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La debolezza politica

Il capo della propaganda politica della Lega di Salvini è indagato per presunto spaccio di droga e a casa sua i Carabinieri ne hanno trovato un piccolo quantitativo.

Ha chiesto scusa dicendo che si è trattato di una debolezza umana.

La fragilità è parte dell’essere umano, il moralismo, il perbenismo e gli insulti, invece, sono una scelta volontaria.

La Lega, attraverso quel signore, ha utilizzato il moralismo trasformandolo in provocazione, con i social piegati alle loro modalità di aggressione digitale dettando regole a tutti, spessissimo morali ed etiche, ergendosi a censore dei comportamenti umani.

Oggi emerge il vero problema della Lega e di Morisi: l’ambivalenza, peraltro tipica di tanti moralisti e perbenisti a destra.

Mi pongo una domanda: l’ideatore della campagna social della Lega, quella macchina aggressiva che utilizzava i fatti di cronaca per enfatizzarli e lanciarli contro immigrati, gay e avversari politici, copriva quella sua “debolezza ” scaricando fango sugli altri?

Chiunque sarà tentato di agire come facevano, loro, ma spero che nessuno citofoni a casa di Morisi perché le fragilità umane non devono essere oggetto di propaganda, esattamente il contrario di quello che lui stesso proponeva e Salvini attuava.

Sarebbe questo l’insegnamento più importante affinché si affermi un mondo civile che lui e Salvini hanno cercato di distorcere per la loro mania ossessiva di trovare il consenso.

Sulla questione morale nessuno deve sentirsi superiore ad altri e le fragilità umane mai potranno far parte del dibattito politico.

La lezione afgana

Quanto avvenuto in Afghanistan fa riflettere.

Capisco il desiderio di affrontare gli errori commessi, il quesito se la democrazia è esportabile, cosa non ha funzionato in questi ultimi 20 anni.

Tutte domande che, seppur importanti, guardano al passato.

Con questa nota mi concentro sul futuro, sperando che i diritti che sono stati inoculati negli anni nella società possano far germogliare qualcosa di buono nelle giovani generazioni di quel paese.

Da quanto accaduto, traggo tre considerazioni.

La prima. Gli Stati Uniti d’America non sono né saranno più quell’alleato che abbiamo conosciuto dalla seconda guerra mondiale.

Da anni gli americani si stanno ritirando dagli scenari più turbolenti del mondo. L’abbiamo già visto nel mediterraneo, in particolare con la Libia.

Gli USA hanno deciso di concentrarsi su altri versanti, soprattutto interni ed il loro essere sempre pronti a garantire un certo ordine mondiale, è venuto sostanzialmente meno, lasciando spazi importanti a Russia e Cina.

Questa constatazione mi porta alla seconda considerazione.

L’Europa, pur essendo una potenza economica mondiale, non ha come prospettiva strategica quella di influenzare le dinamiche mondiali, se non con la propria moneta, l’Euro.

Non possiamo più essere solo gli alleati degli USA, quelli che coprono le parti mancanti delle missioni di pace. È necessario che cresciamo come potenza influente, con una politica estera e di sicurezza comune.

In accordo con la NATO, che va ridisegnata con nuove prospettive, l’Europa (anche solo chi ci sta) non ha altra scelta che quella di creare un dispositivo militare e di cooperazione per porsi come partner nei contesti del mondo che la coinvolgono direttamente.

E su questo passo alla terza convinzione, che riguarda l’Italia.

Quali sono i nostri interessi geopolitici? Cosa si ripercuote su di noi?

Certamente tutto quello che accade nel nord Africa e nel mediterraneo.

L’Afghanistan è lontano, dobbiamo impegnarci per i diritti di tutti, in primis donne e bambini, ma quello che accade vicino casa nostra, in particolare l’instabilità politica dei vicini, per noi è motivo di insicurezza, oltre che di flussi migratori.

Ebbene, è in quest’area che dobbiamo costruire la nostra influenza.

Insieme con l’Europa è il momento di ripensare il futuro strategico e agire per garantire la stabilità che fa bene alla nostra qualità della vita.

Ddl Zan, le principali obiezioni

Sul tema ho già scritto qualcosa, in particolare sulle parole avverse che vengono dette contro l’approvazione del testo.

Con questa nota, invece, approfondirò le questioni che vengono spesso ripetute: la maternità surrogata, l’identità di genere, la libertà delle opinioni e la scuola.

Già il titolo del provvedimento dovrebbe convincere – “Misure di prevenzione e contrasto della discriminazione e della violenza per motivi fondati sul sesso, sul genere, sull’orientamento sessuale, sull’identità di genere e sulla disabilità – ma tant’è.

Maternità surrogata

E’ completamente falso che la proposta di legge contenga o favorisca la maternità surrogata.

La legge (19 febbraio 2004, n. 40), dispone che: “Chiunque, in qualsiasi forma, realizza, organizza o pubblicizza la commercializzazione di gameti o di embrioni o la surrogazione di maternità è punito con la reclusione da tre mesi a due anni e con la multa da 600.000 a un milione di euro”.

La Corte Costituzionale con sentenza n. 272 del 2017 ha chiarito come “la maternità surrogata, offende in modo intollerabile la dignità della donna e mina nel profondo le relazioni umane”.

Infine, la Consulta, con la recente sentenza n. 33 del 2021 ha ribadito prioritariamente la posizione già assunta nella precedente pronuncia del 2017 per la quale il divieto penalmente sanzionato di surrogazione di maternità è un principio di ordine pubblico posto a tutela di valori fondamentali. Nella sentenza si legge, inoltre, che: “A tale prospettiva si affianca l’ulteriore considerazione che gli accordi di maternità surrogata comportano un rischio di sfruttamento della vulnerabilità di donne che versino in situazioni sociali ed economiche disagiate; situazioni che, ove sussistenti, condizionerebbero pesantemente la loro decisione di affrontare il percorso di una gravidanza nell’esclusivo interesse dei terzi, ai quali il bambino dovrà essere consegnato subito dopo la nascita.”.

Non credo ci sia altro da aggiungere in merito. In pratica, il divieto di surrogazione di maternità quale principio inderogabile di ordine pubblico posto a tutela della dignità della donna è inderogabile.

L’identità di genere

 L’identità di genere ed il sesso sono due cose differenti.

Il procedimento di rettificazione di attribuzione di sesso in Italia è disciplinato dalla legge 14 aprile 1982, n. 164 e si svolge in via giudiziale con rito ordinario di cognizione. Il procedimento di rettificazione come chiarito da costante giurisprudenza di merito e di legittimità richiede che “la serietà ed univocità del percorso scelto e la compiutezza dell’approdo finale sia accertata, ove necessario, mediante rigorosi accertamenti tecnici in sede giudiziale” – Corte di Cassazione sezione I, 20 luglio 2015, n.15138;

La Corte Costituzionale chiamata a pronunciarsi sulla legittimità costituzionale dell’articolo1, comma 1, della citata legge 164 del 1982 ha, con sentenza interpretativa di rigetto n. 221 del 21 ottobre 2015, dichiarato la questione di illegittimità non fondata. Quanto al merito, la Corte ha riconosciuto “il riconoscimento del diritto all’identità di genere quale elemento costitutivo del diritto all’identità personale, rientrante a pieno titolo nell’ambito dei diritti fondamentali della persona (art. 2 Cost. e art. 8 CEDU)”, ma chiarito come “La rettificazione si fa in forza di sentenza passata in giudicato che attribuisca ad una persona sesso diverso da quello enunciato nell’atto di nascita a seguito di intervenute modificazioni dei suoi caratteri sessuali”, dunque a seguito di un rigoroso accertamento giudiziale delle modalità attraverso le quali il cambiamento è avvenuto.

Chiamata nuovamente a pronunciarsi nel 2017, con l’ordinanza n. 187 e la sentenza n. 180, la Corte ha respinto nuovamente la questione di legittimità costituzionale sollevata in merito alla legittimità del citato articolo 1, della legge 164 del 1982 e nel ribadire “il diritto   al   riconoscimento dell’identità di genere” ha, inoltre “escluso che il solo elemento volontaristico possa rivestire prioritario o esclusivo rilievo ai fini dell’accertamento della transizione.”;

Da ciò discende che non potrà mai essere il semplice elemento volontaristico a determinare la rettificazione di attribuzione di sesso di sesso, ma un percorso di accertamento rigoroso svolto in sede giudiziale nel quale sia accertato il percorso medico e il vissuto consolidato nel tempo dalla persona richiedente.

La libertà di espressione

Il disegno di legge Zan dispone che sono fatte salve la libera espressione di convincimenti od opinioni nonché le condotte legittime riconducibili al pluralismo delle idee o alla libertà delle scelte, purché non idonee a determinare il concreto pericolo del compimento di atti discriminatori o violenti.

Si introduce, così, il reato di opinione che impedirebbe la libera manifestazione del pensiero a quanti si facciano portatori di una cultura o opinioni differenti?

Assolutamente, no. Infatti, già in sede applicativa della legge Mancino-Reale riguardo i crimini di odio fondati su motivi razziali, etnici, nazionali o religiosi, la giurisprudenza di merito e di legittimità ha costantemente limitato la rilevanza penale alle sole condotte che costituiscano incitazioni all’odio. È sempre stata esclusa, invece, la sanzionabilità di generiche espressioni di antipatia, insofferenza o rifiuto che, quantunque in contrasto con i valori di tolleranza, non sono sufficientemente gravi da far presumere successive condotte discriminatorie o violente.

Inoltre, la  Corte costituzionale, con la sentenza del 23 aprile 1970, n. 65, ha sancito che è rilevante penalmente non “la manifestazione di pensiero pura e semplice, bensì quella che per le sue modalità integri comportamento concretamente idoneo a provocare la commissione di delitti”.

Quindi. È fuorviante l’accusa del reato di opinione.

La scuola

Il disegno di legge prevede che, in occasione della Giornata nazionale contro l’omofobia, la lesbofobia, la bifobia e la transfobia, le scuole, nel rispetto del piano triennale dell’offerta formativa e del patto educativo di corresponsabilità, provvedono all’organizzazione di cerimonie, incontri e ogni altra iniziativa utile al fine di promuovere la cultura del rispetto e dell’inclusione, nonché di contrastare i pregiudizi, le discriminazioni e le violenze motivati dall’orientamento sessuale e dall’identità di genere, in attuazione dei princìpi di eguaglianza e di pari dignità sociale sanciti dalla Costituzione.

L’accusa è che si vogliono indottrinare i bambini sulle teorie gender.

Il piano triennale dell’offerta formativa assicura l’attuazione dei principi di pari opportunità, mentre il patto di corresponsabilità prevede che le famiglie hanno il diritto, ma anche il dovere, di conoscere i contenuti del piano dell’offerta formativa per condividere in maniera dettagliata diritti e doveri nel rapporto con l’istituzione scolastica, rendendo così i genitori parte integrante e importante del processo educativo.

Già oggi ci sono le linee guida del Ministero dell’istruzione che indicano le modalità cui le scuole si devono attenere nella lotta contro tutte le discriminazioni e le forme d’odio e il disegno di legge in esame non si pone in contrasto con esse né rappresenta un loro “superamento”, ma è in linea con quanto già previsto.

L’intento è quello di trasmettere la conoscenza e la consapevolezza riguardo i diritti e i doveri della persona costituzionalmente garantiti e che riguardando la prevenzione della violenza di genere e di tutte le discriminazioni.

Il Comune delle banane

Come è noto il Consiglio Comunale di Verona si svolge prevalentemente attraverso il sistema della videoconferenza. Ebbene, durante i lavori nessuno può escludere che a votare i vari provvedimenti in discussione possa essere anche una persona non consigliere comunale.

L’evidenza è palesemente emersa nel corso del confronto su una delibera sulla quale la discussione si è prolungata per più giorni e per molte ore durante i medesimi giorni.

Infatti, è stato osservato che al momento dei voti previsti, non sarebbe stato possibile individuare chi effettivamente stava votando in quel momento.

Questo sarebbe un fatto grave.

Come sia possibile che ciò possa accadere? Come sempre, perché le norme non vengono applicate correttamente.

Dal mese di aprile 2020 i consigli comunali possono riunirsi in modalità videoconferenza nel rispetto di criteri di trasparenza e tracciabilita previamente fissati dal Presidente del Consiglio, purché siano individuati sistemi che consentano di identificare con certezza i partecipanti. Così è stato previsto per legge.

Quindi, il Presidente del Consiglio comunale avrebbe dovuto fare qualcosa che avrebbe consentito la chiara identificazione dei consigliere comunale “dietro” lo schermo del computer.

Poiché ciò non pare essere avvenuto, nessuno ha la certezza che al computer, ovviamente quando la telecamera è spenta, al momento del voto ci sia per davvero il consigliere comunale.

Il fatto è emerso con chiarezza appunto in occasione della maratona che è stata portata avanti per più giorni e per molte ore al giorno.

Se la cosa venisse confermata, saremmo di fronte allo svilimento della elevata funzione del consigliere comunale è in un vero e proprio Comune delle banane.

 

Green pass, va usato se…

Nonostante la gravità della pandemia il Governo italiano non ha imposto l’obbligatorietà della vaccinazione, se non per alcune categorie, in particolare per i sanitari ed i parasanitari.
Io concordo con questa scelta e concordo con il fatto che i sanitari che non vogliono vaccinarsi devono essere sospesi dal servizio.
Troppo pericoloso lasciarli in quei luoghi di cura e di assistenza con persone fragili che rischiano la vita in caso di contagio.
Con la vaccinazione che prosegue, si è aperto il dibattito sulla valenza e sull’uso del cd. Green pass, il certificato che attesta l’effettuata vaccinazione.
Un documento che consentirà al possessore di muoversi più liberamente, ma che potrebbe essere usato anche per favorire la vaccinazione.
Io penso che il Governo debba agire con il Green pass per indurre gli italiani a vaccinarsi sempre di più.
Mi spiego.
Statisticamente oggi è possibile calcolare quando sarà raggiunta l’immunità di gregge. Nel caso si dovesse comprendere che ci vorrà ancora tanto tempo e le varianti del virus provocano una recrudescenza dei contagi, io sarei per usare il green pass come leva per accelerare le vaccinazioni, ovvero imporrei alcune restrizioni per coloro che non ne sono in possesso per ragioni diverse da quelle sanitarie.
La Francia ha fatto questo. Ha limitato gli spostamenti dei non vaccinati ed ha ottenuto il risultato che sono aumentate significativamente le prenotazioni per il vaccino.
Non è una punizione, ma un corretto uso di uno strumento basato su dati oggettivi quale quello dei contagi e dell’immunità di gregge.
Inutile sottolineare che una scelta simile andrebbe a favore innanzitutto di coloro che non si sono vaccinati per scelta. Sono i primi a rischiare, come dimostrano i dati dei ricoveri ospedalieri, ma rischiano anche di rendere vani gli sforzi ed i sacrifici che stiamo facendo.

 

Basta aggredire i diritti dei lavoratori

Siamo alle solite. Da anni.
Alla Fondazione Arena di Verona le cose non vanno è la colpa viene attribuita sempre ai lavoratori.
In questi giorni siamo addirittura all’aggrssione concentrica dei poteri forti veronesi che all’unisono mettono i lavoratori alla berlina come se fossero degli appestati.
Questa aggressione sui diritti dei lavoratori deve finire.
Non comprendo come sia possibile che le ragioni siano solo da una parte – la dirigenza politica diffusa – e l’altra – le maestranze – è solo e soltanto brutta e cattiva.
È in atto una rappresentazione della realtà falsa e fuorviante che mira a coprire le evidenti responsabilità e lacune evidenziatesi durante i confronti tra Fondazione e lavoratori.
Certo, so anche io che lo sciopero provocherà un danno, è ovvio che avrà una ripercussione, ma ci sono altri strumenti a favore dei lavoratori per far valere i loro diritti negati?
No.
Quindi, l’aggressione verbale che si sta consumando, anche con affermazioni non veritiere sui fatti avvenuti, altro non è che il frutto di una visione culturale padronale delle relazioni sindacali e meramente gestionale dei diritti degli altri.
I lavoratori della Fondazione sono sempre stati i soli a pagare gli errori della dirigenza politica, economicamente e socialmente.
Proseguire contro i loro interessi, come se nulla fosse accaduto in questi anni, è il modo peggiore per condurre le trattative, uniche in grado di risolvere i problemi esistenti che nessuna roboante dichiarazione potrà mai offuscare.
Al contrario, credo sia necessario garantire le pari opportunità tra le parti, riconoscere gli errori concalamati dai pessimi risultati conseguenti alle scelte prese, smetterla con le cose non veritiere e trovare insieme una soluzione.
Inutile ricordare che la Fondazione vive anche grazie all’impegno delle maestranze che non è mai mancato, anche nelle condizioni più difficili.
Finisca, quindi, quel coro stonato dei distratti che si accorgono della Fondazione solo quando i problemi vengono alla luce.
Peraltro, se questi emergono, è perché alcuni di quei coristi non hanno agito nella giusta direzione.

La Chiesa, le destre e la desiderata Ungheria.

L’intervento di una parte della Chiesa cattolica italiana sul disegno di legge Zan è stato inopportuno.

Non solo non ha giovato al confronto, ma ha consolidato le posizioni in campo dei favorevoli e dei contrari, senza alcun’altra possibilità di dialogo. Di fatto, poi, ha accelerato ancora di più l’iter in Senato. Infatti, il 6 luglio si voterà per inserirlo nel calendario per poi discuterlo dal 13 di luglio.

Era questo l’obiettivo?

Intanto, va registrata la ferma posizione del Presidente Draghi. Ha ribadito convintamente che lo Stato è laico, che il Governo non può intervenire sulle leggi del Parlamento e che queste rispettano la Costituzione, sempre.

Sembra incredibile, ma l’avversione espressa dal Vaticano ha puntato le basi su tre pilastri rivelatisi assolutamente fuori luogo. Possibile che chi l’ha scritta, e chi l’ha suggerita, non lo sapessero?

Quindi, l’effetto era quello di creare confusione o di partecipare al dibattito, anche con posizioni critiche?

Non si capisce.

In merito, si dicono tante cose: pare che la nota doveva restare riservata in modo che le parti concordatarie potessero ragionare con calma e che a farla conoscere agli organi di stampa sia siano stati ambienti della Chiesa italiana che imputerebbero ai vertici della Conferenza Episcopale Italiana e a Papa Francesco una posizione debole in materia.

Lascio questi temi ad altri e mi chiedo: ma anziché tirare fuori il Concordato non sarebbe stato meglio sedersi e parlarci?

Quale è stato il risultato?

Oltre a radicalizzare le posizioni, emerge una profonda divisione nella Chiesa cattolica con l’impiego di mezzi che mettono il Papa in posizione di imbarazzo e lo relegano a figura in balia di chissà cosa. Un gioco che non fa bene alla Chiesa, ma che pare non interessare a coloro che usano questi strumenti divisivi.

Nel merito del ddl Zan, ancora una volta, si rivelano chiaramente le posizioni diverse tra chi pensa ad una società plurale, solidale e avversaria delle discriminazioni e chi, al contrario, ritiene che alcune discriminazioni non siano diritti che lo Stato debba tutelare.

Ma se qualcuno pensa che gente come l’ungherese Orban faccia scuola in questo campo, perché non si trasferisce là anziché provare a portare in Italia ciò che fanno in quel paese?

Variante SS12, ANAS rema contro

Se la variante alla strada statale 12 non sarà inserita tra quelle da commissariare la responsabilità sarà di ANAS SpA, anche a causa della politica debole.

È davvero incomprensibile come sia possibile questa sottovalutazione sia del ministero sia della  struttura tecnica che, di fatto, rischia di impedire lo sviluppo del nostro territorio.

I fatti.

Con il Governo Conte II avevamo deciso di nominare alcuni commissari per diverse opere pubbliche strategiche con un elevato grado di complessità progettuale ed in forte ritardo rispetto alle esigenze. Lo scopo era quello di accelerare le procedure e risolvere i tanti nodi che in varie procedure stavano ritardando la realizzazione di infrastrutture importanti per lo sviluppo.

Di conseguenza, con il primo dei due Decreti previsti, una parte di quelle opere, 57 in tutta Italia, sono state effettivamente commissariate. Entro giugno deve essere emanato il secondo Decreto.

Ebbene, da relatore nella prima occasione, nel previsto parere della mia Commissione, avevo inserito l’espressa indicazione che la variante alla SS 12 doveva essere commissariata con il secondo Decreto. Infatti, ero e resto convinto che la variante deve essere trattata come opera olimpica in quanto, come è noto, a Verona – in Arena – si concluderanno le Olimpiadi Milano-Cortina 2026.

Analogamente è stato fatto per altre opere similari, sia in Veneto sia in Lombardia.

In merito, l’intervento ha un costo stimato di 145 milioni di euro ed è inserito nel contratto di programma 2016/2020. Il progetto preliminare è stato redatto da Veneto Strade SpA e dal 2018 è stato spostato a carico di ANAS. La conferenza di servizi è stata conclusa e l’anno scorso è stata attivata la progettazione definitiva che è stata praticamente conclusa con il recepimento delle lievi modifiche chieste dal territorio.

A fronte di questi elementi, progettazione adeguata – che consentirebbe la realizzazione della variante nei tempi previsti per le olimpiadi – e chiara volontà del Parlamento espressa con il mio parere, non capisco come sia possibile che ministero e ANAS possano fare orecchie da mercante.

Non nascondo una certa irritazione nei confronti del Ministero delle Infrastrutture e della mobilità sostenibili. Quando la politica è debole assumono rilevanza decisioni di mera natura tecnica. E questo è il classico caso!

Spero in un sussulto e auspico una revisione dello stato dell’arte con scelte positive a favore dello sviluppo di Verona

Sboarina, uno schiaffo ben assestato!

La Prefettura di Verona ha pubblicato il bando per la predisposizione di circa 1.200 posti per altrettanti richiedenti asilo da distribuire in appartamenti o in centri collettivi.

Subito il sindaco Sboarina ha cominciato a sbraitare: «Il ministro Lamorgese non difende i confini nazionali. Verona non diventerà una zona franca per i migranti clandestini».

Insomma, la solita reazione isterica delle destre.

Un’isteria strabica, peraltro. Infatti, ogni anno, alla scadenza del bando per l’accoglienza dei richiedenti asilo, la Prefettura di Verona non fa altro che predisporre il rinnovo, come previsto dalle norme nazionali ed europee sull’accoglienza.

Ogni anno, puntualmente, Sboarina ritira fuori sempre lo stesso comunicato di contrarietà, cambia solo la data.

Ah, no…stavolta qualcosa l’ha cambiata: prima attaccava il Governo, adesso solo il Ministro dell’Interno. Eccerto, mica può attaccare i suoi alleati di Forza Italia e Lega.

In merito alla polemica che ha avviato, però, Sboarina ha preso uno schiaffo rumoroso. Il coordinamento degli enti che gestiscono l’accoglienza sul territorio veronese ha reso noti i dati specificando, innanzitutto, che i posti a disposizione non sarebbero per nuovi arrivi, ma si tratta solo del rinnovo del bando per ospitare i richiedenti asilo già presenti nel veronese.

Inoltre, i numeri veri sono in netta diminuzione: a gennaio 2020 nella provincia di Verona erano oltre 1.500 e nel bando pubblicato ad aprile 2019 i posti da assegnare erano 1.900.

Adesso sono 1.192  in quanto tanti hanno avuto il permesso di soggiorno perché avevano i requisiti.

In pratica, non c’è nessun nuovo arrivo.

Alla luce di questa precisazione di verità, è davvero incredibile anche l’accusa di Sboarina di “non volere Verona rifugio di nuovi flussi di migranti”.

Una polemiche isterica che è stata fondata solo sulla propaganda senza alcun elemento di verità.

Le richieste di aiuto durante la pandemia

La convivenza forzata durante la fase di lockdown ha rappresentato in alcuni casi il detonatore per l’esplosione di comportamenti violenti, in altri l’aggravante di situazioni che già precedentemente erano violente.

In questa fase è stato molto pubblicizzato il ruolo svolto dal numero di pubblica utilità 1522 nel supportare e accompagnare le donne verso i servizi che meglio si adattavano alla loro situazione contingente.

I risultati:

  • nel 2020 le chiamate al 1522, il numero di pubblica utilità contro la violenza e lo stalking, sono aumentate del 79,5% rispetto al 2019, sia per telefono, sia via chat (+71%);
  • il boom di chiamate si è avuto a partire da fine marzo, con picchi ad aprile (+176,9% rispetto allo stesso mese del 2019) e a maggio (+182,2 rispetto a maggio 2019), ma soprattutto in occasione del 25 novembre, la giornata in cui si ricorda la violenza contro le donne, anche per effetto della campagna mediatica. Nel 2020, questo picco, sempre presente negli anni, è stato decisamente più importante dato che, nella settimana tra il 23 e il 29 novembre del 2020, le chiamate sono più che raddoppiate (+114,1% rispetto al 2019);
  • la violenza segnalata quando si chiama il 1522 è soprattutto fisica (47,9% dei casi), ma quasi tutte le donne hanno subito più di una forma di violenza e tra queste emerge quella psicologica (50,5%);
  • rispetto agli anni precedenti, sono aumentate le richieste di aiuto delle giovanissime fino a 24 anni di età (11,8% nel 2020 contro il 9,8% nel 2019) e delle donne con più di 55 anni (23,2% nel 2020; 18,9% nel 2019);
  • riguardo agli autori, aumentano le violenze da parte dei familiari (18,5% nel 2020 contro il 12,6% nel 2019) mentre sono stabili le violenze dai partner attuali (57,1% nel 2020);
  • Nei primi 5 mesi del 2020 sono state 20.525 le donne che si sono rivolte ai Centri antiviolenza (CAV), per l’8,6% la violenza ha avuto origine da situazioni legate alla pandemia (es. la convivenza forzata, la perdita del lavoro da parte dell’autore della violenza o della donna);
  • per quanto riguarda le Case rifugio, nei primi 5 mesi del 2020 sono state ospitate 649 donne, l’11,6% in meno rispetto ai primi 5 mesi del 2019. Per il 6% delle donne accolte, le operatrici hanno segnalato che è stata la pandemia ad avere rappresentato la criticità da cui ha avuto origine la violenza.

Nel 2020 l’incremento delle chiamate, rispetto all’anno precedente, è avvenuto in coincidenza dei mesi che vanno da fine marzo a maggio e negli ultimi mesi del 2020. Considerando le donne vittime di violenza che si sono rivolte al numero di pubblica utilità, l’aumento delle chiamate di questa specifica utenza è stato del 79,5%, passando da 8.427 chiamate del 2019 a 15.128 del 2020

Sono direttamente le donne a rivolgersi a questo servizio di pubblica utilità, ma non sono rari i casi di parenti, amici, conoscenti o anche operatori dei diversi servizi sul territorio a segnalare episodi di violenza.

Osservando l’andamento delle chiamate, si evidenzia chiaramente come, a partire dal periodo del lockdown generale (marzo-aprile 2020), si sia verificata una crescita esponenziale delle richieste di aiuto, ma ciò che impatta di più sull’incremento delle chiamate è la commemorazione del 25 novembre (giornata mondiale contro la violenza sulle donne), che sembra agire sulle vittime come “effetto motivazionale” nella ricerca di un supporto esterno. In questa data, infatti, si amplia la platea di chi parla pubblicamente della violenza contro le donne, si moltiplicano le iniziative, si rende visibile ciò che durante l’anno non lo è. La spinta rappresentata da questo stimolo esterno è peraltro osservabile dalle risposte che le donne vittime forniscono alla domanda relativa alla frequenza della violenza subita.

Questa giornata rappresenta dunque per le vittime una spinta a uscire dall’isolamento.

Le violenze riportate al 1522 sono soprattutto opera di partner (57,1% nel 2020) ed ex partner (15,3%); tuttavia nel 2020 sono in crescita anche quelle da parte di altri familiari (genitori, figli, ecc.), che raggiungono il 18,5% (12,6% nel 2019) mentre diminuiscono tutte le altre tipologie di autori.