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Ridurre il disagio abitativo dei nuclei familiari svantaggiati

Ho presentato una proposta di legge sul tema del diritto alla casa ed in particolare nel comparto dell’edilizia sociale pubblica a favore delle persone e delle famiglie meno abbienti.

Tra le conseguenze della crisi sanitaria e delle restrizioni al sistema economico-produttivo italiano, certamente va annoverata l’acuirsi delle diseguaglianze sociali e l’aumento di cittadini in condizioni di difficoltà.

La crisi rischia di riflettersi pesantemente anche sulla condizione abitativa delle fasce deboli, aggravando un’emergenza già molto preoccupante in numerose città italiane prima della pandemia.

È verosimile ritenere che potranno essere numerose le famiglie a rischio di sfratto per morosità, avendo perso le risorse per sostenere i canoni di affitto e altrettanto numerose quelle che rischiano di perdere la casa di proprietà perché impossibilitate ad onorare il mutuo.

La casa è un elemento fondamentale nella vita di ciascuna persona perché concerne bisogni di tipo personale, sociale, economico e simbolico che sono fondamentali per il benessere individuale.

In diverse occasioni, i sociologi hanno chiarito bene il valore identitario della casa financo a definirlo un elemento costitutivo dello spazio sociale degli individui. Nondimeno, appare rilevante il fatto che nei Paesi con scarsa offerta di alloggi in affitto, la maggior parte dei giovani tra i 18 e i 34 anni continua a vivere con i propri.

Nei fatti, nella società moderna, la casa gioca un ruolo fondamentale nella strutturazione delle disuguaglianze sociali.

Le problematiche relative sono note e rilevanti. Eppure, a fronte della gravità del problema, con risvolti in termini di diritti di giustizia sociale, le politiche dell’abitare hanno avuto un’attenzione marginale nel campo delle politiche sociali, tanto che l’edilizia residenziale pubblica non occupa posizioni di rilievo pur essendone noto l’impatto sulla diseguaglianza e sulla povertà.

Sul tema del diritto alla casa ed in particolare nel comparto dell’edilizia sociale pubblica, l’Italia sconta un ritardo decennale tanto da essere da troppo tempo il paese europeo che spende meno nel settore. L’offerta abitativa pubblica in Italia, dagli anni ’80 si è ridotta del 90 per cento.

Occorre, quindi, una chiara inversione di tendenza con interventi definiti attraverso una programmazione effettiva degli investimenti per l’edilizia residenziale pubblica da considerare una componente essenziale per un nuovo welfare in grado di diminuire precarietà e povertà.

Peraltro, la costante riduzione del flusso di nuovi alloggi popolari nel corso degli anni ha prodotto un significativo innalzamento dell’età media dei soggetti che risiedono negli alloggi e, conseguentemente, è cresciuta la quota di famiglie in case popolari con persona di riferimento pensionata.

Nel nostro Paese, nel tempo, tre sono state le azioni per favorire il mercato degli affitti: il fondo per l’affitto, la tassazione con ritenuta secca, al di fuori della progressività dell’Irpef, a partire dai contratti convenzionati e l’edilizia residenziale pubblica.

Malgrado questi interventi, l’efficacia nel contrastare il disagio abitativo delle famiglie non è pienamente soddisfacente. La ragione principale consiste proprio nel volume delle risorse impegnate e, probabilmente, anche la risposta asimmetrica che le Regioni hanno dato al problema sui propri territori.

La necessità di dotare ampie fasce di popolazione di edilizia sociale deve anche confrontarsi con i temi della rigenerazione urbana, del riuso e riqualificazione dell’ingente patrimonio immobiliare pubblico e privato dismesso, di una produzione edilizia ispirata alla sostenibilità ambientale e sociale ed all’efficienza energetica, della rivitalizzazione delle aree interne del Paese e dei borghi disabitati.

Sebbene il tema dell’Edilizia Residenziale Pubblica sia stato conferito esclusivamente alle Regioni, come stabilito dalla Legge Costituzionale n.3 del 18 ottobre 2001- modifica il titolo V della Costituzione, restano intatte le esigenze concernenti i livelli essenziali delle prestazioni nonché l’esigibilità delle prestazioni di welfare da parte del cittadino omogeneamente in tutto il territorio nazionale.

Infatti, le diversissime leggi e i regolamenti regionali che sono stati adottati nel tempo hanno condizionato le finalità sociali del comparto, diversificando fortemente il settore a livello nazionale; con caratteristiche contraddittorie a seconda del luogo.

Per questa ragione ho presentato una proposta di legge che propone, al fine di superare in maniera organica e strutturale il disagio sociale e il degrado urbano derivante dai fenomeni di alta tensione abitativa, un piano nazionale di edilizia residenziale pubblica e insiste su alcuni fattori importanti con interventi mirati sul sostegno all’affitto a canone concordato, sull’ampliamento dell’offerta di alloggi popolari, e sullo sviluppo dell’edilizia residenziale sociale e sul riscatto a termine dell’alloggio sociale, stabilendo anche agevolazioni fiscali per il conduttore di alloggi sociali.

Si tratta di azioni a favore di famiglie con redditi modesti. Ciò anche in ragione del fatto che rispetto a qualche decennio fa buona parte dei nuclei a reddito medio-alto ha avuto la possibilità di acquistare la casa.

Una politica che abbia come obiettivo la categoria degli affittuari ha, quindi, una buona capacità di raggiungere nuclei in difficoltà economica.

 

La novità dell’assegno unico universale

L’assegno unico universale, che sostituirà i vari benefici economici (bonus e detrazioni varie) già esistenti dedicati al sostegno delle famiglie con figli under 21, potrà avere un valore fino a 250 euro e sarà erogato dal 1° luglio 2021.

Chi ne ha diritto

L’assegno è a favore di tutte le famiglie con figli a carico, partendo dal settimo mese di gravidanza fino al 21esimo anno di età. Non è riservato a specifiche categorie o fasce di reddito, ma viene progressivamente attribuito a tutti i nuclei familiari con figli a carico ed è riconosciuto a entrambi i genitori (se sono separati o divorziati l’assegno andrà a chi detiene l’affidamento dei figli). Deve essere ripartito in egual misura tra questi e ha lo scopo di favorire la natalità e promuovere anche l’occupazione, specialmente quella femminile.

Per i figli successivi al secondo, l’importo dell’assegno è maggiorato del 20 per cento.

La somma cambia in presenza di figli con disabilità e verrà maggiorata secondo una quota di circa il 30% o il 50%, a seconda della disabilità presente. In questo caso l’assegno viene riconosciuto anche oltre i 21 anni.

Limiti per l’erogazione

Al compimento del 18esimo compleanno l’importo viene ridotto, ma sarà comunque erogato fino ai 21 anni con possibilità di corresponsione dell’importo direttamente al figlio, su sua richiesta, al fine di favorirne l’autonomia. L’assegno è concesso solo nel caso in cui il figlio maggiorenne frequenti un percorso di formazione scolastica o professionale, un corso di laurea, svolga un tirocinio ovvero un’attività lavorativa limitata con reddito complessivo inferiore a un determinato importo annuale, sia registrato come disoccupato e in cerca di lavoro presso un centro per l’impiego o un’agenzia per il lavoro o svolga il servizio civile universale.

Per quanto riguarda i figli a carico con più di 21 anni il Governo si è impegnato per una norma transitoria in attesa dell’approvazione di un provvedimento che comprenderà gli assegni anche in questi casi.

Come viene erogato l’assegno unico universale

Il beneficio è riconosciuto a tutti, indipendentemente dal reddito familiare, ma l’importo cambia non solo dopo il compimento del 18esimo compleanno del figlio a carico, ma anche a seconda del’Isee o delle sue componenti.

L’assegno unico può  avere la forma di credito di imposta o di erogazione mensile. Questo non è incompatibile con altri benefici come il reddito di cittadinanza.

Cashback, gioie e dolori

Nel dicembre del 2019 abbiamo deciso il programma “Cashback” , ovvero il rimborso in denaro in favore delle persone che, fuori dall’esercizio di attività d’impresa, arte o professione, effettuano acquisti mediante l’utilizzo di strumenti di pagamento elettronici presso soggetti che svolgono attività di vendita di beni e di prestazione di servizi.

Tra gli obiettivi c’erano anche la lotta all’evasione fiscale e dare risposta alle raccomandazioni della Commissione Europea di promuovere nel nostro Paese la digitalizzazione e la modernizzazione delle modalità di pagamento nonché un più diffuso utilizzo degli strumenti di pagamento elettronici da parte dei cittadini.

La BCE, lo scorso settembre 2020, ha certificato che nel 2019 l’Italia ha registrato circa 77 transazioni pro-capite con carte di pagamento classificandosi al 24° posto sui 27 Stati membri dell’UE, subendo il sorpasso da parte della Grecia (77,2 transazioni pro capite). Nelle prime tre posizioni figurano Danimarca, Svezia e Finlandia con, in media, 370 transazioni pro capite annue, pari a circa 5 volte il numero registrato in Italia.

I numeri disponibili evidenziano il forte gradimento dell’operazione da parte dei cittadini, con benefici anche sul fronte del sistema pubblico delle identità digitali. Infatti, allo stato attuale l’APP IO è stata scaricata da oltre 10,8 milioni di persone, di cui 8,2 milioni sono aderenti al programma. Circa il 58 per cento degli accessi sono eseguiti tramite SPID e il 42 per cento tramite CIE. Gli strumenti di pagamento attivati appositamente sono oltre 14,9 milioni, molti dei quali utili anche per pagare tributi e servizi pubblici. Le transazioni effettuate hanno superato i 315 milioni e il totale degli utenti che ha registrato almeno una transazione valida sono circa 7,2 milioni.

Relativamente al funzionamento del programma, molte transazioni effettuate in “modalità contactless” tramite carte a doppio circuito, sia durante il periodo sperimentale sia in quello ordinario, sarebbero state escluse per varie ragioni, gran parte delle quali riconducibile alla mancata registrazione sull’APP IO dei due circuiti.

In pratica, numerosi esercenti sarebbero esclusi dal programma perché alcuni circuiti non sarebbero ancora convenzionati con PagoPA. Inoltre, alcuni servizi utilizzati dai partecipanti come “Samsung, Google e Apple Pay” non avrebbero ancora attivato la convenzione con PagoPA. Infine, alcune transazioni non sarebbero state registrate perché “le carte e app registrate al programma” sarebbero “abilitate dal giorno dopo”;

Per quanto riguarda i comportamenti dei partecipanti, fin dall’avvio del periodo sperimentale si sarebbe verificata la tendenza a frazionare artificiosamente i pagamenti al fine di raggiungere la quota minima di transazioni per ottenere i rimborsi ordinari e aumentare la probabilità di ricevere il rimborso speciale. In tali casi, essendo le commissioni sulle transazioni a carico degli esercenti, questi ultimi incorrerebbero in spese aggiuntive non previste.

Per migliorare il servizio, appare necessario adottare i dovuti correttivi, a partire dal superamento delle problematiche di funzionamento finora registrate ed oggetto di monitoraggio da parte del Ministero dell’economia e delle finanze e di PagoPA Spa, che hanno recato disagi a utenti ed esercizi commerciali.

Incentivi e bonus, come sono andati?

Come è noto per incentivare la domanda, fronteggiare la crisi ed indirizzare la spesa degli italiani in una certa direzione, sono stati messi a disposizione dal governo diversi tipi di bonus.

Quanto sono stati utilizzati questi bonus?

Ecobonus

Prima della pandemia, è stato deciso l’ecobonus per l’acquisto di veicoli a emissioni ridotte. Il totale delle risorse stanziate per il 2021 è pari a 732 milioni, ne sono ancora 473 milioni, quindi, state utilizzate per il 36 per cento.

In particolare, le agevolazioni che più stanno interessando sono quelle per acquisti di veicoli a zero emissioni non esclusivamente elettrici – per questi i fondi sono praticamente finiti – e di veicoli a basse emissioni di CO2 per i quali sono stati usati al 58 per cento.

Connessioni internet

Le risorse per il bonus per l’acquisto di connessioni internet con annesso pc o tablet, pari a 200 milioni, sono state utilizzate finora per 62 milioni (il 30 per cento delle risorse complessive), di cui 20 sono stati prenotati ma non ancora spesi.

Cashback

Il Cashback è la misura introdotta per incentivare la spesa con pagamenti elettronici. A dicembre 2020 si è svolta la fase sperimentale. Il primo semestre di Cashback vero e proprio ha avuto inizio il 1° gennaio scorso e si concluderà il 30 giugno 2021. Le risorse stanziate per la fase sperimentale di dicembre, pari a 227,9 milioni, sono state utilizzate quasi completamente, per 222,6 milioni di rimborsi.

Per quanto riguarda il 2021 e il primo semestre del 2022, le risorse a disposizione sono pari a circa 4 miliardi, egualmente ripartite per i tre semestri. I primi dati li avremo a partire da luglio prossimo.

Mobilità

Il bonus mobilità, cioè quello per l’acquisto di biciclette, monopattini elettrici e altri mezzi di trasporto sostenibili, è stato finanziato con 215 milioni di euro.

Secondo un rapporto del Ministero dell’Ambiente, nella prima fase di novembre scorso,  sono stati spesi solo 170 milioni poiché richieste per 44 milioni non sono state accettate per diversi motivi.

Per la seconda fase, che è durata dal 14 gennaio al 15 febbraio, sono stati stanziati ulteriori 100 milioni di euro (che si aggiungono ai 45 inutilizzati nella prima fase). Rispetto alle risorse complessive, quindi pari a 315 milioni, l’utilizzo è attualmente al 54 per cento.

Baby-sitting

Il bonus baby-sitting prevedeva la possibilità di richiedere, in alternativa al congedo parentale, un contributo per l’acquisto di servizi di baby-sitting o per il pagamento delle rette di centri estivi.

Lo stanziamento è stato di 1,6 miliardi e ad oggi, a fronte di 1,3 milioni di domande presentate, la spesa complessiva ammonterebbe a circa 1,1 miliardi, quindi al 70 per cento dello stanziamento.

Vacanze

Il bonus vacanze è stato richiesto per un valore pari a 829,4 milioni di euro, ma utilizzato solo per circa 335 milioni di euro  a fronte di 2,4 miliardi stanziati per il 2020 e il 2021. La misura, quindi, appare poco utilizzata rispetto a quanto preventivato: finora solo il 14 per cento delle risorse messe a disposizione è stato speso.

Bonus TV

Il bonus tv, per il quale erano stati destinati 251 milioni, sono stati spesi 36 milioni di euro, quindi, per l’8,3 per cento.

Il 110%

Il Superbonus 110% riconosce un credito d’imposta per interventi di isolamento termico, sostituzione degli impianti di climatizzazione invernale e ristrutturazione antisismica. I crediti d’imposta maturati ammontano a 340 milioni, ovvero solo il 2,3 per cento dei maggiori oneri previsti. Di questo passo, pare di capire che il superbonus non sarà molto utilizzato.

Conclusione

Cosa emerge? Che tra i vari bonus disponibili per incentivare la spesa il bonus per le auto a basse emissioni, il bonus per connessione a internet e il Cashback sono quelli che hanno maggiormente interessato i cittadini. Anche il bonus mobilità e il bonus baby-sitting sono stati utilizzati in misura significativa finora e possono essere considerate misure di successo. Ad onor del vero, pensavo che il Superbonus del 110% sulle ristrutturazioni verdi avesse un risultato diverso. Non escludo che possa aver pesato l’eccesso della burocrazia e della complessità normativa.

I commissari straordinari per Verona.

Ho proposto la nomina dei commissari straordinari per accelerare la realizzazione della variante alla strada statale 12 e del nuovo collettore fognario del Lago di Garda.

Il decreto “sblocca cantieri” dispone di individuare gli interventi infrastrutturali caratterizzati da un elevato grado di complessità progettuale, da una particolare difficoltà esecutiva o attuativa, da complessità delle procedure tecnico-amministrative ovvero che comportano un rilevante impatto sul tessuto socio-economico a livello nazionale, regionale o locale, per la cui realizzazione o il cui completamento si rende necessaria la nomina di uno o più Commissari straordinari.

Il primo Decreto – sul quale il parere è stato espresso ieri dalla mia Commissione di merito – è stato predisposto appena due mesi fa e contiene 58 opere da commissariare in tutta Italia. Entro il prossimo 30 giugno, il Presidente del Consiglio dovrà emanare un altro Decreto con altre opere da commissariare.

Lo scopo è sostanzialmente quello di accelerare le procedure in modo da consentirne la realizzazione nel più breve tempo possibile.

In qualità di relatore per il primo Decreto Presidente del Consiglio dei Ministri, ho confermato i commissariamenti che con l’allora Ministro De Micheli avevamo concordato, in particolare per le opere dell’alta velocità Brescia-Padova e Verona-Fortezza.

Per la prossima stesura del secondo Decreto ho proposto il commissariamento per alcune opere che ritengo strategiche per il futuro.

Innanzitutto, ho chiesto la nomina di un commissario per accelerare tutte le opere connesse e necessarie per lo svolgimento dei Giochi Olimpici Milano-Cortina 2026. Un appuntamento troppo importante per non arrivare in tempo. Per il Veneto, è la svolta, visto che per le Olimpiadi, ad oggi, molte cose non sono state neanche progettate.

Per Verona, invece, ho inserito la richiesta di commissariamento per la variante alla strada statale SS 12 “dell’Abetone e del Brennero” – Tratto di variante da Buttapietra sud alla tangenziale sud di Verona e per il nuovo collettore fognario del Lago di Garda.

Si tratta di due opere strategiche che certamente risolvono problemi atavici, ma che sono anche caratterizzate da risvolti che vanno ben oltre il territorio veronese.

Infatti, la SS12 ha anche una funzione “Olimpica” (in Arena a Verona ci sarà la giornata conclusiva dei Giochi) ed il nuovo collettore fognario del Garda dovrà scongiurare un danno di immagine enorme per l’Italia se l’attuale sistema fognario, vecchio di 50 anni, dovesse cedere.

 

Il blocco dei licenziamenti è stato utile?

Con lo scoppio della pandemia, a marzo, tra i vari provvedimenti, il Governo ha adottato il divieto dei licenziamenti individuali per giustificato motivo oggettivo e sono state sospese tutte le procedure di licenziamento collettivo.

La decisione è stata più volte reiterata, con lievi modifiche successive e scade il 31 marzo prossimo.

Intanto, i dati INPS ci dicono che il blocco dei licenziamenti ha comportato il calo drastico delle cessazioni (licenziamenti e dismissioni) mensili dei rapporti di lavoro rispetto al 2019.

Ovviamente, il blocco dei licenziamenti ha protetto maggiormente i lavoratori a tempo indeterminato e meno i lavoratori a termine, autonomi o stagionali. A chi aveva il contratto in scadenza, spesso non è stato rinnovato.

Ma, quindi, il divieto di licenziare è una misura utile a sostenere l’occupazione?

Per capirlo, facciamo un confronto con altri in Europa.

Solo Spagna e Grecia hanno adottato la sospensione dei licenziamenti economici, ma non di carattere generale come è stato fatto in Italia

Alcuni paesi (Regno Unito, Grecia, Lettonia, Slovenia e Lituania) hanno attivato per la prima volta azioni dio sostegno paragonabili alla nostra cassa integrazione.

In altri non sono stati introdotti espliciti blocchi sui licenziamenti, anche se alcuni paesi hanno adottato misure specifiche per aumentare la protezione dei lavoratori contro i licenziamenti in determinati casi.

Ebbene, guardando ai paesi che hanno avuto un calo del PIL vicino a quello dell’Italia, che per il 2020 è stato di meno 9,05% (Francia, Austria, Portogallo, Grecia), a fronte di una caduta dell’occupazione italiana pari a 1,65%, hanno avuto cali analoghi o maggiori.

Alcuni paesi, invece, a fronte di un calo del PIL minore di quello italiano, hanno avuto una caduta dell’occupazione pari al doppio della nostra.

Il dato italiano del calo dell’occupazione (-1,65%) è poco sopra la media europea (-1,53%).

I dati dimostrano che il blocco, pur non avendo tutelato tutti e non avendo incrementato l’occupazione, ha fermato una possibile emorragia.

C’è un però: più circola il virus, più a lungo sarà mantenuto il blocco, più forti potranno essere gli effetti negativi che si possono avere nel momento in cui si tornerà alla situazione pre covid.

Come affrontare l’enorme debito pubblico?

Uno dei tanti problemi che ha portato con sé la pandemia è il debito pubblico elevatissimo, con un peso sul Pil certamente mai raggiunto prima – neanche dopo le due guerre mondiali – e difficile da digerire.

Ovviamente il debito maturato con la Banca Centrale Europea che ha comprato ingenti partite di titoli di stato italiani non può essere cancellato perché i Trattati non lo consentono e non c’è il consenso necessario in Europa per cambiarli.

Sul futuro, quindi, peserà questo enorme macigno.

Il piano presentato dal governo, con un deficit previsto al 3% dal 2023 e con tassi di crescita pari al 2% in media è fortemente ancorato all’accelerazione della ripartenza post-Covid che si otterrebbe soprattutto con un utilizzo efficiente dei fondi europei del NextGenerationEu.

Attraverso questi ingenti investimenti – ricordo che l’Italia è beneficiaria di 209 miliardi di euro – il governo punta a ricondurre il debito al livello pre-Covid (134,6%) nell’arco di un decennio. L’Italia non è la sola. Infatti, piani analoghi sono stati presentati da molti altri paesi, considerato che l’aumento del debito a causa della pandemia ha toccato tutti.

In merito al piano di rientro, peraltro formulato dal Governo Conte II, la reazione dei mercati finanziari è stata positiva. Se lo avessero giudicato male non avrebbero titoli pubblici o quantomeno avrebbero chiesto un rendimento più alto. Ciò non è avvenuto.

È evidente però che il piano di rientro delineato dal governo precedente richiederà uno sforzo straordinario e prolungato di almeno 10 anni. Sempre che non accada nulla di grave e che permangano a lungo alcuni dati di favore.

Tra questi, certamente la permanenza dei tassi di interesse sugli attuali bassissimi livelli. Infatti, il mix tra bassi tassi d’interesse, ripresa della crescita e inflazione al 2% consente il mantenimento del tasso d’interesse a lungo termine al di sotto del tasso di crescita, Questa condizione è cruciale per la sostenibilità del debito pubblico.

Se qualcosa dovesse cambiare nei mercati sarebbe un guaio e, purtroppo, nulla garantisce la lunga sequenza di politiche monetarie iper espansive con i fondi europei e tassi di interessi bassi.

Ecco perché è fondamentale che gli investimenti dei fondi anti covid abbiano una visione lunga e siano accompagnati dalle riforme che sono indispensabili per rimettere l’Italia su un percorso lungo di crescita.

Su questi investimenti certamente vigilerà l’Europa, ma la cosa più delicata è che vigileranno soprattutto i mercati, da convincere costantemente a darci fiducia.

I ristori economici in Europa

Spesso si ripete che i ristori non siano arrivati alle attività economiche colpite dai provvedimenti restrittivi del Governo.

La cosa non è vera, tanto che i dati forniti dall’Agenzia delle Entrate dimostrano che ne hanno beneficiato tutte le attività economiche che ne avevano diritto.

Ma vediamo cosa è accaduto altrove.

I paesi considerati, Francia, Germania e Inghilterra, hanno fatto come l’Italia: hanno erogato contributi a fondo perduto a favore di imprese e lavoratori autonomi basandosi sulla perdita di fatturato. Solo per il quantum del contributo hanno utilizzato parametri diversi.

Mentre in Italia è stato scelto il criterio della perdita di fatturato risultante dal confronto tra aprile 2019 e aprile 2020, i paesi considerati, pur prendendo a base la perdita di fatturato, hanno seguito altri criteri di riferimento.

La cosa che emerge, quindi, è che tutti i contributi sono stati basati sulla perdita di fatturato. Questa scelta ha avuto la pregevole caratteristica di penalizzare chi aveva sotto-dichiarato negli anni precedenti. Questo ha un evidente vantaggio in termini di penalizzazione dell’evasione.

Devo dire che da alcune interviste di singoli o proteste di zone, nel corso delle quali si lamentavano l’esiguità dei contributi ricevuti, era più che comprensibile che il nodo era questo: essendo il contributo legato al fatturato, se il ristoro era basso…

Per quanto riguarda il modello tedesco, le differenze più importanti rispetto a quello italiano sono:

  • hanno diritto al ristoro le imprese indipendentemente dal settore di operatività, bensì al solo verificarsi di una perdita di fatturato. Questa facoltà è stata prevista in Italia solo per il contributo previsto dal Decreto Rilancio, ma poi è stata sostituita dall’identificazione delle imprese beneficiarie sulla base dei codici ATECO. Il riferimento ai codici ATECO ha avuto vantaggio di minimizzare il rischio di dare contributi a imprese in perdita per motivi diversi dalla pandemia;
  • gli aventi diritto vengono ristorati sulla base della perdita di fatturato di ogni mese in cui si fa richiesta rispetto a quello corrispondente del 2019, il che ha reso il sistema tedesco più elastico rispetto alla scelta italiana di basarsi solo sul mese di aprile, ovvero la perdita di fatturato di aprile 2020 rispetto ad aprile 2019 che è stata mantenuta nel corso dell’intero 2020 per calcolare i ristori.
  • per quanto riguarda l’ammontare dei ristori, per gli aventi diritto viene fissata una proporzionalità rispetto ai costi fissi sostenuti. In questo modo, però, non si è evitato di ristorare le imprese inefficienti (ovvero quelle con costi fissi più alti).

Il sistema francese garantisce una copertura universale a prescindere dal settore di operatività per le piccole e medie imprese. Per le imprese più grandi invece anche in Francia si utilizzano liste di settori specificati nel dettaglio, come in Italia. Anche in Francia per calcolare il valore della perdita viene preso in considerazione il mese del 2019 corrispondente a quello in cui viene fatta la richiesta di contributo.

Il modello inglese – pur prendendo spunto dalla perdita di fatturato – sembra essere in assoluto quello meno in grado di rappresentare la situazione economica dell’impresa. Infatti, per gli aventi diritto viene utilizzata la variabile dell’affitto figurativo come base di determinazione del contributo. Questa non è stata del tutto in grado di garantire l’individuazione delle imprese che hanno subito danni economici per via della pandemia.

Patrimoniale, perché sono d’accordo.

Nel corso della Legge di Bilancio 2021 è stata presentata la proposta di una patrimoniale sui beni mobili detenuti ed immobili posseduti al valore catastale superiori ad una certa cifra.

La proposta è stata bocciata, anche dal Partito Democratico.

Di cosa si trattava?

La proposta rimodulava un meccanismo di prelievo fiscale attraverso l’abolizione dell’IMU (seconde case, ovviamente) e dell’imposta di bollo sui conti correnti e sui depositi, fino al valore di 500mila euro della somma tra beni immobili e mobili e l’applicazione, a partire dalla somma dei beni mobili ed immobili superiore a 500mila euro, di un’aliquota progressiva (percentuale di tassazione):

dello 0,2% fino a 1 milione di euro;

dello 0,5 per cento per un patrimonio netto di un milione di euro, ma non superiore a 5 milioni di euro;

delll’1 per cento per patrimoni oltre i 5 milioni di euro, ma non superiore a 50 milioni di euro;

del 2 per cento per i patrimoni oltre i 50 milioni di euro.

Solo per il 2021, invece, era stata proposta un’aliquota del 3 per cento per patrimoni superiori al miliardo di euro.

Per calcolare il valore dei beni immobili doveva essere detratta la quota di mutuo eventualmente in corso.

La “patrimoniale”, quindi, coinvolgeva solo gli italiani detentori di un patrimonio di oltre 500mila euro tra valori mobiliari e immobiliari.

Se fosse stata approvata, quanti italiani sarebbero stati interessati da questa tassa sul patrimonio?

Secondo l’Indagine sui bilanci delle famiglie italiane pubblicata nel 2018 dalla Banca d’Italia, un decimo delle famiglie italiane ha un patrimonio netto superiore a circa 460 mila euro.

Quindi, il 90% degli italiani avrebbe risparmiato l’IMU sulle seconde case (chi ne possiede) e avrebbe risparmiato l’imposta di bollo sui conti correnti e sui depositi.

Uno dei principi cardine della nostra Costituzione è il fatto che vi sia una tassazione progressiva man mano che la capacità reddituale aumenta e la proposta ne coglieva l’essenza.

Detto questo, non mi stupisco della contrarietà delle destre e nemmeno di quella grillina. Sono colpito dalla contrarietà del mio partito.

Da sempre la sinistra è redistribuzione del potere e anche della ricchezza. In questa occasione abbiamo negato questo nostro valore forte.

In ogni caso, il dibattito è stato aperto. La patrimoniale non è più un tabù e, secondo me, visti i tempi, vi sono le condizioni per proseguire il confronto e, spero, l’attuazione.

Il Governo per la riduzione delle liste di attesa

Con il Decreto Rilancio 2, a partire dal 15 agosto scorso e fino al 31 dicembre prossimo, il Governo investe risorse per ridurre le liste di attesa relative alle prestazioni ambulatoriali, di screening e di ricovero ospedaliero, non erogate nel periodo di emergenza epidemiologica da COVID-19.

La Regione Veneto è stata autorizzata ad attuare modalità straordinarie per garantire le prestazioni aggiuntive da parte del personale, la stipulazione di nuovi contratti di lavoro e l’assistenza specialistica ambulatoriale convenzionata interna, il tutto anche in deroga ai limiti vigenti in materia di spesa per il personale.

Lo scopo è quello di recuperare il più possibile tutte le visite, gli interventi e quant’altro previsto e poi rinviato a causa del lockdown.

Quali sono le modalità straordinarie che il Governo ha autorizzato?

Innanzitutto, quella di ricorrere alle prestazioni aggiuntive, previste dal contratto collettivo nazionale di lavoro, per il periodo 2016-2018, dei dirigenti medici, sanitari, veterinari e delle professioni sanitarie dipendenti dal Servizio sanitario nazionale, con una remunerazione più elevata rispetto a quella stabilita dal medesimo contratto.

La Regione, inoltre, può:

  • reclutare il personale del Servizio sanitario nazionale attraverso assunzioni a tempo determinato, anche in deroga ai vigenti contratti collettivi nazionali di settore, o attraverso forme di lavoro autonomo, anche di collaborazione coordinata e continuativa, con riferimento alle sole prestazioni inerenti ai ricoveri ospedalieri;
  • ricorrere anche a prestazioni aggiuntive da parte del personale non dirigenziale del comparto sanità, con un aumento della relativa tariffa oraria a 50 euro lordi onnicomprensivi per le prestazioni concernenti i ricoveri ospedalieri e le prestazioni relative agli accertamenti diagnostici;
  • incrementare – entro determinati limiti – il monte ore dell’assistenza specialistica ambulatoriale convenzionata interna e per le prestazioni aggiuntive di specialistica ambulatoriale e di screening.

Un insieme di soluzioni che, se gestite sapientemente dalla Regione, potranno dare una risposta ai tantissimi veneti che, loro malgrado, si sono visti annullare o spostare in avanti le visite e gli interventi previsti a causa del blocco dovuti al virus nei mesi da marzo a maggio.

Il recupero di quelle attività sospese è un’ottima notizia, sia perché risolve un problema legato alla salute dei cittadini, sia perché riduce le liste di attesa, annoso ostacolo che impedisce a tantissimi di curarsi come vorrebbero.

Non è accettabile che per una visita bisogna aspettare anche oltre un anno. Con la decisione del Governo, la Regione Veneto ha la possibilità di agire utilmente per garantire a tutti il pieno diritto alla salute dei veneti.