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La violenza contro le donne è un crimine.

Il 25 novembre scorso è stata la giornata internazionale contro la violenza sulle donne. Per comprendere meglio questo grave fenomeno sociale che affligge il nostro Paese, per restare dentro i confini nazionali, credo sia utile rendere noti due dati che sono significativi e che vanno oltre gli omicidi, dei quali si parla, che sono stati 133 nel 2018, 111 nel 2019 e 91 nei primi dieci mesi del 2020.

Partiamo dall’accesso ai Pronto Soccorso degli ospedali. Il 24 novembre 2017 sono state adottate le linee guida nazionali rivolte alle aziende sanitarie e ospedaliere per garantire un intervento adeguato e integrato nel trattamento delle conseguenze fisiche e psicologiche che la violenza maschile produce sulla salute della donna.

Le linee guida delineano un percorso per le donne che subiscono violenza, a partire dal triage ospedaliero fino al loro accompagnamento o orientamento, se consenzienti, ai servizi pubblici e privati dedicati.

Il Ministero della salute, utilizzando i dati degli accessi al Pronto Soccorso, ha effettuato un monitoraggio a livello nazionale degli accessi delle donne vittime di violenza per gli anni 2017 – 2019. Ebbene, sono state 19.166 le donne vittime di questi episodi di violenza e di queste il 34% sono state accompagnate con l’intervento del 118.

Il secondo dato importante riguarda le chiamate al numero verde 1522 nel periodo compreso tra marzo e ottobre 2020. Il numero verde è promosso e gestito dal Dipartimento per le Pari Opportunità presso la Presidenza del Consiglio.

I dati provenienti dalle chiamate al 1522, messi a confronto con lo stesso periodo degli anni precedenti, forniscono indicazioni utili all’evoluzione del fenomeno nel corso del lockdown.

Ebbene, il numero delle chiamate valide sia telefoniche sia via chat nel periodo compreso tra marzo e ottobre 2020 è notevolmente cresciuto rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente (+71,7%), passando da 13.424 a 23.071. La crescita delle richieste di aiuto tramite chat è triplicata passando da 829 a 3.347 messaggi.

Nel periodo considerato, rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente, le telefonate  sono cresciute del 107%. Crescono anche le chiamate per avere informazioni sui Centri Anti Violenza (+65,7%).

Opere pubbliche a Verona: Lega, basta propaganda falsa

Nel corso di una conferenza stampa, la Lega ha elencato le opere che a Verona hanno bisogno dell’intervento del Governo, quasi a dire che sono ferme a causa di Roma.

Non nascondo stupore e incredulità.

Se quelle opere, ovvero la variante alla Grezzanella, la Statale 12 e la Strada Regionale 10 non sono ancora in esercizio la responsabilità è solo ed esclusivamente della lega e della Regione Veneto.

E’ davvero incomprensibile la quantità di propaganda della Lega volta solo a dare la colpa ad altri.

Il triste elenco dell’incompletezza è frutto di ritardi e indecisioni di chi governa il Veneto da anni.

La Statale 12: da almeno 8 anni il progetto è in corso di redazione da parte dei Veneto Strade, ente strumentale della Regione. Otto anni e ancora non hanno prodotto un risultato a causa delle divergenze interne alle forze che hanno governato Verona ed il Veneto, tutte a matrice leghista.

Stucchevole le lamentale sulla variante alla Grezzanella e alla ex Strada regionale 10. Ricevute in gestione dalla Regione Veneto circa 20 anni fa, sono rimaste così com’erano allora. Alla fine, senza vergogna, l’anno scorso la Regione le ha restituite in competenza ad ANAS e con una buona dose di faccia tosta si chiede a questa di farle in pochi mesi. Assurdo!

L’alta velocità Brescia-Verona. Per fortuna che la Lega non è più al Governo. Da settembre scorso, non solo abbiamo chiuso la valutazione costi/benefici sulla tratta voluta anche dalla Lega, ma abbiamo finanziato tutti gli interventi da fare con ulteriori 600 milioni di euro oltre i 2,8 miliardi già finanziati dal Governo Renzi in precedenza.

Sul collegamento ferroviario tra Verona ed i Comuni del Lago di Garda, riteniamo sia una bella cosa, ma a causa del costo elevatissimo non sarà sostenibile a breve. Ergo, è solo propaganda far credere che sia possibile un’infrastruttura simile.

Diversamente, colpisce il silenzio leghista sulla metropolitana di superficie Verona/Aeroporto Catullo. Questa sì che avrebbe favorito lo sviluppo dello scalo aeroportuale, ma la Regione non l’ha mai messa tra le sue priorità e men che meno ne ha chiesto la realizzazione al Governo.

Questi sono i fatti. Far credere il contrario è solo la prova delle gravi responsabilità della Lega. Da quando governano il Veneto non hanno portato alcun beneficio a Verona.

I dati sono sotto gli occhi di tutti. Alzi la mano chi ricorda un’opera degna di questo nome fatta a Verona da parte della Regione. Neanche una in oltre 20 anni di governo regionale.

 

Tamponi (la verità) ed i test sierologici

Il Governo ha avviato un’un’indagine di sieroprevalenza (epidemiologica e statistica) concernente la diffusione nella popolazione italiana del COVID-19.

L’indagine si basa sull’esecuzione di analisi sierologiche, intese a rilevare la presenza di anticorpi specifici negli individui compresi nei campioni. Le finalità dell’indagine consistono:

  • nell’acquisizione di un quadro di dati sullo “stato immunitario” della popolazione e sulla diffusione del virus, superando le difficoltà di valutazione relative alla quota di soggetti che abbiano contratto l’infezione senza sintomi o con scarsi sintomi;
  • nella conseguente acquisizione di informazioni sulle caratteristiche epidemiologiche, cliniche e sierologiche del virus (ivi compreso il tasso di letalità);
  • nella possibilità di adeguare, sulla base di tali cognizioni, le misure di profilassi e di contenimento e le decisioni strategiche nel settore sanitario e socio-sanitario.

Nel contempo, è stata fatta un’analisi sui tamponi fatti, per capire a che punto siamo (oltre la propaganda).

E’ emerso che sui 2,5 milioni di tamponi effettuati, circa un terzo sono di controllo su soggetti già testati e che ogni Regione va per conto suo.

Per gli esperti sarebbe utile fissare invece uno standard minimo di almeno 250 tamponi diagnostici al giorno per 100.000 abitanti. Un dato al quale nessuna Regione è finora arrivata.

A tal proposito, però, si sospettano comportamenti opportunistici delle Regioni finalizzati a ridurre la diagnosi di un numero troppo elevato di nuovi casi che, in base agli algoritmi attuali, aumenterebbe il rischio di nuovi lockdown. Sarebbe il colmo!

Il fatto è che nella fase 2 i tamponi sono il monitoraggio migliore per studiare l’andamento dell’epidemia ed è, quindi, necessario che l’attività diagnostica proceda sempre più capillarmente.

Il Veneto effettua in media circa 170 tamponi al giorno per 100mila abitanti, dato molto lontano dall’ottimale. Ma, soprattutto, rileva che di questi, il 42% sono effettuati su soggetti già testati in passato (personale sanitario, contagiati). Pertanto, i veri tamponi diagnostici sono il restante 58% di quelli effettuati.

Questo è un dato che rivela quanto sia sbagliata la propaganda di Zaia che fa credere che il “tamponamento” massivo in Veneto sta favorendo il contenimento del contagio.

Anzi, emerge con chiarezza che il numero dei tamponi giornalieri per 100.000 abitanti è molto esiguo rispetto alla massiccia attività di monitoraggio necessaria nella fase 2. Se, malauguratamente, per un certo periodo, ovvero all’inizio della riapertura, l’eventuale diffusione del contagio non venisse subito rilevata a causa dell’insufficienza dei tamponi da fare, siamo fritti.

La Lega vuole il male dell’aeroporto?

La Lega ha criticato la decisione del Ministro delle infrastrutture e dei trasporti per non aver consentito la riapertura dell’aeroporto di Villafranca. Una cosa da non credere. Pur di fare polemica, rischiano di far fallire lo scalo.

Premessa. A causa della pandemia, in virtù del fatto che gli spostamenti erano vietati, sono stati chiusi diversi aeroporti italiani, compreso quello veronese in modo da evitare di affrontare costi inutili.
Da pochi giorni alcuni sono stati riaperti, anche su richiesta delle società che li gestiscono. Tra questi non c’è Verona, innanzitutto (fatto non indifferente) perché chi lo gestisce non l’ha chiesto, ma non c’è solo quello.

È vero che siamo in condizioni diverse, con la prudenza del caso, ma è altrettanto vero che non tutto è ancora possibile e sui trasporti è ancora aperta la valutazione su come affrontare il distanziamento sociale e come sostenerne i costi.
Il tavolo è in corso per capire cosa fare dal 18 maggio.
Però, qualcosa la sappiamo già.
Negli aeroporti aperti il tema dell’equilibrio finanziario tra domanda e offerta è rilevante e molte attività, nonché le linee offerte, non corrispondono alle spese sostenute.
A Venezia, ad esempio, il calo è del -98,5%.
Il Catullo, se riaprisse, reggerebbe in casi simili?
Non è colpa di nessuno, ma è bene tenere a mente che la riapertura significa poi garantire l’operatività, anche quella dei negozi presenti, senza un numero sufficiente di passeggeri.

Ciò nonostante, il gestore ed i negozi dovrebbero sostenere comunque i costi.
Se non è ancora possibile la mobilità infraregionale, qualcuno mi dice che senso ha caricare inutili costi sul gestore aeroportuale e sui commercianti?
Quindi, comprendo la sollecitazione a favore dell’aeroporto di Verona, ma la natura strumentale della polemica nonché l’assenza di un approfondimento, hanno offuscato il senso del tema.
Eppure, bastava davvero poco per comprendere, prima di polemizzare, che la loro proposta era un’ipotesi irrealistica e dannosa per le casse dell’aeroporto.

 

Coronavirus. Anaao Veneto denuncia la Regione

“Alle competenti autorità di avviare le opportune indagini per accertare le eventuali responsabilità amministrative e/o penali, a carico dei Direttori Generali delle Aziende sanitarie della Regione Veneto e/o di altri soggetti responsabili degli adempimenti di cui al D.lgs. 81/2008.”

Così conclude la denuncia presentata ai NAS dall’Associazione Medici Dirigenti del Veneto.

L’Associazione parte da una constatazione: “il fatto che ci siano medici, infermieri e operatori sanitari che abbiano contratto il SARS-CoV-2 sul posto di lavoro per causa di servizio è la dimostrazione più evidente della fragilità dei modelli organizzativi e gestionali di molte strutture sanitarie del Veneto”.

Si è tanto polemizzato sul fatto che mancavano mascherine e dispositivi di protezione, ma coloro che conoscono le norme e chi avrebbe dovuto garantire ciò, in particolare al personale sanitario, ha chiesto dui avviare mirate indagini volte ad individuare i responsabili che sono tutti nell’ambito della Regione Veneto e nella moltitudine delle strutture sanitarie venete.

L’istruttoria, precisa e ricca di considerazioni, affronta tutte le vicende sull’emergenza e si conclude con l’elencazione delle criticità: “la grave carenza (se non la totale assenza) di dispositivi di protezione individuale (DPI), la tardiva adozione e/o il tardivo aggiornamento da parte delle strutture sanitarie, di modelli organizzativi idonei a gestire la pandemia da SARS-CoV-2 sui luoghi di lavoro, l’esecuzione dei tamponi (naso-faringeo) diagnostici anche a distanza di 7 o 14 giorni dall’ultima esposizione ad un caso confermato COVID-19 anziché all’interno delle 48 ore prescritte dalla Regione Veneto e l’inesistente piano pandemico regionale che doveva essere aggiornato ed adeguato, ma invece fermo dal 2007.”
Tutto questo, secondo il sindacato dei dirigenti medici, ha contribuito ai contagi.
L’esposto si conclude con la richiesta alle autorità competenti di avviare le opportune indagini per accertare eventuali responsabilità amministrative e/o penali a carico di datori di lavoro, ovvero in capo ai direttori generali delle Aziende sanitarie della Regione Veneto e di altri soggetti responsabili.

Emergono due constatazioni: la prima è che sono state messe a nudo quelle che sono state le omissioni e mancanze della Regione in merito alla mancata adozione dei presidi di sicurezza che avrebbero dovuto e potuto, sempre secondo l’associazione, evitare il diffondersi del contagio del Coronavirus presso il personale medico e ospedaliero della Regione; la seconda è che è proprio la Regione ad essere individuata come responsabile delle lacune, cosa che per me è nota perché le leggi sono chiare, ma tanti sono caduti nella propaganda di Zaia.
Per chi ha voglia, può leggere la denuncia. Resterà colpito.

 

Denuncia ANAAO

Fermare il contagio nel carcere di Montorio.

Nel carcere di Montorio ci sono 17 poliziotti penitenziari e 25 detenuti risultati positivi al coronavirus.

Ho saputo che ancora dieci giorni fa i sindacati avevano rappresentato i fatti e, sinceramente, non è accettabile che ancora oggi non si sia vista l’ombra di nessuno. Le scelte prese finora, in particolare quella di riservare un’area dell’istituto per i detenuti malati, è stata buona cosa, ma il rischio che non sia sufficiente è nelle cose, visti i numeri così elevati.

Poliziotti e detenuti non sono cittadini di serie B.

Sinceramente, e lo dico senza polemica, pensavo che non arrivassimo fino a questo punto. Adesso, però, serve intervenire con urgenza.

Innanzitutto, va rassicurata la popolazione carceraria che si farà di tutto per impedire la diffusione del contagio. E va fatto con atti concreti e immediati, unici fatti che possono consentire uno sviluppo ordinato delle legittime preoccupazioni di tanti.

Quindi, immediatamente devono essere disposti i tamponi a tappeto per tutti i poliziotti ed i detenuti in modo da mappare la situazione ad oggi ed intervenire di conseguenza.

Ai detenuti contagiati devono essere garantiti i dispositivi previsti in questi casi.

Va risolto il delicatissimo tema del rapporto tra poliziotti e detenuti interessati dal contagio. Inimmaginabile che gli operatori penitenziari possano prestare servizio solo con mascherine e guanti nelle aree in cui è stato circoscritto la presenza del virus. Alla pari dei medici e infermieri dei reparti ospedalieri covid, anche i poliziotti devono essere forniti di occhiali e camici adeguati ed in numero sufficiente.

Non è compito della Polizia Penitenziaria gestire direttamente soggetti contagiati da malattie infettive letali, quindi, è necessaria una costante presenza di un presidio medico specializzato per malattie infettive in modo da affrontare le procedure di tutela per la salute di tutti.

Vanno esaminate anche altre possibilità, tra le quali annovero la domiciliazione degli arresti, ove possibile.

Con l’obiettivo di decongestionare il carcere, va valutata la possibilità di portare i malati fuori dal carcere in luoghi e strutture in passato già impegnate per la domiciliazione. Penso che Direttrice e Magistrato di Sorveglianza, che conoscono il tessuto collaterale al settore, possano agire in questa direzione.

Insomma, nessuna inerzia. Dieci giorni di ritardo sono stati già troppi!

Zaia si è occupato delle case di riposo?

Per tanti giorni ho seguito le conferenze stampa di Zaia.

In diverse occasioni ho notato la sua capacità di non dire tutto, ovvero solo quello che gli interessava e di alzare sempre lo sguardo verso Roma, in modo da mettere in mora qualcun altro rispetto alle tante cose da fare.

Quindi, in tante occasioni abbiamo sentito parlare di mascherine, guanti, respiratori e così via.

Va specificata una cosa: dal 2004 le competenze in materia sanitaria sono state attribuite alle Regioni. Spetterebbe a queste garantire l’efficienza del sistema sanitario regionale.

In tutta Italia, su questo punto ci torneremo, perché l’epidemia ha fatto emergere importanti criticità e lacune, a testimonianza che le scelte fatte non sempre sono state felici.

Qui in Veneto, inoltre, propagandato come sistema efficiente, non possono mancare le dotazioni per il personale sanitario, ivi compresi i medici di base o, peggio ancora, posti per rianimazione e attrezzature adeguate.

Ne parleremo dopo l’epidemia.

Ovviamente, in un contesto emergenziale come quello che stiamo vivendo, il

Governo non può che fare la sua parte.

Ecco, questa certezza, che il Governo deve comunque agire, è stata presa a pretesto per scaricare su altri le proprie mancanze, con un gioco al rilancio che mediaticamente ha ingenenerato la convinzione che altri non hanno fatto il proprio dovere.

Invece, la prova provata del contrario, non solo è quella di aver scoperto tante falle nel sistema sanitario!/ospedaliero, ma alzando lo sguardo su altre esigenze sempre di carattere regionale, viene fuori un quadro desolante.

È il caso delle Residenze Sanitarie Assistite e delle Case di Riposo. Li non c’è Governo che tenga.

Innanzitutto, gli operatori non possono contare su competenze e dotazioni di livello ospedaliero ma si trovano a dover fare i conti con una popolazione ospitata altamente vulnerabile.

Più di 30mila anziani ricoverati in circa 200 strutture, pubbliche e private, devono affrontare l’epidemia di Coronavirus in condizioni assai complicate. Avevano bisogno si da subito di un’attenzione particolare che non c’è stata e almeno fino a due/tre giorni a abbiamo notato solo la forte latitanza della Regione.

Non risulta, inoltre, che la Regione abbia predisposto un monitoraggio di quello che sta succedendo. Quanti focolai di Covid19 ci sono nelle strutture venete e quanti contagiati? Qual è il fabbisogno di personale per sostituire chi è stato costretto a lasciare il lavoro perché colpito dal virus o dare il cambio a chi sta facendo turni massacranti? Chi deve provvedere alla continua sanificazione dei locali?

Le strutture, già alle prese con parecchi problemi di bilancio, si trovano a fare i conti con un peso insostenibile. Alcune sono già collassate, altre lo saranno a breve senza un intervento forte.

Su questo tema, per adesso solo allarmanti proclami a parte di Zaia. Ma non era il caso di agire sin dall’inizio dell’epidemia?

Zaia, basta chiacchiere, per salvare le persone anziane ospitate nelle Case di riposo, in particolare quelle pubbliche, servono risorse altrimenti il sistema crollerà, quindi, finiscila di fare propaganda e datti da fare, prima che si verifichi  la ‘Caporetto’ degli anziani del Veneto.