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Perché perdiamo così sonoramente?

Le elezioni regionali, nel loro complesso, hanno nuovamente confermato che il Partito Democratico è indispensabile per qualsiasi formazione alternativa alla destra e che i risultati positivi sono frutto di un progetto politico riconoscibile, oltre alle definite caratteristiche della leadership.

E’ stato, altresì, confermato, dopo l’Umbria stavolta in Liguria, che affidarsi solo alle alchimie politiche delle alleanze, non è un progetto alternativo.

Ma il risultato del Veneto, drammatico nelle proporzioni, è molto altro. E’ il “reato spia” di un percorso (del PD Veneto) che ha negato non solo la proposta politica offerta agli elettori, ma spesso financo i valori di riferimento, nei fatti subordinandoli al pensiero dominante imposto dall’agenda politica di Zaia rispetto al quale non c’è stata alcuna visione diversa, come era normale che fosse considerati i cardini valoriali ai quali fa riferimento il leghista.

Un’assenza di progetto, di iniziativa politica e di leadership, la cui sommatoria è la crisi profonda di identità del nostro partito in questa Regione.

Non è vero che non può esistere un “altro pensiero” in un territorio in cui c’è opulenza, dinamismo imprenditoriale, diffuso benessere. Non è vero perché è proprio lo sviluppo deregolato propugnato dalla destra da oltre venti anni che ha determinato disuguaglianze, egoismi sociali, la quasi assente mobilità sociale, la ricercata prevalenza (costosa e diseguale) del sistema sanitario privato su quello pubblico e la scarsa coincidenza tra i livelli di studio raggiunti dai giovani e le corrispondenti occasioni di impiego, ragione per la quale ogni anno migliaia di ragazzi emigrano altrove.

La prolungata assenza di una “visione progettuale diversa” ha costretto il PD ad agire di rimessa e sempre a rimorchio dei temi dettati dagli avversari politici. Anche di quelli eminentemente propagandistici, come il falso referendum sull’autonomia del 2017. Quell’atto è uno spartiacque.

Aver accettato il campo di gioco imposto da Zaia, senza denunciarne l’assoluta falsità di quelle proposte e senza contrastarne l’indizione e il risultato – anzi, addirittura aderendovi – ha concretamente sdoganato un falso tema (basta vedere oggi di quale autonomia si sta parlando) che ha favorito il giudizio positivo dei veneti sull’azione di governo di Zaia (di cui, però, nessuno è in grado di indicare un fatto significativo). Un giudizio del tutto trasversale, visto che il 56% degli elettori del Pd lo ha condiviso, che certamente si è tradotto in sostegno elettorale alla lista nominativa del candidato Zaia e che ha determinato, tra gli altri, la drammatica conseguenza che sia Belluno che Rovigo non avranno rappresentanza in Consiglio regionale.

Un percorso di offuscamento identitario, quindi, che viene da lontano e che oggi, con il voto, si è solo concluso. Ma se ne aprirà un altro.

La prossima legislatura regionale, stante alle prime dichiarazioni, parte allo stesso modo: alimentare e sfruttare il risentimento veneto verso le politiche fiscali e centralistiche e le “ricadute” dell’autonomia che mai potrà essere come quella che il leghista Zaia chiede propagandisticamente.

Il progetto alternativo parte da qui, innanzitutto dalla non adesione (ideale) ai temi che Zaia vorrà imporre, per giungere alla piena e completa rappresentazione “dell’altro pensiero” e della proposta diversa passando dalla definizione di un convinto percorso di costruzione di una leadership credibile che sappia incarnare sin da subito l’alternativa.

Serve un radicale cambiamento di approccio per superare (debellare) la “visione a rimorchio” che ha contraddistinto il PD Veneto in questi anni, necessario per garantire la sopravvivenza della prospettiva di quella cultura politica e sociale che esiste in natura ed è originata dalle diverse opportunità che le scelte economiche e sociali della destra hanno generato e continueranno a generare.

Serve, inoltre, un radicale cambiamento della classe dirigente attraverso la promozione del dinamismo giovanile in modo da determinare le condizioni più favorevoli per il ricambio generazionale che, a questo stadio delle cose, è questione vitale a supporto della sopravvivenza della nostra appartenenza politica.

Tutto ciò è imprescindibile, anche per evitare (impedire) un altro dei problemi del PD Veneto che si manifesta puntualmente nel momento dell’individuazione del candidato presidente.

Collettore del Garda, il progetto sia verificato.

Come è noto è in corso la stesura del progetto concernente gli interventi di riqualificazione del sistema di raccolta dei reflui nel bacino del Lago di Garda. In pratica, il nuovo collettore che dovrà sostituire quello esistente, ormai non più consono.

Il tema progettuale è rilevante in ragione della delicatezza naturalistica dell’area. Il Lago di Garda è un territorio molto delicato ed il progetto in corso potrebbe modificarne alcuni aspetti, come già avvenuto in occasione della realizzazione del collettore attualmente in esercizio che ne ha modificato perennemente alcuni tratti.

E’ questa la ragione per la quale ritengo doveroso approfondire ogni aspetto degli interventi da operare.

Quindi, ho presentato un’interrogazione al Ministro dell’Ambiente con la quale ho chiesto puntuali informazioni su vari punti sensibili, ovvero, se:

  • l’intervento è improntato ad elevati standard di qualità paesaggistica tali da conservare i pregi esistenti e riqualificare le zone oggetto dei lavori;
  • il conseguente snaturamento del bagnasciuga – che sarà ridefinito artificialmente – già oggi molto risicato, sia stato affrontato per ridurre al minimo l’impatto degli interventi e consentire il ripristino di quel territorio che morfologicamente rappresenta la vera “anima” naturale del Garda;
  • le scogliere in pietra naturale che saranno realizzate in alcuni tratti del territorio rispettino i requisiti di mitigazione e salvaguardia delle peculiarità naturali delle aree interessate;
  • i previsti impianti di sollevamento o scolmatori sono stati progettati con fattezze tali da inserirsi armonicamente nel delicato territorio che li ospiterà;
  • le nuove tubazioni saranno opportunamente interrate e mitigate, in modo da impedire lo scempio che caratterizza l’attuale collettore;
  • l’attraversamento aereo del fiume Mincio delle tubazioni è stato progettato in modo che all’impatto visivo non risulti un orribile tubo sospeso, bensì un’opera architettonicamente gradevole e confacente all’ambiente circostante.

Credo che queste informazioni siano il minimo sindacale da approfondire e auspico che le Istituzioni del Garda partecipino attivamente in questa fase che è dirimente per evitare orrori e nefandezze che si ripercuoteranno sul delicato ecosistema e sugli aspetti paesaggistici.

 

Le missioni militari dell’Unione Europea

L’Unione europea può avviare missioni civili o militari, all’esterno del suo territorio, per garantire il mantenimento della pace, la prevenzione dei conflitti e il rafforzamento della sicurezza internazionale, conformemente ai principi della Carta delle Nazioni Unite. Attraverso missioni e operazioni militari l’Ue può svolgere una serie di compiti che vanno dalle missioni umanitarie al peace-keeping, dalle missioni di addestramento delle forze armate alla lotta al terrorismo.

L’avvio di una missione si iscrive nelle priorità di politica estera dell’Unione, ma all’origine di tutto c’è ovviamente la motivazione degli Stati. Spesso è uno dei paesi più grandi che si muove per primo (magari in virtù di legami derivanti dal passato coloniale, presenza sul terreno o altri interessi specifici) e poi cerca di aggregare degli altri paesi in vista della decisione comune.

Le missioni e operazioni che sono state condotte finora, comprese quelle ancora in corso, sono molto diverse tra loro per una serie di fattori, dal contesto di intervento al mandato, dalla durata alle truppe impiegate al numero di paesi partecipanti.

La prima in assoluto, nel 2003 (nell’allora Macedonia), aveva 357 militari, mentre l’anno dopo, in Bosnia Erzegovina, ne furono dispiegati circa 7 mila. Una varietà simile si rinviene per quanto riguarda la durata dell’intervento. In Bosnia (seppure con finalità e assetti che sono molto cambiati nel corso e del tempo) l’Unione è presente da 16 anni. In altri teatri ha fatto apparizioni anche molto fugaci, con missioni “ponte” nate per dare ad altri attori (ad esempio Onu e Unione Africana) il tempo di schierare missioni più robuste. In alcuni casi le missioni Ue sono partite fin dall’inizio con la partecipazione di molti Stati membri, mentre altre volte l’impegno è ricaduto sulle spalle di pochi paesi17. Nei Balcani l’Ue ha sperimentato operazioni “miste”, sulla base di appositi accordi con la Nato; altrove ha operato e opera in collaborazione con le Nazioni unite e con altre organizzazioni regionali, a partire dall’Unione africana.

Le missioni Ue sono anche sempre state (e lo sono tuttora) un polo di attrazione per una serie di paesi terzi che hanno scelto questo formato per agire sullo scenario internazionale, per ampliare le relazioni politiche con l’Unione o rafforzare la propria domanda di adesione (dalla Norvegia all’Ucraina, dalla Georgia alla Turchia, dai paesi dei Balcani alla Svizzera, al Cile o al Sudafrica).

Attualmente le missioni che operano nei contesti più difficili (Somalia, Mali e Repubblica Centrafricana) non hanno funzioni esecutive, ma svolgono compiti di addestramento militare e consulenza per la riforma del settore della difesa e sicurezza. L’operazione in Bosnia Erzegovina, la più longeva in assoluto, con il miglioramento della situazione di sicurezza del paese si è ridotta nei numeri e ha mutato parzialmente mandato.

A quasi vent’anni dal loro avvio, quindi, le missioni militari rappresentano una piccola parte dell’intervento esterno dell’Unione. Non potrebbe che essere così, del resto, per una “potenza civile”, che si è sempre qualificata, all’esterno dei suoi confini, in termini di “potere normativo” e di assetto valoriale.

La proiezione internazionale dell’Ue è del resto tradizionalmente affidata a un ampio e collaudato strumentario di interventi, che operano su leve economiche, diplomatiche e politiche: dagli accordi commerciali agli aiuti allo sviluppo, dalle sanzioni economiche alla condizionalità, dal dialogo politico alle coalizioni nei contesti multilaterali.

Dopo quasi vent’anni e circa 200 mila militari complessivamente impiegati, lo strumento delle missioni militari appare per l’Ue un dato acquisito delle sue politiche esterne, così come della “divisione del lavoro” tra i diversi soggetti della comunità internazionale sul tema della sicurezza collettiva.

Sostegno contro la disoccupazione (SURE)

Dal primo giugno è in vigore il fondo SURE, ovvero il sostegno temporaneo per attenuare i rischi di disoccupazione in un’emergenza.

Il Fondo è stato proposto dalla Commissione europea ed approvato dal Consiglio europeo.

Il fondo è parte integrante del progetto di istituire tre reti di sicurezza: per emittenti sovrani tramite il Meccanismo europeo di stabilità; per imprese private tramite risorse della Banca Europea degli Investimenti; per la tutela dell’occupazione, facendo ricorso, appunto, al SURE.

Il SURE è volto a tutelare i lavoratori e i posti di lavoro messi a rischio dall’epidemia di COVID19, mediante la creazione di uno strumento temporaneo, ad integrazione delle misure già decise dall’Italia, con risorse aggiuntive per il finanziamento di regimi di riduzione dell’orario lavorativo o di misure analoghe, miranti a ridurre l’incidenza della disoccupazione e della perdita di reddito dei lavoratori dipendenti e autonomi.

I regimi di riduzione dell’orario lavorativo sono definiti dalla Commissione europea come programmi che, in determinate circostanze, consentono alle aziende in difficoltà economiche di ridurre temporaneamente l’orario di lavoro dei loro dipendenti, ai quali viene erogato un sostegno pubblico al reddito per le ore non lavorate.

Regimi analoghi di reddito sostitutivo si applicano ai lavoratori autonomi.

L’assistenza finanziaria europea può essere richiesta dall’Italia la cui spesa pubblica – effettiva ed eventualmente anche programmata – abbia subìto “un aumento repentino e severo” a decorrere dal 1° febbraio 2020 a causa dell’adozione delle misure restrittive che hanno causato la riduzione dell’orario lavorativo per far fronte agli effetti socioeconomici delle circostanze eccezionali causate dalla pandemia di Covid-19.

In pratica, si tratta dell’erogazione di prestiti, a rate. I prestiti sarebbero garantiti da tutti gli Stati membri, in relazione alla spesa pubblica volta a sostenere i regimi di riduzione

delle garanzie prestate dagli altri Stati membri (nei limiti delle medesime).

L’Europa conferma, così, di agire concretamente per risolvere i problemi causati dalle misure prese contro il virus.