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Il nemico è il virus, non le attività economiche

Le ultime decisioni prese dal Governo hanno l’obiettivo di ridurre il più possibile la mobilità delle persone e, quindi, gli assembramenti.

Il quadro generale è a tutti noto.

Siamo di fronte ad un’importante ripresa dei contagi, alle prime (avanzate) sofferenze del sistema sanitario, all’ormai impossibilità di tracciare tutti i contagiati.

Il quadro è aggravato dal fatto che ovunque in Europa la situazione è molto critica e la mobilità tra Paesi non è stata (ne sarà) limitata.

Un altro dato importante: l’indagine epidemiologica ufficialmente avviata dal Governo e svolta all’inizio dell’estate ha certificato che in Italia i contagiati erano stati circa 1,4 milioni. Eppure, i dati ufficiali dei contagiati (decessi compresi) al 28 giungo scorso erano solo 240.310.

È altamente probabile che oggi sia nuovamente così, tant’è che quasi il 55% dei positivi sono asintomatici e tali restano. Ne vengono scoperti di più perché si fanno in media 160mila tamponi al giorno. Fino a giugno in media erano solo più o meno 30mila.

Un ulteriore dato sono le terapie intensive. È vero che ne sono state predisposte qualche migliaio in più rispetto alla primavera, ma è da tenere conto che mediamente il 75% di esse viene occupato da pazienti non covid, quindi, i numeri sono di molto inferiori, tant’è che l’asticella per l’allarme è fissata al 30% del loro riempimento (ad esempio, in Veneto siamo in fascia 3, ovvero tra 151/250 pazienti in terapia intensiva. La fascia massima è la 5 con 400 pazienti in terapia intensiva su 1.016 posti disponibili (fonte: piano di sanità pubblica della Regione Veneto) superata la quale le restrizioni saranno al massimo livello).

Inoltre, dato non indifferente, sono importanti i calcoli statistici degli epidemiologi che presuppongono in prospettiva numeri significativi di contagiati, ricoverati e decessi (ad esempio, avevano previsto anche 16mila contagi a fine ottobre, ma siano ben oltre i 20mila).

A questi livelli, è impossibile il tracciamento

Mi spiego meglio in numeri: per ogni contagiato le ASL dovrebbero rintracciare 10/15 persone per il conseguente isolamento fiduciario.

Posto che servono almeno 15 minuti per ognuno, occorrono 3,75 ore (su 15) per ciascun contagiato. Moltiplicato per 2mila (più o meno i contagiati quotidiano più in Veneto), fanno 7.500 ore al dì.

Impegno insostenibile.

Rispetto a tutto questo, ed è ragionevolmente impossibile qualsiasi ragionamento “localistico” in virtù del quale si pensa che un territorio stia meglio di altri.

Come pure è poco realistico sostenere che ci sono attività che per lo stretto rispetto delle regole (non ho dubbi in merito), non favoriscono i contagi.

Il tema centrale attorno al quale ruotano le valutazioni scientifiche non sono i territori o le singole attività economiche, bensì la mobilità e gli assembramenti.

Faccio un esempio: dalle 18,00, che per la maggior parte è il termine dell’attività lavorativa, si mobilitano svariati milioni di italiani.

La “chiusura” mira a colpire proprio quella mobilità.

Quindi, la causa dei contagi non sono quelle attività, ma ciò che la loro presenza determina, ovvero la mobilità di milioni persone.

La differenza tra le 18,00 e le 23,00 (nessuno era contrario alla chiusura, la differenza era solo sull’orario), sta nei numeri. Chiudere alle 18,00 consente di ridurre la mobilità di diversi milioni in più rispetto alle 23,00, senza compromettere la maggioranza delle attività lavorative, scolastiche e personali che si svolgono prima delle 18. Questo è il punto.

Ovviamente c’è un pesante effetto collaterale su tutte le attività che si sviluppano in quella fascia oraria e dovranno essere prontamente risarcite.

Nel frattempo, rispetto ad alcune obiezioni che sono state giustamente poste, per contenere al massimo i tempi di questa chiusura si sta agendo anche su altri fronti. Per i trasporti sono stati cospicuamente finanziati servizi aggiuntivi (attuati in ritardo a causa della scarsa reattività delle regioni, ma adesso sta funzionando).

Per la scuola è stata fatta una scelta di natura pedagogica.

Mentre per le scuole superiori la didattica a distanza deve essere almeno del 75% (anche qui nessun contrario, la differenza era solo sulle percentuali) – con il beneficio di ridurre i pendolari –  “materne, elementari e medie” si svolgono in presenza perché si è ragionevolmente valutato il beneficio per i bambini delle relazioni sociali che la scuola ha sulla loro formazione (nessuno aveva proposto di chiuderle) ed in più non gravano sui trasporti.

Il nodo del trasporto pubblico

La domanda è nota: perché non si è pensato agli assembramenti sui mezzi di trasporto pubblico? Si sapeva che con la riapertura delle scuole ci sarebbe stato il sovraffollamento.

Innanzitutto una premessa: nel settore dei trasporti pubblici le competenze sono attribuite alle Regioni. Le Regioni sono tenute a delegare agli enti locali tutte le funzioni e i compiti regionali in materia di trasporto pubblico locale ai sensi dell’articolo 117 della Costituzione, che non richiedono l’unitario esercizio a livello regionale.

Allo Stato, oltre ad un compito centrale in materia di finanziamento dei servizi di trasporto pubblico locale, rimangono esclusivamente le competenze in materia di accordi internazionali relativi a servizi di trasporto transfrontalieri, sicurezza dei trasporti, linee guida e principi volti alla tutela ambientale.

Nel corso degli ultimi mesi, sono state introdotte importanti misure per sostenere il settore del trasporto pubblico locale, fortemente colpito dall’emergenza sanitaria da Covid-19 e in particolare in favore dei gestori del servizio, degli enti locali e degli utenti.

Il 19 maggio (decreto legge Rilancio) sono stati stanziati 500 milioni di euro per l’anno 2020 al fine di mitigare gli effetti negativi causati al settore del trasporto pubblico locale dall’emergenza sanitaria in termini di riduzione dei ricavi.

Successivamente, il 14 agosto (decreto legge Agosto) sono stati stanziati ulteriori 400 milioni di euro.

I 900 milioni di euro sono stati aggiuntivi rispetto ai fondi ordinariamente previsti e dovevano servire non solo per garantire la continuità del servizio e compensare la drastica riduzione dei ricavi per il trasporto dei passeggeri, ma anche per il rimborso degli abbonamenti non fruiti.

Inoltre, nei prossimi provvedimenti del Governo, a partire dalla legge di bilancio per l’anno 2021, saranno decisi ulteriori stanziamenti di risorse.

L’8 settembre (decreto legge COVID) è stato deciso che per i soldi stanziati il 14 agosto (400 milioni di euro), ciascuna Regione e provincia autonoma è stata autorizzata all’attivazione dei suddetti servizi aggiuntivi di traporto pubblico per un importo pari a 150 milioni di euro, mentre i restanti 150 milioni di euro sono stati destinati ai comuni per il trasporto scolastico laddove i predetti servizi avessero avuto un riempimento superiore all’80% della capacità.

Diverse Regioni, tra cui il Lazio e la Toscana, hanno adottato, addirittura prima dell’8 settembre, i necessari provvedimenti in modo da affrontare adeguatamente il carico dei passeggeri derivante dall’apertura delle scuole.

Non dappertutto è stato così. Per fare un esempio, in Veneto alcuni servizi aggiuntivi sono partiti solo intorno al 9 ottobre, a Verona solo il 26 ottobre scorso. I tempi con i quali si sono mosse le Regioni ha determinato i gravi ritardi che hanno comportato i sovraffollamenti che si dovevano evitare.

Zaia, agire subito è meglio!

Al momento Zaia non ha imposto restrizioni né ha attivato i reparti/ospedali Covid. Credo, al contrario, che ci siano tutte le condizioni per farlo adesso.

La situazione dei contagi in Veneto sta aumentando in maniera preoccupante.

Sebbene le terapie intensive siano passate da 494 posti a circa 1.000, grazie agli interventi economici del Governo, non possiamo restare tranquilli.

Infatti, secondo gli esperti, che si basano su studi e modelli matematici infallibili (ahinoi), per ogni contagiato in terapia intensiva ce ne sono decine in sub intensiva e tanti altri asintomatici.

Inoltre, se ogni giorno se ne contagiano 1.000, occorre tracciare le frequentazioni. In pratica, almeno altre 15 persone da rintracciare. Calcolando una decina di minuti per ognuna, sono 250 ore al giorno. Non credo che ci sia tutto questo personale in giro per fare una cosa simile con tempestività.

Inoltre, la saturazione delle terapie intensive incide anche sui pazienti con altre patologie, perché rischiano di non trovare posto per le cure necessarie.

Detto questo, guardiamo la situazione in Veneto.

I contagi sono superiori ai 1.000 al giorno e, pertanto, siamo pienamente nello scenario che ho descritto.

Pur tuttavia, Zaia, a differenza di altri suoi colleghi che per gli stessi numeri hanno agito diversamente, al momento non ha imposto restrizioni particolari perché, a suo dire, “saranno i parametri a deciderle, perché si tratta di decisioni dettate da scelte sanitarie e non politiche”.

Posso apprezzare la motivazione, oggettivamente basata sulla scienza e non sulle fandonie del suo capo Salvini, ma credo che si debba fare di più e subito.

Poiché dal Governo abbiamo finanziato l’apertura di ospedali dedicati ai pazienti Covid, l’aumento delle terapie intensive, l’acquisto massivo di tamponi e reagenti, il maggiore personale impiegato, le ore di straordinario per il personale medico, il recupero delle visite mediche non svolte a causa della pandemia, sono convinto che già ora debbano essere riaperti i reparti/ospedali Covid in modo da liberare “risorse” per altre situazioni.

Non solo.

Se lo scenario è quello dell’aumento esponenziale dei contagi, occorre agire sulle abitudini che stanno causando questo, in primis le frequentazioni pubbliche in forma assembleare.

Due azioni, riapertura reparti/ospedali Covid e restrizioni per gli assembramenti, che già ora possono essere attuati perché i dati sono chiari.

Questo è il nuovo Decreto anti-Covid-19

Il Presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, ha firmato il Dpcm del 18 ottobre 2020 sulle misure per il contrasto e il contenimento dell’emergenza Covid-19.

 

DPCM 18 ottobre 2020

 

Allegato A Dpcm_18102020

Il Consiglio Europeo sui cambiamenti climatici

Il Consiglio Europeo ha affrontato il dibattito di orientamento sul cambiamento climatico e lo farà ancora nella riunione già prevista per il 10 e 11 dicembre prossimi.

Sono state affrontate le ambizioni dell’Unione per il prossimo decennio, nonché il quadro per le politiche dell’energia e del clima, al fine di rispettare gli obiettivi di un’UE neutrale dal punto di vista climatico entro il 2050.

Il confronto è stato centrato sul “Piano per l’obiettivo climatico 2030 dell’UE”. In questo documento si auspica di ridurre entro il 2030 le emissioni di gas a effetto serra almeno del 55% rispetto ai livelli del 1990.

Il “Quadro 2030 per l’energia e il clima” prevede al 2030:

  • la produzione di almeno il 32% dell’energia da fonti rinnovabili;
  • un miglioramento dell’efficienza energetica pari almeno al 32,5%;
  • l’innalzamento delle interconnessioni elettriche al 15% in ciascuno Stato membro per migliorare la sicurezza dell’approvvigionamento;
  • nuovi limiti vincolanti alle emissioni di carbonio prodotte dalle autovetture (37,5% rispetto ai livelli del 2021), dai furgoni (31% rispetto al 2021) e dai camion (30% rispetto al 2019).

L’obiettivo di una maggiore riduzione delle emissioni di gas a effetto serra entro il 2030 prevede di contenere l’aumento della temperatura terrestre al di sotto di 2 gradi centigradi rispetto ai livelli preindustriali, compiendo gli sforzi possibili per raggiungere la soglia di 1,5 gradi centigradi.

E’ previsto, altresì, che i Paesi membri mantengano dei contributi determinati a livello nazionale, aggiornandoli ogni cinque anni.

Siamo sulla buona strada. I dati pubblicati dall’Agenzia europea per l’ambiente (AEA) nel settembre 2020 mostrano una riduzione delle emissioni dell’UE quasi del 4% nel 2019 rispetto al 2018. Questa riduzione pone le emissioni dell’UE di circa il 24% al di sotto dei livelli del 1990 (26% se si include il Regno Unito).

E’ in discussione, comunque, una proposta di legge europea sul clima, presentata dalla Commissione europea nel marzo 2020, per stabilire un obiettivo comune giuridicamente vincolante a livello di UE di zero emissioni nette di gas a effetto serra entro il 2050, cosicché le emissioni di gas serra non superino le rimozioni di gas serra.

Il Governo ha valutato positivamente la presentazione della legge europea sul clima.

Infine, per quanto concerne le risorse che serviranno, il prossimo Quadro finanziario pluriennale 2021-2017, i cui negoziati sono tutt’ora in corso, prevede di destinare almeno il 30% della spesa complessiva all’azione per il clima (a fronte del 25% proposto dalla Commissione e del 20% dell’attuale bilancio). Sia il bilancio che Next Generation EU (Recovery fund), il fondo per la ripresa, dovranno rispettare l’obiettivo della neutralità climatica dell’UE entro il 2050 e contribuire al raggiungimento dei nuovi obiettivi climatici 2030 dell’Unione.

La situazione economica italiana ai tempi Covid

Il Parlamento ha approvato la Nota di aggiornamento del Documento di economia e finanza che ridefinisce il quadro programmatico di finanza pubblica nel quale saranno inserite le misure della prossima legge di bilancio, che avrà come obiettivo quello di sostenere la ripresa dell’economia italiana nel triennio 2021-2023, in stretta coerenza con il Piano nazionale di ripresa e resilienza.

La Nota ripercorre il difficile contesto che ha caratterizzato i mesi passati. Il contenimento dei contagi e la salvaguardia della salute hanno richiesto l’adozione di misure via via più stringenti, con una pesante ricaduta sul tessuto economico del Paese, che ha registrato la peggiore caduta del prodotto interno lordo della storia repubblicana.

Dal mese di maggio, grazie al graduale allentamento delle misure di prevenzione e agli imponenti interventi di politica economica messi in atto – quantificabili in 100 miliardi in termini di impatto sull’indebitamento netto della pubblica amministrazione, a cui va aggiunto l’ammontare senza precedenti delle garanzie pubbliche sulla liquidità – si sono iniziati a registrare segnali di ripresa, che consentono, per il terzo trimestre dell’anno, di prevedere un rimbalzo del PIL maggiore di quello ipotizzato nel DEF.

Complessivamente, la previsione di variazione del PIL reale per il 2020 viene abbassata dal -8% della previsione del DEF al -9% (che potrebbe arrivare a -10,5% in caso di recrudescenza dell’epidemia), con un’inversione di tendenza per gli anni successivi, per i quali l’aumento tendenziale è del 5,1% nel 2021, del 3% nel 2022 e dell’1,8% nel 2023.

Il principale motivo della revisione al ribasso per il 2020 risiede nella contrazione più accentuata del PIL nel secondo trimestre, a sua volta spiegata da una durata del periodo di parziale chiusura delle attività produttive in Italia e da una diffusione dell’epidemia su scala globale superiori a quanto ipotizzato in aprile. Si è inoltre adottata una previsione assai più cauta di incremento del PIL nel quarto trimestre (ora cifrata in uno 0,4% a fronte del 3,8% previsto nel DEF).

Per quanto riguarda la programmazione delle finanze pubbliche, la Nota prevede per il 2021 un deficit pari al 7% del PIL. Rispetto alla legislazione vigente, che prevede un rapporto deficit/PIL pari al 5,7%, si presenta quindi lo spazio per una manovra espansiva pari a 1,3 punti percentuali di PIL (oltre 22 miliardi di euro).

Per questa ragione, con la Nota di aggiornamento è stato chiesto al parlamento di autorizzare il relativo scostamento, dichiarando di voler utilizzare questo spazio fiscale, con la prossima legge di bilancio 2021-2023, per interventi di natura fiscale, l’adozione di misure per il sostegno e lo sviluppo delle imprese, interventi per la salvaguardia dell’occupazione e il rilancio degli investimenti pubblici e privati.

In particolare, tra gli ambiti principali della prossima manovra di bilancio, ci sono:

– il rifinanziamento delle politiche invariate non coperte dalla legislazione vigente (missioni di pace, rifinanziamento di taluni fondi di investimento, fondo crisi d’impresa, ecc.);

– la previsione di significative risorse per il sostegno all’occupazione e ai redditi dei lavoratori, segnatamente nei settori più colpiti dall’emergenza Covid-19 e con particolare riferimento al 2021;

– il completamento del finanziamento del taglio del cuneo fiscale sul lavoro dipendente (i c.d. 100 euro);

– il finanziamento del taglio contributivo al Sud già introdotto dal decreto-legge “agosto” limitatamente alla seconda metà del 2020.

Un’importante componente della politica di bilancio per il 2021-2023 sarà il pieno utilizzo delle risorse messe a disposizione dal Next Generation EU (NGEU) per incrementare gli investimenti pubblici in maniera inedita e aumentare le risorse per la ricerca, la formazione, la digitalizzazione e la riconversione dell’economia in chiave di sostenibilità ambientale.

 

Ecco la sanità regionale voluta da Zaia

Fino a qualche anno fa nella provincia di Verona vi erano tre Aziende ULSS, 20, 21 e 22 per gli ambiti di Verona, Legnago e Bussolengo. Poi tutto è confluito nella Azienda ULSS 9 (distretto 1 e 2 per Verona, 3 per Legnago o Pianura Veronese e distretto 4 per l’ex 22, Bussolengo).

Doveva essere nelle cose che sarebbe stato accorpato anche il CUP (Centro Unico Prenotazioni) per la prenotazione di visite sanitarie, senza il quale non si accede a nessun servizio pubblico.

Doveva essere, ma, invece, non lo è!

I CUP di prima sono rimasti separati tra loro, come se ci fossero ancora tre AULSS.

Cosa significa, in pratica?

Se un utente di Minerbe telefona al CUP del suo Distretto 2 (Legnago) e non ci fossero posti disponibili (sempre), la richiesta di visita o di screening non viene accolta. Ciò anche nel caso in cui negli altri Distretti provinciali ci fosse disponibilità, semplicemente perché i CUP non sono tra loro collegati.

Altrettanto, capita se l’utente è a Verona (Distretto 1 e 2) o a Lazise (Distretto 4) e i posti disponibili fossero in un altro Distretto, sempre all’interno della provincia di Verona.

Eppure, unificare i tre CUP era un obiettivo a portata di mano. Questo grave ritardo, ormai sono passati quattro anni dalla riforma, è una delle ragioni delle enormi liste di attesa esistenti in Veneto.

In questo modo si scarica sull’utente il disservizio. Infatti, è il cittadino veronese che deve preoccuparsi di chiamare i vari CUP per trovare posto, quando, con un semplice collegamento tra loro, la cosa potrebbe essere risolta con un’unica telefonata.

Ci sarà una ragione per la quale presso l’Ufficio Relazioni Pubblico, la stragrande maggioranza dei reclami è per il CUP.

Chissà se presso l’URP esistano anche i dati delle omesse prenotazioni.