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L’Europa rischia di restare senza energia?

In Europa sta accadendo qualcosa. Sul sesto pacchetto di sanzioni, non si trova l’accordo.

Ovviamente, i rischi si concentrano nel settore energetico. Il nuovo pacchetto ha un obiettivo specifico: un progressivo embargo sul petrolio russo, ma le contrarietà di diversi Stati membri hanno indebolito la proposta iniziale, e il veto ungherese rischia di rimandarne l’approvazione.

Diversi Paesi europei, però, stanno comunque agendo al proprio interno per smarcarsi il più in fretta possibile dal petrolio (più semplice) e dal gas naturale (impresa ardua) russi.

Quindi, su questo fronte, più che le sanzioni collettive dell’UE, sono le auto-decisioni interne di alcuni Paesi a fare più male a Mosca.

Infatti, la riduzione degli acquisti di petrolio russo ha toccato il 45% circa delle esportazioni russe e non trovando sufficienti importatori non europei per compensare le perdite, la Russia è stata costretta a ridurre la produzione interna (IEA stima una riduzione di 1,5 milioni barili).

Non solo: in assenza di acquirenti e sotto la minaccia continua di nuove sanzioni, il prezzo del petrolio russo è diminuito, tanto che oggi il suo prezzo è scontato di circa 35 dollari al barile rispetto al Brent. Questi meccanismi hanno provocato una riduzione delle entrate per Mosca che, se protratte nel tempo, equivarranno a circa 570 dollari l’anno per ciascun cittadino russo.

Mentre per il petrolio le cose sono positive, per il gas, la situazione si complica.

Sin dal 2021, quindi ben prima della guerra, una combinazione di congiuntura economica e riduzione delle vendite di gas russo ha contribuito a far lievitare i prezzi a pronti del gas spot in Europa, che oggi sono circa cinque-sei volte più alti rispetto a periodi “normali” (ne ho già parlato

Il risultato è che le bollette sono più che raddoppiate e questo sta raffreddando l’opinione pubblica.

Dal 24 febbraio scorso, le importazioni di gas russo sono state del 26% inferiori rispetto al primo semestre 2021. Questa quantità è praticamente invariata rispetto al calo già registrato prima della guerra, tra ottobre 2021 e febbraio 2022. Inoltre, nel frattempo la domanda di gas in Europa ha continuato ad aumentare per “alimentare” la ripresa economica.

Ma la Russia potrebbe interrompere le forniture di gas all’Europa? Sarebbe un’ipotesi altamente improbabile perché Mosca, una volta finito lo spazio negli stoccaggi (stimabile in 3-4 settimane) dovrebbe sigillare i pozzi o bruciare il gas estratto, in entrambi i casi causando a sé stessa un ingente danno economico.

La concorrenza, “sleale”

Il 4 novembre 2021 il Consiglio dei Ministri ha approvato il disegno di legge “Concorrenza”, uno degli impegni centrali nell’attuazione del Piano nazionale di ripresa e resilienza.

Il provvedimento comprende una serie di interventi specifici per affrontare i mille ostacoli che si frappongono allo sviluppo della concorrenza nel sistema economico.

Nel 2009 era stato deciso di approvare annualmente una legge per il mercato e la concorrenza, ma, finora, è stato fatto solo nel 2017.

I settori interessati dal disegno di legge appartengono al comparto dei servizi, cioè attività economiche debolmente esposte alla concorrenza internazionale e spesso svolte attraverso un forte ruolo di intermediazione di soci pubblici. Questi due fatti rendono molti settori praticamente dei monopoli.

Al contrario, l’entrata di nuovi operatori in certi mercati potrebbe portare benefici per i consumatori e l’assegnazione mediante gare permetterebbe una selezione del concessionario più efficiente e la raccolta di introiti elevati per l’ente appaltante.

Tra gli altri, tratto il tema della gestione di stabilimenti balneari su tratti di costa demaniali, per i quali molto spesso vengono pagate somme ridicole dal concessionario tanto che l’ultimo rapporto della Corte dei Conti nel 2020 riporta che lo Stato ha incassato 92 milioni e 566mila euro per 12.166 concessioni ad uso turistico e un giro d’affari stimato sui 15 miliardi di euro.

Il Governo Conte I aveva prorogato le concessioni al 2033, ma la Commissione Ue aveva censurato la decisione perché in contrasto con la direttiva 2006/123/CE detta “Bolkestein” e con la sentenza della Corte di giustizia europea del 14 luglio 2016, che aveva dichiarato illegittime le proroghe automatiche e generalizzate sulle concessioni balneari. In seguito, l’Italia è stata anche oggetto di una specifica procedura di infrazione.

Per affrontare questa censura il disegno di legge “concorrenza” è stato inserito tra gli obiettivi qualitativi per ottenere i fondi del PNRR – entro luglio deve essere approvato –  e il Consiglio di Stato ha detto basta alle proroghe illimitate e fissato al 31 dicembre 2023 il termine ultimo per indire le gare.

Dacché, la proposta che il Governo doveva inserire per forza nel disegno di legge non poteva che essere il 2023.

Cosa ha deciso il Consiglio di Stato?

  • Poiché le norme legislative nazionali che hanno disposto la proroga automatica delle concessioni demaniali marittime per finalità turistico-ricreative…sono in contrasto con il diritto eurocomunitario…e, pertanto, non devono essere applicate né dai giudici né dalla pubblica amministrazione»;
  • «ancorché siano intervenuti atti di proroga rilasciati dalla Pubblica Amministrazione…deve escludersi la sussistenza di un diritto alla prosecuzione del rapporto in capo gli attuali concessionari…La non applicazione della legge implica…che gli effetti da essa prodotti sulle concessioni già rilasciate debbano parimenti ritenersi tamquam non esset»;
  • «al fine di evitare il significativo impatto socio-economico che deriverebbe da una decadenza immediata e generalizzata di tutte le concessioni in essere, di tener conto dei tempi tecnici perché le amministrazioni predispongano le procedura di gara richieste e, altresì, nell’auspicio che il legislatore intervenga a riordinare la materia in conformità ai principi di derivazione europea, le concessioni demaniali per finalità turistico-ricreative già in essere continuano ad essere efficaci sino al 31 dicembre 2023, fermo restando che, oltre tale data, anche in assenza di una disciplina legislativa, esse cesseranno di produrre effetti, nonostante qualsiasi eventuale ulteriore proroga legislativa che dovesse nel frattempo intervenire, la quale andrebbe considerata senza effetto perché in contrasto con le norme dell’ordinamento dell’Ue».

In pratica, se non passasse il disegno di legge “concorrenza”, l’Italia perderebbe i fondi UE previsti per quest’anno del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza, pagherebbe l’infrazione UE e le concessioni demaniali scadrebbero comunque a dicembre 2023, senza nessuna tutela per gli attuali gestori dei lidi.

La proposta del Governo, invece, terrebbe conto di una serie di evidenze. Infatti, ha previsto:

  • una delega al governo per l’adozione, entro sei mesi, di uno o più decreti legislativi per semplificare la disciplina sulle concessioni demaniali per finalità turistico-ricreative;
  • i criteri per la scelta del concessionario sarebbero stati quelli di un’esperienza tecnica e professionale già acquisita, comunque tale da non precludere l’accesso al settore di nuovi operatori; soggetti che, nei cinque anni antecedenti l’avvio della procedura, hanno utilizzato la concessione come prevalente fonte di reddito per sé e per il proprio nucleo familiare; la previsione di clausole sociali per promuovere la stabilità occupazionale del personale impiegato dal concessionario uscente; la durata della concessione per un periodo non superiore a quanto strettamente necessario per garantire l’ammortamento e l’equa remunerazione degli investimenti autorizzati, con divieto espresso di proroghe e rinnovi anche automatici.

La contrarietà del centrodestra a questo specifico punto, è incomprensibile e se non trova una soluzione, a pagare saranno propri quelli che pensano di tutelare impedendo allo Stato di creare le migliori condizioni per favorire la concorrenza.

L’andamento della pressione fiscale

La pressione fiscale è il rapporto tra le entrate (tributarie e contributive) e il Prodotto Interno Lordo.

Nel 2021 la pressione fiscale ha raggiunto il 43,5 per cento, in crescita rispetto al 42,8 per cento dell’anno prima.

Si tratta del valore più alto dal 1995, ma, in realtà, scorporando le agevolazioni fiscali che sono aumentate, la pressione fiscale effettiva è aumentata di poco, dal 41,4 al 41,8%.

Nel Documento di Economia e Finanza è ben specificato: la pressione fiscale non è rappresentativa del peso fiscale che grava effettivamente sui contribuenti. Infatti, nella contabilità dello Stato alcune agevolazioni fiscali sono classificate come spesa pubblica ed in particolare lo sono:

  • il Bonus IRPEF (ex 80 euro, divenuti 100), che comporta una riduzione del carico fiscale per i lavoratori dipendenti, anche agli incapienti, entro un certo reddito;
  • i crediti d’imposta concessi a famiglie e imprese che sono utilizzati in compensazione di tributi e contributi;
  • alcune detrazioni fiscali riconosciute ai contribuenti anche oltre il limite della capienza in dichiarazione.

Inoltre, sono registrati come spesa anche gli sgravi contributivi “selettivi”, ossia a favore di specifiche categorie di contribuenti o aree geografiche, ovvero le agevolazioni per favorire l’assunzione di giovani e donne l’occupazione nelle regioni del Sud.

Essendo le entrate fiscali contabilizzate al lordo delle agevolazioni citate, la pressione fiscale risulta superiore all’effettivo peso fiscale che grava sui contribuenti. Invece, scorporando le agevolazioni fiscali si ottiene un dato più rappresentativo della pressione fiscale effettiva.

Ebbene, nel 2020, le agevolazioni fiscali classificate come spese ammontavano a 23,2 miliardi. Nel 2021, le agevolazioni fiscali sono salite a 30,8 miliardi.

Il risultato è che la pressione fiscale cresce dal 41,4% del 2020 al 41,8% del 2021.

Le entrate che hanno comportato l’aumentato di 0,4 punti percentuali nel 2021 sono state le imposte indirette, soprattutto l’IVA, mentre quelle dirette hanno avuto l’effetto opposto.

Anche alcune entrate indirette minori sono aumentate, ad esempio i proventi da giochi e lotterie e le accise sui prodotti energetici, principalmente per la ripresa economica post pandemia.

L’impatto dei prezzi delle materie prime

L’aumento dei prezzi internazionali di materie prime e alimentari comporta un maggior costo delle importazioni italiane, soprattutto per quelle di beni energetici.

A seguito dei recenti sviluppi geopolitici, i prezzi delle materie prime e altri prodotti alimentari sono cresciuti in maniera considerevole, soprattutto quelli di gas naturale (in Europa) e petrolio. Tali oscillazioni si ripercuotono sul costo delle importazioni italiane di questi beni, rappresentando un’extra tassa importante per l’economia nazionale.

Sono stati considerati due scenari legati agli andamenti dei prezzi. Nel primo si ipotizza che i livelli di prezzo medi del 2022 rimangano simili a quelli registrati a gennaio 2022, prima dello scoppio del conflitto (scenario “pre-crisi”). Il secondo assume un aumento più forte, con livelli di prezzi medi per il 2022 al livello raggiunto il 23 marzo di quest’anno (scenario “crisi”).

In questo modo, quest’anno la stima del valore delle importazioni delle materie prime e alimentari selezionate risulta di circa 144 miliardi nel primo scenario modesto e 182 miliardi nel secondo scenario.

In base alle nuove stime, nello scenario di livelli di prezzo “pre-crisi”, il costo delle importazioni delle materie prime selezionate aumenta di 75 miliardi di euro in più rispetto al 2019 e di 63 miliardi rispetto al 2021. Ancora più alta è la variazione nello scenario “crisi”, dove la stabilizzazione dei prezzi a livelli maggiori genera un’extra spesa per circa 113 miliardi di euro in più rispetto al 2019 e di 101 miliardi rispetto al 2021.

In entrambi gli scenari è proprio il gas naturale a determinare questa maggior tassa pagata dall’Italia: rispetto al 2019, sarebbero circa 50 miliardi in più nello scenario di prezzi “pre-crisi”, che diventano 67 nello scenario più estremo. Al secondo posto c’è il petrolio, seguito da cereali, rame e alluminio.

 

Rincari bollette, AGSM faccia la propria parte

A fronte dei considerevoli aumenti delle bollette di luce e gas, almeno fino ad aprile prossimo AGSM non chiuda i contatori e consenta la rateizzazione delle bollette alle famiglie veronesi in difficoltà con i pagamenti.  

Entro la fine di dicembre verranno comunicati gli aggiornamenti per le tariffe di luce e gas, in vigore per il periodo gennaio-marzo 2022, con aumenti stimati tra il 20 e il 25% rispetto ai tre mesi precedenti per l’energia elettrica e tra il 35 e il 40% per il gas naturale. Si tratta di circa 800 euro in più a famiglia (136 euro in più a famiglia per la luce, 679 per il gas – stima NOMISMA). Questi rincari si aggiungono a quelli già avvenuti da luglio scorso.

L’emergenza prezzi materie prime è evidentissima: il petrolio ha quasi raddoppiato il suo prezzo da inizio anno mentre il gas naturale ha registrato un balzo del 400% in un anno.

Il Governo Draghi è già intervenuto:

  • a fine luglio ha stanziato 1,2 miliardi di euro per finanziare la riduzione della componente Asos (la voce che in bolletta è destinata soprattutto a finanziare lo sviluppo delle rinnovabili, a riduzione, quindi, degli oneri di sistema) per il terzo trimestre 2021
  • a fine settembre con altri 3,5 miliardi di euro che hanno consentito, da un lato, di attenuare l’effetto degli aumenti di luce e gas per 29 milioni di famiglie e oltre 6 milioni di utenze elettriche “non domestiche”, e, dall’altro, di neutralizzare l’impatto dei rincari per i titolari dei bonus sociali.

Infine, con la Legge di Bilancio 2022 ha stanziato altri 3,8 miliardi di euro per calmierare i prezzi energetici per i mesi invernali.

In tutto, negli ultimi sei mesi, ben 8,5 miliardi per  aiutare famiglie e imprese a pagare le bollette sempre più salate di luce e gas.

Non è finita, perché il Governo sta studiando un altro intervento da 3 miliardi di euro da approvare con un decreto legge ad inizio del prossimo anno.

Uno sforzo notevole, almeno per superare il periodo invernale.

Di fronte a questi prezzi è più che concreto il rischio che una famiglia veronese possa o sia costretta a scegliere tra rinunciare al riscaldamento o vedersi chiudere il contatore (dopo il 70esimo giorno dalla scadenza dell’ultima bolletta non pagata).

Senza danneggiare alcuno, AGSM può contribuire a dare una mano: alle famiglie che non sono in grado di pagare il doppio della bolletta che normalmente pagano, non chiuda il contatore e consenta il pagamento rateizzato della stessa.

Se si ritiene si può scegliere anche una soglia ISEE, sotto la quale si può godere di questa agevolazione temporanea (18/20.000 euro?).

La manovra finanziaria

La Legge di Bilancio 2022 è stata “costruita” su una crescita del PIL reale del 6,0 per cento per quest’anno e del 4,7 per cento per il prossimo. Sebbene la stima di crescita per il 2021 appare ormai raggiunta, visto che la crescita finora acquisita è già oltre i sei punti percentuali, restano alcune criticità legate alla ripresa dei contagi Covid, all’aumento del gas naturale e all’inflazione alta.

La manovra per il 2022

Per il 2022 si prevedono misure espansive per 37 miliardi, con coperture pari a 13,8 miliardi e un maggiore indebitamento di 23,2 miliardi.

Nel merito, va detto che circa 11 miliardi sono destinati per le riforme strutturali, quali il primo stadio della riforma fiscale (8 miliardi) e il riordino degli ammortizzatori sociali (3,3 miliardi per  ampliare la platea dei beneficiari dei trattamenti di integrazione salariale), mentre i restanti 26 miliardi finanzieranno le misure temporanee legate al prolungarsi della  pandemia e all’aumento dei prezzi dell’energia e strumenti già esistenti.

Le misure espansive

  1. Il rifinanziamento degli strumenti già esistenti, sono:
  2. il Reddito di Cittadinanza (ci tornerò con una news dedicata);
  3. le misure per il sistema pensionistico per finanziare la proroga di APE sociale e Opzione Donna e l’introduzione di Quota102. Quest’ultima prevede l’accesso al trattamento di pensione anticipata per i contribuenti che maturano, nel 2022, i requisiti di 64 anni di età anagrafica e 38 anni di anzianità contributiva;
  4. l’istruzione e la ricerca;
  5. la sanità, per la quale viene aumentato il Fondo sanitario nazionale per 2 miliardi nel 2022, portandolo a 124 miliardi. Inoltre, è previsto per le regioni il rimborso delle spese sostenute per l’acquisto dei farmaci innovativi e per la stabilizzazione di 12.000 contratti all’anno di formazione specialistica per medici;
  6. gli interventi in favore degli investimenti e della competitività delle imprese.

Le misure temporanee legate alla gestione della crisi pandemica o ad altre esigenze temporanee sono:

  1. l’acquisto di vaccini anti SARS-CoV-2 (1,9 miliardi) e la proroga dello schema straordinario di garanzie statali sui finanziamenti delle PMI (3 miliardi);
  2. sostegni a imprese e lavoratori con il rifinanziamento del “Fondo di tutela ai redditi nella fase di uscita dalla pandemia”;
  3. a fronte dell’aumento del costo di gas naturale ed elettricità negli ultimi mesi, la manovra stanzia 2 miliardi per calmierare il rincaro delle bollette energetiche, a seguito dei 4,5 miliardi già spesi nella seconda metà del 2021.

Le coperture

Le coperture per il 2022 si compongono di maggiori entrate per 7,9 miliardi e minori uscite per 5,9 miliardi.

Tra le maggiori entrate, la principale copertura (4,3 miliardi) deriva dalle modifiche al regime agevolato di deduzioni sulla rivalutazione dei beni aziendali introdotto nell’agosto 2020 con il decreto Rilancio.

Per le minori spese, l’unica copertura rilevante è l’interruzione del programma “Cashback”, che genera complessivamente circa 3 miliardi, di cui la metà era stata già trasferita al fondo per la riforma degli ammortizzatori sociali.

Ridurre il disagio abitativo dei nuclei familiari svantaggiati

Ho presentato una proposta di legge sul tema del diritto alla casa ed in particolare nel comparto dell’edilizia sociale pubblica a favore delle persone e delle famiglie meno abbienti.

Tra le conseguenze della crisi sanitaria e delle restrizioni al sistema economico-produttivo italiano, certamente va annoverata l’acuirsi delle diseguaglianze sociali e l’aumento di cittadini in condizioni di difficoltà.

La crisi rischia di riflettersi pesantemente anche sulla condizione abitativa delle fasce deboli, aggravando un’emergenza già molto preoccupante in numerose città italiane prima della pandemia.

È verosimile ritenere che potranno essere numerose le famiglie a rischio di sfratto per morosità, avendo perso le risorse per sostenere i canoni di affitto e altrettanto numerose quelle che rischiano di perdere la casa di proprietà perché impossibilitate ad onorare il mutuo.

La casa è un elemento fondamentale nella vita di ciascuna persona perché concerne bisogni di tipo personale, sociale, economico e simbolico che sono fondamentali per il benessere individuale.

In diverse occasioni, i sociologi hanno chiarito bene il valore identitario della casa financo a definirlo un elemento costitutivo dello spazio sociale degli individui. Nondimeno, appare rilevante il fatto che nei Paesi con scarsa offerta di alloggi in affitto, la maggior parte dei giovani tra i 18 e i 34 anni continua a vivere con i propri.

Nei fatti, nella società moderna, la casa gioca un ruolo fondamentale nella strutturazione delle disuguaglianze sociali.

Le problematiche relative sono note e rilevanti. Eppure, a fronte della gravità del problema, con risvolti in termini di diritti di giustizia sociale, le politiche dell’abitare hanno avuto un’attenzione marginale nel campo delle politiche sociali, tanto che l’edilizia residenziale pubblica non occupa posizioni di rilievo pur essendone noto l’impatto sulla diseguaglianza e sulla povertà.

Sul tema del diritto alla casa ed in particolare nel comparto dell’edilizia sociale pubblica, l’Italia sconta un ritardo decennale tanto da essere da troppo tempo il paese europeo che spende meno nel settore. L’offerta abitativa pubblica in Italia, dagli anni ’80 si è ridotta del 90 per cento.

Occorre, quindi, una chiara inversione di tendenza con interventi definiti attraverso una programmazione effettiva degli investimenti per l’edilizia residenziale pubblica da considerare una componente essenziale per un nuovo welfare in grado di diminuire precarietà e povertà.

Peraltro, la costante riduzione del flusso di nuovi alloggi popolari nel corso degli anni ha prodotto un significativo innalzamento dell’età media dei soggetti che risiedono negli alloggi e, conseguentemente, è cresciuta la quota di famiglie in case popolari con persona di riferimento pensionata.

Nel nostro Paese, nel tempo, tre sono state le azioni per favorire il mercato degli affitti: il fondo per l’affitto, la tassazione con ritenuta secca, al di fuori della progressività dell’Irpef, a partire dai contratti convenzionati e l’edilizia residenziale pubblica.

Malgrado questi interventi, l’efficacia nel contrastare il disagio abitativo delle famiglie non è pienamente soddisfacente. La ragione principale consiste proprio nel volume delle risorse impegnate e, probabilmente, anche la risposta asimmetrica che le Regioni hanno dato al problema sui propri territori.

La necessità di dotare ampie fasce di popolazione di edilizia sociale deve anche confrontarsi con i temi della rigenerazione urbana, del riuso e riqualificazione dell’ingente patrimonio immobiliare pubblico e privato dismesso, di una produzione edilizia ispirata alla sostenibilità ambientale e sociale ed all’efficienza energetica, della rivitalizzazione delle aree interne del Paese e dei borghi disabitati.

Sebbene il tema dell’Edilizia Residenziale Pubblica sia stato conferito esclusivamente alle Regioni, come stabilito dalla Legge Costituzionale n.3 del 18 ottobre 2001- modifica il titolo V della Costituzione, restano intatte le esigenze concernenti i livelli essenziali delle prestazioni nonché l’esigibilità delle prestazioni di welfare da parte del cittadino omogeneamente in tutto il territorio nazionale.

Infatti, le diversissime leggi e i regolamenti regionali che sono stati adottati nel tempo hanno condizionato le finalità sociali del comparto, diversificando fortemente il settore a livello nazionale; con caratteristiche contraddittorie a seconda del luogo.

Per questa ragione ho presentato una proposta di legge che propone, al fine di superare in maniera organica e strutturale il disagio sociale e il degrado urbano derivante dai fenomeni di alta tensione abitativa, un piano nazionale di edilizia residenziale pubblica e insiste su alcuni fattori importanti con interventi mirati sul sostegno all’affitto a canone concordato, sull’ampliamento dell’offerta di alloggi popolari, e sullo sviluppo dell’edilizia residenziale sociale e sul riscatto a termine dell’alloggio sociale, stabilendo anche agevolazioni fiscali per il conduttore di alloggi sociali.

Si tratta di azioni a favore di famiglie con redditi modesti. Ciò anche in ragione del fatto che rispetto a qualche decennio fa buona parte dei nuclei a reddito medio-alto ha avuto la possibilità di acquistare la casa.

Una politica che abbia come obiettivo la categoria degli affittuari ha, quindi, una buona capacità di raggiungere nuclei in difficoltà economica.

A questo link puoi leggere la proposta di legge: http://www.senato.it/japp/bgt/showdoc/18/DDLPRES/0/1217590/index.html?part=ddlpres_ddlpres1-articolato_articolato1

La novità dell’assegno unico universale

L’assegno unico universale, che sostituirà i vari benefici economici (bonus e detrazioni varie) già esistenti dedicati al sostegno delle famiglie con figli under 21, potrà avere un valore fino a 250 euro e sarà erogato dal 1° luglio 2021.

Chi ne ha diritto

L’assegno è a favore di tutte le famiglie con figli a carico, partendo dal settimo mese di gravidanza fino al 21esimo anno di età. Non è riservato a specifiche categorie o fasce di reddito, ma viene progressivamente attribuito a tutti i nuclei familiari con figli a carico ed è riconosciuto a entrambi i genitori (se sono separati o divorziati l’assegno andrà a chi detiene l’affidamento dei figli). Deve essere ripartito in egual misura tra questi e ha lo scopo di favorire la natalità e promuovere anche l’occupazione, specialmente quella femminile.

Per i figli successivi al secondo, l’importo dell’assegno è maggiorato del 20 per cento.

La somma cambia in presenza di figli con disabilità e verrà maggiorata secondo una quota di circa il 30% o il 50%, a seconda della disabilità presente. In questo caso l’assegno viene riconosciuto anche oltre i 21 anni.

Limiti per l’erogazione

Al compimento del 18esimo compleanno l’importo viene ridotto, ma sarà comunque erogato fino ai 21 anni con possibilità di corresponsione dell’importo direttamente al figlio, su sua richiesta, al fine di favorirne l’autonomia. L’assegno è concesso solo nel caso in cui il figlio maggiorenne frequenti un percorso di formazione scolastica o professionale, un corso di laurea, svolga un tirocinio ovvero un’attività lavorativa limitata con reddito complessivo inferiore a un determinato importo annuale, sia registrato come disoccupato e in cerca di lavoro presso un centro per l’impiego o un’agenzia per il lavoro o svolga il servizio civile universale.

Per quanto riguarda i figli a carico con più di 21 anni il Governo si è impegnato per una norma transitoria in attesa dell’approvazione di un provvedimento che comprenderà gli assegni anche in questi casi.

Come viene erogato l’assegno unico universale

Il beneficio è riconosciuto a tutti, indipendentemente dal reddito familiare, ma l’importo cambia non solo dopo il compimento del 18esimo compleanno del figlio a carico, ma anche a seconda del’Isee o delle sue componenti.

L’assegno unico può  avere la forma di credito di imposta o di erogazione mensile. Questo non è incompatibile con altri benefici come il reddito di cittadinanza.

Cashback, gioie e dolori

Nel dicembre del 2019 abbiamo deciso il programma “Cashback” , ovvero il rimborso in denaro in favore delle persone che, fuori dall’esercizio di attività d’impresa, arte o professione, effettuano acquisti mediante l’utilizzo di strumenti di pagamento elettronici presso soggetti che svolgono attività di vendita di beni e di prestazione di servizi.

Tra gli obiettivi c’erano anche la lotta all’evasione fiscale e dare risposta alle raccomandazioni della Commissione Europea di promuovere nel nostro Paese la digitalizzazione e la modernizzazione delle modalità di pagamento nonché un più diffuso utilizzo degli strumenti di pagamento elettronici da parte dei cittadini.

La BCE, lo scorso settembre 2020, ha certificato che nel 2019 l’Italia ha registrato circa 77 transazioni pro-capite con carte di pagamento classificandosi al 24° posto sui 27 Stati membri dell’UE, subendo il sorpasso da parte della Grecia (77,2 transazioni pro capite). Nelle prime tre posizioni figurano Danimarca, Svezia e Finlandia con, in media, 370 transazioni pro capite annue, pari a circa 5 volte il numero registrato in Italia.

I numeri disponibili evidenziano il forte gradimento dell’operazione da parte dei cittadini, con benefici anche sul fronte del sistema pubblico delle identità digitali. Infatti, allo stato attuale l’APP IO è stata scaricata da oltre 10,8 milioni di persone, di cui 8,2 milioni sono aderenti al programma. Circa il 58 per cento degli accessi sono eseguiti tramite SPID e il 42 per cento tramite CIE. Gli strumenti di pagamento attivati appositamente sono oltre 14,9 milioni, molti dei quali utili anche per pagare tributi e servizi pubblici. Le transazioni effettuate hanno superato i 315 milioni e il totale degli utenti che ha registrato almeno una transazione valida sono circa 7,2 milioni.

Relativamente al funzionamento del programma, molte transazioni effettuate in “modalità contactless” tramite carte a doppio circuito, sia durante il periodo sperimentale sia in quello ordinario, sarebbero state escluse per varie ragioni, gran parte delle quali riconducibile alla mancata registrazione sull’APP IO dei due circuiti.

In pratica, numerosi esercenti sarebbero esclusi dal programma perché alcuni circuiti non sarebbero ancora convenzionati con PagoPA. Inoltre, alcuni servizi utilizzati dai partecipanti come “Samsung, Google e Apple Pay” non avrebbero ancora attivato la convenzione con PagoPA. Infine, alcune transazioni non sarebbero state registrate perché “le carte e app registrate al programma” sarebbero “abilitate dal giorno dopo”;

Per quanto riguarda i comportamenti dei partecipanti, fin dall’avvio del periodo sperimentale si sarebbe verificata la tendenza a frazionare artificiosamente i pagamenti al fine di raggiungere la quota minima di transazioni per ottenere i rimborsi ordinari e aumentare la probabilità di ricevere il rimborso speciale. In tali casi, essendo le commissioni sulle transazioni a carico degli esercenti, questi ultimi incorrerebbero in spese aggiuntive non previste.

Per migliorare il servizio, appare necessario adottare i dovuti correttivi, a partire dal superamento delle problematiche di funzionamento finora registrate ed oggetto di monitoraggio da parte del Ministero dell’economia e delle finanze e di PagoPA Spa, che hanno recato disagi a utenti ed esercizi commerciali.

Incentivi e bonus, come sono andati?

Come è noto per incentivare la domanda, fronteggiare la crisi ed indirizzare la spesa degli italiani in una certa direzione, sono stati messi a disposizione dal governo diversi tipi di bonus.

Quanto sono stati utilizzati questi bonus?

Ecobonus

Prima della pandemia, è stato deciso l’ecobonus per l’acquisto di veicoli a emissioni ridotte. Il totale delle risorse stanziate per il 2021 è pari a 732 milioni, ne sono ancora 473 milioni, quindi, state utilizzate per il 36 per cento.

In particolare, le agevolazioni che più stanno interessando sono quelle per acquisti di veicoli a zero emissioni non esclusivamente elettrici – per questi i fondi sono praticamente finiti – e di veicoli a basse emissioni di CO2 per i quali sono stati usati al 58 per cento.

Connessioni internet

Le risorse per il bonus per l’acquisto di connessioni internet con annesso pc o tablet, pari a 200 milioni, sono state utilizzate finora per 62 milioni (il 30 per cento delle risorse complessive), di cui 20 sono stati prenotati ma non ancora spesi.

Cashback

Il Cashback è la misura introdotta per incentivare la spesa con pagamenti elettronici. A dicembre 2020 si è svolta la fase sperimentale. Il primo semestre di Cashback vero e proprio ha avuto inizio il 1° gennaio scorso e si concluderà il 30 giugno 2021. Le risorse stanziate per la fase sperimentale di dicembre, pari a 227,9 milioni, sono state utilizzate quasi completamente, per 222,6 milioni di rimborsi.

Per quanto riguarda il 2021 e il primo semestre del 2022, le risorse a disposizione sono pari a circa 4 miliardi, egualmente ripartite per i tre semestri. I primi dati li avremo a partire da luglio prossimo.

Mobilità

Il bonus mobilità, cioè quello per l’acquisto di biciclette, monopattini elettrici e altri mezzi di trasporto sostenibili, è stato finanziato con 215 milioni di euro.

Secondo un rapporto del Ministero dell’Ambiente, nella prima fase di novembre scorso,  sono stati spesi solo 170 milioni poiché richieste per 44 milioni non sono state accettate per diversi motivi.

Per la seconda fase, che è durata dal 14 gennaio al 15 febbraio, sono stati stanziati ulteriori 100 milioni di euro (che si aggiungono ai 45 inutilizzati nella prima fase). Rispetto alle risorse complessive, quindi pari a 315 milioni, l’utilizzo è attualmente al 54 per cento.

Baby-sitting

Il bonus baby-sitting prevedeva la possibilità di richiedere, in alternativa al congedo parentale, un contributo per l’acquisto di servizi di baby-sitting o per il pagamento delle rette di centri estivi.

Lo stanziamento è stato di 1,6 miliardi e ad oggi, a fronte di 1,3 milioni di domande presentate, la spesa complessiva ammonterebbe a circa 1,1 miliardi, quindi al 70 per cento dello stanziamento.

Vacanze

Il bonus vacanze è stato richiesto per un valore pari a 829,4 milioni di euro, ma utilizzato solo per circa 335 milioni di euro  a fronte di 2,4 miliardi stanziati per il 2020 e il 2021. La misura, quindi, appare poco utilizzata rispetto a quanto preventivato: finora solo il 14 per cento delle risorse messe a disposizione è stato speso.

Bonus TV

Il bonus tv, per il quale erano stati destinati 251 milioni, sono stati spesi 36 milioni di euro, quindi, per l’8,3 per cento.

Il 110%

Il Superbonus 110% riconosce un credito d’imposta per interventi di isolamento termico, sostituzione degli impianti di climatizzazione invernale e ristrutturazione antisismica. I crediti d’imposta maturati ammontano a 340 milioni, ovvero solo il 2,3 per cento dei maggiori oneri previsti. Di questo passo, pare di capire che il superbonus non sarà molto utilizzato.

Conclusione

Cosa emerge? Che tra i vari bonus disponibili per incentivare la spesa il bonus per le auto a basse emissioni, il bonus per connessione a internet e il Cashback sono quelli che hanno maggiormente interessato i cittadini. Anche il bonus mobilità e il bonus baby-sitting sono stati utilizzati in misura significativa finora e possono essere considerate misure di successo. Ad onor del vero, pensavo che il Superbonus del 110% sulle ristrutturazioni verdi avesse un risultato diverso. Non escludo che possa aver pesato l’eccesso della burocrazia e della complessità normativa.