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Zaia ha fallito. Miseramente!

La diffusione del virus in Veneto è praticamente fuori controllo, tanto che è stata decretata la “zona arancione”.

Come è noto dal 4 maggio le decisioni sono ripartite tra lo Stato e le Regioni. Sulla base di 21 parametri decisi insieme, lo Stato attua i provvedimenti meglio conosciuti come “zone, gialle, arancioni e rosse” nell’ambito delle quali sono stabilite misure automatiche e generali e le Regioni possono attuare restrizioni ulteriori, sulla base dei dati epidemiologici.

Fino ad ora il Veneto è stata “zona gialla”, la più leggera delle restrizioni.

In questo contesto, Zaia ha scommesso sui tamponi a tappeto, sui posti letto in terapia intensiva quasi raddoppiati, sulle strutture dedicate al covid e sull’alta spesa per la sanità (ergo: tenuta del sistema sanitario e capacità di tracciamento territoriale).

Intanto, però, il virus ha continuato a circolare con tante persone in giro che si sono incontrate e assembramenti vari. Prima del periodo di Natale il Veneto non ha mai attuato provvedimenti restrittivi – pur avendone la piena facoltà – ma si è solo adeguato alle restrizioni decise per il resto d’Italia con l’alternanza di zone rosse nei giorni festivi e arancioni.

Zaia non ha cambiato le proprie decisioni anche quando era più che evidente che i contagiati crescevano in maniera esponenziale e si capiva bene che si stava andando incontro al peggio. Forse l’aveva capito anche lui quando a fine novembre scorso ha chiesto – con un voltafaccia incredibile – al Governo la zona rossa per il Veneto fino all’Epifania (chiedendo la responsabilità di altri).

In Veneto, Zaia ha puntato molto sui tamponi rapidi invece che su quelli molecolari. I tamponi rapidi antigenici sono meno accurati, espongono a un maggior rischio di falsi negativi come hanno denunciato gli stessi medici.

Aver utilizzato in modo pressoché unico i tamponi rapidi antigenici (anziché dei molecolari) per lo screening periodico del personale sanitario, per ammettere pazienti non-COVID in ospedale e per testare personale e ospiti delle RSA è stato un gravissimo errore perché se un operatore falso negativo mette piede in ospedale è piuttosto facile che possa svilupparsi un focolaio, come del resto è accaduto.

Per questa ragione i tamponi rapidi si sono dimostrati non adeguati al livello di confronto, tant’è che il Dipartimento della Prevenzione del Ministero della Salute tende a non conteggiarli ed in ogni caso, sugli strumenti di diagnosi è utile anche il seguente documento dell’Istituto Superiore di Sanità del 4 novembre.( https://www.iss.it/primo-piano/-/asset_publisher/o4oGR9qmvUz9/content/diagnosticare-covid-19-gli-strumenti-a-disposizione.-il-punto-dell-iss)

Sono convinto che in Veneto Zaia avrebbe dovuto agire più restrittivamente perché prima o poi, come è stato, si sarebbe arrivati al momento in cui la crescita dei casi non si riusciva più a contenere nonostante gli sforzi.

Purtroppo, se il virus circola troppo, ogni sistema, anche il più virtuoso, salta. Al momento, ahinoi, conta solo la tempistica delle chiusure per ridurre il contagio.

Pensate, secondo un calcolo fatto dalla Columbia University di New York sulla prima ondata ha dimostrato come lo stesso intervento applicato solo 1-2 settimane prima, sarebbe bastato a evitare a livello nazionale il 61,6% delle infezioni e il 55,0% dei decessi segnalati al 3 maggio negli Usa.

Per capire meglio gli errori di Zaia, può servire anche il confronto con un’altra Regione da sempre zona gialla, il Lazio. In Veneto ha subito un balzo di contagi molto elevato mentre il Lazio non ha subito un’escalation di contagi e decessi ma è sempre riuscito a contenere la diffusione del coronavirus?

La risposta è semplice: conta il livello di diffusione dell’epidemia da cui partivano entrambe le Regioni e in Veneto il virus è entrato prepotente anche nelle Rsa e negli ospedali, elementi cruciali per la diffusione dei contagi.

Ma allora, perché a fronte della rilevante diffusione del virus misurata nella prima ondata e delle rilevate difficoltà nelle Rsa e ospedali, Zaia non ha mai adottato provvedimenti restrittivi?

Perché quando ha visto che la media dell’età dei contagiati stava salendo velocemente – e ciò significava aumento dei decessi dovuti anche all’età avanzata dei contagiati – non ha agito?

E perché ha scaricato tutto sulla responsabilità dei singoli cittadini perorando la causa del tampone “fai da te” in Farmacia? Assegnare la diffusione dei contagi ai singoli è una stupidata che per nostra fortuna non sta avendo seguito.

Resta che non ha agito (per non scontentare?) ed in questo modo superficiale ha ingenerato la convinzione che il virus in Veneto fosse fortemente contrastato e monitorato.

La fiducia di tanti veneti in lui ha fatto il resto.

Ah, dimenticavo, poi c’è la risibile balla sui tamponi

Zaia giustifica la grave diffusione dei contagi in Veneto (che non é riuscito ad evitare perché non ha mai preso decisioni restrittive) con l’elevato numero dei tamponi effettuati: “se ne fai tanti (vantandosene), ne trovi tanti”.

Non fa una grinza.

Ma per capire meglio che si tratta di una falsità, serve il confronto con Lazio e Campania, due regioni a parità di popolazione. Lí gli ospedali e le terapie intensive sono occupate per la metà ed i deceduti sono meno di un terzo rispetto al Veneto.

La storiella di Zaia è una balla.

Infatti, gli scienziati (e le persone serie) calcolano il peso percentuale dei positivi sui tamponi fatti perché questo dato dice la verità con sviluppo proporzionale.

Le rilevanti differenze delle terapie intensive e dei decessi lo confermano, purtroppo

Ci sono più contagi laddove il covid era più diffuso in primavera ed i tamponi non c’entrano proprio nulla, se non per trovare e isolare i positivi. Questo avrebbe dovuto consigliare scelte restrittive, soprattutto in zona gialla.

La matematica non è un’opinione, la propaganda di Zaia, si (sulla nostra pelle, peraltro).

Il vaccino è anche geopolitica

L’anno appena iniziato rifletterà ancora per un po’ quanto abbiamo vissuto nel 2020.

L’economia globale è in difficoltà, tantissime famiglie sono state spinte verso condizioni di povertà, molti comparti industriali sono in affanno, il piccolo commercio è aggredito da una sofferenza enorme ed i Paesi più deboli stanno regredendo dopo anni di sviluppo.

Il vaccino è l’unica speranza.

Anzi, a ben guardare la situazione mondiale e le conseguenti destabilizzazioni che il virus sta determinando nonché le diseguaglianze e l’aumento degli squilibri tra ricchi e poveri, posso ragionevolmente ritenere che il vaccino non servirà solo contro il virus, ma anche per contrastare e invertire una condizione nell’ambito della quale può ingenerarsi il tutti contro tutti.

A fronte di ciò, tuttavia, non tutti i Paesi hanno contribuito allo stesso modo.

Contro la pandemia uno sviluppo sicuramente positivo è stata la costituzione di COVAX, codiretto dall’alleanza per i vaccini (Gavi), dall’OMS e dalla coalizione per l’innovazione in materia di preparazione alle epidemie (CEPI), è finalizzato a supportare lo sviluppo, la produzione e la distribuzione dei nuovi vaccini Covid-19.

Positivo, perché COVAX si pone lo scopo di distribuire a tutti, soprattutto ai Paesi con redditi più bassi, i vaccini di ultima generazione e perché via sia una gestione globale dei vaccini Covid-19 attraverso un processo di prequalificazione da parte dell’OMS che ne certifica qualità, sicurezza ed efficacia.

Diversamente da questo approccio positivo, si annoverano le decisioni negative di Stati Uniti, Russia e Cina i quali non solo non hanno voluto contribuire economicamente all’iniziativa COVAX, ma addirittura rivendicano l’accesso prioritario ai vaccini Covid-1911 (USA) o producono vaccini di dubbia qualità (Russia e Cina) in merito ai quali hanno avviato accordi bilaterali con nazioni in America Latina, Asia e Africa.

Da questi comportamenti si capisce ancora di più la posta in gioco, ovvero l’utilizzo geopolitico del vaccino, per creare nuove aree di influenza nel mondo o consolidare al proprio interno il consenso.

Ovviamente, penso che l’iniziativa COVAX sia l’unica in grado di tutelare i più deboli da ingerenze future non sempre limpide e trasparenti.

C’è un però.

Se non si fa in fretta e i finanziamenti non saranno costanti, il rischio che i Paesi più deboli ricevano per un lungo tempo altri tipi di vaccini, come quelli tradizionali adenovirali a basso costo prodotti da case farmaceutiche multinazionali o da aziende russe e cinesi, anziché i vaccini più moderni seguiti dall’OMS, può determinare un nuovo asse nell’ambito del quale prevale l’interesse a entrare nella gestione politica di quei Paesi e non quello di tutelare la salute pubblica di quelle comunità.

Solo la gestione COVAX garantisce efficacia delle vaccinazione e rispetto delle democrazie e delle Istituzioni di quei Paesi.

Sono certo che con la vittoria di Biden, gli Stati Uniti saranno un altro Paese che contribuirà all’affermazione universale dei vaccini nonché al sostegno economico delle iniziative che favoriscono questo approccio (attualmente prevalgono il contributo degli Stati Uniti e dei governi europei oltre che della Fondazione Gates) e, soprattutto, condizioneranno le politiche condotte da alcuni Paesi, Russia e Cina in primis e contrasteranno le pericolose manifestazioni di estremismo anti-scientifico.

Alcune risposte ai sermoni di Zaia

Di solito non seguo le conferenze di Zaia, sono senza contraddittorio e gli fanno dire quello che vuole lui.

In questi giorni, però, mi sono fatto forza e le ho seguite.

Forse sarà il caso di seguirlo più spesso, in attesa che qualche giornalista gli ponga, finalmente, domande.

Per tutte le cose che ha detto, ho risposto.

  1. ” ..certo è che questo Dpcm è talmente incisivo sugli aspetti degli spostamenti che il Governo si è visto costretto ad approvare un Decreto legge”. Non è vero. Da ottobre scorso si è deciso che le regole le fissa il Parlamento con un voto ad un Decreto Legge, dal quale discende il DPCM;
  2. “…la mancata ricongiunzione dei parenti di primo grado genitori-figli se non abitano nello stesso comune”. Potrei concordare, sono tra quelli che ha chiesto al Governo di consentire a persone che vivono in comuni medio-piccoli di ricongiungersi per poche ore con familiari che abitano in altri comuni.
  3. “..immaginate che a Natale non potete vedere i figli o i genitori, poi vi affacciate alla finestra e vedete le piazze piene di gente che fanno lo spritz.” È una retorica inutile, soprattutto detta da chi può evitarlo con le proprie ordinanza. Se non è d’accordo con lo spritz, lo vieti in Veneto. Può tranquillamente farlo;
  4. “..non penso che il pranzo di Natale con i parenti rovini il piano di salute pubblica”. Questa è una sciocchezza populista. La stragrande maggioranza dei contagi avviene negli ambienti familiari;
  5. “…non si può esautorare la Regione affidando ai prefetti il coordinamento dei trasporti scolastici.” Il problema, caro Zaia, è che nonostante Legge e soldi ti consentivano di mettere sulle strade servizi scolastici aggiuntivi sin dall’apertura delle scuole, in Veneto, sono partiti solo il 26 ottobre. Meglio, allora, che se ne occupino altri. Per la nostra salute;
  6. “..non abbiamo fatto proposte, abbiamo semplicemente fatto delle osservazioni. Forse varrebbe la pena di agire in modo molto più severo sugli assembramenti negli spazi pubblici”. Ecco il punto. Non fa mai proposte perché non vuole responsabilità e chiede severità al Governo sugli assembramenti, ovvero cose che può tranquillamente fare lui.
  7. «Anche questa volta non siamo riusciti a costruire un provvedimento con il governo».Non è vero. Tutti i DPCM vengono preceduti da un dibattito parlamentare. Il Ministro della Salute presenta i dati e le intenzioni e Camera e Senato votano le risoluzioni di indirizzo per il Governo. Dalle Risoluzioni il Governo trae gli elementi per approvare un Decreto legge che autorizza il Presidente del Consiglio ad emanare i DPCM. Dopodiché viene redatta una bozza sulla quale viene avviato il confronto con le Regioni ed i Comuni. Solo al termine di questo iter, viene emanato il DPCM. In tutte le fasi, Parlamento, Regioni e Comuni le opposizioni sono pienamente coinvolte e informate. Il loro problema è che non approviamo le cose incredibili che propongono. Una serie di voli pindarici che non tengono conto dei dati statistici forniti dalla scienza. Questa è la realtà.
  1. “Spostamento tra Comuni. E’ stata applicata la stessa regola a un comune che ha la dimensione di una regione come ad uno piccolissimo. Non sono contrario alla norma, sono contrario alla sperequazione che fa questa norma”. Caro Zaia, sei stato contrario perché la vostra proposta era un liberi tutti nella regione. Forse era meglio limitare gli spostamenti tra Comuni vicini o valutare le situazioni con anziani soli, come avevo chiesto con altri Senatori.
  1. «…è innegabile che ritrovarsi con i familiari rappresenti un fattore di rischio, ma dire che la chiusura dei comuni ne rappresenti la soluzione, non è realistico. Non è una battaglia di bandiera ma di civiltà». Una retorica populista inutile e fuorviante, perché banalmente dice tutto ed il suo contrario. Se il tema è tutelare i più anziani non è di buon senso il liberi tutti, come chiedeva lui.

Non ho tralasciato nulla, ovvero, non ha mai detto qualcosa sulle scelte sanitarie che si stanno facendo in Regione, Aperture di ospedali Covid, gestione case di riposo, saturazione ospedale Legnago, vaccini antinfluenzali. Niente sulle robe sue, parla solo di quelle del Governo.

Le regole per Natale e Capodanno.

Con questo nuovo Decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri sono state fissate le regole per i prossimi giorni e quelle specifiche per i giorni di Natale e Capodanno.

Si tratta di restrizioni dettate dall’esigenza di contrastare efficacemente la diffusione del virus.

Non crediamo alle polemiche delle destre, soprattutto a quella che le decisioni vengono prese senza il loro coinvolgimento. E’ una menzogna.

Tutti i DPCM vengono preceduti da un dibattito parlamentare. Il Ministro della Salute presenta i dati e le intenzioni e Camera e Senato votano le risoluzioni di indirizzo per il Governo. Dalle Risoluzioni il Governo trae gli elementi per approvare un Decreto legge che autorizza il Presidente del Consiglio ad emanare i DPCM. Dopodiché viene redatta una bozza sulla quale viene avviato il confronto con le Regioni ed i Comuni. Solo al termine di questo iter, viene emanato il DPCM.

In tutte le fasi, Parlamento, Regioni e Comuni le opposizioni sono pienamente coinvolte e informate.

Il loro problema è che non approviamo le cose incredibili che propongono. Una serie di voli pindarici che non tengono conto dei dati statistici forniti dalla scienza.

Questa è la realtà.

 

dPCM 03 dicembre 2020

A Legnago va di moda l’oscurantismo!

Il Bonus giovani coppie deciso dalla Giunta comunale di Legnago è discriminatorio ed ha un sapore oscurantista.

Il 19 agosto scorso, la Giunta comunale di Legnago ha avviato l’iniziativa denominata “Bonus giovani coppie” ovvero l’erogazione di un contributo economico dell’ammontare di 300 euro per giovani coppie residenti a Legnago.

Tra i requisiti previsto per l’accesso al contributo vi è quello di “aver contratto matrimonio secondo il rito civile o religioso concordatario nell’anno 2020”. Dunque, dall’iniziativa restano escluse le coppie stabilmente conviventi e le coppie unite civilmente.

E’ già poco comprensibile l’esclusione delle stabili coppie conviventi e a volte con figli, ma l’esclusione delle coppie unite civilmente è addirittura discriminatorio e contrario alla legge.

Infatti, l’articolo 1, comma 20 della legge 20 maggio 2016, n. 76, estende il principio della parità di trattamento tra parti dell’unione civile e coniugi – fatte salve le esclusioni espressamente enumerate dalla norma – non solo a tutte le previsioni normative riferite al matrimonio, ovunque contenute, ma anche agli atti e provvedimenti amministrativi nonché ai contratti collettivi.

Ci sono state anche diverse pronunce giurisdizionali che, negli anni, hanno riconosciuto la portata di tale disposizione proprio in relazione ad atti e provvedimenti comunali che, riservando un trattamento differenziato alle coppie coniugate e a quelle unite civilmente – ad esempio, in sede di regolazione amministrativa della celebrazione del matrimonio e della costituzione dell’unione civile – sono state dichiarate illegittime perché gravemente discriminatorie (cfr. ad esempio, TAR Lombardia – Brescia, Sezione I, sentenza 29 dicembre 2016, n. 1791).

La delibera di Legnago nega l’evoluzione storico-culturale della società italiana aperta al riconoscimento di una pluralità di esperienze familiari. In questo modo si discrimina la pari dignità sociale delle diverse modalità con cui le persone decidono di essere o diventare una famiglia, dando così corpo alla loro autodeterminazione affettiva.

Discriminare illegittimamente le diverse forme di vita familiare – tanto più quando si tratta di provvedimenti che mirano ad assicurare adeguate condizioni materiali di vita alle coppie più giovani – è, di fatto, una lesione della dignità personale e degli articoli 2 e 3 della Costituzione.

Sul punto, insieme alla collega Monica Cirinnà, ho presentato un’interrogazione urgente ai Ministri dell’Interno e delle Pari opportunità e la Famiglia segnalando il caso.

Abbiamo chiesto di avviare iniziative concrete per fare in modo che le pubbliche amministrazioni orientino la propria azione al pieno rispetto del principio costituzionale di non discriminazione.

Elcograf e UGL uniti contro i lavoratori?

La Elcograf fa per davvero il proprio dovere o, complice l’UGL, scarica sempre sulla politica le dinamiche sindacali?

Ho il timore di essere di fronte all’ennesimo grido di aiuto di un’azienda che, complice anche la connivenza di un sindacato, tenta di scaricare sulla politica percorsi e soluzioni che di solito emergono dal confronto sindacale.

Nel tempo, i fatti dimostrano evidentemente questo paradosso.

Tavolo presso il MISE

Verso la fine del 2018, l’azienda Elcograf, la ex Mondadori Printing passata nel 2008 nelle mani del gruppo Pozzoni di Verona, aveva comunicato ai lavoratori che se l’andamento del margine operativo lordo dei primi mesi del 2019 continuava ad essere in perdita, sarebbe stata costretta a chiudere uno o più stabilimenti produttivi, tra i quali in primis Verona Rotative e Melzo, nel milanese.

Allora si fece riferimento a fattori riconducibili alla crisi dell’editoria e alla riduzione delle commesse da parte Mondadori, principale committente di Elcograf, nonostante l’accordo firmato al momento della cessione tra la Mondadori e il gruppo Pozzoni che prevedeva un volume di lavoro garantito fino al 2021.

In quell’occasione, coinvolto dalle Organizzazioni sindacali, chiesi l’avvio di un tavolo specifico per considerare strumenti speciali, come già attuati in passato nel medesimo settore produttivo. Da parte del Ministero per lo Sviluppo Economico vi fu la totale disponibilità qualora venisse avanzata la richiesta dai soggetti interessati.

Quella richiesta non è mai arrivata.

Vertenza contro Mondadori

Anche con riguardo alla riduzione delle commesse da parte di Mondadori, posso ragionevolmente affermare che era legato al livello dei prezzi previsti dall’accordo, di fatto  superiori a quelli praticati in quel momento dal mercato.

Ma, a proposito, a che punto è la vertenza che era stata annunciata da Elcograf contro Mondadori?

Prepensionamenti

A dicembre 2019 il Governo ha accolto le proposte presentate da diversi Senatori a favore dei lavoratori della Elcograf di Verona estendendo il beneficio pensionistico previsto per i giornalisti anche ai lavoratori delle imprese stampatrici qualora le medesime presentino piani di riorganizzazione o ristrutturazione aziendale in presenza di crisi. La possibilità è in vigore fino al 2023.

Sulla base di questa norma di favore, il gruppo Pozzoni ha presentato al Ministero dello Sviluppo economico il piano di ristrutturazione che prevedeva il prepensionamento di circa 200/250 dipendenti in totale (circa 100 a Verona).

 Attualità

Oggi, invece, senza che vi sia stato alcun confronto sindacale vero, emerge un’altra richiesta (analoga) alla politica: quella di favorire un nuovo percorso legislativo di autorizzazione a prepensionamenti attraverso una finestra mobile di un quinquennio.

Un fatto oggettivamente inusuale accompagnato dall’assenza di un piano industriale che metta in chiaro le strategie, anche di rilancio. Scelte precise, quindi, quella di preferire i licenziamenti o i pensionamenti (anziché una strada diversa) e quella di rivolgersi al tavolo politico bypassando quello naturale.

Non vorrei che venissero programmate mirate condizioni di pressione sui lavoratori – attraverso la minaccia di taglio del personale – per cui si induce a ritenere che l’unica soluzione sia la pressione sulla politica che deve assumersi il compito di dare una mano. In questo quadro è complice l’UGL sempre pronta a spostare il tema fuori dall’azienda.

Si tratta di una strategia che nega i diritti dei lavoratori e nega loro le informazioni necessarie per capire e confrontarsi spostando altrove le responsabilità che sono dietro quelle scelte.

Pensare che l’assenza di una strategia industriale unita al diniego al confronto con i sindacati possano essere sopperite attraverso i pensionamenti a carico di tutti non è altro che la copertura di responsabilità che non devono essere pagate dai lavoratori ai quali, in questo modo, si vuole far credere che la colpa sia della politica.

Per alcuni – UGL e politici che favoriscono questo disegno – dirottare il confronto su tavoli diversi da quelli sindacali serve solo a tenere nascosto il soggetto principale della vicenda che è l’azienda e che in primis ha il dovere di agire. E, infatti, questa non sarà presente all’incontro di lunedì prossimo organizzato dal sindaco vicino all’UGL.

Questo percorso è manifestatamente contro i lavoratori perché fa leva sulle difficoltà dei medesimi e fa credere loro la bontà di soluzioni difficilmente praticabili, ma solo utili ad offuscare il ruolo di chi deve fare la propria parte.

La matematica non è un’opinione

Con il Decreto Rilancio, nel mese di maggio scorso furono decisi contributi a fondo perduto per le attività economiche sospese durante il lockdown.

I soggetti economici interessati erano imprese e lavoratori autonomi con un ammontare di ricavi per il 2019, non superiori a 5 milioni di euro.

La condizione essenziale per poter essere ammessi al beneficio era il calo del fatturato e dei corrispettivi di aprile 2020 per un importo superiore ai 2/3 dell’ammontare del fatturato e dei corrispettivi di aprile 2019.

Sulla differenza, quindi, tra i due dati, si applicava una percentuale per stabilire l’ammontare del contributo, ovvero:

  • 20% per i soggetti con ricavi o compensi non superiori a 400.000 euro nel 2019;
  • 15% per i soggetti con ricavi o compensi superiori a 400.000 euro e fino a 1 milione di euro nel 2019;
  • 10% per i soggetti con ricavi o compensi superiori a 1 milione di euro e fino a 5 milioni di euro nel 2019.

In ogni caso, l’ammontare del contributo era riconosciuto per un importo non inferiore a 1.000 euro per le persone fisiche, 2.000 euro per i soggetti diversi dalle persone fisiche.

Faccio un esempio: se un bar o un ristorante nel mese di aprile 2019 avevano fatturato 6.000 euro, il beneficio spettava se il fatturato nel mese di aprile 2020 non superava i 2.000 euro (i 2/3 di 6.000 è 4.000 euro).

Il contributo a fondo perduto sarebbe stato, quindi, di 800 euro, ovvero 2.000 che era l’importo minimo per le attività.

Nel caso di un professionista, sarebbe stato di 1.000 euro, importo minimo per questa categoria.

I contributi erogati sono stati notevoli in quanto il riferimento aprile 2020 era sostanzialmente pari a zero a causa del fatto che in quel mese era stato chiuso tutto.

Eppure, in diversi hanno lamentato di non aver ricevuto nulla. Ma è vero? Non credo, onestamente. Infatti, questo caso poteva capitare se la differenza tra aprile 2019 e aprile 2020 non avesse superato i 2/3. Poiché ad aprile 2020 per quelle attività economiche il fatturato era pari a zero significherebbe che ad aprile 2019 era stato dichiarato zero, fatto improbabile.

Diversa è la considerazione concernente i contributi che sono stati erogati. La stragrandissima maggioranza di bar e ristoranti e dei lavoratori autonomi (con fatturato inferiore ai 400 mila euro nel 2019), ha ricevuto 1.000 o 2.000 euro.

Cosa significa?

Poiché ad aprile 2020 hanno incassato zero perché non erano in attività, si è preso per buono che ad aprile 2019 avessero incassato rispettivamente 10.000 euro e 5.000 euro.

Se così fosse stato per davvero, tutte le attività interessate avrebbero dovuto dichiarare nel 2019 almeno 120mila euro e 60mila euro. Poiché ciò non è stato, lascio a chi legge le considerazioni conseguenti.

Con il Decreto Ristori, il contributo è stato raddoppiato per i ristoranti (200%) e moltiplicato per una volta e mezzo per i bar (150%). In pratica, si è presupposto che ad aprile 2019 hanno dichiarato rispettivamente 20.000 euro e 15.000 euro.

Va detto che questa volta i soggetti interessati possono anche esercitare le attività, al massimo con asporto nelle zone arancioni e rosse.

Lo scopo di questa nota è quella di fornire chiavi di lettura per interpretare le tante informazioni di cui siamo inondati e, come si può notare, non sempre corrispondenti alla verità.

Comincio a provare addirittura pena

Un minuto dopo che sono state attribuite le zone di rischio per ciascuna regione italiana, è cominciato il coro assordante di alcuni presidenti di regione che hanno lamentato la loro collocazione.

Alcuni di loro dovrebbero stare zitti, e penso alla Lombardia e al Piemonte, ma hanno avuto anche la faccia tosta di alzare la voce.

Per capire quanto sia assurda la posizione di chi ha protestato, occorre fare un passo indietro.

Il 30 aprile scorso, dopo un lungo confronto tra il Governo, il Comitato tecnico Scientifico e le Regioni furono fissati 21 parametri in base ai quali adeguare le misure di contrasto alla diffusione dei contagi.

Si tratta di parametri molto complessi che sviluppano esclusivamente i dati che quotidianamente le regioni rilevano sul proprio territorio e comunicano, sempre giornalmente, al Ministero della Salute che li analizza secondo un processo ben definito.

E’ proprio dall’analisi di queste informazioni che le regioni forniscono che emergono gli eventuali profili di rischio o meno.

A suo tempo, appunto ad aprile, furono creati per affrontare i mesi futuri che sono stati tranquilli a partire da giugno e adesso più cruenti.

Dal 4 giugno, con la cosiddetta seconda fase, a decidere in merito alle azioni di contrasto sono le regioni e non più il Governo come era stato fino a quel momento.

Quindi, il meccanismo messo in piedi era: le Regioni comunicavano i dati, il Ministero della Salute li analizzava e sulla base delle risultanze, più o meno positive, le Regioni agivano. E’ sempre sulla base di questo meccanismo che sono state prese le decisioni di riaprire piano piano tutte le attività in estate. Non si tratta di un sistema che da i voti, ma uno strumento con regole rigide ben definite che fa capire il quadro attuale e la sua evoluzione.

Fino a metà ottobre.

Infatti, con il primo DPCM omogeneo per tutta Italia, è emerso il problema: quanto fatto dalle Regioni fino a quel momento, più l’apertura delle scuole, l’arrivo di temperature più rigide ed il pieno funzionamento delle attività avevano avuto l’effetto di una virulenta ripresa del virus.

Da qui la decisione attuale: una linea uguale per tutti (il divieto di movimento dalle 22 alle 6) e azioni mirate sui territori in capo alle Regioni sulla base delle risultanze dei dati comunicati.

Apriti cielo. Quello che andava bene finora, adesso non lo è più.

Ma io dico: ma se il virus è presente, si capisce che le cose peggiorano, i dati li comunichi tu, finora hai sempre fatto così, ma perché ti lamenti se sei in zona rossa o arancione?

E’ una cosa assurda. Peraltro, l’attribuzione del rischio per zone è variabile. Infatti, settimanalmente i dati possono migliorare o peggiorare e speriamo che tutto il Paese passi da rosso-arancione-giallo a verde.

Perché tanti DPCM ravvicinati? In tre punti la spiegazione 

Nelle ultime tre settimane il Presidente Conte ha firmato due Decreti con disposizioni restrittive per contrastare la diffusione dei contagi. Un altro lo firmerà domani.

La domanda è lecita: perché tre Decreti del Presidente del Consiglio dei Ministri a distanza di una settimana circa l’uno dall’altro e non assumere la decisione più drastica sin dall’inizio?

Dal momento della recrudescenza dei contagi, i Decreti sono stati emanati il 18 ottobre, il 24 ottobre ed il nuovo sarà lunedì 2 novembre.

E’ necessario, quindi, comprendere in che modo si assume questa particolare decisione.

Sin dall’estate scorsa è stato predisposto un documento, dal titolo “Prevenzione e risposta a COVID-19” (concluso, poi, a settembre) nel quale sono descritti gli scenari possibili e le azioni conseguenti da assumere.

Per fare un esempio concreto, la fase 3, quella in cui siamo, prevede che occorrono azioni (locali/provinciali/regionali) per l’aumento delle distanze sociali, possibili obblighi anche su base locale sull’utilizzo di mascherine anche all’aperto, zone rosse con restrizioni temporanee con riapertura possibile valutando incidenza e Rt, interruzione di attività sociali/culturali/sportive a maggior rischio assembramento, valutazione di interruzione di alcune attività produttive con particolari situazioni di rischio, possibili restrizioni della mobilità interregionale ed intraregionale”.

Quindi, un primo dato è che le scelte del Presidente del Consiglio sono già state individuate nel documento “Prevenzione e risposta a COVID-19”. A questo link troverai il documento completo (http://www.salute.gov.it/imgs/C_17_pagineAree_5373_16_file.pdf).

Ogni settimana, di norma il venerdì, il Comitato Tecnico Scientifico analizza ed elabora i risultati provenienti dai tamponi effettuati e dal sistema sanitario nazionale. Questi dati vengono scientificamente valutati e proiettati in linea potenziale per il futuro.

Nelle ultime tre settimane, i dati sempre in forte aumento dei contagiati e dei ricoverati (quindi, le criticità del sistema sanitario), la loro diffusione territoriale e le gravi difficoltà di tracciare i contatti dei contagiati scoperti, sono stati sempre valutati dal Comitato che, a sua volta, ha inoltrato al Governo le proprie conclusioni affinché si prendessero le decisioni del caso.

Quindi, il secondo dato è che le scelte del Presidente del Consiglio sono prese sulla base di evidenze scientifiche.

Detto questo, veniamo al perché dei DPCM a ripetizione.

Le scelte di contrasto al virus sono normalmente proiettate nei successivi 10/14 giorni. Pertanto, per valutare i risultati delle decisioni prese con il DPCM 18 ottobre si sarebbe dovuto aspettare almeno fino al 28 e per quello del 24 ottobre fino al 7 novembre prossimo.

In realtà, e questo è il terzo dato, i DPCM si sono susseguiti a distanza inferiore a causa della velocissima e diffusissima espansione dei contagi notevolmente superiori ad ogni previsione tanto che non è stato assolutamente possibile attendere gli esiti delle scelte precedentemente assunte.

Una situazione allarmante alla quale non si riesce a far fronte e che ci sta portando dritti allo scenario 4, il peggiore, quello in cui è previsto anche il lockdown totale.

Con il DPCM di domani si cercherà ancora di arginare il virus che corre più che velocemente, tanto che in tutta Europa le scelte assunte si somigliano e tutte sacrificano la mobilità delle persone e l’esercizio delle attività economiche.

Il Comune di Verona si costituisca parte civile contro i delinquenti

Il Comune di Verona si costituisca parte civile contro quei delinquenti che hanno devastato la città e aggredito servitori dello Stato.

E’ una vergona inaudita avere gente così in giro per Verona.

Quando si aggredisce lo Stato attraverso i suoi uomini migliori, siamo al punto di non ritorno e dalle testimonianze emerge con chiarezza che c’era anche l’intento di uccidere. Diversamente, oltra all’uso di oggetti contundenti di varia natura, non si scaglierebbero sassi dal peso di quasi un chilo sui poliziotti.

Se poi aggiungiamo che era tutto programmato, quindi, anche l’approvvigionamento dei materiali per colpire le forze di polizia, la premeditazione rende il quadro molto nitido: alcuni criminali erano pronti a tutto.

Certa gente non ha diritto di cittadinanza e, pertanto, Verona deve respingerli nella maniera più limpida possibile, costituendosi parte civile nel processo che sarà avviato a carico di tutti coloro che, lo spero molto, saranno individuati.

Ho un dubbio: credo si sia arrivati a questo punto anche a causa dei tanti silenzi e delle ambiguità che nel tempo sono stati protagonisti in vicende comunque allarmanti che coinvolgevano ambienti dell’estrema destra veronese.

Non vorrei che qualcuno di quei delinquenti, come ho sempre ripetuto, si sia “sentito” accolto nei suoi vaneggiamenti. D’altronde, quando si minimizza o si etichettano come goliardici alcuni fatti accaduti, non si sa cosa può succedere alla prossima volta.

E, stavolta, la prossima mossa è stata l’aggressione violenta ai poliziotti che in quel frangente rappresentavano lo Stato di diritto.

Che a Verona circoli gente pronta a colpire le forze di polizia è un dato allarmante e deprime l’immagine della città. Non bastano le parole di dissociazione. Serve molto di più.

Serve isolare culturalmente i violenti, non farli sentire a casa propria e serve evitare qualsiasi connubio tra loro e la politica.

Per questo, l’unico segnale vero è la costituzione di parte civile del Comune di Verona che sarebbe anche il segnale più chiaro di vicinanza e solidarietà verso le forze di polizia che garantiscono la nostra sicurezza contro certi delinquenti.

In ogni caso la persistenza di gruppi di estrema destra, apertamente connesse alla sfera del neofascismo, è un elemento che può trasformarsi in una fonte ulteriore di destabilizzazione.

Per questa ragione, Forza Nuova e CasaPound vanno sciolte immediatamente perché è inaccettabile qualsiasi convivenza politica di gruppi neofascisti nella nostra società.

 

PS. Nella foto, il blocco di marmo che è stato lanciato addosso ai poliziotti e che ha colpito uno di loro provocandogli la rottura del tendine della spalla. E se avesse colpito pochi centimetri più in là?