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Le scommesse fallite di Renzi

Ad oltre un anno dalla scissione che Renzi ha voluto per far nascere il suo partito, possiamo dire che quella scommessa non è andata in porto.

Anzi, si è confermato un errore politico rilevante.

Renzi aveva scommesso che in tanti sarebbero stati i parlamentari del PD che lo avrebbero seguito nel nuovo percorso. Al contrario, ciò non è avvenuto, non c’è stato un esodo ed il PD ha retto l’urto che di solito si determina in una scissione.

L’iniziativa di Renzi poteva anche produrre un effetto di lunga durata nel PD. Mi spiego: i parlamentari ed i militanti che lo avevano sostenuto nei vari congressi e che avevano costituito un’area politica – Base Riformista – avrebbero potuto sempre seguirlo, in particolare se le condizioni all’interno del PD non fossero state di accoglienza, ma di contrapposizione.

In realtà, in una determinata fase la contrapposizione c’è stata ed il tentativo di avversare la permanenza stessa di Base Riformista nel PD si è ripetuto più volte, ma non ha sortito l’effetto di costringerli ad uscire. Con l’arrivo di Enrico Letta questa fase si è chiusa definitivamente, in particolare nel momento in cui Letta ha riconosciuto la valenza della scelta di coloro che sono rimasti nel PD fungendo da argine verso l’abbandono da parte di un elettorato che fa comunque riferimento ai valori espressi da quell’area politica.

In quel momento, sono falliti i disegni di Renzi sul PD: quello di indebolire il PD e di favorire ulteriori adesioni di parlamentari e militanti in Italia Viva.

Come è noto, Renzi ha provocato la crisi di Governo per favorire la nascita del governo istituzionale. Checchè ne dica, era nelle cose che aveva immaginato un governo senza la Lega perché senza questa avrebbe potuto agire con Forza Italia in maniera più libera. Al contrario, la presenza della Lega nella maggioranza a sostegno del Governo Draghi sta tenendo ancorato quel partito alla strutturata alleanza di centrodestra ed in questa dimensione puntualmente si rapporta con il Governo stesso.

Certamente Renzi aveva scommesso sulle difficoltà del M5S, in particolare per il sostegno a questo tipo di Governo. Le difficoltà non sono mancate, ovviamente, ma la leadership consegnata a Giuseppe Conte ha collocato quel movimento, oltre che saldamente nel solco del governo Conte II, non solo in un alveo istituzionale ed europeo, ma anche in una direzione politica favorevole al centrosinistra con il risultato di ridurre ancor più il potere di interdizione nell’area, il cui contrario era un altro obiettivo di Renzi.

Insomma, la scissione di Renzi e, conseguentemente, il cambio di governo da lui provocato, sembrano aver favorito progettualità politiche che certamente egli non avrebbe voluto come conseguenze dei propri atti.

Nogara – Mare Adriatico, i due fallimenti di Zaia.

La definitiva sepoltura della cosiddetta “autostrada regionale Medio Padana Veneta Nogara – Mare Adriatico”, un nuovo collegamento autostradale che attraversava la nostra provincia, porta con se due fatti: è il più grande fallimento di Zaia e delle sue inutili promesse ed i vincoli imposti ai proprietari terrieri per gli espropri lungo la tratta sono decaduti.  

Come era stata progettata a livello preliminare, avrebbe avuto origine nel comune di Nogara, si sarebbe sovrapposta alla SS 434 Transpolesana a Legnago, trasformandola in autostrada fino a Rovigo e sarebbe proseguita fino alla “Nuova Romea” nei pressi di Adria (RO).

Successivamente, nella fase di aggiudicazione della concessione e, quindi, della prevista progettazione definitiva ed esecutiva, la strada era stata estesa da Nogara fino alla A22 del Brennero a Nogarole Rocca. In pratica, avrebbe collegato l’autostrada del Brennero, la Transpolesana, l’Autostrada A31 Valdastico a Canda (RO) e l’autostrada A13 Padova-Bologna a Villamarzana (RO).

Una specie di alternativa all’autostrada A/4.

Nel dicembre 2011 la Regione Veneto ha approvato la delibera relativa al bando di gara per un costo complessivo di 1.912 milioni di euro circa con un contributo pubblico in conto capitale di 50 milioni di euro oltre all’IVA.

Nel marzo del 2018, però, la stessa Regione ha deciso di non sottoscrivere la concessione deliberata a seguito della richiesta, inoltrata dal raggruppamento delle società vincitrici, di rivedere al rialzo il contributo pubblico previsto originariamente per realizzare l’opera: da 50 milioni di euro, a 1,87 miliardi. Una cifra enorme.

La decisione è stata impugnata e sia il TAR sia il Consiglio di Stato (settembre 2019) hanno dato ragione alla Regione in quanto la sua condotta non è stata contraria ai doveri di correttezza e di lealtà nel momento in cui il contributo pubblico è cresciuto così enormemente.

Lo stop a tutta la procedura avviata per il l project financing è, quindi, definitivo.

Per aggirare il fallimento, Zaia ha provato a rivitalizzarla in qualche modo. Infatti, nel novembre 2020 ha inserito l’opera nella propria proposta di Piano regionale Ripresa e Resilienza che ha inviato al Governo per l’inserimento nel Piano nazionale e ha chiesto 2 miliardi di euro, ma con priorità 2 (necessaria ma non indispensabile). Fa specie rilevare che la cifra richiesta è quella per pagare il contributo pubblico che la società concessionaria (un raggruppamento di imprese capitanato dalla società Serenissima) aveva chiesto, ragione per la quale la Regione aveva bocciato tutto e vinto fino al Consiglio di Stato

La proposta è stata irricevibile perché con i soldi del Recovery Fund non si possono realizzare autostrade in concessione (cosa che Zaia sapeva, comunque).

La sepoltura è definitiva.

Come sempre accade, a partire dal momento in cui la Regione aveva deciso l’opera, i terreni interessati dalla nuova strada erano stati vincolati. I vincoli, ancorché non viene costruito nulla, impediscono ai proprietari qualsiasi intervento.

Nel caso della Nogara – Mare, però, la novità è che i vincoli imposti, essendo passati già dieci anni ed essendo stata archiviata tutta la procedura autorizzatoria – ragione per la quale non possono più essere reiterati legittimamente – non sono più operanti e, pertanto, i proprietari possono agire senza limite alcuno.

E’ il secondo fallimento di Zaia: quei vincoli senza alcun risultato hanno impedito uno sviluppo diverso dei terreni interessati per tanti, troppi anni.

I ristori economici in Europa

Spesso si ripete che i ristori non siano arrivati alle attività economiche colpite dai provvedimenti restrittivi del Governo.

La cosa non è vera, tanto che i dati forniti dall’Agenzia delle Entrate dimostrano che ne hanno beneficiato tutte le attività economiche che ne avevano diritto.

Ma vediamo cosa è accaduto altrove.

I paesi considerati, Francia, Germania e Inghilterra, hanno fatto come l’Italia: hanno erogato contributi a fondo perduto a favore di imprese e lavoratori autonomi basandosi sulla perdita di fatturato. Solo per il quantum del contributo hanno utilizzato parametri diversi.

Mentre in Italia è stato scelto il criterio della perdita di fatturato risultante dal confronto tra aprile 2019 e aprile 2020, i paesi considerati, pur prendendo a base la perdita di fatturato, hanno seguito altri criteri di riferimento.

La cosa che emerge, quindi, è che tutti i contributi sono stati basati sulla perdita di fatturato. Questa scelta ha avuto la pregevole caratteristica di penalizzare chi aveva sotto-dichiarato negli anni precedenti. Questo ha un evidente vantaggio in termini di penalizzazione dell’evasione.

Devo dire che da alcune interviste di singoli o proteste di zone, nel corso delle quali si lamentavano l’esiguità dei contributi ricevuti, era più che comprensibile che il nodo era questo: essendo il contributo legato al fatturato, se il ristoro era basso…

Per quanto riguarda il modello tedesco, le differenze più importanti rispetto a quello italiano sono:

  • hanno diritto al ristoro le imprese indipendentemente dal settore di operatività, bensì al solo verificarsi di una perdita di fatturato. Questa facoltà è stata prevista in Italia solo per il contributo previsto dal Decreto Rilancio, ma poi è stata sostituita dall’identificazione delle imprese beneficiarie sulla base dei codici ATECO. Il riferimento ai codici ATECO ha avuto vantaggio di minimizzare il rischio di dare contributi a imprese in perdita per motivi diversi dalla pandemia;
  • gli aventi diritto vengono ristorati sulla base della perdita di fatturato di ogni mese in cui si fa richiesta rispetto a quello corrispondente del 2019, il che ha reso il sistema tedesco più elastico rispetto alla scelta italiana di basarsi solo sul mese di aprile, ovvero la perdita di fatturato di aprile 2020 rispetto ad aprile 2019 che è stata mantenuta nel corso dell’intero 2020 per calcolare i ristori.
  • per quanto riguarda l’ammontare dei ristori, per gli aventi diritto viene fissata una proporzionalità rispetto ai costi fissi sostenuti. In questo modo, però, non si è evitato di ristorare le imprese inefficienti (ovvero quelle con costi fissi più alti).

Il sistema francese garantisce una copertura universale a prescindere dal settore di operatività per le piccole e medie imprese. Per le imprese più grandi invece anche in Francia si utilizzano liste di settori specificati nel dettaglio, come in Italia. Anche in Francia per calcolare il valore della perdita viene preso in considerazione il mese del 2019 corrispondente a quello in cui viene fatta la richiesta di contributo.

Il modello inglese – pur prendendo spunto dalla perdita di fatturato – sembra essere in assoluto quello meno in grado di rappresentare la situazione economica dell’impresa. Infatti, per gli aventi diritto viene utilizzata la variabile dell’affitto figurativo come base di determinazione del contributo. Questa non è stata del tutto in grado di garantire l’individuazione delle imprese che hanno subito danni economici per via della pandemia.

Ma è vero che abbiamo troppi parlamentari?

Tra pochi giorni si voterà per il referendum costituzionale per approvare o meno la legge che riduce il numero dei parlamentari italiani.

Una delle ragioni che vengono addotte dai favorevoli è che l’Italia ha troppi parlamentari.

E’ davvero così?

Va detto subito che il confronto tra paesi europei mostra che al crescere della popolazione il numero dei parlamentari tende a crescere. La differenza, però è tra paesi caratterizzati da sostanziale bicameralismo e quelli senza.

I primi tendono ad avere più parlamentari e tra questi l’Italia appare in linea con i numeri degli altri paesi.

Ciò significa che restando il vincolo del bicameralismo paritario, il taglio dei parlamentari risulterà anomalo.

Quindi, è sbagliato il confronto per numero assoluto di parlamentari perché mette insieme paesi con sistemi diversi tra loro.

In Europa, l’Italia è il paese col più alto numero di parlamentari e dopo il taglio si collocherà al quinto posto dopo Francia, Germania, Regno Unito e Spagna.

Il confronto diretto sul numero dei parlamentari non è, però, utile perché va fatto tra paesi omogenei come sistema e, soprattutto con un rapporto tra parlamentari e popolazione di uno a 100.000 abitanti

Con questo confronto l’Italia ha circa 1,6 parlamentari ogni 100.000 abitanti, numero abbastanza contenuto se si pensa che in media nei paesi Europei ve ne sono circa 3,9. Ma non è che gli altri paesi ci superano nel confronto per caso. Infatti, va tenuto conto della dimensione del paese e del fatto vi sono dimensioni minime al di sotto delle quale non si può scendere per l’esercizio delle stesse funzioni.

Un altro tema di confronto è il bicameralismo paritario.

Oltre a noi altri 11 paesi hanno un sistema bicamerale: Austria, Belgio, Repubblica Ceca, Francia, Germania, Irlanda, Paesi Bassi, Polonia, Romania, Slovenia e Spagna. Tuttavia, solo in Francia, Polonia e Romania, le due camere hanno entrambe poteri rilevanti nella approvazione delle leggi: in Francia il senato, pur non votando la fiducia, ha sostanzialmente le medesime funzioni legislative della Camera bassa; in Romania il processo di formazione delle leggi prevede che, in caso di mancata approvazione da parte di una delle due camere, si avvii un processo di mediazione per giungere all’accordo; in Polonia il Senato  può emendare o rigettare le leggi approvate dalla Camera, anche se la Camera può, con maggioranza assoluta, non accettare gli emendamenti del Senato.

Facendo il confronto con questi paesi, emerge che l’Italia dovrebbe avere circa 830 parlamentari. Con il taglio proposto di 345 parlamentari il Parlamento italiano, con 600 membri, avrebbe un numero di parlamentari di 229 unità al di sotto di quello che sarebbe appropriato sulla base di questo confronto internazionale che tiene conto della sua natura bicamerale.

Se si passasse, invece, a un parlamento monocamerale, la riduzione proposta del numero dei parlamentari sarebbe in gran parte giustificata.

Opere pubbliche a Verona: Lega, basta propaganda falsa

Nel corso di una conferenza stampa, la Lega ha elencato le opere che a Verona hanno bisogno dell’intervento del Governo, quasi a dire che sono ferme a causa di Roma.

Non nascondo stupore e incredulità.

Se quelle opere, ovvero la variante alla Grezzanella, la Statale 12 e la Strada Regionale 10 non sono ancora in esercizio la responsabilità è solo ed esclusivamente della lega e della Regione Veneto.

E’ davvero incomprensibile la quantità di propaganda della Lega volta solo a dare la colpa ad altri.

Il triste elenco dell’incompletezza è frutto di ritardi e indecisioni di chi governa il Veneto da anni.

La Statale 12: da almeno 8 anni il progetto è in corso di redazione da parte dei Veneto Strade, ente strumentale della Regione. Otto anni e ancora non hanno prodotto un risultato a causa delle divergenze interne alle forze che hanno governato Verona ed il Veneto, tutte a matrice leghista.

Stucchevole le lamentale sulla variante alla Grezzanella e alla ex Strada regionale 10. Ricevute in gestione dalla Regione Veneto circa 20 anni fa, sono rimaste così com’erano allora. Alla fine, senza vergogna, l’anno scorso la Regione le ha restituite in competenza ad ANAS e con una buona dose di faccia tosta si chiede a questa di farle in pochi mesi. Assurdo!

L’alta velocità Brescia-Verona. Per fortuna che la Lega non è più al Governo. Da settembre scorso, non solo abbiamo chiuso la valutazione costi/benefici sulla tratta voluta anche dalla Lega, ma abbiamo finanziato tutti gli interventi da fare con ulteriori 600 milioni di euro oltre i 2,8 miliardi già finanziati dal Governo Renzi in precedenza.

Sul collegamento ferroviario tra Verona ed i Comuni del Lago di Garda, riteniamo sia una bella cosa, ma a causa del costo elevatissimo non sarà sostenibile a breve. Ergo, è solo propaganda far credere che sia possibile un’infrastruttura simile.

Diversamente, colpisce il silenzio leghista sulla metropolitana di superficie Verona/Aeroporto Catullo. Questa sì che avrebbe favorito lo sviluppo dello scalo aeroportuale, ma la Regione non l’ha mai messa tra le sue priorità e men che meno ne ha chiesto la realizzazione al Governo.

Questi sono i fatti. Far credere il contrario è solo la prova delle gravi responsabilità della Lega. Da quando governano il Veneto non hanno portato alcun beneficio a Verona.

I dati sono sotto gli occhi di tutti. Alzi la mano chi ricorda un’opera degna di questo nome fatta a Verona da parte della Regione. Neanche una in oltre 20 anni di governo regionale.

 

Europa, chi non vuole, può anche andare via!

La Commissione Europea ha proposto un Recovery fund da 750 miliardi.

All’Italia andrebbero circa 172 miliardi, di cui oltre 81 miliardi di contributi a fondo perduto e circa 91 di prestiti. Una cifra impressionante.

Un segnale importante che ha tolto ossigeno ai tanti sovranisti che sbraitano contro l’UE. Tra questi anche i nostri Lega e Fratelli d’Italia che in Parlamento europeo hanno sempre votato insieme agli avversari dell’Italia affinché non venisse portato avanti questo imponente aiuto economico.

La proposta fatta dalla Commissione Europea rappresenta il punto fermo attorno al quale si avvieranno le negoziazioni.

Adesso comincia il confronto tra gli Stati fino alla decisione definitiva del Consiglio Europeo.

E qui sono tornati alla carica i paesi cosiddetti “frugali” (gli egoisti). Dopo aver perso la prima battaglia, quella contro la proposta della Commissione Europea che, secondo loro, non doveva neanche formularla, adesso si sono riposizionati sulla fase successiva, quella della decisione finale.

Questa testardaggine e ottusità va affrontata con decisione e risolutezza. Alcuni dei paesi che sono contrari rappresentano una minima parte del bilancio europeo. Altri hanno regimi fiscali molto lievi, tanto che creano azioni di dumping all’interno stesso dell’UE. Altri ancora hanno economie sussidiate fortemente dai fondi europei.

Ebbene, è giunto il momento di dirlo con chiarezza: se certi paesi continuano a negare il principio di solidarietà tra Stati, l’Unione non è un tabù, possono anche andarsene. E se ciò non avvenisse, nulla toglie che l’azione da fare è quella di omogeneizzare il più possibile i diversi regimi fiscali in modo da eliminare una strana competizione ad accaparrarsi capitali a discapito di altri, nonché di rivedere il sistema di ripartizione dei fondi europei.

Tamponi (la verità) ed i test sierologici

Il Governo ha avviato un’un’indagine di sieroprevalenza (epidemiologica e statistica) concernente la diffusione nella popolazione italiana del COVID-19.

L’indagine si basa sull’esecuzione di analisi sierologiche, intese a rilevare la presenza di anticorpi specifici negli individui compresi nei campioni. Le finalità dell’indagine consistono:

  • nell’acquisizione di un quadro di dati sullo “stato immunitario” della popolazione e sulla diffusione del virus, superando le difficoltà di valutazione relative alla quota di soggetti che abbiano contratto l’infezione senza sintomi o con scarsi sintomi;
  • nella conseguente acquisizione di informazioni sulle caratteristiche epidemiologiche, cliniche e sierologiche del virus (ivi compreso il tasso di letalità);
  • nella possibilità di adeguare, sulla base di tali cognizioni, le misure di profilassi e di contenimento e le decisioni strategiche nel settore sanitario e socio-sanitario.

Nel contempo, è stata fatta un’analisi sui tamponi fatti, per capire a che punto siamo (oltre la propaganda).

E’ emerso che sui 2,5 milioni di tamponi effettuati, circa un terzo sono di controllo su soggetti già testati e che ogni Regione va per conto suo.

Per gli esperti sarebbe utile fissare invece uno standard minimo di almeno 250 tamponi diagnostici al giorno per 100.000 abitanti. Un dato al quale nessuna Regione è finora arrivata.

A tal proposito, però, si sospettano comportamenti opportunistici delle Regioni finalizzati a ridurre la diagnosi di un numero troppo elevato di nuovi casi che, in base agli algoritmi attuali, aumenterebbe il rischio di nuovi lockdown. Sarebbe il colmo!

Il fatto è che nella fase 2 i tamponi sono il monitoraggio migliore per studiare l’andamento dell’epidemia ed è, quindi, necessario che l’attività diagnostica proceda sempre più capillarmente.

Il Veneto effettua in media circa 170 tamponi al giorno per 100mila abitanti, dato molto lontano dall’ottimale. Ma, soprattutto, rileva che di questi, il 42% sono effettuati su soggetti già testati in passato (personale sanitario, contagiati). Pertanto, i veri tamponi diagnostici sono il restante 58% di quelli effettuati.

Questo è un dato che rivela quanto sia sbagliata la propaganda di Zaia che fa credere che il “tamponamento” massivo in Veneto sta favorendo il contenimento del contagio.

Anzi, emerge con chiarezza che il numero dei tamponi giornalieri per 100.000 abitanti è molto esiguo rispetto alla massiccia attività di monitoraggio necessaria nella fase 2. Se, malauguratamente, per un certo periodo, ovvero all’inizio della riapertura, l’eventuale diffusione del contagio non venisse subito rilevata a causa dell’insufficienza dei tamponi da fare, siamo fritti.

La Lega vuole il male dell’aeroporto?

La Lega ha criticato la decisione del Ministro delle infrastrutture e dei trasporti per non aver consentito la riapertura dell’aeroporto di Villafranca. Una cosa da non credere. Pur di fare polemica, rischiano di far fallire lo scalo.

Premessa. A causa della pandemia, in virtù del fatto che gli spostamenti erano vietati, sono stati chiusi diversi aeroporti italiani, compreso quello veronese in modo da evitare di affrontare costi inutili.
Da pochi giorni alcuni sono stati riaperti, anche su richiesta delle società che li gestiscono. Tra questi non c’è Verona, innanzitutto (fatto non indifferente) perché chi lo gestisce non l’ha chiesto, ma non c’è solo quello.

È vero che siamo in condizioni diverse, con la prudenza del caso, ma è altrettanto vero che non tutto è ancora possibile e sui trasporti è ancora aperta la valutazione su come affrontare il distanziamento sociale e come sostenerne i costi.
Il tavolo è in corso per capire cosa fare dal 18 maggio.
Però, qualcosa la sappiamo già.
Negli aeroporti aperti il tema dell’equilibrio finanziario tra domanda e offerta è rilevante e molte attività, nonché le linee offerte, non corrispondono alle spese sostenute.
A Venezia, ad esempio, il calo è del -98,5%.
Il Catullo, se riaprisse, reggerebbe in casi simili?
Non è colpa di nessuno, ma è bene tenere a mente che la riapertura significa poi garantire l’operatività, anche quella dei negozi presenti, senza un numero sufficiente di passeggeri.

Ciò nonostante, il gestore ed i negozi dovrebbero sostenere comunque i costi.
Se non è ancora possibile la mobilità infraregionale, qualcuno mi dice che senso ha caricare inutili costi sul gestore aeroportuale e sui commercianti?
Quindi, comprendo la sollecitazione a favore dell’aeroporto di Verona, ma la natura strumentale della polemica nonché l’assenza di un approfondimento, hanno offuscato il senso del tema.
Eppure, bastava davvero poco per comprendere, prima di polemizzare, che la loro proposta era un’ipotesi irrealistica e dannosa per le casse dell’aeroporto.

 

La schizofrenia istituzionale

L’esperienza della pandemia ha insegnato che occorre stabilire una clausola di supremazia dello Stato per evitare i tanti piccoli capetti regionali.

Il Governo ha sempre agito sulla base delle indicazioni del Comitato tecnico scientifico, un organismo costituito per affrontare l’emergenza sanitaria. Ed ha fatto bene, dal mio punto di vista e la prova è stata che non ha mai dovuto smentire o tornare indietro dalle azioni messe in campo, al contrario di altri paesi.

Le Regioni, invece, che nel campo sanitario hanno la competenza esclusiva, hanno agito perlopiù su sentiment non sempre fondati su basi scientifiche. almeno all’inizio.

Con il Decreto “Cura Italia”, proprio per evitare che in giro per l’Italia ognuno facesse di testa propria, era stato stabilito che le Regioni, in relazione a specifiche situazioni  sopravvenute di aggravamento del rischio sanitario verificatesi nel loro territorio o in una parte di esso, potevano introdurre misure ulteriormente restrittive.

Qualcuno si è attenuto, qualche altro no. La previsione, quindi, autorizza lo Stato ad annullare gli atti diversi (è il caso della Calabria).

La scelta di avocare a Roma ogni atto era doverosa e corrispondente ad un’emergenza che mette in grave pericolo gli interessi generali del Paese. E’ una situazione eccezionale rispetto alla quale non rileva tanto la riapertura di qualche bar, bensì le conseguenze che ciò può produrre nell’intera comunità nazionale.

Eppure, ciò nonostante, ho notato una spasmodica ricerca di visibilità di qualcuno che unirei anche alla definizione, tutta giornalistica, di “governatori” dimenticando che questa attribuzione spetta negli stati in cui vi sono esperienze federali completamente diverse dal nostro schema costituzionale.

Questa esperienza insegna che alle Regioni, che costituzionalmente hanno competenze esclusive in materia sanitaria, non può essere riconosciuto un diverso ruolo politico ed economico se non quello consentito dalle leggi e dalla Costituzione.

E per agire decisamente su questo versante, va riconsiderata l’opportunità di inserire nell’ordinamento la clausola di salvaguardia dello Stato, proprio per evitare equivoci sui poteri.

Test antidroga a scuola, che cantonata!  

Il protocollo per la riorganizzazione dei Centri scolastici di informazione e consulenza (Cic) secondo il cosiddetto metodo proattivo ideato e promosso dal dipartimento delle Dipendenze dell’Ulss scaligera e che poi ha coinvolto il Comune di Verona, la Polizia locale e l’Ufficio scolastico per stabilire controlli sui ragazzi delle scuole medie superiori di Verona che volontariamente si sarebbero sottoposti, su consenso dei genitori, ai test su droga e alcol, è contrario alla legge sulle tossicodipendenze nonché lesivo della dignità e dei diritti alla privacy degli studenti.

Il pronunciamento del Garante Regionale della Privacy è una vera mazzata alla propaganda ideologica delle destre!

Ne avevo già parlato a febbraio scorso (https://www.vincenzodarienzo.it/il-test-antidroga-a-scuola-e-un-errore-culturale/). Pur essendo convintamente per la tolleranza zero contro l’uso di droghe, ero contrario a trasformare la scuola in un luogo di repressione nel quale agli insegnanti veniva chiesto di compilare una lista di proscrizione costruita con elementi simili alla delazione anonima.

Quel Protocollo avrebbe scatenato un clima di sospetto e prodotto liste di proscrizione, che passate attraverso gli insegnanti, avrebbero causato la perdita del rapporto di fiducia che è alla base del patto educativo che la scuola crea tra docenti e studenti, con grave danno per la formazione di questi ultimi.

Giustizia è fatta e qualcuno dovrà rispondere per aver portato avanti un’azione palesemente contraria alla legge che ha creato solo confusione nel mondo della scuola. Va detto una volta per tutte: in questa città non è la prima volta che su questi temi qualcuno prende grosse cantonate. Spero che questa ennesima esperienza, sia l’ultima e che sia rivisto il rapporto di fiducia verso i responsabili di tale situazione.

Politicamente, è l’ennesima cretinata che commette il Comune di Verona su temi sensibili, solitamente tagliati con l’accetta, frutto di chiusure ideologiche che impediscono la corretta lettura di certi fenomeni.

Si cambi passo. Sia strappato quell’inutile Protocollo e si avvii un percorso, questa volta condiviso anche con gli studenti,  per il rilancio dei Cic, i quali restano un presidio e un servizio irrinunciabile per studenti, famiglie e istituzione scolastica, non solo con riferimento alla piaga del consumo di stupefacenti tra i giovani, ma di tutte le altre problematiche che coinvolgono i giovani soprattutto in questo periodo di inedita incertezza sanitaria, sociale ed economica.

Alla luce dell’esperienza, sono ancora più convinto che siamo stati di fronte ad una vera strumentalizzazione politica dei problemi sociali.