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Le ragioni dell’inflazione alta (e dei prezzi)

L’aumento dell’inflazione a cifre che non vedevamo da anni è solo per una piccola parte dovuto alla guerra tra Russia e Ucraina. E’ vero che dopo il 24 febbraio i prezzi delle materie prime hanno subito un ulteriore aumento, tuttavia, la quota maggiore dell’inflazione si è realizzata prima, ovvero durante la ripresa economica post covid.

Anzi, la volatilità dei prezzi notata nei primi giorni dell’invasione si è progressivamente ridotta ed i prezzi si sono stabilizzati, seppure ad un livello superiore esistente prima dell’aggressione armata della Russia.

Però, ovviamente, gli incrementi dovuti alla guerra si sono sommati agli aumenti che si erano realizzati durante la ripresa economica nel corso dell’anno scorso.

Quali sono le proporzioni tra l’aumento dei prezzi dopo il conflitto e quello registrato dopo la ripresa post-pandemia?

Vediamolo per una selezione delle principali materie prime.

Prodotti energetici: all’inizio dell’invasione c’è stato un forte aumento del prezzo del gas naturale che poi si è stabilizzato a un valore prossimo a quello registrato prima. Ad oggi l’80% dell’aumento è frutto dell’enorme richiesta di gas naturale per sostenere la ripresa post covid. Anche per il petrolio vale la stessa cosa. Infatti, 79% del prezzo attuale è dovuto alla stessa ragione, mentre per il carbone vale solo per il 50%.

Cereali: per i tre principali cereali (frumento, mais e riso) tra metà e tre quarti dell’aumento dei prezzi che oggi si paga è avvenuto prima della guerra.

Materie prime per l’agricoltura: il 75% circa dell’aumento del prezzo del cotone è avvenuto prima della guerra mentre il prezzo del legname è addirittura calato dopo l’invasione dell’Ucraina.

Metalli: mentre il prezzo di alluminio, rame e stagno è al di sotto di quello pre-guerra, sull’aumento del prezzo del nickel, per il 50% pesa il periodo pre invasione. Per gli altri metalli l’aumento è per l’80% dovuto a quanto avvenuto prima della guerra, ovvero alla forte crescita della domanda dopo la pandemia.

Quindi, se oggi la Russia terminasse l’aggressione armata all’Ucraina, i prezzi delle materie prime certamente calerebbero, ma resterebbero molto più alti di quelli registrati prima della pandemia covid.

Invasione dell’Ucraina. Lo stato attuale

La guerra in Ucraina entra nel terzo mese e si inaspriscono i toni dello scontro tra Stati Uniti e Russia.

L’America punta sempre più ad indebolire la Russia e ciò è possibile attraverso il sostegno militare all’Ucraina per fermare l’avanzata russa sul campo, allo scopo di ridimensionare la macchina da guerra del Cremlino anche negli anni a venire.

La Russia ha risposto facendo riferimento al “rischio di una terza guerra mondiale”.

Intanto, il conflitto inizia a coinvolgere anche la capitale della Transnistria, territorio separatista e filorusso della Moldavia

La risposta, militare e politica, è stata aggiornata pochi giorni fa. I ministri della Difesa e i capi di stato maggiore dei membri Nato più altri paesi alleati, tra cui Finlandia e Svezia, si sono riuniti in Germania presso la base aerea di Ramstein. All’ordine del giorno del summit che ha visto riuniti una quarantina di paesi, oltre a nuovi aiuti per l’Ucraina, anche il tema della difesa nel lungo periodo in Europa.

Abbandonando le cautele mostrate finora, la Germania ha deciso che invierà in Ucraina tank antiaerei e addestrerà i soldati ucraini all’uso dei sistemi di artiglieria in territorio tedesco.

Intanto, c’è stato un attacco terroristico in Transnistria, area della Moldavia che confina con l’Ucraina occidentale, controllata da separatisti filo-russi che ospita permanentemente un contingente di 1.500 soldati russi e un grande deposito di armi.

E’ sempre più evidente che l’obiettivo della nuova offensiva di Mosca sia prendere il controllo dell’Ucraina meridionale e ottenere l’accesso alla Transnistria, alimentando il timore che il conflitto in Ucraina possa estendersi al piccolo paese dell’Europa orientale.

Intanto, secondo l’Onu, sono più di 5 milioni gli ucraini fuggiti dal paese per cercare riparo da guerra e violenze. Una cifra che, se il conflitto si protrarrà, potrebbe raggiungere quota 8 milioni entro l’anno.

Ad oggi, ogni speranza di colloquio, almeno in questa fase, sembra scomparsa dai radar.

Il prezzo dei carburanti in Italia

I prezzi dei carburanti sono la somma del prezzo di produzione e distribuzione della materia, più le accise e l’IVA. Le accise sono un ammontare fisso in euro per litro, mentre l’IVA, ora al 22 per cento, è calcolata sulla somma del prezzo della materia e delle accise.

La ripresa economica post-pandemia e la guerra in Ucraina hanno causato un forte aumento del prezzo di produzione dei carburanti in Italia, soprattutto trainato dall’incremento delle quotazioni del petrolio.

Per fare un confronto con il passato occorre prendere in considerazione i prezzi in termini reali, cioè al netto dell’inflazione. Per quanto riguarda la benzina, i prezzi in termini reali a marzo erano simili a quelli toccati durante le crisi petrolifere degli anni settanta e un po’ più alti di quelli raggiunti nel 2012.

Rispetto al passato, però, è cambiato il peso delle componenti che costituiscono il costo finale della benzina. Durante le crisi petrolifere, il prezzo reale (al netto delle imposte) pesava poco sul prezzo finale.

In altre parole, negli anni settanta il peso delle accise rappresentava circa il 60% del prezzo finale, mentre a marzo scorso costituiva il 34% del totale, ergo è aumentato il prezzo di produzione e distribuzione.

Anche il prezzo del gasolio in termini reali ha subito l’aumento del prezzo di produzione e trasporto della materia. Infatti, il peso della tassazione sul gasolio a marzo 2022 pesava per il 47% sul prezzo finale.

Il prezzo della benzina in Italia a marzo era il terzo più alto in Europa, tenendo, però, conto che dei più bassi prezzi dei paesi dell’Est Europa, dove il costo pre-tasse è inferiore.

Per questo motivo, a fine marzo abbiamo deciso di ridurre le accise di 25 centesimi su benzina e gasolio. L’intervento ha ulteriormente ridotto il peso delle tasse sui carburanti, facendo rientrare l’Italia poco più su della media europea.

Tutto questo per dire che non è del tutto reale che il prezzo dei carburanti sono alti a causa della tassazione.

Ovviamente, speriamo che l’incidenza delle tensioni in Ucraina possa cessare.

Perché il prezzo del gas sale e scende?

Nella nostra economia il gas ormai ha un ruolo fondamentale. Non solo per produrre energia elettrica, garantire l’illuminazione pubblica, il riscaldamento ed il condizionamento, ma anche per far funzionare le nostre industrie, in particolare quelle cd. Energivore, più che necessarie per produrre beni irrinunciabili in tantissimi settori commerciali e industriali.

Il gas è diventato ancora più importante anche a causa dei cambiamenti climatici. Meno acqua c’è, meno energia producono le nostre centrali termoelettriche.

Il prezzo del gas viene governato dalla borsa europea che si trova ad Amsterdam. Gli intermediari fissano il prezzo sulla base dell’aspettativa che il metano sia carente o in eccesso sul medio-lungo termine.

Si tratta di una normale azione del mercato in base alla quale i contratti prevedono la consegna del bene, ma il pagamento del prezzo pattuito avviene a una data futura prefissata e non nel momento in cui le parti, acquirente e venditore, raggiungono l’accordo. Questi contratti vengono negoziati in Borsa.

Le negoziazioni subiscono, ovviamente, l’influenza delle informazioni economiche condizionate dal conflitto in corso. Ad esempio, è bastato far filtrare la volontà che il pagamento in rubli del gas, condizione non scritta nei contratti con gli operatori europei, non sarà previsto fino al prossimo mese per far scendere il prezzo dei contratti “futuri” del gas, anche se di poco.

La domanda attuale, comunque, è: l’Europa può sostituire il gas russo? E come?

Non è semplice. Il gas russo, che paradossalmente, costa meno se comprato direttamente dalla Russia anziché alla Borsa di Amsterdam, viaggia su una rete di gasdotti già preordinata che alimenta le forniture in maniera puntuale seppur il rubinetto di quanto metano viaggia sulla rete lo decide principalmente Mosca, all’interno dei perimetri stabiliti dai contratti.

Il taglio netto, però, farebbe venire meno introiti per la Russia tra gli 800 milioni e 1 miliardo di euro al giorno, solo per l’Europa.

Il governo ha avviato contatti con Algeria e Azerbaijan (Paesi-fornitori di metano che transita su due gasdotti che arrivano in Italia: il Tap a Melendugno in Puglia, il Transmed che si aggancia alla rete di Snam a Mazara del Vallo in Sicilia), Angola, Congo, Qatar e forse Mozambico, per disintermediare le forniture russe sostituendole con gas naturale liquefatto prodotto da questi Paesi per sostituire la quota di import di metano russo che l’anno scorso ha toccato i 29 miliardi di metri cubi, il 38% del nostro fabbisogno.

Ovviamente, il prezzo del gas naturale liquefatto è in salita, sia per l’aumento della domanda in futuro (qui ritorna il ragionamento sui contratti “futuri”) a fronte di un’offerta che per almeno due/tre anni resterà tale ad oggi, sia perché non si riesce fare a meno del gas russo in pochi mesi e sia perché non è possibile dotarsi in breve tempo di rigassificatori in grado di compensare i circa 150 miliardi di metri cubi importati in Europa nel 2021 dalla Russia.

Francia: Macron verso il bis (per fortuna)

Emmanuel Macron e Marine Le Pen si sfideranno Domenica 24 aprile nel ballottaggio del secondo turno delle elezioni presidenziali francesi dopo essersi imposti al primo turno, rispettivamente con il 27,9% e il 23,2% dei voti.

Il candidato della sinistra, Jean-Luc Mélenchon, vero exploit della tornata, è arrivato molto vicino a qualificarsi per il secondo turno, con il 22%: il voto del suo elettorato è considerato decisivo per il risultato finale.

Dati alla mano, la stragrande maggioranza dei sondaggi dà il presidente uscente e candidato di En Marche! come probabile vincitore del secondo turno.

La riedizione di uno scenario in tutto e per tutto simile a quello del 2017 – un testa a testa tra Macron e Le Pen al ballottaggio – conferma da un lato una Francia filo-europea e liberale e dall’altro una Francia nazionalista e conservatrice.

Da considerare anche che entrambi i candidati hanno ottenuto più voti di cinque anni fa, andando a erodere il sostegno alla destra e alla sinistra tradizionali: il Partito socialista e i gollisti de Le Républicains sono praticamente scomparsi.

Il destino dell’Europa si decide in Francia?

Nelle urne francesi c’è in gioco non solo il destino della Francia, ma di tutta la Ue.

La candidata del Rassemblement National, scettica nei confronti di Bruxelles e delle sue istituzioni, ha più volte affermato di essere a favore di un ritiro della Francia dalla Nato ed è stata un’ammiratrice del presidente russo Vladimir Putin. Se vincesse, l’onda d’urto della sua elezione all’Eliseo in un momento come questo, in cui le forze russe sono impegnate in una guerra sul suolo europeo, in Ucraina, avrebbe effetti devastanti per l’Unione.

Intanto, però, l’affermazione al primo turno dimostra il fascino duraturo delle correnti nazionaliste e xenofobe in Europa.

Non ci resta che tifare per Macron!

Le previsioni economiche per il 2022

Per quanto riguarda le previsioni di finanza pubblica per il prossimo triennio, nel delinearne il contesto di riferimento, il Documento di economia e finanza 2022 tiene conto del peggioramento del quadro economico rispetto a quanto prospettato nello scorso mese di settembre, al momento dell’approvazione della Nota di aggiornamento al DEF 2021.

Lo scorso anno l’Italia ha conseguito complessivamente un forte recupero del prodotto interno lordo e un notevole miglioramento della finanza pubblica. Ciò nonostante, dopo la ripresa registrata nei due trimestri centrali del 2021, negli ultimi mesi dell’anno il ritmo di crescita del PIL è stato rallentato da diversi fattori, tra i quali gli effetti della quarta ondata dell’epidemia da COVID-19, le carenze di materiali e di componenti, l’impennata dei prezzi del gas naturale e dell’energia elettrica, nonché dalle loro implicazioni, anche a livello internazionale, in termini inflazionistici e di produttività.

In questo quadro economico, le forti tensioni internazionali provocate dall’attacco militare della Russia all’Ucraina hanno aggravato il problema del prezzo delle materie prime e, in particolare, del gas naturale e del petrolio, hanno determinato un marcato aumento dei prezzi delle materie prime alimentari nonché influenzato l’andamento dei tassi d’interesse e ridotto la crescita dei mercati di esportazione dell’Italia.

A ciò si deve aggiungere il perdurare degli ostacoli all’attività economica a livello globale provocati dalla pandemia da COVID-19, tuttora in corso nonostante la tendenza alla stabilizzazione dei contagi che, a livello interno, ha indotto il Governo a porre fine, lo scorso 31 marzo, allo stato di emergenza e ad adottare una road map per la rimozione delle restrizioni ancora in vigore.

Si tratta dunque di un contesto di grande incertezza, determinato dall’andamento meno favorevole di variabili esogene, nel quale anche la fiducia delle famiglie e delle imprese ha subìto una contrazione.

Nell’aggiornare le previsioni per il prossimo triennio, il DEF delinea pertanto un quadro tendenziale di crescita del PIL pari al 2,9 per cento per il 2022 e al 2,3 per cento per il 2023, in discesa rispetto al 4,7 per cento e al 2,8 per cento previsti nella NADEF di settembre.

La previsione per il 2024 è dell’1,8 per cento, mentre quella per il 2025 si assesta all’1,5 per cento.

Per quanto riguarda l’indebitamento netto tendenziale della PA, la previsione per il 2022 è rivista al ribasso, al 5,1 per cento del PIL. Per il 2023 la previsione è al 3,7 per cento, mentre per il 2024 e 2025 le stime si assestano rispettivamente, al 3,2 e al 2,7 per cento.

Nel complesso, la revisione al ribasso della stima di indebitamento netto del 2022 è principalmente ascrivibile a maggiori entrate tributarie, contributive e altre entrate correnti, che più che compensano stime più elevate di spesa corrente e in conto capitale rispetto alla NADEF.

Alla luce dell’abbassamento della previsione di indebitamento netto tendenziale al 5,1 per cento del PIL, il Governo ha deciso di confermare l’obiettivo di rapporto tra deficit e PIL indicato nel Documento programmatico di bilancio (5,6 per cento del PIL) e di utilizzare il risultante margine di circa 0,5 punti percentuali di PIL per finanziare un nuovo provvedimento, da finalizzare nel mese di aprile.

Il nuovo decreto-legge, quindi, ripristinerà anzitutto i fondi di bilancio temporaneamente definanziati e poi finanzierà interventi volti ad incrementare i fondi per le garanzie sul credito; ad aumentare le risorse necessarie a coprire l’incremento dei prezzi delle opere pubbliche; a predisporre ulteriori interventi per contenere i prezzi dei carburanti e il costo dell’energia; a predisporre ulteriori misure per l’assistenza ai profughi ucraini e per alleviare l’impatto economico del conflitto in corso sulle aziende italiane; a continuare a sostenere la risposta del sistema sanitario alla pandemia e i settori maggiormente colpiti dall’emergenza pandemica.

Le misure adottate avranno un effetto espansivo sull’economia che porta a prevedere un tasso di crescita del PIL nel quadro programmatico pari al 3,1 per cento nel 2022 e al 2,4 per cento nel 2023, con riflessi positivi sull’andamento dell’occupazione. Per i due anni successivi le previsioni programmatiche di crescita sono, rispettivamente, dell’1,8 per cento per il 2024 e dell’1,5 per cento nel 2025.

Per quanto riguarda poi il rapporto debito/PIL, nello scenario programmatico si prevede una sua diminuzione progressiva, dal 147,0 per cento nel 2022 al 141,4 per cento nel 2025. Si tratta di una diminuzione coerente con l’obiettivo, già enunciato nei precedenti documenti programmatici, di riportare il rapporto debito/PIL al livello precedente alla crisi pandemica entro la fine del decennio.

Il Governo ha ritenuto opportuno presentare al Parlamento anche una nuova edizione del Programma Nazionale di Riforma, al fine di accompagnare la rendicontazione periodica sullo stato di avanzamento del PNRR con un aggiornamento annuale della strategia di riforme e di politica economica e sociale, alla luce dei significativi cambiamenti del contesto europeo e mondiale verificatisi dopo la presentazione del PNRR.

Per quanto riguarda il Programma nazionale di riforma, la sua predisposizione risponde all’esigenza di aggiornare la strategia per le riforme alla luce dei cambiamenti intervenuti nel contesto europeo e mondiale dopo la definizione del PNRR.

Il documento evidenzia quindi le aree nelle quali si stanno registrando nuove iniziative, a cominciare dal settore dell’energia, in relazione al quale è ritenuto prioritario accelerare il percorso di transizione energetica e di diversificazione delle fonti di approvvigionamento, dando conseguentemente impulso allo sviluppo delle filiere produttive collegate alla transizione ecologica.

Un ulteriore tema emerso nell’ultimo anno è quello della carenza di semiconduttori e di componentistica. Di qui la necessità di definire politiche industriali per settori di punta, quali quelli relativi alla produzione di microprocessori e di auto elettriche.

Il Governo si impegna inoltre ad investire per sostenere la ricerca, l’innovazione e la riqualificazione quali strumenti per migliorare l’attrattiva del Paese e rilanciare i settori più esposti ai grandi cambiamenti tecnologici degli ultimi anni.

 

L’impatto dei prezzi delle materie prime

L’aumento dei prezzi internazionali di materie prime e alimentari comporta un maggior costo delle importazioni italiane, soprattutto per quelle di beni energetici.

A seguito dei recenti sviluppi geopolitici, i prezzi delle materie prime e altri prodotti alimentari sono cresciuti in maniera considerevole, soprattutto quelli di gas naturale (in Europa) e petrolio. Tali oscillazioni si ripercuotono sul costo delle importazioni italiane di questi beni, rappresentando un’extra tassa importante per l’economia nazionale.

Sono stati considerati due scenari legati agli andamenti dei prezzi. Nel primo si ipotizza che i livelli di prezzo medi del 2022 rimangano simili a quelli registrati a gennaio 2022, prima dello scoppio del conflitto (scenario “pre-crisi”). Il secondo assume un aumento più forte, con livelli di prezzi medi per il 2022 al livello raggiunto il 23 marzo di quest’anno (scenario “crisi”).

In questo modo, quest’anno la stima del valore delle importazioni delle materie prime e alimentari selezionate risulta di circa 144 miliardi nel primo scenario modesto e 182 miliardi nel secondo scenario.

In base alle nuove stime, nello scenario di livelli di prezzo “pre-crisi”, il costo delle importazioni delle materie prime selezionate aumenta di 75 miliardi di euro in più rispetto al 2019 e di 63 miliardi rispetto al 2021. Ancora più alta è la variazione nello scenario “crisi”, dove la stabilizzazione dei prezzi a livelli maggiori genera un’extra spesa per circa 113 miliardi di euro in più rispetto al 2019 e di 101 miliardi rispetto al 2021.

In entrambi gli scenari è proprio il gas naturale a determinare questa maggior tassa pagata dall’Italia: rispetto al 2019, sarebbero circa 50 miliardi in più nello scenario di prezzi “pre-crisi”, che diventano 67 nello scenario più estremo. Al secondo posto c’è il petrolio, seguito da cereali, rame e alluminio.

 

Guerra in Ucraina: cosa pensano gli italiani?

In Ucraina, quello che avrebbe dovuto essere un blitz si è trasformato in un conflitto protratto.

In Merito, l’Istituto per gli studi di politica internazionale ha effettuato un sondaggio, con diverse domande.

Vediamole.

E’ colpa di Putin o è corresponsabile la NATO?

Gli sono piuttosto netti: oltre 6 su 10 individuano nel Presidente russo Vladimir Putin il principale responsabile, percentuale che sale al 74% se si escludono gli indecisi. Rimane tuttavia un 22% di italiani che pensa che il principale indiziato del conflitto in corso sia da ricercarsi nella NATO (17%) o, minoritariamente, nel Presidente ucraino Volodymyr Zelensky (5%).

Quale può essere il più probabile esito della guerra in Ucraina?

La maggioranza relativa degli italiani (44%) è concorde: solo con un accordo di pace in cui ciascuna delle parti rinunci a qualcosa. Seguono, quasi appaiate, soluzioni minoritarie come la resa incondizionata dell’Ucraina (11%), un colpo di stato in Russia (10%) o l’intervento militare della NATO (9%).

La NATO deve intervenire direttamente nel conflitto?

Il 60,1% degli intervistati sostiene che l’Alleanza Atlantica non dovrebbe entrare in campo in nessun caso, mentre meno del 20% auspica un’azione militare diretta. E’ giusto ricordare che solo in caso di aggressione ad uno degli Stati membri della NATO, questa può intervenire.

Per aiutare la popolazione ucraina a respingere l’invasione russa è giusto che l’Unione Europea fornisca armi?

L’opinione degli italiani è molto divisa: le percentuali di coloro che sono a favore o contrari sostanzialmente si equivalgono. Al 38,6% di no si contrappongono il 28,6% di intervistati d’accordo con l’invio di armi e il 9,1% che vorrebbero fornire a Kiev armi ancora più potenti. Fa riflettere anche il 23,7% di incerti.

E’ certamente un coinvolgimento di carattere morale su un tema su cui è difficile prendere una posizione netta.

Le sanzioni sono utili?

Una maggioranza relativa di italiani (49%) si dice favorevole alle sanzioni alla Russia perché possono contribuire a risolvere il conflitto. Una maggioranza che sale fino al 56% se escludiamo le persone indecise. Ciò tuttavia il 37% degli italiani, e il 44% di chi esprime una opinione, si dice sfavorevole alle sanzioni contro Mosca.

Tra i favorevoli, inoltre, prevale nettamente l’opinione di chi è convinto che le sanzioni danneggino comunque l’economia italiana.

Meno consumi, più carbone e nucleare?

Sono quasi nove italiani su dieci (86%) quelli che si dicono disposti a ridurre i propri consumi in caso di una crisi energetica generata dal conflitto. Si tratta di un numero molto elevato, e in qualche modo sorprendente. D’altronde, visto il forte aumento delle bollette di luce e gas, già più che raddoppiate rispetto all’anno scorso, è probabile che alcuni di loro stiano già oggi adottando strategie di riduzione dei consumi.

A sorprendere è però anche la disponibilità degli italiani a discutere di fonti energetiche “scomode”. Quasi sei su dieci (59%) si dice, infatti, disposto ad accettare l’utilizzo di ulteriori centrali a carbone, e circa la metà degli intervistati (51%) si dice addirittura disponibile a discutere l’ipotesi di un’Italia che torni a investire nel nucleare.

Profughi: sì all’accoglienza, ma per quanto tempo?

Quella a favore di un’accoglienza in Italia dei profughi ucraini è una maggioranza schiacciante: 85% di sì contro un 7% di no. Se il 44% degli intervistati si dice favorevole a un’accoglienza incondizionata, il 41% di loro si dice favorevole ad accogliere i profughi solo per un tempo limitato.

Crisi “nucleare”

Oltre sette italiani su dieci (71%) ritengono che l’uso di armi nucleari nel corso di questo conflitto sia una minaccia realistica.

L’estrema destra sotto controllo a Verona

Ho interrogato il Ministro dell’Interno sui gravi episodi di stampo nazifascista avvenuti a Verona.

Verona, Medaglia d’Oro al Valore Militare per la guerra di liberazione, non è città fascista, come banalmente si ripete in giro, ma viene trascinata alle cronache a causa di alcuni, pochi soggetti, tra i quali distinguo le menti e le braccia. Esattamente come accaduto in altri gravi episodi, non ultimo quello dell’aggressione fascista alla sede nazionale della CGIL.

Sono pericolosi per la democrazia. Il loro attivismo rischia di essere sottovalutato dalle Istituzioni locali e temo che una scarsa sensibilità possa ingenerare la convinzione della legittimità di simili comportamenti creando condizioni ripetibili anche in altre realtà.

Ma è pericoloso anche credere che tutto sia limitato a Verona. Perché sono oggettivi sia la saldatura politica tra quanto accade a Verona e quanto accade in altre realtà italiane sia il contagio che certe manifestazioni possono provocare. Il grave fenomeno è molto più ampio di una sola città.

Va anche detto che il Ministro dell’Interno ha compiti di prevenzione e repressione, ma serve anche un impegno culturale che non possiamo chiedere alle Forze di Polizia.

In ogni caso, ho chiesto di sapere come lo Stato intende garantire l’efficace contrasto contro questa pericolosa insidia, al fine di scongiurare il ripetersi di episodi di violenza a danni della cittadinanza e di contrastare le iniziative commemorative organizzate da individui o gruppi facenti riferimento alla matrice culturale neofascista, i collegamenti in giro per l’Italia.

Infine, ho chiesto di valutare la partecipazione presso il comitato provinciale ordine e sicurezza pubblica.

Questa la risposta del Ministro.

“La rete della Digos segue con particolare e costante attenzione l’attività di gruppi ed esponenti della destra radicale”.  ”il 4 marzo scorso è stato sottoposto alla misura di prevenzione della sorveglianza speciale un noto dirigente del locale movimento Forza Nuova e che inoltre lo scorso 8 marzo nella stessa provincia sono state eseguite perquisizioni nei confronti di 23 militanti di Casapound, di cui due minorenni, responsabili di una violenta aggressione commessa recentemente in danno di cinque minori riconducibili alle cosidette baby gang”. ”Gli estremisti di destra sono stati deferiti per lesioni personali pluriaggravate, violenza privata aggravata”,. ”Per prevenire ulteriori criticità sotto il profilo dell’ordine e della sicurezza pubblica sono stati pianificati specifici servizi di controllo ad ampio raggio sul territorio nonché azioni di monitoraggio dei siti internet e dei social al duplice scopo di intercettare tempestivamente segnali di possibili condotte violente e di assicurare il rispetto più rigoroso della legge”.

Qui il video dell’interrogazione e della risposta: https://vimeo.com/692770023

L’alta velocità “entra” in Verona

Chi ha percorso l’autostrada da Verona verso Milano e viceversa avrà notato che accanto sono in corso i lavori per la costruzione della linea alta velocità ferroviaria. Quella tratta riguarda il collegamento tra Milano e Verona e arriverà fino alla zona di Verona nord.

Il tratto che collega quella zona con la stazione di porta Nuova e poi fino a Porta Vescovo è definita nell’ambito del progetto denominato “Nodo di Verona”.

Ebbene, è stato approvato il progetto definitivo di Rete Ferroviaria Italiana relativo all’ingresso a ovest della linea in costruzione.

Un progetto ambizioso che dovrà realizzarsi entro il 2026. E’ la prima volta che l’alta velocità “entra” nella città.

In pratica, come si rileva nel progetto definitivo, la linea funzionale all’inserimento dell’Alta Velocità arriva sui binari IV e VI di Verona Porta Nuova e sarà realizzata anche una nuova linea “indipendente merci”, ovvero un intervento a favore del collegamento diretto a sostegno del potenziamento e dello sviluppo dell’interporto al Quadrante Europa.

Il Comune di Verona, anche recependo diverse sollecitazioni pervenute, ha avanzato alcune osservazioni al progetto. Esse riguardano: la salvaguardia della zona della Corte Fenilon e delle circostanti abitazioni; l’inserimento di barriere anti rumore a sud del futuro tratto merci; la realizzazione di una banchina ciclopedonale sul nuovo cavalcavia ferroviario di via Fenilon; l’allargamento del futuro sottopasso tra via Piatti e via Carnia e la creazione di una pista ciclabile che da via Carnia affianchi la nuova viabilità prevista fino a via Cason; l’ampliamento dei marciapiedi nei sottopassi di via Albere; l’eliminazione della rotatoria su via Carnia e la realizzazione di un raccordo viabilistico diretto con la tangenziale denominato Nuovo svincolo Fenilon.

C’è un però. Il Comune ha accorpato le opere compensative, che rappresentano il 2% del valore del progetto, per la costruzione di un nuovo sottopasso che collegherà via Albere con Stradone S. Lucia e che sbucherà all’altezza della rotonda per entrare in via Golosine.

Questa soluzione aggraverà il traffico in quella zona e, quindi, a ridosso delle residenze del quartiere.

In merito, ne ho già scritto qui https://www.vincenzodarienzo.it/golosine-il-quartiere-che-sboarina-vuole-far-morire/