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Il lucido disegno di Renzi e le contromosse

Perché Renzi vuole far cadere il Governo Conte?

Le ragioni sono personali (antipatie reciproche) o di strategia politica?

Renzi deve “dimissionare” Conte perché è l’unico modo per lui di avere una prospettiva politica.

Partiamo dagli elementi di fatto che esulano dal fattore “pandemia”: l’ipotesi, soprattutto al Senato e senza un Governo Conte, di allargare la maggioranza attraverso l’ingresso di parlamentari provenienti da altri schieramenti; la contrarietà dell’Europa di trovarsi Salvini al tavolo, fatto che ha già inciso nel 2019.

In base a queste premesse, sono convinto che non ci saranno le elezioni anticipate.

Per fare cosa?

L’obiettivo prioritario è quello di disarcionare Conte per il peso che potrebbe avere alle prossime elezioni politiche.

Infatti, se l’assetto attuale proseguisse fino alle elezioni 2023, con una legge elettorale prevalentemente proporzionale (obiettivo imprescindibile nel quadro partitico attuale), lo schema è già scritto: lista PD, lista M5S, lista Conte, IV e LeU.

La lista Conte pescherebbe nell’area centrale dell’elettorato (modello lista Monti 2013) e, di fatto, sarebbe certamente antagonista di IV (e anche una parte del PD, a dire il vero).

Non solo. Questa “coalizione”, in caso di vittoria elettorale, potrebbe favorire la costituzione di un Governo di continuità con Conte premier nell’ambito del quale Italia Viva sarebbe marginale.

Diversamente, un assetto senza lista Conte, garantirebbe maggiori margini di consenso a Renzi in prospettiva, oltre che una centralità condizionante per la futura, possibile coalizione.

Se questa riflessione è giusta, sarà molto difficile che possa nascere un Governo Conte-ter.

Quindi, in questa situazione cosa è opportuno fare?

 

Premesse

Innanzitutto, evitare come la peste il voto anticipato. Anzi, è irritante che anche il PD ne faccia riferimento.

Infatti, la legge elettorale in vigore e le conseguenze di questa crisi irresponsabile che ricadrebbero su tutti, consegnerebbero la maggioranza alle destre.

Con i seggi parlamentari che conquisterebbero, i sovranisti:

  • avvierebbero un percorso duraturo nel tempo;
  • cambierebbero la legge elettorale a proprio favore;
  • eleggerebbero il Capo dello Stato;
  • governerebbero il processo del Recovery pla;
  • avrebbero i numeri sufficienti per cambiare la Costituzione.

Peraltro, l’avversione dei sovrasti per l’Europa si trasformerebbe in patente di “inaffidabilità”. Per noi europeisti, sarebbe l’isolamento.

Ma davvero c’è qualcuno che intende favorire – a partire da Renzi, responsabile di questo passaggio delicato – questa gravissima sconfitta della sinistra italiana e regalare alle destre il futuro? Sarebbe da sconsiderati e incoscienti assumersi questa grave colpa.

Ribadito l’obbiettivo di evitare il voto anticipato, e dato per assodato che Renzi miri a sostituire Conte, gli elementi da considerare sono:

  • la più volte ribadita volontà di Renzi di far parte di una maggioranza che parte dall’attuale;
  • la concreta previsione che l’obbiettivo sia la nomina di un premier tecnico;
  • la presenza di parlamentari disponibili a sostenere il Governo Conte;
  • la possibilità di allargare la maggioranza.

Chiarisco subito che a mio avviso escludere a priori Italia Viva dal nuovo ciclo politico, sarebbe un errore. Per ragioni più che oggettive e credo che una posizione del genere sia frutto di una vendetta che in politica non porta mai bene.

 Credo piuttosto si debbano sfruttare le condizioni nuove per conferire rinnovata centralità al PD e diluire il peso di Italia Viva nella coalizione.

 Valutiamo i due scenari.

 

I responsabili ed il rischio connesso

Partiamo dai “responsabili” di cui si parla. Premesso che non dovrebbero garantire il superamento della quota 161 al Senato (non per la fiducia, perché non servono, ma per alcuni provvedimenti) – va detto che per un Governo di legislatura il sostegno di gruppi non omogenei, frutto di operazioni di “responsabilità” e senza una coesione ideale, sarebbe un progetto debole, assolutamente non sufficiente (difficile anche la gestione delle Commissioni) che ci espone a fibrillazioni e contraddizioni che risulterebbero più che evidenti a tutti.

Quindi, se è vero che per evitare la crisi basta avere qualche voto in più degli altri, è altrettanto vero che non si riesce a governare con questo schema.

Qualcuno propone di “partire“ comunque con il sostegno dei “responsabili” perché durante il percorso le condizioni potrebbero mutare. perché un conto è favorirle con un governo che continua a lavorare puntando a rafforzarsi, un conto è farlo senza un governo.

Onestamente, credo sia difficile immaginare una simile prospettiva e poco mi convince il fatto che comunque “la partenza” del Governo sostenuto con questi numeri, possa essere attrattivo verso altri (Renzi compreso), semplicemente perché sarebbe debole e contrario ai propri desiderata strategici.

Un disegno simile, peraltro, si presterebbe ad un’unica (ri)soluzione: se fallisse sin dall’inizio o durante il percorso, sempre per evitare il voto, ci consegneremmo nelle mani di Renzi e Conte sarà messo da parte.

Per sincerità, se vi fosse in alcuni il retropensiero del voto subito o del superamento di Conte, questo scenario sarebbe ottimale.

 

Supporto più ampio

La già avvenuta emersione di parlamentari cd. “responsabili” è un fatto politico del quale non si può più fare a meno. Pare addirittura che si costituiscano in un nuovo gruppo parlamentare.

In questo scenario, infatti, oltre a PD, M5S e LeU, Renzi non sarebbe più l’unico interlocutore determinante numericamente e, pertanto, subirebbe un oggettivo indebolimento della propria presenza.

La “partenza” di una maggioranza del genere diventerebbe attrattiva verso “altri”.

 

Riflessioni concludenti

Personalmente, quindi, sono convinto che occorra (da subito) sia favorire operazioni politiche “responsabili” sia non escludere a priori Italia Viva, come sta avvenendo.

Ma Renzi, ci starebbe comunque in un assetto simile con Conte premier?

Non dovrebbe, considerato il percorso che ha generato, ma di fatto verrebbe compreso in un percorso e non allontanato attraverso il rifiuto o la sostituzione del suo gruppo nella maggioranza futura. La sua estromissione sarebbe per lui un alibi che può tornargli comodo sempre.

Se coinvolto sin dall’inizio, invece, sulla base di cosa potrà dire no a soggetti aggiuntivi alla maggioranza, peraltro già manifestatisi apertamente? E potrà avere ancora forza il suo no a Conte come unica pregiudiziale?

 

Attualità

Se venisse scelto un percorso diverso da quello che propongo, che porterebbe ad avere la fiducia da parte di una maggioranza (PD, M5S, LeU, i Responsabili), ma con numeri non sufficienti (non superiori a 161 al Senato), Renzi tornerebbe in gioco prepotentemente.

Intanto, per favorire questo scenario a lui favorevole, ha già dichiarato che Italia Viva si asterrà sul voto di fiducia, ergo, sarebbe disponibile a far parte di una maggioranza su basi diverse.

Se non mi sbaglio, se entro martedì prossimo Renzi non sarà coinvolto come partner,   attenderà il fallimento dell’operazione che si sta portando avanti senza di lui e chiederà di rientrare con le sue condizioni.

A quel punto, nonostante una maggioranza ampia, un governo Conte ter sarà molto, ma molto difficile, ragione per la quale, non escluderei neanche le dimissioni prima del voto di fiducia.

 

Che tristezza le bugie del Comune.

Ho sempre denunciato il fatto che sulla tratta ferroviaria Verona/Fortezza il ritardo accumulato fosse per responsabilità del Comune di Verona, in particolare per il tempo perso nel dare il proprio parere sul progetto preliminare del lotto 4 funzionale Pescantina-ingresso nel nodo di Verona, funzionale alla revisione del Protocollo stipulato nel 2013.

Questo grave ritardo, tra le altre lentezze, ci ha obbligati a “commissariare” l’intervento per riuscire a rispettare i tempi di realizzazione entro il 2028, ovvero in concomitanza con l’apertura del tunnel del Brennero.

La risposta del Comune è stata che il progetto preliminare non è mai stato conosciuto al Comune e che, invece, sarebbe stato mio compito agire per averlo quanto prima, considerato che i nuovi accordi prevedono 270 giorni per la sua stesura a partire dalla sottoscrizione del nuovo atto che revisiona il Protocollo del 2013.

Queste risposte sono palesemente menzognere e gli atti ufficiali lo confermano.

Li ripeto perché sia chiaro a tutti che le bugie non solo non qualificano chi le dice, ma minano la credibilità delle Istituzioni.

Il Comune di Verona conosce dal 2017 il progetto preliminare della tratta interessata. Risalgono a quell’epoca, infatti, diversi incontri svolti dal Comune con la struttura commissariale di allora e RFI per confrontarsi sia sul progetto medesimo sia sull’aggiornamento del protocollo sottoscritto ancora nel 2013.

Risulta, altresì, che lo schema del nuovo Protocollo sia stato inviato sempre nel 2017 e comprende altri due Comuni, oltre a quello del capoluogo, ovvero S. Pietro In Cariano e Pescantina.

La nuova bozza di accordo rifletteva le integrazioni progettuali, alcune richieste dal Comune di Verona, condivise sul progetto preliminare che è stato oggetto dei vari confronti.

A quel punto, anziché procedere all’approvazione del tutto, risulta che il Comune di Verona abbia bloccato l’iter fino a quando non sarebbe stato sciolto il nodo del parco urbano. Una posizione legittima, ma che ha fermato tutto fino al 2019, anno in cui i contatti sono ripresi e si sono conclusi nel 2020 con l’approvazione del nuovo Protocollo.

Domanda: come poteva essere approvato il nuovo accordo se non si conosceva il progetto preliminare?

La storiella dei 270 giorni. I tempi decorrono dal momento della sottoscrizione del nuovo Protocollo, cosa che non è ancora avvenuta, contrariamente a quanto dice, falsamente, il Comune di Verona.

Per fortuna nostra, nonostante tutto, è comunque in corso l’aggiornamento del progetto preliminare e sarà, quindi, immediatamente disponibile nei tempi condivisi.

Filobus, l’harakiri di Sboarina.

Sboarina ha ritirato la risoluzione del contratto con l’associazione temporanea d’impresa che dovrebbe realizzare il filobus.

Dapprima, inspiegabilmente ha dichiarato la risoluzione dei contratti, poi, sempre inspiegabilmente, ha revocato la risoluzione.

Ad una goffa posa gladiatoria è seguita una goffa ritirata.

Credo che l’abbia fatto perché avrebbe perso tutti i ricorsi che le imprese avevano presentato e che avrebbero costretto il Comune a versare penali milionarie.

Questo dimostra quanto debole e inutile fosse la sua scelta di risolvere i contratti stipulati.

Il problema è che quella mossa ha fatto perdere altri mesi di tempo, con la conseguenza che i cantieri già aperti restassero tali e impedissero la normale fruizione delle strade che li circondano con gravi disagi per i veronesi.

Una capovolta senza alcuna vergogna.

Secondo gli accordi raggiunti con il Governo, il filobus dovrebbe essere in esercizio entro il 31 gennaio 2022, data fissata e accettata dal Comune per la fine dei lavori.

Un “termine ultimo” che faccio fatica a capire come possa essere rispettato con il rischio di perdere il finanziamento statale di 85.651.280,53 euro. Infatti, non è ancora chiaro cosa potrebbe accadere di fronte alla certezza dell’impossibilità di rispettare quel termine, ovvero se seguirà:

  1. la revoca automatica del finanziamento deciso con la delibera 26 giugno 2009, n. 28 (pubblicata nella Gazzetta Ufficiale n. 270 del 2009) e successive varianti del Comitato Interministeriale per la Programmazione Economica;
  2. la revoca del contributo statale solo successivamente all’accertamento dei fatti eventualmente imputabili al Comune di Verona e ad  AMT;
  3. soltanto l’aggiornamento delle scadenze in essere in ragione di cause impreviste o imprevedibili che hanno comportato la risoluzione del contratto in parola.

Resta un ultimo dubbio: perché AMT non ha risposto all’istanza di accesso presentata dall’associazione temporanea d’imprese per chiedere conto dell’effettiva disponibilità del finanziamento dell’opera, in buona parte ottenuto tramite un finanziamento bancario il cui perfezionamento non sarebbe noto?

Zaia ha fallito. Miseramente!

La diffusione del virus in Veneto è praticamente fuori controllo, tanto che è stata decretata la “zona arancione”.

Come è noto dal 4 maggio le decisioni sono ripartite tra lo Stato e le Regioni. Sulla base di 21 parametri decisi insieme, lo Stato attua i provvedimenti meglio conosciuti come “zone, gialle, arancioni e rosse” nell’ambito delle quali sono stabilite misure automatiche e generali e le Regioni possono attuare restrizioni ulteriori, sulla base dei dati epidemiologici.

Fino ad ora il Veneto è stata “zona gialla”, la più leggera delle restrizioni.

In questo contesto, Zaia ha scommesso sui tamponi a tappeto, sui posti letto in terapia intensiva quasi raddoppiati, sulle strutture dedicate al covid e sull’alta spesa per la sanità (ergo: tenuta del sistema sanitario e capacità di tracciamento territoriale).

Intanto, però, il virus ha continuato a circolare con tante persone in giro che si sono incontrate e assembramenti vari. Prima del periodo di Natale il Veneto non ha mai attuato provvedimenti restrittivi – pur avendone la piena facoltà – ma si è solo adeguato alle restrizioni decise per il resto d’Italia con l’alternanza di zone rosse nei giorni festivi e arancioni.

Zaia non ha cambiato le proprie decisioni anche quando era più che evidente che i contagiati crescevano in maniera esponenziale e si capiva bene che si stava andando incontro al peggio. Forse l’aveva capito anche lui quando a fine novembre scorso ha chiesto – con un voltafaccia incredibile – al Governo la zona rossa per il Veneto fino all’Epifania (chiedendo la responsabilità di altri).

In Veneto, Zaia ha puntato molto sui tamponi rapidi invece che su quelli molecolari. I tamponi rapidi antigenici sono meno accurati, espongono a un maggior rischio di falsi negativi come hanno denunciato gli stessi medici.

Aver utilizzato in modo pressoché unico i tamponi rapidi antigenici (anziché dei molecolari) per lo screening periodico del personale sanitario, per ammettere pazienti non-COVID in ospedale e per testare personale e ospiti delle RSA è stato un gravissimo errore perché se un operatore falso negativo mette piede in ospedale è piuttosto facile che possa svilupparsi un focolaio, come del resto è accaduto.

Per questa ragione i tamponi rapidi si sono dimostrati non adeguati al livello di confronto, tant’è che il Dipartimento della Prevenzione del Ministero della Salute tende a non conteggiarli ed in ogni caso, sugli strumenti di diagnosi è utile anche il seguente documento dell’Istituto Superiore di Sanità del 4 novembre.( https://www.iss.it/primo-piano/-/asset_publisher/o4oGR9qmvUz9/content/diagnosticare-covid-19-gli-strumenti-a-disposizione.-il-punto-dell-iss)

Sono convinto che in Veneto Zaia avrebbe dovuto agire più restrittivamente perché prima o poi, come è stato, si sarebbe arrivati al momento in cui la crescita dei casi non si riusciva più a contenere nonostante gli sforzi.

Purtroppo, se il virus circola troppo, ogni sistema, anche il più virtuoso, salta. Al momento, ahinoi, conta solo la tempistica delle chiusure per ridurre il contagio.

Pensate, secondo un calcolo fatto dalla Columbia University di New York sulla prima ondata ha dimostrato come lo stesso intervento applicato solo 1-2 settimane prima, sarebbe bastato a evitare a livello nazionale il 61,6% delle infezioni e il 55,0% dei decessi segnalati al 3 maggio negli Usa.

Per capire meglio gli errori di Zaia, può servire anche il confronto con un’altra Regione da sempre zona gialla, il Lazio. In Veneto ha subito un balzo di contagi molto elevato mentre il Lazio non ha subito un’escalation di contagi e decessi ma è sempre riuscito a contenere la diffusione del coronavirus?

La risposta è semplice: conta il livello di diffusione dell’epidemia da cui partivano entrambe le Regioni e in Veneto il virus è entrato prepotente anche nelle Rsa e negli ospedali, elementi cruciali per la diffusione dei contagi.

Ma allora, perché a fronte della rilevante diffusione del virus misurata nella prima ondata e delle rilevate difficoltà nelle Rsa e ospedali, Zaia non ha mai adottato provvedimenti restrittivi?

Perché quando ha visto che la media dell’età dei contagiati stava salendo velocemente – e ciò significava aumento dei decessi dovuti anche all’età avanzata dei contagiati – non ha agito?

E perché ha scaricato tutto sulla responsabilità dei singoli cittadini perorando la causa del tampone “fai da te” in Farmacia? Assegnare la diffusione dei contagi ai singoli è una stupidata che per nostra fortuna non sta avendo seguito.

Resta che non ha agito (per non scontentare?) ed in questo modo superficiale ha ingenerato la convinzione che il virus in Veneto fosse fortemente contrastato e monitorato.

La fiducia di tanti veneti in lui ha fatto il resto.

Ah, dimenticavo, poi c’è la risibile balla sui tamponi

Zaia giustifica la grave diffusione dei contagi in Veneto (che non é riuscito ad evitare perché non ha mai preso decisioni restrittive) con l’elevato numero dei tamponi effettuati: “se ne fai tanti (vantandosene), ne trovi tanti”.

Non fa una grinza.

Ma per capire meglio che si tratta di una falsità, serve il confronto con Lazio e Campania, due regioni a parità di popolazione. Lí gli ospedali e le terapie intensive sono occupate per la metà ed i deceduti sono meno di un terzo rispetto al Veneto.

La storiella di Zaia è una balla.

Infatti, gli scienziati (e le persone serie) calcolano il peso percentuale dei positivi sui tamponi fatti perché questo dato dice la verità con sviluppo proporzionale.

Le rilevanti differenze delle terapie intensive e dei decessi lo confermano, purtroppo

Ci sono più contagi laddove il covid era più diffuso in primavera ed i tamponi non c’entrano proprio nulla, se non per trovare e isolare i positivi. Questo avrebbe dovuto consigliare scelte restrittive, soprattutto in zona gialla.

La matematica non è un’opinione, la propaganda di Zaia, si (sulla nostra pelle, peraltro).

Saviano e la destra reazionaria di Verona

La triste vicenda che si è conclusa con il ritiro della cittadinanza onoraria di Verona a Roberto Saviano è l’ennesima prova che Verona è governata da una destra retriva e reazionaria.

La colpa dello scrittore, uno dei paladini della lotta alla criminalità organizzata, è quella di aver criticato le proposte della Lega e di Matteo Salvini.

Ciò che in democrazia è un valore, la pluralità di idee ed il dissenso, qui a Verona diventa ragione di colpevolezza (di lesa maestà?) e sinonimo di ludibrio pubblico.

Il fatto, quindi, non rileva per la caratura dell’interessato, bensì per i valori che hanno motivato prima la proposta e poi la decisione del Consiglio comunale, ovvero l’organo più rappresentativo della volontà popolare.

Innanzitutto, “punire” qualcuno perché esprime la propria opinione è segno di una mentalità oppressiva e totalitaria, in linea con le peggiori e nefaste esperienze storiche già vissute in Italia e alle quali diversi soggetti presenti in Consiglio comunale fanno riferimento addirittura con orgoglio.

Posso ragionevolmente affermare che questa decisione ricalca fedelmente la loro adesione ideale ai comportamenti dei regimi che annientavano, anche con il sangue, il dissenso.

In secondo luogo rileva l’assolutismo culturale dimostrato, ovvero quello di ritenere che la verità è solo quella che dico io o le persone a me gradite (per varie ragioni, in questo caso, politiche). E’ la cartina di tornasole di un contorto modo di intendere la vita ed i rapporti umani.

E che dire del fatto che la decisione nega la pluralità delle opinioni presenti nella società veronese (per fortuna) arrogandosi il diritto di scegliere i bravi ed i cattivi cittadini?

In passato, i medesimi consiglieri hanno agito contro i diritti di chi ha un orientamento sessuale diverso dal loro e contro i diritti del libero mercato delle persone di religione diversa dalla loro.

Ecco il punto: nelle loro elucubrazioni reazionarie e assolutiste, si spingono fino a negare e contrastare i diritti delle persone. In questo caso, il diritto di Saviano di dire quello che pensa, come chiunque.

Queste persone sono un orpello per l’evoluzione culturale della città ed un vero ostacolo alla crescita e allo sviluppo sociale.

C’è differenza tra chi propone certe cose, chi le sostiene apertamente e chi semplicemente le vota?

Sono orientato a dire di si, ma giunti ormai all’ennesima scelta di questo tipo, comincio a sospettare che le differenze siano così minime da non essere più percepite.

Verona non può permettersi una classe dirigente simile. Questi ci riportano ai tempi bui del MedioEvo.

Recovery fund, la Regione dimentica Verona.

La Giunta Regionale ha votato i progetti per i quali sono stati chiesti i finanziamenti del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (Recovery Plan) finanziato con i soldi del Recovery Fund.

Si tratta di un parco progetti enorme, per un volume di risorse pari a 24,984 miliardi (15,5 miliardi priorità 1 “indispensabile” e 9,4 miliardi con priorità 2 “necessario ma non indispensabile”). L’indicazione delle priorità da parte della Regione è decisiva per la realizzazione. Ricordo che il Recovery Fund per l’Italia sarà di 208 miliardi di euro da spendere entro il 2026.

Innanzitutto il metodo. La Lega sbraita a Roma che non viene coinvolta nei progetti che faranno parte del Piano Nazione di Ripresa e Resilienza. Ciò non è assolutamente vero.[1]

Dove governa, invece, risolve la cosa attraverso l’approvazione di una delibera regionale senza alcun confronto in Consiglio. Proposte per 25 miliardi di euro passate velocemente.

Per rendere chiaro quanto il parco progetti sia assolutamente incondivisibile, basta far riferimento alle proposte relative all’inclusione sociale. E’ una vergogna che su tanti miliardi, la Regione chiede per l’ampliamento dei servizi per la non autosufficienza solo 50 milioni di euro, per disabilità e lavoro solo 40 milioni.

Per le energie rinnovabili solo 330 milioni di cui solo 30 con priorità 1, meno di niente!

Bricioline. Poi si lamentano che non approviamo le loro proposte. E meno male!!!!

E’ risibile che in una Regione turistica come il Veneto per le Infrastrutture per l’attrattività turistica e culturale vengono chiesti solo 415 milioni di euro. Assurdo. Per Venezia, Verona e l’area del Valdobbiadene, siti UNESCO, sono stati chiesti 40 milioni con priorità 2. Arriveranno gli avanzi.

Come al solito, inoltre, i progetti per Verona sono pochi e quelli presentati hanno la priorità 2, ovvero “necessario ma non indispensabile”, quindi, progetti di serie B.

Per la conversione eco-sostenibile del sistema della mobilità, la proposta per Verona è l’accesso ferroviario al litorale Lago di Garda per 1 miliardo di euro con priorità 2. In questa previsione parrebbe rientrare anche il collegamento ferroviario Stazione Porta Nuova – Aeroporto Catullo. Quella priorità è la prova provata che non avverrà mai. Se le opere devono concentrarsi entro il 2026 e per questa proposta non esiste neanche il progetto di fattibilità, in che modo una proposta “necessaria, ma non indispensabile” potrà vedere la luce?

E’ solo una presa in giro.

Colpisce la proposta di realizzare l’asse autostradale Nogara – Mare adriatico per 2 miliardi di euro, ma con priorità 2, tanto che certamente non sarà realizzata. Fa specie vedere il giochino: nel 2019 la Regione ne blocca il project financing (e vince contro i ricorsi), poi la inserisce nel Piano Regionale Trasporti a luglio 2020 e adesso chiede i soldi del Recovery Fund per pagare il proprio contributo pubblico che la concessionaria aveva chiesto – pari tra 1,2 a 1,8 miliardi di euro – ragione per la quale aveva bocciato tutto e vinto fino al Consiglio di Stato.

Questo per dire che si tratta di un’evidente presa in giro che non passerà inosservata a Roma. Un’opera così rilevante va individuata come strategica ed indispensabile. Invece, l’hanno messa lì come fumo negli occhi.

Incredibile la volontà di finanziare la nuova strada provinciale mediana con il PNRR per 400 milioni di euro. Sebbene sia priorità 2, quindi, non passa, va detto che si tratta di un favore al concessionario autostradale A/22. Infatti, quella strada deve essere realizzata attraverso il rinnovo della concessione ad Autobrennero attualmente in corso.

Condivisibile la priorità 1 per finanziare il nuovo collettore del sistema di raccolta dei reflui nel Bacino del Lago di Garda. 120 milioni di euro che possono far parte del PNRR e meno male che c’è il Recovery fund. Il Governo Renzi, quando ha destinato i suoi 100 milioni, non ha aspettato l’aiutino. La Regione, si.

Fanno molto rumore i grandi assenti.

Nelle proposte non troviamo traccia del progetto esclusivamente dedicato al collegamento ferroviario tra la stazione di Porta Nuova e l’Aeroporto (c’è già il progetto preliminare), nulla di nulla sulla elettrificazione della linea Verona/Rovigo e men che meno notizie sulla metropolitana di superficie Peschiera/S.Bonifacio/Domegliara/Legnago, per finire miseramente con la totale assenza di richieste per la variante alla SS 12.

Noi pensiamo che, al contrario, queste siano le priorità per Verona!

Continua la grave superficialità sul collegamento ferroviario Porta Nuova/Aeroporto, mentre su altri scali si sta agendo: il Marco Polo avrà il suo collegamento (contratto di Programma RFI 2018/2019) e anche quello di Orio al Serio con Bergamo (Decreto olimpiadi).

Dimenticanze o sottovalutazioni?

Per Verona, le proposte della Regione sono un misto tra il fumo negli occhi e la negazione dell’evidenza.

 

[1] Il Governo ha predisposto Linee guida del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza.

In Novembre ha acquisito le valutazioni del Parlamento sul documento ed ha avviato un dialogo informale con la Commissione europea.

Finito il confronto in Europa (superare i veti di Polonia e Ungheria), il Governo procederà alla elaborazione dello schema del Piano nazionale di ripresa e resilienza, nel quale saranno definiti i progetti di investimento e di riforma.

In questa fase terrà conto delle proposte che ha chiesto alle regioni. Il Veneto ha presentato le proprie proposte il 17 novembre scorso.

Lo schema del Piano verrà sottoposto all’esame delle Camere prima dell’approvazione definitiva.

I progetti da finanziare devono essere “cantierabili” entro il 2026.

 

Come far ripartire l’Europa sui valori condivisi.

Per consentire all’Europa di crescere, dobbiamo cacciare la Polonia e l’Ungheria dall’Unione ed eliminare il voto all’unanimità.

Non c’è più tempo da perdere.

Non è accettabile che leader di regimi illiberali facciano parte dell’Unione europea.

In Polonia e Ungheria la magistratura è serva dell’esecutivo, hanno soffocato l’attività del Parlamento con la scusa della pandemia, discriminano chi non si allinea alle decisioni della maggioranza, considerano ogni minoranza un fastidioso intralcio e le donne un gruppo di subordinati soprammobili.

E’ vero, la procedura di infrazione è stata avviata da tempo e verrà a breve portata a compimento. Il problema, però, è che l’eventuale espulsione, pure contemplata, richiede un voto all’unanimità da parte degli Stati membri.

Ma stavolta, i due leader di quei Paesi, hanno sfidato l’Unione Europea su un tema insuperabile: mettere in discussione il rispetto dello stato di diritto, inserito come condizionalità per erogare i fondi del bilancio europeo e del Recovery fund. Il minimo sindacale che il Parlamento europeo ha chiesto, visto che Polonia e Ungheria ricevono ingenti quantità di finanziamenti da parte dell’Unione europea (rispettivamente 246 miliardi e 48 miliardi nello scorso bilancio pluriannuale, parti consistenti del loro PIL).

Orban e Morawiecki vogliono i soldi e subito, ma non vogliono intrusioni nelle loro regole interne e hanno minacciato di bloccare la chiusura del bilancio settennale dell’Unione, il Recovery Fund e naturalmente la riforma delle risorse proprie, causando il blocco totale delle attività nel momento peggiore per l’Europa.

Quei due sono sostenuti nelle loro follie da Salvini e Meloni. Quest’ultima, capo del partito dei Conservatori europei, è addirittura impegnata a difendere il PiS, il partito polacco di estrema destra e ipernazionalista che sta tenendo esso stesso bloccati in fondi per gli Italiani.

Fanno pena. Chiedono al Governo italiano di agire contro la Cina per le stesse ragioni e poi difendono i loro amichetti europei.

Dobbiamo cacciarli fuori dall’Unione, prima delle elezioni politiche italiane. Se malauguratamente dovessero vincere le destre, la cosa si complica.

Poi, bisogna limitare la regola dell’unanimità in modo che nessun altro, in futuro, possa fare come questi due signori.

La democrazia è più forte.

Il centro tamponi di Marzana non funziona! 

Il centro tamponi H24 di Marzana è assolutamente inefficace per affrontare il problema della rilevazione dei contagi con la tempestività che serve in questo momento.

Anzi, chi si rivolge a quel centro, non solo rischia qualcosa in termini di salute, ma mette in pericolo anche la salute degli altri.

Per avere il referto di un tampone molecolare, l’utente che si reca in quel centro tamponi aspetta anche tre giorni. Inaccettabile.

Il rischio è evidente:

  1. se l’utente è positivo asintomatico, per almeno tre giorni va in giro tranquillamente e inconsapevolmente con l’elevata probabilità che contagi tanti altri;
  2. se, invece, ha sintomi, non può iniziare subito l’assunzione dei medicinali previsti – tachipirina, antibiotici e cortisone – con il rischio che, intanto, il virus prosegua indisturbato nella sua pericolosa azione.

A ciò si aggiunge la comunicazione fuorviante sul sito della ULSS 9 che il centro tamponi presso la Fiera è aperto dalle 7 alle 19, ma nei giorni scorsi chi si recava lì dopo le 17 trovava i cancelli chiusi.

Cosa succede a Marzana? Perché così tanto tempo per avere l’esito di un tampone? Ed un referto con così tanto ritardo, è un referto sicuro?

Non ne parliamo, poi, del luogo fisico.

Una stanzetta di circa 10 mq con annessa un’appendice (qualcosa che somiglia ad un ingresso laterale) di circa 3mq.

Nel locale più grande vi è l’accettazione, nel più piccolo si effettuano i tamponi.

Ebbene, tutto viene svolto in assoluta promiscuità.

Al momento in cui ho fatto il tampone, le due code (accettazione e tampone) insistevano nel medesimo spazio per un totale di circa 7 persone (altre 10 circa attendevano di entrare).

In entrambi i locali non ho rilevato finestre e comunque non erano aperte.

Gli utenti avevano motivazioni diverse (era possibile sentire tutto dall’accettazione). Alcuni dei presenti dichiaravano la loro positività (per il tampone di controllo), altri la presenza di sintomi compatibili con il covid-19. Essi erano in coda tranquillamente insieme agli altri.

A me è parso chiaramente che gli spazi destinati ai tamponi, l’impossibilità fisica di gestire gli accessi in spazi così limitati e lo spazietto chiuso ove si effettuano fisicamente i tamponi medesimi, siano punti critici rispetto a quanto dovrebbe essere fatto.

Sono molto preoccupato per questo tipo di organizzazione perché vedo falle che non consentirebbero di affrontare la diffusione dei contagi a Verona con efficacia e tempestività.

Le conseguenza di questa organizzazione potrebbe essere molto pericolosa, a partire da chi si aggrava per arrivare all’impossibilità di tracciare i contatti del positivo asintomatico che per almeno tre giorni va in giro normalmente.

Serve personale? Mancano i reagenti? Non ci sono spazi diversi? Sono troppi i tamponi? Insomma, qual è il problema che va affrontato e risolto?

Non si può mettere su un’opportunità del genere e poi fallire il risultato. In questo modo si fa solo propaganda e non si risolve alcunché.

Vorrei sentire parlare di questo durante le tante conferenze stampa dove vengono fornite solo informazioni che non attengono alla realtà dei fatti che quotidianamente vivono i veronesi quando si recano in quel centro.

Alcune risposte ai sermoni di Zaia

Di solito non seguo le conferenze di Zaia, sono senza contraddittorio e gli fanno dire quello che vuole lui.

In questi giorni, però, mi sono fatto forza e le ho seguite.

Forse sarà il caso di seguirlo più spesso, in attesa che qualche giornalista gli ponga, finalmente, domande.

Per tutte le cose che ha detto, ho risposto.

  1. ” ..certo è che questo Dpcm è talmente incisivo sugli aspetti degli spostamenti che il Governo si è visto costretto ad approvare un Decreto legge”. Non è vero. Da ottobre scorso si è deciso che le regole le fissa il Parlamento con un voto ad un Decreto Legge, dal quale discende il DPCM;
  2. “…la mancata ricongiunzione dei parenti di primo grado genitori-figli se non abitano nello stesso comune”. Potrei concordare, sono tra quelli che ha chiesto al Governo di consentire a persone che vivono in comuni medio-piccoli di ricongiungersi per poche ore con familiari che abitano in altri comuni.
  3. “..immaginate che a Natale non potete vedere i figli o i genitori, poi vi affacciate alla finestra e vedete le piazze piene di gente che fanno lo spritz.” È una retorica inutile, soprattutto detta da chi può evitarlo con le proprie ordinanza. Se non è d’accordo con lo spritz, lo vieti in Veneto. Può tranquillamente farlo;
  4. “..non penso che il pranzo di Natale con i parenti rovini il piano di salute pubblica”. Questa è una sciocchezza populista. La stragrande maggioranza dei contagi avviene negli ambienti familiari;
  5. “…non si può esautorare la Regione affidando ai prefetti il coordinamento dei trasporti scolastici.” Il problema, caro Zaia, è che nonostante Legge e soldi ti consentivano di mettere sulle strade servizi scolastici aggiuntivi sin dall’apertura delle scuole, in Veneto, sono partiti solo il 26 ottobre. Meglio, allora, che se ne occupino altri. Per la nostra salute;
  6. “..non abbiamo fatto proposte, abbiamo semplicemente fatto delle osservazioni. Forse varrebbe la pena di agire in modo molto più severo sugli assembramenti negli spazi pubblici”. Ecco il punto. Non fa mai proposte perché non vuole responsabilità e chiede severità al Governo sugli assembramenti, ovvero cose che può tranquillamente fare lui.
  7. «Anche questa volta non siamo riusciti a costruire un provvedimento con il governo».Non è vero. Tutti i DPCM vengono preceduti da un dibattito parlamentare. Il Ministro della Salute presenta i dati e le intenzioni e Camera e Senato votano le risoluzioni di indirizzo per il Governo. Dalle Risoluzioni il Governo trae gli elementi per approvare un Decreto legge che autorizza il Presidente del Consiglio ad emanare i DPCM. Dopodiché viene redatta una bozza sulla quale viene avviato il confronto con le Regioni ed i Comuni. Solo al termine di questo iter, viene emanato il DPCM. In tutte le fasi, Parlamento, Regioni e Comuni le opposizioni sono pienamente coinvolte e informate. Il loro problema è che non approviamo le cose incredibili che propongono. Una serie di voli pindarici che non tengono conto dei dati statistici forniti dalla scienza. Questa è la realtà.
  1. “Spostamento tra Comuni. E’ stata applicata la stessa regola a un comune che ha la dimensione di una regione come ad uno piccolissimo. Non sono contrario alla norma, sono contrario alla sperequazione che fa questa norma”. Caro Zaia, sei stato contrario perché la vostra proposta era un liberi tutti nella regione. Forse era meglio limitare gli spostamenti tra Comuni vicini o valutare le situazioni con anziani soli, come avevo chiesto con altri Senatori.
  1. «…è innegabile che ritrovarsi con i familiari rappresenti un fattore di rischio, ma dire che la chiusura dei comuni ne rappresenti la soluzione, non è realistico. Non è una battaglia di bandiera ma di civiltà». Una retorica populista inutile e fuorviante, perché banalmente dice tutto ed il suo contrario. Se il tema è tutelare i più anziani non è di buon senso il liberi tutti, come chiedeva lui.

Non ho tralasciato nulla, ovvero, non ha mai detto qualcosa sulle scelte sanitarie che si stanno facendo in Regione, Aperture di ospedali Covid, gestione case di riposo, saturazione ospedale Legnago, vaccini antinfluenzali. Niente sulle robe sue, parla solo di quelle del Governo.

Filobus. Fatti (aggiornati) e dubbi

Il blocco della realizzazione del filobus rischia di farci di perdere il finanziamento statale di 85.651.280,53 euro.

Non sono noti i passaggi che hanno portato alla decisione di rescindere il contratto con l’ATI che doveva realizzare l’infrastruttura. Ad oggi, sappiamo solo che:

  • le criticità emerse non sono state correttamente e tempestivamente comunicate al Comitato Interministeriale per la Programmazione Economica – Sistema di monitoraggio degli investimenti pubblici   (MIP) – di cui alla legge 17 maggio 1999, n. 144 – art.  1,  comma  5;
  • prima della risoluzione del contratto, non risultano essere state presentate richieste di aggiornamento delle scadenze stabilite in ragione di eventuali cause impreviste o imprevedibili ovvero varianti tecniche sopravvenute;
  • sono state nel tempo erogate quote del finanziamento statale deciso con la delibera 26 giugno 2009, n. 28 (pubblicata nella Gazzetta Ufficiale n. 270 del 2009) e successive varianti del Comitato Interministeriale per la Programmazione Economica;
  • AMT non ha istituito il Collegio Consultivo Tecnico di cui all’articolo 6 del Decreto Legge 16 luglio 2020, nr. 76 prima di revocare l’affidamento;
  • AMT non ha risposto all’istanza di accesso presentata dall’ATI per chiedere evidenza dell’effettiva disponibilità del finanziamento dell’opera, in buona parte ottenuto tramite un finanziamento bancario il cui perfezionamento non sarebbe noto:
  • l’ATI ha presentato ricorso avverso la risoluzione contrattuale unilaterale;
  • il 9 novembre scorso Comune di Verona e AMT hanno inviato una nuova proposta al Ministero dei Trasporti che prevede una dilatazione dei tempi e anche dei costi: dai 142 milioni finora previsti con contributo statale di 85 milioni, si passa a quasi 177 milioni di cui 106 a carico dello Stato. Il rincaro si giustifica con alcune varianti sul percorso (sdoppiamento del percorso su Via Pisano e Viale Spolverini in Borgo Venezia e la ridefinizione del passaggio agli ex Tabacchi);
  • non risulta alcuna rivisitazione del mezzo. Quello che viene previsto in questo nuovo progetto è una piccola riduzione della parte elettrificata, sia per superare le criticità lungo il percorso, sia per garantire alle batteria tempi adeguati di ricaricamento. La lunghezza dei mezzi sarebbe di 18,75 metri rispetto ai 17,94 previsti attualmente;
  • viene prospettato un nuovo bando entro fine 2021,l’aggiudicazione entro luglio 2022, la stipula del nuovo contratto entro ottobre 2022, l’inizio lavori il primo gennaio 2023 e la fine lavori il 15 aprile 2026.

Non si comprende la valenza (anche temporale) della proposta, atteso che le modifiche concernenti il mezzo dovrebbero essere approvate dal MIT e, fatto ancora più rilevante, non sono terminati i procedimenti giudiziari avviati dall’ATI esclusa dall’appalto che, ovviamente, affinché possa essere valutata positivamente dal Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti, dovrebbero concludersi favorevolmente ad AMT.