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Variante SS12, ANAS rema contro

Se la variante alla strada statale 12 non sarà inserita tra quelle da commissariare la responsabilità sarà di ANAS SpA, anche a causa della politica debole.

È davvero incomprensibile come sia possibile questa sottovalutazione sia del ministero sia della  struttura tecnica che, di fatto, rischia di impedire lo sviluppo del nostro territorio.

I fatti.

Con il Governo Conte II avevamo deciso di nominare alcuni commissari per diverse opere pubbliche strategiche con un elevato grado di complessità progettuale ed in forte ritardo rispetto alle esigenze. Lo scopo era quello di accelerare le procedure e risolvere i tanti nodi che in varie procedure stavano ritardando la realizzazione di infrastrutture importanti per lo sviluppo.

Di conseguenza, con il primo dei due Decreti previsti, una parte di quelle opere, 57 in tutta Italia, sono state effettivamente commissariate. Entro giugno deve essere emanato il secondo Decreto.

Ebbene, da relatore nella prima occasione, nel previsto parere della mia Commissione, avevo inserito l’espressa indicazione che la variante alla SS 12 doveva essere commissariata con il secondo Decreto. Infatti, ero e resto convinto che la variante deve essere trattata come opera olimpica in quanto, come è noto, a Verona – in Arena – si concluderanno le Olimpiadi Milano-Cortina 2026.

Analogamente è stato fatto per altre opere similari, sia in Veneto sia in Lombardia.

In merito, l’intervento ha un costo stimato di 145 milioni di euro ed è inserito nel contratto di programma 2016/2020. Il progetto preliminare è stato redatto da Veneto Strade SpA e dal 2018 è stato spostato a carico di ANAS. La conferenza di servizi è stata conclusa e l’anno scorso è stata attivata la progettazione definitiva che è stata praticamente conclusa con il recepimento delle lievi modifiche chieste dal territorio.

A fronte di questi elementi, progettazione adeguata – che consentirebbe la realizzazione della variante nei tempi previsti per le olimpiadi – e chiara volontà del Parlamento espressa con il mio parere, non capisco come sia possibile che ministero e ANAS possano fare orecchie da mercante.

Non nascondo una certa irritazione nei confronti del Ministero delle Infrastrutture e della mobilità sostenibili. Quando la politica è debole assumono rilevanza decisioni di mera natura tecnica. E questo è il classico caso!

Spero in un sussulto e auspico una revisione dello stato dell’arte con scelte positive a favore dello sviluppo di Verona

Verso le elezioni comunali. Che fare

L’anno prossimo si vota per rinnovare il Consiglio Comunale di Verona. Un appuntamento importante in previsione del quale mi permetto una riflessione.

Alcuni dati di fatto iniziali: in campo ci saranno, tra gli avversari, certamente Federico Sboarina, sindaco uscente sostenuto dal centrodestra classico e Flavio Tosi con la sua lista civica.

Nell’area del centrosinistra, a parte la presenza forte elettoralmente del Partito Democratico, vi è una pluralità eterogenea di forze civiche e politiche, peraltro quasi tutte o che sostengono elettoralmente il PD a livello nazionale o originate da scissioni dal PD.

Questo primo dato dice che il Partito Democratico è perno di una qualsiasi composizione alternativa a qualsiasi altro schieramento politico avversario.

Un altro elemento rileva, e molto: nelle ultime tre occasioni elettorali, il centrosinistra non è arrivato neanche al ballottaggio. Cinque anni fa a causa delle divisioni che erano state create e che avevano determinato più liste del centrosinistra.

Questo dato deve essere un monito perenne. Solo l’unità della nostra coalizione può consentirci di competere alla carica di sindaco.  

In questa direzione il nostro candidato sindaco avrà un ruolo determinante. A lui spetterà il compito di “comprendere” le aspettative di tutti in una sintesi che poi sarà la sua proposta per Verona.

Prima di allora, però, i partiti e le formazioni civiche hanno il dovere di creare le condizioni migliori per l’individuazione di un candidato unitario. In primis, chi è il più grande, come il PD.

A noi, quindi, il compito di promuovere e stimolare ogni azione interna alla nostra area di riferimento, per favorirne l’unità massima possibile.

Qui un altro dato, più che altro un timore: capisco che le altre formazioni, politiche e civiche, vuoi per favorire il proprio radicamento territoriale (farsi conoscere e crescere), vuoi per presentare progetti diversi (altrimenti non si sarebbero scissi), possano mirare al consenso del PD per eroderlo. D’altronde, non credo che saranno attrattivi a destra.  

Questa legittima aspirazione politica non può collimare totalmente con gli interessi del PD che, pur avendo il compito di favorire e salvaguardare l’unità del centrosinistra, non può restare immobile nell’iniziativa politica.

A tutti gli alleati possibili questo assunto va ribadito, con forza.

Nessuna arroganza, ovviamente, ma abbiamo il dovere di esercitare un ruolo con la consapevolezza che è il PD che, volente o nolente, è determinante sia nella fase di costruzione della coalizione sia nel voto.

Un altro dato rileva. In quasi tutte le formazioni politiche e civiche di area, hanno ruoli personalità che provengono dal PD e che hanno scelto di collocarsi altrove per ragioni politiche identitarie ma, a volte, anche a seguito di contrapposizioni maturate esclusivamente nella dimensione territoriale veronese, sia nel PD, sia nelle altre forze nelle quali si erano collocati inizialmente.

Questo, se da un lato (per i primi) può favorire un approccio positivo, dall’altro (per i secondi) potrebbe essere elemento di criticità perché nulla e nessuno può escludere che quei contenuti che erano stati superati, ragione per la quale gli interessati hanno lasciato – e avversato – il PD o le altre forze, possano rientrare nel dibattito attraverso altri canali.

Per evitare che ciò avvenga, serve una forte iniziativa politica del PD, a guida della coalizione da formare. Impossibile che possano prefigurarsi scenari diversi.

Ritorno sul candidato.

E’ positivo che sulla figura di Damiano Tommasi, che non ha ancora sciolto la riserva, ci sia una sostanziale unità. Sono fiducioso per la difficile partita da giocare.

Ho un timore, però.

Se non dovesse essere questo lo scenario, quale altra figura sarà capace di unire la coalizione? Ci sono altri autorevoli candidati, certo, ma nell’estrema ipotesi che nessuno unisca come Tommasi, poiché è impensabile che tutti presentino un candidato, l’opzione potrebbero essere le primarie, strumento utile in mano a tutti i nostri elettori per scegliere il candidato più unitario possibile.

In questo ultimo scenario, il lavoro da fare oggi per rafforzare l’unità del centrosinistra, certamente favorirà la più ampia e plurale partecipazione alle primarie.

Non abbiamo altre scelte, pena la divisione e, conseguentemente, la sconfitta senza neanche competere.

Sboarina, uno schiaffo ben assestato!

La Prefettura di Verona ha pubblicato il bando per la predisposizione di circa 1.200 posti per altrettanti richiedenti asilo da distribuire in appartamenti o in centri collettivi.

Subito il sindaco Sboarina ha cominciato a sbraitare: «Il ministro Lamorgese non difende i confini nazionali. Verona non diventerà una zona franca per i migranti clandestini».

Insomma, la solita reazione isterica delle destre.

Un’isteria strabica, peraltro. Infatti, ogni anno, alla scadenza del bando per l’accoglienza dei richiedenti asilo, la Prefettura di Verona non fa altro che predisporre il rinnovo, come previsto dalle norme nazionali ed europee sull’accoglienza.

Ogni anno, puntualmente, Sboarina ritira fuori sempre lo stesso comunicato di contrarietà, cambia solo la data.

Ah, no…stavolta qualcosa l’ha cambiata: prima attaccava il Governo, adesso solo il Ministro dell’Interno. Eccerto, mica può attaccare i suoi alleati di Forza Italia e Lega.

In merito alla polemica che ha avviato, però, Sboarina ha preso uno schiaffo rumoroso. Il coordinamento degli enti che gestiscono l’accoglienza sul territorio veronese ha reso noti i dati specificando, innanzitutto, che i posti a disposizione non sarebbero per nuovi arrivi, ma si tratta solo del rinnovo del bando per ospitare i richiedenti asilo già presenti nel veronese.

Inoltre, i numeri veri sono in netta diminuzione: a gennaio 2020 nella provincia di Verona erano oltre 1.500 e nel bando pubblicato ad aprile 2019 i posti da assegnare erano 1.900.

Adesso sono 1.192  in quanto tanti hanno avuto il permesso di soggiorno perché avevano i requisiti.

In pratica, non c’è nessun nuovo arrivo.

Alla luce di questa precisazione di verità, è davvero incredibile anche l’accusa di Sboarina di “non volere Verona rifugio di nuovi flussi di migranti”.

Una polemiche isterica che è stata fondata solo sulla propaganda senza alcun elemento di verità.

La (ex) Caserma Busignani non ci sarà più

Il progetto per trasformare la (ex) Caserma Busignani, storico edificio militare in Piazza Pozza a S. Zeno, in una cittadella degli uffici statali, è pronto.

Si realizza, così, il primo dei cinque impegni assunti con il Protocollo sottoscritto il 9 dicembre 2015 tra il Comune di Verona, il Demanio ed il Ministero della Difesa.

L’origine della svolta è il Decreto Sblocca Italia (Agosto 2014) e ne ho parlato da tempo. Qui, per leggere https://www.vincenzodarienzo.it/il-riutilizzo-di-caserme-sono-unoccasione-per-verona/.

Sono soddisfatto perché è partito il primo dei cinque progetti che ho sostenuto sin dal 2014, quando da relatore dell’art. 26 del Decreto Sblocca Italia nella Commissione Difesa della Camera, collaborato da tecnici del Comune di Verona, ho delineato la cornice legislativa che ha autorizzato gli accordi che hanno portato a questo primo risultato.

Dunque, il primo atto è stato fatto: la caserma Busignani è stata retrocessa da parte dell’Esercito Italiano al Demanio e questi ha pronto il progetto che, oltre a ristrutturare l’imponente immobile, prevede la collocazione di numeri uffici statali dislocati in giro e per i quali verranno risparmiati i canoni passivi a carico dello Stato.

Troveremo lì gli uffici del Ministero del Lavoro, della Giustizia e dell’Economia e delle Finanze. Una razionalizzazione di spazi e luoghi come mai vista prima a Verona che ridisegnerà la mappa dei servizi al cittadino e la nuova vivibilità del quartiere.

Il primo atto favorirà anche i prossimi scambi sui quali è stato raggiunto l’accordo e che coinvolgono altri immobili militari, ovvero le caserme Trainotti (Veronetta), Rossani (Cittadella), Pianell e Li Gobbi (Scalzi).

La caserma Trainotti, ex Distretto militare, sarà trasformata in residenze e concorrerà a riqualificare il quartiere di Veronetta, mentre la caserma Rossani, ex Presidio militare, ristrutturata dal Comune ospiterà la Polizia Locale oggi allocata nel vecchio monastero in Via del Pontiere.

L’Esercito Italiano recederà dalle tre caserme citate per allocare le proprie risorse militari presso le saserme Pianell e Li Gobbi, ove sorgerà, di fatto, la cittadella militare che comprenderà anche l’ex Ospedale militare.

Verona è uno dei pochi Comuni italiani che ha approfittato di quella norma ed è l’unico per numero di caserme in gioco.

Quando i danni li fa il Comune

A causa del Comune di Verona, non è stato possibile inserire la tratta ferroviaria alta velocita Verona – Pescantina nel Piano nazionale Ripresa e Resilienza.

Come è noto, con il Recovery fund l’Unione Europea ha deciso di sostenere la ripresa dei paesi europei colpiti dalla grave pandemia da Covid 19. Tra questi l’Italia ha ottenuto finanziamenti per 209 miliardi di euro per sostenere sei missioni strategiche.

Una di queste riguarda le infrastrutture, per le quali il finanziamento europeo sfiora i 30 miliardi di euro.

Quali progetti possono essere finanziati? Quelli per i quali entro il 2023 possono essere impegnati i fondi ed entro il 2026 essere spesi. Quindi, progetti ad un certo livello di progettazione, almeno definitivo condiviso dal Comitato Interministrperiale Programmmazione Economico.

Quindi, il PNRR per Verona ha finanziato la tratta alta velocità da Brescia a Vicenza – sulla linea Milano – Venezia) considerato che per questo percorso la progettazione è ad un livello tale da poter rientrare nel Piano.

Per la tratta Verona – Brennero, invece, non è stato possibile inserire nel Piano il quarto lotto funzionale delll’alta velocità Verona – Pescantina. Un vero peccato, perché ci sarebbero stati i tempi per avere, oggi, il livello di progettazione utile. Invece, siamo ancora al progetto preliminare.

Cosa è successo?

Nel corso del mese di settembre 2018, Rete Ferroviaria Italiana ha presentato il progetto preliminare al Comune di Verona per acquisirne il necessario parere e le integrazioni ritenute utili. Una normale procedura che anzichè essere affrontata con urgenza, come era ovvio pensare, è stata enormente rallentata dal Comune. infatti, il parere è stato espresso alla fine del 2020.

Due anni di tempo per valutare il progetto premilinare che, quindi, è rimasto tale. Infatti, sulla base delle osservazioni presentate, RFI sta aggiornando il progetto.

Ciò ha comportato che la tratta interessata non avesse le caratteristiche utili per ottenere i finanziamenti europei.

I danni collaterali sono importanti, oltre a quello del mancato finanziamento. Rallentare l’alta velocità verso nord, inciderà negativamente anche sullo sviluppo della piattaforma logistica del Quadrante Europa che si distingue in particolare a supporto dei mercati delle merci del nord Europa.

Non è dato sapere per quale ragione ci sia stato quel grave ritardo, È certo, pero, il danno.

 

Sostenere Verona Fiere

L’Italia faccia come la Germania e finanzi a fondo perduto le Fiere italiane più grandi.

Durante l’anno scorso e, purtroppo, prosegue anche in questa prima parte dell’anno, tutte le Fiere italiane sono state praticamente azzerate.

La pandemia ha costretto modifiche e rinvii di occasioni fieristiche di livello internazionale, anche a causa dell’impossibilità degli operatori economici di poter circolare liberamente nel mondo.

Il settore, caratterizzato soprattutto su strutture sociali di carattere privatistico, non ha potuto usufruire sufficientemente dei vari sostegni e ristori che nel tempo sono stati decisi, ragione per cui la sofferenza economica finanziaria si è certamente acutizzata.

Così è stato anche per Verona Fiere. Il problema è il rischio che corre la nostra Fiera rispetto ad altri competitor se questi ripartono prima. Si potrebbe scatenare un’operazione di cannibalismo: chi si riprende prima, soffia momenti fieristici ad altri che faticheranno a riprendersi, compresa Verona Fiere.

L’allarme è già suonato: la Germania ha deciso di sostenere con circa 642 milioni di euro il proprio sistema fieristico.

Un sostegno a fondo perduto per coprire le perdite del settore fieristico da marzo a dicembre 2020 per effetto delle restrizioni anti-contagio, in Italia e nel mondo. Lo strumento finanziario è stato autorizzato dalla Commissione Ue, insieme alla deroga al regime de minimis sugli aiuti di Stato alle Piccole e medie imprese, che consente solo contributi di piccola entità, insufficienti per coprire le perdite subite dalle principali società.

La decisione darà ossigeno al sistema tedesco e lo pone con forza sul mercato mondiale.

La Fiera di Verona è tra quelle maggiormente danneggiate in Italia, anche per la sua dimensione internazionale. Non ci sfugge la forte e pericolosa concorrenza della Germania nei confronti della nostra Fiera.

Il Governo Draghi decida di fare la stessa cosa, ovvero, chieda in Europa la deroga come ha fatto la Germania e provveda ad un adeguato finanziamento a fondo perduto delle maggiori fiere italiane.

Verona Fiere, a quel punto, certamente sarà tra quelle che dovranno far parte di questo pacchetto di aiuti e, di conseguenza, reagire agli eventuali sbilanciamenti che si creeranno tra chi parte prima e chi dopo.

A livello nazionale, ovviamente, questo tipo di sostegno potrà salvaguardare la liquidità delle fiere e, quindi, favorirne la ripresa che, temo, potrà essere piena solo a partire dal 2023.

Comune, basta buttare via i soldi!

Il Comune di Verona spende 188.059,05 euro per una gara per la redazione dello studio di fattibilità per la realizzazione di un collegamento in sede riservata per l’aeroporto Catullo, la stazione ferroviaria di Porta Nuova e l’area della fiera.

Ecco come si buttano via i soldi dei cittadini veronesi.

Si tratta di uno studio che è solo frutto di un’idea strampalata e che rischia di affossare definitivamente il progetto del collegamento ferroviario – modello metropolitana di superficie – da sempre auspicato. Peraltro, come è noto c’è già il progetto preliminare.

Il Comune poteva sollecitare la prosecuzione dei lavori nell’ambito del rapporto instaurato con Rete Ferroviaria Italiana per l’acquisizione delle aree dell’ex scalo merci di Santa Lucia, anziché pagare chissà chi per realizzare una cosa completamente alternativa.

Di quale progetto stiamo parlando?

Le Ferrovie dello Stato e la Provincia di Verona all’inizio degli anni 2000 stipularono una convenzione per cofinanziare la progettazione del collegamento Ferroviario con l’aeroporto Valerio Catullo.

All’epoca fu commissionato alla società «RPA engineering consulting» il progetto preliminare del collegamento ferroviario Verona-Aeroporto Valerio Catullo-Villafranca di Verona lungo la linea storica Verona-Mantova.

Quel progetto preliminare venne approvato con prescrizioni dal Consiglio Superiore dei LL.PP. e fu inserito nella legge obiettivo (n. 443 del 2001). Inoltre, con la delibera CIPE del 21 dicembre 2001, n. 121, venne anche approvato il primo programma delle opere strategiche.

Il progetto preliminare del 2003 ebbe un esito positivo in VIA e ottenne tutti i pareri favorevoli previsti x legge. Purtroppo non fu trasmesso al CIPE perché la progettazione definitiva non era finanziata.

Nel 2011, nella ricognizione dello stato di attuazione della legge obiettivo, l’opera ferroviaria venne riportata nell’elenco opere inserite nel programma delle infrastrutture strategiche per un costo totale di circa 90 milioni di euro.

A dicembre 2015, in fase di discussione della Legge di Stabilità 2016, il Governo Renzi approvò il mio Ordine del Giorno impegnandosi a riprendere il contesto al fine di riavviare le previste procedure per attualizzare la progettazione e i possibili finanziamenti.

Ancora più recentemente, nel 2019, avevo inserito nell’aggiornamento del Contratto di Programma RFI 2018/2019, la necessità di accelerare le procedure di progettazione.

Dunque, se le cose stanno così, con un progetto preliminare già fatto, già pagato, già valutato, che rientra nella legge obiettivo e nelle delibere CIPE e che è stato aggiornato nel 2011 e ripreso nel 2019, perché spendere soldi inutili per chiedere idee sul collegamento Aeroporto-Stazione Porta Nuova? Non bastava perorare la causa presso le Ferrovie anziché buttare via i soldi per un progetto che seppellirà anni e anni di impegni per averlo?

Sarebbe davvero comico se venisse fuori che il collegamento con il treno è indispensabile. Un concorso per farsi dire quello che già sappiamo.

Questo atto avrà due conseguenze: sarà molto difficile che le idee che saranno presentate avranno seguito (chi pagherà la loro realizzazione milionaria?) e intanto il progetto della metropolitana di superficie subirà un altro stop per chissà quanti anni ancora.

Davvero incomprensibile questa confusione. Il Comune poteva impegnarsi per far rientrare l’opera tra quelle necessarie per le Olimpiadi Milano-Cortina 2026, come ha fatto Bergamo per il collegamento tra la città e l’Aeroporto Orio al Serio, ma ha preferito buttare via inutilmente una bella montagna di soldi dei veronesi.

TAV Verona/Pescantina. Chi pensa agli espropriandi?

L’approvazione della Provincia di Verona delle integrazioni al Protocollo 2013 fa emergere una conferma – il Comune di Verona ha mentito sul progetto preliminare – e una verità – tutti si sono dimenticati dei veronesi che subiranno l’esproprio delle proprie unità abitative.

 

Ormai è più che evidente che il Comune di Verona ha rallentato la realizzazione della TAV Verona/Pescantina. Ha tenuto fermo tutto per due anni e ha fatto credere che non avesse il progetto preliminare consegnato nel settembre 2018.

L’atto della Provincia di Verona è l’ulteriore conferma che il progetto preliminare esiste e che deve essere adeguato alla luce delle nuove richieste. La prima conferma era già stata la delibera di giunta 2020/273 del 2 settembre scorso, ovvero l’approvazione dell’atto integrativo del Protocollo stipulato tra Comune e Rete Ferroviaria Italiana nel maggio 2013.

Questo grave ritardo è stato uno dei motivi per i quali l’apertura della linea ferroviaria veloce verso nord è slittata dal 2026 al 2028/2029.

Le bugie hanno le gambe corte!

Ancora più grave il fatto che, nonostante il progetto preliminare del 2018 contenesse anche gli espropri nelle zone di S. Massimo, Chievo e La Sorte, nell’attuale aggiornamento del Protocollo 2013 non se ne parla.

È assurdo che nell’atto integrativo non c’è alcun impegno del Comune verso i residenti che saranno espropriati delle loro abitazioni per consentire la costruzione delle gallerie previste.

Le schede tecniche del progetto preliminare 2018 contengono i terreni e gli immobili che saranno oggetto di espropri. Nonostante questo, non vi è alcun cenno alle compensazioni a favore dei residenti che saranno espropriati.

Eppure, ancora otto anni fa il Comune si era impegnato a trovare un terreno con caratteristiche analoghe alle zone interessate dai lavori ove ricostruire le nuove abitazioni. Cosa impedisce di procedere su questo fronte coinvolgendo i residenti interessati e rispettare i loro legittimi diritti?

Dopo tanti anni persi è più che doveroso  che il Comune di Verona, considerato che conosce nel dettaglio gli immobili interessati dalle demolizioni, organizzi un tavolo per confrontarsi con gli espropriandi e lavorare con loro all’individuazione dei terreni ove ricostruire.

Inoltre, è necessario che il Comune si assuma la responsabilità di avviare subito un tavolo con le ferrovie per regolare con un accordo di programma i rapporti patrimoniali in gioco e volgerli a beneficio della comunità, in modo da non lasciare da soli i veronesi coinvolti dagli espropri.

Il Comune si sta macchiando di una grave responsabilità unita a quella di non voler istituire un osservatorio/infopoint presso il quale i residenti interessati, espropriandi e non, e chiunque altro possano avere tutte le informazioni possibili.

L’alternativa all’immobilismo a Verona

Sulle pagine de L’Arena, il collega Massino Ferro ha invocato un nuovo Rinascimento appellandosi, di fronte alle sfide che la pandemia ci pone, al senso civico e alla disponibilità dei “migliori” all’impegno.

Pur non concordando con la visione negativa sulla società che il Sen. Ferro esprime – sono ottimista perché anche tra mille difficoltà l’Italia sta resistendo e reagendo bene – raccolgo il punto nodale del suo pensiero: l’invito all’impegno.

A Verona.

Qui siamo di fronte ad investimenti e scelte che modificheranno senz’altro il tessuto economico e sociale.

L’imminente arrivo dell’alta velocità ferroviaria est ovest e verso nord, consentirà a Verona, grazie alla strategica posizione geografica, di avere opportunità di centralità commerciale e industriale molto più sviluppate di quelle oggi conosciute.

L’Europa sarà sempre più lo spazio e il tempo di riferimento del nostro territorio e gli investimenti del Recovery fund accresceranno ancor più il sentimento e l’intraprendenza europeista che sono al centro dei progetti di crescita con quei fondi europei.

I riverberi turistici e di marketing territoriale si moltiplicheranno, soprattutto per un territorio che già parte in forte vantaggio, come il nostro.

Ebbene, se questo è lo scenario occorre prendere atto che la Verona politica in questi anni è rimasta imbrigliata in logiche totalmente localistiche, senza la minima visione “fuori dalle mura” che serve per cogliere ciò che sta arrivando.

E’ a tutti evidente, peraltro, che lo schieramento politico che governa la città da 15 anni è fortemente diviso al proprio interno e divisivo nella società.

Con queste premesse, le prossime elezioni comunali rischiano di riperpetuare lo stesso schema anche in futuro.

Non mi permetto di dire che le cose migliori sono nel mio campo politico, sarebbe sciocco da parte mia, ma posso tranquillamente affermare che se le premesse sono quelle conosciute, l’alternativa può essere costruita solo da coloro che non hanno partecipato al governo della città, siano essi la politica o la società civile.

Rispetto alle profonde divisioni registrate, che si confronteranno di nuovo alle prossime comunali e, quindi, di fronte al concreto rischio per il futuro, il “risveglio” del senso civico che il collega invoca favorisce naturalmente l’incontro ed il cammino comune tra quella parte della società e quella politica che condividono le preoccupazioni per l’immobilismo di oggi e quello possibile per il futuro.

Un percorso simile non nega le appartenenze, anzi, partendo dai rilievi su quanto è stato fatto finora, in maniera plurale può mettere in campo un progetto europeista ampio e comprensivo di diverse culture e idee.

Per quanto ci riguarda, penso che una fase simile andrebbe favorita dal Partito Democratico, per la visionaria cultura politica europeista che ci contraddistingue e, pertanto, per la conseguente apertura verso quella società che vuole costruire una realtà diversa e più dinamica rispetto a quanto visto finora.

Il male dei lavoratori

Quanto sta accadendo all’Istituto pubblico di assistenza e beneficenza di Verona, ovvero al meglio conosciuto come Istituto assistenza anziani, un ente pubblico che si occupa di anziani non autosufficienti, che è una delle più grandi Residenze sanitarie assistite del Veneto (600 posti letto) è il più chiaro esempio di come si calpestano i diritti dei lavoratori.

Soprattutto in questo delicato momento.

Nonostante sia gestito da un consiglio di amministrazione i cui componenti sono nominati su indicazione del sindaco (tre membri ) e del Presidente della Provincia (un membro), quindi, dai rappresentanti politici del territorio, l’Istituto ha avviato una vertenza contro i lavoratori – circa 500 più altrettanti già in pensione – ai quali ha chiesto la restituzione di indennità di rischio e aumenti di stipendio percepiti negli ultimi anni sulla base di una regolare contrattazione aziendale degli ultimi dieci anni.

Che la dirigenza dell’Istituto mal sopporti i lavoratori lo si era già capito a giugno 2019 quando aveva denunciato 33 di essi al termine di uno sciopero. In quell’occasione, però, ad essere condannato fu l’Istituto medesimo per condotta antisindacale per aver commesso una serie di errori, compreso quello di stracciare i cartelli affissi dai lavoratori e ordinato di rimuovere degli adesivi.

Un chiaro atteggiamento reazionario.

Questa di chiedere la restituzione di emolumenti elargiti nel tempo è solo la conferma che la dirigenza dell’Istituto non ha a cuore il bene dei propri lavoratori. Inutile descrivere la tensione che la notizia ha già determinato all’interno della Casa di riposo nella quale lo svolgimento delle attività rischia di essere condizionato da un clima poco sereno a scapito delle persone anziane lì ospitate.

Solo la grande professionalità del personale interessato sta evitando ripercussioni negative nell’ambiente. L’umanità sta comunque prevalendo. Esattamente il contrario di quanto quella dirigenza sta portando avanti.

Eppure, le condizioni generali del momento indurrebbero a comportamenti diversi, di unità e solidarietà. Ma Tant’è.

Anziché rimettersi al tavolo del confronto, ogni occasione è buona per trasferire ad un giudice le questioni sindacali. Una scelta scientemente volta contro gli interessi dei lavoratori.

A me pare chiaro che la dirigenza non abbia le caratteristiche tali da poter proseguire nel proprio compito e spero che quanto prima sia sfiduciata ed allontanata dall’Istituto.

Ne va del buon nome dell’Istituto, del clima di serenità che serve, dei diritti del lavoratori e della necessità di unità che il momento storico richiede.