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Come far ripartire l’Europa sui valori condivisi.

Per consentire all’Europa di crescere, dobbiamo cacciare la Polonia e l’Ungheria dall’Unione ed eliminare il voto all’unanimità.

Non c’è più tempo da perdere.

Non è accettabile che leader di regimi illiberali facciano parte dell’Unione europea.

In Polonia e Ungheria la magistratura è serva dell’esecutivo, hanno soffocato l’attività del Parlamento con la scusa della pandemia, discriminano chi non si allinea alle decisioni della maggioranza, considerano ogni minoranza un fastidioso intralcio e le donne un gruppo di subordinati soprammobili.

E’ vero, la procedura di infrazione è stata avviata da tempo e verrà a breve portata a compimento. Il problema, però, è che l’eventuale espulsione, pure contemplata, richiede un voto all’unanimità da parte degli Stati membri.

Ma stavolta, i due leader di quei Paesi, hanno sfidato l’Unione Europea su un tema insuperabile: mettere in discussione il rispetto dello stato di diritto, inserito come condizionalità per erogare i fondi del bilancio europeo e del Recovery fund. Il minimo sindacale che il Parlamento europeo ha chiesto, visto che Polonia e Ungheria ricevono ingenti quantità di finanziamenti da parte dell’Unione europea (rispettivamente 246 miliardi e 48 miliardi nello scorso bilancio pluriannuale, parti consistenti del loro PIL).

Orban e Morawiecki vogliono i soldi e subito, ma non vogliono intrusioni nelle loro regole interne e hanno minacciato di bloccare la chiusura del bilancio settennale dell’Unione, il Recovery Fund e naturalmente la riforma delle risorse proprie, causando il blocco totale delle attività nel momento peggiore per l’Europa.

Quei due sono sostenuti nelle loro follie da Salvini e Meloni. Quest’ultima, capo del partito dei Conservatori europei, è addirittura impegnata a difendere il PiS, il partito polacco di estrema destra e ipernazionalista che sta tenendo esso stesso bloccati in fondi per gli Italiani.

Fanno pena. Chiedono al Governo italiano di agire contro la Cina per le stesse ragioni e poi difendono i loro amichetti europei.

Dobbiamo cacciarli fuori dall’Unione, prima delle elezioni politiche italiane. Se malauguratamente dovessero vincere le destre, la cosa si complica.

Poi, bisogna limitare la regola dell’unanimità in modo che nessun altro, in futuro, possa fare come questi due signori.

La democrazia è più forte.

Il centro tamponi di Marzana non funziona! 

Il centro tamponi H24 di Marzana è assolutamente inefficace per affrontare il problema della rilevazione dei contagi con la tempestività che serve in questo momento.

Anzi, chi si rivolge a quel centro, non solo rischia qualcosa in termini di salute, ma mette in pericolo anche la salute degli altri.

Per avere il referto di un tampone molecolare, l’utente che si reca in quel centro tamponi aspetta anche tre giorni. Inaccettabile.

Il rischio è evidente:

  1. se l’utente è positivo asintomatico, per almeno tre giorni va in giro tranquillamente e inconsapevolmente con l’elevata probabilità che contagi tanti altri;
  2. se, invece, ha sintomi, non può iniziare subito l’assunzione dei medicinali previsti – tachipirina, antibiotici e cortisone – con il rischio che, intanto, il virus prosegua indisturbato nella sua pericolosa azione.

A ciò si aggiunge la comunicazione fuorviante sul sito della ULSS 9 che il centro tamponi presso la Fiera è aperto dalle 7 alle 19, ma nei giorni scorsi chi si recava lì dopo le 17 trovava i cancelli chiusi.

Cosa succede a Marzana? Perché così tanto tempo per avere l’esito di un tampone? Ed un referto con così tanto ritardo, è un referto sicuro?

Non ne parliamo, poi, del luogo fisico.

Una stanzetta di circa 10 mq con annessa un’appendice (qualcosa che somiglia ad un ingresso laterale) di circa 3mq.

Nel locale più grande vi è l’accettazione, nel più piccolo si effettuano i tamponi.

Ebbene, tutto viene svolto in assoluta promiscuità.

Al momento in cui ho fatto il tampone, le due code (accettazione e tampone) insistevano nel medesimo spazio per un totale di circa 7 persone (altre 10 circa attendevano di entrare).

In entrambi i locali non ho rilevato finestre e comunque non erano aperte.

Gli utenti avevano motivazioni diverse (era possibile sentire tutto dall’accettazione). Alcuni dei presenti dichiaravano la loro positività (per il tampone di controllo), altri la presenza di sintomi compatibili con il covid-19. Essi erano in coda tranquillamente insieme agli altri.

A me è parso chiaramente che gli spazi destinati ai tamponi, l’impossibilità fisica di gestire gli accessi in spazi così limitati e lo spazietto chiuso ove si effettuano fisicamente i tamponi medesimi, siano punti critici rispetto a quanto dovrebbe essere fatto.

Sono molto preoccupato per questo tipo di organizzazione perché vedo falle che non consentirebbero di affrontare la diffusione dei contagi a Verona con efficacia e tempestività.

Le conseguenza di questa organizzazione potrebbe essere molto pericolosa, a partire da chi si aggrava per arrivare all’impossibilità di tracciare i contatti del positivo asintomatico che per almeno tre giorni va in giro normalmente.

Serve personale? Mancano i reagenti? Non ci sono spazi diversi? Sono troppi i tamponi? Insomma, qual è il problema che va affrontato e risolto?

Non si può mettere su un’opportunità del genere e poi fallire il risultato. In questo modo si fa solo propaganda e non si risolve alcunché.

Vorrei sentire parlare di questo durante le tante conferenze stampa dove vengono fornite solo informazioni che non attengono alla realtà dei fatti che quotidianamente vivono i veronesi quando si recano in quel centro.

Alcune risposte ai sermoni di Zaia

Di solito non seguo le conferenze di Zaia, sono senza contraddittorio e gli fanno dire quello che vuole lui.

In questi giorni, però, mi sono fatto forza e le ho seguite.

Forse sarà il caso di seguirlo più spesso, in attesa che qualche giornalista gli ponga, finalmente, domande.

Per tutte le cose che ha detto, ho risposto.

  1. ” ..certo è che questo Dpcm è talmente incisivo sugli aspetti degli spostamenti che il Governo si è visto costretto ad approvare un Decreto legge”. Non è vero. Da ottobre scorso si è deciso che le regole le fissa il Parlamento con un voto ad un Decreto Legge, dal quale discende il DPCM;
  2. “…la mancata ricongiunzione dei parenti di primo grado genitori-figli se non abitano nello stesso comune”. Potrei concordare, sono tra quelli che ha chiesto al Governo di consentire a persone che vivono in comuni medio-piccoli di ricongiungersi per poche ore con familiari che abitano in altri comuni.
  3. “..immaginate che a Natale non potete vedere i figli o i genitori, poi vi affacciate alla finestra e vedete le piazze piene di gente che fanno lo spritz.” È una retorica inutile, soprattutto detta da chi può evitarlo con le proprie ordinanza. Se non è d’accordo con lo spritz, lo vieti in Veneto. Può tranquillamente farlo;
  4. “..non penso che il pranzo di Natale con i parenti rovini il piano di salute pubblica”. Questa è una sciocchezza populista. La stragrande maggioranza dei contagi avviene negli ambienti familiari;
  5. “…non si può esautorare la Regione affidando ai prefetti il coordinamento dei trasporti scolastici.” Il problema, caro Zaia, è che nonostante Legge e soldi ti consentivano di mettere sulle strade servizi scolastici aggiuntivi sin dall’apertura delle scuole, in Veneto, sono partiti solo il 26 ottobre. Meglio, allora, che se ne occupino altri. Per la nostra salute;
  6. “..non abbiamo fatto proposte, abbiamo semplicemente fatto delle osservazioni. Forse varrebbe la pena di agire in modo molto più severo sugli assembramenti negli spazi pubblici”. Ecco il punto. Non fa mai proposte perché non vuole responsabilità e chiede severità al Governo sugli assembramenti, ovvero cose che può tranquillamente fare lui.
  7. «Anche questa volta non siamo riusciti a costruire un provvedimento con il governo».Non è vero. Tutti i DPCM vengono preceduti da un dibattito parlamentare. Il Ministro della Salute presenta i dati e le intenzioni e Camera e Senato votano le risoluzioni di indirizzo per il Governo. Dalle Risoluzioni il Governo trae gli elementi per approvare un Decreto legge che autorizza il Presidente del Consiglio ad emanare i DPCM. Dopodiché viene redatta una bozza sulla quale viene avviato il confronto con le Regioni ed i Comuni. Solo al termine di questo iter, viene emanato il DPCM. In tutte le fasi, Parlamento, Regioni e Comuni le opposizioni sono pienamente coinvolte e informate. Il loro problema è che non approviamo le cose incredibili che propongono. Una serie di voli pindarici che non tengono conto dei dati statistici forniti dalla scienza. Questa è la realtà.
  1. “Spostamento tra Comuni. E’ stata applicata la stessa regola a un comune che ha la dimensione di una regione come ad uno piccolissimo. Non sono contrario alla norma, sono contrario alla sperequazione che fa questa norma”. Caro Zaia, sei stato contrario perché la vostra proposta era un liberi tutti nella regione. Forse era meglio limitare gli spostamenti tra Comuni vicini o valutare le situazioni con anziani soli, come avevo chiesto con altri Senatori.
  1. «…è innegabile che ritrovarsi con i familiari rappresenti un fattore di rischio, ma dire che la chiusura dei comuni ne rappresenti la soluzione, non è realistico. Non è una battaglia di bandiera ma di civiltà». Una retorica populista inutile e fuorviante, perché banalmente dice tutto ed il suo contrario. Se il tema è tutelare i più anziani non è di buon senso il liberi tutti, come chiedeva lui.

Non ho tralasciato nulla, ovvero, non ha mai detto qualcosa sulle scelte sanitarie che si stanno facendo in Regione, Aperture di ospedali Covid, gestione case di riposo, saturazione ospedale Legnago, vaccini antinfluenzali. Niente sulle robe sue, parla solo di quelle del Governo.

Filobus. Fatti (aggiornati) e dubbi

Il blocco della realizzazione del filobus rischia di farci di perdere il finanziamento statale di 85.651.280,53 euro.

Non sono noti i passaggi che hanno portato alla decisione di rescindere il contratto con l’ATI che doveva realizzare l’infrastruttura. Ad oggi, sappiamo solo che:

  • le criticità emerse non sono state correttamente e tempestivamente comunicate al Comitato Interministeriale per la Programmazione Economica – Sistema di monitoraggio degli investimenti pubblici   (MIP) – di cui alla legge 17 maggio 1999, n. 144 – art.  1,  comma  5;
  • prima della risoluzione del contratto, non risultano essere state presentate richieste di aggiornamento delle scadenze stabilite in ragione di eventuali cause impreviste o imprevedibili ovvero varianti tecniche sopravvenute;
  • sono state nel tempo erogate quote del finanziamento statale deciso con la delibera 26 giugno 2009, n. 28 (pubblicata nella Gazzetta Ufficiale n. 270 del 2009) e successive varianti del Comitato Interministeriale per la Programmazione Economica;
  • AMT non ha istituito il Collegio Consultivo Tecnico di cui all’articolo 6 del Decreto Legge 16 luglio 2020, nr. 76 prima di revocare l’affidamento;
  • AMT non ha risposto all’istanza di accesso presentata dall’ATI per chiedere evidenza dell’effettiva disponibilità del finanziamento dell’opera, in buona parte ottenuto tramite un finanziamento bancario il cui perfezionamento non sarebbe noto:
  • l’ATI ha presentato ricorso avverso la risoluzione contrattuale unilaterale;
  • il 9 novembre scorso Comune di Verona e AMT hanno inviato una nuova proposta al Ministero dei Trasporti che prevede una dilatazione dei tempi e anche dei costi: dai 142 milioni finora previsti con contributo statale di 85 milioni, si passa a quasi 177 milioni di cui 106 a carico dello Stato. Il rincaro si giustifica con alcune varianti sul percorso (sdoppiamento del percorso su Via Pisano e Viale Spolverini in Borgo Venezia e la ridefinizione del passaggio agli ex Tabacchi);
  • non risulta alcuna rivisitazione del mezzo. Quello che viene previsto in questo nuovo progetto è una piccola riduzione della parte elettrificata, sia per superare le criticità lungo il percorso, sia per garantire alle batteria tempi adeguati di ricaricamento. La lunghezza dei mezzi sarebbe di 18,75 metri rispetto ai 17,94 previsti attualmente;
  • viene prospettato un nuovo bando entro fine 2021,l’aggiudicazione entro luglio 2022, la stipula del nuovo contratto entro ottobre 2022, l’inizio lavori il primo gennaio 2023 e la fine lavori il 15 aprile 2026.

Non si comprende la valenza (anche temporale) della proposta, atteso che le modifiche concernenti il mezzo dovrebbero essere approvate dal MIT e, fatto ancora più rilevante, non sono terminati i procedimenti giudiziari avviati dall’ATI esclusa dall’appalto che, ovviamente, affinché possa essere valutata positivamente dal Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti, dovrebbero concludersi favorevolmente ad AMT.

A/22, colpo mortale per Verona.

La soluzione che il Governo aveva inserito nella Legge di Bilancio 2021 favorevole al rinnovo della concessione “in house” per la tratta autostradale Modena-Brennero è stata stralciata alla Camera dei Deputati. La gara europea si avvicina a passi da gigante.

Sembrava fatta. Invece, siamo passati ad un punto di non ritorno. Dopo mesi e mesi di confronto acceso tra le due soluzioni in campo, ovvero il rinnovo “in house” dopo la liquidazione dei privati che detengono quote di capitale della società o la proroga di altri 10 anni della scadenza della concessione avvenuta il 30 aprile 2014, la chiarezza era arrivata dall’Europa: la proroga darebbe luogo ad un affidamento senza gara incompatibile con la normativa UE in materia di appalti pubblici e concessioni e, inoltre, un siffatto affidamento senza gara sarebbe incompatibile con le norme UE in materia di aiuti di stato.

Per questa ragione il Governo aveva accelerato il rinnovo “in house” attraverso una norma inserita nella legge di Bilancio da approvare entro la fine di dicembre.

La proposta – articolo 130 composto di due commi – consentiva anche di superare i diktat dell’Autorità garante della concorrenza e del mercato e della Corte dei Conti che, insieme, avevano chiesto al Parlamento di avviare la gara europea per il rinnovo della concessione autostradale.

Ebbene, una parte di quella norma è stata stralciata perché dichiarata di natura regolamentare e non economica. Un errore grave, spero fatto in buona fede. Infatti, è stato stralciato solo il comma 2 dell’articolo, quello che prevedeva il meccanismo giuridico per la liquidazione dei privati. In realtà, quel comma era tutt’uno con il primo comma dell’articolo stesso che trattava la parte economica, ovvero il versamento alle casse dello Stato del fondo ferrovia che è strettamente legato alla concessione.

Il paradosso è che, adesso, anche il primo comma è inattuabile perché quel versamento doveva seguire al rinnovo della concessione che non sarà più possibile perché è stato stralciato il comma 2. Il risultato è esattamente identico allo stralcio del mio emendamento al decreto Agosto per mano della Presidente Casellati. A pensar male…

Ora esultano i contrari alla soluzione “in house”. Tra questi, anche il sindaco e il Presidente della Provincia di Verona.

Una vittoria contro Verona!

Infatti, se non si possono liquidare i privati, condizione essenziale per rinnovare la concessione “in house”, l’unica soluzione che resta è la gara europea. Non solo ci vorranno almeno tre anni, ma è anche probabile che la concessione passi di mano ad un russo o a un cinese, per esempio.

Quindi, visto che sono già passati oltre sei anni dalla scadenza, ne serviranno altri tre per la gara europea ed in più potrebbe esserci un possibile nuovo concessionario, possiamo dire che i tanti milioni di euro di investimenti previsti per nuove opere sul nostro territorio rischiamo di scordarceli.

Con buona pace di chi ci ha condotti in questa situazione assurda.

A Legnago va di moda l’oscurantismo!

Il Bonus giovani coppie deciso dalla Giunta comunale di Legnago è discriminatorio ed ha un sapore oscurantista.

Il 19 agosto scorso, la Giunta comunale di Legnago ha avviato l’iniziativa denominata “Bonus giovani coppie” ovvero l’erogazione di un contributo economico dell’ammontare di 300 euro per giovani coppie residenti a Legnago.

Tra i requisiti previsto per l’accesso al contributo vi è quello di “aver contratto matrimonio secondo il rito civile o religioso concordatario nell’anno 2020”. Dunque, dall’iniziativa restano escluse le coppie stabilmente conviventi e le coppie unite civilmente.

E’ già poco comprensibile l’esclusione delle stabili coppie conviventi e a volte con figli, ma l’esclusione delle coppie unite civilmente è addirittura discriminatorio e contrario alla legge.

Infatti, l’articolo 1, comma 20 della legge 20 maggio 2016, n. 76, estende il principio della parità di trattamento tra parti dell’unione civile e coniugi – fatte salve le esclusioni espressamente enumerate dalla norma – non solo a tutte le previsioni normative riferite al matrimonio, ovunque contenute, ma anche agli atti e provvedimenti amministrativi nonché ai contratti collettivi.

Ci sono state anche diverse pronunce giurisdizionali che, negli anni, hanno riconosciuto la portata di tale disposizione proprio in relazione ad atti e provvedimenti comunali che, riservando un trattamento differenziato alle coppie coniugate e a quelle unite civilmente – ad esempio, in sede di regolazione amministrativa della celebrazione del matrimonio e della costituzione dell’unione civile – sono state dichiarate illegittime perché gravemente discriminatorie (cfr. ad esempio, TAR Lombardia – Brescia, Sezione I, sentenza 29 dicembre 2016, n. 1791).

La delibera di Legnago nega l’evoluzione storico-culturale della società italiana aperta al riconoscimento di una pluralità di esperienze familiari. In questo modo si discrimina la pari dignità sociale delle diverse modalità con cui le persone decidono di essere o diventare una famiglia, dando così corpo alla loro autodeterminazione affettiva.

Discriminare illegittimamente le diverse forme di vita familiare – tanto più quando si tratta di provvedimenti che mirano ad assicurare adeguate condizioni materiali di vita alle coppie più giovani – è, di fatto, una lesione della dignità personale e degli articoli 2 e 3 della Costituzione.

Sul punto, insieme alla collega Monica Cirinnà, ho presentato un’interrogazione urgente ai Ministri dell’Interno e delle Pari opportunità e la Famiglia segnalando il caso.

Abbiamo chiesto di avviare iniziative concrete per fare in modo che le pubbliche amministrazioni orientino la propria azione al pieno rispetto del principio costituzionale di non discriminazione.

Le destre collaborano? NO!

In questi giorni leggo le dichiarazioni dei leader delle destre italiane, Salvini e Meloni in primis, disponibili a dare una mano nella condizione di emergenza in cui siamo.

Non nascondo lo stupore e la pena che provo per loro.

Fino ad oggi hanno sempre negato il loro voto sui provvedimenti economici più importanti, in particolare quelli serviti per pagare la cassa integrazione e i tanti bonus e ristori finora elargiti alle attività economiche italiane.

Si, questo va detto con chiarezza: le destre non hanno mai votato a favore degli scostamenti di bilancio che hanno permesso i finanziamenti di quelle importantissime misure.

Mi spiego meglio.

Sin dal primo decreto Rilancio (maggio 2020) i soldi necessari sono stati acquisiti sul mercato dei titoli (debito pubblico). Quel decreto finanziava la cassa integrazione ai milioni di lavoratori fermi a causa del lockdown nonché i tanti bonus e indennità per professionisti ed attività economiche.

Per fare l’operazione era necessario sforare il rapporto deficit/PIL fissato dalla Legge di Bilancio per il 2020. Per farlo, serviva l’autorizzazione del Parlamento con voto qualificato, ovvero con la maggioranza più uno dei componenti di Camera (316+1) e Senato 8161+1).

Ebbene, in quell’occasione le destre non votarono il provvedimento lasciando alla maggioranza l’onere.

Ciò è accaduto in altre due occasioni simili, quando lo scostamento di bilancio era necessario per finanziare il decreto Agosto (Agosto 2020) e poi il decreto Ristoti 1 (ottobre 2020).

In totale, grazie ai tre scostamenti autorizzati dal parlamento, sono stati chiesti sul mercato 100 miliardi di euro per pagare cassa integrazione e indennità varie. Ciò è stato possibile sempre e solo grazie al voto della maggioranza di Governo. Le destre non hanno mai votato.

Per equazione, posso tranquillamente affermare che senza di noi milioni di italiani non avrebbero ricevuto nulla.

In Europa, tutto uguale.

Gli amici politici nazionalisti di Salvini e Meloni (Ungheria e Polonia) pongono il veto sul Recovery fund che prevede per l’Italia 208 miliardi di euro di finanziamenti.

Se non arriveranno quei finanziamenti, i prossimi provvedimenti non potranno essere coperti economicamente. Ergo, le destre europee impediscono all’Italia di sostenere lavoratori e imprese.

E questi signori parlano di collaborazione?

Capitale della cultura 2022, Verona miseramente bocciata

La candidatura di Verona a Capitale Italiana della Cultura 2022 è stata bocciata. Altre città italiane hanno superato il primo esame, quello che riduceva da 28 a 10 i concorrenti per la scelta finale.

In pratica, Verona non ha superato neanche la prima valutazione.

E meno male che qui vi sono luoghi e monumenti che rappresentano la cultura italiana nel mondo.

La partecipazione di Verona era stata presentata in pompa magna. Alla Darsena dell’antica Dogana d’Acqua era stato presentato il Dossier «VERONA 2022. La Cultura apre nuovi mondi» da consegnare al Ministero per i Beni e le Attività Culturali e per il Turismo.

Il progetto era stato condiviso da un Comitato istituzionale variegato e molto rappresentativo.

In quell’occasione, il sindaco annunciò che il dossier raccoglieva la sua visione della Verona del futuro, un’idea di città che puntava ad espandersi oltre alla cultura e alla storia, per pianificare e svelare nuovi modi di essere Verona.

Peccato che quella visione è stata sonoramente bocciata. Peccato per i veronesi, ovviamente. Quando non si supera neanche la selezione iniziale può significare che o il progetto è sbagliato o quello che è stato presentato non valorizzava alcunché.

Un disastro.

E meno male che era stato presentato come un progetto che rafforzava l’offerta culturale cittadina, valorizzando il patrimonio storico-artistico locale e l’insieme dei suoi eventi, con un forte accento sull’accessibilità e la partecipazione di diverse fasce e tipologie di pubblico.

Credo proprio che la bocciatura da parte di esperti nazionali significhi che il Comune ha completamente sbagliato il progetto stesso. Impensabile, diversamente, addirittura la bocciatura al primo vaglio. Infatti, certamente non era facile prevalere, ma non superare neanche il primo turno di selezione per una città come Verona visitata da milioni di turisti proprio per la storia romana e italiana che rappresenta è uno schiaffo che colpisce e molto.

Quante altre città italiane possono vantare di essere dantesca e shakespeariana, quante hanno un grande anfiteatro, reperti archeologici e monumenti che testimoniano duemilacinquecento anni di storia?

Eppure, nonostante questo patrimonio, il Comune di Verona è stato capace di non superare neanche il primo turno.

L’ennesimo fallimento che sta facendo regredire la città.

Multe, potere e arroganza. Uno scenario triste

Il fattaccio è noto: il deputato di Fratelli d’Italia nonché Presidente del Consiglio Comunale di Verona, Ciro Maschio, in 19 mesi ha ha accumulato più di 100 multe, per un totale di circa 16mila euro da pagare al Comune di Verona.

Una cosa strana perché si tratta di violazioni a ripetizione delle quali certamente l’interessato era venuto a conoscenza sin dall’inizio, 19 mesi fa.

Quindi, il primo dato negativo è che nonostante sapesse delle infrazioni fatte, ha perseverato scientemente nel comportamento di violare il divieto imposto di transitare in Corso S. Anastasia con l’auto propria.

Perché si è comportato così?

Non contento di questo atteggiamento, il deputato Maschio ha lamentato che, a differenza di un comune cittadino, la norma gli ha impedito di far ricorso contro i divieti di circolazioni introdotti dal Comune.

Infatti, se un consigliere comunale avvia un contenzioso contro il Comune per il quale riveste la carica, per legge decade.

Però, secondo dato negativo, quella lamentale tradisce il fatto che lui contesta il divieto di transitare in centro, fatto già di per sé censurabile e che per questo si arroga il diritto di non pagare, come diversamente farebbe un qualsiasi cittadino.

Perché si è comportato così?

I fatti evidenziano una certa arroganza nei confronti delle Istituzioni (il Comune di cui è Presidente del Consiglio Comunale, peraltro)e  nella ricerca delle soluzioni a proprio favore (il non pagare le multe), arroganza condita dall’autoattribuzione di “poteri” che nessuna comunità può avergli conferito (il trasgredire i divieti sapendo di farlo).

Ma adesso, paga?

Probabilmente, si. Infatti, la sua messa in mora da parte del Comune provocherebbe comunque la decadenza dall’incarico, cosa che vorrebbe evitare, visto che non faceva ricorso contro le multe per lo stesso motivo.

Quindi, egli aderisce a rispettare le regole e a pagare soltanto perché rischia di decadere da Consigliere Comunale?

Anziché chiedere scusa per questi comportamenti contrari a qualsiasi dovere civico, a maggior ragione per gli esempi che una carica istituzionale dovrebbe dare, l’interessato ha fornito inverosimili (e sciocche) scusanti.

Resta una domanda: a chi viene concesso di accumulare decine e decine di multe per migliaia di euro? E perché il Comune non è intervenuto in questi 19 mesi? Se non fosse stato deputato e Presidente del Consiglio Comunale della maggioranza, sarebbe stato trattato in altro modo?

Solitamente, infatti, per i “normali” cittadini ci sono procedure molto rigide che prevedono in caso di multe non pagate anche il blocco dell’auto.

Mah, siamo di fronte a fatti che denotano uno scadimento generalizzato del senso comune di solidarietà e rispetto verso le Istituzioni e verso la comunità veronese.

La Presidente Casellati contro gli interessi di Verona (e del Veneto)

La Presidente del Senato ha dichiarato inammissibile un emendamento che devolveva la gestione dei servizi ferroviari interregionali da Bologna al Brennero, passando per Verona, alla Regione Veneto.
La proposta era stata accolta da tutti i ministeri competenti, dalle Ferrovie dello Stato ed era stata votata favorevolmente dalla Commissione Bilancio del Senato, tanto che il Governo l’aveva inserita nel maxiemendamento a sostegno della questione di fiducia posta sul Decreto Agosto votata martedì.
Tutto era fatto ma la Presidente Casellati all’ultimo minuto ha inspiegabilmente dichiarato inammissibile l’emendamento.
Ho un dubbio: non è che la Presidente, veneta peraltro, abbia voluto evitare che il merito di questa grande operazione devolutiva fosse attribuito al PD Veneto? Se fosse così ha agito come parte politica anziché mantenere il proprio ruolo di garanzia. Sarebbe grave!
La seconda carica dello Stato non può essere svilita in questo modo.
Nei fatti, ha concretamente impedito che le funzioni e i compiti di programmazione e di amministrazione dei servizi interregionali ferroviari per quella tratta ferroviaria nonché i 95 milioni di euro necessari per gestirla, venissero consegnati alla Regione Veneto.
Considero quella decisione un danno vero alle prospettive di sviluppo della mobilità in Veneto e, soprattutto, a quelle di Verona. Potevamo giovarci di un servizio gestito dal territorio, invece la Presidente ha scelto di farlo gestire da Roma. Infatti, quel servizio ferroviario, che non rientra nel servizio di collegamento nazionale, è attualmente gestito da Trenitalia.
Ero e resto convinto che debbano essere le Regioni a gestire questi servizi secondo le esigenze del territorio cui sono strettamente connessi, posto la loro naturale complementarietà ai collegamenti regionali e comunque a quelli utilizzati dall’utenza pendolare.
Non ho avuto bisogno di spinte autonomiste per proporre una devoluzione di competenze e risorse in ossequio al principio costituzionale della sussidiarietà, spesso negato dalla pretesa di un’autonomia vuota e propagandistica.
Un vero peccato che fa perdere inutilmente tempo. Si, perché rinnoverò la proposta nella Legge di Bilancio, checché ne pensi la Casellati.
Intanto, ho chiesto che proseguano i confronti tra le parti – FFSS, Ministero Trasporti e Regione Veneto – affinché sia predisposto un tavolo per redigere un apposito Accordo di Programma in modo da individuare direttamente sia i servizi di interesse sia la modalità di affidamento, entro il 31 dicembre 2021.
Siamo di fronte ad un fatto paradossale, unico nel suo genere. Una proposta condivisa da tutti gli interessati, bocciata dal ruolo di garanzia.