha il dovere di agire. E, infatti, questa non sarà presente all’incontro di lunedì prossimo organizzato dal sindaco vicino all’UGL.

Questo percorso è manifestatamente contro i lavoratori perché fa leva sulle difficoltà dei medesimi e fa credere loro la bontà di soluzioni difficilmente praticabili, ma solo utili ad offuscare il ruolo di chi deve fare la propria parte.

La matematica non è un’opinione

Con il Decreto Rilancio, nel mese di maggio scorso furono decisi contributi a fondo perduto per le attività economiche sospese durante il lockdown.

I soggetti economici interessati erano imprese e lavoratori autonomi con un ammontare di ricavi per il 2019, non superiori a 5 milioni di euro.

La condizione essenziale per poter essere ammessi al beneficio era il calo del fatturato e dei corrispettivi di aprile 2020 per un importo superiore ai 2/3 dell’ammontare del fatturato e dei corrispettivi di aprile 2019.

Sulla differenza, quindi, tra i due dati, si applicava una percentuale per stabilire l’ammontare del contributo, ovvero:

  • 20% per i soggetti con ricavi o compensi non superiori a 400.000 euro nel 2019;
  • 15% per i soggetti con ricavi o compensi superiori a 400.000 euro e fino a 1 milione di euro nel 2019;
  • 10% per i soggetti con ricavi o compensi superiori a 1 milione di euro e fino a 5 milioni di euro nel 2019.

In ogni caso, l’ammontare del contributo era riconosciuto per un importo non inferiore a 1.000 euro per le persone fisiche, 2.000 euro per i soggetti diversi dalle persone fisiche.

Faccio un esempio: se un bar o un ristorante nel mese di aprile 2019 avevano fatturato 6.000 euro, il beneficio spettava se il fatturato nel mese di aprile 2020 non superava i 2.000 euro (i 2/3 di 6.000 è 4.000 euro).

Il contributo a fondo perduto sarebbe stato, quindi, di 800 euro, ovvero 2.000 che era l’importo minimo per le attività.

Nel caso di un professionista, sarebbe stato di 1.000 euro, importo minimo per questa categoria.

I contributi erogati sono stati notevoli in quanto il riferimento aprile 2020 era sostanzialmente pari a zero a causa del fatto che in quel mese era stato chiuso tutto.

Eppure, in diversi hanno lamentato di non aver ricevuto nulla. Ma è vero? Non credo, onestamente. Infatti, questo caso poteva capitare se la differenza tra aprile 2019 e aprile 2020 non avesse superato i 2/3. Poiché ad aprile 2020 per quelle attività economiche il fatturato era pari a zero significherebbe che ad aprile 2019 era stato dichiarato zero, fatto improbabile.

Diversa è la considerazione concernente i contributi che sono stati erogati. La stragrandissima maggioranza di bar e ristoranti e dei lavoratori autonomi (con fatturato inferiore ai 400 mila euro nel 2019), ha ricevuto 1.000 o 2.000 euro.

Cosa significa?

Poiché ad aprile 2020 hanno incassato zero perché non erano in attività, si è preso per buono che ad aprile 2019 avessero incassato rispettivamente 10.000 euro e 5.000 euro.

Se così fosse stato per davvero, tutte le attività interessate avrebbero dovuto dichiarare nel 2019 almeno 120mila euro e 60mila euro. Poiché ciò non è stato, lascio a chi legge le considerazioni conseguenti.

Con il Decreto Ristori, il contributo è stato raddoppiato per i ristoranti (200%) e moltiplicato per una volta e mezzo per i bar (150%). In pratica, si è presupposto che ad aprile 2019 hanno dichiarato rispettivamente 20.000 euro e 15.000 euro.

Va detto che questa volta i soggetti interessati possono anche esercitare le attività, al massimo con asporto nelle zone arancioni e rosse.

Lo scopo di questa nota è quella di fornire chiavi di lettura per interpretare le tante informazioni di cui siamo inondati e, come si può notare, non sempre corrispondenti alla verità.