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Due buone notizie: Ancap resta dov’è e la TAV va avanti

La doppia buona notizia è arrivata: l’alta velocità nel tratto Sommacampagna/Sona va avanti senza abbattere la società di porcellana ANCAP che si trova lungo il tracciato come, invece, era previsto.

Il progetto originario prevedeva il posizionamento dei binari esattamente sopra una parte dei capannoni dell’azienda, ragion per cui con due delibere CIPE era stato deciso lo spostamento in un’altra area idonea che la proprietà aveva già individuato accanto al centro commerciale La Grande Mela.

Il consorzio CEPAV 2, general contractor dell’opera, aveva già preparato i contratti con la ANCAP per definire progetti e acquisti relativi allo spostamento.

Nel tempo, però, sono emerse due necessità: la continuità aziendale e, quindi, i posti di lavoro e lo sviluppo dell’alta velocità che per noi è crescita.

Un anno fa, sollecitato dal vicesindaco del Comune di Sommacampagna, Giandomenico Allegri, abbiamo valutato le opzioni possibili per perseguire i due obiettivi.

L’ipotesi da esplorare era quella relativa al transito dei treni ad alta velocità in quella zona senza coinvolgere la ANCAP.

In merito, glli esperti di Rete Ferroviaria Italiana avevano detto che sarebbe possibile utilizzare lo stesso sedime ferroviario esistente per creare una piccola deviazione nell’ambito della quale si potevano sia costruire i binari dedicati all’alta velocità sia addirittura riallocare l’attuale linea storica.

Tutto questo senza ulteriori espropri e, quindi, senza più demolire la ANCAP.

Un anno di incontri di vario genere, tecnico per consolidare l’ipotesi progettuale ed economico con l’azienda per affrontare insieme le modifiche necessarie anche alla salvaguardia del sito produttivo.

Il cerchio si è chiuso: l’accordo è stato trovato, la ANCAP ha acconsentito alla deviazione dei binari e CEPAV2 potrà proseguire i lavori in corso tra Brescia e Verona.

Una buona notizia per Verona perché consente contemporaneamente di salvaguardare posti di lavoro e di riprendere velocemente progetti e iniziative volte alla più rapida realizzazione della tratta, tenendo conto di definirla entro le olimpiadi del 2026.

Variante SS12, ANAS rema contro

Se la variante alla strada statale 12 non sarà inserita tra quelle da commissariare la responsabilità sarà di ANAS SpA, anche a causa della politica debole.

È davvero incomprensibile come sia possibile questa sottovalutazione sia del ministero sia della  struttura tecnica che, di fatto, rischia di impedire lo sviluppo del nostro territorio.

I fatti.

Con il Governo Conte II avevamo deciso di nominare alcuni commissari per diverse opere pubbliche strategiche con un elevato grado di complessità progettuale ed in forte ritardo rispetto alle esigenze. Lo scopo era quello di accelerare le procedure e risolvere i tanti nodi che in varie procedure stavano ritardando la realizzazione di infrastrutture importanti per lo sviluppo.

Di conseguenza, con il primo dei due Decreti previsti, una parte di quelle opere, 57 in tutta Italia, sono state effettivamente commissariate. Entro giugno deve essere emanato il secondo Decreto.

Ebbene, da relatore nella prima occasione, nel previsto parere della mia Commissione, avevo inserito l’espressa indicazione che la variante alla SS 12 doveva essere commissariata con il secondo Decreto. Infatti, ero e resto convinto che la variante deve essere trattata come opera olimpica in quanto, come è noto, a Verona – in Arena – si concluderanno le Olimpiadi Milano-Cortina 2026.

Analogamente è stato fatto per altre opere similari, sia in Veneto sia in Lombardia.

In merito, l’intervento ha un costo stimato di 145 milioni di euro ed è inserito nel contratto di programma 2016/2020. Il progetto preliminare è stato redatto da Veneto Strade SpA e dal 2018 è stato spostato a carico di ANAS. La conferenza di servizi è stata conclusa e l’anno scorso è stata attivata la progettazione definitiva che è stata praticamente conclusa con il recepimento delle lievi modifiche chieste dal territorio.

A fronte di questi elementi, progettazione adeguata – che consentirebbe la realizzazione della variante nei tempi previsti per le olimpiadi – e chiara volontà del Parlamento espressa con il mio parere, non capisco come sia possibile che ministero e ANAS possano fare orecchie da mercante.

Non nascondo una certa irritazione nei confronti del Ministero delle Infrastrutture e della mobilità sostenibili. Quando la politica è debole assumono rilevanza decisioni di mera natura tecnica. E questo è il classico caso!

Spero in un sussulto e auspico una revisione dello stato dell’arte con scelte positive a favore dello sviluppo di Verona

Il puzzle del Governo Draghi

I limiti di prospettiva del Governo Conte II e gli errori commessi (ne ho parlato qui https://www.vincenzodarienzo.it/zingaretti-si-e-dimesso/) hanno portato alla nascita del Governo Draghi.

La maggioranza che lo sostiene la conoscete, ma posso dire che coloro che avevano auspicato questa soluzione, Italia Viva e Forza Italia, tutto avevano messo in conto tranne che Salvini potesse accettare di farne parte.

Per entrambi, le prospettive sono state inficiate, ovviamente. Infatti, la presenza della Lega e la conseguente virata di Salvini, tiene legata Forza Italia alla coalizione di centrodestra nell’azione di Governo e questo fatto provoca la risposta unitaria dell’area di centrosinistra più il M5S. In mezzo, di fatto schiacciata, resta Italia Viva.

In uno scenario senza la Lega, Forza Italia avrebbe agito come forza moderata di Governo e Italia Viva avrebbe potuto giocare su un tavolo diverso, anche in “simpatia” con Forza Italia con possibilità di incidere maggiormente rispetto ad adesso.

Allo stato, pertanto, la situazione è condizionata dal ripetersi, all’interno del Governo, dei due schieramenti storici.

Questo da un lato è una forza e dall’altro una debolezza. Infatti, nel primo caso i provvedimenti sono una vera sintesi di tante idealità e, quindi, con un elevato grado di permeabilità nella società, ma nel secondo non consentono grandi riforme se non quelle stabilite nell’ambito del Recovery fund.

Certo, queste sono pur sempre importanti e investono il futuro economico e sociale del Paese, ma per essere pienamente usufruite dovrebbero essere completate con le modifiche dell’assetto istituzionale.

Mi spiego. Il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza finanziato con il recovery fund prevede riforme della pubblica amministrazione, del fisco, della giustizia, delle pensioni, degli appalti pubblici, ecc. ma se il sistema istituzionale basato su questa legge elettorale, per giunta con il Parlamento dimezzato, non consente una stabile azione di governo e favorisce l’instabilità, il problema dell’efficienza dello Stato resta intatta.

Purtroppo, non vedo le condizioni per una riforma elettorale e istituzionale che completerebbe le cose da fare. Non le vado perché la Lega, soprattutto, non favorisce quel percorso e tiene bloccata anche Forza Italia.

C’è un altro punto di debolezza: di fronte alle forti contrapposizioni “tra alleati” di norma è Draghi a decidere. Detta così appare la soluzione migliore, ma non lo è, perché il Presidente del Consiglio in quella decisione che assume rappresenta solo se stesso e quando l’assume certifica la debolezza del sistema politico incapace di trovare un accordo al proprio interno.

Commissione d’inchiesta sul Covid in Veneto

Finalmente, dopo varie resistenze, è stata approvata la proposta del Gruppo consiliare regionale PD di istituire una commissione d’inchiesta sulla seconda ondata del virus che ha investito il Veneto in maniera molto più virulenta della prima.

Abbiamo sempre detto che molte cose non hanno funzionato.

I dati lo dimostravano. Nonostante la preparazione che la Regione avrebbe dovuto avere dopo la prima ondata pandemica, la diffusione dei contagi e la risposta messa in campo nella seconda fase non hanno frenato in maniera adeguata i contagi ed i decessi.

La nostra proposta partiva da questo e non aveva l’intento di indagare chissà cosa, come ripetevano i contrari.

Se un sistema non funziona o presenta problemi, vanno analizzati gli ostacoli, le deficienze, gli errori per evitare che si ripetano ancora quelle situazioni che sono di pericolo per la salute umana.

Ebbene, questo principio ha avuto la meglio e la commissione d’inchiesta sulla gestione della seconda ondata in Veneto ha avuto l’approvazione del Consiglio Regionale.

Sarà fondamentalmente incentrata sulla seconda ondata ed i risultati serviranno per correggere errori e potenziare i fatti positivi in modo da affrontare il futuro con maggiore forza e determinazione.

Non è stato facile ottenerla. Infatti, era stata presentata una contro-proposta che avrebbe spostato l’attenzione dalla sola seconda ondata – caratterizzata da un numero drammaticamente elevato di morti e contagi – all’intera pandemia. Ciò avrebbe compromesso il senso del lavoro da fare, perché inseriva nell’analisi un periodo – la prima ondata – nel quale non vi erano gli stessi elementi di conoscenza che avevamo a ottobre.

La commissione dovrà concludere i lavori entro il 30 novembre e sarà composta da 10 consiglieri di maggioranza e cinque di opposizione, a cui spetta la presidenza.

La commissione potrà svolgere audizioni – rappresentanti del personale sanitario e sociosanitario, comitati e associazioni rappresentative, virologi, epidemiologi, tecnici ed esperti del settore sanitario – e certamente sarà uno strumento importante per far luce su quanto accaduto e, soprattutto, dare le risposte alle domande che ci siamo posti tante volte.

PNRR, obiettivi qualitativi e quantitativi

Le risorse del Next Generation EU vengono erogate al raggiungimento di precisi obiettivi qualitativi, ovvero nuove leggi, semplificazioni normative e riorganizzazioni (millestone) e quantitativi ovvero risultati tangibili numericamente e fisicamente (target) che sono stati fissati nella proposta del Governo (nelle cosiddette “schede”).

Il PNRR italiano comprende 135 investimenti e 51 riforme. Per valutare il progresso nel lavoro da fare sono stati fissati 419 obiettivi che devono essere raggiunti a certe scadenze nel corso dei prossimi sei anni.

I tempi e le tappe degli interventi finalizzati agli obiettivi qualitativi che, di fatto, precedono e spianano la strada ai risultati quantitativi, sono prevalentemente concentrati nella prima fase di realizzazione (il 67 per cento è previsto entro il 2022).

Quindi, quando si dice che entro luglio potrebbe arrivare la prima tranche di 24 miliardi è perché è legata al raggiungimento dei primi obiettivi qualitativi. Infatti, sono in cantiere le prime riforme importanti, una delle quali – il DL Semplificazioni – è stato già approvato dal Consiglio dei Ministri.

Gli obiettivi quantitativi sono ben specificati. Ad esempio, per le linee ad alta velocità il target del 2025 è di costruire almeno 53 km di linea pronta per l’utilizzo; o anche, per Ecobonus e Sismabonus, vanno rinnovati entro giugno del 2023 almeno 12 milioni di metri quadri di superficie di edifici con un risparmio di energia di almeno il 40 per cento.

La valutazione, quindi, per ottenere le risorse si baserà su una misurazione oggettiva. Questi obiettivi, per ovvie ragioni, sono concentrati negli ultimi due anni (il 75 per cento dal 2024 in poi).

Questi sono alcuni esempi di come sono gli obiettivi.

Ecobonus e sismabonus (13,95 miliardi) – Estensione del Superbonus al 31 dicembre 2022 per i condomini e al 30 giugno 2023 per le IACP.

Completamento del rinnovo di almeno 12 milioni di m2, con il risparmio di almeno il 40% dell’energia; rinnovo almeno 1,4 milioni di m2 a scopo antisismico entro il 2023.

Completamento del rinnovo per almeno 32 milioni di m2, con risparmio di almeno il 40% dell’energia; rinnovo di 3,8 milioni di m2 a scopo antisismico entro il 2025.

Linee ad Alta Velocità nel Nord che collegano all’Europa (8,57 miliardi)

Assegnazione del contratto per costruire/completare la linea ferroviaria ad alta velocità del tratto Verona-Brennero entro il 2024.

180 km di linea ad alta velocità per passeggeri e merci nelle tratte Brescia-Verona-Vicenza-Padova, Liguria-Alpi e Verona-Brennero costruiti e pronti per l’autorizzazione e l’operatività entro il 2026.

Verso le elezioni comunali. Che fare

L’anno prossimo si vota per rinnovare il Consiglio Comunale di Verona. Un appuntamento importante in previsione del quale mi permetto una riflessione.

Alcuni dati di fatto iniziali: in campo ci saranno, tra gli avversari, certamente Federico Sboarina, sindaco uscente sostenuto dal centrodestra classico e Flavio Tosi con la sua lista civica.

Nell’area del centrosinistra, a parte la presenza forte elettoralmente del Partito Democratico, vi è una pluralità eterogenea di forze civiche e politiche, peraltro quasi tutte o che sostengono elettoralmente il PD a livello nazionale o originate da scissioni dal PD.

Questo primo dato dice che il Partito Democratico è perno di una qualsiasi composizione alternativa a qualsiasi altro schieramento politico avversario.

Un altro elemento rileva, e molto: nelle ultime tre occasioni elettorali, il centrosinistra non è arrivato neanche al ballottaggio. Cinque anni fa a causa delle divisioni che erano state create e che avevano determinato più liste del centrosinistra.

Questo dato deve essere un monito perenne. Solo l’unità della nostra coalizione può consentirci di competere alla carica di sindaco.  

In questa direzione il nostro candidato sindaco avrà un ruolo determinante. A lui spetterà il compito di “comprendere” le aspettative di tutti in una sintesi che poi sarà la sua proposta per Verona.

Prima di allora, però, i partiti e le formazioni civiche hanno il dovere di creare le condizioni migliori per l’individuazione di un candidato unitario. In primis, chi è il più grande, come il PD.

A noi, quindi, il compito di promuovere e stimolare ogni azione interna alla nostra area di riferimento, per favorirne l’unità massima possibile.

Qui un altro dato, più che altro un timore: capisco che le altre formazioni, politiche e civiche, vuoi per favorire il proprio radicamento territoriale (farsi conoscere e crescere), vuoi per presentare progetti diversi (altrimenti non si sarebbero scissi), possano mirare al consenso del PD per eroderlo. D’altronde, non credo che saranno attrattivi a destra.  

Questa legittima aspirazione politica non può collimare totalmente con gli interessi del PD che, pur avendo il compito di favorire e salvaguardare l’unità del centrosinistra, non può restare immobile nell’iniziativa politica.

A tutti gli alleati possibili questo assunto va ribadito, con forza.

Nessuna arroganza, ovviamente, ma abbiamo il dovere di esercitare un ruolo con la consapevolezza che è il PD che, volente o nolente, è determinante sia nella fase di costruzione della coalizione sia nel voto.

Un altro dato rileva. In quasi tutte le formazioni politiche e civiche di area, hanno ruoli personalità che provengono dal PD e che hanno scelto di collocarsi altrove per ragioni politiche identitarie ma, a volte, anche a seguito di contrapposizioni maturate esclusivamente nella dimensione territoriale veronese, sia nel PD, sia nelle altre forze nelle quali si erano collocati inizialmente.

Questo, se da un lato (per i primi) può favorire un approccio positivo, dall’altro (per i secondi) potrebbe essere elemento di criticità perché nulla e nessuno può escludere che quei contenuti che erano stati superati, ragione per la quale gli interessati hanno lasciato – e avversato – il PD o le altre forze, possano rientrare nel dibattito attraverso altri canali.

Per evitare che ciò avvenga, serve una forte iniziativa politica del PD, a guida della coalizione da formare. Impossibile che possano prefigurarsi scenari diversi.

Ritorno sul candidato.

E’ positivo che sulla figura di Damiano Tommasi, che non ha ancora sciolto la riserva, ci sia una sostanziale unità. Sono fiducioso per la difficile partita da giocare.

Ho un timore, però.

Se non dovesse essere questo lo scenario, quale altra figura sarà capace di unire la coalizione? Ci sono altri autorevoli candidati, certo, ma nell’estrema ipotesi che nessuno unisca come Tommasi, poiché è impensabile che tutti presentino un candidato, l’opzione potrebbero essere le primarie, strumento utile in mano a tutti i nostri elettori per scegliere il candidato più unitario possibile.

In questo ultimo scenario, il lavoro da fare oggi per rafforzare l’unità del centrosinistra, certamente favorirà la più ampia e plurale partecipazione alle primarie.

Non abbiamo altre scelte, pena la divisione e, conseguentemente, la sconfitta senza neanche competere.

Il vitalizio per i parlamentari condannati

La vicenda Formigoni ha riportato al dibattito l’eterno nodo sui vitalizi.

Qui ho detto, tempo fa, come sono attualmente regolati gli ex vitalizi per i parlamentari (https://www.vincenzodarienzo.it/due-parole-sul-vitalizio/).

Formigoni, ex senatore ed ex presidente della Regione Lombardia, ha subito il blocco dell’erogazione del vitalizio nel 2018 in quanto condannato in via definitiva per reati gravi contro la Pubblica amministrazione.

L’interessato ha presentato ricorso all’organo interno del Senato, la Commissione contenziosa, che gli ha dato ragione, restituendogli l’assegno.

L’amministrazione del Senato ha fatto ricorso all’organo interno di secondo grado, il Consiglio di garanzia, che ha confermato la linea della Commissione contenziosa.

In pratica, la decisione dei due organismi giurisdizionali interni ha assimilato il vitalizio a un trattamento pensionistico che, quindi, non può essere tolto in caso di condanna per certi reati, come avviene per tutti i pensionati italiani.

Preso atto di quanto avvenuto, al Senato abbiamo incaricato il Consiglio di Presidenza, ovvero l’Organo deputato a decidere, presieduto dalla Presidente del Senato, a rivalutare le regole vigenti, soprattutto per i casi di ex parlamentari condannati in via definitiva.

La proposta del PD è stata quella di incaricare il Consiglio di rivedere le norme in essere, ma avendo presente le norme sull’incandidabilità dei parlamentari.

Di che si tratta?

La legge prevede alcune cause di incandidabilità alla carica di parlamentare che precludono la possibilità di esercitare il diritto di elettorato passivo.

Tra queste cause, certamente rileva la temporanea incandidabilità a parlamentare di chi abbia riportato condanne definitive per alcuni delitti, ferme restando le disposizioni del codice penale in materia di interdizione perpetua dai pubblici uffici.

Il testo unico prevede l’incandidabilità alla Camera e al Senato di chi è stato condannato, con sentenza passata in giudicato, anche in caso di applicazione della pena su richiesta delle parti (c.d. patteggiamento), per tre categorie di condanne definitive riferite a delitti, non colposi, consumati o tentati.

La prima categoria riguarda le fattispecie di condanna a pena detentiva superiore a 2 anni di reclusione per i delitti concernenti mafia, terrorismo, stupefacenti ecc..

La seconda categoria è costituita dalle condanne a pena detentiva superiore a 2 anni di reclusione per i delitti contro la pubblica amministrazione.

La terza categoria riguarda i casi di condanna a pena detentiva superiore a 2 anni di reclusione per i delitti per i quali sia prevista la pena della reclusione non inferiore nel massimo a 4 anni

Qualora una causa di incandidabilità sopravvenga o sia comunque accertata nel corso del mandato elettivo, la Camera di appartenenza giudica dei titoli di ammissione dei suoi componenti e delle cause sopraggiunte di ineleggibilità e di incompatibilità.

Quindi, si a rivedere le regole in vigore, ma tenendo presente quanto prevede la legge per l’incandidabilità alla carica di parlamentare.

Sboarina, uno schiaffo ben assestato!

La Prefettura di Verona ha pubblicato il bando per la predisposizione di circa 1.200 posti per altrettanti richiedenti asilo da distribuire in appartamenti o in centri collettivi.

Subito il sindaco Sboarina ha cominciato a sbraitare: «Il ministro Lamorgese non difende i confini nazionali. Verona non diventerà una zona franca per i migranti clandestini».

Insomma, la solita reazione isterica delle destre.

Un’isteria strabica, peraltro. Infatti, ogni anno, alla scadenza del bando per l’accoglienza dei richiedenti asilo, la Prefettura di Verona non fa altro che predisporre il rinnovo, come previsto dalle norme nazionali ed europee sull’accoglienza.

Ogni anno, puntualmente, Sboarina ritira fuori sempre lo stesso comunicato di contrarietà, cambia solo la data.

Ah, no…stavolta qualcosa l’ha cambiata: prima attaccava il Governo, adesso solo il Ministro dell’Interno. Eccerto, mica può attaccare i suoi alleati di Forza Italia e Lega.

In merito alla polemica che ha avviato, però, Sboarina ha preso uno schiaffo rumoroso. Il coordinamento degli enti che gestiscono l’accoglienza sul territorio veronese ha reso noti i dati specificando, innanzitutto, che i posti a disposizione non sarebbero per nuovi arrivi, ma si tratta solo del rinnovo del bando per ospitare i richiedenti asilo già presenti nel veronese.

Inoltre, i numeri veri sono in netta diminuzione: a gennaio 2020 nella provincia di Verona erano oltre 1.500 e nel bando pubblicato ad aprile 2019 i posti da assegnare erano 1.900.

Adesso sono 1.192  in quanto tanti hanno avuto il permesso di soggiorno perché avevano i requisiti.

In pratica, non c’è nessun nuovo arrivo.

Alla luce di questa precisazione di verità, è davvero incredibile anche l’accusa di Sboarina di “non volere Verona rifugio di nuovi flussi di migranti”.

Una polemiche isterica che è stata fondata solo sulla propaganda senza alcun elemento di verità.

La (ex) Caserma Busignani non ci sarà più

Il progetto per trasformare la (ex) Caserma Busignani, storico edificio militare in Piazza Pozza a S. Zeno, in una cittadella degli uffici statali, è pronto.

Si realizza, così, il primo dei cinque impegni assunti con il Protocollo sottoscritto il 9 dicembre 2015 tra il Comune di Verona, il Demanio ed il Ministero della Difesa.

L’origine della svolta è il Decreto Sblocca Italia (Agosto 2014) e ne ho parlato da tempo. Qui, per leggere https://www.vincenzodarienzo.it/il-riutilizzo-di-caserme-sono-unoccasione-per-verona/.

Sono soddisfatto perché è partito il primo dei cinque progetti che ho sostenuto sin dal 2014, quando da relatore dell’art. 26 del Decreto Sblocca Italia nella Commissione Difesa della Camera, collaborato da tecnici del Comune di Verona, ho delineato la cornice legislativa che ha autorizzato gli accordi che hanno portato a questo primo risultato.

Dunque, il primo atto è stato fatto: la caserma Busignani è stata retrocessa da parte dell’Esercito Italiano al Demanio e questi ha pronto il progetto che, oltre a ristrutturare l’imponente immobile, prevede la collocazione di numeri uffici statali dislocati in giro e per i quali verranno risparmiati i canoni passivi a carico dello Stato.

Troveremo lì gli uffici del Ministero del Lavoro, della Giustizia e dell’Economia e delle Finanze. Una razionalizzazione di spazi e luoghi come mai vista prima a Verona che ridisegnerà la mappa dei servizi al cittadino e la nuova vivibilità del quartiere.

Il primo atto favorirà anche i prossimi scambi sui quali è stato raggiunto l’accordo e che coinvolgono altri immobili militari, ovvero le caserme Trainotti (Veronetta), Rossani (Cittadella), Pianell e Li Gobbi (Scalzi).

La caserma Trainotti, ex Distretto militare, sarà trasformata in residenze e concorrerà a riqualificare il quartiere di Veronetta, mentre la caserma Rossani, ex Presidio militare, ristrutturata dal Comune ospiterà la Polizia Locale oggi allocata nel vecchio monastero in Via del Pontiere.

L’Esercito Italiano recederà dalle tre caserme citate per allocare le proprie risorse militari presso le saserme Pianell e Li Gobbi, ove sorgerà, di fatto, la cittadella militare che comprenderà anche l’ex Ospedale militare.

Verona è uno dei pochi Comuni italiani che ha approfittato di quella norma ed è l’unico per numero di caserme in gioco.

Agricoltura biologica e biodinamica.

In Senato abbiamo approvato un Disegno di legge per la tutela, lo sviluppo e la competitività della produzione agricola, agroalimentare e dell’acquacoltura con metodo biologico.

Si è aperto un dibattito nazionale in merito, non sempre con elementi di realtà. Questa nota, per fare fornire informazioni utili.

Cosa è l’agricoltura biologica

Il Regolamento UE 2018/848 del 30 Maggio 2018 la descrive così:  “La produzione biologica è un sistema globale di gestione dell’azienda agricola e di produzione alimentare basato sull’interazione tra le migliori prassi in materia di ambiente ed azione per il clima, un alto livello di biodiversità, la salvaguardia delle risorse naturali e l’applicazione di criteri rigorosi in materia di benessere degli animali e norme rigorose di produzione confacenti alle preferenze di un numero crescente di consumatori per prodotti ottenuti con sostanze e procedimenti naturali.

La produzione biologica esplica, pertanto, una duplice funzione sociale, provvedendo da un lato, a un mercato specifico che risponde alla domanda di prodotti biologici da parte dei consumatori e, dall’altro, fornendo al pubblico beni che contribuiscono alla tutela dell’ambiente, al benessere degli animali e allo sviluppo rurale.

Cosa è l’agricoltura biodinamica

E una branca dell’agricoltura biologica per cui ne rispetta tutte le regole aggiungendovi quelle previste dai disciplinari del biodinamico, che si basa sostanzialmente su tre principi: l’azienda come sistema vitale e produttivo, i preparati biodinamici, le fasi lunari.

Per l’uso del marchio, le aziende che operano in questo ambito devono essere certificate da appositi istituti certificatori (in Italia sono 4 gli organismi deputati).

Cosa sono i “preparati biodinamici”

In questi giorni si è molto parlato dei preparati come il risultato di applicazioni di stregoneria, ma in realtà questi preparati erano già previsti dal Regolamento CEE n. 2092 del 1991, come “preparazioni biodinamiche” “per l’attivazione dei compost” e sono definiti dal Regolamento (UE) 2018/848 del 30 maggio 2018 come “miscele tradizionalmente utilizzate nell’agricoltura biodinamica. Ovviamente, ne è autorizzato l’uso anche in agricoltura biologica.

I preparati biodinamici – che sono stati additati come il male assoluto – erano stati previsti dal Regolamento CE n. 834/07, art. 12 lettera c e conseguentemente dal D.P.R. n. 55 del 28/02/2012.

Cosa dicono le norme italiane sul tema

In Italia la materia era normata dal decreto ministeriale 18354 del 27 novembre 2009 di recepimento della direttiva UE 834/2007 “Disposizioni per l’attuazione dei Regolamenti CE n.834/2007, 889/2008, 1235/2008 e successive modifiche riguardanti la produzione biologica e l’etichettatura dei prodotti biologici” che all’Art. 3, comma 5 detta “Disposizioni per particolari prodotti utilizzati in agricoltura biologica, biodinamica e convenzionale”, e anche dal decreto ministeriale 6793 del 18 luglio 2018 che tratta anche dei preparati biodinamici ai sensi articolo 12 del già citato Regolamento (CE) N. 834/200.

I preparati biodinamici, inoltre, sono compresi nella lista dei corroboranti dell’agricoltura

biologica e, pertanto, sono soggetti alla valutazione di una commissione tecnico scientifica di esperti del Ministero delle Politiche Agricole Alimentari e Forestali, del Ministero della Salute e del Ministero dell’Ambiente.

Il decreto ministeriale 6793/2018 recita in proposito “il ricorso a prodotti di origine naturale (non derivati da sintesi chimica) efficaci e sicuri, in linea con i recenti indirizzi dettati dal pacchetto di misure della Commissione del 2 dicembre 2015, così detto, «Circular economy», trova un’utile applicazione e garantisce un positivo supporto per i produttori biologici alla corretta applicazione del metodo biologico o biodinamico.”

Il decreto esenta i preparati biodinamici dall’obbligo di registrazione e ne regola l’immissione in commercio e la diffusione con le stesse procedure e gli stessi obblighi vigenti per tutti i corroboranti in agricoltura.

Cosa prevede il disegno di legge approvato alla Camera e poi al Senato.

Il disegno di legge afferma che i metodi di produzione basati su preparati e specifici

disciplinari applicati nel rispetto delle disposizioni dei regolamenti dell’Unione europea e delle norme nazionali in materia di agricoltura biologica sono equiparati al metodo di agricoltura biologica.

Quindi, sono a tal fine equiparati il metodo dell’agricoltura biodinamica ed i metodi che, avendone fatta richiesta secondo le procedure fissate dal Ministro delle politiche agricole alimentari e forestali con apposito decreto, prevedano il rispetto delle disposizioni imposte dal decreto medesimo.

In pratica, il biodinamico è stato reso equivalente al biologico in quanto nei disciplinari che lo regolano c’è il rispetto dei regolamenti e delle norme nazionali – ivi compresi quelli per la regolamentazione di tutti i suoi preparati – come previsto da anni per il biologico.

Risultato

L’ equivalenza del biodinamico al biologico, oltre che motivato dalla realtà dei fatti e dai disciplinari del biodinamico, era stata anche richiesta anche dal MIPAAF per rafforzare il livello di controllabilità e di efficacia delle sanzioni in caso di mancato rispetto delle

norme. L’efficacia dei controlli e l’osservanza delle norme relative all’agricoltura biologica saranno, infatti, rafforzate per il biodinamico da una equivalenza fissata in legge, invece che solo nei disciplinari, e questo a tutto vantaggio della qualità della filiera e a garanzia dei consumatori.

La formulazione adottata, poi, consentirà lo stesso livello di controllabilità e, conseguentemente, di garanzia ai consumatori, per qualunque altra forma, o metodo di agricoltura, che faccia formalmente richiesta, ed assuma l’agricoltura biologica come base per il proprio metodo.