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Proposta di soluzione per la concessione di A/22

Con il Decreto Agosto il Governo ha prorogato di altri due mesi (dal 30 settembre al 30 novembre 2020) il termine per la sottoscrizione degli atti convenzionali di concessione relativi all’infrastruttura autostradale A22 Brennero-Modena.

È la quarta proroga che dal temine iniziale del 30 settembre 2018 sta dilatando i tempi per il rinnovo della concessione in house a causa dell’irrisolta vicenda della liquidazione dei privati presenti nel capitale sociale[1].

La proroga – su richiesta del Partito Democratico – si è resa necessaria perchè l’Autorità garante della concorrenza e del mercato ha ufficialmente chiesto, come aveva già fatto la Corte dei Conti a dicembre 2019, di avviare le procedure di gara per l’individuazione di una nuova concessionaria.

In pratica, poiché non risulta ancora perfezionata la liquidazione dei soci privati dell’attuale compagine della società Autostrada del Brennero S.p.A., la cui presenza, per l’eventuale affidamento della concessione in modalità in house, è in contrasto con il parere rilasciato dalla Commissione europea il 20 novembre 2018, non si può sottoscrivere l’accordo.

Su questo punto, l’AGCM, non solo ha chiesto di fare la gara, ma ha aggiunto che l’assenza dei requisiti per un legittimo affidamento in house non costituisca la ragione per ulteriori proroghe e ritardi nel ricorso a procedure competitive.

Una situazione paradossale che sta danneggiando gli interessi di Verona. Per fortuna che il Governo ha deciso di prorogare ancora.

Per risolvere definitivamente la questione, ho depositato un emendamento al DL Agosto (art. 94 – Concessione Autobrennero). La mia proposta prevede:

  1. l’ulteriore differimento al 31 dicembre 2020 del termine del 30 novembre 2020, per la sottoscrizione degli atti convenzionali di concessione;
  2. di consentire alla Regione Trentino A.A. e agli enti locali della tratta A/22 – ai sensi e per gli effetti dell’articolo 2437 sexies del codice civile ed anche in deroga allo statuto – di procedere al riscatto delle azioni possedute dai privati, previa delibera dell’assemblea dei soci, adottata con la maggioranza prevista per le assemblee straordinarie.

Ho proposto, altresì, di ridurre i tempi previsti dal Codice Civile per questo tipo di procedure nonché di non tenere conto della consistenza del fondo “ferrovia”[2] ai fini della determinazione del valore di liquidazione delle azioni private, anche in considerazione del fatto che entro trenta giorni dalla data dell’affidamento della concessione, la Società Autobrennero Spa deve provvedere a versare quel fondo al bilancio dello Stato[3].

La mia proposta consentirà di sbloccare l’empasse e riverberare a Verona i benefici connessi al rinnovo della concessione.

Per noi ci sono due 2 miliardi di euro per interventi infrastrutturali: la terza corsia tra Verona e Modena e la terza corsia dinamica Bolzano Sud-Verona, le barriere antirumore, le aree di servizio (Affi e Povegliano) e contributi alle Province per opere esterne all’asse autostradale, ad esempio il finanziamento per la mediana provinciale da Nogarole Rocca a Isola della Scala e io dico di pretendere anche oltre Isola d/S, almeno fino ad Oppeano sulla SS 434.

La concessione prevede anche attività concrete per favorire il trasporto merci su modalità alternative a quella stradale e, quindi, la promozione del trasporto ferroviario. A questo proposito, Autobrennero seguirà la creazione del Polo logistico intermodale Isola della Scala in sinergia con il Quadrante Europa.

La concessione all’Autobrennero, quindi, ai nostri Comuni e non con gara, così come avevamo chiesto e poi accettato dal Governo Renzi nel 2016, è un’occasione importante per perderla.

[1] L’articolo 13-bis del decreto – legge 16 ottobre 2017, n. 148, convertito, con modificazioni, dalla legge n. 172 del 2017 prevede, al comma 1, che per il perseguimento delle finalità di cui ai protocolli di intesa stipulati in data 14 gennaio 2016, che le convenzioni di concessione per la realizzazione delle opere e la gestione delle tratte autostradali hanno durata trentennale e sono stipulate dal Ministero delle infrastrutture e dei trasporti con le regioni e gli enti locali che hanno sottoscritto gli appositi protocolli di intesa in data 14 gennaio 2016, che potranno anche avvalersi nel ruolo di concessionario di società in house, esistenti o appositamente costituite, nel cui capitale non figurino privati.

[2] Articolo 55, comma 13, della legge n. 449 del 1997, “destinato al rinnovo dell’infrastruttura ferroviaria attraverso il Brennero ed alla realizzazione delle relative gallerie nonché dei collegamenti ferroviari e delle infrastrutture connesse fino al nodo stazione di Verona nonché delle iniziative relative all’interporto di Trento, all’interporto ferroviario di Isola della Scala (Verona) ed al porto fluviale di Valdaro (Mantova)”)

[3] Comma 2 del citato articolo 13- bis del decreto – legge n. 148 del 2017

La ristrutturazione dei Palazzi scaligeri è realtà.

Con un mio emendamento presentato al Decreto Semplificazione, è arrivata la mirata velocizzazione delle procedure per ristrutturare i Palazzi scaligeri.

Un’occasione importante per recuperare un immobile che è parte integrante della storia di Verona.

Nella primavera del 2018 gli uffici di Presidenza e tutti gli uffici della Provincia di Verona sono stati trasferiti da Palazzo Scaligero, ubicato in via Santa Maria Antica (adiacente a Piazza dei Signori), di proprietà della Provincia stessa e sede anche della Prefettura, all’edificio di via Franceschine, anch’esso di proprietà della Provincia, dove da anni sono ubicati gli uffici tecnici provinciali.

Il trasferimento venne motivato dalla necessità di mettere a norma Palazzo Scaligero (impianti, sismicità, alcuni problemi al tetto).

Quando il nuovo Presidente della Provincia, più di un anno fa, espresse il desiderio e la volontà politica di far rientrare gli uffici nel Palazzo, forse il più bello, sicuramente il più importante storicamente della città – desiderio che ho condiviso subito essendo stato proprio in quei luoghi consigliere provinciale per tre mandati – ho pensato come avrei potuto sostenere questa scelta e consentire a Verona di “riappropriarsi” in concreto di questo patrimonio.

L’occasione è arrivata con la proposta del Governo di modificare, semplificando le procedure, il codice degli appalti al fine di favorire gli investimenti pubblici e gli appalti a sostegno della ripresa economica post Covid.

In particolare, la sollecitazione è arrivata da Giandomenico Allegri, che è stato consigliere provinciale e conosceva dettagliatamente il tema. La sua richiesta, quindi, è stata quella di proporre un emendamento in sede di conversione del Decreto Legge Semplificazioni al fine di accelerare le procedure di messa a norma degli edifici a pubblica destinazione.

Una proposta di carattere generale, come è giusto che sia, ma che a Verona significava recuperare un immobile di assoluto rilievo architettonico, storico e culturale.

L’emendamento presentato ha ricevuto un largo consenso e l’approvazione sia in Commissione che in aula ed è parte della Legge di conversione del Decreto.

Il risultato è chiaro: la nostra Provincia potrà avviare subito, senza intoppi e lentezze burocratiche, l’iter per la progettazione e la realizzazione dei lavori. Se prima della legge erano prevedibili dai 6 agli 8 anni o forse più, ora possiamo ragionevolmente ipotizzare 1 anno per le progettazioni e 2 anni per i lavori.

Verona potrà riavere il Suo Palazzo scaligero pienamente funzionante.

Perché voterò NO al referendum

Come tantissimi elettori del Partito Democratico, anche io voterò NO al referendum costituzionale.

È una scelta a difesa della dignità della politica e delle istituzioni. È arcinota la mia avversione al populismo demagogico che coinvolge le Istituzioni repubblicane, spesso con informazioni false. Lucrare il consenso sparando su tutto e tutti non fa bene al paese e mina la coesione sociale e la solidarietà nazionale di cui abbiamo bisogno.

Il referendum, però, mette in gioco anche altri principi.

Ridurre i parlamentari era anche una nostra proposta (e lo sarebbe ancora), ma nell’ambito del superamento del bicameralismo e nel quadro di una riforma del Paese che non ci sono state.

Con il taglio dei parlamentari le aree interne, le province più piccole e marginali rischiano di non avere più rappresentanti.

La riduzione, nell’attuale e persistente bicameralismo paritario, non velocizzerà il processo legislativo. La vigenza della Costituzione impostata sulle due Camere e quella dei Regolamenti di Camera e Senato non consentiranno la corrispondenza tra la riduzione e l’efficienza che serve.

Ancora più paradossale sarà la conseguenza relativa al rapporto diretto con i cittadini. Ampliare quel rapporto rende quasi impossibile per il parlamentare in carica di riuscire a mantenere le giuste relazioni con gli elettori. I Senatori e i Deputati del futuro li conosceremo sostanzialmente attraverso la televisione.

La riduzione, senza alcun contrappeso, acuirà le diseguaglianze sociali, perchè le fasce sociali deboli avranno meno rappresentanti.

La democrazia è fatta di rappresentanza che si alimenta se questa viene garantita e alimentata, non ridotta.

Per queste ragioni dirò NO.

Altri (tanti) soldi per i Comuni

Il Governo ha incrementato di 500 milioni di euro le risorse assegnate ai comuni per il 2021 per investimenti destinati ad opere pubbliche in materia di efficientamento energetico e di sviluppo territoriale sostenibile.

Tanto altro denaro per favorire gli investimenti pubblici a sostegno della crescita dell’Italia.

Le risorse si aggiungono ai 7 miliardi di euro che i Comuni riceveranno fino al 2034 in tranche da 500 milioni per anno. Per il 2021, quindi, saranno finanziati progetti per un miliardo di euro.

Sono interessati solo i lavori che  non siano già integralmente finanziati da altri soggetti e che siano aggiuntivi rispetto a quelli da avviare nella prima annualità dei programmi triennali già approvati. In soldoni, devono essere lavori totalmente nuovi.

Si tratta di contributi statali finalizzati esclusivamente per alcune opere pubbliche, in particolare per:

  • l’ efficientamento energetico, ivi compresi interventi volti all’efficientamento dell’illuminazione pubblica, al risparmio energetico degli edifici di proprietà pubblica e di edilizia residenziale pubblica, nonché all’installazione di impianti per la produzione di energia da fonti rinnovabili;
  • lo sviluppo territoriale sostenibile, ivi compresi interventi in materia di mobilità sostenibile, nonché interventi per l’adeguamento e la messa in sicurezza di scuole, edifici pubblici e patrimonio comunale e per l’abbattimento delle barriere architettoniche.

Sono due ambiti che consentono di aumentare la qualità della vita dei residenti.

I contributi saranno attribuiti ai comuni, sulla base della popolazione residente alla data del 1° gennaio 2018, come di seguito indicato: ai comuni con popolazione inferiore o uguale a 5.000 abitanti è assegnato un contributo pari ad euro 50.000; ai comuni con popolazione compresa tra 5.001 e 10.000 abitanti è assegnato un contributo pari ad euro 70.000; ai comuni con popolazione compresa tra 10.001 e 20.000 abitanti è assegnato un contributo pari ad euro 90.000; ai comuni con popolazione compresa tra 20.001 e 50.000 abitanti è assegnato un contributo pari ad euro 130.000; ai comuni con popolazione compresa tra 50.001 e 100.000 abitanti è assegnato un contributo pari ad euro 170.000; ai comuni con popolazione compresa tra 100.001 e 250.000 abitanti è assegnato un contributo pari ad euro 210.000; ai comuni con popolazione superiore a 250.000 abitanti è assegnato un contributo pari ad euro 250.000.

Il contributo ai comuni beneficiari sarà deciso entro il 15 ottobre prossimo.

Per i Comuni veronesi è una straordinaria occasione che, se unita alla deroga appena concessa al Codice degli appalti, potrà vedere i propri benefici a brevissimo, senza aspettare anni per la realizzazione delle opere.

Considerato che i benefici potrebbero andare anche oltre il Comune che realizza l’opera, servirebbe un disegno complessivo. L’efficientamento energetico e lo sviluppo sostenibile di un’opera supera i confini territoriali per gli impatti positivi sull’ambiente. Per questo potrebbe essere utile un coordinamento delle opere da realizzare, pur lasciando al Comune la scelta di fondo, ovviamente.

Immagino un piano provinciale, supportato economicamente dalla Regione Veneto, che metta a sistema i progetti, dia una mano laddove ci sono difficoltà e favorisca la realizzazione dei benefici.

Oltre alle rilevanti provviste finanziarie citate, abbiamo incrementato di altri 300 milioni di euro il fondo – che ha già una dotazione di 100 milioni – per il ristoro parziale dei comuni a fronte delle minori entrate derivanti dalla mancata riscossione dell’imposta di soggiorno. Una boccata di ossigeno per tutti i nostri Comuni turistici.

Una scelta di giustizia sociale

Dal 1° settembre abbiamo eliminato il superticket sanitario in tutta Italia, ovvero la quota variabile che pagavamo sulle prestazioni mediche.

Abbiamo cancellato un doloroso balzello per le tasche degli italiani che accentuava le differenze regionali.

Come tutti sanno, per ogni ricetta medica, i cittadini, tranne gli esenti, pagano un  ticket che varia a seconda del valore della prestazione (quasi ovunque è pari a 36.15€, al massimo è di 45 euro) ed è diverso da regione a regione.

A questa quota si applicava il superticket sanitario, introdotto nel 2011, ovvero un’aggiunta di  10 euro (definito a livello forfettario).

Ogni regione poi ha avuto la facoltà di applicarlo in modo differente.

Eliminare il superticket sarà un vantaggio per tutti.

L’introduzione del superticket ha portato nel 2012 a un calo del 17,2% delle prestazioni erogate dal Sistema Sanitario Nazionale. Una parte di queste prestazioni è stata assorbita dal settore privato (che negli anni è diventato sempre più competitivo), ma una parte, purtroppo, corrisponde alla rinuncia dei cittadini.

Già nel 2018 avevamo stanziato un fondo pari a 60 miliardi che insieme agli sforzi delle singole regioni ha permesso via via di ridurre l’importo. Dal primo settembre, decisione assunta dal Governo, è stato eliminato completamente e per tutti, appianando così anche le forti disparità regionali.

Prima la salute.

Allagamenti, serve un altro passo.

Ogni volta che a Verona piove un po’ più del solito, nei soliti luoghi si determinano i soliti problemi.

Sembra uno scioglilingua, ma, purtroppo non è così.

Tralascio le considerazioni sugli effetti dei cambiamenti climatici, come pure di parlare di coloro, presenti numerosi tra le schiere di chi governa Verona ed il Veneto che negano questa semplicissima constatazione, per concentrarmi su cosa dovrebbe essere fatto.

Innanzitutto, permettetemi di esprimere vicinanza a tutti coloro che ad ogni allagamento subiscono danni alle cantine, ai garage, alle auto sommerse fino ai finestrini, alle attività economiche.

Questi veronesi non hanno fatto nulla di male ed abitano nel posto giusto. Il problema è che chi ci governa da tempo non risolve i nodi che causano questi allagamenti e passa l’idea dell’ineluttabilità della cosa.

Lo dico agli amministratori: non serve andare sul posto con la giacca della Protezione civile, spalare il fango se prima non hai fatto il proprio dovere. Puoi farlo la prima volta, ma se la cosa si ripete anche dopo e poi ancora, allora vuol dire che non è stato fatto nulla.

E’ vero che la quantità di pioggia è anomala, ma è altrettanto vero che si tratta dei soliti luoghi e l’esperienza dovrebbe aver insegnato che occorrono soluzioni diverse da quelle prospettate e fallite.

Non so come dirlo, ma quando leggo che sono stati fatti lavori per milioni di euro e gli allagamenti persistono comunque, non viene il dubbio che qualcuno dovrà risponderne?

Allora, caro Sindaco, senza nessuna polemica e senza offendere nessuno, credo sia doveroso avviare un confronto ben oltre le mura di Verona per coinvolgere intelligenze ed esperienze che in città non esistono al momento per capire come risolvere il tema.

In questo confronto, poi, vanno pienamente coinvolti i residenti delle zone interessate affinché anche loro possano partecipare e comprendere che le Istituzioni sono vive, che si occupano della cosa e non che vi vedano solo quando tutto è accaduto.

Io penso che su un’azione del genere, tutti i gruppi politici saranno pronti a dare una mano.

 

 

Autostrade per l’Italia, la soluzione c’è.

Il Governo ha approvato una proposta di soluzione per la vicenda concernente le concessioni autostradali attualmente gestite da Autostrada per l’Italia, in particolare a seguito del crollo del Ponte Morandi di Genova.

Nel corso del Consiglio dei Ministri del 14 luglio scorso ASPI ha fatto pervenire due proposte transattive, riguardanti, rispettivamente, un nuovo assetto societario e nuovi contenuti per la definizione transattiva della controversia.

In merito, il Consiglio dei ministri ha ritenuto di avviare l’iter previsto dalla legge per la formale definizione della transazione.

Nel dettaglio, la proposta prevede specifici punti qualificanti riguardo alla transazione e al futuro assetto societario del concessionario, ovvero:

  • misure compensative ad esclusivo carico di ASPI per il complessivo importo di 3,4 miliardi di euro;
  • riscrittura delle clausole della convenzione al fine di adeguarle all’articolo 35 del decreto-legge 30 dicembre 2019, n. 162 (decreto “Milleproroghe”), convertito con modificazioni dalla legge 28 febbraio 2020, n. 8;
  • rafforzamento del sistema dei controlli a carico del concessionario;
  • aumento delle sanzioni anche in caso di lievi violazioni da parte del concessionario;
  • rinuncia a tutti i giudizi promossi in relazione alle attività di ricostruzione del ponte Morandi, al sistema tariffario, compresi i giudizi promossi avverso le delibere dell’Autorità di regolazione dei trasporti (ART) e i ricorsi per contestare la legittimità dell’articolo 35 del decreto-legge 30 dicembre 2019, n. 162;
  • accettazione della disciplina tariffaria introdotta dall’ART con una significativa moderazione della dinamica tariffaria.

Inoltre, in vista della realizzazione di un rilevantissimo piano di manutenzione e investimenti, contenuto nella stessa proposta transattiva, Atlantia (proprietaria dell’88% di ASPI) e Autostrade per l’Italia si sono impegnate a garantire:

  • l’immediato passaggio del controllo di Aspi a un soggetto a partecipazione statale (Cassa depositi e prestiti – CDP), attraverso:
  1. a) la sottoscrizione di un aumento di capitale riservato da parte di CDP;
  2. b) l’acquisto di quote partecipative da parte di investitori istituzionali;
  • la cessione diretta di azioni Aspi a investitori istituzionali di gradimento di CDP, con l’impegno da parte di Atlantia a non destinare in alcun modo tali risorse alla distribuzione di dividendi;
  • la scissione proporzionale di Atlantia, con l’uscita di Aspi dal perimetro di Atlantia e la contestuale quotazione di Aspi in Borsa. Gli azionisti di Atlantia valuteranno la smobilizzazione delle quote di Aspi, con conseguente aumento del flottante. In alternativa, Atlantia ha offerto la disponibilità a cedere direttamente l’intera partecipazione in Aspi, pari all’88%, a Cdp e a investitori istituzionali di suo gradimento.

Adesso, deve essere definito con esattezza il valore di ASPI ed a questo proposito dovrà essere valutato il nuovo Piano economico finanziario che ASPI fornirà al Ministero dei trasporti.

Per il prossimo 27 luglio dovranno essere definiti i termini del Memorandum of understanding che costituirà l’avvio ufficiale dell’operazione. L’accordo dovrà essere condiviso da Cdp, Atlantia  Sintonia e dovrà tracciare il percorso dei prossimi mesi.

A conclusione dei previsti passaggi tecnici e formali nel mercato delle concessioni autostradali sarà presente un nuovo soggetto giuridico quotato in borsa, con una presenza pubblica pari a circa un terzo del capitale, partecipato da qualificati investitori finanziari e con un elevato flottante in grado di attrarre investimenti di lungo periodo.

Il Piano regionale dei trasporti per Verona è pieno di bufale

La Regione Veneto ha, finalmente, redatto il Piano Regionale dei trasporti. L’ho accolto con favore, seppure con grave ritardo, perché si tratta di uno strumento di programmazione importante in grado di consentire la pianificazione delle attività relative alla mobilità sul territorio.

Ma l’interesse iniziale è stato smorzato dopo aver letto alcune delle previsioni in esso inserite. Per Verona è zeppo di errori marchiani e bufale che inficiano la complessità del lavoro che è stato fatto.

Cominciamo dalla promessa di realizzare il collegamento ferroviario che dall’aeroporto andrebbe verso il Lago.

Pochi giorni fa Verona aveva la possibilità concreta di ottenere finalmente il finanziamento per la realizzazione della metropolitana di superficie tra la stazione di Porta Nuova e l’Aeroporto Catullo, ma a causa della Regione Veneto ha perso una grande occasione.

Infatti, nell’ambito del Decreto Olimpiadi Milano-Cortina 2026, con il quale è stato stabilito l’elenco delle opere da realizzare entro il 2025, la Regione Veneto, pur avendo indicato quel collegamento tra le opere da costruire, al momento di imprimere sulla medesima la prevista e necessaria priorità, non l’ha fatto, privilegiando altre opere che insistono nella provincia di Belluno che sono state poi inserite tra quelle da realizzare.

Il finanziamento, quindi, è andato perso. Non capisco la sottovalutazione della Regione Veneto che ha preferito optare per una soluzione diversa, quale il collegamento tra Verona Porta Nuova, l’Aeroporto e l’area del Lago di Garda. Si tratta di una soluzione suggestiva, certamente più impegnativa finanziariamente, ma che, di fatto, si potrà vedere tra chissà quanti anni rispetto a quanto avremmo potuto già ottenere.

Che dire, poi, dell’elettrificazione della tratta ferroviaria Cerea/Isola della Scala (linea Verona-Rovigo) sulla quale la Regione chiede uno studio di fattibilità. Ancora? L’unica cosa da fare è chiedere la priorità nell’ambito del Contratto di Programma di Rete Ferroviaria Italiana. Perché non l’ha fatto?

Sull’autostrada Tirreno/Brennero, alyra previsione contenuta nel Piano, si continua a vendere fumo, ma tutti hanno capito che si tratta di un collegamento, pur importante, ma al momento senza alcuna possibilità realistica di realizzazione.

Stendo un velo pietoso sulla variante alla strada Grezzanella (Verona/Villafranca). Dopo 20 anni di gestione e di nulla, la Regione l’ha restituita all’ANAS e adesso dice che sarà realizzata a breve. Una bufala!

L’unica nota di interesse è legata all’intervento del Governo Conte.

Infatti, la Regione Veneto riceverà da Roma ben 187.733.025 milioni di euro da quest’anno fino al 2033 per il rinnovo del materiale rotabile del trasporto pubblico locale. Si tratta di risorse certe e di carattere strutturale che consentono di pianificare gli interventi pluriennali necessari per migliorare la qualità del trasporto pubblico locale.

A questi si aggiungono altri 54.284.334 milioni di euro di finanziamenti assegnati complessivamente alle sette città venete nell’ambito di quanto previsto nel Piano Strategico Nazionale della Mobilità sostenibile che include sia i fondi per i Comuni capoluogo ad alto inquinamento da PM10 e biossido di azoto sia quelli dedicati specificatamente al rinnovo del materiale in questione.

E’ un peccato che un lavoro utile e complesso come il Piano regionale dei trasporti sia infarcito di simili previsioni che sono più il frutto della propaganda che di impegni con convinzione e seriamente portati avanti dalla Regione.

Pioggia di milioni su Verona

Il Ministero dei Trasporti e delle Infrastrutture ha destinato a Verona 27. 602.471 milioni di euro nel periodo temporale dal 2019 al 2033.

Le rilevanti risorse dovranno essere impegnate per il rinnovo del materiale rotabile del trasporto pubblico locale, la manutenzione della rete viaria provinciale nonché la progettazione e realizzazione delle ciclovie urbane.

Si tratta di ricorse certe e di carattere strutturale che consentono di pianificare gli interventi pluriennali necessari per migliorare la qualità del trasporto pubblico locale.

Per il rinnovo del materiale rotabile del trasporto pubblico locale, Verona riceverà 9.914.852 euro nell’arco temporale previsto.

I finanziamenti sono stati assegnati nell’ambito di quanto previsto nel Piano Strategico Nazionale della Mobilità sostenibile che include sia i fondi per i Comuni capoluogo ad alto inquinamento da PM10 e biossido di azoto sia quelli dedicati specificatamente al rinnovo del materiale in questione.

Si tratta di un Piano voluto dal Governo Renzi che impegnava 2,2 miliardi euro per l’acquisto di autobus ad alimentazione alternativa e relative infrastrutture.

Per la manutenzione della rete viaria, Verona riceverà 16.772.282 euro. Sono finanziamenti relativi ai programmi straordinari di manutenzione della rete viaria.

Infine, per la progettazione e la realizzazione di ciclostazioni e di interventi concernenti la sicurezza della circolazione ciclistica cittadina, Verona riceverà 915.337 euro entro il 2021. Purtroppo, non riceveremo la premialità prevista nel caso fosse stato approvato il Piano Urbano della Mobilità Sostenibile, perché Verona non l’ha ancora adottato. Un premio di circa 250mila euro in più che perdiamo, a differenza di Padova che lo riceverà.

Misure in materia di lavoro

Le misure a sostegno del lavoro contenute nel decreto Rilancio riguardano, principalmente, la proroga degli ammortizzatori sociali e delle indennità spettanti ad alcune categorie di lavoratori, introdotti a seguito della sospensione o riduzione dell’attività lavorativa in conseguenza dell’emergenza epidemiologica; l’incremento di specifiche misure a sostegno della genitorialità; la semplificazione del contratto a termine; l’estensione del divieto di licenziamento collettivo e individuale per giustificato motivo oggettivo; la promozione del lavoro agile.

Per quanto concerne gli ammortizzatori sociali, il Decreto dispone:

l’aumento della durata massima della cassa integrazione ordinaria e in deroga e dell’assegno ordinario (da nove) a diciotto settimane – di cui quattordici fruibili, ricorrendo determinate condizioni, per periodi decorrenti dal 23 febbraio al 31 agosto 2020 e quattro dal 1° settembre al 31 ottobre 2020 – estendendola anche ai lavoratori che risultano alle dipendenze dei datori di lavoro richiedenti la prestazione alla data del 25 marzo 2020;
il riconoscimento della cassa integrazione in favore degli operai agricoli;
ad eccezione di determinate fattispecie relative alle aziende multilocalizzate, l’attribuzione della concessione della CIG in deroga viene trasferita dalle regioni all’INPS;
la previsione, per i lavoratori dipendenti iscritti al Fondo Pensione Sportivi Professionisti con retribuzione annua lorda non superiore a 50.000 euro, di accedere alla CIG in deroga per un periodo massimo di nove settimane;
la proroga di due mesi della fruizione delle indennità di disoccupazione NASpI e DIS-COLL che terminano nel periodo compreso tra il 1° marzo 2020 e il 30 aprile 2020 (art. 92);
la proroga a tutto il 2020 della mobilità in deroga per i lavoratori che abbiano cessato il trattamento di integrazione salariale in deroga per il periodo 1° dicembre 2017 – 31 dicembre 2018 e che non hanno diritto alla fruizione della NASpI (art. 87);
la proroga per i mesi di aprile e maggio le indennità già riconosciute per il mese di marzo in favore di determinate categorie di lavoratori dal decreto cura Italia e ne introduce di nuove. Le suddette indennità sono riconosciute:
ai liberi professionisti titolari di partita IVA iscritti alla Gestione separata INPS e di titolari di rapporti di collaborazione coordinata e continuativa, iscritti alla medesima Gestione (600 euro per aprile e – se vi è una riduzione di almeno il 33% del reddito del secondo bimestre 2020 rispetto al reddito del secondo bimestre 2019 – 1.000 euro per maggio;
ai titolari di rapporti di collaborazione coordinata e continuativa, iscritti alla Gestione (600 euro per aprile e 1.000 per maggio);
ai lavoratori autonomi iscritti alle gestioni speciali dell’INPS (relative agli artigiani, agli esercenti attività commerciali ed ai coltivatori diretti, mezzadri, coloni e imprenditori agricoli professionali) (600 euro per aprile);
ai lavoratori dipendenti stagionali del settore turismo e degli stabilimenti termali, nonché ai lavoratori in somministrazione impiegati presso imprese utilizzatrici operanti nel settore del turismo e degli stabilimenti termali, che abbiano cessato involontariamente il rapporto di lavoro nel periodo compreso tra il 1° gennaio 2019 e il 17 marzo 2020 (600 euro per aprile e 1.000 per maggio);
agli operai agricoli a tempo determinato che nel 2019 hanno svolto almeno 50 giornate effettive di attività di lavoro agricolo (500 euro per aprile);
ai professionisti iscritti agli enti di diritto privato di previdenza obbligatoria (600 euro per ciascuno dei mesi di aprile e maggio);
ai lavoratori iscritti al Fondo pensione lavoratori dello spettacolo che abbiano almeno 30 contributi giornalieri versati nel 2019 da cui derivi un reddito non superiore a 50.000 euro, o almeno 7 contributi giornalieri versati nel 2019 da cui deriva un reddito non superiore ai 35.000 (600 euro per ciascuno dei mesi di aprile e maggio). Come disposto nel corso dell’esame in V Commissione, per i lavoratori intermittenti è corrisposta la sola indennità prevista dall’art. 84, co. 8, lett. b)) per tale categoria di lavoratori;
ai lavoratori dipendenti stagionali appartenenti a settori diversi da quelli del turismo e degli stabilimenti termali che hanno cessato involontariamente il rapporto di lavoro nel periodo compreso tra il 1° gennaio 2019 e il 31 gennaio 2020 e che abbiano svolto la prestazione lavorativa per almeno trenta giornate nel medesimo periodo (600 euro per ciascuno dei mesi di aprile e maggio);
ai lavoratori intermittenti che abbiano svolto la prestazione lavorativa per almeno trenta giornate nel periodo compreso tra il 1° gennaio 2019 e il 31 gennaio 2020 (600 euro per ciascuno dei mesi di aprile e maggio);
ai lavoratori autonomi, privi di partita IVA, iscritti alla Gestione separata al 23 febbraio 2020 (600 euro per ciascuno dei mesi di aprile e maggio);
agli incaricati alle vendite a domicilio, titolari di partita iva e iscritti alla Gestione separata al 23 febbraio 2020 (600 euro per ciascuno dei mesi di aprile e maggio);
ai lavoratori domestici che abbiano in essere, alla data del 23 febbraio 2020, uno o più contratti di lavoro per una durata complessiva superiore a 10 ore settimanali (500 euro per ciascuno dei mesi di aprile e maggio);
ai titolari di rapporti di collaborazione presso federazioni sportive nazionali, enti di promozione sportiva, società e associazioni sportive dilettantistiche, erogata dalla società Sport e salute S.p.A. (600 euro per ciascuno dei mesi di aprile e maggio);
ai lavoratori frontalieri residenti in Italia, a determinate condizioni e nel limite di spesa autorizzato di 6 mln di euro per il 2020 (art. 103-bis, introdotto nel corso dell’esame in V Commissione).

In merito ai congedi parentali e a quelli retribuiti per assistenza a familiari disabili:

viene aumentata (da 15) a 30 giorni la durata massima del congedo parentale introdotto in favore dei genitori lavoratori a causa della sospensione delle attività scolastiche, fruibile per figli fino a 12 anni e fino al 31 agosto 2020 (come disposto nel corso dell’esame in V Commissione, in luogo del 31 luglio 2020 attualmente previsto);
si prevede che del congedo non retribuito riconosciuto ai genitori dipendenti privati per la chiusura delle scuole si possa fruire in presenza di figli minori di 16 anni;
viene incremento da 600 a 1.200 euro l’importo massimo complessivo del voucherbabysitting riconosciuto in alternativa al suddetto congedo (per i dipendenti del settore sanitario l’aumento è da 1.000 a 2.000 euro), prevedendo che lo stesso voucher possa essere utilizzato anche per l’iscrizione ai centri estivi e ai servizi educativi all’infanzia;
si incrementa di ulteriori complessivi dodici giorni, usufruibili nei mesi di maggio e giugno 2020, il numero di giorni di permesso retribuito riconosciuto per l’assistenza di familiari disabili.

Alcune disposizioni disciplinano l’organizzazione del lavoro agile, in particolare:

per il settore privato, si dispone che, fino al 31 dicembre 2020, la suddetta modalità di svolgimento dell’attività lavorativa possa essere applicata dai datori di lavoro privati ad ogni rapporto di lavoro subordinato anche in assenza degli accordi individuali previsti dalla normativa vigente e si introduce un diritto allo svolgimento del lavoro in modalità agile in favore dei genitori di figli minori di anni 14, nonché, come precisato nel corso dell’esame in V commissione, dei lavoratori maggiormente esposti al rischio di contagio Covid-19;
per il settore pubblico, in seguito a modifiche introdotte nel corso dell’esame in V Commissione, si dispone che fino al 31 dicembre 2020, in deroga alla disposizione secondo cui la presenza del personale nella PA è limitata agli atti indifferibili e non altrimenti eseguibili, le pubbliche amministrazioni organizzano il lavoro dei propri dipendenti e l’erogazione dei servizi attraverso la flessibilità dell’orario di lavoro, applicando il lavoro agile al 50% del personale impiegato nelle attività che possono essere svolte in tale modalità.