Articoli

Zaia ha fallito e noi paghiamo le conseguenze.

I dati del, Veneto sono allarmanti.

Tra contagiati, posti occupati negli ospedali, condizioni nelle RSA e decessi, siamo molto oltre la prima ondata pandemica di primavera.

Allora, il beneficio fu certamente il lockdown totale, unica soluzione per contrastare la diffusione del virus.

Dal 4 maggio le decisioni sono ripartite tra lo Stato e le Regioni.

Sulla base di 21 parametri decisi insieme, lo Stato attua i provvedimenti meglio conosciuti come “zone, gialle, arancioni e rosse” nell’ambito delle quali sono stabilite misure automatiche e generali.

Sempre nelle medesime aree, però, le Regioni possono attuare restrizioni ulteriori, sulla base dei dati epidemiologici.

Qui, il grave errore di Zaia, dal primo giorno della decisione della zona gialla per il Veneto.

Egli ha puntato tutto sull’effettuazione massiccia dei tamponi, in particolare privilegiando quelli rapidi.

Questa scelta avrebbe dovuto consentire l’individuazione dei contagiati, il loro isolamento e il loro tracciamento. In questo modo, arginando la diffusione, non sarebbero servire altre decisioni più drastiche.

C’è stato un momento in cui ha fatto credere che puntava su uno strano tampone “fai da te” per aumentare la quota dei tamponi. In tanti lo hanno seguito, poi quella cosa è sparita, per nostra fortuna.

Questo comportamento è stato un fallimento.

Primo, perché ha ingenerato la convinzione che il virus era fortemente contrastato e monitorato. Il binomio tamponi/niente restrizioni ha favorito gli spostamenti, convinti che le cose fossero sotto controllo.

Secondo, perché i tamponi rapidi si sono dimostrati non adeguati al livello di confronto, tant’è che il Dipartimento della Prevenzione del Ministero della Salute non li conteggia.

E, purtroppo, i risultati sono più che evidenti – aggravati dall’impossibilità di tracciare tutti – e confermano che il sostanziale “liberi tutti” è stato il problema principale delle scelte di Zaia.

D’altronde, bastava seguire i suoi sermoni quotidiani per comprendere che mai parlava di scelte, ma solo di aria fritta e ovvietà imbarazzanti, peraltro, ben esposte dal comico Crozza.

Il colpo finale al suo fallimento, lo ha decretato lui stesso: ha chiesto al Governo la zona rossa fino all’Epifania.

Con questa mossa ha messo la parola fine a tante sciocchezze e convinzioni che hanno procurato al Veneto i danni peggiori rispetto alle altre realtà.

Chiudere i rapporti con la Guardia Costiera libica

Non ho condiviso il rifinanziamento della missione italiana in Libia frutto di un accordo bilaterale con quel Paese stipulato il 2 febbraio 2017.

Il “Memorandum Italia-Libia” prevede tra le altre cose, appunto il finanziamento da parte dell’Unione Europea e l’aiuto economico e logistico da parte dell’Italia nella gestione di centri di accoglienza per i migranti presenti in Libia e per la cosiddetta “Guardia Costiera” libica.

L’accordo si è rinnovato automaticamente per altri 3 anni il 2 febbraio 2020, con un testo identico nonostante diversi elementi consigliassero il contrario.

Infatti, il 13 febbraio 2020 il Consiglio d’Europa ha inviato una lettera al Ministro degli Esteri Luigi di Maio in cui si sollecita l’Italia a sospendere le attività di cooperazione con la Guardia costiera libica e ad introdurre garanzie sui diritti umani nella futura cooperazione in materia di migrazione.

Lo scorso gennaio l’Onu ha presentato un rapporto firmato dal Segretario Generale delle Nazioni Unite Guterres in cui si legge che i centri di accoglienza sono in realtà veri e prori lageri in cui “migranti e rifugiati hanno continuato a essere sistematicamente sottoposti a detenzione arbitraria e tortura, in luoghi di detenzione ufficiali e non ufficiali: violenza sessuale, rapimento per riscatto, estorsione, lavoro forzato”.

Tali accuse sono state confermate da numerosi report di: Oim, Amnesty International, Save the Children, Onu, Unhcr, Croce Rosse Internazionale e Unione Europea nel corso degli ultimi 3 anni.

Le foto delle torture a cui sono sottoposti i migranti sono state pubblicate su varie testate nazionali, come Avvenire, e internazionali, come il New York Times e CNN, senza che tali immagini e accuse siano mai state smentite da parte del Governo Libico.

Il fatto centrale è che la Guardia Costiera Libica non esiste, come dimostrato da numerose inchieste giornalistiche e dagli stessi report delle nazioni unite.

In realtà si tratta di milizie armate spesso in lotta tra loro e molto spesso coinvolte in prima persona nel traffico di migranti e nella gestione dei suddetti Lager.

A capo della c.d. Guardia Costiera vi è tale Abdou Rahman, detto Bija, sottoposto a sanzione da parte della nazioni unite per i crimini contro i migranti operati da lui stesso e dalla sua organizzazione.

Dall’inizio del 2017 alcune inchieste giornalistiche descrivono Bija come il perno dei traffici di Zawhia e un video pubblicato dal quotidiano inglese The Times riprende i suoi uomini picchiare migranti con una frusta dopo averli recuperati in mare, nel video i migranti sono terrorizzati, vorrebbero buttarsi in mare e si attaccano spaventati al bordo della nave.

La corte internazionale de L’Aja ha acquisito i numerosi report sopra citati riguardanti la c.d. Guardia Costiera e i lLager libici ed ha avviato un’indagine per crimini contro l’Umanità nei confronti delle autorità libiche rispetto al trattamento dei migranti.

Per tutti i motivi sopra elencati l’Onu ha più volte dichiarato la Libia come porto non sicuro.

Per queste ragioni, ero e resto convinto che l’Italia non avrebbe dovuto rinnovare quell’accordo, ma revisionarlo profondamente per affermare i sacrosanti principi della legalità internazionale e la piena ed incondizionata attuazione del rispetto dei diritti umani.

Stupisce il fatto che nonostante in febbraio l’assemblea nazionale del Partito Democratico abbia approvato all’unanimità un ordine del giorno che chiedeva al Governo di chiudere i rapporti con la Guardia Costiera libica, ad oggi nulla sia cambiato.