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Bollette più care: mercato e ambiente

Il prezzo della produzione e della distribuzione dell’energia elettrica è formato dal prezzo delle materie prime e da quello dei permessi.

L’attuale aumento del costo dell’energia è la conseguenza dell’ aumento del costo del gas naturale – da gennaio il prezzo è salito da 16 a 75 euro/MW – causato da diversi fattori: la ripresa economica, l’inverno particolarmente freddo nel Nord Europa e la forte domanda di gas da parte della Cina. Gli incrementi, quindi, sono frutto di tensioni sui mercati delle materie prime.

Inoltre, il costo dei permessi di emissione della CO2 è salito da circa 30 euro/tonnellata di CO2 a 60 euro.

Ovviamente, i rincari si sono trasferiti sui prezzi dell’energia elettrica e del riscaldamento che per l’80 per cento sono legati agli aumenti del gas naturale (il restante 20 per cento è legato al rincaro dei permessi di emissione), ovvero sui consumatori finali.

Normalmente, i prezzi delle materie prime sono fortemente influenzati dalla domanda che c’è sui mercati. Questa è cresciuta molto negli ultimi mesi in ragione della ripresa economica in atto. Ma il prezzo è anche condizionato dalle riserve disponibili. Ebbene, per il gas naturale le riserve disponibili si sono ridotte di molto, sia perché l’inverno è stato più lungo e ha richiesto più consumi, sia perché la Russia, che è il principale esportatore, ha rallentato le forniture verso l’Europa e le ha aumentate verso la Cina.

Quindi, mentre per il gas naturale l’aumento è stato dettato dal mercato, per il prezzo dei permessi di emissione della CO2 l’aumento è una conseguenza voluta. Infatti, la tassazione della CO2 è il principale mezzo per contrastare il riscaldamento globale. Aumentando i prezzi della CO2 e quindi dell’energia, si mira a ridurre i consumi di energia e riorientare le scelte di consumo e investimento verso le fonti rinnovabili.

Ciò significa che mentre il peso della ripresa economica e dalla scarsità del gas naturale potrebbe essere transitorio, i prezzi delle emissioni di CO2 resteranno comunque più elevati rispetto al passato.

Nel breve periodo, pertanto, è necessario intervenire per calmierare i prezzi, ma serve una certa cautela. Infatti, quando la ripresa economica si asseterà e la scarsità di gas sarà recuperata, i costi dell’energia potranno comunque restare più alti di adesso per via delle scelte da fare sui permessi per le emissioni in ragione del fatto che il contrasto al riscaldamento globale passa attraverso gli aumenti dei prezzi dell’energia dovute anche ai permessi.

Qui sorge il tema del peso dei prezzi delle bollette sulle famiglie a basso reddito a causa del minor reddito disponibile. Se non si risolve questo nodo, sarà difficile favorire le politiche per il cambiamento climatico, perché le pagherebbero i più poveri.

Ecco perché la scelta del Governo è stata quella di ridurre il peso del fisco sulla bolletta in ragione del criterio ISEE. Chi meno ha, meno paga e la cosa curiosa è che i soldi che serviranno per “abbassare” le bollette deriveranno proprio dal gettito generato dai permessi di emissione della CO2. Ad oggi, l’Italia ha già incassato circa 2,6 miliardi di euro, ovvero più del  doppio rispetto agli ultimi anni.

Il pensionamento. Il peso della spesa e perché.

Alla fine di quest’anno terminerà la sperimentazione triennale (2019-2021) decisa dal Governo Conte I cd. “Quota 100”, ovvero la riduzione temporanea dei requisiti previsti per la pensione a 62 anni di età e 38 anni di contributi.

Dal primo gennaio 2022 si tornerà ai criteri stabiliti nella legge Fornero, quindi, pensione di vecchiaia a 67 anni.

Pertanto, l’Italia avrebbe requisiti superiori rispetto alle medie dei paesi sviluppati che è di 64,3 anni per gli uomini e 63,5 anni per le donne.

Sembra una cifra enorme, ma in realtà sarebbe giustificata dal fatto che l’Italia è il quinto paese al mondo nella speciale classifica dell’aspettativa di vita: 85,4 anni per le donne e 81 anni per gli uomini.

In ogni caso, però, va detto che l’età effettiva di pensionamento è diversa dall’età di pensionamento stabilita per legge in virtù di agevolazioni o scivoli che sono stati decisi nel tempo, come, appunto, Quota 100.

Per fare un esempio, nonostante la pensione di vecchiaia fosse a 67 anni, nel quinquennio 2013-2018, l’età di pensionamento effettiva è stata di 63,3 anni per gli uomini e di 61,5 anni per le donne contro una media dei paesi sviluppati di 65,4 e 63,7 anni.

Quindi, sebbene l’età per l’accesso alla pensione di vecchiaia italiana è progressivamente aumentata sia con la riforma Fornero sia per gli adeguamenti alla speranza di vita, l’età effettiva di pensionamento si è sempre attestata su valori più bassi.

Facendo un confronto con altri Paesi, emerge che la durata del pensionamento, ovvero il numero di anni durante il quale un anziano si aspetta di percepire il pagamento della pensione, è pari a 20,7 per gli uomini e 25,7 per le donne, contro una media tra i paesi sviluppati di 17,8 anni per gli uomini e 22,5 per le donne, quindi circa 3 anni di pensione in più rispetto agli altri paesi.

Cosa vuol dire questo? Che il nostro sistema pensionistico pesa molto sulla spesa pubblica perché in media gli italiani terminano la loro carriera lavorativa in anticipo e percepiscono la pensione per un numero maggiore di anni.

Processo Civile e Penale

Abbiamo approvato la riforma del processo civile e di quello penale.

Le nuove disposizioni sono riconducibili a una serie di diverse finalità, tra le quali è preminente l’esigenza di accelerare il processo penale anche attraverso una sua deflazione e la sua digitalizzazione.

Le misure sono rivolte al potenziamento delle garanzie difensive e della tutela della vittima del reato. Una innovativa disciplina concerne la ragionevole durata del giudizio di impugnazione, del quale è prevista l’improcedibilità in caso di eccessiva durata.

Qui troverai una scheda dettagliataSCHEDA RIFORMA DELLA GIUSTIZIA
sulle principali novità

Covid, le regole per i lavoratori

Per il periodo 15 ottobre 2021-31 dicembre 20211 è stato disposto l’obbligo di possesso – e di esibizione su richiesta – di un certificato verde COVID-19 (in corso di validità) ai fini dell’accesso ai luoghi di lavoro – in cui si svolga l’attività del medesimo soggetto – sia nel settore lavorativo pubblico sia nel settore lavorativo privato.

L’obbligo vale per tutti  i dipendenti pubblici e gli altri soggetti che svolgano, a qualsiasi titolo, la propria attività lavorativa o di formazione o di volontariato presso le amministrazioni pubbliche, anche sulla base di contratti esterni ed i lavoratori (ivi compresi i suddetti soggetti in formazione o volontari) operanti nel settore privato

Le disposizioni per il settore pubblico e per quello privato sono in larghissima parte identiche; una delle differenze riguarda  la possibilità, prevista per le imprese private aventi meno di quindici dipendenti, nel rispetto di determinati limiti e condizioni, di sostituire provvisoriamente i lavoratori che non possono svolgere la prestazione in quanto inadempienti all’obbligo di possesso – o di esibizione su richiesta – di un certificato verde COVID-19.

Sia nel settore lavorativo pubblico sia in quello privato viene prevista l’esenzione dalla condizione suddetta (ai fini dell’accesso ai luoghi di lavoro) del possesso del certificato verde COVID-19 per i soggetti per i quali un’idonea certificazione medica attesti una controindicazione relativa alla vaccinazione contro il COVID-19.

Per l’ipotesi di accesso nei luoghi di lavoro in mancanza delle condizioni summenzionate e per l’inadempimento dei due obblighi suddetti a carico del datore di lavoro sono previste sanzioni amministrative pecuniarie.

Saranno i datori di lavoro, pubblici e privati, a definire – entro il 15 ottobre 2021 – le modalità operative per l’organizzazione delle verifiche – anche a campione – del rispetto della condizione di accesso summenzionata nonché l’obbligo di svolgimento delle medesime verifiche. Le sanzioni saranno comminate dal Prefetto che riceverà la comunicazione da parte dei datori di lavoro.

Nei casi in cui un lavoratore (non esente) comunichi di non essere in possesso della certificazione verde COVID-19 o risulti privo della medesima certificazione al momento dell’accesso al luogo di lavoro, l’interessato sarà dichiarato assente ingiustificato fino alla presentazione della suddetta certificazione e comunque non oltre il 31 dicembre 2021, con la conseguente sospensione della retribuzione o degli altri compensi o emolumenti previsti.

Viene comunque escluso che le suddette assenze diano luogo a conseguenze disciplinari – mentre l’ipotesi di accesso al luogo di lavoro in mancanza delle condizioni in esame può dar luogo a sanzioni disciplinari, secondo i relativi regimi – e viene fatto salvo – per i casi di assenze medesime – il diritto alla conservazione del rapporto di lavoro.

Per le imprese private con meno di quindici dipendenti, dopo il quinto giorno di assenza ingiustificata, il datore di lavoro può sospendere il lavoratore – a prescindere dalla successiva generazione di un certificato verde COVID-19 e fermi restando, in ogni caso, l’esclusione di sanzioni disciplinari e il diritto alla conservazione del posto di lavoro – per la durata corrispondente a quella del contratto di lavoro stipulato per la sostituzione, comunque per un periodo non superiore a dieci giorni, rinnovabili per una sola volta, e non oltre il suddetto termine del 31 dicembre 2021.

Ridurre il consumo di plastica

In Parlamento stiamo recependo una direttiva dell’Unione Europea sulla riduzione dell’incidenza di determinati prodotti di plastica sull’ambiente.

Gli obiettivi principali sono prevenire e ridurre l’incidenza di determinati prodotti di plastica sull’ambiente, in particolare l’ambiente acquatico, e sulla salute umana, nonché promuovere la transizione verso un’economia circolare con modelli imprenditoriali, prodotti e materiali innovativi e sostenibili, contribuendo in tal modo al corretto funzionamento del mercato interno.

Le materie plastiche sono tra le componenti principali dei rifiuti marini, stimate a rappresentare fino all’85% dei rifiuti marini trovati lungo le coste, sulla superficie del mare e sul fondo dell’oceano e si stima che vengano prodotte annualmente, a livello mondiale, 300 milioni di tonnellate di materie plastiche, di cui almeno 8 milioni di tonnellate si perdono in mare ogni anno.

L’importantissimo provvedimento prevede specifici principi e criteri direttivi, quali:

  1. garantire una riduzione duratura del consumo dei prodotti monouso e promuovere la transizione verso un’economia circolare con modelli imprenditoriali, prodotti e materiali innovativi e sostenibili;
  2. incoraggiare l’uso di prodotti sostenibili e riutilizzabili, alternativi a quelli monouso;
  3. ove non sia possibile l’uso di alternative riutilizzabili ai prodotti di plastica monouso destinati ad entrare in contatto con alimenti, prevedere la graduale restrizione all’immissione nel mercato dei medesimi consentendone l’immissione nel mercato qualora realizzati in plastica biodegradabile e compostabile;
  4. adottare misure volte a informare e sensibilizzare i consumatori e a incentivarli ad assumere un comportamento responsabile al fine di ridurre la dispersione dei rifiuti;
  5. includere i bicchieri di plastica tra i prodotti monouso;
  6. introdurre una disciplina sanzionatoria effettiva, proporzionata e dissuasiva per le violazioni dei divieti e delle altre disposizioni di attuazione della medesima direttiva, devolvendo i proventi delle sanzioni agli enti di appartenenza dei soggetti che procedono all’accertamento e alla contestazione delle violazioni e destinando detti proventi, all’interno del bilancio di tali enti, al potenziamento delle attività di controllo e di accertamento delle violazioni di cui alla presente lettera.

Per promuovere l’acquisto e l’utilizzo di materiali e prodotti alternativi a quelli in plastica monouso, è riconosciuto un contributo, sotto forma di credito d’imposta a tutte le imprese che provvedono all’acquisto e all’utilizzo di prodotti che sono riutilizzabili o realizzati in materiale biodegradabile o compostabile.

Una decisione importante che inciderà sulle nostre abitudini, nella consapevolezza che non ci sono alternative possibili, visti i danni che la plastica sta producendo all’ambiente e alla nostra qualità della vita.

La tassazione sulle multinazionali

Finalmente, è stato siglato da 132 paesi un accordo preliminare per una tassa minima globale sulle multinazionali

La tassa minima globale (global minimum tax, GMT) dovrà essere almeno del 15 per cento e si applicherà a tutte le imprese multinazionali con almeno 750 milioni di euro di ricavi che sarà una base imponibile omogenea tra i vari paesi.

Mi spiego meglio: poniamo che Apple paghi in Irlanda invece che negli Stati Uniti (che è il paese della casa madre) le imposte su profitti per 10 miliardi a un’aliquota del 12,5 per cento, il fisco americano preleverebbe da Apple 250 milioni (ovvero il 2,5 per cento di 10 miliardi) in aggiunta alla normale imposizione domestica, portando l’imposizione totale sui profitti di Apple almeno al 15 per cento, come prevede l’accordo sottoscritto.

In questo modo, la tassazione raggiunge le multinazionali ovunque siano, anche nei paesi che non hanno sottoscritto l’accordo e che hanno aliquote inferiori al 15 per cento.

L’accordo prevede anche che se la casa madre di una multinazionale si trovasse in un paese che applica un’aliquota inferiore al 15%, gli Stati che hanno sottoscritto l’intesa potranno tassare le sedi locali della multinazionale fino al raggiungimento di quella percentuale.

In questo modo, grazie al meccanismo che è stato individuato, l’imposizione sarebbe sempre del 15% ed in più eliminerebbe la competizione fiscale sleale tra paesi.

Considerato che la maggior parte delle case madri delle multinazionali sono negli Stati Uniti, sarà questo il Paese che dovrà recuperare le imposte non pagate grazie ad aliquote basse e poi ripartirle geograficamente ad altri paesi.

Per fare un esempio, una multinazionale americana che genera più profitti in Europa che negli USA, dove dovrebbe pagare le tasse? L’accordo prevede i profitti saranno ripartiti tra paesi sulla base della geografia delle vendite e dell’utilizzo dei prodotti (ad es. per i servizi digitali venduti online) di ciascuna multinazionale.

All’accordo mancano ancora importanti dettagli, ma l’idea di fondo è apprezzabile.

Programma innovativo della qualità dell’abitare

Ho presentato una proposta di legge sul tema del diritto alla casa ed in particolare nel comparto dell’edilizia sociale pubblica a favore delle persone e delle famiglie meno abbienti. Ne ho parlato qui https://www.vincenzodarienzo.it/ridurre-il-disagio-abitativo-dei-nuclei-familiari-svantaggiati/

Con questa nota, elenco il programma sulle politiche abitative finanziato dal Piano Nazionale Ripresa e Resilienza.

L’intervento è gestito dal Ministero delle infrastrutture e della mobilità sostenibili ed è finalizzato alla realizzazione di nuove strutture di edilizia residenziale pubblica, per ridurre le difficoltà abitative, con particolare riferimento al patrimonio pubblico esistente, e alla riqualificazione delle aree degradate, puntando principalmente sull’innovazione verde e sulla sostenibilità.

Risorse disponibili

2,8 miliardi di euro in prestiti, così distribuiti.

Quanto alla prima linea di intervento:

  • 100 nel 2022
  • 200 nel 2023
  • 300 nel 2024
  • 300 nel 2025
  • 500 nel 2026

Quanto alla seconda linea di intervento:

  • 200 nel 2022
  • 100 nel 2023
  • 300 nel 2024
  • 400 nel 2025
  • 400 nel 2026

L’investimento si articola in due linee di interventi, da realizzare senza consumo di nuovo suolo:

  • riqualificazione e aumento dell’housing sociale,
  • ristrutturazione e rigenerazione della qualità urbana,
  • miglioramento dell’accessibilità e della sicurezza,
  • mitigazione della carenza abitativa e aumento della qualità ambientale migliorando la resilienza ai cambiamenti climatici anche mediante interventi che hanno un impatto sull’addensamento urbano; utilizzo di modelli e strumenti innovativi per la gestione, l’inclusione e il benessere urbano nonché di processi partecipativi;
  • interventi sull’edilizia residenziale pubblica.

La selezione delle proposte di finanziamento avverrà attraverso indicatori volti a valutare l’impatto ambientale, sociale, culturale, urbano-territoriale, economico-finanziario e tecnologico-processuale dei progetti.

Entro il primo trimestre del 2022 (traguardo) devono essere firmate le convenzioni per la riqualificazione e l’incremento dell’edilizia sociale da parte di almeno 15 regioni e province autonome (compresi comuni e/o città metropolitane situati in tali territori).

Entro il primo trimestre del 2026 (obiettivo) deve essere assicurato un sostegno a 10.000 unità abitative (in termini sia di costruzione che di riqualificazione), con interventi che coprano almeno 800.000 metri quadrati di spazi pubblici.

Fondo complementare PNRR

Le risorse del Piano nazionale per gli investimenti complementari, da destinare al programma “Sicuro, verde e sociale”, per interventi di riqualificazione edilizia residenziale pubblica, sono pari a 2 miliardi di euro per gli anni dal 2021 al 2026, secondo le seguenti modalità:

  • 200 milioni per l’anno 2021;
  • 400 milioni per l’anno 2022;
  • 350 milioni per ciascuno degli anni dal 2023 al 2026.

Le risorse sono destinate al finanziamento di un Programma di interventi di riqualificazione della edilizia residenziale pubblica, al fine di favorire l’incremento del patrimonio di edilizia residenziale pubblica di proprietà di Regioni, Comuni, ex Istituti autonomi case popolari, e degli enti di edilizia residenziale pubblica aventi le stesse finalità degli ex Istituti autonomi case popolari.

Nello specifico, il Programma di interventi di riqualificazione della edilizia residenziale pubblica deve finanziare la realizzazione di:

  • interventi diretti alla verifica e alla valutazione della sicurezza sismica e statica di edifici di edilizia residenziale pubblica e realizzazione di progetti di miglioramento o di adeguamento sismico;
  • interventi di efficientamento energetico di alloggi, ovvero di edifici di edilizia residenziale pubblica, ivi comprese le relative progettazioni;
  • interventi di razionalizzazione degli spazi di edilizia residenziale pubblica, ivi compresi gli interventi di frazionamento e ridimensionamento degli alloggi, se eseguiti congiuntamente ad uno degli interventi di cui ai due punti precedenti;
  • interventi di riqualificazione degli spazi pubblici se eseguiti congiuntamente ad uno degli interventi di cui alle lettere a) e b), ivi compresi i progetti di miglioramento e valorizzazione delle aree verdi, dell’ambito urbano di pertinenza degli immobili oggetto di intervento;
  • operazioni di acquisto di immobili, da destinare alla sistemazione temporanea degli assegnatari degli alloggi di edilizia residenziale pubblica, oggetto degli interventi di cui ai primi due punti. La condizione prevista in tal caso è che gli immobili da acquistare siano in possesso di caratteristiche energetiche e antisismiche almeno pari a quelle indicate come requisito minimo da raggiungere per gli immobili oggetto degli interventi di cui alle previsioni dei primi due punti. Per tali può essere destinato un importo non superiore al dieci per cento del totale delle risorse;
  • locazione di alloggi da destinare temporaneamente agli assegnatari di alloggi di edilizia residenziale pubblica, oggetto degli interventi di cui alle lettere a) e b);
  • interventi di ristrutturazione e riqualificazione di alloggi e immobili già destinati a edilizia residenziale pubblica;
  • interventi finalizzati al riutilizzo, al completamento o alla riconversione a edilizia residenziale sociale di immobili pubblici e privati in disuso, sfitti o abbandonati, liberi da qualunque vincolo.

Da ricordare anche:

  • l’housing temporaneo, con la messa a disposizione fino a 24 mesi, da parte dei Comuni (singoli o associati), di appartamenti per singoli/piccoli gruppi/famiglie, preferibilmente attraverso la ristrutturazione e il rinnovo degli immobili di proprietà dello Stato. I progetti devono essere accompagnati da programmi a favore dello sviluppo e dell’autosufficienza attraverso lo sviluppo della crescita personale e aiutarli a raggiungere un maggiore grado di autonomia.

All’intervento sono stati destinati 177,5 milioni.

Il periodo di attuazione è stimato dal 2022 al 2026.

Nel primo trimestre del 2022, il piano operativo relativo ai progetti di Housing First (e stazioni di posta) dovrà definire i requisiti dei progetti che possono essere presentati dagli enti locali nonché degli inviti a presentare proposte.

Nel primo trimestre del 2026, almeno 25.000 persone che vivono in condizioni di grave deprivazione materiale dovranno ricevere un alloggio temporaneo, per almeno 6 mesi, grazie ai progetti di Housing First (e stazioni di posta).

  • la valorizzazione dei beni confiscati alle mafie(0,30 miliardi). La misura prevede la riqualificazione e valorizzazione di almeno 200 beni confiscati alla criminalità organizzata per il potenziamento del social housing, la rigenerazione urbana e il rafforzamento dei servizi pubblici di prossimità, il potenziamento dei servizi socio-culturali a favore delle giovani e l’aumento delle opportunità di lavoro.
  • i Piani Urbani Integratiper il superamento degli insediamenti abusivi per combattere lo sfruttamento dei lavoratori in agricoltura, con risorse per 200 milioni di euro.
  • per quanto concerne il Superbonus 110%, come disciplinato dall’articolo 119 del decreto legge 19 maggio 2020, n. 34, i soggetti destinatari delle risorse sono i condomini e le persone fisiche, al di fuori dell’esercizio di attività di impresa, arte o professione; gli istituti autonomi case popolari (IACP); le cooperative di abitazione a proprietà indivisa; le organizzazioni non lucrative di utilità sociale, le organizzazioni di volontariato e le associazioni di promozione sociale iscritte nei registri nazionali e regionali; nonché le associazioni e società sportive dilettantistiche iscritte nell’apposito registro. L’estensione del Superbonus al 110% agli IACP ha un ruolo di contrasto alle diseguaglianze di genere posto che la carenza abitativa si riflette differentemente su uomini e donne per via del diverso ruolo familiare loro attribuito e del fatto che la maggior parte delle famiglie monoparentali sono affidate a donne.
  • agli investimenti si affiancano le semplificazioniin materia di edilizia e urbanistica e di interventi per la rigenerazione urbana allo scopo di accelerare l’efficientamento energetico e la rigenerazione urbana, rimuovendo gli ostacoli burocratici all’utilizzo del Superbonus 110%.
  • con la legge di bilancio 2020 (L. 160/2019) è stato previsto l’adozione di un Programma innovativo nazionale per la qualità dell’abitare, finalizzato alla riduzione del disagio abitativo con particolare riferimento alle periferie in un’ottica di sostenibilità e densificazione e senza consumo di nuovo suolo, mediante l’istituzione di un apposito fondo con una dotazione complessiva in termini di competenza e cassa pari a 853,81 milioni euro per gli anni 2020-2033 (art. 1, commi 437-444). Con il decreto interministeriale 16 settembre 2020 sono state pubblicate le procedure per la presentazione delle proposte, dei criteri per la valutazione e delle modalità di erogazione dei finanziamenti per l’attuazione del Programma. Nel mese di febbraio 2021, è stata, inoltre, presentata al Parlamento la prima Relazione annuale che descrive lo stato di avanzamento del citato Programma (allegata). I soggetti destinatari, in prima battuta, delle risorse previste per gli investimenti afferenti al settore rigenerazione urbana e housing sociale sono gli enti territoriali (regioni, province autonome, città metropolitane e comuni) e, indirettamente, l’intera cittadinanza.

l’art. 5 del D.L. 32/2019 che ha introdotto modifiche al D.P.R. 380/2001 (Testo unico in materia edilizia) volte a favorire la rigenerazione urbana e la riqualificazione del patrimonio edilizio e delle aree urbane degradate. Successivamente, ulteriori modifiche al testo unico dell’edilizia sono state dall’art. 10 del D.L. 76/2020 (cd. decreto semplificazioni). Il comma 1 reca una serie di modifiche al DPR. 380/2001 finalizzate a semplificare le procedure edilizie e assicurare il recupero e la qualificazione del patrimonio edilizio esistente e lo sviluppo

La sicurezza delle persone

Il Governo ha adottato importanti misure per la sicurezza delle attività scolastiche, universitarie, sociali, in materia di trasporti e per lo svolgimento di eventi pubblici.

Per lo svolgimento in sicurezza delle attività dei servizi educativi per l’infanzia e delle attività scolastiche e universitarie nell’anno scolastico e nell’anno accademico 2021/2022, è stato deciso che:

  • le attività dei servizi educativi per l’infanzia e delle scuole dell’infanzia, primarie e secondarie di primo e secondo grado si svolgono in presenza. Sono possibili deroghe all’attività in presenza, fino al 31 dicembre 2021 (attuale termine dello stato di emergenza), solo in zona rossa o arancione e in circostanze eccezionali;
  • le attività delle università sono svolte prioritariamente in presenza;
  • fino al 31 dicembre 2021, il personale scolastico e universitario, nonché gli studenti universitari, devono essere in possesso della certificazione verde COVID-19 ed esibirla. Il mancato rispetto di tali previsioni da parte del personale scolastico e universitario è considerato assenza ingiustificata e determina la sospensione del rapporto di lavoro e della retribuzione a decorrere dal quinto giorno di assenza;
  • il Commissario straordinario per l’attuazione e il coordinamento delle misure occorrenti per il contenimento e il contrasto dell’emergenza COVID-19 predispone e attua un piano di screening della popolazione scolastica.

Tutti i soggetti che intendano accedere a determinati mezzi di trasporto devono munirsi della certificazione verde COVID-19, c.d. green pass. I mezzi sono i seguenti:

  1. aeromobili adibiti a servizi commerciali di trasporto di persone;
  2. navi e traghetti adibiti a servizi di trasporto interregionale, a esclusione di quelli impiegati per i collegamenti marittimi nello Stretto di Messina;
  3. treni impiegati nei servizi di trasporto ferroviario passeggeri di tipo Intercity, Intercity Notte e Alta Velocità. Sono pertanto esclusi i servizi ferroviari diversi da quelli citati, a cominciare da quelli urbani;
  4. autobus adibiti a servizi di trasporto di persone, a offerta indifferenziata, effettuati su strada in modo continuativo o periodico su un percorso che collega più di due regioni;
  5. autobus adibiti a servizi di noleggio con conducente.

Per quanto concerne il distanziamento interpersonale degli spettatori che intendono assistere agli eventi e alle competizioni sportivi e di capienza degli spazi destinati al pubblico. è stata aumentata (dal 25%) al 35% la capienza massima autorizzata per gli spettacoli aperti al pubblico svolti in zona bianca al chiuso con un numero di spettatori superiore a 2.500.

Come è sempre stato, non è facile individuare le misure meno invasive per i cittadini.

Ce ne rendiamo conto anche personalmente, ma siamo consapevoli che esse hanno  una solida motivazione scientifica.

La lezione afgana

Quanto avvenuto in Afghanistan fa riflettere.

Capisco il desiderio di affrontare gli errori commessi, il quesito se la democrazia è esportabile, cosa non ha funzionato in questi ultimi 20 anni.

Tutte domande che, seppur importanti, guardano al passato.

Con questa nota mi concentro sul futuro, sperando che i diritti che sono stati inoculati negli anni nella società possano far germogliare qualcosa di buono nelle giovani generazioni di quel paese.

Da quanto accaduto, traggo tre considerazioni.

La prima. Gli Stati Uniti d’America non sono né saranno più quell’alleato che abbiamo conosciuto dalla seconda guerra mondiale.

Da anni gli americani si stanno ritirando dagli scenari più turbolenti del mondo. L’abbiamo già visto nel mediterraneo, in particolare con la Libia.

Gli USA hanno deciso di concentrarsi su altri versanti, soprattutto interni ed il loro essere sempre pronti a garantire un certo ordine mondiale, è venuto sostanzialmente meno, lasciando spazi importanti a Russia e Cina.

Questa constatazione mi porta alla seconda considerazione.

L’Europa, pur essendo una potenza economica mondiale, non ha come prospettiva strategica quella di influenzare le dinamiche mondiali, se non con la propria moneta, l’Euro.

Non possiamo più essere solo gli alleati degli USA, quelli che coprono le parti mancanti delle missioni di pace. È necessario che cresciamo come potenza influente, con una politica estera e di sicurezza comune.

In accordo con la NATO, che va ridisegnata con nuove prospettive, l’Europa (anche solo chi ci sta) non ha altra scelta che quella di creare un dispositivo militare e di cooperazione per porsi come partner nei contesti del mondo che la coinvolgono direttamente.

E su questo passo alla terza convinzione, che riguarda l’Italia.

Quali sono i nostri interessi geopolitici? Cosa si ripercuote su di noi?

Certamente tutto quello che accade nel nord Africa e nel mediterraneo.

L’Afghanistan è lontano, dobbiamo impegnarci per i diritti di tutti, in primis donne e bambini, ma quello che accade vicino casa nostra, in particolare l’instabilità politica dei vicini, per noi è motivo di insicurezza, oltre che di flussi migratori.

Ebbene, è in quest’area che dobbiamo costruire la nostra influenza.

Insieme con l’Europa è il momento di ripensare il futuro strategico e agire per garantire la stabilità che fa bene alla nostra qualità della vita.

Ddl Zan, le principali obiezioni

Sul tema ho già scritto qualcosa, in particolare sulle parole avverse che vengono dette contro l’approvazione del testo.

Con questa nota, invece, approfondirò le questioni che vengono spesso ripetute: la maternità surrogata, l’identità di genere, la libertà delle opinioni e la scuola.

Già il titolo del provvedimento dovrebbe convincere – “Misure di prevenzione e contrasto della discriminazione e della violenza per motivi fondati sul sesso, sul genere, sull’orientamento sessuale, sull’identità di genere e sulla disabilità – ma tant’è.

Maternità surrogata

E’ completamente falso che la proposta di legge contenga o favorisca la maternità surrogata.

La legge (19 febbraio 2004, n. 40), dispone che: “Chiunque, in qualsiasi forma, realizza, organizza o pubblicizza la commercializzazione di gameti o di embrioni o la surrogazione di maternità è punito con la reclusione da tre mesi a due anni e con la multa da 600.000 a un milione di euro”.

La Corte Costituzionale con sentenza n. 272 del 2017 ha chiarito come “la maternità surrogata, offende in modo intollerabile la dignità della donna e mina nel profondo le relazioni umane”.

Infine, la Consulta, con la recente sentenza n. 33 del 2021 ha ribadito prioritariamente la posizione già assunta nella precedente pronuncia del 2017 per la quale il divieto penalmente sanzionato di surrogazione di maternità è un principio di ordine pubblico posto a tutela di valori fondamentali. Nella sentenza si legge, inoltre, che: “A tale prospettiva si affianca l’ulteriore considerazione che gli accordi di maternità surrogata comportano un rischio di sfruttamento della vulnerabilità di donne che versino in situazioni sociali ed economiche disagiate; situazioni che, ove sussistenti, condizionerebbero pesantemente la loro decisione di affrontare il percorso di una gravidanza nell’esclusivo interesse dei terzi, ai quali il bambino dovrà essere consegnato subito dopo la nascita.”.

Non credo ci sia altro da aggiungere in merito. In pratica, il divieto di surrogazione di maternità quale principio inderogabile di ordine pubblico posto a tutela della dignità della donna è inderogabile.

L’identità di genere

 L’identità di genere ed il sesso sono due cose differenti.

Il procedimento di rettificazione di attribuzione di sesso in Italia è disciplinato dalla legge 14 aprile 1982, n. 164 e si svolge in via giudiziale con rito ordinario di cognizione. Il procedimento di rettificazione come chiarito da costante giurisprudenza di merito e di legittimità richiede che “la serietà ed univocità del percorso scelto e la compiutezza dell’approdo finale sia accertata, ove necessario, mediante rigorosi accertamenti tecnici in sede giudiziale” – Corte di Cassazione sezione I, 20 luglio 2015, n.15138;

La Corte Costituzionale chiamata a pronunciarsi sulla legittimità costituzionale dell’articolo1, comma 1, della citata legge 164 del 1982 ha, con sentenza interpretativa di rigetto n. 221 del 21 ottobre 2015, dichiarato la questione di illegittimità non fondata. Quanto al merito, la Corte ha riconosciuto “il riconoscimento del diritto all’identità di genere quale elemento costitutivo del diritto all’identità personale, rientrante a pieno titolo nell’ambito dei diritti fondamentali della persona (art. 2 Cost. e art. 8 CEDU)”, ma chiarito come “La rettificazione si fa in forza di sentenza passata in giudicato che attribuisca ad una persona sesso diverso da quello enunciato nell’atto di nascita a seguito di intervenute modificazioni dei suoi caratteri sessuali”, dunque a seguito di un rigoroso accertamento giudiziale delle modalità attraverso le quali il cambiamento è avvenuto.

Chiamata nuovamente a pronunciarsi nel 2017, con l’ordinanza n. 187 e la sentenza n. 180, la Corte ha respinto nuovamente la questione di legittimità costituzionale sollevata in merito alla legittimità del citato articolo 1, della legge 164 del 1982 e nel ribadire “il diritto   al   riconoscimento dell’identità di genere” ha, inoltre “escluso che il solo elemento volontaristico possa rivestire prioritario o esclusivo rilievo ai fini dell’accertamento della transizione.”;

Da ciò discende che non potrà mai essere il semplice elemento volontaristico a determinare la rettificazione di attribuzione di sesso di sesso, ma un percorso di accertamento rigoroso svolto in sede giudiziale nel quale sia accertato il percorso medico e il vissuto consolidato nel tempo dalla persona richiedente.

La libertà di espressione

Il disegno di legge Zan dispone che sono fatte salve la libera espressione di convincimenti od opinioni nonché le condotte legittime riconducibili al pluralismo delle idee o alla libertà delle scelte, purché non idonee a determinare il concreto pericolo del compimento di atti discriminatori o violenti.

Si introduce, così, il reato di opinione che impedirebbe la libera manifestazione del pensiero a quanti si facciano portatori di una cultura o opinioni differenti?

Assolutamente, no. Infatti, già in sede applicativa della legge Mancino-Reale riguardo i crimini di odio fondati su motivi razziali, etnici, nazionali o religiosi, la giurisprudenza di merito e di legittimità ha costantemente limitato la rilevanza penale alle sole condotte che costituiscano incitazioni all’odio. È sempre stata esclusa, invece, la sanzionabilità di generiche espressioni di antipatia, insofferenza o rifiuto che, quantunque in contrasto con i valori di tolleranza, non sono sufficientemente gravi da far presumere successive condotte discriminatorie o violente.

Inoltre, la  Corte costituzionale, con la sentenza del 23 aprile 1970, n. 65, ha sancito che è rilevante penalmente non “la manifestazione di pensiero pura e semplice, bensì quella che per le sue modalità integri comportamento concretamente idoneo a provocare la commissione di delitti”.

Quindi. È fuorviante l’accusa del reato di opinione.

La scuola

Il disegno di legge prevede che, in occasione della Giornata nazionale contro l’omofobia, la lesbofobia, la bifobia e la transfobia, le scuole, nel rispetto del piano triennale dell’offerta formativa e del patto educativo di corresponsabilità, provvedono all’organizzazione di cerimonie, incontri e ogni altra iniziativa utile al fine di promuovere la cultura del rispetto e dell’inclusione, nonché di contrastare i pregiudizi, le discriminazioni e le violenze motivati dall’orientamento sessuale e dall’identità di genere, in attuazione dei princìpi di eguaglianza e di pari dignità sociale sanciti dalla Costituzione.

L’accusa è che si vogliono indottrinare i bambini sulle teorie gender.

Il piano triennale dell’offerta formativa assicura l’attuazione dei principi di pari opportunità, mentre il patto di corresponsabilità prevede che le famiglie hanno il diritto, ma anche il dovere, di conoscere i contenuti del piano dell’offerta formativa per condividere in maniera dettagliata diritti e doveri nel rapporto con l’istituzione scolastica, rendendo così i genitori parte integrante e importante del processo educativo.

Già oggi ci sono le linee guida del Ministero dell’istruzione che indicano le modalità cui le scuole si devono attenere nella lotta contro tutte le discriminazioni e le forme d’odio e il disegno di legge in esame non si pone in contrasto con esse né rappresenta un loro “superamento”, ma è in linea con quanto già previsto.

L’intento è quello di trasmettere la conoscenza e la consapevolezza riguardo i diritti e i doveri della persona costituzionalmente garantiti e che riguardando la prevenzione della violenza di genere e di tutte le discriminazioni.