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Fiera, si prosegue sempre peggio

Pochi giorni fa è stato rinnovato il Consiglio di Amministrazione di VeronaFiere.

E’ andata esattamente come avevo detto (https://www.vincenzodarienzo.it/la-fiera-delle-vacche/): si sono impossessati delle poltrone con il bilancino della politica!

E’ prevalsa una chiara visione protezionistica con la nomina di un Presidente che non ha maturato esperienze significative, se non nel campo politico.

L’aumento da cinque a sette componenti del Consiglio di Amministrazione e la creazione del ruolo dell’amministratore delegato sono frutto di meri accordi per mettere insieme i tanti appetiti, a scapito delle prospettive dell’Ente.

Ovviamente, poiché al Comune di Verona spettava la nomina del Presidente, lo ha esercitato solo con l’unità di misura dell’accordo tra i partiti.

Non risultano progetti sulle finalità e gli obiettivi futuri dell’Ente fieristico se non quello che leggiamo sui giornali con vuote dichiarazioni d’intenti.

Il peggio non è solo questo. Non bastava, infatti, che l’Amministrazione a fine mandato, che non è detto che sarà riconfermata, ha fatto nomine che una nuova e diversa Amministrazione potrebbe non condividere, ma le nomine non rispettano la rappresentanza di genere.

Il Consiglio di Amministrazione è costituito da soli uomini. Verona Fiere è rappresentato da personalità esclusivamente maschili, senza alcuna rappresentanza per la componente femminile.

Ancora una volta le destre confermano la loro natura, ignorando il principio del rispetto della parità di genere.

L’ennesimo passo falso per la città e un infelice passo indietro nel rispetto e nella promozione delle pari opportunità.

Si conferma, ancora una volta, che se il sindaco uscente non dovesse essere confermato, come auspichiamo,  i nominati resterebbero in carica per alcuni anni e, pertanto, sarà difficile attuare un principio che per noi è fondante: rispettare il ruolo del genere femminile ovunque si amministri la città.

Ucraina, situazione sul campo e l’Italia.

In Ucraina la speranza da parte dell’esercito russo di conquistare vaste aree del Paese in tempi brevi si è scontrata con la convinta resistenza da parte del popolo ucraino.

La Federazione Russa si è ritirata da ampie porzioni del territorio ucraino, per concentrare le sue forze nell’area orientale del Paese. Anche qui, l’avanzata russa procede molto più lentamente del previsto. Nell’ultima settimana, le forze ucraine hanno ripreso il controllo di Kharkiv nell’Est del Paese, la seconda città per popolazione in Ucraina. L’esercito ucraino ha finora respinto i tentativi da parte russa di attraversare il fiume Severskij Donec’, e quindi di accerchiare Severodonetsk – a circa 100 chilometri a nord-ovest di Lugansk.

Nel sud-est dell’Ucraina, l’offensiva russa si è trasformata in un’occupazione militare. A Kherson, le forze russe hanno lasciato alla Guardia Nazionale Russa il presidio dell’area. Il 1° maggio la città ha adottato il rublo russo ed è stata agganciata alla rete di telecomunicazioni russa Rostelecom – un segnale di un progressivo radicamento della Russia nell’area. L’attività dell’aviazione e i lanci missilistici russi continuano su Mariupol e nell’area del Donbass. Secondo lo Stato Maggiore ucraino le Forze russe stanno cercando di annettere nuovi territori negli oblast di Donetsk e Lugansk.

Il costo dell’invasione russa in termini di vite umane è terribile. Le ricostruzioni con immagini satellitari hanno individuato 9.000 corpi in quattro fosse comuni nei dintorni della città di Mariupol.

La scorsa settimana sono state ritrovate fosse comuni a Kiev dopo quelle scoperte in altri luoghi liberati dall’occupazione russa, ad esempio Bucha e Borodyanka.

Al 3 maggio, il numero di sfollati interni è arrivato a 7,7 milioni di persone. Secondo l’Alto Commissariato per i Rifugiati delle Nazioni Unite, circa 6 milioni di persone – soprattutto donne e minori – dall’inizio delle ostilità hanno lasciato l’Ucraina per i Paesi vicini. Se si sommano queste due cifre, sono quasi 14 milioni i residenti in Ucraina che hanno dovuto lasciare le proprie case – quasi un cittadino su tre.

Oltre 116 mila ucraini sono arrivati in Italia – di cui 4mila minori non accompagnati. Sinora abbiamo inserito circa 22.792 studenti ucraini nelle scuole italiane. La maggior parte – quasi 11 mila – sono bambine e bambini delle scuole primarie.

Fin dall’inizio dell’invasione, il Governo si è mosso per sostenere l’Ucraina. Abbiamo stanziato oltre 800 milioni di euro in assistenza per i profughi. L’ Italia ha inoltre stanziato 110 milioni di euro in sovvenzioni al bilancio generale del governo ucraino per la gestione dell’emergenza – a cui si aggiungono fino a 200 milioni in prestiti. Finanziamo con 26 milioni di euro le attività di varie organizzazioni internazionali attive in Ucraina e nei Paesi limitrofi.

La concorrenza, “sleale”

Il 4 novembre 2021 il Consiglio dei Ministri ha approvato il disegno di legge “Concorrenza”, uno degli impegni centrali nell’attuazione del Piano nazionale di ripresa e resilienza.

Il provvedimento comprende una serie di interventi specifici per affrontare i mille ostacoli che si frappongono allo sviluppo della concorrenza nel sistema economico.

Nel 2009 era stato deciso di approvare annualmente una legge per il mercato e la concorrenza, ma, finora, è stato fatto solo nel 2017.

I settori interessati dal disegno di legge appartengono al comparto dei servizi, cioè attività economiche debolmente esposte alla concorrenza internazionale e spesso svolte attraverso un forte ruolo di intermediazione di soci pubblici. Questi due fatti rendono molti settori praticamente dei monopoli.

Al contrario, l’entrata di nuovi operatori in certi mercati potrebbe portare benefici per i consumatori e l’assegnazione mediante gare permetterebbe una selezione del concessionario più efficiente e la raccolta di introiti elevati per l’ente appaltante.

Tra gli altri, tratto il tema della gestione di stabilimenti balneari su tratti di costa demaniali, per i quali molto spesso vengono pagate somme ridicole dal concessionario tanto che l’ultimo rapporto della Corte dei Conti nel 2020 riporta che lo Stato ha incassato 92 milioni e 566mila euro per 12.166 concessioni ad uso turistico e un giro d’affari stimato sui 15 miliardi di euro.

Il Governo Conte I aveva prorogato le concessioni al 2033, ma la Commissione Ue aveva censurato la decisione perché in contrasto con la direttiva 2006/123/CE detta “Bolkestein” e con la sentenza della Corte di giustizia europea del 14 luglio 2016, che aveva dichiarato illegittime le proroghe automatiche e generalizzate sulle concessioni balneari. In seguito, l’Italia è stata anche oggetto di una specifica procedura di infrazione.

Per affrontare questa censura il disegno di legge “concorrenza” è stato inserito tra gli obiettivi qualitativi per ottenere i fondi del PNRR – entro luglio deve essere approvato –  e il Consiglio di Stato ha detto basta alle proroghe illimitate e fissato al 31 dicembre 2023 il termine ultimo per indire le gare.

Dacché, la proposta che il Governo doveva inserire per forza nel disegno di legge non poteva che essere il 2023.

Cosa ha deciso il Consiglio di Stato?

  • Poiché le norme legislative nazionali che hanno disposto la proroga automatica delle concessioni demaniali marittime per finalità turistico-ricreative…sono in contrasto con il diritto eurocomunitario…e, pertanto, non devono essere applicate né dai giudici né dalla pubblica amministrazione»;
  • «ancorché siano intervenuti atti di proroga rilasciati dalla Pubblica Amministrazione…deve escludersi la sussistenza di un diritto alla prosecuzione del rapporto in capo gli attuali concessionari…La non applicazione della legge implica…che gli effetti da essa prodotti sulle concessioni già rilasciate debbano parimenti ritenersi tamquam non esset»;
  • «al fine di evitare il significativo impatto socio-economico che deriverebbe da una decadenza immediata e generalizzata di tutte le concessioni in essere, di tener conto dei tempi tecnici perché le amministrazioni predispongano le procedura di gara richieste e, altresì, nell’auspicio che il legislatore intervenga a riordinare la materia in conformità ai principi di derivazione europea, le concessioni demaniali per finalità turistico-ricreative già in essere continuano ad essere efficaci sino al 31 dicembre 2023, fermo restando che, oltre tale data, anche in assenza di una disciplina legislativa, esse cesseranno di produrre effetti, nonostante qualsiasi eventuale ulteriore proroga legislativa che dovesse nel frattempo intervenire, la quale andrebbe considerata senza effetto perché in contrasto con le norme dell’ordinamento dell’Ue».

In pratica, se non passasse il disegno di legge “concorrenza”, l’Italia perderebbe i fondi UE previsti per quest’anno del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza, pagherebbe l’infrazione UE e le concessioni demaniali scadrebbero comunque a dicembre 2023, senza nessuna tutela per gli attuali gestori dei lidi.

La proposta del Governo, invece, terrebbe conto di una serie di evidenze. Infatti, ha previsto:

  • una delega al governo per l’adozione, entro sei mesi, di uno o più decreti legislativi per semplificare la disciplina sulle concessioni demaniali per finalità turistico-ricreative;
  • i criteri per la scelta del concessionario sarebbero stati quelli di un’esperienza tecnica e professionale già acquisita, comunque tale da non precludere l’accesso al settore di nuovi operatori; soggetti che, nei cinque anni antecedenti l’avvio della procedura, hanno utilizzato la concessione come prevalente fonte di reddito per sé e per il proprio nucleo familiare; la previsione di clausole sociali per promuovere la stabilità occupazionale del personale impiegato dal concessionario uscente; la durata della concessione per un periodo non superiore a quanto strettamente necessario per garantire l’ammortamento e l’equa remunerazione degli investimenti autorizzati, con divieto espresso di proroghe e rinnovi anche automatici.

La contrarietà del centrodestra a questo specifico punto, è incomprensibile e se non trova una soluzione, a pagare saranno propri quelli che pensano di tutelare impedendo allo Stato di creare le migliori condizioni per favorire la concorrenza.

Francia: Macron verso il bis (per fortuna)

Emmanuel Macron e Marine Le Pen si sfideranno Domenica 24 aprile nel ballottaggio del secondo turno delle elezioni presidenziali francesi dopo essersi imposti al primo turno, rispettivamente con il 27,9% e il 23,2% dei voti.

Il candidato della sinistra, Jean-Luc Mélenchon, vero exploit della tornata, è arrivato molto vicino a qualificarsi per il secondo turno, con il 22%: il voto del suo elettorato è considerato decisivo per il risultato finale.

Dati alla mano, la stragrande maggioranza dei sondaggi dà il presidente uscente e candidato di En Marche! come probabile vincitore del secondo turno.

La riedizione di uno scenario in tutto e per tutto simile a quello del 2017 – un testa a testa tra Macron e Le Pen al ballottaggio – conferma da un lato una Francia filo-europea e liberale e dall’altro una Francia nazionalista e conservatrice.

Da considerare anche che entrambi i candidati hanno ottenuto più voti di cinque anni fa, andando a erodere il sostegno alla destra e alla sinistra tradizionali: il Partito socialista e i gollisti de Le Républicains sono praticamente scomparsi.

Il destino dell’Europa si decide in Francia?

Nelle urne francesi c’è in gioco non solo il destino della Francia, ma di tutta la Ue.

La candidata del Rassemblement National, scettica nei confronti di Bruxelles e delle sue istituzioni, ha più volte affermato di essere a favore di un ritiro della Francia dalla Nato ed è stata un’ammiratrice del presidente russo Vladimir Putin. Se vincesse, l’onda d’urto della sua elezione all’Eliseo in un momento come questo, in cui le forze russe sono impegnate in una guerra sul suolo europeo, in Ucraina, avrebbe effetti devastanti per l’Unione.

Intanto, però, l’affermazione al primo turno dimostra il fascino duraturo delle correnti nazionaliste e xenofobe in Europa.

Non ci resta che tifare per Macron!

Grandi infrastrutture: i disastri della Regione Veneto

Premessa – Infrastrutture stradali

Il Fondo per lo Sviluppo e la Coesione si pone l’obiettivo di finanziare un insieme di interventi aggiuntivi a finanziamento nazionale, che sono rivolti al riequilibrio economico e sociale tra le diverse aree del Paese.

L’intervento del FSC è finalizzato al finanziamento di progetti strategici, sia di carattere infrastrutturale sia di carattere immateriale, di rilievo nazionale, interregionale e regionale, aventi natura di grandi progetti o di investimenti articolati in singoli interventi di consistenza progettuale ovvero realizzativa tra loro funzionalmente connessi, in relazione a obiettivi e risultati quantificabili e misurabili, anche per quanto attiene al profilo temporale.

Le risorse FSC sono gestite con la programmazione negoziata intesa come la prassi della contrattazione degli interventi sul territorio. In pratica è la ‘regolamentazione concordata tra soggetti pubblici, o tra soggetto pubblico competente, e la parte o le parti pubbliche o private, per l’attuazione di interventi diversi, riferiti ad un’unica finalità di sviluppo che richiedono una valutazione complessiva delle attività di competenza”.

La programmazione negoziata rappresenta lo strumento ordinario e fondamentale del rapporto tra Governo Nazionale e Giunta di ciascuna Regione o Provincia Autonoma, finalizzato alla definizione di un piano pluriennale di interventi nel territorio di una Regione o di una Provincia Autonoma.

La realizzazione di questi interventi avviene mediante l’Accordo di Programma Quadro (APQ) che costituisce lo strumento attuativo dell’Intesa Istituzionale di Programma nei settori d’intervento previsti dalla medesima.

L’APQ è sottoscritto dalla Regione, dal Ministero dell’Economia e delle Finanze, nonché dalla o dalle Amministrazioni centrali competenti a seconda della natura e del settore di intervento previsti.

L’Accordo è vincolante per tutti i soggetti che vi partecipano.

Per quanto concerne le infrastrutture stradali, sin dai primi anni 2000 e fino ad oggi, la Regione Veneto ha partecipato a tantissime ripartizioni del FSC e mai in nessuna di queste ha beneficiato il territorio veronese, tranne in una sola occasione: il finanziamento per 27 milioni di euro per completare la variante alla SS Grezzanella.

In tantissime altre occasioni, da ultimo la variante alla SS 10 Nogara-Monselice, i fondi sono stati dirottati verso altri territori del Veneto.

Premessa – Infrastrutture ferroviarie 

In occasione del rinnovo dei Contratti di Programma – ANAS e RFI – le Regioni hanno un ruolo fondamentale perché possono indicare le priorità sul proprio territorio, indirizzando concretamente le scelte nazionali.

Ciò è avvenuto anche in occasione del Decreto Olimpiadi Milano-Cortina 2026, ovviamente solo per le Regioni interessate.

Progetti

Variante Statale 12.

Più volte annunciati, i lavori per la variante non sono mai iniziati. Gli annunci sono stati la cifra della serietà delle persone. Infatti, ad oggi il progetto è a livello preliminare.

Perché dopo tanti anni c’è ancora la progettazione preliminare?

Perché, nel 2011 la Regione si era assunto il compito di redigere il progetto, sia preliminare che definitivo, ma nel gennaio del 2020 ha trasferito ad Anas il compito di redigere la progettazione definitiva e lo Studio di Impatto Ambientale.

Nove anni di nulla!

Recentemente, per realizzare le opere delle Olimpiadi invernali Milano-Cortina 2026, il Veneto riceverà 321 milioni di euro, oltre a quelli già ricevuti in passato. Di questi, solo 61 milioni di euro saranno destinati alla variante, ovvero un terzo di quanto servirebbe per completarla.

Strada Regionale 62 – Variante “Grezzanella”

Con il programma nazionale “Rientro Strade”, sono rientrate sotto la competenza di ANAS numerosissime ex strade statali assegnate nei primi anni 2000 alle Regioni. Diverse Regioni hanno restituito strade allo Stato nel 2018 e nel 2021. Per queste, l’ANAS ha stanziato oltre un miliardo di euro.

Perché il Veneto è tuttora in ritardo? Perché all’inizio del progetto voluto dal Ministro Delrio, la Regione Veneto rispose negativamente, annebbiata dalla pretesa autonomista.

Ad oggi la Regione ha cambiato idea e sono in corso le procedure per la restituzione.

Venti anni di nulla!

Recentemente, con i finanziamenti del Fondo Sviluppo e Coesione che vengono ripartiti puntualmente alle Regioni è stato deciso il finanziamento di 27 milioni di euro a sostegno della prosecuzione dei lavori per la variante alla Grezzanella.

Si conferma, quindi, che dopo tante altre esigenze che la Regione ha soddisfatto altrove, finalmente dopo venti anni è arrivato il turno di Villafranca.

Strada Regionale 10 – Variante “Padana Inferiore”

Con il programma nazionale “Rientro Strade”, sono rientrate sotto la competenza di ANAS numerosissime ex strade statali assegnate nei primi anni 2000 alle Regioni. Diverse Regioni hanno restituito strade allo Stato nel 2018 e nel 2021. Per queste, l’ANAS ha stanziato oltre un miliardo di euro.

Perché il Veneto è tuttora in ritardo? Perché all’inizio del progetto voluto dal Ministro Delrio, la Regione Veneto rispose negativamente, annebbiata dalla pretesa autonomista.

Ad oggi la Regione ha cambiato idea e sono in corso le procedure per la restituzione.

Venti anni di nulla!

Recentemente, il Comitato interministeriale per la programmazione economica e lo sviluppo sostenibile ha assegnato i fondi del Fondo Sviluppo e Coesione per investimenti su strade, ferrovie e infrastrutture idriche complementari e addizionali al PNRR.

Di questi, 65 milioni saranno destinati alla realizzazione del primo stralcio funzionale della SR 10 “Padana Inferiore” da Carceri a Borgo Veneto.

La Regione ha privilegiato altri territori.

Ferrovia Verona – Rovigo

Lungo i 96,6 km che collegano Verona a Rovigo viaggiano mezzi con vecchia tecnologia e con tempi di percorrenza troppo lunghi (55 km/h di media).

La Regione ha gestito il servizio con una propria società “Servizi Territoriali SPA” garantendo in servizio pessimo e scostante.

In nessuna occasione è riuscita ad ottenere da RFI l’elettrificazione completa della linea che consentirebbe di rottamare il servizio svolto tuttora a gasolio, né di risolvere i molti passaggi a livello oggi esistenti e, quindi, realizzare opere sostitutive o di viabilità alternativa che concentri i passaggi in pochi punti della ferrovia.

Anni e anni di nulla!

 Collegamento ferroviario Verona Porta Nuova – Aeroporto Valerio Catullo

 Ad oggi il progetto è ancora a livello preliminare per una serie di ragioni:

  •  la Regione Veneto non ha inserito il collegamento ferroviario dell’Aeroporto di Verona nell’Accordo quadro firmato con RFI e approvato con DGR n. 1917 del 29 novembre 2016, cosa che avrebbe indotto il MIMS e RFI a finanziare l’opera nel vigente Contratto di Programma 2017/2021 (come, invece, avvenuto con il collegamento ferroviario per l’Aeroporto di Venezia, per l’aeroporto di Brindisi e per quello di Olbia, tutti e tre progettati e finanziati completamente);
  • la Regione Veneto non ha inserito il collegamento ferroviario dell’Aeroporto di Verona tra le priorità del Decreto Olimpiadi (come, invece, avvenuto con il collegamento ferroviario per l’Aeroporto di Orio al Serio, finanziato completamente);
  • la Regione Veneto nel 2020 ha chiesto a RFI di valutare un collegamento Aeroporto – Lago di Garda. RFI ha, di fatto, calcolato a scarsa resa del progetto e per questa ragione ha chiesto alla Regione di “fornire il modello d’esercizio previsionale delle line ferroviarie delle quali si chiede la costruzione […]” e di fornire un ordine di priorità all’intervento rispetto alle richieste degli anni precedenti. La richiesta è del 18.11.2020 e dopo un anno e mezzo ancora non ci sono notizie.

IV lotto funzionale alta velocità Verona – Pescantina

La Regione ha sempre sostenuto il Comune di Verona che ha impiegato oltre due anni per esprimere il parere sul progetto preliminare, ragione per la quale la tratta non è rientrata nei fondi del PNRR.

RFI ha presentato il progetto nel settembre 2018, ma il Comune ha fornito il proprio parere il 2 settembre 2020 ed il Protocollo stipulato tra Comune, Regione Veneto e Rete Ferroviaria Italiana nel maggio 2013 è stato integrato soltanto nel maggio 2021.

Aggiornamento Contratto di Programma RFI 2020/2021

Nell’ ultimo aggiornamento per gli anni 2020-2021 del Contratto di Programma MIMS – RFI parte Investimenti 2017-2021, ancora una volta la Regione Veneto ha favorito altri territori rispetto a Verona.

Nel portafoglio degli investimenti in corso e programmatici, ovvero gli interventi prioritari che RFI deve realizzare per il Veneto, la Regione ha formulato le proprie priorità su alcuni progetti, nessuno dei quali a Verona.

Le esigenze sono note a tutti, in particolare per quanto concerne il collegamento Porta Nuova – Aeroporto Catullo e la penosa linea ferroviaria Verona – Rovigo.

Entrambe sono rimaste al palo, ma altri territori corrono velocemente.

Infatti, la Regione Veneto ha imposto le proprie priorità a RFI:

  • per i progetti della stazione di Longarone, sulla linea Ferroviaria Venezia Calalzo;
  • sul collegamento ferroviario aeroporto di Venezia;
  • sul raddoppio Maerne-Castelfranco Veneto;
  • sull’elettrificazione delle linee Conegliano/Castelfranco Veneto/Montebelluna, Camposampiero/Cittadella/Bassano, Vittorio Veneto/Belluno, opere propedeutiche Montebelluna/Feltre/Belluno;
  • per il ripristino della linea dei bivi di Venezia Mestre;
  • per il potenziamento Padova/Castelfranco Veneto con il raddoppio del ponte sul Brenta tratta Padova/Vigodarzere.

Neanche uno per Verona, nemmeno per sbaglio!

Autostrada regionale Medio Padana Veneta Nogara – Mare Adriatico

La definitiva sepoltura di questo un nuovo collegamento autostradale che attraversava la nostra provincia ha diverse tappe:

  • nel dicembre 2011 la Regione Veneto ha approvato la delibera relativa al bando di gara per un costo complessivo di 1.912 milioni di euro circa con un contributo pubblico in conto capitale di 50 milioni di euro oltre all’IVA;
  • nel marzo del 2018, però, la stessa Regione ha deciso di non sottoscrivere la concessione deliberata a seguito della richiesta, inoltrata dal raggruppamento delle società vincitrici, di rivedere al rialzo il contributo pubblico previsto originariamente per realizzare l’opera: da 50 milioni di euro, a 1,87 miliardi.

Per aggirare il fallimento, la Regione ha inserito, nel novembre 2020, l’opera nella propria proposta di Piano regionale Ripresa e Resilienza che ha inviato al Governo per l’inserimento nel Piano nazionale e ha chiesto 2 miliardi di euro, ma con priorità 2 (necessaria ma non indispensabile).

Come è noto, il PNRR non può finanziare la realizzazione di strade.

Verona viene sempre dopo, come al solito!

La Regione Veneto ha scelto di favorire prima il padovano per i finanziamenti relativi alla costruzione della variante della Strada Statale 10 “Padana Inferiore” (il tratto veronese va da Nogara a Bevilacqua).

Come accade sempre – da ultimo per la SS Grezzanella – la Regione Veneto ha scelto altri territori per gli investimenti infrastrutturali.

Prima gli altri!

Come in passato, quando arrivano finanziamenti statali, la Regione li dirotta altrove. La vicenda della variante alla Strada Statale 10 “Padana Inferiore” è solo l’ultima evidenza.

Una strada di collegamento fondamentale per la pianura veronese che in prospettiva favorirebbe, innanzitutto, il collegamento di quel territorio con l’autostrada A31 “Valdastico sud” ed anche quello con la A13 “Padova-Bologna”.

Su questa variante, prevista da San Vito di Legnago fino al Comune di Carceri, in provincia di Padova, è noto il tempo perso, a partire dal tentativo di trasformarla in una strada a pedaggio affidata in concessione. A quel clamoroso fallimento, ne è seguito un altro, ancora più rumoroso: la restituzione della strada ad ANAS, attraverso il “Piano Rientro Strade” voluto dall’allora Ministero Delrio.

E’ stato il fallimento della pretesa federalista della Lega che a causa di questo ha ritardato anche la stessa riconsegna.

Intanto, un anno fa è stato assegnato da Veneto Strade l’appalto di gara per l’affidamento della progettazione definitiva ed esecutiva del tratto della variante.

L’ipotesi progettuale prevede che si proceda per stralci. Per il basso veronese era importante capire il punto di partenza, ovvero, da Legnago o da Carceri (PD)?

Il Comitato interministeriale per la programmazione economica e lo sviluppo sostenibile ha assegnato i fondi del Fondo Sviluppo e Coesione per investimenti su strade, ferrovie e infrastrutture idriche complementari e addizionali al PNRR.

Di questi, 65 milioni saranno destinati alla realizzazione del primo stralcio funzionale della SR 10 “Padana Inferiore” da Carceri a Borgo Veneto.

Ecco, come è avvenuto per altre strade restituite ad ANAS, si conferma che la Regione privilegia prima altri territori e solo dopo anni pensa a Verona.

PNRR, traguardi e obiettivi 2022

Il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR) è stato uno dei più importanti temi nel dibattito pubblico in questo ultimo anno.

Ricordo che il Recovery fund, ovvero lo strumento finanziario del piano Next Generation EU ha attribuito all’Italia 191,5 miliardi di euro di cui 68,9 miliardi in sovvenzioni e 122,5 in prestiti.

Questa somma sarà erogata in 10 rate fino al 2026 se l’Italia rispetterà numerose condizioni, anch’esse distribuite fino a quell’anno.

A questi si aggiungono i 30 miliardi di fondo complementare finanziato con emissioni obbligazionarie italiane e si arriva ad una cifra pari a 235 miliardi di euro.

Con l’approvazione del PNRR da parte del Consiglio Europeo (13 luglio 2021), sono state fissate 527 condizioni – suddivise in traguardi qualitativi (“milestones”) e obiettivi quantitativi (“targets”) – da rispettare. Questi sono estremamente importanti, perché l’erogazione delle rate semestrali è condizionata al soddisfacimento di tali condizioni.

Nel 2021 le 42 condizioni da raggiungere erano quasi interamente di carattere qualitativo, quali le leggi delega per la riforma del processo civile e penale, l’entrata in vigore di tutte gli atti legislativi per la revisione del sistema degli appalti pubblici.

Nel 2022 dobbiamo  rispettare 100 condizioni, di cui 83 traguardi qualitativi e 17 obiettivi.

Tra le principali condizioni vi sono l’approvazione del nuovo codice dei contratti pubblici, il passaggio parlamentare della legge sulla concorrenza, la riforma dell’istruzione primaria e secondaria, le disposizioni per combattere l’evasione fiscale e pianificare la spending review nel triennio 2023-2025.

Altre condizioni riguardano:

  • l’aggiudicazione di appalti per il potenziamento infrastrutturale, ovvero la costruzione delle linee di alta velocità Napoli-Bari e Palermo-Catania;
  • il Parlamento dovrà approvare entro fine dell’anno la legge annuale sulla concorrenza, che riformerà i contratti relativi alla gestione dei rifiuti e dei trasporti pubblici locali e renderà obbligatorio lo svolgimento di gare per i contratti di concessione per la distribuzione del gas;
  • digitalizzazione, innovazione e sicurezza della Pubblica Amministrazione.

Perché Sergio Mattarella.

In tanti hanno obiettato sulla scelta di rieleggere Sergio Mattarella a Presidente della Repubblica. Si è tanto detto sul fallimento della politica, di vulnus democratico, del fallimento dei partiti, dei parlamentari che volevano salvare loro stessi ed altro ancora.

Invece, l’elezione di Mattarella è stata la scelta politica più sagace che potesse essere fatta in questo momento e in questo Parlamento, in cui è chiara la non esistenza di una maggioranza politica perché entrambi gli schieramenti, il centrosinistra con il M5S ed il centrodestra, non hanno i numeri minimi per eleggere nessuno anche con il quorum più basso, ovvero con 505 elettori.

 Il paragone con la rielezione di Napolitano nel 2013, quindi, è improprio, perché allora il centrosinistra era più che sufficiente, ma non fu in grado di eleggere nessuno.

Quali erano le premesse, quindi?

Per noi l’obiettivo da perseguire doveva essere quello di disarticolare il centrodestra che si era affidato alla guida di Salvini per provare con una candidatura funzionale alla prosecuzione della legislatura per cambiare la legge elettorale. Tra i nomi da sempre in campo, le personalità adatte potevano essere solo Mattarella bis, Amato e Casini.

Perché la legge elettorale proporzionale lo dico qui https://www.vincenzodarienzo.it/il-futuro-dellitalia-e-proporzionale/

Per l’area del centrodestra, il king maker Salvini poteva solo portare avanti uno schema che provasse a tenere insieme l’area (FdI compresa) e provare con candidature che o avrebbero favorito il voto anticipato o, in subordine, avrebbero impedito la riforma della legge elettorale.

I nomi funzionali all’obiettivo erano inseriti in una rosa solo annunciata (Pera, Nordio, Moratti) e Casellati.

Attorno a queste due grandi questioni, è stato necessario individuare i soggetti politici interessati allo scenario a noi più favorevole (centrosinistra, IV, M5S, centristi vari e parti di FI) e seguire con attenzione i passaggi utili allo scopo nonché le contraddizioni che avrebbero dovuto verificarsi nelle coalizioni per provare a orientare la soluzione.

C’ è stato un terzo elemento. Era importante rafforzare il Governo Draghi per affrontare le sfide poste dalla pandemia e non solo. Lo scenario e la caratura del Presidente del Consiglio, infatti, consentono una larga maggioranza diversamente proponibile.

Alla prima votazione, quindi, si comprende che sono 41 i voti “centristi” di chiara provenienza FI/Lega difformi dallo schema salviniano.

 Alla seconda votazione, cresce Sergio Mattarella 39 e si comprende che sono 74  i voti “centristi” di chiara provenienza FI/Lega difformi dallo schema del king maker Salvini. 

Al termine della seconda votazione, scrivo come la penso in quel momento https://www.vincenzodarienzo.it/quirinale-a-che-punto-siamo/

Alla terza votazione, Mattarella cresce sempre di più e si comprende che sono 94  i voti “centristi” di provenienza FI/Lega difformi dallo schema del king maker Salvini.

Nella stessa votazione riceve 114 voti Guido Crosetto, votato da FdI e parte della Lega. Viene interpretato come un test per comprendere il favore che un candidato di parte può raccogliere nell’area di riferimento. Pur importante, quella mossa tattica non ha numeri elevati.

Al termine della terza votazione, scrivo come la penso in quel momento

https://www.vincenzodarienzo.it/quirinale-a-che-punto-siamo-26-gennaio-2022/

 Alla quarta votazione il centrodestra si conta astenendosi dal voto, La decisione dell’astensione del centrodestra viene interpretata come preparatoria a qualcosa e per evitare ulteriori esiti favorevoli a soluzioni non in linea con gli obiettivi da raggiungere.

Sergio Mattarella si mantiene a livelli alti e non si conta nessun voto “centrista”, considerato che il centrodestra non era in aula a votare.

Al termine della quarta votazione, scrivo come la penso in quel momento

https://www.vincenzodarienzo.it/quirinale-a-che-punto-siamo-27-gennaio-2022/

Alla quinta votazione, si capisce tutto. Salvini propone la candidata Casellati., Centrosinistra e M5S si astengono dal voto.

 Il voto chiarisce meglio i risultati dei giorni precedenti. La candidata Casellati prende solo 382 voti su 543 possibili (grandi elettori centrodestra), mentre 67 sono  i voti “centristi” difformi dallo schema perseguito da Salvini e con Mattarella che ne riceve 46.

 Alla sesta votazione il centrodestra si astiene come viene imposta da Salvini nel tentativo di individuare un altro percorso che tenga in vita la sua prospettiva e Mattarella riceve 337 voti dal centrosinistra, IV e M5S.

Di fatto, è la “risposta” ai centristi di area centrodestra che con 46 voti nella quinta votazione hanno lanciato un segnale.

Al termine delle due votazioni della giornata, scrivo come la penso in quel momento

https://www.vincenzodarienzo.it/quirinale-a-che-punto-siamo-28-gennaio-2022/

Nel tardo pomeriggio del 28 gennaio 2022 Letta, Conte e Salvini si incontrano ed in campo resta una rosa di nomi che Letta dichiara essere: Draghi, Cartabia, Amato, Casini, Belloni, Severino (non cita Mattarella, ma è chiaro che esiste).

Nonostante la dissoluzione del centrodestra e le votazioni svolte fino a quel momento che indicavano chiaramente un favore verso Mattarella, Salvini lanciava pubblicamente la candidata Belloni.

A quel punto, avviene un fatto rilevante: Forza Italia non solo dichiara la propria indisponibilità sulla candidata Belloni (come Letta, Renzi, Di Maio, Coraggio Italia), ma aggiunge che parteciperà agli incontri da sola e non più nella coalizione guidata da Salvini.

Il centrodestra si dissolve.

Al mattino seguente, 29 gennaio 2022 persa ogni speranza, Salvini dichiarava: “se non ci sono altre soluzioni possibili, allora va bene anche il Mattarella bis” (forte irritazione della Meloni: “non voglio crederci”).

Quanto è accaduto significa che nessun altro candidato poteva raccogliere gli stessi favori di Mattarella e che, quindi, in realtà, altri nomi – donna o uomo che fosse – non potevano essere in gioco.

L’elezione di Sergio Mattarella corrisponde ai desiderata del Parlamento mai come in questo momento “autonomo” e decisivo nell’indicare la prospettiva verso la quale riordinare il sistema politico con una nuova legge elettorale, oltre a rafforzare lo schema che vede nel duo Mattarella/Draghi le migliori espressioni italiane nelle istituzioni politiche più importanti.

Quirinale: Mattarella bis!

All’ottava votazione è stato confermato al Quirinale il Presidente Sergio Mattarella.

Sono felice d’aver contribuito all’elezione di una persona di enorme valore morale e politico che in questi anni ha ben rappresentato la Nazione e gli italiani tutti.

L’elezione di Mattarella conferma l’assetto straordinario che ci siamo dati per affrontare la pandemia e utilizzare i finanziamenti europei: una larga maggioranza a sostegno del Governo Draghi.

Il perdente in assoluto è Matteo Salvini che, insieme a Giorgia Meloni avevano immaginato un percorso diverso che portasse alla fine della legislatura per un voto con questa legge elettorale.

Per fortuna si sono comportati da armata brancaleone sbagliando tutte le mosse e richiudendosi in un angolo (nel quale speriamo di confinarli a lungo).

Un percorso diverso da parte di Salvini avrebbe potuto portare ad altre soluzioni, ovviamente sempre sostenuto da tutta la maggioranza di governo, ma considerata la personalità di Sergio Mattarella, direi che meglio non poteva andare.

Non è il fallimento del Parlamento o del sistema politico, come qualcuno ripete (i perdenti), bensì la risposta migliore a coloro che stavano per sfasciare tutto per il loro tornaconto personale.

In diverse occasioni mi sono espresso a favore di questa soluzione.

Qui, le considerazioni del perché:

https://www.vincenzodarienzo.it/draghi-si-draghi-no/

https://www.vincenzodarienzo.it/quirinale-a-che-punto-siamo/

Per comprendere meglio il felice approdo, penso sia utile un breve riepilogo di quanto accaduto negli ultimi giorni.

Parto da lontano.

I giorni antecedenti la prima votazione (lunedì 24 gennaio) sono stati caratterizzati dalla presunta unità del centrodestra sulla figura di Silvio Berlusconi per la presidenza della Repubblica.

Presunta, perché come è noto è stata superata in quanto, oltre ai dubbi presenti, i numeri a disposizione non avrebbero mai consentito la sua elezione.

Però, il fatto che vi fosse quella candidatura non ha consentito il confronto tra le forze politiche che in Parlamento non hanno una maggioranza in grado di superare i 505 voti necessari.

Subito dopo il ritiro di Berlusconi (Domenica 23 gennaio) con una corposa propaganda il centrodestra, ormai affidatosi alla guida di Matteo Salvini, ha fatto credere che fosse giusto eleggere un Presidente espressione di quell’area come risarcimento per i tanti passati Presidenti di area centrosinistra.

Una narrazione falsa sia per l’attribuzione alla nostra area di Presidenti che non lo sono mai stati, sia perché non ci sono le condizioni, numeriche e politiche, per eleggere una figura di qualsiasi parte.

L’errore madornale di Salvini è stato quello di aver vestito il Presidente della Repubblica da votare con la sua casacca in un Parlamento senza una maggioranza.

Ancora peggio il fatto d’aver preteso che quel presidente di parte potesse essere eletto con i soli voti, comunque non sufficienti, del centrodestra.

L’operazione sul Presidente del Senato, quindi, è stato il frutto avvelenato di una strategia divisiva che conteneva anche la caduta del Governo.

Certo, perché pensare di eleggere una persona di parte con una maggioranza di parte contro quella che sostiene il governo Draghi aveva solo quell’obiettivo per anticipare le elezioni politiche.

D’altronde, Salvini non ha mai superato il recinto del centrodestra e, pertanto, non ha mai voluto ragionare nell’ambito della maggioranza di Governo per evitare la rottura del centrodestra, ovvero con Fratelli d’Italia che avversa il Governo.

Un equilibrismo tattico e strategico che solo un dilettante poteva immaginare potesse avere risultati positivi.

Ed infatti, la sveglia è arrivata con il voto di venerdi 28 gennaio che ha affossato tutto quanto Salvini aveva costruito in malo modo perché mai poteva andare in porto.

Una nota: a quel voto ha partecipato solo il centrodestra e pochi altri. Ebbene, non solo è stata bocciata la Casellati, ma tanti voti sono stati espressi a favore del Presidente Mattarella.

Dopo il voto, come era normale ipotizzare, il centrodestra si è dissolto. Forza Italia non ha più riconosciuto la guida a Salvini e ha trattato come forza politica autonoma proponendo anche candidati non condivisi e condivisibili dai loro tradizionali alleati (Casini).

Ma Salvini ha capito la lezione? Ha capito, finalmente, che il candidato deve essere espressione della maggioranza di Governo e che nessuno può dire che è il suo candidato?

Macché.

Nella serata di venerdì 28 gennaio, dopo la disfatta sul Presidente del Senato, i leader della maggioranza di governo si sono incontrati e sono emersi alcuni nominativi: Amato, Mattarella, Belloni, Casini, Severino, Cartabia.

Un minuto dopo finito il vertice, Salvini, sempre lui e sempre d’accordo con la Meloni, ha lanciato pubblicamente la candidata Belloni (che aveva anticipato a Mario Draghi). Questa mossa improvvida – ha vestito la candidata con la sua casacca – è stata l’ulteriore dimostrazione della sua inaffidabilità e ha confermato che ha in mente solo di dividere la maggioranza di governo.

Questo riepilogo per far comprendere quanto sia complicato il quadro politico nel quale si inserisce l’elezione del Presidente della Repubblica perché tra gli interlocutori vi è Salvini che ha obiettivi altri rispetto al Quirinale di tutti.

Egli ne vuole uno di parte che porta il Paese alle elezioni anticipate e con questa legge elettorale.

Rispetto a questo (suo) orizzonte la sua narrazione retorica sul fatto che ha proposto vari nomi, che fossero di prestigio (lo dice lui) e che da noi ha sempre ricevuto dei no, non solo legittima la nostra posizione, ma ci rafforza nel contrastarlo affinché il suo disegno, che collima con quello di Giorgia Meloni, sia sconfitto.

Dopo il Papeete era difficile immaginare un altro passo falso, ma i fatti di oggi hanno confermato che il dilettantismo è il suo tratto distintivo.

Inutile dire che anche i voti di oggi hanno chiamato in causa prepotentemente il Presidente Mattarella, indicando chiaramente la disponibilità a rieleggerlo.

Ah, dimenticavo, ovviamente dopo averle perse tutte e aver diviso il centrodestra, adesso invoca il Mattarella bis. E’ anche solito salire sul carro del vincitore, come tutti i perdenti.

 

Il commento sulla giornata e il voto del 25 gennaio è qui https://www.vincenzodarienzo.it/quirinale-a-che-punto-siamo/

 

Il commento sulla giornata e il voto del 26 gennaio è qui

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Il commento sulla giornata e il voto del 27 gennaio è qui

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Il commento sulla giornata e il voto del 28 gennaio è qui

https://www.vincenzodarienzo.it/quirinale-a-che-punto-siamo-28-gennaio-2022/

 

Quirinale: a che punto siamo? 28 gennaio 2022

Oggi ci sono state due votazioni, anche queste a vuoto e sempre per evidenti responsabilità del centrodestra.

Anche oggi è possibile fare un’analisi molto precisa, in particolare sia sulla pretesa del centrodestra di eleggere un suo nominativo, sia sui danni che questo ha provocato, al loro interno ed al Paese (stiamo vivendo un’inutile perdita di tempo).

Al primo voto, il loro candidato di bandiera, la Presidente del Senato Maria Elisabetta Alberti Casellati, ha ricevuto meno preferenze di quante ne esprimerebbe la somma dei grandi elettori del centrodestra (382 anziché 450).

Il quorum dei 505 voti minimi necessari è rimasto molto lontano.

Alla prima votazione di oggi il centrosinistra ed il M5S si sono astenuti o non hanno partecipato al voto.

Perché questa scelta? Per non partecipare al giochino del centrodestra del candidato di bandiera e per far emergere che, come dico da giorni, non corrisponde al vero che sono uniti.

Nella seconda votazione il centrodestra si è astenuto, ad ulteriore testimonianza della grave sconfitta subita.

Con il voto di oggi è tutto più palese ed è stato certificato che la narrazione secondo la quale il centrodestra ha i numeri per eleggere qualcuno era solo propaganda.

Il grande sconfitto, Matteo Salvini, ha sbagliato tutte le mosse. Ha fatto credere un mondo diverso dalla realtà, poi ha voluto contarsi non partecipando al voto (27 gennaio quarta votazione), poi ha osato con la candidata Casellati che non unisce neanche la loro coalizione.

Un capolavoro che ha ottenuto il peggiore risultato: chiarire che non ha i numeri e che la coalizione che dice di guidare è divisissima. La sua azione, peraltro, ha danneggiato l’immagine della seconda carica dello Stato.

Sinceramente, un dilettante così…ce lo auguriamo tutti i giorni.

Quello che Salvini proprio non vuole capire è che esiste una maggioranza eccezionale che sostiene il governo, ma se il Presidente della Repubblica viene eletto da una maggioranza differente, è evidente che il Governo cade.

Ma se lo ha capito, allora la strategia è un’altra, ovvero quella di non scoprirsi a destra con Fratelli d’Italia?

Le domande, quindi, sono: sta giocando a far cadere il Governo e precipitare il Paese alle elezioni anticipate? Privilegia i suoi interessi a quelli degli italiani?

Risposta: non è adatto a guidare nulla!

Anche oggi ed in entrambe le votazioni, il Presidente Mattarella ha ottenuto numerose preferenze. Un chiaro segnale, direi, no?

Al centrodestra dico: basta giocare come i bambini con le Istituzioni. L’unico modo per eleggere qualcuno è quello di trovare un nome che unisca tutti.

Altri percorsi portano alla sconfitta, peraltro decretata da loro stessi.

 

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Il commento sulla giornata e il voto del 26 gennaio è qui

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Il commento sulla giornata e il voto del 26 gennaio è qui

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