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Vaccini: gli errori dell’Europa (?) e le esportazioni.

Due cose sono emerse di recente nel dibattito pubblico: le accuse all’Europa sia sulla questione dei vaccini che non arrivano sia sul blocco delle esportazioni dei vaccini medesimi.

Gli errori (?)

Il primo presunto errore: i contratti conclusi dalla Commissione non prevedevano adeguate protezioni in caso di ritardi e non includevano quel principio di “primi gli europei” adottato da Stati Uniti e Gran Bretagna per i loro cittadini.

Ma è così? Non proprio. Stati Uniti e Regno Unito, avendo un bilancio ampio e flessibile (cosa che l’Unione Europea, per scelta dei paesi membri, non ha), hanno finanziato a suon di miliardi la ricerca delle case farmaceutiche. Questo ha comportato vantaggi nella distribuzione successiva.

Il secondo: i contratti non ci tutelano sui ritardi. Sarà anche vero che i contratti fatti dalla Commissione forniscono meno protezione in caso di ritardi, ma sono certamente più solidi in termini di responsabilità delle case farmaceutiche in caso qualcosa andasse storto dal punto di vista sanitario.

Il terzo: si è voluto risparmiare. Per fronteggiare le richieste di numerosissimi parlamentari europei (soprattutto i fronti populisti) di non favorire le case farmaceutiche, alcuni dei contratti sono stati stipulati per ottenere prezzi più bassi.

Sul fronte delle polemiche, poi, non ha aiutato lo stop del vaccino AstraZeneca. In realtà, l’Europa c’entra poco. Infatti, ha cominciato la Danimarca, ma il punto di svolta è stato la scelta di sospendere la somministrazione del farmaco da parte della Germania, seguita a ruota da Francia, Italia e Spagna. Decisioni tutte prese da istituzioni nazionali. “Ma che fanno a Bruxelles?” ha urlato Salvini. Come è noto è stata l’EMA a dire che era tutto a posto.

Polemiche ci sono state anche sul fatto che si è puntato troppo sulle forniture di AstraZeneca rispetto agli altri vaccini. Su Astrazeneca ha puntato anche il Regno Unito, da molti citato ora come esempio di gestione efficace della campagna vaccinale, dimenticando che è il paese al quarto posto nel mondo nella classifica dei decessi per abitanti, e di gran lunga il primo tra i 20 più industrializzati.

Le esportazioni

Con un Regolamento di esecuzione –  obbligo di autorizzazione all’esportazione per i vaccini legati al COVID-19 – l’Europa ha dettato le regole, subordinando, fino al 31 marzo, l’esportazione dei vaccini contro il COVID-19 al rilascio di un’autorizzazione.

Come noto, infatti, alcuni produttori di vaccini hanno già annunciato che non saranno in grado di fornire i quantitativi destinati all’Unione che avevano garantito.

Dato che questo comporta ritardi nel piano di vaccinazione della popolazione, l’UE ha adottato una misura immediata di durata limitata in modo da garantire che le forniture di vaccini nell’Unione siano adeguate a soddisfare la domanda.

Sulla base del principio di solidarietà, non sono soggette ad autorizzazione le esportazioni verso specifici Paesi che hanno economie fortemente integrate con quella dell’Unione europea e le esportazioni, tra le altre, verso Paesi a basso e medio reddito o legate a una risposta umanitaria di emergenza.

Sulla base di questo Regolamento, l’Italia non ha autorizzato l’esportazione di 250.700 dosi di vaccino verso l’Australia, per varie ragioni:

  • quel Paese è considerato “non vulnerabile”;
  • la penuria di vaccini nella UE e in Italia a causa dei ritardi nelle forniture dei vaccini da parte di AstraZeneca;
  • l’elevato numero di dosi di vaccino oggetto della richiesta di autorizzazione all’esportazione rispetto alla quantità di dosi finora fornite all’Italia e, più in generale, ai Paesi dell’UE.

Provvedimenti simili possono sempre essere attuati se permangono le medesime ragioni.

I primi passi di Enrico Letta

Sono passati pochi giorni dall’elezione di Enrico Letta quale nuovo segretario del Partito Democratico, ma sono già ben chiari alcuni segnali di novità, di discontinuità e, soprattutto,  di ripresa delle attività ideali del partito.

La prima, che ha fatto molto riflettere, peraltro, è stata quella di correggere il posizionamento identitario del PD sulla parità di genere.

Con la forte richiesta di sostituire i due capigruppo di Camera e Senato con due Presidenti donne è apparsa netta l’affermazione che il PD ricerca convintamente l’equilibrio tra i generi nei ruoli apicali del Paese a testimonianza del ruolo e dell’impegno che prescinde dai sessi.

In questo modo ha senza dubbio corretto la sottovalutazione che c’era stata nella recente indicazione di soli maschi agli incarichi di membri del Governo Draghi. Un errore che era stato molto criticato anche dalle organizzazioni femminili statutariamente riconosciute nel partito.

Il secondo fatto, rilevante anch’esso, è la legittimazione di coloro che nel recente passato avevano sostenuto il segretario Matteo Renzi.

Un partito grande non può che essere plurale. A meno che non si è a destra, ove esistono partiti dei soli leader, noi abbiamo sempre avuto l’ambizione di unire i progressisti ed i riformismi in un unico contenitore, da L’Ulivo in poi. Con tutti i limiti del caso, il PD è quella cosa lì. Difficile immaginare che la compresenza di tante diversità possa essere tacitata senza una sintesi che le rappresenti tutte.

Io non sono stato “renziano”, ma sono convinto che coloro che lo erano e che non hanno seguito Renzi nel grave errore della scissione, non solo hanno scelto la coerenza verso il percorso che avevano avviato dalla nascita del PD, ma sono stati anche argine verso l’abbandono da parte di coloro che Renzi avrebbe potuto persuadere sulla bontà della sua scelta di andare via.

Questo doppio fatto politico è stato riconosciuto da Letta (che pure avrebbe potuto fare altro, visto come era stato trattato), che ha sepolto quella diffidenza in precedenza alimentata e che ha creato tante inutili differenze.

Chi pensa che il Pd non debba essere un partito plurale, vuole tornare al passato. Letta ha fatto uno scatto deciso in avanti.

La terza rilevante novità è il convinto coinvolgimento degli iscritti. Da tempo – almeno sette anni – la militanza non era più partecipata nelle scelte.

Con i 20 temi che Letta ha lanciato e la richiesta di dire la propria in merito, chiunque di noi parteciperà al rinnovamento che ci serve, in previsione del voto alle prossime politiche per impedire che le destre prendano l’Italia.

Infine, la chiarezza nelle alleanze. Siamo passati dal rapporto privilegiato con il M5S, che ha creato situazioni di subalternità, alla scelta di Enrico Letta di un PD perno del centrosinistra che dialoga con il M5S. Un’inversione non da poco, perché unire il centrosinistra è la condizione per poter essere forti nel dialogo con tutti coloro che vogliono collaborare con noi e, soprattutto, per aspirare ad essere noi i capofila del riformismo, con un candidato del PD alla Presidenza del Consiglio (altro che Conte “leader dei progressisti”).

I primi passi, quindi, vanno nella giusta direzione, ideale ed organizzativa, corrispondente ad un partito, grande, che aspira a governare il Paese.

Le proposte del Partito Democratico per il PNRR

Entro il 30 aprile il Governo Draghi dovrà presentare alla Commissione Europea la proposta italiana per i fondi del Next Generation EU. In merito, ciascun ministero sta predisponendo la propria proposta di interventi da far rientrare nel Piano Nazionale Ripresa e Resilienza.

Per la parte del Ministero Lavori Pubblici e delle mobilità sostenibili (infrastrutture, digitale e politiche abitative), ho avuto l’incarico di formulare le proposte del Partito Democratico al Senato.

Premesso che con il Piano Nazionale Ripresa e Resilienza devono essere proposti i progetti da finanziare con i fondi europei, a nome del PD ho indicato le priorità che dovranno orientare le scelte decisionali per l’individuazione dei progetti/programmi che il Governo dovrà inserire nel PNRR, ovvero:

A. siano prioritariamente preferiti i progetti con il più elevato grado di sostenibilità ambientale in grado di assicurare:

  1. la decarbonizzazione dell’economia;
  2. le connessioni e l’interoperabilità, ovvero l’effettivo sviluppo di sistemi a rete dei trasporti, dei porti e degli aeroporti per garantire l’intermodalità, in primis laddove siano presenti opportunità strutturali (ferro, acqua, aria) più avanzate;
  3. la concreta riduzione del divario territoriale esistente tra il Sud e le aree interne del Paese con il resto del territorio nazionale, a partire dagli interventi infrastrutturali ferroviari AV/AC;
  4. lo sviluppo della rete ciclabile nazionale, con particolare riguardo ai tracciati interregionali e ai tracciati autostradali ciclabili;
  5. il rinnovamento del parco autobus, della flotta dei treni adibiti al TPL e della flotta di navigazione di continuità territoriale con modelli più sostenibili sotto il profilo ambientale (modalità elettrica, a metano, idrogeno);
  6. lo sviluppo del trasporto rapido di massa;
  7. la riduzione delle disuguaglianze, sociali e territoriali;
  8. la piena utilizzabilità da parte delle future generazioni in modo da produrre benessere sociale, sviluppo e crescita.

B. Per il trasporto ferroviario locale siano privilegiati i progetti concernenti:

  1. il potenziamento delle linee ferroviarie regionali e interregionali, in primis laddove le linee attualmente in esercizio saranno accompagnate in futuro da quelle dedicate all’alta capacità,
  2. l’ammodernamento delle reti e dei mezzi, attraverso gli interventi di elettrificazione delle linee ancora attraversate con materiale a combustione o con l’impiego di materiali alimentati ad idrogeno, in modo tale da favorire la sostenibilità ambientale,
  3. l’investimento sui nodi ferroviari in cui è concretamente possibile lo scambio intermodale con il trasporto pubblico locale.

C. Per la qualità dell’abitare siano privilegiati i progetti:

  1. di riduzione del disagio abitativo e per la rigenerazione degli ambiti urbani particolarmente degradati e carenti di servizi in un’ottica di innovazione e sostenibilità green;
  2. di rifunzionalizzazione di aree e spazi immobili pubblici e privati;
  3. di miglioramento dell’accessibilità della sicurezza dei luoghi urbani, di incremento della qualità ambientale e della resilienza ai cambiamenti climatici, in coerenza con i principi e gli obiettivi della strategia nazionale per lo sviluppo sostenibile;
  4. di messa in sicurezza degli edifici, con particolare attenzione alla ristrutturazione, riqualificazione o costruzione di edifici destinati a scuole, asili nido, scuole dell’infanzia e centri polifunzionali per i servizi alla famiglia;
  5. di riqualificazione ed efficientamento energetico del patrimonio immobiliare, nonché per l’aumento del grado di sicurezza sismico impiantistico e l’incremento dell’efficienza energetica

D. Inoltre, siano favoriti i programmi ed i progetti:

  1. di investimento finalizzati alla manutenzione straordinaria e alla messa in sicurezza di dighe e invasi nonché al potenziamento e all’efficentamento delle infrastrutture idriche primarie (opere di derivazione, adduttori, collegamenti e grandi schemi idrici), a partire dalle aree che presentano gravi problematiche di approvvigionamento della risorsa idrica per cittadini ed imprese e per ridurre la dispersione delle risorse idriche favorendo la disponibilità della fornitura;
  2. di sviluppo ecosostenibile e digitale dei porti nonché dell’accessibilità portuale (ultimo miglio) e per la digitalizzazione del sistema logistico nazionale;
  3. per la digitalizzazione dei trasporti e delle telecomunicazioni nonché per la realizzazione della piattaforma nazionale per i servizi digitali;
  4. degli interventi per il completamento della rete nazionale in fibra ottica e lo sviluppo delle reti 5G, con riguardo a tutte le aree del Paese, comprese quelle a fallimento di mercato, e a tutte le componenti della popolazione.

Per poter vincere questa sfida ambiziosa, serve proseguire sulla strada della riduzione degli oneri burocratici e della semplificazione delle procedure, sia nella fase di affidamento che in quella di esecuzione degli appalti, anche grazie all’utilizzo dei poteri derogatori attribuiti alle stazioni appaltanti dalle previsioni del Decreto Semplificazioni.

Enrico Letta è il nuovo segretario

Dunque, dopo le dimissioni di Zingaretti, Enrico Letta è il nuovo segretario del Partito Democratico.

La soluzione individuata è certamente di alto livello e consente di immaginare il prossimo futuro in maniera diversa rispetto a quello perorato dal segretario dimissionario.

Ho già detto in altre occasioni che ritenevo fosse necessario, rispetto ai diversi cambiamenti che erano accaduti – siamo passati dall’opposizione al Governo, poi è avvenuta la scissione di Renzi, poi ancora siamo passati dal governo politico con il M5S al governo istituzionale con Draghi minacciando il voto anticipato che non sarebbe mai stato possibile – una riflessione sul posizionamento del PD e sulla definizione di un percorso che ci qualificasse con una proposta forte.

Forse era naturale più che necessario, in virtù dei diversi scenari nel quale ci trovavamo collocati ogni volta.

Quanto è avvenuto, quindi, è la conseguenza di un mix composto da una linea politica che non ha sortito frutti, quella dell’alleanza strategica con il M5S e il voler proseguire anche in questo Governo con la medesima impostazione.

E pensare che questa opzione non è mai stata discussa, considerato che il congresso che aveva eletto Zingaretti era stato svolto sul tema esattamente opposto a quello portato poi avanti.

Da oggi c’è un nuovo segretario.

Enrico Letta ha il compito di riequilibrare il confronto interno e guidare il Partito Democratico in uno scenario diverso dal recente passato.

Con quale identità sosteniamo il Governo Draghi? Quali sono i temi strategici che riteniamo prioritari? Come affronteremo il voto?

Questi sono i temi che tutti dobbiamo affrontare, con un’avvertenza, però: impedire che il “governismo” (essere al governo prima di tutto) diluisca la nostra proposta politica identitaria.

La subalternità al M5S è stata spesso frutto di un’idea di responsabilità secondo la quale la stabilità è un valore da difendere. Al contrario, la stabilità è un obiettivo, ma va garantita risolvendo le problematiche e le tensioni presenti nella società. Ecco perché serve l’identità.

Letta, che ha detto parole chiare in questa direzione, si è assunto questo impegno – e ne sono felice – e sa bene che per rafforzare il percorso che avvierà, ci sarà bisogno di un congresso in modo che il cambiamento di rotta possa per davvero proseguire con risultati migliori.

 

Zingaretti si è dimesso

Il segretario Nicola Zingaretti si è dimesso dalla carica dichiarando di “vergognarsi di un partito che corre dietro solo alle poltrone”.

Le poltrone

Comincio da qui per chiarire che gli incarichi sono stati affidati o indicati da lui direttamente, compresi ministri e sottosegretari (Governo Conte II e Draghi) e che, come è ovvio, quegli incarichi hanno premiato coloro che l’hanno sostenuto all’elezione come segretario o coloro che, successivamente, facevano parte della sua maggioranza nel partito.

L’equazione mi viene facile: l’accusa è in particolar modo indirizzata alla maggioranza che l’ha sostenuto in questi due anni?

Per capirci, poiché non faccio parte di quella maggioranza (del segretario), avendo sostenuto Maurizio Martina al congresso, quell’accusa mi allarma, sia perché Zingaretti ha vinto grazie al sostegno delle correnti, sia perché fa di tutta l’erba un fascio. Non tutti sono destinatari delle sue accuse, veritiere o meno che siano.

In ogni caso, sono stato tra quelli che in queste settimane hanno chiesto un cambio di linea politica del Pd e, quindi, un congresso per deciderla insieme non appena consentito dalla pandemia. Nessuno ha mai chiesto le dimissioni di Zingaretti. Lo dico come fatto di verità, non per giustificare qualcosa.

Le dimissioni, quindi, mi hanno stupito e nell’incredulità, anche perplesso. Molto.

Innanzitutto, una doverosa premessa: l’emotività che si è espressa subito dopo le dimissioni e le conseguenti accuse generalizzate che da più parti si sono levate, non sono state un buon segno.

Di fronte a momenti importanti, come lo è questo per noi, si cercano le ragioni, per capire, valutare e rispondere. Pensare che ad un’opzione meramente politica possa corrispondere un comportamento orientato dall’emotività e dalla rabbia pone la nostra comunità politica su un piano decisamente controcorrente rispetto al compito istituzionale e repubblicano che ormai da anni, e con grande senso di responsabilità, ci siamo assunti.

Un film già visto

Purtroppo, è qualcosa che ho già visto.

Recentemente, quando il segretario era Matteo Renzi, seppure a parti invertite, il livello di emotività e rabbia era sostanzialmente il medesimo.

In un partito plurale si sta insieme se si riconosce vicendevolmente la propria funzione. Pensare che il vincitore possa “sopprimere” la voce del perdente si è dimostrato vacuo e, con il senno di poi (ieri i cd. “renziani”, oggi i cd. “zingarettiani”), permeato da una certa dose di ambiguità del dibattito politico.

Questo punto mi porta a dire che le dimissioni di Zingaretti possono finalmente archiviare un confronto tra parti che sta animando, anche aspramente, il PD da anni. Mi spiego meglio: Zingaretti aveva prevalso anche sull’onda del rifiuto/superamento del percorso del PD di Renzi. Legittimo. Ma se la sua azione è qui terminata, voler mantenere quella sfida e ripetere che il “nemico” è il renzismo significa correre con la testa all’indietro.

 Conte o Renzi?

E c’è anche un altro rischio: quello di orientare i nostri elettori sull’alternativa di scelta tra Conte o Renzi.

Qui, un altro punto nodale della vicenda.

Posto che Renzi è fuoriuscito, ed è un avversario politico e come tale giustamente va temuto e contrastato, nei confronti di Conte e, soprattutto, a suo favore, il PD si è così sperticato che dai sondaggi il M5S a guida Conte è dato al 22% ed il PD al 14%. Questo perché Giuseppe Conte è stato accreditato da Zingaretti quale leader dei riformisti e del centrosinistra di governo.

La conseguenza è ovvia: tanti nostri elettori hanno superato le differenti appartenenze e votano tranquillamente “il leader della sinistra democratica italiana” così come incautamente incoronato dal PD. Il M5S che calava perché perdeva l’elettorato di destra e anche quello di sinistra, adesso si nutre soprattutto di noi.

Anche qui la cosa non mi stupisce.

La subalternità

Infatti, la subalternità del PD nell’anno di governo con il M5S è una cosa che non è sfuggita.

Siamo partiti con la riduzione del numero dei parlamentari che doveva essere accompagnata da altre riforme. Non si è visto nulla.

Potrei fare un lungo elenco di temi a noi cari sacrificati di fronte ai dinieghi di Conte e del M5S. Per certi versi non poteva essere diversamente. Se si ripete che la stella polare del PD in futuro è l’accordo strategico con il M5S sotto l’egida di Conte, torna difficile avere un rapporto anche conflittuale.

Qui si apre il capitolo più rilevante e, secondo me, determinante per le dimissioni di Zingaretti: il percorso seguito dopo le dimissioni di Conte da premier.

Le dimissioni di Conte

Qui (https://www.vincenzodarienzo.it/il-lucido-disegno-di-renzi-e-le-contromosse/) avevo detto le ragioni per le quali consideravo molto difficile – a differenza di quanto chiedeva il PD – un governo Conte ter.

Inoltre, poiché il percorso di Renzi portava naturalmente ad governo istituzionale, avevo anche detto (https://www.vincenzodarienzo.it/consultazioni-e-adesso-2/) perché a noi conveniva un governo politico e come favorirlo.

Quello, invece, al quale abbiamo assistito, anziché essere protagonisti e centrali attraverso la richiesta, dopo l’estate scorsa, di rinnovare il governo con un patto di legislatura perché avevamo davanti appuntamenti rilevanti come la legge di Bilancio, il recovery fund, la nuova legge elettorale e il piano vaccinale, è stata la spasmodica ricerca di Senatori per sostituire i componenti di Italia viva. Una strategia miope che ha accelerato le dimissioni di Conte.

Durante le consultazioni, quando era chiaro che il finale era già scritto. Zingaretti non ha avuto la capacità di cambiare nome e, così, favorire la costruzione di un nuovo governo con la medesima maggioranza.

 Anzi, si è trincerato dietro una minaccia che era, è sempre stata e si è rivelata una farsa: o Conte o voto anticipato. Una posizione di difesa che ci ha ulteriormente subordinato al M5S.

Le cose non sono cambiate neanche dopo la nascita del Governo Draghi. La proposta è stata sempre quella: alleanza con M5S e intergruppo insieme. Intanto, Grillo segnava due punti decisivi: si è assunto in pieno la battaglia per la transizione ecologica e l’adesione di Conte al quale consegneranno il loro progetto. Lui avanti e noi dietro!

Questa debolezza ha avuto strascichi importanti. Nel Governo Draghi abbiamo assunto responsabilità in Ministeri “secondari” rispetto agli impegni del recovery fund e sulla parità di genere abbiamo segnato un punto molto negativo nel momento in cui i “capicorrente” maschi (della maggioranza che lo sostenevano) sono stati indicati quali ministri anche a dispetto delle regole statutarie e del valore culturale che interpretiamo da anni in questo ambito.

Il progetto politico che il segretario Zingaretti ha perorato, nonostante volesse le elezioni anticipate dopo la caduta del governo gialloverde – intenzione che ha dovuto modificare sia per la scelta fatta allora da Renzi, sia per la contrarietà di una parte della maggioranza che l’aveva eletto segretario – oggi è nei fatti un percorso rischioso per la sopravvivenza del PD, perché ci consegnarebbe al M5S che sta seguendo un’evoluzione di sovrapposizione con noi.

Ho già detto quale strada seguirei (https://www.vincenzodarienzo.it/alleanza-pd-m5s-perche-ho-un-dubbio/), non mi ripeto, quindi.

Il posizionamento del PD di Zingaretti

Nicola Zingaretti vince il congresso 2019 con un programma preciso. Oltre a superare le evidenti difficoltà presenti nel PD in quel periodo, peraltro collocato all’opposizione del Governo M5S/Lega, frutto anche di errori commessi nel passato, il suo monito “mai alleati con il M5S” era risuonato sonoramente.

La storia ha visto altro. Anzi, rispetto a soli due anni fa, il PD è passato dall’opposizione al governo, ha subito una scissione e mezza (Renzi e Calenda), ha modificato la strategia perorando alleanze strategiche con il M5S e, infine, c’è stato un cambio da governo politico a governo istituzionale. Quattro rilevanti fatti politici che necessitavano di una riflessione approfondita per delineare l’identità ed il posizionamento sociale nelle varie occasioni che si sono manifestate.

Le difficoltà nel confronto interno rispetto alle diverse opinioni in merito a quei passaggi ed al conseguente ruolo da assumere, sono il frutto di quei momenti che, anche se non determinati dal PD e da Zingaretti, ci hanno costretto a diverse impostazioni rispetto ai momenti precedenti.

Zingaretti non ha avviato, con la determinazione che serve in questi casi, la discussione nel merito di quei passaggi e, quindi, affrontato il nodo del posizionamento del PD per ciascuna di quelle fasi.

Ciò ha consolidato divergenze interne che con il governo istituzionale sono risultate più evidenti e rumorose, attesa la diversa responsabilità che abbiamo rispetto a prima.

Tutto ciò era prevedibile.

Ma perché Zingaretti si è dimesso?

Perché dico tutto questo?

Perché sono convinto che calati la polvere ed il fumo dei fumogeni ultras, restano sempre chiari gli obiettivi mancati dal segretario Zingaretti, che sono le uniche ragioni per le quali si è dimesso.

Questi atti, così importanti, anche dal punto di vista umano, hanno sempre ragioni politiche. E’ sempre stato così in passato (Veltroni post voto 2008, Bersani post voto 2013, Renzi post referendum 2016), lo sono adesso con Zingaretti e sempre lo saranno in futuro.

 

PS. Ho tralasciato, volutamente, di argomentare il perché i sondaggi non ci hanno mai attribuito oltre un risicato 20%.

 

 

Vaccinazione: competenze, destinatari e modalità.

La vaccinazione contro il COVID-19 è stata disciplinata con la Legge di Bilancio 2021 che ha previsto l’adozione, con un decreto del Ministro della salute, del piano strategico nazionale dei vaccini.

Il piano è stato adottato il 2 gennaio 2021, poi cambiato l’8 febbraio ed è stato integrato il 9 febbraio 2021 dalle Regioni.

Innanzitutto, al momento non esiste un obbligo specifico di adesione alla campagna di vaccinazione.

L’attività di vaccinazione è iniziata alla fine del dicembre 2020.

La prima fase di vaccinazione

Nella prima fase è stata prevista la somministrazione del vaccino in favore degli operatori sanitari e socio-sanitari delle strutture pubbliche e di quelle private accreditate, nonché in favore del personale e degli utenti delle residenze sanitarie assistenziali (RSA) per anziani.

Oltre a questi, è stata individuata come prioritaria anche la categoria dei soggetti di età pari o superiore a 80 anni per la quale la vaccinazione è iniziata, nelle varie regioni, nel corso del mese di febbraio (mentre nel periodo precedente la somministrazione ha riguardato solo gli anziani presenti nelle residenze sanitarie assistenziali).

La seconda fase di vaccinazione

Nella seconda fase si tiene conto del fatto che il vaccino di AstraZeneca dovrebbe essere destinato in via preferenziale ai soggetti di età inferiore a 55 anni e che non rientrino in specifiche categorie di rischio.

Pertanto, in questa seconda fase sono state previste due modalità di vaccinazioni in parallelo:

  1. un primo ambito, con vaccino Pfizer secondo il progressivo ordine di priorità e dopo il completamento della vaccinazione in favore delle persone rientranti nelle fasce della prima fase, che concerne le persone:

a. estremamente vulnerabili,

b. tra i 75 e i 79 anni di età;

c. tra i 70 e i 74 anni di età;

d. affetti da specifiche patologie (sono esclusi i soggetti di età pari o superiore a 70 anni);

e. tra i 55 e i 69 anni di età.

  1. il secondo ambito, a cui viene riservato il vaccino di AstraZeneca, prevede la vaccinazione delle persone tra i 18 e i 54 anni di età e privi di specifici fattori di rischio facenti parte del personale scolastico e universitario (docente e non docente), del personale dei corpi militari e dei corpi di polizia ad ordinamento civile o che operino o vivano in ambienti a rischio di contagio (quali gli istituti penitenziari e i luoghi di comunità, civili o religiosi) e del personale di “altri servizi essenziali”.

Successivamente al completamento della vaccinazione di AstraZeneca ai soggetti “del secondo ambito”, sarà avviata la vaccinazione alla restante popolazione (avente tra i 18 e i 54 anni di età e priva di specifici fattori di rischio).

Competenze per la somministrazione dei vaccini

Il piano nazionale di vaccinazione deve essere attuato dalle regioni, sulla base dei criteri fissati.

La somministrazione dei vaccini è effettuata presso le strutture individuate- sentite le regioni e le province autonome – dal Commissario straordinario (ieri Arcuri, oggi Figliuolo)

Le regioni provvedono alle somministrazioni dei vaccini tramite medici specializzandi;  medici, infermieri ed assistenti sanitari (ivi compresi quelli già in quiescenza).

Al momento, quindi, non è prevista la somministrazione dei vaccini da parte di personale convenzionato con il Servizio sanitario nazionale, quali i medici di medicina generale. In merito, però, alcune regioni stanno adottando modalità organizzative che comprendono la somministrazione da parte dei medici di medicina generale

Il piano nazionale prevede anche, nella fase avanzata di attuazione, l’utilizzo di unità mobili, il coinvolgimento degli ambulatori vaccinali territoriali, dei medici di medicina generale e dei pediatri di libera scelta, della sanità militare e dei medici competenti delle aziende.

Superare la disparità tra i papà dipendenti privati e pubblici.

Sia corretta la disparità esistente tra i papà dipendenti pubblici rispetto a quelli dipendenti privati sul congedo parentale.

In merito, ho presentato un’interrogazione al Ministro Brunetta sottoscritta da altri 17 senatori.

E’ dal 2012 che il congedo obbligatorio per il padre lavoratore dipendente vale solo per quelli del settore privato.

Il provvedimento autorizzativo, legge 28 giugno 2012, n. 92, è stato sempre prorogato con successivi provvedimenti, anche elevandone da sette a dieci giorni la durata.

Tale congedo, però, attualmente si applica solo ai papà dipendenti privati, mancando per quelli dipendenti pubblici il relativo provvedimento attuativo previsto dalla norma medesima.

Il Ministro per la pubblica amministrazione e la semplificazione, era stato autorizzato, sentite le organizzazioni sindacali maggiormente rappresentative dei dipendenti delle amministrazioni pubbliche, di individuare e definire, anche mediante iniziative normative, gli ambiti, le modalità e i tempi di armonizzazione della disciplina relativa ai dipendenti delle amministrazioni pubbliche.

Da allora, più nulla, nonostante il legislatore sia intervenuto aumentando, di volta in volta, il numero di giorni destinati al congedo obbligatorio di paternità – previsto inizialmente, in via sperimentale, per gli anni 2013, 2014 e 2015 – e mai estendendo la fruizione di tale misura ai papà lavoratori del pubblico impiego.

E’ un’ingiustificata disparità di trattamento poiché le tutele connesse alla genitorialità non possono essere subordinate alla natura, pubblica o privata, del datore di lavoro.

Eppure, la direttiva europea 2019/1158 relativa all’equilibrio tra attività professionale e vita familiare per i genitori e i prestatori di assistenza si pone l’obiettivo di conseguire la parità tra uomini e donne per quanto riguarda le opportunità sul mercato del lavoro e il trattamento sul lavoro, per agevolare la conciliazione tra lavoro e vita familiare per i lavoratori che sono genitori o i prestatori di assistenza.

A tal proposito, quindi, obbliga gli Stati membri ad adottare misure necessarie per garantire al padre il diritto a un congedo di paternità di dieci giorni lavorativi, senza distinzioni tra i lavoratori.

Al Ministro ho chiesto di intervenire, seppur tardivamente, al fine di estendere il congedo di paternità ai dipendenti pubblici, eliminando così una palese disparità di trattamento tra padri dipendenti privati e padri dipendenti pubblici.

Come affrontare l’enorme debito pubblico?

Uno dei tanti problemi che ha portato con sé la pandemia è il debito pubblico elevatissimo, con un peso sul Pil certamente mai raggiunto prima – neanche dopo le due guerre mondiali – e difficile da digerire.

Ovviamente il debito maturato con la Banca Centrale Europea che ha comprato ingenti partite di titoli di stato italiani non può essere cancellato perché i Trattati non lo consentono e non c’è il consenso necessario in Europa per cambiarli.

Sul futuro, quindi, peserà questo enorme macigno.

Il piano presentato dal governo, con un deficit previsto al 3% dal 2023 e con tassi di crescita pari al 2% in media è fortemente ancorato all’accelerazione della ripartenza post-Covid che si otterrebbe soprattutto con un utilizzo efficiente dei fondi europei del NextGenerationEu.

Attraverso questi ingenti investimenti – ricordo che l’Italia è beneficiaria di 209 miliardi di euro – il governo punta a ricondurre il debito al livello pre-Covid (134,6%) nell’arco di un decennio. L’Italia non è la sola. Infatti, piani analoghi sono stati presentati da molti altri paesi, considerato che l’aumento del debito a causa della pandemia ha toccato tutti.

In merito al piano di rientro, peraltro formulato dal Governo Conte II, la reazione dei mercati finanziari è stata positiva. Se lo avessero giudicato male non avrebbero titoli pubblici o quantomeno avrebbero chiesto un rendimento più alto. Ciò non è avvenuto.

È evidente però che il piano di rientro delineato dal governo precedente richiederà uno sforzo straordinario e prolungato di almeno 10 anni. Sempre che non accada nulla di grave e che permangano a lungo alcuni dati di favore.

Tra questi, certamente la permanenza dei tassi di interesse sugli attuali bassissimi livelli. Infatti, il mix tra bassi tassi d’interesse, ripresa della crescita e inflazione al 2% consente il mantenimento del tasso d’interesse a lungo termine al di sotto del tasso di crescita, Questa condizione è cruciale per la sostenibilità del debito pubblico.

Se qualcosa dovesse cambiare nei mercati sarebbe un guaio e, purtroppo, nulla garantisce la lunga sequenza di politiche monetarie iper espansive con i fondi europei e tassi di interessi bassi.

Ecco perché è fondamentale che gli investimenti dei fondi anti covid abbiano una visione lunga e siano accompagnati dalle riforme che sono indispensabili per rimettere l’Italia su un percorso lungo di crescita.

Su questi investimenti certamente vigilerà l’Europa, ma la cosa più delicata è che vigileranno soprattutto i mercati, da convincere costantemente a darci fiducia.

Acquistare la licenza per produrre i vaccini in Italia.

Il Governo Draghi si attivi per consentire l’acquisto della licenza per la produzione dei vaccini anti-Covid affinchè le aziende farmaceutiche italiane possano produrre autonomamente il vaccino in Italia.

Il 17 giugno 2020 la Commissione europea ha presentato una strategia europea sui vaccini per accelerare lo sviluppo, la produzione e la distribuzione di vaccini anti COVID-19 basata su alcuni obiettivi:

  • garantire vaccini sicuri, efficaci e di qualità;
  • assicurare agli Stati membri e ai loro cittadini un accesso rapido al vaccino, guidando al contempo lo sforzo di solidarietà a livello globale;
  • garantire il prima possibile a tutti i cittadini dell’UE un accesso equo a un vaccino dal costo abbordabile;
  • garantire che i paesi dell’UE si preparino all’introduzione di vaccini sicuri ed efficaci, predisponendo quanto necessario in materia di trasporto e mobilitazione e individuando i gruppi prioritari che dovrebbero avere accesso ai vaccini per primi.

A seguito delle raccomandazioni scientifiche positive dell’Agenzia europea per i medicinali, nell’UE è stato autorizzato l’uso di 3 vaccini anti COVID-19 sicuri ed efficaci: BioNTech-Pfizer, Moderna, Astrazeneca.

La Commissione Europea ha positivamente finanziato la Ricerca e stipulato Accordi di Acquisto Comune, ed ora deve correttamente condurre le verifiche tecniche e giuridiche affinché i contratti siano rispettati.

Oggi però in Europa si evidenzia una drammatica carenza di dosi di vaccino anti Covid-19, rispetto alla quantità necessaria per una campagna di immunizzazione della popolazione europea e questo sta generando ritardi sui programmi vaccinali nazionali e molta preoccupazione nell’opinione pubblica;

Carenza che è imputabile a limitate capacità produttive delle case farmaceutiche titolari del brevetto, evidentemente non attrezzate per far fronte a richieste in periodi di emergenza e di pandemia;

Sarebbe auspicabile moltiplicare la produzione di vaccini, per garantire la distribuzione e l’accesso, per la popolazione europea e, in prospettiva, per quella mondiale, agendo anche in termini di moral suasion, verso le multinazionali produttrici affinchè rendano di pubblico dominio le informazioni industriali che possano consentire anche ad altre case farmaceutiche di avviare la produzione.

In Italia esiste un comparto imprenditoriale farmaceutico che ha già dichiarato di poter far fronte ad eventuali produzioni di Vaccino Anti-Covid, con il necessario supporto istituzionale. Ottenere la licenza del vaccino ci consentirebbe infatti di produrlo in house e di velocizzare i tempi per poter vaccinare almeno il 70% della popolazione entro fine anno.

Per questa ragione, insieme ad altri colleghi Senatori, abbiamo chiesto al Ministro Speranza di attivarsi per consentire l’acquisto della licenza per la produzione dei vaccini anti-Covid affinchè le aziende farmaceutiche italiane possano produrre autonomamente il vaccino in Italia.

Abbiamo anche chiesto se è stata già fatta una ricognizione per sapere, eventualmente, quali aziende italiane sarebbero in grado di produrre i vaccini.

Quante sono le imposte e i contributi da pagare?

Dopo l’insorgere della pandemia, tutti i decreti anticrisi adottati da marzo 2020 in poi hanno stabilito rinvii nei versamenti di imposte e contributi.

I Decreti “Cura Italia” (marzo) e “Rilancio” (maggio), hanno posticipato solo di qualche mese i pagamenti dovuti, mentre con il decreto “Agosto” (agosto) e i quattro Decreti “Ristori” (da ottobre in poi) le proroghe sono andate oltre il 2020.

Per i contribuenti più duramente colpiti dalla crisi economica quanto valgono i pagamenti aggiuntivi che dovranno essere effettuati quest’anno e nel 2022?

Il decreto Agosto ha previsto che le imposte sospese con i provvedimenti precedenti (“Cura Italia” e “Rilancio”) fossero pagate per metà entro il 16 settembre 2020, e per la restante metà in 24 rate mensili di pari importo a partire dal 16 gennaio 2021.

Lo stesso decreto ha rinviato al 30 aprile 2021 il versamento della seconda rata di acconto delle imposte sui redditi e dell’IRAP per i contribuenti forfettari e per quelli che hanno adottato gli indici sintetici di affidabilità (ISA).

Il primo decreto Ristori di ottobre ha posticipato, per diversi i datori di lavoro, i versamenti dovuti a novembre 2020 di contributi e premi di assicurazione obbligatoria. Il versamento è dovuto o in marzo 2021 o in quattro rate mensili di pari importo a partire da marzo.

Il decreto Ristori-bis ha esteso la proroga al 16 marzo 2021 anche per i versamenti di novembre dovuti per IVA, addizionali e ritenute su redditi da lavoro dipendente e assimilato, e ha aumentato la platea dei beneficiari del rinvio, prevedendo però che gli stessi operino in settori o zone particolarmente colpite. Anche in questo caso i pagamenti sono dovuti o in marzo o in quattro rate mensili di pari importo a partire da marzo.

Lo stesso decreto è intervenuto nuovamente a favore dei contribuenti ISA, prevedendo che il rinvio al 30 aprile 2021 sancito dal decreto Agosto per il versamento della seconda rata di acconto delle imposte sui redditi e dell’IRAP si applichi a tutti i contribuenti ISA senza condizioni di fatturato, a patto che gli stessi operino però in zone rosse e in specifici settori..

Il decreto Ristori-ter si è limitato a estendere le norme del secondo Ristori alle regioni entrate in zona arancione e rossa.

Il quarto decreto Ristori ha rinviato a marzo 2021 le rate dovute nel 2020 relative ai programmi di “rottamazione-ter” e “saldo e stralcio”,.

Lo stesso decreto ha rinviato a marzo 2021 (in una soluzione o in quattro rate mensili di pari importo a partire da marzo) i versamenti di dicembre riguardanti ritenute su redditi da lavoro dipendente e assimilato, addizionali, contributi e IVA per un’ampia platea di contribuenti più colpita dalle chiusure.

Infine, il decreto ha rinviato ad aprile 2021 il pagamento, in un’unica soluzione o in quattro rate mensili di pari importo a partire da aprile, della seconda rata di acconto delle imposte sui redditi e dell’IRAP a beneficio di vari soggetti più colpiti dalla crisi, non limitando l’intervento ai soli contribuenti ISA come fatto in precedenza.

Il risultato di questi provvedimenti è che le imposte e i contributi posticipati l’anno scorso  ammontano complessivamente a 14 miliardi, di cui 12,2 miliardi rinviati al 2021 e 1,8 miliardi al 2022.

Dei 12,2 miliardi posticipati al 2021, circa 11 dovranno essere versati tra marzo e giugno.

A questo ammontare che viene dal passato dovranno essere aggiunti le imposte e i contributi normalmente da versare all’erario.

Infine, nei prossimi mesi riprenderà l’attività di riscossione da parte dell’Agenzia dell’Entrate, sospesa proprio fino a fine febbraio (si tratterebbe di circa 50 milioni di cartelle esattoriali al momento sospese).

Questa sarà la prima sfida per il governo Draghi.