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La fase due (il non detto chiaramente).

Ho il sospetto che senza dirlo apertamente e chiaramente, qualche Presidente di Regione, Zaia tra questi, abbia deciso che dobbiamo acquisire l’immunità di gregge.

Il sospetto emerge dalle tante dichiarazioni che sento.

Andiamo con ordine. E’ chiaro a tutti che non siamo fuori dall’epidemia e che il virus continua a circolare, sebbene con numeri ridotti. Ad oggi se la diffusione è stata contenuta è merito dei provvedimenti assunti dal Governo, soprattutto quelli dolorosi del distanziamento sociale e del blocco della mobilità.

Ma non siamo fuori.

Poiché, almeno a breve, non ci sarà un vaccino in grado di garantirci l’immunità di gregge, saremo costretti a convivere con il virus. Ormai esiste in natura come tanti altri già conosciuti. Di conseguenza, l’enorme possibilità di contagi e la loro diffusione territoriale, con tutto quel che ne consegue, ci faranno compagnia per sempre.

Quindi?

In questa fase, la convivenza con questo nemico va affrontata con gli unici strumenti oggi a disposizione, in particolare quelli relativi all’aspetto sanitario.

Qui arriva il punto. Nonostante la palese contrarietà degli esperti, quelli come Zaia continuano a ripetere che le terapie intensive, le apparecchiature necessarie nonché i dispositivi di protezione sarebbero in numero sufficiente per affrontare i nuovi contagiati, anche in gran numero.

Ovviamente, questo non è del tutto sufficiente. E, allora, aggiungono che il buon senso delle persone e la predisposizione delle misure di tutela che le aziende ed i vari negozi devono porre in essere, garantirebbero sempre meno contagi.

Ora, assumiamo che siano vere le cose dette, in particolare che l’approvvigionamento dei dispositivi di protezione individuale e delle apparecchiature presso gli ospedali nonché la loro fornitura omogenea in tutto il Paese, saranno capaci di reggere l’impatto della ripartenza (ovvero dei nuovi contagi, dei ricoveri, ecc..) e colleghiamola alla richiesta “di aprire tutto e subito”, la somma di queste informazioni mi porta a dire che qualcuno – e Zaia è tra questi – ha deciso senza dirlo con chiarezza di favorire la crescita percentuale degli immunizzati.

Peccato, però, che, conseguentemente, aumenterebbero anche i decessi futuri.

Si, anche questi, come se fossero un dettaglio trascurabile o, peggio, ancora, un sopportabile danno collaterale di natura fisiologica.

Consiglio maggiore prudenza, come ci suggeriscono gli scienziati.

La vittoria dell’Italia e del Governo.

Coronavirus, sul fondo Ue da mille miliardi c’è l’intesa. Adesso serve un accordo sui bond per finanziarlo ed i tempi d’attivazione

E’ la vittoria del Governo che aveva puntato, insieme con altri, a strumenti diversificati più corrispondenti alle esigenze del momento.

Il vertice ha dato mandato alla presidente von der Leyen di definire il Recovery Fund.

con un piano da 1000 miliardi raccolti sui mercati, in parte con bond (forse 350 miliardi) utilizzando come garanzia il bilancio europeo 2021-2027 che viene rafforzato da nuove contribuzioni dirette e maggiori garanzie da parte dei Paesi ed in parte (i restanti 650 miliardi) con differenti leve legate agli investimenti e spalmato su altri tre programmi per il rilancio dell’economia.

Questi soldi si sommeranno al normale bilancio Ue 2021-2027, anch’esso di 1.000 miliardi, per un totale, quindi, di 2.000 miliardi.

In pratica, i soldi raccolti con gli eurobond sono risorse distinte in parte come prestiti a lunghissima scadenza, quindi da restituire molto in là nel tempo e a tassi più ridotti dei bond nazionali, e in parte a fondo perduto, cioè che non andrebbero restituiti. Non si tratterebbe di una vera e propria mutualizzazione del debito, ma di fatto consentirebbe a Paesi come l’Italia di ricevere risorse grazie a forme di indebitamento comunitario che non coinvolge gli stock di debito accumulati nel passato e che sarebbero limitate solo alla ripresa economica.

Si dibatte dell’emissione di obbligazioni comuni, su quante risorse andranno agli Stati a fondo perduto e quante dovranno esser restituite. Ecco perché i primi ministri hanno dato  mandato alla Commissione europea di presentare una proposta che poi sarà negoziata dai ministri delle Finanze (Eurogruppo) nella speranza che torni agli stessi capi di governo a giungo per il via libera finale.

E infine il nodo più grande: i tempi. Il piano partirebbe non prima del 2021. I governi, infatti, si devono mettere d’accordo sul bilancio 2021-2027, dossier titanico sul quale litigano da due anni. Poi sul Recovery Fund. Tutto quanto andrà ratificato dai parlamenti nazionali.

L’Italia chiede che i soldi arrivino già nei prossimi mesi. Si immagina, allora, una soluzione ponte che inizi a far partire un progetto pilota che poi sfocerebbe nel grande piano.

In ogni caso, poiché il Recovery servirà alla ripresa economica di lungo periodo, per fronteggiare l’immediato sono state prese altre decisioni per un totale di 540 miliardi: 200 miliardi di investimenti della Banca Europea degli Investimenti, 100 miliardi del fondo ‘Sure’ per gli ammortizzatori sociali (l’Italia potrebbe ottenere fino a 20 miliardi per finanziare la cassa integrazione) e i 240 miliardi del Mes senza condizionalità macroeconomiche, senza troika e senza ricette greche.

I “famosi” 36 miliardi che l’Italia potrebbe richiedere al Fondo Salva Stati senza condizionalità sarebbero un prestito a tutti gli effetti, la cui scadenza al momento non è ancora stata definita. Perché allora chiedere aiuto al Fondo Salva Stati e non direttamente al mercato attraverso nuove emissioni? Perché il Fondo Salva Stati presenterebbe denaro ad un tasso molto più basso rispetto a quello che il Tesoro strapperebbe in asta piazzando i propri titoli. Risultato: il governo potrebbe risparmiare diverse centinaia di milioni di euro di spesa per interessi.

Toccherà al Governo se attivarlo o meno.

Le “mascherine” propaganda di Zaia.

Il 23 Marzo scorso denunciavo che le mascherine di Zaia “meglio piuttosto che niente” non ci difendevano dal virus. Infatti, la comunicazione ai veneti era stata fuorviante, ingenerando la convinzione che le “mascherine” in distribuzione servivano a proteggerci dal virus (https://www.vincenzodarienzo.it/zaia-e-la-mascherina-meglio-piuttosto-che-niente/)

In questo video, quelle “mascherine” sono state testate e la menzogna di Zaia è stata scoperta. Infatti, era stato lui a definirle “mascherine”..”per la protezione individuale”.

Spero che nessuno si sia ammalato usandole.

La salute (e la vita) prima di tutto.

Capisco l’esigenza di riavviare le attività produttive, ma di fronte ad un virus che uccide, il problema della scelta non si dovrebbe neanche porre.

Questo non significa essere contro l’economia, ma visto che non abbiamo vaccini o cure apposite, fermare ogni assembramento che rischia di favorire il contagio è il minimo che si possa fare.

Quindi, sarebbe bene che a Verona tutti rispettassero i limiti imposti.

Le norme conferiscono la possibilità di apertura per aziende che, seppure non comprese tra i codici ATECO ammessi, sono funzionali ad assicurare la continuità delle filiere autorizzate previa comunicazione al Prefetto della provincia dove è ubicata l’attività produttiva.[1]

Pertanto, qualsiasi azienda può autocertificare, con una semplice comunicazione al Prefetto, di far parte della filiera che viene utile a una delle attività del Codice Ateco.

Ahinoi, mi risultano numerose segnalazioni dei sindacati al Prefetto di Verona concernenti il riavvio di attività specifiche che interessano migliaia di lavoratori.

Spero siano tutte attività “funzionali”. Si riesce a fare un riscontro di queste comunicazioni inviate? Si tratta dell’attività prevalente delle aziende “della filiera” funzionale alle attività ammesse? Qualcuna di queste attività “comunicate” sono state accertate e, in caso negativo, richiuse come prevede la norma?

Non voglio gettare la croce addosso a nessuno, ma è bene ricordare, innanzitutto a noi stessi, che le misure di contenimento stanno funzionando perché ci siamo isolati. Se questo è il miglior antidoto, non sarebbe meglio riflettere maggiormente ed evitare che altri si ammalino e rischino la vita?

In ogni caso, ritengo opportuno anche la verifica sul campo delle situazioni comunicate. Sui posti di lavoro devono essere rispettate regole rigorose di tutela, per evitare che i lavoratori si ammalino. Non lasciamo a loro l’onere della denuncia.

Sono l’anello debole della catena e dobbiamo tutelarli.

 

[1] L’articolo 1 comma d del Dpcm del 22 Marzo, poi confermato dal DPCM 10 aprile (articolo 2, comma 3), recita: «Restano aperte le attività che sono funzionali ad assicurare la continuità delle filiere di cui all’allegato 1 (le attività consentite) previa comunicazione al Prefetto della provincia dove è ubicata l’attività produttiva, nella quale sono indicate specificamente le imprese e le amministrazioni beneficiarie dei prodotti e servizi attinenti alle attività consentite. Il Prefetto può sospendere le predette attività qualora ritenga non sussistano le condizioni di cui al periodo precedente. Fino all’adozione dei provvedimenti di sospensione delle attività, essa è legittimamente esercitata sulla base della comunicazione resa».

Quale rapporto tra Stato e Regioni?

Lo stato di emergenza in conseguenza della diffusione del coronavirus è stato contrassegnato dai vari provvedimenti adottati dallo Stato e dai governi regionali, per il controllo dell’epidemia (poi diventata pandemia).

A mio modo di vedere, l’attuale articolazione dei poteri tra centro e periferia è inadeguata nei casi di emergenza, perché impedisce una guida unitaria e ingigantisce le differenziazioni degli interventi regionali.

Sono persuaso che, in questi casi, occorra riconfigurare le relazioni tra livelli di governo riportando allo Stato le funzioni in materia di tutela della salute che oggi risultano decentrate presso le regioni.

Nella riforma costituzionale poi bocciata dal referendum del 2016, era stata introdotta, a ragione, una clausola di supremazia in favore dello Stato al fine di garantire sempre una regia unitaria delle principali politiche pubbliche.

Quella proposta va riflettuta con riguardo ai casi di emergenza di tipo sanitario. Non è un sopruso determinare un sistema di tutela della salute univoco in ogni parte del Paese in occasioni speciali come quella che stiamo vivendo.

Sulla scia di un evento eccezionale, sono convinto che occorra ripensare il modello frammentato del sistema sanitario regionale e l’occasione del dibattito sul regionalismo differenziato calza a pennello per questa discussione.

Non invoco un riaccentramento delle competenze ora attribuite alle Regioni, bensì un riesame di quanto accaduto in questi ultimi mesi e, conseguentemente, la ridefinizione delle cose che hanno creato difformità ed equivoci.

È vero che la differenziazione dei provvedimenti regionali è uno dei vantaggi del decentramento, perché consente di adattare meglio le decisioni alle specificità dei diversi territori e alle differenti preferenze delle popolazioni, ma in presenza di un’emergenza sanitaria i confini territoriali non esistono e, pertanto, le varie scelte devono essere collimanti tra loro. Un errore nella Regione X, anche se distante, ricade sulle altre. Le distanze, infatti, non contano (il virus si è allargato nel mondo).

Pensavo anch’io che gli organismi misti tra Stato, Regioni ed autonomie locali potessero essere utili. Le esperienze positive non mancano, come per la definizione di una regolamentazione amministrativa unitaria (ad esempio con i Patti per la Salute) oppure come per la definizione dei LEA (livelli essenziali di assistenza), pur essendo una competenza esclusiva dello Stato. Ma, ed è di tutta evidenza, la pandemia che stiamo vivendo ha mostrato criticità che vanno superate.

Questa esperienza ci suggerisce di apportare mirati aggiustamenti con specifici interventi legislativi perché in casi di crisi non possiamo permetterci di parlare con tante voci.

Fermare il contagio nel carcere di Montorio.

Nel carcere di Montorio ci sono 17 poliziotti penitenziari e 25 detenuti risultati positivi al coronavirus.

Ho saputo che ancora dieci giorni fa i sindacati avevano rappresentato i fatti e, sinceramente, non è accettabile che ancora oggi non si sia vista l’ombra di nessuno. Le scelte prese finora, in particolare quella di riservare un’area dell’istituto per i detenuti malati, è stata buona cosa, ma il rischio che non sia sufficiente è nelle cose, visti i numeri così elevati.

Poliziotti e detenuti non sono cittadini di serie B.

Sinceramente, e lo dico senza polemica, pensavo che non arrivassimo fino a questo punto. Adesso, però, serve intervenire con urgenza.

Innanzitutto, va rassicurata la popolazione carceraria che si farà di tutto per impedire la diffusione del contagio. E va fatto con atti concreti e immediati, unici fatti che possono consentire uno sviluppo ordinato delle legittime preoccupazioni di tanti.

Quindi, immediatamente devono essere disposti i tamponi a tappeto per tutti i poliziotti ed i detenuti in modo da mappare la situazione ad oggi ed intervenire di conseguenza.

Ai detenuti contagiati devono essere garantiti i dispositivi previsti in questi casi.

Va risolto il delicatissimo tema del rapporto tra poliziotti e detenuti interessati dal contagio. Inimmaginabile che gli operatori penitenziari possano prestare servizio solo con mascherine e guanti nelle aree in cui è stato circoscritto la presenza del virus. Alla pari dei medici e infermieri dei reparti ospedalieri covid, anche i poliziotti devono essere forniti di occhiali e camici adeguati ed in numero sufficiente.

Non è compito della Polizia Penitenziaria gestire direttamente soggetti contagiati da malattie infettive letali, quindi, è necessaria una costante presenza di un presidio medico specializzato per malattie infettive in modo da affrontare le procedure di tutela per la salute di tutti.

Vanno esaminate anche altre possibilità, tra le quali annovero la domiciliazione degli arresti, ove possibile.

Con l’obiettivo di decongestionare il carcere, va valutata la possibilità di portare i malati fuori dal carcere in luoghi e strutture in passato già impegnate per la domiciliazione. Penso che Direttrice e Magistrato di Sorveglianza, che conoscono il tessuto collaterale al settore, possano agire in questa direzione.

Insomma, nessuna inerzia. Dieci giorni di ritardo sono stati già troppi!