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Altri (tanti) soldi per i Comuni

Il Governo ha incrementato di 500 milioni di euro le risorse assegnate ai comuni per il 2021 per investimenti destinati ad opere pubbliche in materia di efficientamento energetico e di sviluppo territoriale sostenibile.

Tanto altro denaro per favorire gli investimenti pubblici a sostegno della crescita dell’Italia.

Le risorse si aggiungono ai 7 miliardi di euro che i Comuni riceveranno fino al 2034 in tranche da 500 milioni per anno. Per il 2021, quindi, saranno finanziati progetti per un miliardo di euro.

Sono interessati solo i lavori che  non siano già integralmente finanziati da altri soggetti e che siano aggiuntivi rispetto a quelli da avviare nella prima annualità dei programmi triennali già approvati. In soldoni, devono essere lavori totalmente nuovi.

Si tratta di contributi statali finalizzati esclusivamente per alcune opere pubbliche, in particolare per:

  • l’ efficientamento energetico, ivi compresi interventi volti all’efficientamento dell’illuminazione pubblica, al risparmio energetico degli edifici di proprietà pubblica e di edilizia residenziale pubblica, nonché all’installazione di impianti per la produzione di energia da fonti rinnovabili;
  • lo sviluppo territoriale sostenibile, ivi compresi interventi in materia di mobilità sostenibile, nonché interventi per l’adeguamento e la messa in sicurezza di scuole, edifici pubblici e patrimonio comunale e per l’abbattimento delle barriere architettoniche.

Sono due ambiti che consentono di aumentare la qualità della vita dei residenti.

I contributi saranno attribuiti ai comuni, sulla base della popolazione residente alla data del 1° gennaio 2018, come di seguito indicato: ai comuni con popolazione inferiore o uguale a 5.000 abitanti è assegnato un contributo pari ad euro 50.000; ai comuni con popolazione compresa tra 5.001 e 10.000 abitanti è assegnato un contributo pari ad euro 70.000; ai comuni con popolazione compresa tra 10.001 e 20.000 abitanti è assegnato un contributo pari ad euro 90.000; ai comuni con popolazione compresa tra 20.001 e 50.000 abitanti è assegnato un contributo pari ad euro 130.000; ai comuni con popolazione compresa tra 50.001 e 100.000 abitanti è assegnato un contributo pari ad euro 170.000; ai comuni con popolazione compresa tra 100.001 e 250.000 abitanti è assegnato un contributo pari ad euro 210.000; ai comuni con popolazione superiore a 250.000 abitanti è assegnato un contributo pari ad euro 250.000.

Il contributo ai comuni beneficiari sarà deciso entro il 15 ottobre prossimo.

Per i Comuni veronesi è una straordinaria occasione che, se unita alla deroga appena concessa al Codice degli appalti, potrà vedere i propri benefici a brevissimo, senza aspettare anni per la realizzazione delle opere.

Considerato che i benefici potrebbero andare anche oltre il Comune che realizza l’opera, servirebbe un disegno complessivo. L’efficientamento energetico e lo sviluppo sostenibile di un’opera supera i confini territoriali per gli impatti positivi sull’ambiente. Per questo potrebbe essere utile un coordinamento delle opere da realizzare, pur lasciando al Comune la scelta di fondo, ovviamente.

Immagino un piano provinciale, supportato economicamente dalla Regione Veneto, che metta a sistema i progetti, dia una mano laddove ci sono difficoltà e favorisca la realizzazione dei benefici.

Oltre alle rilevanti provviste finanziarie citate, abbiamo incrementato di altri 300 milioni di euro il fondo – che ha già una dotazione di 100 milioni – per il ristoro parziale dei comuni a fronte delle minori entrate derivanti dalla mancata riscossione dell’imposta di soggiorno. Una boccata di ossigeno per tutti i nostri Comuni turistici.

Il Governo per la riduzione delle liste di attesa

Con il Decreto Rilancio 2, a partire dal 15 agosto scorso e fino al 31 dicembre prossimo, il Governo investe risorse per ridurre le liste di attesa relative alle prestazioni ambulatoriali, di screening e di ricovero ospedaliero, non erogate nel periodo di emergenza epidemiologica da COVID-19.

La Regione Veneto è stata autorizzata ad attuare modalità straordinarie per garantire le prestazioni aggiuntive da parte del personale, la stipulazione di nuovi contratti di lavoro e l’assistenza specialistica ambulatoriale convenzionata interna, il tutto anche in deroga ai limiti vigenti in materia di spesa per il personale.

Lo scopo è quello di recuperare il più possibile tutte le visite, gli interventi e quant’altro previsto e poi rinviato a causa del lockdown.

Quali sono le modalità straordinarie che il Governo ha autorizzato?

Innanzitutto, quella di ricorrere alle prestazioni aggiuntive, previste dal contratto collettivo nazionale di lavoro, per il periodo 2016-2018, dei dirigenti medici, sanitari, veterinari e delle professioni sanitarie dipendenti dal Servizio sanitario nazionale, con una remunerazione più elevata rispetto a quella stabilita dal medesimo contratto.

La Regione, inoltre, può:

  • reclutare il personale del Servizio sanitario nazionale attraverso assunzioni a tempo determinato, anche in deroga ai vigenti contratti collettivi nazionali di settore, o attraverso forme di lavoro autonomo, anche di collaborazione coordinata e continuativa, con riferimento alle sole prestazioni inerenti ai ricoveri ospedalieri;
  • ricorrere anche a prestazioni aggiuntive da parte del personale non dirigenziale del comparto sanità, con un aumento della relativa tariffa oraria a 50 euro lordi onnicomprensivi per le prestazioni concernenti i ricoveri ospedalieri e le prestazioni relative agli accertamenti diagnostici;
  • incrementare – entro determinati limiti – il monte ore dell’assistenza specialistica ambulatoriale convenzionata interna e per le prestazioni aggiuntive di specialistica ambulatoriale e di screening.

Un insieme di soluzioni che, se gestite sapientemente dalla Regione, potranno dare una risposta ai tantissimi veneti che, loro malgrado, si sono visti annullare o spostare in avanti le visite e gli interventi previsti a causa del blocco dovuti al virus nei mesi da marzo a maggio.

Il recupero di quelle attività sospese è un’ottima notizia, sia perché risolve un problema legato alla salute dei cittadini, sia perché riduce le liste di attesa, annoso ostacolo che impedisce a tantissimi di curarsi come vorrebbero.

Non è accettabile che per una visita bisogna aspettare anche oltre un anno. Con la decisione del Governo, la Regione Veneto ha la possibilità di agire utilmente per garantire a tutti il pieno diritto alla salute dei veneti.

Una scelta di giustizia sociale

Dal 1° settembre abbiamo eliminato il superticket sanitario in tutta Italia, ovvero la quota variabile che pagavamo sulle prestazioni mediche.

Abbiamo cancellato un doloroso balzello per le tasche degli italiani che accentuava le differenze regionali.

Come tutti sanno, per ogni ricetta medica, i cittadini, tranne gli esenti, pagano un  ticket che varia a seconda del valore della prestazione (quasi ovunque è pari a 36.15€, al massimo è di 45 euro) ed è diverso da regione a regione.

A questa quota si applicava il superticket sanitario, introdotto nel 2011, ovvero un’aggiunta di  10 euro (definito a livello forfettario).

Ogni regione poi ha avuto la facoltà di applicarlo in modo differente.

Eliminare il superticket sarà un vantaggio per tutti.

L’introduzione del superticket ha portato nel 2012 a un calo del 17,2% delle prestazioni erogate dal Sistema Sanitario Nazionale. Una parte di queste prestazioni è stata assorbita dal settore privato (che negli anni è diventato sempre più competitivo), ma una parte, purtroppo, corrisponde alla rinuncia dei cittadini.

Già nel 2018 avevamo stanziato un fondo pari a 60 miliardi che insieme agli sforzi delle singole regioni ha permesso via via di ridurre l’importo. Dal primo settembre, decisione assunta dal Governo, è stato eliminato completamente e per tutti, appianando così anche le forti disparità regionali.

Prima la salute.

Allagamenti, serve un altro passo.

Ogni volta che a Verona piove un po’ più del solito, nei soliti luoghi si determinano i soliti problemi.

Sembra uno scioglilingua, ma, purtroppo non è così.

Tralascio le considerazioni sugli effetti dei cambiamenti climatici, come pure di parlare di coloro, presenti numerosi tra le schiere di chi governa Verona ed il Veneto che negano questa semplicissima constatazione, per concentrarmi su cosa dovrebbe essere fatto.

Innanzitutto, permettetemi di esprimere vicinanza a tutti coloro che ad ogni allagamento subiscono danni alle cantine, ai garage, alle auto sommerse fino ai finestrini, alle attività economiche.

Questi veronesi non hanno fatto nulla di male ed abitano nel posto giusto. Il problema è che chi ci governa da tempo non risolve i nodi che causano questi allagamenti e passa l’idea dell’ineluttabilità della cosa.

Lo dico agli amministratori: non serve andare sul posto con la giacca della Protezione civile, spalare il fango se prima non hai fatto il proprio dovere. Puoi farlo la prima volta, ma se la cosa si ripete anche dopo e poi ancora, allora vuol dire che non è stato fatto nulla.

E’ vero che la quantità di pioggia è anomala, ma è altrettanto vero che si tratta dei soliti luoghi e l’esperienza dovrebbe aver insegnato che occorrono soluzioni diverse da quelle prospettate e fallite.

Non so come dirlo, ma quando leggo che sono stati fatti lavori per milioni di euro e gli allagamenti persistono comunque, non viene il dubbio che qualcuno dovrà risponderne?

Allora, caro Sindaco, senza nessuna polemica e senza offendere nessuno, credo sia doveroso avviare un confronto ben oltre le mura di Verona per coinvolgere intelligenze ed esperienze che in città non esistono al momento per capire come risolvere il tema.

In questo confronto, poi, vanno pienamente coinvolti i residenti delle zone interessate affinché anche loro possano partecipare e comprendere che le Istituzioni sono vive, che si occupano della cosa e non che vi vedano solo quando tutto è accaduto.

Io penso che su un’azione del genere, tutti i gruppi politici saranno pronti a dare una mano.

 

 

Ma è vero che abbiamo troppi parlamentari?

Tra pochi giorni si voterà per il referendum costituzionale per approvare o meno la legge che riduce il numero dei parlamentari italiani.

Una delle ragioni che vengono addotte dai favorevoli è che l’Italia ha troppi parlamentari.

E’ davvero così?

Va detto subito che il confronto tra paesi europei mostra che al crescere della popolazione il numero dei parlamentari tende a crescere. La differenza, però è tra paesi caratterizzati da sostanziale bicameralismo e quelli senza.

I primi tendono ad avere più parlamentari e tra questi l’Italia appare in linea con i numeri degli altri paesi.

Ciò significa che restando il vincolo del bicameralismo paritario, il taglio dei parlamentari risulterà anomalo.

Quindi, è sbagliato il confronto per numero assoluto di parlamentari perché mette insieme paesi con sistemi diversi tra loro.

In Europa, l’Italia è il paese col più alto numero di parlamentari e dopo il taglio si collocherà al quinto posto dopo Francia, Germania, Regno Unito e Spagna.

Il confronto diretto sul numero dei parlamentari non è, però, utile perché va fatto tra paesi omogenei come sistema e, soprattutto con un rapporto tra parlamentari e popolazione di uno a 100.000 abitanti

Con questo confronto l’Italia ha circa 1,6 parlamentari ogni 100.000 abitanti, numero abbastanza contenuto se si pensa che in media nei paesi Europei ve ne sono circa 3,9. Ma non è che gli altri paesi ci superano nel confronto per caso. Infatti, va tenuto conto della dimensione del paese e del fatto vi sono dimensioni minime al di sotto delle quale non si può scendere per l’esercizio delle stesse funzioni.

Un altro tema di confronto è il bicameralismo paritario.

Oltre a noi altri 11 paesi hanno un sistema bicamerale: Austria, Belgio, Repubblica Ceca, Francia, Germania, Irlanda, Paesi Bassi, Polonia, Romania, Slovenia e Spagna. Tuttavia, solo in Francia, Polonia e Romania, le due camere hanno entrambe poteri rilevanti nella approvazione delle leggi: in Francia il senato, pur non votando la fiducia, ha sostanzialmente le medesime funzioni legislative della Camera bassa; in Romania il processo di formazione delle leggi prevede che, in caso di mancata approvazione da parte di una delle due camere, si avvii un processo di mediazione per giungere all’accordo; in Polonia il Senato  può emendare o rigettare le leggi approvate dalla Camera, anche se la Camera può, con maggioranza assoluta, non accettare gli emendamenti del Senato.

Facendo il confronto con questi paesi, emerge che l’Italia dovrebbe avere circa 830 parlamentari. Con il taglio proposto di 345 parlamentari il Parlamento italiano, con 600 membri, avrebbe un numero di parlamentari di 229 unità al di sotto di quello che sarebbe appropriato sulla base di questo confronto internazionale che tiene conto della sua natura bicamerale.

Se si passasse, invece, a un parlamento monocamerale, la riduzione proposta del numero dei parlamentari sarebbe in gran parte giustificata.

Recovery fund, è fatta!

Al termine di quattro giorni di negoziato serrato, in cui l’Europa intera è sembrata in scacco dei cosiddetti ‘frugali’, il Consiglio Europeo riunito a Bruxelles approda a una bozza di intesa. L’ammontare complessivo del Recovery Fund sarà di 750 miliardi: 390 di contributi a fondo perduto e 360 di prestiti.

Il Consiglio europeo straordinario, previsto inizialmente venerdì e sabato e proseguito fino a martedì mattina per cercare di accorciare le distanze tra le diverse posizioni, è approdato finalmente ad una bozza di accordo condivisa dai 27.

La preoccupazione di tutti era che il negoziato si chiudesse senza un’intesa, a causa di veti e ricatti incrociati da parte dei paesi schierati in blocchi di interessi contrapposti. Da una parte i ‘frugali’, che chiedevano un ammontare complessivo ancora più basso, maggiori controlli sulle spese e una forte riduzione delle sovvenzioni a fondo perduto. Dall’altra quasi tutti gli altri paesi (soprattutto quelli mediterranei, Italia in testa) che insistevano per non ridurre le ambizioni (e l’ammontare) delle misure europee.

Tra questi si inseriva anche il blocco dell’est – e l’Ungheria di Orban in particolare – che non intendeva cedere nel vincolare l’erogazione dei fondi al rispetto dello stato di diritto. Il compromesso raggiunto rappresenta un traguardo storico per l’Ue, che per la prima volta opta per un considerevole indebitamento comune per rilanciare la crescita.

La svolta è stata finalmente raggiunta nella notte tra lunedì e martedì dopo le ultime limature ad una nuova proposta del presidente Michel, che comprende alcuni compromessi fatti per ridurre ulteriormente le distanze tra i vari schieramenti. L’intero ammontare del Fondo rimane di 750 miliardi di euro, ma cambia la composizione: i sussidi/contributi a fondo perduto del Recovery Fund sono stati ridotti (dagli iniziali 500 miliardi della Commissione agli attuali 390); i prestiti vengono invece aumentati (da 250 a 360). Il bilancio 2021-27, che fungerà da garanzia per l’emissione comune che finanzierà il Recovery Fund, è stato sbloccato (sarà di 1.074 miliardi). Vengono mantenuti gli ‘sconti’ per alcuni paesi (rispondendo quindi alle richieste dei ‘frugali’) rispetto a quanto questi dovrebbero versare alle casse di Bruxelles sulla base del loro Pil (Gli ‘sconti’: il gruppo dei frugali chiedeva di mantenere e anzi ampliare l’entità dei rimborsi che in qualità di contributori netti ricevono per compensare i loro versamenti al bilancio Ue. Sono stati accontentati e gli ‘sconti’ continueranno così a comparire anche nel bilancio Ue 2021-2027 e saranno anche più alti).

Malgrado le profonde divisioni, tutti i leader europei, inclusi quelli dei paesi frugali, condividono la stessa preoccupazione: quella per una crisi economica senza precedenti. È peraltro ancora vivo il ricordo della scorsa crisi economica quando i paesi europei non avevano di certo favorito l’uscita dalla crisi mondiale, anzi l’avevano peggiorata e prolungata attraverso una crisi finanziaria che aveva travolto alcuni paesi dell’Eurozona. Stavolta a essere potenzialmente travolti non ci sarebbero solo i ‘soliti noti’ (a partire da Grecia e Italia) ma anche altri paesi, fino addirittura alla Francia profondamente colpita dal virus e con un debito pubblico che si appresta a superare, e di molto, il 100% del Pil.

In un quadro del genere, l’instabilità finanziaria potrebbe avere dure conseguenze anche per i solidi paesi del Nord Ue, oltre ovviamente a riverberarsi a livello mondiale.

La consapevolezza di un rischio senza precedenti c’era, quindi, in tutti i leader politici che si sono recati a Bruxelles per il Consiglio straordinario di questi giorni.

La stessa consapevolezza che, dopo alcuni tentennamenti iniziali, aveva portato nei mesi scorsi la BCE ad attivare un piano di acquisto di titoli pubblici per oltre 1 trilione di euro, e l’Ue stessa ad avviare misure straordinarie (sospensione del patto di stabilità, SURE, MES, nuovi prestiti BEI).

Ora che il Recovery Fund è stato approvato dai capi di Stato e di governo non è però ancora detta l’ultima parola: parte infatti un iter di approvazione che coinvolgerà, soprattutto in merito al bilancio Ue, anche il Parlamento europeo e i singoli Parlamenti nazionali (per la riforma delle regole sulle risorse proprie). Altre insidie potrebbero quindi presentarsi nei prossimi mesi, ma il via libera dei leader europei è un enorme passo avanti.

Per l’Italia le priorità erano chiare fin dal primo momento: evitare di stravolgere i meccanismi di controllo consentendo a singoli paesi di apporre il veto allo stanziamento di fondi; salvaguardare l’ammontare complessivo del Recovery Fund mantenendo la più alta percentuale possibile di contributi/sussidi a fondo perduto e portare a casa un accordo che permetta la distribuzione dei fondi in tempi rapidi.

Il compromesso finale prevede complessivamente maggiori fondi per l’Italia che passano dai 172 miliardi previsti nella proposta iniziale a poco meno di 209 miliardi attuali, di cui 80 miliardi in contributi e il resto in prestiti a basso tasso da investire nei prossimi anni e rimborsare tra il 2026 e il 2056. I fondi arriveranno a partire dalla prossima primavera ma potranno essere utilizzati anche per coprire spese affrontate nel 2020.

Autostrade per l’Italia, la soluzione c’è.

Il Governo ha approvato una proposta di soluzione per la vicenda concernente le concessioni autostradali attualmente gestite da Autostrada per l’Italia, in particolare a seguito del crollo del Ponte Morandi di Genova.

Nel corso del Consiglio dei Ministri del 14 luglio scorso ASPI ha fatto pervenire due proposte transattive, riguardanti, rispettivamente, un nuovo assetto societario e nuovi contenuti per la definizione transattiva della controversia.

In merito, il Consiglio dei ministri ha ritenuto di avviare l’iter previsto dalla legge per la formale definizione della transazione.

Nel dettaglio, la proposta prevede specifici punti qualificanti riguardo alla transazione e al futuro assetto societario del concessionario, ovvero:

  • misure compensative ad esclusivo carico di ASPI per il complessivo importo di 3,4 miliardi di euro;
  • riscrittura delle clausole della convenzione al fine di adeguarle all’articolo 35 del decreto-legge 30 dicembre 2019, n. 162 (decreto “Milleproroghe”), convertito con modificazioni dalla legge 28 febbraio 2020, n. 8;
  • rafforzamento del sistema dei controlli a carico del concessionario;
  • aumento delle sanzioni anche in caso di lievi violazioni da parte del concessionario;
  • rinuncia a tutti i giudizi promossi in relazione alle attività di ricostruzione del ponte Morandi, al sistema tariffario, compresi i giudizi promossi avverso le delibere dell’Autorità di regolazione dei trasporti (ART) e i ricorsi per contestare la legittimità dell’articolo 35 del decreto-legge 30 dicembre 2019, n. 162;
  • accettazione della disciplina tariffaria introdotta dall’ART con una significativa moderazione della dinamica tariffaria.

Inoltre, in vista della realizzazione di un rilevantissimo piano di manutenzione e investimenti, contenuto nella stessa proposta transattiva, Atlantia (proprietaria dell’88% di ASPI) e Autostrade per l’Italia si sono impegnate a garantire:

  • l’immediato passaggio del controllo di Aspi a un soggetto a partecipazione statale (Cassa depositi e prestiti – CDP), attraverso:
  1. a) la sottoscrizione di un aumento di capitale riservato da parte di CDP;
  2. b) l’acquisto di quote partecipative da parte di investitori istituzionali;
  • la cessione diretta di azioni Aspi a investitori istituzionali di gradimento di CDP, con l’impegno da parte di Atlantia a non destinare in alcun modo tali risorse alla distribuzione di dividendi;
  • la scissione proporzionale di Atlantia, con l’uscita di Aspi dal perimetro di Atlantia e la contestuale quotazione di Aspi in Borsa. Gli azionisti di Atlantia valuteranno la smobilizzazione delle quote di Aspi, con conseguente aumento del flottante. In alternativa, Atlantia ha offerto la disponibilità a cedere direttamente l’intera partecipazione in Aspi, pari all’88%, a Cdp e a investitori istituzionali di suo gradimento.

Adesso, deve essere definito con esattezza il valore di ASPI ed a questo proposito dovrà essere valutato il nuovo Piano economico finanziario che ASPI fornirà al Ministero dei trasporti.

Per il prossimo 27 luglio dovranno essere definiti i termini del Memorandum of understanding che costituirà l’avvio ufficiale dell’operazione. L’accordo dovrà essere condiviso da Cdp, Atlantia  Sintonia e dovrà tracciare il percorso dei prossimi mesi.

A conclusione dei previsti passaggi tecnici e formali nel mercato delle concessioni autostradali sarà presente un nuovo soggetto giuridico quotato in borsa, con una presenza pubblica pari a circa un terzo del capitale, partecipato da qualificati investitori finanziari e con un elevato flottante in grado di attrarre investimenti di lungo periodo.

Il Piano regionale dei trasporti per Verona è pieno di bufale

La Regione Veneto ha, finalmente, redatto il Piano Regionale dei trasporti. L’ho accolto con favore, seppure con grave ritardo, perché si tratta di uno strumento di programmazione importante in grado di consentire la pianificazione delle attività relative alla mobilità sul territorio.

Ma l’interesse iniziale è stato smorzato dopo aver letto alcune delle previsioni in esso inserite. Per Verona è zeppo di errori marchiani e bufale che inficiano la complessità del lavoro che è stato fatto.

Cominciamo dalla promessa di realizzare il collegamento ferroviario che dall’aeroporto andrebbe verso il Lago.

Pochi giorni fa Verona aveva la possibilità concreta di ottenere finalmente il finanziamento per la realizzazione della metropolitana di superficie tra la stazione di Porta Nuova e l’Aeroporto Catullo, ma a causa della Regione Veneto ha perso una grande occasione.

Infatti, nell’ambito del Decreto Olimpiadi Milano-Cortina 2026, con il quale è stato stabilito l’elenco delle opere da realizzare entro il 2025, la Regione Veneto, pur avendo indicato quel collegamento tra le opere da costruire, al momento di imprimere sulla medesima la prevista e necessaria priorità, non l’ha fatto, privilegiando altre opere che insistono nella provincia di Belluno che sono state poi inserite tra quelle da realizzare.

Il finanziamento, quindi, è andato perso. Non capisco la sottovalutazione della Regione Veneto che ha preferito optare per una soluzione diversa, quale il collegamento tra Verona Porta Nuova, l’Aeroporto e l’area del Lago di Garda. Si tratta di una soluzione suggestiva, certamente più impegnativa finanziariamente, ma che, di fatto, si potrà vedere tra chissà quanti anni rispetto a quanto avremmo potuto già ottenere.

Che dire, poi, dell’elettrificazione della tratta ferroviaria Cerea/Isola della Scala (linea Verona-Rovigo) sulla quale la Regione chiede uno studio di fattibilità. Ancora? L’unica cosa da fare è chiedere la priorità nell’ambito del Contratto di Programma di Rete Ferroviaria Italiana. Perché non l’ha fatto?

Sull’autostrada Tirreno/Brennero, alyra previsione contenuta nel Piano, si continua a vendere fumo, ma tutti hanno capito che si tratta di un collegamento, pur importante, ma al momento senza alcuna possibilità realistica di realizzazione.

Stendo un velo pietoso sulla variante alla strada Grezzanella (Verona/Villafranca). Dopo 20 anni di gestione e di nulla, la Regione l’ha restituita all’ANAS e adesso dice che sarà realizzata a breve. Una bufala!

L’unica nota di interesse è legata all’intervento del Governo Conte.

Infatti, la Regione Veneto riceverà da Roma ben 187.733.025 milioni di euro da quest’anno fino al 2033 per il rinnovo del materiale rotabile del trasporto pubblico locale. Si tratta di risorse certe e di carattere strutturale che consentono di pianificare gli interventi pluriennali necessari per migliorare la qualità del trasporto pubblico locale.

A questi si aggiungono altri 54.284.334 milioni di euro di finanziamenti assegnati complessivamente alle sette città venete nell’ambito di quanto previsto nel Piano Strategico Nazionale della Mobilità sostenibile che include sia i fondi per i Comuni capoluogo ad alto inquinamento da PM10 e biossido di azoto sia quelli dedicati specificatamente al rinnovo del materiale in questione.

E’ un peccato che un lavoro utile e complesso come il Piano regionale dei trasporti sia infarcito di simili previsioni che sono più il frutto della propaganda che di impegni con convinzione e seriamente portati avanti dalla Regione.

Pioggia di milioni su Verona

Il Ministero dei Trasporti e delle Infrastrutture ha destinato a Verona 27. 602.471 milioni di euro nel periodo temporale dal 2019 al 2033.

Le rilevanti risorse dovranno essere impegnate per il rinnovo del materiale rotabile del trasporto pubblico locale, la manutenzione della rete viaria provinciale nonché la progettazione e realizzazione delle ciclovie urbane.

Si tratta di ricorse certe e di carattere strutturale che consentono di pianificare gli interventi pluriennali necessari per migliorare la qualità del trasporto pubblico locale.

Per il rinnovo del materiale rotabile del trasporto pubblico locale, Verona riceverà 9.914.852 euro nell’arco temporale previsto.

I finanziamenti sono stati assegnati nell’ambito di quanto previsto nel Piano Strategico Nazionale della Mobilità sostenibile che include sia i fondi per i Comuni capoluogo ad alto inquinamento da PM10 e biossido di azoto sia quelli dedicati specificatamente al rinnovo del materiale in questione.

Si tratta di un Piano voluto dal Governo Renzi che impegnava 2,2 miliardi euro per l’acquisto di autobus ad alimentazione alternativa e relative infrastrutture.

Per la manutenzione della rete viaria, Verona riceverà 16.772.282 euro. Sono finanziamenti relativi ai programmi straordinari di manutenzione della rete viaria.

Infine, per la progettazione e la realizzazione di ciclostazioni e di interventi concernenti la sicurezza della circolazione ciclistica cittadina, Verona riceverà 915.337 euro entro il 2021. Purtroppo, non riceveremo la premialità prevista nel caso fosse stato approvato il Piano Urbano della Mobilità Sostenibile, perché Verona non l’ha ancora adottato. Un premio di circa 250mila euro in più che perdiamo, a differenza di Padova che lo riceverà.

Misure in materia di lavoro

Le misure a sostegno del lavoro contenute nel decreto Rilancio riguardano, principalmente, la proroga degli ammortizzatori sociali e delle indennità spettanti ad alcune categorie di lavoratori, introdotti a seguito della sospensione o riduzione dell’attività lavorativa in conseguenza dell’emergenza epidemiologica; l’incremento di specifiche misure a sostegno della genitorialità; la semplificazione del contratto a termine; l’estensione del divieto di licenziamento collettivo e individuale per giustificato motivo oggettivo; la promozione del lavoro agile.

Per quanto concerne gli ammortizzatori sociali, il Decreto dispone:

l’aumento della durata massima della cassa integrazione ordinaria e in deroga e dell’assegno ordinario (da nove) a diciotto settimane – di cui quattordici fruibili, ricorrendo determinate condizioni, per periodi decorrenti dal 23 febbraio al 31 agosto 2020 e quattro dal 1° settembre al 31 ottobre 2020 – estendendola anche ai lavoratori che risultano alle dipendenze dei datori di lavoro richiedenti la prestazione alla data del 25 marzo 2020;
il riconoscimento della cassa integrazione in favore degli operai agricoli;
ad eccezione di determinate fattispecie relative alle aziende multilocalizzate, l’attribuzione della concessione della CIG in deroga viene trasferita dalle regioni all’INPS;
la previsione, per i lavoratori dipendenti iscritti al Fondo Pensione Sportivi Professionisti con retribuzione annua lorda non superiore a 50.000 euro, di accedere alla CIG in deroga per un periodo massimo di nove settimane;
la proroga di due mesi della fruizione delle indennità di disoccupazione NASpI e DIS-COLL che terminano nel periodo compreso tra il 1° marzo 2020 e il 30 aprile 2020 (art. 92);
la proroga a tutto il 2020 della mobilità in deroga per i lavoratori che abbiano cessato il trattamento di integrazione salariale in deroga per il periodo 1° dicembre 2017 – 31 dicembre 2018 e che non hanno diritto alla fruizione della NASpI (art. 87);
la proroga per i mesi di aprile e maggio le indennità già riconosciute per il mese di marzo in favore di determinate categorie di lavoratori dal decreto cura Italia e ne introduce di nuove. Le suddette indennità sono riconosciute:
ai liberi professionisti titolari di partita IVA iscritti alla Gestione separata INPS e di titolari di rapporti di collaborazione coordinata e continuativa, iscritti alla medesima Gestione (600 euro per aprile e – se vi è una riduzione di almeno il 33% del reddito del secondo bimestre 2020 rispetto al reddito del secondo bimestre 2019 – 1.000 euro per maggio;
ai titolari di rapporti di collaborazione coordinata e continuativa, iscritti alla Gestione (600 euro per aprile e 1.000 per maggio);
ai lavoratori autonomi iscritti alle gestioni speciali dell’INPS (relative agli artigiani, agli esercenti attività commerciali ed ai coltivatori diretti, mezzadri, coloni e imprenditori agricoli professionali) (600 euro per aprile);
ai lavoratori dipendenti stagionali del settore turismo e degli stabilimenti termali, nonché ai lavoratori in somministrazione impiegati presso imprese utilizzatrici operanti nel settore del turismo e degli stabilimenti termali, che abbiano cessato involontariamente il rapporto di lavoro nel periodo compreso tra il 1° gennaio 2019 e il 17 marzo 2020 (600 euro per aprile e 1.000 per maggio);
agli operai agricoli a tempo determinato che nel 2019 hanno svolto almeno 50 giornate effettive di attività di lavoro agricolo (500 euro per aprile);
ai professionisti iscritti agli enti di diritto privato di previdenza obbligatoria (600 euro per ciascuno dei mesi di aprile e maggio);
ai lavoratori iscritti al Fondo pensione lavoratori dello spettacolo che abbiano almeno 30 contributi giornalieri versati nel 2019 da cui derivi un reddito non superiore a 50.000 euro, o almeno 7 contributi giornalieri versati nel 2019 da cui deriva un reddito non superiore ai 35.000 (600 euro per ciascuno dei mesi di aprile e maggio). Come disposto nel corso dell’esame in V Commissione, per i lavoratori intermittenti è corrisposta la sola indennità prevista dall’art. 84, co. 8, lett. b)) per tale categoria di lavoratori;
ai lavoratori dipendenti stagionali appartenenti a settori diversi da quelli del turismo e degli stabilimenti termali che hanno cessato involontariamente il rapporto di lavoro nel periodo compreso tra il 1° gennaio 2019 e il 31 gennaio 2020 e che abbiano svolto la prestazione lavorativa per almeno trenta giornate nel medesimo periodo (600 euro per ciascuno dei mesi di aprile e maggio);
ai lavoratori intermittenti che abbiano svolto la prestazione lavorativa per almeno trenta giornate nel periodo compreso tra il 1° gennaio 2019 e il 31 gennaio 2020 (600 euro per ciascuno dei mesi di aprile e maggio);
ai lavoratori autonomi, privi di partita IVA, iscritti alla Gestione separata al 23 febbraio 2020 (600 euro per ciascuno dei mesi di aprile e maggio);
agli incaricati alle vendite a domicilio, titolari di partita iva e iscritti alla Gestione separata al 23 febbraio 2020 (600 euro per ciascuno dei mesi di aprile e maggio);
ai lavoratori domestici che abbiano in essere, alla data del 23 febbraio 2020, uno o più contratti di lavoro per una durata complessiva superiore a 10 ore settimanali (500 euro per ciascuno dei mesi di aprile e maggio);
ai titolari di rapporti di collaborazione presso federazioni sportive nazionali, enti di promozione sportiva, società e associazioni sportive dilettantistiche, erogata dalla società Sport e salute S.p.A. (600 euro per ciascuno dei mesi di aprile e maggio);
ai lavoratori frontalieri residenti in Italia, a determinate condizioni e nel limite di spesa autorizzato di 6 mln di euro per il 2020 (art. 103-bis, introdotto nel corso dell’esame in V Commissione).

In merito ai congedi parentali e a quelli retribuiti per assistenza a familiari disabili:

viene aumentata (da 15) a 30 giorni la durata massima del congedo parentale introdotto in favore dei genitori lavoratori a causa della sospensione delle attività scolastiche, fruibile per figli fino a 12 anni e fino al 31 agosto 2020 (come disposto nel corso dell’esame in V Commissione, in luogo del 31 luglio 2020 attualmente previsto);
si prevede che del congedo non retribuito riconosciuto ai genitori dipendenti privati per la chiusura delle scuole si possa fruire in presenza di figli minori di 16 anni;
viene incremento da 600 a 1.200 euro l’importo massimo complessivo del voucherbabysitting riconosciuto in alternativa al suddetto congedo (per i dipendenti del settore sanitario l’aumento è da 1.000 a 2.000 euro), prevedendo che lo stesso voucher possa essere utilizzato anche per l’iscrizione ai centri estivi e ai servizi educativi all’infanzia;
si incrementa di ulteriori complessivi dodici giorni, usufruibili nei mesi di maggio e giugno 2020, il numero di giorni di permesso retribuito riconosciuto per l’assistenza di familiari disabili.

Alcune disposizioni disciplinano l’organizzazione del lavoro agile, in particolare:

per il settore privato, si dispone che, fino al 31 dicembre 2020, la suddetta modalità di svolgimento dell’attività lavorativa possa essere applicata dai datori di lavoro privati ad ogni rapporto di lavoro subordinato anche in assenza degli accordi individuali previsti dalla normativa vigente e si introduce un diritto allo svolgimento del lavoro in modalità agile in favore dei genitori di figli minori di anni 14, nonché, come precisato nel corso dell’esame in V commissione, dei lavoratori maggiormente esposti al rischio di contagio Covid-19;
per il settore pubblico, in seguito a modifiche introdotte nel corso dell’esame in V Commissione, si dispone che fino al 31 dicembre 2020, in deroga alla disposizione secondo cui la presenza del personale nella PA è limitata agli atti indifferibili e non altrimenti eseguibili, le pubbliche amministrazioni organizzano il lavoro dei propri dipendenti e l’erogazione dei servizi attraverso la flessibilità dell’orario di lavoro, applicando il lavoro agile al 50% del personale impiegato nelle attività che possono essere svolte in tale modalità.