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Scioglimento Forza Nuova e altre organizzazioni di estrema destra

La XII disposizione transitoria e finale della Costituzione vieta la riorganizzazione, sotto qualsiasi forma, del disciolto partito fascista.

L’articolo 1 della legge 20 giugno 1952, n. 645, dispone che: “Ai fini della XII disposizione transitoria e finale (comma primo) della Costituzione, si ha riorganizzazione del disciolto partito fascista quando una associazione, un movimento o comunque un gruppo di persone non inferiore a cinque persegue finalità antidemocratiche proprie del partito fascista, esaltando, minacciando o usando la violenza quale metodo di lotta politica o propugnando la soppressione delle libertà garantite dalla Costituzione o denigrando la democrazia, le sue istituzioni e i valori della Resistenza, o svolgendo propaganda razzista, ovvero rivolge la sua attività alla esaltazione di esponenti, principi, fatti e metodi propri del predetto partito o compie manifestazioni esteriori di carattere fascista”,

L’articolo 3 della suddetta legge prevede che “Qualora con sentenza risulti accertata la riorganizzazione del disciolto partito fascista, il Ministro per l’interno, sentito il Consiglio dei Ministri, ordina lo scioglimento e la confisca dei beni dell’associazione, del movimento o del gruppo. Nei casi straordinari di necessità e di urgenza, il Governo, sempre che ricorra taluna delle ipotesi previste nell’articolo 1, adotta il provvedimento di scioglimento e di confisca dei beni mediante decreto-legge ai sensi del secondo comma dell’articolo 77 della Costituzione.

Per queste ragioni, abbiamo presentato una mozione che chiede al Governo di agire come dice la legge e sciola definitivamente ogni organizzazione che si richiama al fascismo ed alla dittatura fascista.

Draghi si, Draghi no.

E’ sempre più rumosoro il vocìo sul futuro di Mario Draghi ed in particolare sulla volontà delle destre sovraniste, Lega e Fratelli d’Italia, di sostenerlo per il ruolo di Presidente della Repubblica.

Non crediate che Salvini e Meloni abbiano apprezzato le qualità di Draghi e ne siano rimasti folgorati. Il loro è solo un calcolo egoistico: via Draghi da Palazzo Chigi, si vota.

A loro interessa solo questo, il proprio orticello e non credo siano disponibili a ragionare di una possibilità più ampia (poi vedremo perché).

Quale?

Non vi sono dubbi che l’apprezzamento verso il Presidente Draghi sia elevato. Gli italiani, i mass media, i partners internazionali. Un favore derivante dalla sua fama, senz’altro, ma confermata dalle scelte che sta portando avanti.

Come Partito Democratico lo stiamo sostenendo convintamente ed i risultati ci danno ragione.

Nei fatti, di fronte al perenne periodo di transizione della politica italiana e all’aggressività minacciosa delle destre sovraniste, Mario Draghi, per le sue capacità e la chiara connotazione europeista, è un’importante risorsa per i moderati italiani ed europei.

La sua garanzia di serietà tranquillizza noi e l’Europa e questo ha determinato una aspettativa molto importante nei suoi confronti, soprattutto in questo momento di incertezza.

Mi spiego.

Con la fine dell’era Merkel e la difficoltà di Macron, a breve alle prese con la sua  competizione elettorale, certamente si apre una fase di nuova definizione del ruolo di guida dell’Unione, da anni portata avanti da Germania e Francia.

Sebbene in Germania abbiano vinto forze europeiste, il quadro mutato ed il periodo di  assestamento necessario, possono determinare incertezze sulla leadership politica delle istituzioni comunitarie. La cosa preoccupa, a maggior ragione in un momento in cui Stati Uniti, Russia e Cina stanno posizionando le proprie pedine per un diverso ordine mondiale.

L’attuale dimensione politica dell’Unione va rafforzata in modo da competere con questo nuovo scenario ed il fatto che Germania e Francia ridefiniranno se stesse non favorisce le istituzioni europee che sono state sempre garantite dai leader dei principali Paesi membri. La Merkel su tutti.

Da qui, lo sguardo, non solo italiano, deve rivolgersi verso Mario Draghi.

A questo punto, sorge una domanda: Angela Merkel da Cancelliera ha garantito la leadership nelle istituzioni comunitarie finora. Mario Draghi potrebbe svolgere lo stesso ruolo se fosse il Presidente della Repubblica?

No. Non è la stessa cosa sostenere le Istituzioni Europee da Presidente della Repubblica o come capo del Governo. E’ quest’ultimo che partecipa a tutte le decisioni e non si limita solo ad interventi di sollecito, come farebbe il Capo dello Stato.

Certo, il Quirinale è un enorme prestigio per tutti, però, capita a volte che su una persona si concentrino aspettative per un disegno complessivo che va ben oltre la propria persona, che fortifica le Istituzioni e che soddisfa un’enorme maggioranza di cittadini: i moderati.

Mario Draghi Presidente del Consiglio garantirebbe quella solidità esattamente come ha fatto Angela Merkel nella guida politica reale di tutta l’Europa e consentirebbe all’Italia di partecipare a processi mondiali.

Di fronte a questo scenario, che è una prospettiva vera per il centrosinistra europeista a sostegno della casa comune che abbiamo costruito, si capisce ancora di più perché Salvini e Meloni vogliano spostarlo altrove.

A loro interessa solo questo. Come mai? Perché sono due antieuropeisti e su questi scenari non si impegnano. Preferiscono Le Pen e Orban.

(Se Draghi restasse a Palazzo Chigi e Salvini uscisse, per questo, dal Governo, il risultato sarebbe pieno)

Il bivio elettorale del Nord

Per vincere le elezioni politiche del 2023 è necessario pianificare una azione politica che miri ad allargare il consenso in Lombardia e Veneto.

Non lo dico solo perché in queste due regioni si concentrano le più rilevanti iniziative imprenditoriali – fatto di per sè già importante – ma anche in ragione della densità demografica.

In Italia il 70% dei comuni ha meno di 5.000 abitanti, che rappresentano il 17% della popolazione nazionale; di tutti questi il 45% si trova dislocata tra Piemonte, Lombardia e Veneto.

Una quota rilevante di elettorato che può modificare le sorti di quel voto.

A ciò si unisce il fatto che per un partito nazionale “vivere” in ogni parte d’Italia, è esiziale, a maggior ragione laddove si concentra la guida economica del Paese.

Ma queste due regioni sono di destra, a prescindere?

Assolutamente, no è sbaglia chi nel PD pensa che sia così. Come pure deve smettere la favoletta del buongoverno lombardo-veneto.

In Lombardia con la pandemia abbiamo scoperto i danni prodotti dalle scellerate scelte di affidare al privato la vita dei cittadini. Le destre lombarde hanno portato a termine un disegno che alla prova del fuoco si è dimostrato per quello che è.

In Veneto, il mito di Zaia è solo artificiosamente costruito.

Egli non è il moderato di cui si parla, è un leghista mascherato da buonista ed è un pessimo amministratore. L’indice di produttività sui grandi progetti di sviluppo è poco sopra l’1%.

In entrambe le Regioni, i diritti sociali e quelli civili sono sempre stati posti in secondo piano rispetto al perseguimento esclusivo della difesa degli interessi imprenditoriali, in nome di una visione sviluppista che ha negato una corretta gestione del territorio e dell’ambiente.

I temi negati dalle destre lombardo-venete sono il naturale riferimento per un partito progressista. E se a ciò uniamo il fatto che nelle regioni settentrionali vivono e lavorano la maggior parte degli operai e dei lavoratori dipendenti, ovvero un elettorato storicamente “tipico” per le sinistre, il cerchio si chiude.

Peraltro, Lombardia e Veneto, in ragione della loro popolosità, hanno una quantità di seggi pari a quasi un sesto del totale del Parlamento.

Per noi, quindi, la sfida del nord è l’unico obiettivo da porci verso le elezioni politiche del 2023.

Serve un impegno dedicato, senza timori.

In passato in questi luoghi il PD ha ottenuto ottimi risultati, oltre a governare una buona parte delle città.

Serve anche che qualcuno, a partire da noi stessi sul territorio, la smettesse di dire che i lombardi ed i veneti sono ontologicamente di “destra”, perché questa giustificazione comporta che di fronte al bivio su cosa fare, l’alternativa credibile non viene costruita e proposta perché tanto non servirebbe.

Verso le elezioni comunali

Nella primavera dell’anno prossimo sono previste le elezioni per il rinnovo del Consiglio comunale di Verona.

Sta per scadere, finalmente, il mandato del sindaco. È evidente a tutti che questi anni sono trascorsi senza novità particolari.

L’Amministrazione si è limitata alla gestione amministrativa ordinaria – pur importante, intendiamoci – ma nessun progetto significativo che abbia caratterizzato il mandato ricevuto dai veronesi.

Ovviamente, come sempre accade, il giudizio negativo su quanto fatto, abbastanza diffuso in città, non significa automaticamente spostare consensi su altri candidati.

Tocca, quindi, a noi, proporre sia una persona credibile ed autorevole sostenuta da uno schieramento ampio sia un progetto che colga tutte le occasioni possibili per lo sviluppo e la crescita di Verona in modo da attrarre i consensi che servono.

Tutti, anche di quelli che normalmente non votano per il centrosinistra.

Io penso che la prima cosa essenziale sia unire tutte le forze progressiste, civiche e politiche tradizionali.

Questa è la condizione necessaria per competere. Lo è da sempre e se non ci riusciamo – ricordiamoci il grave errore che è stato commesso nel 2017 – è certa l’esclusione dal ballottaggio con competitor da anni in campagna elettorale come il sindaco uscente e Tosi.

Anzi, la proposizione di due candidati collocati nell’area del centrodestra, consentirebbe un’opportunità non sempre ripetibile.

Quindi, l’unità del centrosinistra è la prima cosa da fare e spero che ognuno metta da parte rivendicazioni e livori del passato.

Importantissimo sarà il candidato.

Non è un segreto per nessuno la possibilità della candidatura di Damiano Tommasi nei confronti del quale i contatti tra le forze progressiste ci dicono che garantirebbe quell’unità che serve.

Questo sarebbe lo scenario migliore, quindi, ma in politica è sempre necessario valutare ogni situazione.

Pertanto, cosa facciamo nel caso in cui la candidatura Tommasi non sarà possibile?

Convinto come sono che l’unità è imprescindibile, la cosa che reputo più utile è individuare la persona che maggiormente unisce il nostro schieramento.

Sembra un’ovvietà, ma non sempre è scontato, purtroppo.

E in che modo va scelto?

Questo sarà un tema rilevante, perché le modalità sono diverse: le primarie di coalizione (ovvero scelgono gli elettori) o una rosa di nomi che ogni forza propone al tavolo di confronto.

Due modi diversi tra loro, entrambi con le proprie potenzialità e insidie.

Non vedo altri percorsi possibili, ma se tutti perseguiremo l’unità del centrosinistra – civico e politico – sono convinto che faremo bene la nostra parte.

È l’ora delle Agorà democratiche

Tra pochi giorni saranno avviate le Agorà democratiche proposte dal segretario Enrico Letta.

Dureranno fino al prossimo mese di dicembre e, di fatto, rappresentano la più ampia consultazione collettiva ed il più grande coinvolgimento che io ricordi.

Avranno una formula snella, essendo composte da poche decine di persone e tratteranno tantissimi temi, spesso proposti dai partecipanti medesimi.

Si conclude, così, la prima fase della nuova segreteria cominciata con il coinvolgimento dei circoli su 20 ipotesi politiche di progetto.

Questa volta saranno coinvolte le persone, senza sovrastrutture di partito. La partecipazione sarà simile alle primarie, con la sottoscrizione della carta dei valori e il versamento di almeno un euro e chiunque, quindi, potrà dire e proporre la propria.

Lo strumento scelto è certamente inserito nel solco delle modalità conosciute, ma la sua forza è proporzionale alla cornice nella quale si inserisce e al progetto in cui vivrà.

Questo è un punto nodale per la buona riuscita dell’impegno, a fronte del più importante progetto oggi conosciuto: il Piano Nazionale Ripresa e Resilienza.

Faccio un parallelo ideale: un tempo i partiti si alimentavano di tante persone che volevano partecipare alla costruzione dell’Italia ed erano porta di ingresso di intelligenze e capacità. Oggi, le persone potranno avere l’opportunità di partecipare alla definizione della nuova Italia post pandemia, attraverso il partito che offre loro l’opportunità.

Quindi, le Agorà ed il Piano possono far rivivere quel sentiment che sembra essere stato perduto.

In questo quadro l’obiettivo è quello di creare un forte legame tra i progetti da scrivere con le Agorà e la cornice economica e giuridica del Piano e Nazionale Ripresa e Resilienza.

Faccio un esempio per spiegarmi meglio: nelle Agorà si possono presentare e decidere idee e proposte che il partito può formulare nelle Amministrazioni civiche che, oltre a farle proprie, con queste proposte possono partecipare ai bandi che saranno predisposti con i fondi del Recovery Fund (che finanzia il PNRR).

In questo modo si favorisce quel legame tra coloro che partecipano alle Agorà ed il risultato finale determinando, così, un fattore incentivante alla partecipazione collettiva.

Verso le elezioni comunali. Che fare

L’anno prossimo si vota per rinnovare il Consiglio Comunale di Verona. Un appuntamento importante in previsione del quale mi permetto una riflessione.

Alcuni dati di fatto iniziali: in campo ci saranno, tra gli avversari, certamente Federico Sboarina, sindaco uscente sostenuto dal centrodestra classico e Flavio Tosi con la sua lista civica.

Nell’area del centrosinistra, a parte la presenza forte elettoralmente del Partito Democratico, vi è una pluralità eterogenea di forze civiche e politiche, peraltro quasi tutte o che sostengono elettoralmente il PD a livello nazionale o originate da scissioni dal PD.

Questo primo dato dice che il Partito Democratico è perno di una qualsiasi composizione alternativa a qualsiasi altro schieramento politico avversario.

Un altro elemento rileva, e molto: nelle ultime tre occasioni elettorali, il centrosinistra non è arrivato neanche al ballottaggio. Cinque anni fa a causa delle divisioni che erano state create e che avevano determinato più liste del centrosinistra.

Questo dato deve essere un monito perenne. Solo l’unità della nostra coalizione può consentirci di competere alla carica di sindaco.  

In questa direzione il nostro candidato sindaco avrà un ruolo determinante. A lui spetterà il compito di “comprendere” le aspettative di tutti in una sintesi che poi sarà la sua proposta per Verona.

Prima di allora, però, i partiti e le formazioni civiche hanno il dovere di creare le condizioni migliori per l’individuazione di un candidato unitario. In primis, chi è il più grande, come il PD.

A noi, quindi, il compito di promuovere e stimolare ogni azione interna alla nostra area di riferimento, per favorirne l’unità massima possibile.

Qui un altro dato, più che altro un timore: capisco che le altre formazioni, politiche e civiche, vuoi per favorire il proprio radicamento territoriale (farsi conoscere e crescere), vuoi per presentare progetti diversi (altrimenti non si sarebbero scissi), possano mirare al consenso del PD per eroderlo. D’altronde, non credo che saranno attrattivi a destra.  

Questa legittima aspirazione politica non può collimare totalmente con gli interessi del PD che, pur avendo il compito di favorire e salvaguardare l’unità del centrosinistra, non può restare immobile nell’iniziativa politica.

A tutti gli alleati possibili questo assunto va ribadito, con forza.

Nessuna arroganza, ovviamente, ma abbiamo il dovere di esercitare un ruolo con la consapevolezza che è il PD che, volente o nolente, è determinante sia nella fase di costruzione della coalizione sia nel voto.

Un altro dato rileva. In quasi tutte le formazioni politiche e civiche di area, hanno ruoli personalità che provengono dal PD e che hanno scelto di collocarsi altrove per ragioni politiche identitarie ma, a volte, anche a seguito di contrapposizioni maturate esclusivamente nella dimensione territoriale veronese, sia nel PD, sia nelle altre forze nelle quali si erano collocati inizialmente.

Questo, se da un lato (per i primi) può favorire un approccio positivo, dall’altro (per i secondi) potrebbe essere elemento di criticità perché nulla e nessuno può escludere che quei contenuti che erano stati superati, ragione per la quale gli interessati hanno lasciato – e avversato – il PD o le altre forze, possano rientrare nel dibattito attraverso altri canali.

Per evitare che ciò avvenga, serve una forte iniziativa politica del PD, a guida della coalizione da formare. Impossibile che possano prefigurarsi scenari diversi.

Ritorno sul candidato.

E’ positivo che sulla figura di Damiano Tommasi, che non ha ancora sciolto la riserva, ci sia una sostanziale unità. Sono fiducioso per la difficile partita da giocare.

Ho un timore, però.

Se non dovesse essere questo lo scenario, quale altra figura sarà capace di unire la coalizione? Ci sono altri autorevoli candidati, certo, ma nell’estrema ipotesi che nessuno unisca come Tommasi, poiché è impensabile che tutti presentino un candidato, l’opzione potrebbero essere le primarie, strumento utile in mano a tutti i nostri elettori per scegliere il candidato più unitario possibile.

In questo ultimo scenario, il lavoro da fare oggi per rafforzare l’unità del centrosinistra, certamente favorirà la più ampia e plurale partecipazione alle primarie.

Non abbiamo altre scelte, pena la divisione e, conseguentemente, la sconfitta senza neanche competere.

Le scommesse fallite di Renzi

Ad oltre un anno dalla scissione che Renzi ha voluto per far nascere il suo partito, possiamo dire che quella scommessa non è andata in porto.

Anzi, si è confermato un errore politico rilevante.

Renzi aveva scommesso che in tanti sarebbero stati i parlamentari del PD che lo avrebbero seguito nel nuovo percorso. Al contrario, ciò non è avvenuto, non c’è stato un esodo ed il PD ha retto l’urto che di solito si determina in una scissione.

L’iniziativa di Renzi poteva anche produrre un effetto di lunga durata nel PD. Mi spiego: i parlamentari ed i militanti che lo avevano sostenuto nei vari congressi e che avevano costituito un’area politica – Base Riformista – avrebbero potuto sempre seguirlo, in particolare se le condizioni all’interno del PD non fossero state di accoglienza, ma di contrapposizione.

In realtà, in una determinata fase la contrapposizione c’è stata ed il tentativo di avversare la permanenza stessa di Base Riformista nel PD si è ripetuto più volte, ma non ha sortito l’effetto di costringerli ad uscire. Con l’arrivo di Enrico Letta questa fase si è chiusa definitivamente, in particolare nel momento in cui Letta ha riconosciuto la valenza della scelta di coloro che sono rimasti nel PD fungendo da argine verso l’abbandono da parte di un elettorato che fa comunque riferimento ai valori espressi da quell’area politica.

In quel momento, sono falliti i disegni di Renzi sul PD: quello di indebolire il PD e di favorire ulteriori adesioni di parlamentari e militanti in Italia Viva.

Come è noto, Renzi ha provocato la crisi di Governo per favorire la nascita del governo istituzionale. Checchè ne dica, era nelle cose che aveva immaginato un governo senza la Lega perché senza questa avrebbe potuto agire con Forza Italia in maniera più libera. Al contrario, la presenza della Lega nella maggioranza a sostegno del Governo Draghi sta tenendo ancorato quel partito alla strutturata alleanza di centrodestra ed in questa dimensione puntualmente si rapporta con il Governo stesso.

Certamente Renzi aveva scommesso sulle difficoltà del M5S, in particolare per il sostegno a questo tipo di Governo. Le difficoltà non sono mancate, ovviamente, ma la leadership consegnata a Giuseppe Conte ha collocato quel movimento, oltre che saldamente nel solco del governo Conte II, non solo in un alveo istituzionale ed europeo, ma anche in una direzione politica favorevole al centrosinistra con il risultato di ridurre ancor più il potere di interdizione nell’area, il cui contrario era un altro obiettivo di Renzi.

Insomma, la scissione di Renzi e, conseguentemente, il cambio di governo da lui provocato, sembrano aver favorito progettualità politiche che certamente egli non avrebbe voluto come conseguenze dei propri atti.

Zingaretti si è dimesso

Il segretario Nicola Zingaretti si è dimesso dalla carica dichiarando di “vergognarsi di un partito che corre dietro solo alle poltrone”.

Le poltrone

Comincio da qui per chiarire che gli incarichi sono stati affidati o indicati da lui direttamente, compresi ministri e sottosegretari (Governo Conte II e Draghi) e che, come è ovvio, quegli incarichi hanno premiato coloro che l’hanno sostenuto all’elezione come segretario o coloro che, successivamente, facevano parte della sua maggioranza nel partito.

L’equazione mi viene facile: l’accusa è in particolar modo indirizzata alla maggioranza che l’ha sostenuto in questi due anni?

Per capirci, poiché non faccio parte di quella maggioranza (del segretario), avendo sostenuto Maurizio Martina al congresso, quell’accusa mi allarma, sia perché Zingaretti ha vinto grazie al sostegno delle correnti, sia perché fa di tutta l’erba un fascio. Non tutti sono destinatari delle sue accuse, veritiere o meno che siano.

In ogni caso, sono stato tra quelli che in queste settimane hanno chiesto un cambio di linea politica del Pd e, quindi, un congresso per deciderla insieme non appena consentito dalla pandemia. Nessuno ha mai chiesto le dimissioni di Zingaretti. Lo dico come fatto di verità, non per giustificare qualcosa.

Le dimissioni, quindi, mi hanno stupito e nell’incredulità, anche perplesso. Molto.

Innanzitutto, una doverosa premessa: l’emotività che si è espressa subito dopo le dimissioni e le conseguenti accuse generalizzate che da più parti si sono levate, non sono state un buon segno.

Di fronte a momenti importanti, come lo è questo per noi, si cercano le ragioni, per capire, valutare e rispondere. Pensare che ad un’opzione meramente politica possa corrispondere un comportamento orientato dall’emotività e dalla rabbia pone la nostra comunità politica su un piano decisamente controcorrente rispetto al compito istituzionale e repubblicano che ormai da anni, e con grande senso di responsabilità, ci siamo assunti.

Un film già visto

Purtroppo, è qualcosa che ho già visto.

Recentemente, quando il segretario era Matteo Renzi, seppure a parti invertite, il livello di emotività e rabbia era sostanzialmente il medesimo.

In un partito plurale si sta insieme se si riconosce vicendevolmente la propria funzione. Pensare che il vincitore possa “sopprimere” la voce del perdente si è dimostrato vacuo e, con il senno di poi (ieri i cd. “renziani”, oggi i cd. “zingarettiani”), permeato da una certa dose di ambiguità del dibattito politico.

Questo punto mi porta a dire che le dimissioni di Zingaretti possono finalmente archiviare un confronto tra parti che sta animando, anche aspramente, il PD da anni. Mi spiego meglio: Zingaretti aveva prevalso anche sull’onda del rifiuto/superamento del percorso del PD di Renzi. Legittimo. Ma se la sua azione è qui terminata, voler mantenere quella sfida e ripetere che il “nemico” è il renzismo significa correre con la testa all’indietro.

 Conte o Renzi?

E c’è anche un altro rischio: quello di orientare i nostri elettori sull’alternativa di scelta tra Conte o Renzi.

Qui, un altro punto nodale della vicenda.

Posto che Renzi è fuoriuscito, ed è un avversario politico e come tale giustamente va temuto e contrastato, nei confronti di Conte e, soprattutto, a suo favore, il PD si è così sperticato che dai sondaggi il M5S a guida Conte è dato al 22% ed il PD al 14%. Questo perché Giuseppe Conte è stato accreditato da Zingaretti quale leader dei riformisti e del centrosinistra di governo.

La conseguenza è ovvia: tanti nostri elettori hanno superato le differenti appartenenze e votano tranquillamente “il leader della sinistra democratica italiana” così come incautamente incoronato dal PD. Il M5S che calava perché perdeva l’elettorato di destra e anche quello di sinistra, adesso si nutre soprattutto di noi.

Anche qui la cosa non mi stupisce.

La subalternità

Infatti, la subalternità del PD nell’anno di governo con il M5S è una cosa che non è sfuggita.

Siamo partiti con la riduzione del numero dei parlamentari che doveva essere accompagnata da altre riforme. Non si è visto nulla.

Potrei fare un lungo elenco di temi a noi cari sacrificati di fronte ai dinieghi di Conte e del M5S. Per certi versi non poteva essere diversamente. Se si ripete che la stella polare del PD in futuro è l’accordo strategico con il M5S sotto l’egida di Conte, torna difficile avere un rapporto anche conflittuale.

Qui si apre il capitolo più rilevante e, secondo me, determinante per le dimissioni di Zingaretti: il percorso seguito dopo le dimissioni di Conte da premier.

Le dimissioni di Conte

Qui (https://www.vincenzodarienzo.it/il-lucido-disegno-di-renzi-e-le-contromosse/) avevo detto le ragioni per le quali consideravo molto difficile – a differenza di quanto chiedeva il PD – un governo Conte ter.

Inoltre, poiché il percorso di Renzi portava naturalmente ad governo istituzionale, avevo anche detto (https://www.vincenzodarienzo.it/consultazioni-e-adesso-2/) perché a noi conveniva un governo politico e come favorirlo.

Quello, invece, al quale abbiamo assistito, anziché essere protagonisti e centrali attraverso la richiesta, dopo l’estate scorsa, di rinnovare il governo con un patto di legislatura perché avevamo davanti appuntamenti rilevanti come la legge di Bilancio, il recovery fund, la nuova legge elettorale e il piano vaccinale, è stata la spasmodica ricerca di Senatori per sostituire i componenti di Italia viva. Una strategia miope che ha accelerato le dimissioni di Conte.

Durante le consultazioni, quando era chiaro che il finale era già scritto. Zingaretti non ha avuto la capacità di cambiare nome e, così, favorire la costruzione di un nuovo governo con la medesima maggioranza.

 Anzi, si è trincerato dietro una minaccia che era, è sempre stata e si è rivelata una farsa: o Conte o voto anticipato. Una posizione di difesa che ci ha ulteriormente subordinato al M5S.

Le cose non sono cambiate neanche dopo la nascita del Governo Draghi. La proposta è stata sempre quella: alleanza con M5S e intergruppo insieme. Intanto, Grillo segnava due punti decisivi: si è assunto in pieno la battaglia per la transizione ecologica e l’adesione di Conte al quale consegneranno il loro progetto. Lui avanti e noi dietro!

Questa debolezza ha avuto strascichi importanti. Nel Governo Draghi abbiamo assunto responsabilità in Ministeri “secondari” rispetto agli impegni del recovery fund e sulla parità di genere abbiamo segnato un punto molto negativo nel momento in cui i “capicorrente” maschi (della maggioranza che lo sostenevano) sono stati indicati quali ministri anche a dispetto delle regole statutarie e del valore culturale che interpretiamo da anni in questo ambito.

Il progetto politico che il segretario Zingaretti ha perorato, nonostante volesse le elezioni anticipate dopo la caduta del governo gialloverde – intenzione che ha dovuto modificare sia per la scelta fatta allora da Renzi, sia per la contrarietà di una parte della maggioranza che l’aveva eletto segretario – oggi è nei fatti un percorso rischioso per la sopravvivenza del PD, perché ci consegnarebbe al M5S che sta seguendo un’evoluzione di sovrapposizione con noi.

Ho già detto quale strada seguirei (https://www.vincenzodarienzo.it/alleanza-pd-m5s-perche-ho-un-dubbio/), non mi ripeto, quindi.

Il posizionamento del PD di Zingaretti

Nicola Zingaretti vince il congresso 2019 con un programma preciso. Oltre a superare le evidenti difficoltà presenti nel PD in quel periodo, peraltro collocato all’opposizione del Governo M5S/Lega, frutto anche di errori commessi nel passato, il suo monito “mai alleati con il M5S” era risuonato sonoramente.

La storia ha visto altro. Anzi, rispetto a soli due anni fa, il PD è passato dall’opposizione al governo, ha subito una scissione e mezza (Renzi e Calenda), ha modificato la strategia perorando alleanze strategiche con il M5S e, infine, c’è stato un cambio da governo politico a governo istituzionale. Quattro rilevanti fatti politici che necessitavano di una riflessione approfondita per delineare l’identità ed il posizionamento sociale nelle varie occasioni che si sono manifestate.

Le difficoltà nel confronto interno rispetto alle diverse opinioni in merito a quei passaggi ed al conseguente ruolo da assumere, sono il frutto di quei momenti che, anche se non determinati dal PD e da Zingaretti, ci hanno costretto a diverse impostazioni rispetto ai momenti precedenti.

Zingaretti non ha avviato, con la determinazione che serve in questi casi, la discussione nel merito di quei passaggi e, quindi, affrontato il nodo del posizionamento del PD per ciascuna di quelle fasi.

Ciò ha consolidato divergenze interne che con il governo istituzionale sono risultate più evidenti e rumorose, attesa la diversa responsabilità che abbiamo rispetto a prima.

Tutto ciò era prevedibile.

Ma perché Zingaretti si è dimesso?

Perché dico tutto questo?

Perché sono convinto che calati la polvere ed il fumo dei fumogeni ultras, restano sempre chiari gli obiettivi mancati dal segretario Zingaretti, che sono le uniche ragioni per le quali si è dimesso.

Questi atti, così importanti, anche dal punto di vista umano, hanno sempre ragioni politiche. E’ sempre stato così in passato (Veltroni post voto 2008, Bersani post voto 2013, Renzi post referendum 2016), lo sono adesso con Zingaretti e sempre lo saranno in futuro.

 

PS. Ho tralasciato, volutamente, di argomentare il perché i sondaggi non ci hanno mai attribuito oltre un risicato 20%.

 

 

Ma è vero che abbiamo troppi parlamentari?

Tra pochi giorni si voterà per il referendum costituzionale per approvare o meno la legge che riduce il numero dei parlamentari italiani.

Una delle ragioni che vengono addotte dai favorevoli è che l’Italia ha troppi parlamentari.

E’ davvero così?

Va detto subito che il confronto tra paesi europei mostra che al crescere della popolazione il numero dei parlamentari tende a crescere. La differenza, però è tra paesi caratterizzati da sostanziale bicameralismo e quelli senza.

I primi tendono ad avere più parlamentari e tra questi l’Italia appare in linea con i numeri degli altri paesi.

Ciò significa che restando il vincolo del bicameralismo paritario, il taglio dei parlamentari risulterà anomalo.

Quindi, è sbagliato il confronto per numero assoluto di parlamentari perché mette insieme paesi con sistemi diversi tra loro.

In Europa, l’Italia è il paese col più alto numero di parlamentari e dopo il taglio si collocherà al quinto posto dopo Francia, Germania, Regno Unito e Spagna.

Il confronto diretto sul numero dei parlamentari non è, però, utile perché va fatto tra paesi omogenei come sistema e, soprattutto con un rapporto tra parlamentari e popolazione di uno a 100.000 abitanti

Con questo confronto l’Italia ha circa 1,6 parlamentari ogni 100.000 abitanti, numero abbastanza contenuto se si pensa che in media nei paesi Europei ve ne sono circa 3,9. Ma non è che gli altri paesi ci superano nel confronto per caso. Infatti, va tenuto conto della dimensione del paese e del fatto vi sono dimensioni minime al di sotto delle quale non si può scendere per l’esercizio delle stesse funzioni.

Un altro tema di confronto è il bicameralismo paritario.

Oltre a noi altri 11 paesi hanno un sistema bicamerale: Austria, Belgio, Repubblica Ceca, Francia, Germania, Irlanda, Paesi Bassi, Polonia, Romania, Slovenia e Spagna. Tuttavia, solo in Francia, Polonia e Romania, le due camere hanno entrambe poteri rilevanti nella approvazione delle leggi: in Francia il senato, pur non votando la fiducia, ha sostanzialmente le medesime funzioni legislative della Camera bassa; in Romania il processo di formazione delle leggi prevede che, in caso di mancata approvazione da parte di una delle due camere, si avvii un processo di mediazione per giungere all’accordo; in Polonia il Senato  può emendare o rigettare le leggi approvate dalla Camera, anche se la Camera può, con maggioranza assoluta, non accettare gli emendamenti del Senato.

Facendo il confronto con questi paesi, emerge che l’Italia dovrebbe avere circa 830 parlamentari. Con il taglio proposto di 345 parlamentari il Parlamento italiano, con 600 membri, avrebbe un numero di parlamentari di 229 unità al di sotto di quello che sarebbe appropriato sulla base di questo confronto internazionale che tiene conto della sua natura bicamerale.

Se si passasse, invece, a un parlamento monocamerale, la riduzione proposta del numero dei parlamentari sarebbe in gran parte giustificata.

La schizofrenia istituzionale

L’esperienza della pandemia ha insegnato che occorre stabilire una clausola di supremazia dello Stato per evitare i tanti piccoli capetti regionali.

Il Governo ha sempre agito sulla base delle indicazioni del Comitato tecnico scientifico, un organismo costituito per affrontare l’emergenza sanitaria. Ed ha fatto bene, dal mio punto di vista e la prova è stata che non ha mai dovuto smentire o tornare indietro dalle azioni messe in campo, al contrario di altri paesi.

Le Regioni, invece, che nel campo sanitario hanno la competenza esclusiva, hanno agito perlopiù su sentiment non sempre fondati su basi scientifiche. almeno all’inizio.

Con il Decreto “Cura Italia”, proprio per evitare che in giro per l’Italia ognuno facesse di testa propria, era stato stabilito che le Regioni, in relazione a specifiche situazioni  sopravvenute di aggravamento del rischio sanitario verificatesi nel loro territorio o in una parte di esso, potevano introdurre misure ulteriormente restrittive.

Qualcuno si è attenuto, qualche altro no. La previsione, quindi, autorizza lo Stato ad annullare gli atti diversi (è il caso della Calabria).

La scelta di avocare a Roma ogni atto era doverosa e corrispondente ad un’emergenza che mette in grave pericolo gli interessi generali del Paese. E’ una situazione eccezionale rispetto alla quale non rileva tanto la riapertura di qualche bar, bensì le conseguenze che ciò può produrre nell’intera comunità nazionale.

Eppure, ciò nonostante, ho notato una spasmodica ricerca di visibilità di qualcuno che unirei anche alla definizione, tutta giornalistica, di “governatori” dimenticando che questa attribuzione spetta negli stati in cui vi sono esperienze federali completamente diverse dal nostro schema costituzionale.

Questa esperienza insegna che alle Regioni, che costituzionalmente hanno competenze esclusive in materia sanitaria, non può essere riconosciuto un diverso ruolo politico ed economico se non quello consentito dalle leggi e dalla Costituzione.

E per agire decisamente su questo versante, va riconsiderata l’opportunità di inserire nell’ordinamento la clausola di salvaguardia dello Stato, proprio per evitare equivoci sui poteri.