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Accelerare e semplificare l’Italia

Il Governo ha approvato il Decreto cd. Semplificazioni.

Lo scopo è quello di accelerare quanto più possibile le procedure per la realizzazione delle opere pubbliche e riuscire ad investire i circa 120 miliardi di euro che sono stati impegnati nel tempo e ancora non sono stati spesi.

Il Decreto si occupa anche di velocizzare procedure burocratiche all’interno della Pubblica Amministrazione per rendere l’Italia più semplice e veloce nel risolvere le problematiche.

Uno sforzo titanico, di carattere culturale, ma necessario per affrontare la ripresa.

In questa slide la presentazione dei principi generali del provvedimento.

decreto semplificazioni-

Un commissario per la tratta TAV Verona/Fortezza

Il Governo ha accolto la nostra proposta di individuare un commissario straordinario per la realizzazione della tratta alta velocità che va da Verona verso il Brennero.
Per Verona è la soluzione migliore per garantire la speditezza dei progetti e della successiva realizzazione.

Il collegamento veloce della nostra area con l’asse del Brennero e, quindi, la Germania, apre il mercato della logistica veronese a nuove prospettive di traffici e sviluppo. Per il Consorzio ZAI è un’opportunità formidabile in grado di riverberare sul territorio occasioni di crescita e nuovi posti di lavoro.

Ancora una volta il futuro di Verona passa attraverso il nostro ruolo attivo al Governo.

Va ricordato che per la tratta interessata, il precedente commissario – l’ing. Ezio Facchin – si è dimesso nel dicembre del 2018 a causa dell’impossibilita di portare avanti le attività a causa dell’indifferenza dell’allora Governo. Quell’indifferenza ha provocato ritardi che potrebbero non garantire il rispetto del cronoprogramma fissato per l’esercizio della linea Verona-Brennero.

Una grave responsabilità della Lega che cerchiamo di superare con la nomina del commissario.

Il problema è anche un altro. Il 16 settembre 2018  è stato depositato in Comune di Verona da parte di  Rete Ferroviaria Italiana lo Schema di Accordo procedimentale di attuazione del Protocollo sottoscritto nel 2013 ed il progetto preliminare relativo alla tratta alta capacità Verona/Pescantina, IV lotto della linea Verona/Brennero ed ancora non è stato fornito l’imprescindibile parere.

Questo grave ritardo è un altro dei motivi per i quali l’apertura della linea ferroviaria veloce verso nord è slittata dal 2026 al 2028/2029.

Peraltro, sono stati pubblicati i bandi per la realizzazione della tratta tra Brescia e Verona. L’arrivo da ovest ci collegherà all’area lombarda con tempi sempre più ridotti ma, soprattutto, collegherà la nostra provincia con le opportunità logistiche attraverso la sistemazione del nodo ferroviario dell’area attorno al Quadrante Europa.

Il centro intermodale, primo in Europa da anni, è pronto ad affrontare la sfida del mercato logistico che punta sempre di più su Verona.

La decisione di nominare un commissario è un forte segnale di attenzione che abbiamo avuto verso Verona. Ci aspettiamo che l’incaricato velocizzi il più possibile le procedure, ancora a livello preliminare e superi ogni ostacolo che finora hanno impedito la spedita realizzazione dell’opera.

Opere pubbliche a Verona: Lega, basta propaganda falsa

Nel corso di una conferenza stampa, la Lega ha elencato le opere che a Verona hanno bisogno dell’intervento del Governo, quasi a dire che sono ferme a causa di Roma.

Non nascondo stupore e incredulità.

Se quelle opere, ovvero la variante alla Grezzanella, la Statale 12 e la Strada Regionale 10 non sono ancora in esercizio la responsabilità è solo ed esclusivamente della lega e della Regione Veneto.

E’ davvero incomprensibile la quantità di propaganda della Lega volta solo a dare la colpa ad altri.

Il triste elenco dell’incompletezza è frutto di ritardi e indecisioni di chi governa il Veneto da anni.

La Statale 12: da almeno 8 anni il progetto è in corso di redazione da parte dei Veneto Strade, ente strumentale della Regione. Otto anni e ancora non hanno prodotto un risultato a causa delle divergenze interne alle forze che hanno governato Verona ed il Veneto, tutte a matrice leghista.

Stucchevole le lamentale sulla variante alla Grezzanella e alla ex Strada regionale 10. Ricevute in gestione dalla Regione Veneto circa 20 anni fa, sono rimaste così com’erano allora. Alla fine, senza vergogna, l’anno scorso la Regione le ha restituite in competenza ad ANAS e con una buona dose di faccia tosta si chiede a questa di farle in pochi mesi. Assurdo!

L’alta velocità Brescia-Verona. Per fortuna che la Lega non è più al Governo. Da settembre scorso, non solo abbiamo chiuso la valutazione costi/benefici sulla tratta voluta anche dalla Lega, ma abbiamo finanziato tutti gli interventi da fare con ulteriori 600 milioni di euro oltre i 2,8 miliardi già finanziati dal Governo Renzi in precedenza.

Sul collegamento ferroviario tra Verona ed i Comuni del Lago di Garda, riteniamo sia una bella cosa, ma a causa del costo elevatissimo non sarà sostenibile a breve. Ergo, è solo propaganda far credere che sia possibile un’infrastruttura simile.

Diversamente, colpisce il silenzio leghista sulla metropolitana di superficie Verona/Aeroporto Catullo. Questa sì che avrebbe favorito lo sviluppo dello scalo aeroportuale, ma la Regione non l’ha mai messa tra le sue priorità e men che meno ne ha chiesto la realizzazione al Governo.

Questi sono i fatti. Far credere il contrario è solo la prova delle gravi responsabilità della Lega. Da quando governano il Veneto non hanno portato alcun beneficio a Verona.

I dati sono sotto gli occhi di tutti. Alzi la mano chi ricorda un’opera degna di questo nome fatta a Verona da parte della Regione. Neanche una in oltre 20 anni di governo regionale.

 

Cattolica, altro bene di Verona in fuga.

Cattolica assicurazioni ha avviato a una partnership strategica con Generali Assicurazioni. L’accordo prevede che Generali diventi azionista rilevante con il 24,4% di Cattolica attraverso la sottoscrizione di un aumento di capitale riservato per 300 milioni di euro condizionato alla trasformazione di Cattolica in spa.

Verona sembra una stalla da allevamento: prima fa crescere i suoi pezzi migliori e poi li cede. In questo modo guadagna nell’immediato,  ma perde in prospettiva.

Il copione è sempre lo stesso e si ripete ciclicamente.

L’elenco è tristemente noto. Negli anni Verona ha perso il controllo della Cassa di Risparmio,  dell’Aeroporto Catullo, del Banco Popolare e adesso di Cattolica Assicurazioni, patrimoni creati nel tempo e poi ceduti.

Purtroppo,  non pare finita, visto che il Comune vuole cedere AGSM al colosso lombardo di gas ed energia A2A e sulla fiera gli avvisi sono sempre più foschi.

Posto che le partnership sono necessarie,  possibile che non vi sia una volta che Verona prevalga?

Ma se fa riflettere l’epilogo sempre uguale, la debolezza è della classe dirigente che ha governato Verona e le società interessate.

Esse sono state allevate e rese forti grazie al rapporto con il territorio, ma questo ad un certo punto non ha più offerto stimoli, ambizioni, strumenti e persone in grado di competere con la globalizzazione delle tematiche e dei mercati di riferimento.

La classe dirigente politica si è adagiata preservando un finto radicamento territoriale che non ha salvaguardato il futuro. Una visione miope e ristretta di chi ha governato Verona che sta mostrando i frutti peggiori.

Se anni fa fosse stato realizzato il polo finanziario, oggi saremmo in ben altre condizioni perché avremmo avuto un’occasione che consentiva di creare valore aggiunto umano e professionale nonché aperture mentali e di esperienza per elevare la qualità della classe dirigente, che resta lo snodo delle cessioni delle società.

Ormai resta solo il Consorzio ZAI e poi tutto si compie.

E meno male che l’Arena è incedibile, altrimenti sarebbe stata ceduta anche quella.

 

 

La “moria del kiwi” in Senato

Il fenomeno definito “moria del kiwi” è oggetto di notevole attenzione e preoccupazione da parte dei frutticoltori, delle loro associazioni e delle Istituzioni, anche in conseguenza della velocità di diffusione che tale fenomeno ha negli actinidieti e che, dal territorio veronese, dove per primo si è manifestato, si è allargato all’intero territorio nazionale.

La “moria del kiwi” consiste nella apoplessia delle piante di actinidia, che senza alcun preavviso collassano perdendo le foglie e i frutti, arrivando in breve tempo alla morte, e la diagnosi è oltremodo problematica e complicata anche dal fatto che gli impianti sono già stati gravemente danneggiati dal cancro batterico dell’actinidia, “batteriosi del kiwi – PSA”, che ha già colpito nel nostro Paese la coltura negli ultimi anni;

Il tema è stato affrontato nella commissione agricoltura del Senato. Infatti si sono tenute tre diverse audizioni di sperimentazioni effettuate in diverse realtà. Il campo sperimentale è a Palazzolo di Sona.

E’ emerso un quadro allarmante. Ogni anno viene colpita oltre il 25% della produzione nazionale. Il kiwi, da sempre riconosciuto come frutto della salute, è un prodotto italiano essendo il nostro Paese il maggior esportatore a livello mondiale. Una stima delle perdite parla di cifre di oltre 300 milioni di euro e di quasi 1 miliardo di euro nell’indotto.

È stato quindi illustrato lo stato della ricerca e, purtroppo, il fatto che non esiste oggi una soluzione sicura al problema ma che è necessario approfondire la tematica con una ricerca interdisciplinare, a partire però dall’esperienza già maturata.

L’impatto economico è notevole. Per questo Regione e Governo devono investire le risorse necessarie per stabilizzare la ricerca. Per tanti agricoltori veronesi il kiwi è stato una piantagione di rifugio dopo le problematiche rilevate su altre coltivazioni quali quella della pesca.

In Senato abbiamo voluto ascoltare le varie esperienze sulla ricerca che si sono succedute sul tema della moria del kiwi che molto ci preoccupa. Purtroppo il Covid ha rallentato i tempi di audizione e di ricerca delle soluzioni ma bisogna recuperare e trovare un modo per rispondere alle esigenze del settore ed in particolare alle aziende agricole.

E’ necessario, a questo punto, un tavolo di coordinamento nazionale delle varie attività di ricerca che le Regioni stanno portando avanti. Un tavolo dove i diversi ricercatori si possano confrontare e mettere a patrimonio le diverse esperienze e servono risorse adeguate. Davanti a perdite così ingenti non si possono investire poche migliaia di euro.

Inoltre serve anche un’azione nei confronti delle aziende più colpite dalla moria. Anche se le stesse aziende chiedono innanzitutto una soluzione al problema e poter così tornare a produrre kiwi di qualità quale quello da tempo ottenuto nell’area veronese.

Risolvere gli ostacoli sulla TAV Brescia-Verona

Le gare d’appalto andate deserte per la realizzazione dell’alta velocità Brescia-Verona stanno rallentando l’esecuzione dei lavori. Il Ministero intervenga, anche in sede UE, per favorire l’ultimazione delle opere affidate nel rispetto delle tempistiche contrattuali.

Per il lotto Brescia/Verona sono stati pubblicati 4 appalti su 8. Due sono andati deserti e due hanno ricevuto una sola offerta. Peraltro, una delle due offerte ricevute è stata ritenuta non idonea. Da ciò si desume una condizione di difficoltà del mercato con inevitabili rischi per il Contraente Generale legati a potenziali default dell’appaltatore. Non si esclude che le ragioni siano da ricercare nelle crisi delle imprese del settore e dalla conseguente recessione nel campo dei lavori infrastrutturali in Italia.

Queste problematiche stanno rallentando l’esecuzione dei lavori e, quindi, potrebbero compromettere il rispetto degli obblighi temporali che l’Italia ha assunto con l’Unione Europea.

Per Verona significherebbe aspettare più tempo ancora con la conseguenza di non rispettare il cronoprogramma per agganciarci all’apertura del tunnel del Brennero, vera chiave di volta per i traffici merci che attraversano il nostro territorio.

Il problema viene da lontano. In seguito alla procedura comunitaria d’infrazione n. 2001/2084, il Governo Berlusconi nel 2008 impose la revisione delle condizioni di affidamento di alcune tratte ad Alta Velocità/Alta Capacità, fra cui la Milano-Verona, stabilendo di assegnare una determinata quota di lavori a imprese terze.

In pratica, per la tratta Milano/Verona venne imposto l’affidamento al mercato, mediante procedure di gara, di una quota degli appalti da far eseguire a terzi pari al 70% circa delle opere civili e di armamento (le infrastrutture). Il restante 30% restò in capo al Consorzio CEPAV 2 attraverso gli affidamenti diretti.

Alla luce di quanto sta accadendo, ovviamente, i tempi di ripubblicazione sono lunghi e, stante la contingente situazione creatasi, è forte il rischio che possa ripetersi la medesima cosa anche nei restanti appalti con margini di recupero sui tempi evidentemente nulli.

La situazione di difficoltà che il Consorzio CEPAV2 sta affrontando nell’assegnazione degli appalti impone la ricerca di una soluzione alternativa a quella prevista ad oggi, pur nel rispetto dei principi comunitari.

Ho proposto al Ministro De Micheli una possibile soluzione. A mio parere se la gara pubblica per l’individuazione delle imprese terze cui affidare il 70% dei lavori dell’intera tratta, andasse deserta o comunque non è possibile aggiudicarla, il Contraente può procedere con affidamenti diretti purché le condizioni iniziali dell’appalto non siano sostanzialmente modificate.

Credo che questa soluzione sia una corretta interpretazione degli impegni assunti dal Governo italiano in sede comunitaria. In questi casi, ossia quando un appalto non viene aggiudicato in sede di prima pubblicazione, l’obbligo di affidare ad imprese terze con una gara una quota parte dei lavori, dovrebbe ritenersi assolto da parte del Contraente.

E’ l’unica per garantire l’ultimazione delle opere affidate nel rispetto delle tempistiche contrattuali senza che ciò possa essere considerata quale violazione degli impegni assunti dallo Stato italiano verso la CE.

La notizia più brutta!

Come un incubo che ritorna, si parla di nuovo della ndrangheta a Verona.

In questi giorni sono stati effettuati decine di arresti di persone appartenenti all’organizzazione criminale che aveva costruito a Verona un sistema pervasivo e pericoloso, aiutato da numerosi veronesi. Tra questi sembra che abbiano rilevanti responsabilità anche due dirigenti di AMIA, l’azienda che tratta i rifiuti.

Ndrangheta e rifiuti sono un binomio pericolosissimo.

Me ne occupo quotidianamente in qualità di componente della Commissione parlamentare di inchiesta sulle attività illecite connesse al ciclo dei rifiuti e su illeciti ambientali ad esse correlati.

Scoprirlo anche a Verona è stato uno shock!

Il rapporto con soggetti della pubblica amministrazione è il fulcro della peggiore notizia che potessimo immaginare.

Non solo la ndrangheta è ben radicata a Verona, ma avrebbe esteso i propri tentacoli anche nella pubblica amministrazione a testimonianza della pericolosità del fenomeno.

La Ndrangheta ci aveva già provato in passato: è bene ricordare le riunioni fatte a Verona per valutare investimenti di capitali illeciti nella nostra economia, sia nelle aree dismesse lungo la bresciana, sia nell’area ex Tiberghien, nonché la volontà di gestire alcuni beni del Comune di Verona (illuminazione pubblica, centro sportivo, asilo nido).

Da menzionare anche che alcune interdittive hanno colpito soggetti che gestivano beni pubblici, come gli impianti di risalita in Lessinia.

Insomma, una capacità pervasiva pericolosa per l’economia legale e con prospettive verso gli Enti locali.

Oggi arriva l’ulteriore conferma di questo cancro che ci attanaglia e, soprattutto, del fatto che avevano messo l’occhio sul delicatissimo settore dei rifiuti.

Ho chiesto alla Commissione di cui faccio parte di acquisire immediatamente tutti gli atti e di avviare urgentemente un approfondimento mirato per capire se certe connivenze erano funzionali al riciclaggio e/o smaltimento di rifiuti a Verona ed in Veneto.

Europa, chi non vuole, può anche andare via!

La Commissione Europea ha proposto un Recovery fund da 750 miliardi.

All’Italia andrebbero circa 172 miliardi, di cui oltre 81 miliardi di contributi a fondo perduto e circa 91 di prestiti. Una cifra impressionante.

Un segnale importante che ha tolto ossigeno ai tanti sovranisti che sbraitano contro l’UE. Tra questi anche i nostri Lega e Fratelli d’Italia che in Parlamento europeo hanno sempre votato insieme agli avversari dell’Italia affinché non venisse portato avanti questo imponente aiuto economico.

La proposta fatta dalla Commissione Europea rappresenta il punto fermo attorno al quale si avvieranno le negoziazioni.

Adesso comincia il confronto tra gli Stati fino alla decisione definitiva del Consiglio Europeo.

E qui sono tornati alla carica i paesi cosiddetti “frugali” (gli egoisti). Dopo aver perso la prima battaglia, quella contro la proposta della Commissione Europea che, secondo loro, non doveva neanche formularla, adesso si sono riposizionati sulla fase successiva, quella della decisione finale.

Questa testardaggine e ottusità va affrontata con decisione e risolutezza. Alcuni dei paesi che sono contrari rappresentano una minima parte del bilancio europeo. Altri hanno regimi fiscali molto lievi, tanto che creano azioni di dumping all’interno stesso dell’UE. Altri ancora hanno economie sussidiate fortemente dai fondi europei.

Ebbene, è giunto il momento di dirlo con chiarezza: se certi paesi continuano a negare il principio di solidarietà tra Stati, l’Unione non è un tabù, possono anche andarsene. E se ciò non avvenisse, nulla toglie che l’azione da fare è quella di omogeneizzare il più possibile i diversi regimi fiscali in modo da eliminare una strana competizione ad accaparrarsi capitali a discapito di altri, nonché di rivedere il sistema di ripartizione dei fondi europei.

Recovery fund, belle notizie e cose da fare

La Commissione Europea ha proposto un Recovery fund da 750 miliardi che si aggiungono agli altri fondi già decisi nelle settimane scorse. In particolare, al Recovery fund vanno sommate le risorse già decise dall’UE: gli acquisti straordinari della Bce dei titoli di stato, i crediti senza condizioni del fondo salva Stati, lo Sure sull’occupazione ai prestiti alle imprese della Banca Europea degli Investimenti.

All’Italia andrebbero circa 172 miliardi, di cui oltre 81 miliardi di contributi a fondo perduto e circa 91 di prestiti. Una cifra impressionante.

L’Europa c’è!

Sono stati sconfitti tutti coloro (Lega e Fratelli d’Italia) che in Europa hanno sempre votato insieme agli avversari dell’Italia affinché questo non avvenisse.

La proposta fatta dalla Commissione Europea rappresenta il punto fermo attorno al quale si avvieranno le negoziazioni.

Quanti soldi mette sul piatto l’Ue? Dove troverà questi soldi l’UE? A chi verranno dati e a quali condizioni?

Quanti soldi?

Il Recovery Fund potrà contare su una potenza di fuoco di 750 miliardi di euro da distribuire ai paesi membri (cui si aggiungeranno i fondi del bilancio Ue 2021-2027 pari a circa 1.100 miliardi di euro). Una cifra che semplicemente non ha precedenti nella storia dell’Ue. Tanto più che per reperire i 750 miliardi verrà fatta una emissione comune di bond. Il bilancio Ue viene usato a garanzia dell’emissione.

Alla scadenza dei titoli emessi, il ripagamento spetterà alla Commissione europea e, significativamente, non ai singoli paesi membri. Si tratterà peraltro di titoli a lunga scadenza. La Commissione prevede infatti che il ripagamento non avverrà prima del 2028 e dopo il 2058. In poche parole, si tratta a tutti gli effetti di un indebitamento comune.

A chi andranno?

I soldi diretti ai paesi membri saranno in larga parte contributi (fino a 500 miliardi) e nella rimanente parte (250 miliardi) prestiti (che in quanto tali dovranno poi essere restituiti dai singoli paesi membri all’Ue). In merito a quanto verrà dato a ciascun paese membro, si prevede un meccanismo di allocazione che riconosce che la crisi da coronavirus ha colpito simmetricamente tutti i paesi membri ma sta producendo effetti diversi.

L’Italia dovrebbe essere il primo paese membro in termini di risorse allocate: oltre 81 miliardi di contributi a fondo perduto e circa 91 di prestiti. Se non ci fosse questo fondo, l’Italia dovrebbe reperire sui mercati aumentando ulteriormente il proprio (elevatissimo) debito pubblico.

Come verranno spesi i soldi?

I finanziamenti dovranno supportare gli investimenti e le riforme realizzate per rilanciare la crescita. Si tratta di circa 560 miliardi da distribuire sia attraverso contributi sia attraverso prestiti.

Le verifiche riguarderanno l’attuazione delle riforme da fare e finanziate con il fondo, quindi, la riforma del sistema fiscale, del mercato del lavoro, della maggiore efficienza della pubblica amministrazione e della riduzione dei tempi della giustizia. L’attenzione, quindi, sarà rivolta non tanto ai temuti ‘tagli’ quanto piuttosto al controllo della qualità della spesa.

Altro obiettivo del fondo è l’incentivo degli investimenti privati con 31 miliardi e altri 15 miliardi, invece, saranno utilizzati per mobilizzare investimenti privati finalizzati ad accrescere l’autonomia strategica dell’Ue nel campo delle nuove tecnologie e delle catene del valore.

Infine, 9,4 miliardi di questo fondo serviranno per la prevenzione delle epidemie e per l’acquisto di medicine e strumenti medicali.

Cosa manca ancora?

Adesso comincia il confronto tra gli Stati fino alla decisione definitiva del Consiglio Europeo.

L’auspicio è che la presidenza di turno tedesca del Consiglio dell’Unione possa avere la forza di trovare la quadra nel prossimo semestre.

A quel punto, è importante che quei fondi siano disponibili da subito e non dal primo gennaio, come è stato paventato.

Appena dopo l’estate, inoltre, l’Italia deve presentare il “Recovery plan” con le indicazioni sulle linee strategiche per utilizzare i fondi.

Fondazione Arena, quale futuro (ai tempi covid)

Il decreto Rilancio lancia un segnale di fiducia a tutte le imprese e le istituzioni culturali perché i fondi decisi e le modalità di erogazione sono un chiaro segnale di attenzione e supporto a favore di tutto il settore culturale italiano.

Dal punto di vista delle Fondazioni lirico sinfoniche, c’è un però.

La decisione di ripartire il fondo unico dello spettacolo per il biennio 2020/2021 sulla base della media delle percentuali assegnate per il triennio 2017-2019, in deroga ai criteri generali e alle percentuali di ripartizione previsti, per l’anno prossimo, quando presumibilmente riprenderanno le attività, potrebbe comportare una evidente disparità.

Infatti, se per quest’anno, tra FUS e costi da sostenere, posto che la stagione non si svolgerà, tanti lavoratori determinati non saranno impiegati e la cassa integrazione copre una parte rilevante del personale stabile, vi sarà omogeneità, nel 2021, considerato che la bigliettazione non potrà essere più la stessa a causa del distanziamento sulle gradinate ed in platea, il peso di questa non avrà più lo stesso valore che di solito viene calcolato per stabilire la quota FUS (in riduzione) per la Fondazione Arena.

I criteri generali del FUS saranno adeguati solo nel 2022 in ragione dell’attività svolta a fronte dell’emergenza sanitaria da COVID19, delle esigenze di tutela dell’occupazione e della riprogrammazione degli spettacoli annullati.

Quindi, per evitare possibili disparità, delle due l’una: o i nuovi criteri vengono anticipati al 2021 (e comprendere, quindi, il calo della bigliettazione per la Fondazione Arena) o l’anno prossimo si aumenta il FUS in modo che vi siano più risorse da destinare a coloro che perderanno molto dalla bigliettazione.

Altri temi che possono essere di sollievo per le Fondazioni lirico sinfoniche sono la sospensione delle rate dei finanziamenti di cui alla “Legge Bray” nonché la proroga del raggiungimento del tendenziale equilibrio patrimoniale e finanziario stabilito per il 31 dicembre 2020 (compreso l’inquadramento delle attuali fondazioni lirico-sinfoniche, alternativamente, come “fondazione lirico sinfonica” o “teatro lirico-sinfonico”).

In questo articolo (https://www.vincenzodarienzo.it/fondazione-arena-un-tavolo-locale-e-le-risorse-per-evitarne-la-chiusura/) auspicavo la ripresa, anche parziale delle attività in modo da tenere viva la produzione culturale.

Dalla Fondazione pare che la volontà ci sarebbe, ma antepongono la questione dei posti disponibili. In pratica, a fronte del protocollo che stabilisce che per gli spettacoli all’aperto non possono essere superati i 1.000 spettatori, la Fondazione Arena ne chiede 3.000.

Io penso che possano comunque fare qualcosa, visto che i fondi ci sono e ce ne saranno ancora e sarei anche più fiducioso rispetto a questa ansia che stanno spargendo in giro. Mi spiego.

Il protocollo vigente riflette la situazione epidemiologica che abbiamo finora conosciuto. Nulla toglie che in presenza di condizioni migliori, ovvero se si consolida la curva positiva di questi giorni, che le cose possano essere riviste in tempo per il periodo in cui vorrebbero fare gli spettacoli.

Va detto, giusto per ricordarcelo sempre, che la questione non è solo nazionale. Infatti, se i contagi in giro per il mondo continuano ad essere rilevanti, il problema è anche dell’Italia.

Quindi, si programmi, si faccia e se le condizioni lo permetteranno, certamente ci saranno miglioramenti.