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Multe, potere e arroganza. Uno scenario triste

Il fattaccio è noto: il deputato di Fratelli d’Italia nonché Presidente del Consiglio Comunale di Verona, Ciro Maschio, in 19 mesi ha ha accumulato più di 100 multe, per un totale di circa 16mila euro da pagare al Comune di Verona.

Una cosa strana perché si tratta di violazioni a ripetizione delle quali certamente l’interessato era venuto a conoscenza sin dall’inizio, 19 mesi fa.

Quindi, il primo dato negativo è che nonostante sapesse delle infrazioni fatte, ha perseverato scientemente nel comportamento di violare il divieto imposto di transitare in Corso S. Anastasia con l’auto propria.

Perché si è comportato così?

Non contento di questo atteggiamento, il deputato Maschio ha lamentato che, a differenza di un comune cittadino, la norma gli ha impedito di far ricorso contro i divieti di circolazioni introdotti dal Comune.

Infatti, se un consigliere comunale avvia un contenzioso contro il Comune per il quale riveste la carica, per legge decade.

Però, secondo dato negativo, quella lamentale tradisce il fatto che lui contesta il divieto di transitare in centro, fatto già di per sé censurabile e che per questo si arroga il diritto di non pagare, come diversamente farebbe un qualsiasi cittadino.

Perché si è comportato così?

I fatti evidenziano una certa arroganza nei confronti delle Istituzioni (il Comune di cui è Presidente del Consiglio Comunale, peraltro)e  nella ricerca delle soluzioni a proprio favore (il non pagare le multe), arroganza condita dall’autoattribuzione di “poteri” che nessuna comunità può avergli conferito (il trasgredire i divieti sapendo di farlo).

Ma adesso, paga?

Probabilmente, si. Infatti, la sua messa in mora da parte del Comune provocherebbe comunque la decadenza dall’incarico, cosa che vorrebbe evitare, visto che non faceva ricorso contro le multe per lo stesso motivo.

Quindi, egli aderisce a rispettare le regole e a pagare soltanto perché rischia di decadere da Consigliere Comunale?

Anziché chiedere scusa per questi comportamenti contrari a qualsiasi dovere civico, a maggior ragione per gli esempi che una carica istituzionale dovrebbe dare, l’interessato ha fornito inverosimili (e sciocche) scusanti.

Resta una domanda: a chi viene concesso di accumulare decine e decine di multe per migliaia di euro? E perché il Comune non è intervenuto in questi 19 mesi? Se non fosse stato deputato e Presidente del Consiglio Comunale della maggioranza, sarebbe stato trattato in altro modo?

Solitamente, infatti, per i “normali” cittadini ci sono procedure molto rigide che prevedono in caso di multe non pagate anche il blocco dell’auto.

Mah, siamo di fronte a fatti che denotano uno scadimento generalizzato del senso comune di solidarietà e rispetto verso le Istituzioni e verso la comunità veronese.

La Presidente Casellati contro gli interessi di Verona (e del Veneto)

La Presidente del Senato ha dichiarato inammissibile un emendamento che devolveva la gestione dei servizi ferroviari interregionali da Bologna al Brennero, passando per Verona, alla Regione Veneto.
La proposta era stata accolta da tutti i ministeri competenti, dalle Ferrovie dello Stato ed era stata votata favorevolmente dalla Commissione Bilancio del Senato, tanto che il Governo l’aveva inserita nel maxiemendamento a sostegno della questione di fiducia posta sul Decreto Agosto votata martedì.
Tutto era fatto ma la Presidente Casellati all’ultimo minuto ha inspiegabilmente dichiarato inammissibile l’emendamento.
Ho un dubbio: non è che la Presidente, veneta peraltro, abbia voluto evitare che il merito di questa grande operazione devolutiva fosse attribuito al PD Veneto? Se fosse così ha agito come parte politica anziché mantenere il proprio ruolo di garanzia. Sarebbe grave!
La seconda carica dello Stato non può essere svilita in questo modo.
Nei fatti, ha concretamente impedito che le funzioni e i compiti di programmazione e di amministrazione dei servizi interregionali ferroviari per quella tratta ferroviaria nonché i 95 milioni di euro necessari per gestirla, venissero consegnati alla Regione Veneto.
Considero quella decisione un danno vero alle prospettive di sviluppo della mobilità in Veneto e, soprattutto, a quelle di Verona. Potevamo giovarci di un servizio gestito dal territorio, invece la Presidente ha scelto di farlo gestire da Roma. Infatti, quel servizio ferroviario, che non rientra nel servizio di collegamento nazionale, è attualmente gestito da Trenitalia.
Ero e resto convinto che debbano essere le Regioni a gestire questi servizi secondo le esigenze del territorio cui sono strettamente connessi, posto la loro naturale complementarietà ai collegamenti regionali e comunque a quelli utilizzati dall’utenza pendolare.
Non ho avuto bisogno di spinte autonomiste per proporre una devoluzione di competenze e risorse in ossequio al principio costituzionale della sussidiarietà, spesso negato dalla pretesa di un’autonomia vuota e propagandistica.
Un vero peccato che fa perdere inutilmente tempo. Si, perché rinnoverò la proposta nella Legge di Bilancio, checché ne pensi la Casellati.
Intanto, ho chiesto che proseguano i confronti tra le parti – FFSS, Ministero Trasporti e Regione Veneto – affinché sia predisposto un tavolo per redigere un apposito Accordo di Programma in modo da individuare direttamente sia i servizi di interesse sia la modalità di affidamento, entro il 31 dicembre 2021.
Siamo di fronte ad un fatto paradossale, unico nel suo genere. Una proposta condivisa da tutti gli interessati, bocciata dal ruolo di garanzia.

Perché perdiamo così sonoramente?

Le elezioni regionali, nel loro complesso, hanno nuovamente confermato che il Partito Democratico è indispensabile per qualsiasi formazione alternativa alla destra e che i risultati positivi sono frutto di un progetto politico riconoscibile, oltre alle definite caratteristiche della leadership.

E’ stato, altresì, confermato, dopo l’Umbria stavolta in Liguria, che affidarsi solo alle alchimie politiche delle alleanze, non è un progetto alternativo.

Ma il risultato del Veneto, drammatico nelle proporzioni, è molto altro. E’ il “reato spia” di un percorso (del PD Veneto) che ha negato non solo la proposta politica offerta agli elettori, ma spesso financo i valori di riferimento, nei fatti subordinandoli al pensiero dominante imposto dall’agenda politica di Zaia rispetto al quale non c’è stata alcuna visione diversa, come era normale che fosse considerati i cardini valoriali ai quali fa riferimento il leghista.

Un’assenza di progetto, di iniziativa politica e di leadership, la cui sommatoria è la crisi profonda di identità del nostro partito in questa Regione.

Non è vero che non può esistere un “altro pensiero” in un territorio in cui c’è opulenza, dinamismo imprenditoriale, diffuso benessere. Non è vero perché è proprio lo sviluppo deregolato propugnato dalla destra da oltre venti anni che ha determinato disuguaglianze, egoismi sociali, la quasi assente mobilità sociale, la ricercata prevalenza (costosa e diseguale) del sistema sanitario privato su quello pubblico e la scarsa coincidenza tra i livelli di studio raggiunti dai giovani e le corrispondenti occasioni di impiego, ragione per la quale ogni anno migliaia di ragazzi emigrano altrove.

La prolungata assenza di una “visione progettuale diversa” ha costretto il PD ad agire di rimessa e sempre a rimorchio dei temi dettati dagli avversari politici. Anche di quelli eminentemente propagandistici, come il falso referendum sull’autonomia del 2017. Quell’atto è uno spartiacque.

Aver accettato il campo di gioco imposto da Zaia, senza denunciarne l’assoluta falsità di quelle proposte e senza contrastarne l’indizione e il risultato – anzi, addirittura aderendovi – ha concretamente sdoganato un falso tema (basta vedere oggi di quale autonomia si sta parlando) che ha favorito il giudizio positivo dei veneti sull’azione di governo di Zaia (di cui, però, nessuno è in grado di indicare un fatto significativo). Un giudizio del tutto trasversale, visto che il 56% degli elettori del Pd lo ha condiviso, che certamente si è tradotto in sostegno elettorale alla lista nominativa del candidato Zaia e che ha determinato, tra gli altri, la drammatica conseguenza che sia Belluno che Rovigo non avranno rappresentanza in Consiglio regionale.

Un percorso di offuscamento identitario, quindi, che viene da lontano e che oggi, con il voto, si è solo concluso. Ma se ne aprirà un altro.

La prossima legislatura regionale, stante alle prime dichiarazioni, parte allo stesso modo: alimentare e sfruttare il risentimento veneto verso le politiche fiscali e centralistiche e le “ricadute” dell’autonomia che mai potrà essere come quella che il leghista Zaia chiede propagandisticamente.

Il progetto alternativo parte da qui, innanzitutto dalla non adesione (ideale) ai temi che Zaia vorrà imporre, per giungere alla piena e completa rappresentazione “dell’altro pensiero” e della proposta diversa passando dalla definizione di un convinto percorso di costruzione di una leadership credibile che sappia incarnare sin da subito l’alternativa.

Serve un radicale cambiamento di approccio per superare (debellare) la “visione a rimorchio” che ha contraddistinto il PD Veneto in questi anni, necessario per garantire la sopravvivenza della prospettiva di quella cultura politica e sociale che esiste in natura ed è originata dalle diverse opportunità che le scelte economiche e sociali della destra hanno generato e continueranno a generare.

Serve, inoltre, un radicale cambiamento della classe dirigente attraverso la promozione del dinamismo giovanile in modo da determinare le condizioni più favorevoli per il ricambio generazionale che, a questo stadio delle cose, è questione vitale a supporto della sopravvivenza della nostra appartenenza politica.

Tutto ciò è imprescindibile, anche per evitare (impedire) un altro dei problemi del PD Veneto che si manifesta puntualmente nel momento dell’individuazione del candidato presidente.

Perché Zaia vince comunque?

Prima di riflettere sui risultati delle elezioni regionali in Veneto, permettetemi un inciso su un dato: sono stati zittiti i catastrofisti. I soliti (per lucrare consenso) dicevano che non si doveva votare a settembre, ma a luglio e che le scelte del Governo avrebbero favorito i contagi.

In realtà il voto si è svolto in assoluta tranquillità e con il rigoroso rispetto delle regole da parte di tutti. Gli italiani hanno dimostrando grande maturità.

Come al solito, l’intelligenza sconfigge sempre i populisti, i pifferai magici, i catastrofisti, gli urlatori di professione.

Detto questo, la domanda resta: ma perché Zaia vince in maniera così importante?

Ovviamente, per una serie di fattori.

Tra questi, non credo ci siano i risultati da lui raggiunti. Infatti, se ad un veronese o un rodigino (ecc…) chiediamo di elencare una cosa che la Regione ha fatto nella sua provincia, scopriremmo che nessuno lo sa. Non per dimenticanza, ma perché effettivamente non risultano opere o atti significativi portati avanti dalla Regione (la domanda è tuttora valida).

Quindi, scarterei le presunte capacità amministrative attribuite per nomea. Ecco, la nomea. Zaia passa per un amministratore capace senza che nessuno sappia cosa ha fatto.

Siamo al punto che – e questa è la cartina di tornasole di tutto – nonostante le gravi responsabilità politiche della Regione sulla vicenda dell’inquinamento delle acque potabili da sostanze perfluoroalchiliche, tra i 300mila veneti che hanno bevuto quelle acque e che hanno quelle sostanze nel sangue, raggiunge comunque percentuali di consenso elevatissime (come se l’inquinamento derivasse dalla natura).

Altrettanto, dicasi per la parte della provincia di Verona (ex ULSS 22) in cui Zaia ha annullato la sanità pubblica privilegiando quella privata (ragione per la quale non vuole i fondi del MES, destinati esclusivamente alla sanità pubblica).

Anche sulla pandemia da Covid-19, le sue capacità sono state quelle di annullare le sue stesse decisioni di chiudere alcuni ospedali pubblici per destinarli ai soli pazienti contagiati in modo che non entrassero in contatto con altri negli ospedali che aveva lasciato aperto. Questo ha consentito di avere più spazi a disposizione, cosa che in Lombardia non è stato possibile perché lì la Lega aveva anche già venduto le strutture, cosa che Zaia non aveva ancora fatto (per fortuna).

E’ sbagliata anche la convinzione che sia un leghista moderato. No, è l’altra faccia della stessa medaglia in cui c’è Salvini. E’ più furbo, ma sui contenuti ideali del leghismo, egli non ha mai dato segni di controtendenza.

Ma allora, se cosi fosse, qual è la sua capacità e perché attrae così tanto consenso?

Chi ha ascoltato il suo discorso fatto dopo la vittoria, ha avuto l’ennesima conferma che egli è un normale amministratore che non disturba mai, non sceglie, quindi, non divide gli altri sulle sue decisioni:

E’ un cerchiobottista e tende sempre a schivare i temi più spinosi, è un tranquillo conservatore dell’esistente, sa fare lo gnorri al momento opportuno (la vicenda MoSE ne è l’esempio più evidente) e non entra mai direttamente nelle polemiche, comprese quelle che scaturiscono dalle decisioni della Regione.

Questo comportamento “semplice”, unito all’inesistenza di una vera opposizione che interpreti l’altro pensiero, hanno creato un personaggio che vive anche oltre i propri demeriti, ragione per la quale è entrato nelle simpatie anche di coloro che per la Lega non voterebbero mai.

E’ un buon vicino di casa, tranquillizza con il suo modo di fare e rassicura con le sue parole.

Peccato, però, che la crescita del PIL del Veneto è inferiore a quello delle altre Regioni del nord, che in tre anni oltre 30mila giovani hanno lasciato il Veneto perché non trovano lavoro rispetto a quello che hanno studiato e che in questi anni non si conosce una sola opera pubblica degna di questo nome.

L’importante, però, è che non disturbi.

 

PS. Sono convinto che nonostante il consenso e le simpatie che riceve, non potrà mai essere il leader nazionale del centrodestra, proprio per le ragioni che ho detto prima.

Perché voterò NO al referendum

Come tantissimi elettori del Partito Democratico, anche io voterò NO al referendum costituzionale.

È una scelta a difesa della dignità della politica e delle istituzioni. È arcinota la mia avversione al populismo demagogico che coinvolge le Istituzioni repubblicane, spesso con informazioni false. Lucrare il consenso sparando su tutto e tutti non fa bene al paese e mina la coesione sociale e la solidarietà nazionale di cui abbiamo bisogno.

Il referendum, però, mette in gioco anche altri principi.

Ridurre i parlamentari era anche una nostra proposta (e lo sarebbe ancora), ma nell’ambito del superamento del bicameralismo e nel quadro di una riforma del Paese che non ci sono state.

Con il taglio dei parlamentari le aree interne, le province più piccole e marginali rischiano di non avere più rappresentanti.

La riduzione, nell’attuale e persistente bicameralismo paritario, non velocizzerà il processo legislativo. La vigenza della Costituzione impostata sulle due Camere e quella dei Regolamenti di Camera e Senato non consentiranno la corrispondenza tra la riduzione e l’efficienza che serve.

Ancora più paradossale sarà la conseguenza relativa al rapporto diretto con i cittadini. Ampliare quel rapporto rende quasi impossibile per il parlamentare in carica di riuscire a mantenere le giuste relazioni con gli elettori. I Senatori e i Deputati del futuro li conosceremo sostanzialmente attraverso la televisione.

La riduzione, senza alcun contrappeso, acuirà le diseguaglianze sociali, perchè le fasce sociali deboli avranno meno rappresentanti.

La democrazia è fatta di rappresentanza che si alimenta se questa viene garantita e alimentata, non ridotta.

Per queste ragioni dirò NO.

I negazionisti del nulla

Anche in Italia, seppure in misura minore, sta prendendo piede il movimento dei negazionisti, persone che negano l’evidenza scientifica della presenza del Covid-19 e delle sue conseguenze.

Io penso che non siano normali, ma guardando i dati emerge che sono completamente fuori dalla realtà.

Lasciamoci alle spalle quanto è già avvenuto ed i tanti decessi che abbiamo visto e guardiamo a quanto sta avvenendo in questi giorni. Solo nell’ultima settimana c’è stato un ulteriore aumento di pazienti ricoverati (+30%) e in terapia intensiva (+62%).

Rispetto alla precedente, i nuovi casi sono stati più 2.477), i pazienti ospedalizzati con sintomi sono più 322 e quelli in terapia intensiva più 41. Salgono a 26.754 i casi attualmente positivi.

Davanti a questi numeri non possono più essere tollerati comportamenti irresponsabili, cattivi maestri, né correnti antiscientiste e manifestazioni di piazza che, sotto il falso scudo della libertà, mettono a repentaglio la salute della popolazione.

Purtroppo, continua l’ascesa di nuovi casi nonché l’incremento dei casi testati e, quindi, aumenta il rapporto positivi/casi testati.

Gli esperti dicono che si tratta di segnali che vanno nella direzione di una ripresa dell’epidemia nel nostro Paese, sia in termini epidemiologici che di manifestazioni cliniche, proprio alla vigilia del momento cruciale della riapertura delle scuole.

In base all’esperienza recentemente vissuta, l’impennata della curva dei contagi si riflette sull’aumento dei pazienti ospedalizzati. Non vi sono al momento segnali di sovraccarico degli ospedali, ma il trend in costante aumento insieme all’incremento dei contagi sono un brutto presagio.

Con questi numeri, ogni falso maestro che si fa scudo della libertà per mettere a repentaglio la salute degli altri va sanzionato duramente quando esprime in manifestazioni/assembramenti teorie assurde e contravviene alle regole che l’Italia si è data per impedire la diffusione dei contagi.

Non sono più tollerabili comportamenti simili.

Il Piano regionale dei trasporti per Verona è pieno di bufale

La Regione Veneto ha, finalmente, redatto il Piano Regionale dei trasporti. L’ho accolto con favore, seppure con grave ritardo, perché si tratta di uno strumento di programmazione importante in grado di consentire la pianificazione delle attività relative alla mobilità sul territorio.

Ma l’interesse iniziale è stato smorzato dopo aver letto alcune delle previsioni in esso inserite. Per Verona è zeppo di errori marchiani e bufale che inficiano la complessità del lavoro che è stato fatto.

Cominciamo dalla promessa di realizzare il collegamento ferroviario che dall’aeroporto andrebbe verso il Lago.

Pochi giorni fa Verona aveva la possibilità concreta di ottenere finalmente il finanziamento per la realizzazione della metropolitana di superficie tra la stazione di Porta Nuova e l’Aeroporto Catullo, ma a causa della Regione Veneto ha perso una grande occasione.

Infatti, nell’ambito del Decreto Olimpiadi Milano-Cortina 2026, con il quale è stato stabilito l’elenco delle opere da realizzare entro il 2025, la Regione Veneto, pur avendo indicato quel collegamento tra le opere da costruire, al momento di imprimere sulla medesima la prevista e necessaria priorità, non l’ha fatto, privilegiando altre opere che insistono nella provincia di Belluno che sono state poi inserite tra quelle da realizzare.

Il finanziamento, quindi, è andato perso. Non capisco la sottovalutazione della Regione Veneto che ha preferito optare per una soluzione diversa, quale il collegamento tra Verona Porta Nuova, l’Aeroporto e l’area del Lago di Garda. Si tratta di una soluzione suggestiva, certamente più impegnativa finanziariamente, ma che, di fatto, si potrà vedere tra chissà quanti anni rispetto a quanto avremmo potuto già ottenere.

Che dire, poi, dell’elettrificazione della tratta ferroviaria Cerea/Isola della Scala (linea Verona-Rovigo) sulla quale la Regione chiede uno studio di fattibilità. Ancora? L’unica cosa da fare è chiedere la priorità nell’ambito del Contratto di Programma di Rete Ferroviaria Italiana. Perché non l’ha fatto?

Sull’autostrada Tirreno/Brennero, alyra previsione contenuta nel Piano, si continua a vendere fumo, ma tutti hanno capito che si tratta di un collegamento, pur importante, ma al momento senza alcuna possibilità realistica di realizzazione.

Stendo un velo pietoso sulla variante alla strada Grezzanella (Verona/Villafranca). Dopo 20 anni di gestione e di nulla, la Regione l’ha restituita all’ANAS e adesso dice che sarà realizzata a breve. Una bufala!

L’unica nota di interesse è legata all’intervento del Governo Conte.

Infatti, la Regione Veneto riceverà da Roma ben 187.733.025 milioni di euro da quest’anno fino al 2033 per il rinnovo del materiale rotabile del trasporto pubblico locale. Si tratta di risorse certe e di carattere strutturale che consentono di pianificare gli interventi pluriennali necessari per migliorare la qualità del trasporto pubblico locale.

A questi si aggiungono altri 54.284.334 milioni di euro di finanziamenti assegnati complessivamente alle sette città venete nell’ambito di quanto previsto nel Piano Strategico Nazionale della Mobilità sostenibile che include sia i fondi per i Comuni capoluogo ad alto inquinamento da PM10 e biossido di azoto sia quelli dedicati specificatamente al rinnovo del materiale in questione.

E’ un peccato che un lavoro utile e complesso come il Piano regionale dei trasporti sia infarcito di simili previsioni che sono più il frutto della propaganda che di impegni con convinzione e seriamente portati avanti dalla Regione.

Brutto stop per la metropolitana di superficie

Verona aveva la possibilità concreta di ottenere finalmente il finanziamento per la realizzazione della metropolitana di superficie tra la stazione di Porta Nuova e l’Aeroporto Catullo. A causa della Regione Veneto, però, ha perso una grande occasione.

Il contesto favorevole era il Decreto Olimpiadi Milano-Cortina 2026. Un Decreto che stabilisce risorse certe per un elenco chiaro di opere da realizzare entro il 2025.

Con quel Decreto abbiamo costituito la società «Infrastrutture Milano Cortina 2020-2026 S.p.A.».

Questa società, partecipata dai Ministeri dell’economia e delle finanze e delle infrastrutture e dei trasporti, dalla Regione Lombardia, dalla Regione Veneto e dalle Province autonome di Trento e di Bolzano è competente per la realizzazione delle opere necessarie per lo svolgimento delle Olimpiadi e, per questa ragione, possono essere nominati uno o più commissari straordinari dotati di poteri e funzioni identiche al Commissario per la ricostruzione del ponte di Genova.

Ebbene, se tra le opere abbiamo inserito la Strada di Gronda – Collegamento bretella Verona Nord, a causa della Regione Veneto non è stato possibile inserire anche il collegamento ferroviario diretto con l’Aeroporto Catullo.

Infatti, la Regione Veneto, pur avendo indicato quel collegamento tra le opere da costruire, al momento di imprimere sulla medesima la prevista e necessaria priorità, non l’ha fatto, privilegiando altre opere che insistono nella provincia di Belluno che sono state poi inserite tra quelle da realizzare.

Diversamente ha fatto la Regione Lombardia. Infatti, nell’ambito dello stesso Decreto, ha chiesto ed ottenuto il finanziamento completo per la realizzazione del collegamento ferroviario tra la stazione di Bergamo e l’Aeroporto Orio al Serio. Un’opera nuova rispetto alla nostra dove è già presente il collegamento ferroviario, ma distante circa 1,5 km dallo scalo.

Peraltro, è già stato redatto un progetto preliminare da parte della Provincia che prevede uno “spanciamento” dei binari a Madonna di Dossobuono per poi rientrare sulla linea storia poco dopo Dossobuono. In questo modo, si libererebbe quel tratto dall’attuale linea che può essere restituito al territorio eliminando la barriera che divide quella frazione.

Penso che la metropolitana di superficie fosse pienamente collegata alle Olimpiadi di cui il nostro Aeroporto sarà certamente funzionale.

Non capisco la sottovalutazione della Regione Veneto che ha preferito optare per una soluzione diversa, quale il collegamento tra Verona Porta Nuova, l’Aeroporto e l’area del Lago di Garda. Si tratta di una soluzione suggestiva, certamente più impegnativa finanziariamente, ma che, di fatto, si potrà vedere tra chissà quanti anni rispetto a quanto avremmo potuto già ottenere.

Per lo sviluppo futuro dello scalo scaligero si tratta di un colpo difficilmente superabile a breve.

Cattolica, altro bene di Verona in fuga.

Cattolica assicurazioni ha avviato a una partnership strategica con Generali Assicurazioni. L’accordo prevede che Generali diventi azionista rilevante con il 24,4% di Cattolica attraverso la sottoscrizione di un aumento di capitale riservato per 300 milioni di euro condizionato alla trasformazione di Cattolica in spa.

Verona sembra una stalla da allevamento: prima fa crescere i suoi pezzi migliori e poi li cede. In questo modo guadagna nell’immediato,  ma perde in prospettiva.

Il copione è sempre lo stesso e si ripete ciclicamente.

L’elenco è tristemente noto. Negli anni Verona ha perso il controllo della Cassa di Risparmio,  dell’Aeroporto Catullo, del Banco Popolare e adesso di Cattolica Assicurazioni, patrimoni creati nel tempo e poi ceduti.

Purtroppo,  non pare finita, visto che il Comune vuole cedere AGSM al colosso lombardo di gas ed energia A2A e sulla fiera gli avvisi sono sempre più foschi.

Posto che le partnership sono necessarie,  possibile che non vi sia una volta che Verona prevalga?

Ma se fa riflettere l’epilogo sempre uguale, la debolezza è della classe dirigente che ha governato Verona e le società interessate.

Esse sono state allevate e rese forti grazie al rapporto con il territorio, ma questo ad un certo punto non ha più offerto stimoli, ambizioni, strumenti e persone in grado di competere con la globalizzazione delle tematiche e dei mercati di riferimento.

La classe dirigente politica si è adagiata preservando un finto radicamento territoriale che non ha salvaguardato il futuro. Una visione miope e ristretta di chi ha governato Verona che sta mostrando i frutti peggiori.

Se anni fa fosse stato realizzato il polo finanziario, oggi saremmo in ben altre condizioni perché avremmo avuto un’occasione che consentiva di creare valore aggiunto umano e professionale nonché aperture mentali e di esperienza per elevare la qualità della classe dirigente, che resta lo snodo delle cessioni delle società.

Ormai resta solo il Consorzio ZAI e poi tutto si compie.

E meno male che l’Arena è incedibile, altrimenti sarebbe stata ceduta anche quella.

 

 

Autobrennero, arriva una tegola per Verona.

L’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato ha chiesto al Parlamento di affidare la concessione autostradale della A/22 attraverso una gara.

La concessione della tratta autostradale A22 Brennero-Modena – gestita da Autostrada del Brennero S.p.A. – è scaduta il 30 aprile 2014 ed è in regime di proroga fino al prossimo 30 giugno.

A gennaio 2016 è stato siglato il protocollo d’intesa tra il Ministro Delrio e le amministrazioni pubbliche socie di Autostrada del Brennero S.p.A. che ha previsto il rinnovo trentennale (2019/2048) della concessione senza gara a patto che la società fosse interamente partecipata dalle amministrazioni pubbliche territoriali e locali contraenti.

Per questa ragione è stata costituita la BrennerCorridor Spa quale società strumentale in house degli enti territoriali.

L’accordo, che prevede investimenti per 4,14 miliardi di euro nei trent’anni di durata della concessione (2019-2048), dovrà essere firmato dal Ministero delle Infrastrutture e Trasporti e da sedici enti territoriali esclusivamente pubblici (Regione Trentino–Alto Adige, Provincie autonome di Bolzano e Trento, Provincie di Verona, Mantova, Reggio Emilia e Modena, Comuni e Camere di Commercio di Bolzano, Trento, Verona e Mantova, Azienda dei trasporti di Reggio Emilia).

Il problema, però, è che al momento in cui dovrà essere sottoscritto l’accordo di cooperazione, nel capitale della società in house non dovranno figurare soci privati. Infatti, l’impegno era quello che i soci pubblici avrebbero dovuto comprare le quote degli attuali soci privati presenti nel capitale, ma ad oggi ciò non è avvenuto.

Questo ritardo ha consentito all’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato di chiedere ufficialmente di rinnovare la concessione con una gara per rispettare i principi di concorrenza nelle modalità di affidamento.

Secondo l’Autorità, occorre ricorrere a procedure competitive al fine di selezionare al meglio e per tempo i gestori in termini di qualità e sicurezza dei servizi, nonché per garantire investimenti infrastrutturali più utilmente perseguibili con l’assegnazione tramite gara al gestore più efficiente, piuttosto che mediante il prolungamento del rapporto concessorio esistente.

Pertanto, l’Autorità auspica una celere conclusione dell’iter procedurale di sottoscrizione della convenzione di concessione dell’autostrada A22, ma in caso di mancato rispetto della tempistica fissata al 30 giugno 2020 (ironia) di espletare la procedura di gara per l’individuazione della nuova concessionaria.

Per Verona è una tegola. Nei due miliardi di euro per interventi infrastrutturali sull’A22 per noi rilevano la terza corsia tra Verona e Modena e la terza corsia dinamica Bolzano Sud-Verona, le barriere antirumore, le aree di servizio (Affi e Povegliano) e contributi al Comune di Verona ed alla Provincia per opere esterne all’asse autostradale, ad esempio il finanziamento per la mediana provinciale da Nogarole Rocca a Isola della Scala.